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ASTRAZIONE RAZIONALISTA NELL’ARCHITETTURA DI ENRICO DEL DEBBIO / LA CASA DEL BALILLA DI AVELLINO

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Abstract

Rem Koolhaas, il famoso architetto olandese, che insegna presso la Graduate School of Design dell'Università di Harvard, ha inventato tesi bizzarre e spesso abbaglianti, come in questo caso: “Il dominio di $ € ¥: lo Yen, l’Euro e il dollaro nel mondo dell'architettura. Un’unica architettura che si acquista nel bazar mondiale dell’architettura, in modo che chiunque voglia possa avere un immobile, preso di qua ho preso di là, che è sempre lo stesso. Così, ciascuno avrà il suo ponte di Calatrava da mettere a Venezia, il museo di Zaha Hadid da mettere a Roma o il suo grattacielo di Daniel Libeskind da mettere a Milano”. Ma non è stato sempre così. C’è stata una volta l’architettura, del fascista non fascista, con il suo stile internazionale: l’architettura di Enrico Del Debbio. Nella sua architettura, con una velocità di retorica, risulta una cosa strana: che l’architettura del regime fascista è molto più moderna di quanto si possa credere e la casa del Balilla di Avellino (1933 - 1937) ne è una testimonianza! La “Casa del Balilla” o ex “Palazzo GIL” (acronimo di: Gioventù Italiana del Littorio), edificio progettato dall'architetto Enrico Del Debbio, che durante il ventennio fascista si occupò della realizzazione degli impianti tecnico-sportivi delle “Case del Balilla” in tutt'Italia sino al 1934, è un esempio di architettura razionalista del 1933. Il complesso è ubicato al centro della città di Avellino (Italy), in Via Roma, è si impone, con la sua forma ad L, decisamente dinamica, sul tessuto circostante per la notevole mole e il rivestimento marmoreo, in particolare della torre littoria. Era la sede locale dell’Opera Nazionale Balilla durante il regime fascista ed era stata pensata dell’Opera Nazionale Balilla come polo sportivo e culturale per l'indottrinamento ideologico dei giovani.
ARGOMENTI DI ARCHITETTURA ISSN 1591-3171 N. 9/2021
ABETI Maurizio e CARULLO Pellegrino
Abstract
Rem Koolhaas, il famoso architetto olandese, che insegna presso la Graduate School of
Design dell’Università di Harvard, ha inventato tesi bizzarre e spesso abbaglianti, come in
questo caso: “Il dominio di $ € ¥: lo Yen, lEuro e il dollaro nel mondo dell’architettura.
Un’unica architettura che si acquista nel bazar mondiale dellarchitettura, in modo che
chiunque voglia possa avere un immobile, preso di qua ho preso di là, che è sempre lo
stesso. Così, ciascuno avrà il suo ponte di Calatrava da mettere a Venezia, il museo di Zaha
Hadid da mettere a Roma, il grattacielo di Daniel Libeskind da mettere a Milano o il suo
Bosco Verticale di Stefano Boeri da mettere a Napoli”. Ma non è stato sempre così. Cè
stata una volta larchitettura, del fascista non fascista, con il suo stile internazionale:
larchitettura di Enrico Del Debbio. Nella sua architettura, con una velocità di retorica,
risulta una cosa strana: che larchitettura del regime fascista è molto più moderna di quanto
si possa credere e la casa del Balilla di Avellino (1933 – 1937) ne è una testimonianza! La
“Casa del Balilla” o ex “Palazzo GIL” (acronimo di: Gioventù Italiana del Littorio), edificio
progettato dall’architetto Enrico Del Debbio, che durante il ventennio fascista si occupò
della realizzazione degli impianti tecnico-sportivi delle “Case del Balilla”in tutt’Italia sino
al 1934, è un esempio di architettura razionalista del 1933. Il complesso è ubicato al centro
della città di Avellino (Italy), in Via Roma, è si impone, con la sua forma ad L, decisamente
dinamica, sul tessuto circostante per la notevole mole e il rivestimento marmoreo, in
particolare della torre littoria. Era la sede locale dellOpera Nazionale Balilla durante il
regime fascista ed era stata pensata dall’Opera Nazionale Balilla come polo sportivo e
culturale per l’indottrinamento ideologico dei giovani.
1. Introduzione
In questo saggio illustreremo un’architettura moderna italiana, nota con l’accezione di
“modernità totalitaria”, ma la chiameremo per piena convinzione “razionalista”, il cui
progettista, Enrico Del Debbio, pur vivendo un momento di transizione tra un neoclassicismo
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semplificato, che voleva essere a metà strada tra il classicismo del gruppo Novecento
(Gustavo Giovannoni, Emilio Lancia, Giovanni Muzio, Giò Ponti, ecc.), ed il razionalismo del
Gruppo 7, costituito da Giuseppe Terragni, Giuseppe Pagano, Adalberto Libera, Luigi Figini,
Gino Pollini, Guido Frette, Sebastiano Larco e Carlo Enrico Rava, e fondatori del M.I.A.R. –
Movimento Italiano per l’Architettura Razionale -, conformò, influenzato da entrambi i
movimenti, un personale lessico architettonico alquanto originale, oscillante, all’inizio della
sua carriera ai primi anni ’30, tra un segnato eclettismo ed una monumentalità tipica
dell’orientamento estetico del tempo, per successivamente confluire in un misurato
razionalismo.
….
Al tal proposito Philippe Daverio precisava, in riferimento al Foro Italico, progettato e
realizzato da Enrico Del Debbio fra il 1927 ed il 1933 e completato dopo la guerra fra il
1956 ed il 1968, affermando: «Uno stile internazionale che ha innegabilmente il suo centro
di nascita in Italia: il Foro Italico . Quest’opera merita una serie di considerazioni molto
particolari. Il progetto inizia del 1927 (e termina nel 1932), se ne occupa Del Debbio e sa
ancora molto di quella Milano decò. Trova il suo concetto base nei disegni dei lavori di
Emilio Lancia (Fig. 2) e in quel primo neoclassicismo ancora di derivazione austriaca.
…………….
Le finestre riprendono l’ordine rinascimentale già in versione manierista, con il suo giusto
tasso di retorica, ma il ritmo architettonico ha una leggerezza, che fra poco scomparirà. Un
curioso ibrido fra edilizia civile e edilizia pubblica: l’aspetto da fabbrica con finestre da
villa lombarda di lusso, in un curioso neoclassicismo leggero che sa addirittura ancora
dell’Austria neoclassica. Osservandolo si scopre una cosa bizzarra, che la prima architettura
fascista di regime è molto più britannico americana di quanto non si possa credere:
potremmo essere un po’ dalle parti degli Stati Uniti, potremmo essere un po’ anche in
Austria, potremmo essere nell’ambito tedesco, lo certifica il bow-windows che per la prima
volta arriva in Italia»[1]. Questa concezione compositiva rende manifesta e ribalta la
sacralizzazione architettonica del fascismo e l’immortalizzazione monumentale della sua
edificazione, lasciando convivere stili differenti: classicisti, tradizionalisti e modernisti.
Possiamo affermare che la sua bacheca, coinvolse nell’esperienza totalitaria architetti noti,
Fig. 1_Foro italico, © DARC – Direzione regionale per l’architettura e l’arte contemporanee di …………..Roma
.
Fig. 2_Palazzo Lancia, piazza Affari, Milano, ©commons.wikimedia.org.
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sconosciuti e di qualunque influenza culturale, concedendo, in molti casi, che la singola
professionalità fosse libera di esprimersi ed, eventualmente, apportare il proprio contributo
al moderno linguaggio architettonico.
2 L’Architettura di Enrico Del debbio
Ritornando al tema in questione, questo saggio ha intenzione di esaminare il lessico
architettonico, di Enrico Del Debbio attraverso l’approfondimento tipologico-compositivo di
una sua opera: la “Casa del Balilla” di Avellino (Fig. 3), regolarmente dimenticata (Fig. 4)
e oggetto di significative trasformazioni, nella concezione linguistica e nelle tecniche
originarie della struttura, avvenute nel corso della sua storia.
…………..
……
Enrico Del Debbio nacque nel 1891 a Carrara, dove si diplomò presso l’Accademia delle
Belle Arti nel 1912. Trasferitosi a Roma, conseguì il diploma di laurea alla Scuola superiore
di architettura nel 1917, rimanendo poi molto legato all’ambiente artistico e culturale della
capitale. Infatti, a partire dal 1920, ebbe inizio anche la sua carriera di docente
universitario nella Scuola Superiore di Architettura di Roma. L’architetto, oltre alla
progettazione del complesso del Foro Italico del 1927, che resta la sua opera più, realizzò
altri lavori di notevole interesse il cui disegno testimonia la propria volontà di allontanarsi
dalle rigide impostazioni accademiche, mettendo a punto un sistema linguistico che teneva
conto degli apporti della cultura architettonica moderna, ravvisabile negli edifici per la
Foresteria sud (1930) (Fig. 5) e per la Colonia Elioterapica (1934 – 1935), come pure nel
non realizzato progetto per la Casa Madre del Balilla (1933) (Fig . 6).
………………….
..
……..Fig. 3_Casa GIL di Avellino 1938.
..............
Fig. 4_Lo stato attuale dell’opera di del Debbio.
Fig. 5_Foresteria sud del Foro Italico, Roma 1930.
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……..
È importante specificare che su incarico di Renato Ricci, presidente dell’Opera Nazionale
Balilla, Del Debbio, dal 1927 al 1934, è direttore dell’Ufficio Edilizio dell’O.N.B., per cui
dai primi anni ‘30 avvia e coordina l’intensa attività edilizia dell’Ente, impegnato a
realizzare sedi in tutti i capoluoghi di provincia d’Italia. Come accaduto per le altre opere
pubbliche, questa rappresentò l’occasione per un profondo rinnovamento del vocabolario
architettonico italiano, fortemente ancorato a modelli accademici e poco permeato da quel
Razionalismo, che, diversamente, si andava compiutamente diffondendo in tutta l’Europa, in
interventi pubblici di ampio respiro e in realizzazioni private.
3. L’Architettura della “Casa del Balilla” di Avellino
L’aderenza di Enrico Del Debbio ad un codice compositivo che si ispira a modelli razionalisti
viene confermata nella progettazione e costruzione della “Casa del Balilla” di Avellino
(1933-1937). complesso è ubicato al centro della città di Avellino (Italy), in Via Roma, è si
impone, con la sua forma ad L, decisamente dinamica, sul tessuto circostante per la notevole
mole e il rivestimento marmoreo, in particolare della torre littoria. Era la sede locale
dell’Opera Nazionale Balilla durante il regime fascista ed era stata pensata dell’Opera
Nazionale Balilla come polo sportivo e culturale per l’indottrinamento ideologico dei
giovani.In quest’opera risulta evidente la volontà di superare in pianta ed in alzato una
rigidezza d’impianto, tramite una ricercata asimmetria e un misurato gioco di volumi
qualificanti l’intero complesso (Fig. 7).
…..
Dal “Corriere dell’Irpinia” del 10 aprile 1937, giorno dell’inaugurazione, riportiamo una
descrizione dell’opera: ‹‹Il casamento consta di due corpi distinti. Il corpo avanzato è
costituito da una torre alta 20 metri tutta rivestita in marmo di Carrara, con l’arengario,
con una balaustra, anche essa in marmo, antistante ad esso. Da due ampie scalinate si
accede al primo piano ove si trova l’atrio d’ingresso luminoso ed ampio […]. La
pavimentazione è tutta in marmo, come pure è in marmo è la zoccolatura esterna ed interna
di tutto l’edificio. Una vetrata in vetrocemento dà luce alla scalinata interna ed all’atrio
della Casa […]. Un aereo porticato, infine, costituisce l’ingresso alla palestra scoperta
annessa alla Casa […]. Annesso alla Casa del Balilla è il teatro del Balilla, con una sala
Fig. 6_Progetto della Casa Madre del Balilla vicino al Foro Italico, Roma 1933.
………….Fig. 7_Assonometria della Casa del Balilla di Avellino 1933
.
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ampia e comoda […]. Tutti gli uffici sono arredati con mobili razionali e moderni adattati
all’architettura dell’edificio […]. La direzione tecnica dei lavori è stata affidata e condotta
dall’ing. Giuseppe Mallardo. La ditta Galasso ha eseguito i lavori […]. L’ing. Gaetano
Iandoli è stato il collaudatore delle strutture in cemento armato […]. Essa rappresenta
certo una delle più belle costruzioni del suo genere e tanto contribuisce all’estetica edilizia
di Avellino, in una zona sulla quale si svilupperà nel futuro il piano d’ampliamento del
Capoluogo››. Esaminando i disegni originari, inizialmente conservati presso l’Archivio Del
Debbio e gentilmente concessi dall’architetto Gigliola Del Debbio, attualmente disponibili a
Roma presso il Centro Archivi di Architettura del MAXXI – Museo nazionale delle Arti del
XXI secolo [2] – possiamo notare come la composizione dell’intero complesso, ruota intorno
ad una distribuzione di blocchi parallelepipedi sfalsati tra loro planimetricamente ed in
altezza. Esso è caratterizzato, quindi, da tre blocchi principali: la parte dedicata alla
cultura, che ospita il cinema-teatro di 800 posti; la sala convegni e la biblioteca con
annessa sala di lettura; l’armeria ed autorimessa e l’imponente torre littoria (alta 20 m),
che, totalmente rivestita in marmo, campeggia sull’intero organismo (Fig. 8).
…………………
Essa costituisce il cardine intorno alla quale ruotano i blocchi edilizi e si contraddistingue
come segno urbano eretto all’interno della composizione, la quale è caratterizzata,
comunque, da una marcata orizzontalità di tipica impronta razionalista (Fig. 9 e Fig.10).
………………………….
…………………………….
Il corpo uffici e quello del cinema-teatro sono modellati plasticamente da scavi volumetrici,
resi possibili per l’uso di un telaio strutturale in cemento armato – il primo realizzato ad
Avellino – e presenti negli ingressi principali, entrambi a doppia altezza, nelle logge che si
affacciano su Via Roma e sul prospetto longitudinale interno del teatro per l’inserimento del
corpo scala e del palcoscenico. L’edificio principale è collegato ad un piccolo corpo ad un
piano, dalla pianta ad L destinato ad armeria ed autorimessa, mediante un aereo porticato
Fig. 8 La torre littoria, oggi totalmente dimenticata.
.
Fig. 9_Prospetto interno, 1933.
Fig. 10_ Sezione, 1933.
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sostenuto da quattro setti, filtro tra l’arengario adiacente l’ex Orto Botanico (l’attuale Villa
Comunale) e la corte interna della Casa del Balilla utilizzata quale palestra all’aperto. La
visione della pianta dell’intero complesso rimanda ancora ad una forma ad L (Fig. 11)
decisamente più dinamica: l’assenza di allineamenti tra gli assi di simmetria degli edifici
principali, della torre littoria e del suo basamento semicircolare, le sottili lastre di
collegamento, rinviano alla lezione di Walter Gropius ed alla sua opera più paradigmatica,
ovvero l’edificio della Bauhaus, costruito nel 1925-26 a Dessau in Germania (Fig. 12).
..
Proseguendo nella descrizione abbiamo che dall’ingresso dell’edificio principale (Fig.
13/14), collocato a circa due metri dalla quota stradale e preceduto dalle ampie scale
laterali alla torre littoria, ci si immette nell’atrio degli uffici del partito, illuminato da una
vasta parete a doppia altezza in vetrocemento (Fig. 15/16), collegato mediante scale,
rivestite in marmo bianco presente anche per tutte le pavimentazioni interne, al primo piano
e al foyer del teatro. Quest’ultimo spazio ospita gli ingressi da Via Roma e dalla corte, e le
scale che conducono al piano interrato ed agli ambienti sottostanti la torre e arengario.
…..
…………
…Fig. 11_Pianta piano terra della Casa del Balilla di Avellino, 1933.
……… .Fig. 12_Walter Gropius, Bauhaus, costruito nel 1925-26 a Dessau in Germania.
Figg. 13-14_Prospettiva dell’ingresso del 1933 e quello attuale.
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La facciata sud su Via Roma dell’edificio è scandita da aperture regolari: le uscite di
sicurezza ed il portale d’ingresso al foyer del cinema/teatro (Fig. 17), le finestre quadrate
degli uffici al piano rialzato delineate da spesse e lineari cornici in marmo, ed il loggiato al
piano primo, la cui lunghezza risulta modulata dai pilastri della struttura.
.
Procedendo nell’analisi esterna abbiamo che il rivestimento a lastre di marmo bianco venato
di Carrara della torre littoria è forato da piccole finestre e dal balcone per le adunate;
illuminanti la scala interna, l’ampia parete in vetrocemento, inquadrata nel telaio
strutturale, contraddistingue, con l’ingresso al foyer e le tre finestre piano primo,
rigorosamente di forma quadrata, il prospetto del corpo uffici che si affaccia sulla corte
interna. Infine finestre delle stesse dimensioni sono collocate al piano terra del
cinema/teatro, la cui disposizione regolare è interrotta dall’ingresso di servizio ai camerini
e al palcoscenico (Fig. 18).
Al delicato telaio strutturale, svelato in molti punti dell’edificio, contrastano la spessa
muratura di tamponamento in blocchi di tufo, il solido rivestimento basamentale – deciso
segno della marcata orizzontalità di tutto il complesso – e le rigorose cornici delle finestre,
entrambi in marmo di Carrara. Dall’opera su Enrico Del Debbio redatta da Enrico Valeriani
riportiamo un passo significativo che delinea, ulteriormente, la cifra stilistica dell’architetto:
«a differenza di altri, ad esempio un Piacentini, del Debbio non può essere definito un
architetto di regime. Non è soprattutto in termini ideologici, in quanto non ha fatto
dell’architettura uno strumento di potere. La sua architettura è invece il frutto diretto di
quel tipo di cultura che l’esperienza del romanticismo post risorgimentale, attraverso le
innocue sovversioni futuriste, le suggestioni floreali ed i livelli razionalisti finì per
Figg. 15-16_Foto interna del piano terra e del primo piano, anno 1995.
Fig. 17_Il portale d’ingresso del cinema- teatro e con uscite di emergenza.
Fig. 18_Veduta esterna nord del cinema con ingresso di servizio ai camerini e al palco.
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consumarsi nella Seconda Guerra Mondiale.»[3]. È doveroso menzionare anche quanto
analizzato sulla “Casa del Balilla” di Avellino (successivamente G.I.L.) da Maria Luisa Neri,
attraverso la più recente monografia sull’architetto carrarese: «La sottesa linea di tendenza
tradizionalista espressa da quest’architettura [cfr. la Casa del Balilla di Agrigento] senza
aggettivazioni decorative, proprio per le sottrazioni cui la sottopone, contiene in nuce tutte
le categorie che condurranno alla progressiva astrazione sviluppata negli anni successivi.
Astrazione evidente nella Casa del Balilla di Avellino. Questa, come segno visibile del nuovo
modo di educare i giovani spiritualmente e fisicamente, trova posto nella zona di
ampliamento della città secondo le previsioni del piano regolatore redatto da Cesare Valle,
in un’area ampia, salubre e ai limiti della città esistente: l’edificio è costruito nel “rione
degli studi”, a fianco della Villa Comunale trasformata in giardini pubblici.»[4].
4. Conclusioni
Queste considerazioni confermano la ricerca della chiave compositiva utilizzata da Del
Debbio nel progetto della Casa del Balilla di Avellino, in cui un misurato gioco volumetrico
ed un sapiente controllo dimensionale degli spazi interni, riconsegnano l’immagine di
un’architettura proporzionata nei singoli corpi di cui è composta e nel suo insieme, e anche
rispetto al contesto in cui si inserisce. Nel nostro edificio il controllo della forma non rifiuta
i contributi innovatori, annullando articolate norme compositive che riguardano gli
ordini
, la
sovrapposizione e la giustapposizione degli
ordini
, le misure dei pilastri rispetto alle altezze,
le dimensioni del “piano nobile” rispetto a quelli sottostanti e sovrastanti; ma la cosa che è
più confortante è il trionfo della tridimensionalità volumetrica sulla bidimensionalità che
concorre a formarla. La composizione architettonica trasmette
messaggi
e
parole
nuove,
entra compiutamente nel codice del movimento moderno, importa i codici razionalisti di Le
Corbusier e, come accennato, di Gropius, il neoplasticismo di J.J.P. Oud, il rigore e
l’essenzialità di Mies van der Rohe e, sul piano creativo di Giuseppe Terragni:
un nuovo
che
è sensibile alle articolazioni spaziali e al continuum tra edificio e paesaggio. Infine il nostro
edificio si mostra altresì come un’architettura in grado di dialogare e rapportarsi con
l’edilizia minore esistente e con quella sorta nel dopoguerra, come l’edificio del Genio
Civile, il quartiere INA Casa ed il Museo Irpino, quest’ultimi progettati dall’architetto
Francesco Fariello (allievo di Del Debbio), ma che non è riuscita a reggere inidonei
interventi della seconda metà degli anni ‘50, che ne hanno parzialmente sfigurato i volumi.
Ma è stata soprattutto l’immagine complessiva dell’edificio a risultare irrimediabilmente
compromessa dalle soffocanti presenze del post-terremoto, le quali, modificando gli originari
ambienti interni e gli spazi esterni circostanti, ne hanno alterato immagine e funzione. Il
recente intervento di restauro, ripristinando la configurazione originaria dell’intero
complesso, liberandolo da invadenti superfetazioni, ha inteso restituire la dignità sottratta
nel tempo all’edificio, nonché una delle rare testimonianze di architettura razionalista alla
città. Philippe Daverio concludendo asseriva: «cosa rimane di tutto quel percorso
edificatorio del ventennio fascista che subirono la damnatio memoriae e tornano oggi a
essere esempi dell’architettura; del prototipo di quell’estetica che abbiamo chiamato fascista
dal 1911 prima della guerra e 11 anni prima della marcia su Roma. Era quell’architettura
fatta per durare nei secoli, infatti non invecchia, non era fascista, divenne aulico modello
internazionale e oggi l’abbiamo sostituita con l’effimere costruzioni dovute all’appetito dei
palazzinari e dei cementificatori e….. fine della storia!»[5].
_________________________________________________________________________________________________
Note bibliografiche
1. Puntata del Passepartout,
Architettura Fascista Non Fascista
, di Philippe Daverio,
andata in onda il 10-8-08 su RAI 3, 8 gennaio 2014;
2. http://inventari.fondazionemaxxi.it/AriannaWeb/main.htm#128920_archivio;
3. Enrico Valeriani,
Del Debbio
, Editalia Roma, 1976, p. 16;
4. Mostra
Enrico Del Debbio architetto
.
La misura della modernità
, Roma, Galleria
Nazionale d’Arte Moderna, 07/12/2006 – 04/02/2007, Catalogo
Enrico Del Debbio
di
Maria Luisa Neri, Idea Books, Milano, 2006, p. 139;
5. Philippe Daverio,
Architettura Fascista Non Fascista
; pp. cit..
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Bibliografia
– Enrico Del Debbio, scheda in
Guida agli archivi di architettura a Roma e nel Lazio
, a cura
di Marghreta Guccione, Daniela Pesce, Elisabetta Reale, Gangemi Editore, Roma 2008;
– Giuseppe Pagano,
Architettura e città durante il fascismo
(a cura di Cesare de Seta),
Editoriale Jaca Book SpA, Milano 2008;
– Marcello Piacentini,
Il Foro Mussolini in Roma. Arch. Enrico Del Debbio
, in “Architettura”,
fascicolo II, Roma febbraio 1933;
– Enrico Valeriani,
Del Debbio
, Editalia Roma, 1976.
Indirizzo corrente:
Maurizio Abeti, MSc_PhD
Docente del Corso di Storia dell’Arte Contemporanea e delle Arti applicate
Universitas Mercatorum
Piazza Mattei, 10
00186 Roma (Italia)
e-mail: maurizio.abeti@unimercatorum.it
Pellegrino Carullo, PhD
Dottore di Ricerca
Universita di Salerno
Via Giovanni Paolo II, 132 84084 Fisciano (SA)
e-mail: pcarullo@unisa.it
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