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Abstract and Figures

I misteri del Monte Sibilla e dei Laghi di Pilato, situati tra i Monti Sibillini in Italia, costituiscono entrambi enigmi antichi e ancora inspiegati. In due precedenti articoli, "Nascita di una Sibilla: la traccia medievale" e "Una leggenda per un prefetto romano: i Laghi di Ponzio Pilato", abbiamo posto in evidenza due livelli narrativi addizionali, connessi alla figura di Morgana la Fata e alla nota tradizione leggendaria che ha circondato la figura di Ponzio Pilato. Con un terzo articolo, "Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende", abbiamo identificato una serie di aspetti comuni che segnano entrambe le leggende, sia in relazione al Lago di Pilato che alla Grotta della Sibilla, con almeno tre tratti condivisi: leggendarie presenze demoniache; rituali negromantici effettuati presso entrambi i siti; e leggendarie tempeste e devastazioni che si sarebbero levate da ambedue i luoghi. Con un quarto articolo, "Monti Sibillini, un lago e una grotta come accesso oltremondano", abbiamo posto in evidenza il carattere oltremondano che segna il massiccio dei Monti Sibillini, e gli stretti legami letterari che possono essere rilevati tra i racconti leggendari relativi alla Grotta della Sibilla e al Lago di Pilato, situati tra i Monti Sibillini, e due notissime narrazioni, di enorme successo, che descrivono due specifici viaggi all'interno delle regioni oltremondane: la leggenda della Sibilla Cumana e la leggenda del Purgatorio di San Patrizio. Con questo conclusivo articolo presentiamo le nostre considerazioni finali e un innovativo modello congetturale in merito alla potenziale origine delle leggende che abitano i Monti Sibillini. Si propone inizialmente un completo riepilogo delle ipotesi che sono state elaborate, attraverso più di centocinquanta anni, da filologi, ricercatori e anche saggisti e scrittori sulla possibile origine dei racconti leggendari connessi alla Grotta della Sibilla e al Lago di Pilato, nel tentativo strenuo quanto infruttuoso di disvelare il peculiare carattere che queste montagne sembrano manifestare attraverso i secoli. Successivamente, viene proposta una nuova e originale congettura sull'origine delle leggende dei Monti Sibillini, mai elaborata in precedenza. E la chiave interpretativa posta alla base di questa nuova ipotesi è legata ai terremoti. Fin da tempi molto antichi, quest'area è stata colpita da terremoti particolarmente devastanti, in modo ricorrente. Lo stesso volto delle montagne è stato significativamente mutato dagli effetti degli eventi più intensi. Terremoti di minore intensità si verificano continuamente in questo territorio, molti dei quali percepibili dall'uomo. Vibrazioni e rombi sono spesso udibili. I residenti di oggi sanno bene come un terremoto catastrofico possa avere luogo in ogni momento, annunciato da sequenze di tremiti minori, o anche in modo del tutto inatteso. Essi sanno che la morte può colpire in modo subitaneo, e che nello spazio di pochi secondi la loro stessa vita e quella dei loro familiari può andare incontro a mutamenti drammatici, o addirittura concludersi al di sotto delle macerie di un tetto in fase di collasso, così come effettivamente avvenuto nel 2016. Dopo un'esauriente trattazione del carattere sismico dei Monti Sibillini, viene formulata una congettura relativa ad una possibile antica natura oltremondana del Lago e della Grotta. In un remoto passato, i due elementi di riferimento geografico potrebbero essere stati considerati come punti di pasaggio verso una qualche sorta di presenza demoniaca, un accesso che sarebbe stato possibile aprire per mezzo di rituali negromantici, un punto di contatto con un Aldilà sotterraneo e con le potenze ctonie che leggendariamente vivevano nel sottosuolo. Prima della conquista romana nel terzo secolo a.C. è possibile ipotizzare che le antiche popolazioni di Sabini e Piceni possano avere sviluppato un qualche genere di racconto leggendario, e una potenziale forma di culto, in relazione alla natura e alla venerazione dei terremoti, considerati come demoni o divinità malvagie. In presenza quasi costante di terremoti, dovuti alla sussistenza di un sistema di faglie attive poste al di sotto dei Monti Sibillini, la tradizione locale, attraverso i secoli dell'Età del Ferro, potrebbe avere stabilito dei luoghi di culto montani presso il Lago e la Grotta, dove è possibile che siano stati effettuati rituali negromantici tesi all'ottenimento della cessazione delle sequenze sismiche, al fine di implorare pietà e salvezza. Viene dunque proposto un completo modello congetturale basato su questo ipotetico scenario, con un'approfondita analisi delle motivazioni che dovrebbero condurre la ricerca in questa direzione. Viene inoltre stabilito un collegamento di grande interesse con la tradizione associata alla Grotta della Sibilla e al Lago di Pilato in relazione alle leggendarie, devastanti tempeste che si scatenerebbero dai due siti: un chiaro riferimento, benché totalmente trascurato dagli studiosi fino a oggi, alle antiche credenze sull'origine dei terremoti così come riferite da Aristotele, Lucrezio, Seneca e Plinio il Vecchio. Questo articolo conclusivo, assieme alla serie completa di articoli giù pubblicati nell'ambito del progetto "Sibilla Appenninica e Laghi di Pilato: un viaggio nella vera origine di misteriosi racconti leggendari", rende possibile un'approfondita comprensione, mai raggiunta in precedenza, del mitico nucleo dell'affascinante complesso leggendario che abita i Monti Sibillini, nell'Italia centrale. Questo articolo costituisce la Parte 2 dell'articolo completo riguardante la predetta tematica.
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MICHELE SANVICO
SIBILLA APPENNINICA
IL MISTERO E LA LEGGENDA
MONTI SIBILLINI, LA LEGGENDA CTONIA1
PARTE 2
5. Terremoti: in cerca di un contatto oltremondano
Nei precedenti paragrafi abbiamo illustrato la stretta connessione che esiste
tra i Monti Sibillini e le marcate caratteristiche sismiche che segnano
questo territorio.
Attraverso molti secoli e millenni, terremoti particolarmente devastanti si
sono verificati in quest'area su base ricorrente. Il volto stesso del massiccio
montuoso è stato modificato dagli eventi più potenti. Piccoli terremoti
colpiscono incessantemente questa regione, molti di essi collocati poco al
di sopra della soglia di sensibilità umana. Vibrazioni e boati possono essere
1 Articolo pubblicato il 25 marzo 2020 su https://www.researchgate.net/ and https://www.academia.edu/
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spesso percepiti. Tutti sono coscienti del fatto che un catastrofico terremoto
potrebbe avere luogo in ogni momento, preannunciato da sequenze di
tremori più piccoli, o anche senza alcun preavviso di sorta. Tutti sanno
come sia possibile che da questi eventi conseguano esiti particolarmente
infausti, e come nello spazio di pochi secondi la stessa vita delle persone
che vivono in queste terre e la vita delle loro famiglie possa subire un
drammatico cambiamento o anche trovare termine sotto le macerie di un
tetto in fase di collasso.
Questo è proprio ciò che è avvenuto nelle giornate del 24 agosto e del 30
ottobre 2016.
Eppure, ciò che abbiamo discusso in queste pagine è la vita in questo
territorio, nonché la percezione che le popolazioni in esso residenti hanno
delle onde sismiche, nel nostro presente, in relazione a uomini e donne
appartenenti alla nostra contemporaneità, che vivono nel ventunesimo
secolo, e dunque pienamente immersi in un contesto scientifico e culturale
in grado di fornire loro informazioni esaustive in merito alla vera natura dei
terremoti, da considerarsi come un effetto del reciproco spostamento delle
titaniche placche che compongono la crosta della Terra.
Ma cosa possiamo affermare a proposito delle credenze, delle convinzioni e
dei timori della gente, in epoche in cui la teoria elaborata da Alfred
Wegener sulla deriva dei continenti apparteneva ancora a un lontano
futuro? Come era la vita, tra i Monti Sibillini, quando a nessuno nulla era
dato sapere a proposito di tettonica delle placche, linee di faglia e livelli
sismogenetici?
Cosa significava vivere tra i Monti Sibillini nel medioevo, o nell'antichità
classica, o addirittura prima dell'arrivo delle legioni di Roma?
I terremoti erano già lì. Le manifestazioni tipiche di questi fenomeni erano
esattamente simili a quelle che possiamo osservare oggi, e che si sono
palesate anche nel corso dei secoli più recenti.
Come reagivano, quelle popolazioni, ai terremoti?
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Fig. 65 - L'opera Entstehung der Kontinente und Ozeane (The Origin of Continents and Oceans) di Alfred
Wegener pubblicata a Brunswick nel 1920, con un diagramma che illustra la deriva dei continenti (p. 61)
Andremo ora a esaminare in maggiore dettaglio le caratteristiche e il modo
di vivere delle popolazioni che abivano l'Appennino centrale prima della
conquista romana. Perché anche questi uomini erano soggetti ai devastanti
effetti esplicati dai terremoti sulle loro vite, abitazioni e famiglie.
Anche loro erano spaventati. E, forse, il sentimento di timore che essi
esperimentavano era molto più intenso e sconvolgente di quanto questa
emozione non possa essere oggi, nei giorni della nostra contemporaneità.
5.1 Vivere tra le montagne in antico
Nel 290 a.C., il console romano Manio Curio Dentato si inoltrò con le sue
truppe nella regione montuosa dell'Appennino centrale e travolse i Sabini,
l'antica popolazione che viveva nella regione che oggi è nota con il nome di
Monti Sibillini:
«Dopo i Latini essi [i Romani] attaccarono le genti dei Sabini, i quali,
immemori della relazione che già in passato era venuta a stabilirsi con Tito
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Tazio, parevano essere stati contagiati dallo spirito bellicoso dei Latini, e si
erano alleati con essi. Durante il consolato di Curio Dentato, i Romani
devastarono con il ferro e con il fuoco tutto quel territorio posto tra il Nera,
l'Aniene e le sorgenti del Velino, chiuso dal mare. Con questa vittoria fu
soggiogata un'area così vasta e popolazioni così numerose che nessuno,
nemmeno il vincitore, poté valutare la portata della conquista».
[Nel testo originale latino: «A Latinis adgressus est gentem Sabinorum, qui
immemores factae sub Tito Tatio adfinitatis quodam contagio belli se
Latinis adiunxerant. Sed Curio Dentato consule omnem eum tractum, qua
Nar, Anio, fontesque Velini, Hadriano tenus mari igni ferroque vastavit.
Qua victoria tantum hominum, tantum agrorum redactum in potestatem, ut
in utro plus esset nec ipse posset aestimare qui vicerat»].
In questo brano, tratto dall'Epitome de Tito Livio di Lucio Anneo Floro,
possiamo osservare i Romani che si spingono all'interno della regione che
costeggia la Via Salaria, la strada che attraversa l'Appennino centrale,
penetrando in profondità in quell'area situata tra il corso del fiume Nera e
l'antica città di Norcia. Da quel momento in poi, quella terra sarà parte di
una nuova 'praefectura' posta sotto il dominio di Roma.
Fig. 66 - Il brano che descrive la conquista romana della Sabina tratto dall'opera Epitomae de Tito Livio di
Lucio Anneo Floro (manuscript Pal. Lat. 894 conservato presso l'Universitätsbibliothek a Heidelberg),
folium 9r)
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Nell'età classica, i Monti Sibillini erano conosciuti con il nome di 'Tetrica
rupes', che significa 'cupa, minacciosa montagna', così come menzionato da
Virgilio nel Libro VII del suo poema 'Eneide', quando egli descrive le
truppe italiche inviate contro l'invasore Enea (vv. 706-713):
«Ecco giunge il grande Esercito dell'antica stirpe dei Sabini [...] dopo che
Roma fu in parte data ai Sabini [...] ecco coloro che venivano dalla
spaventosa rupe Tetrica».
[Nel testo originale latino: «Ecce Sabinorum prisco de sanguine magnum
Agmen [...] postquam in partem data Roma Sabinis [...] qui Tetricae
horrentis rupes»].
Fig. 67 - Il passaggio dall'Eneide di Virgilio contenente la frase sulla 'Tetricae horrentis rupes'
(manoscritto Harley 2772, British Library, folium 5r)
Come illustrato nel nostro precedente articolo Il mondo della Sibilla: gli
Appennini e i Monti Sibillini, questa denominazione trova ulteriore
conferma nelle opere di Servio Mario Onorato, erudito vissuto nel quinto
secolo («lo scosceso e impraticabile Monte Tetrico si trova nella terra dei
Sabini, dove gli uomini sono duri e sono chiamati 'tetrici', scontrosi e
cupi»), Silio Italico, console del primo secolo, («assieme ad essi arrivano i
soldati di [...] Rieti, sacra alla grande Madre degli Dèi, e Norcia abitata
dalle brine, e coorti dalla rupe tetrica»), e Marco Terenzio Varrone («anche
ora ci sono in molti luoghi varie specie di armenti selvatici. [...] Ci sono
infatti in Italia molte capre presso i monti Fiscello e Tetrica»).
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Ma la relazione tra Romani e Sabini risale a tempi assai più antichi, con il
leggendario racconto del 'Ratto delle Sabine' che è parte del mito di
fondazione di Roma stessa.
Sull'altro versante del 'Tetricus Mons' viveva un'altra antica popolazione, i
Piceni. Secondo la tradizione, essi erano di origine Sabina, essendosi
trasferiti presso il lato orientale del loro territorio nativo in cerca di nuove
terre, come riferito da vari autori classici, tra i quali il geografo del primo
secolo Strabone:
«I piceni giunsero qui dalla Sabina, guidati da un picchio che mostrò loro la
via, e che dette il nome alle loro genti: essi lo considerano sacro al dio
Ares. Il loro territorio si estende dalle montagne alle pianure e al mare».
Fig. 68 - I Piceni menzionati da Strabone nella sua opera Rerum Geographicarum, da una versione greco-
latina pubblicata a Basilea nel 1571 (p. 263)
I Piceni furono sottoposti all'influenza di Roma negli stessi anni dei Sabini,
dopo la terza guerra sannitica (298 - 290 a.C.), nella quale essi
combatterono a fianco dei romani.
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È al di fuori degli scopi della presente ricerca fornire un'illustrazione
dettagliata dei risultati ottenuti e delle ipotesi elaborate dai moderni
ricercatori in relazione all'origine sia dei Sabini che dei Piceni, le due
popolazioni che costituiscono l'oggetto del nostro interesse nell'ambito
dell'investigazione che stiamo conducendo sull'origine delle leggende dei
Monti Sibillini. È sufficiente riferire, in questa sede, che le ricerche
archeologiche hanno accertato la presenza di manufatti in questo territorio
sin dall'età del Neolitico, tra il 5.000 e il 3.000 a.C. Nel corso dell'Età del
Ferro, che ha inizio indicativamente dopo il 1.000 a.C., i Sabini potrebbero
avere effettuato la propria migrazione verso est, oltre i Monti Sibillini e in
direzione del mare, dando origine a una discendenza di coloni Piceni nella
zona meridionale delle odierne Marche.
Quale genere di uomini abitava quel territorio così remoto e isolato, prima
dell'arrivo dei romani? Come vivevano? E dove?
Nel lato occidentale della 'Tetrica rupes', i Sabini vivevano in un territorio
scarsamente popolato, e fortemente segnato dai costumi della transumanza,
che implicava un trasferimento stagionale delle greggi dai pascoli dell'Italia
meridionale alle erbose distese poste in prossimità del Monte Vettore, a
Norcia e presso l'odierno Pian Grande: «transumanza e commercio
dovevano essere le forme prevalenti di occupazione umana di un territorio
appenninico con un ambiente ancora quasi totalmente naturale. Una
pressoché continua copertura arborea, anche dei piani vallivi, lasciava il
posto ad ampie radure destinabili al pascolo e a poche colture di sussistenza
nei pressi dei corsi d’acqua [...] nel contesto della rete di calles che
segnavano l’Appennino per la transumanza verticale e orizzontale, che si
ripropone non a caso come chiave di lettura profonda, archetipa, della
storia economica di questo territorio» (Paolo Camerieri, La centuriazione
dell'ager Nursinus, in Nursia e l'ager Nursinus - Un distretto sabino dalla
praefectura al municipium, a cura di Simone Sisani, 2013).
Le caratteristiche dei luoghi collocati a fianco delle più elevate montagne
del massiccio dei Sibillini, «consentono di pensare all'industria armentizia
come alla principale fonte di ricchezza: in particolare i Piani di Castelluccio
(Grande, Piccolo, Perduto), da sempre interessati all'allevamento stanziale e
transumante» (Romano Cordella et al., La Sabina settentrionale: Norcia,
Cascia e Valnerina romane, 2007).
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E così non costituisce affatto una sorpresa l'osservare come in quest'area,
che costituisce la porzione più occidentale dei Monti Sibillini, nessun
significativo insediamento urbano sia presente, ad esclusione della città di
Norcia. In antico, neppure Norcia poteva qualificarsi come un insediamento
di dimensioni significative: sulla base delle evidenze archeologiche, è
solamente durante l'Età del Ferro, attorno al nono secolo a.C., che semplici
capanne avrebbero iniziato a fare la propria apparizione, successivamente
sostituite, due secoli dopo, da recinti in muratura, accompagnati da una
necropoli che contiene, tra l'altro, resti maschili di ricchi guerrieri.
Nondimeno, la parte più estesa della presente area urbana sarà
estensivamente edificata solamente dopo la conquista romana (Liliana
Costamagna, Dinamiche insediative tra Umbria e Sabina in età preromana,
in Nursia e l'ager Nursinus - Un distretto sabino dalla praefectura al
municipium, a cura di Simone Sisani, 2013).
Anche l'antico sito di culto posto ai piedi dei monti che si innalzano
immediatamente a nord di Norcia, Forca di Ancarano, parrebbe essere stato
attivo tra il settimo e il quinto secolo a.C., con una discontinuità nel secolo
successivo e una successiva ripresa al momento dell'arrivo dei romani
(Simone Sisani, Da Curio Dentato a Vespasio Pollione: conquista e
romanizzazione del distretto nursino, in Nursia e l'ager Nursinus - Un
distretto sabino dalla praefectura al municipium, a cura di Simone Sisani,
2013).
Oltre a Norcia, nel territorio circostante sono state rinvenute tracce di
insediamenti di dimensioni assai limitate. Nella vicina Piana di Santa
Scolastica, nessun resto di 'villae rusticae' (ville e fattorie di campagna) è
stato mai ritrovato. Sembra perciò ragionevole supporre che «esistesse un
alternativo sistema insediativo paganico-vicano sopravvissuto
sostanzialmente integro sino ai nostri giorni, come sembrerebbe suggerire
in modo puntuale e convincente l’ubicazione di pressoché tutti gli odierni
borghi in corrispondenza di assi centuriali ed a distanza costante, piuttosto
regolare, l’uno dall’altro» (Camerieri, op. cit.). Infatti, «occorre di contro
osservare che sulle alture disposte ai margini della conca di Norcia si
segnalano invece situazioni insediative importanti, che non vanno
sottovalutate per comprendere appieno le dinamiche abitative dell'area [...
presso] Monte della Civita, [...] Croce di Norcia, [...] Legogne [... e]
Ocricchio». L'impressione complessiva è che «i castellieri che segnano i
valichi di ingresso nella conca nursina sorgessero non in rapporto ad uno
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specifico insediamento ma in funzione della conca nel suo complesso, dove
i vari abitati, pur materialmente distinti, formassero comunque un'unica
comunità» (Costamagna, op. cit.).
Oltre a ciò, solamente «insediamenti o siti forticati d’altura [erano presenti]
per il controllo degli itinerari di transumanza» (Camerieri, op. cit.).
La distribuzione degli insediamenti pare sottintendere la presenza di una
«proprietà fondiaria parcellizzata [...] cui non doveva mancare il supporto
di edifici destinati, oltre che alla residenza dell'uomo, alla lavorazione e alla
conservazione dei prodotti agricoli e zootecnici [... con] unità contadine
autosufficienti e un sistema binario agro-pastorale sostanzialmente di
sussistenza» (Cordella et al., op. cit.).
Nel versante orientale della 'Tetrica rupes', i Piceni hanno esperimentato un
percorso di sviluppo differente, specialmente a partire dal settimo secolo
a.C. e soprattutto nella porzione settentrionale dell'odierna regione delle
Marche: «il territorio si andava progressivamente aprendo ai contatti con
l'esterno: le comunità picene si approvvigionavano di grandi quanti di
beni importati, come anche di saperi tecnologici per la produzione di
sofisticati oggetti su base locale, [...] dal metallo all'ambra, all'avorio e
all'osso. In conseguenza di ciò, queste comunità divennero più ricche e [...]
acquistarono la possibilità di accumulare un benessere fino a quel punto
mai da esse sperimentato» (Corinna Riva, The Archaeology of Picenum -
The Last Decade, in Ancient Italy. Regions without Boundaries, a cura di
Guy Jolyon Bradley et al., 2007). In questa area più settentrionale, gruppi
di Galli Senoni vennero a insediarsi all'inizio del quarto secolo a.C.
Nella porzione meridionale delle Marche, posta nel versante orientale dei
Monti Sibillini, dove i Sabini avevano effettuato la propria migrazione,
questo processo di sviluppo storico, commerciale e artistico fu certamente
meno rilevante, a causa dell'impervia natura della zona montuosa posta
nell'area più lontana dal mare; nondimeno, «dal nono secolo a.C. alcuni
insediamenti di maggiori dimensioni, [...] Ripatransone, Castignano e
Rotella, vennero a svilupparsi su elevati rilievi situati a circa dieci
chilometri di distanza l'uno dall'altro, e ognuno circondato da una propria
necropoli». Tali insediamenti erano posti proprio sui pendii orientali dei
Monti Sibillini. Questi «centri più interni crebbero nella zona
subappenninica, lungo i corsi dei fiumi e in prossimità dei passi montani
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dove essi potevano esercitare un controllo sui flussi di beni provenienti
dalla regione tirrenica». (Riva, op. cit.).
Occorre comunque considerare come i piccoli villaggi di Montefortino,
Montegallo e Montemonaco, collocati esattamente ai piedi del Monte
Vettore e del Monte Sibilla, appaiano essere di origine più tarda: solamente
l'ultimo di essi pare risalire all'età dell'impero romano, essendo gli altri due
insediamenti databili alla tarda antichità. L'insufficiente attività di scavo
archologico e la mancanza di ritrovamenti rendono impossibile accertare la
natura di questi insediamenti prima dell'arrivo dei romani, benché si possa
supporre che piccoli avamposti possano essere esistiti per il controllo dei
sentieri che conducevano alle terre e ai pascoli più elevati del Pian Grande
e anche oltre, fino ai territori dei Sabini.
Questo è il quadro generale che ci viene fornito dalla storia e
dall'archeologia.
Proviamo ora a prendere in considerazione questa base di conoscenza, con
l'obiettivo di integrare i dati disponibili con lo scenario che abbiamo
delineato nei precedenti paragrafi in merito al ruolo peculiare che i
terremoti hanno interpretato tra i Monti Sibillini nel corso dei millenni.
Terremoti che hanno colpito, ripetutamente e con forza, anche quelle stesse
popolazioni antiche: i Sabini e i Piceni.
5.2 Sabini e Piceni di fronte alla furia dei terremoti
Sabini e Piceni. Dall'Età del Ferro in avanti, e forse sin da tempi ancora più
antichi, essi e i loro antenati hanno abitato lo stesso rilievo montuoso: la
'Tetrica rupes', come essa era denominata dai romani, un massiccio oggi
conosciuto con il nome di Monti Sibillini.
Perché questo scosceso, remoto, inospitale rilievo, posto tra le ben più
invitanti colline e pianure dell'Umbria e l'accogliente linea costiera delle
Marche, è stato scelto, per co tanti secoli e millenni, come luogo di
dimora?
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Gli uomini hanno vissuto in questo territorio fondamentalmente perché
attratti dalla presenza di un pianoro in altitudine coperto da estese praterie
erbose: il Pian Grande, collocato direttamente al di sotto del versante
occidentale dell'imponente Monte Vettore. Si tratta di una sorta di inatteso
tesoro, nascosto all'interno di questa regione gelida e ostile: una vera
dovizia, occultata tra le più spaventose montagne, assai adatta
all'allevamento e al pascolo delle greggi, nonché alla transumanza da e per
le altre regioni italiane.
Inoltre, in questo territorio segnato da alte montagne e impenetrabili
foreste, esisteva anche un'ulteriore area presso la quale gli uomini potevano
confortevolmente stabilirsi: si trattava della Piana di Santa Scolastica, dove
l'acqua era abbondante, vasti spazi per le colture erano disponibili, e i
pascoli d'altitudine situati al di sotto del Monte Vettore potevano essere
facilmenti raggiunti e controllati. Fu che venne fondato il primo nucleo
della città di Norcia, un piccolo insediamento che conoscerà un
significativo sviluppo solamente dopo l'instaurazione del dominio di Roma.
Fig. 69 - Il massiccio dei Monti Sibillini con i suoi fertili altipiani adatti all'allevamento e alla
coltivazione di specifiche colture
Quest'ultima area era anch'essa posta nel versante occidentale dei Monti
Sibillini, così come anche il Pian Grande, mentre l'altro lato delle
montagne, con i suoi pendii volti a oriente, non presentava alcuno spazio
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equivalente che fosse adatto alla localizzazione di significativi
insediamenti, in quanto le colline boscose tendono ad ascendere
rapidamente verso i ripidi versanti delle vette principali.
Dunque, un tesoro si trovava in quelle zone. Non si trattava, solamente, di
una regione di nude montagne. Lì vi erano pianure. Vasti, estesi altipiani,
specialmente in corrispondenza del lato occidentale di quegli elevati rilievi.
Terra ricca, fertile. Due ampie distese di prateria erbosa che, una volta
disboscate, erano in grado di assicurare il nutrimento a grandi quantità di
animali, sia greggi locali che armenti trasferiti stagionalmente da terre
anche distanti. Chi avesse controllato quei pascoli generosi, situati presso i
versanti occidentali dei Monti Sibillini, avrebbe goduto di una
notevolissima fonte di sussistenza, nonché avrebbe potuto disporre, in mani
locali, di un significativo potere.
E così, tra l'Età del Ferro e la conquista romana, nei secoli collocati tra il
1.000 a.C. e il 290 a.C., gli uomini dimorarono in quella regione: un unico
insediamento principale si trovava in quell'area, ed era Norcia, benché
ancora di dimensioni limitate rispetto allo sviluppo urbano che si sarebbe
verificato sotto il dominio di Roma; alcuni piccoli villaggi erano
sporadicamente presenti attorno a quell'area, e forse anche presso il
versante orientale dei Monti Sibillini, anche se questi ultimi insediamenti
non erano probabilmente soggetti al controllo esercitato da Norcia; piccoli
avamposti vegliavano sui sentieri che conducevano al Pian Grande, forse
sia dal lato occidentale che da quello orientale del Monte Vettore e delle
altre cime. In un ambiente duro e ostile, i coltivatori che vivevano nelle
piccole e disperse comunità locali praticavano un'agricoltura di sussistenza;
essi erano anche pastori, ed erano soliti condurre le proprie greggi fino alle
terre di pascolo in altura; è possibile che la transumanza fosse già effettuata
in qualche forma embrionale, non essendo oggi noto se tale pratica fosse
già in uso in tempi così antichi. La circolazione dei beni era ancora limitata,
in assenza di significativi esempi di particolare ricchezza reperiti nelle aree
dedicate a necropoli, ad esclusione di singole tombe di guerrieri.
Queste erano le popolazioni che dimoravano tra i Monti Sibillini nel
periodo dell'Età del Ferro e nei secoli successivi: Sabini e Piceni,
coltivatori e pastori, che in piccoli villaggi vivevano una vita di duro lavoro
in un ambiente naturale aspro e difficile, ai piedi di creste elevate e deserte,
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di impressionante bellezza, beneficiando della presenza, in quelle terre, di
ampie pianure.
In questo scenario, dobbiamo sempre tenere a mente il fatto che, se i Monti
Sibillini nascondevano una sorta di tesoro - gli estesi altipiani ricoperti di
pascoli erbosi - reso disponibile alle genti che avevano scelto di vivere
all'ombra di quelle vette, quegli stessi bastioni, a motivo della sottostante
struttura geologica e della possente trazione esercitata dalle potenti forze
sotterranee, celavano una terribile maledizione.
Quella maledizione erano i terremoti.
Perché - come abbiamo potuto illustrare nei precedenti paragrafi - di tanto
in tanto un furioso, terrificante terremoto si avventava su di loro.
Improvvisamente.
Morte e distruzione arrivavano dalle profondità della terra, e investivano
l'intera regione.
Sotto i loro piedi, la terra cominciava a muoversi come se un mostro
sotterraneo stesse tentando di rompere le catene che lo tenevano legato, per
irrompere nel mondo degli uomini. Di fronte ai loro stessi occhi, le
montagne urlavano e si spaccavano, e porzioni di esse crollavano. Le loro
compagne, i loro figli ed essi stessi venivano schiacciati e perivano sotto le
rovine delle loro povere abitazioni, che venivano demolite dai colpi
deliranti inflitti dai pugni giganteschi di una divinità.
E non si trattava solamente di una ricorrente devastazione, con
l'obliterazione delle proprie dimore e delle proprie famiglie.
Quelle popolazioni, in effetti, vivevano l'intera vita sotto l'incessante
minaccia dei terremoti. Essi si trovavano a essere immersi nelle spaventose
vibrazioni prodotte dalle onde sismiche, che giungevano nella notte senza
preavviso alcuno. Spesso accadeva loro di udire il boato che sorgeva dalle
profondità della terra, sempre temendo che quel suono agghiacciante
potesse crescere in intensità fino a trasformarsi in un demoniaco ruggito; e
sperando, invece, che potesse trovare pace mutandosi in un basso
mormorio, rimandando così la luttuosa distruzione a una futura occorrenza.
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Inoltre, dopo un terremoto particolarmente intenso, la popolazione locale si
trovava a esperimentare lunghi periodi temporali accompagnati da
molteplici scosse di assestamento, alcune di esse di elevata magnitudo. E
questi periodi potevano durare anche anni.
Fig. 70 - Una frattura superficiale sul versante del Monte Porche, una vetta situata tra il Monte Vettore e il
Monte Sibilla, causata dai terremoti verificatisi nel 2016
Sabini e Piceni. Popolazioni che vivevano tra i Monti Sibillini. Ed essi
erano probabilmente terrorizzati.
Nel corso dell'Età del Ferro, nessun sapere razionale, nessuna spiegazione
scientifica risultava essere disponibile. Nessuno conosceva poteva
conoscere nulla a proposito di tettonica delle placche, localizzazione delle
linee di faglia, analisi delle sequenze sismiche.
Oltre a ciò, dobbiamo anche considerare come quelle popolazioni non
disponessero di alcuna informazione in merito ai terremoti che potevano
avere luogo in altre località del mondo. Nulla essi potevano sapere a
proposito di ciò che frequentemente accadeva in altre zone sismiche, lungo
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la penisola italiana o al di del Mediterraneo. Non esisteva un sistema
educativo, non esistevano notizie, poteva formarsi alcuna percezione
delle caratteristiche e del naturale svolgersi di qualsivoglia evento analogo.
Essi erano soli. Ed erano certamente spaventati. Essi temevano per le
proprie vite. E, forse, ritenevano che la regione dove essi si trovavano a
vivere, gli odierni Monti Sibillini, costituisse un luogo particolarmente
speciale.
E così, essi cominciarono a costruire i propri specifici sogni. I propri
racconti leggendari.
Le montagne si muovevano. Le montagne gridavano. Le montagne erano
vive. O, forse, qualche cosa di vivo abitava al di sotto delle montagne.
E il loro sogno poteva forse essere questo: il terremoto era un mostro; il
terremoto era una divinità infuriata; il terremoto era una sorta di demoniaca
entità, che si nascondeva al di sotto di quei picchi imponenti e scoscesi.
Nella nostra ipotesi, nel contesto del modello che stiamo sviluppando in
merito all'origine delle leggende che abitano i Monti Sibillini, è questa la
congettura che stiamo provando a considerare: attraverso i numerosi secoli
che sono parte dell'Età del Ferro, prima dell'arrivo dei romani, le
popolazioni del luogo cominciarono a sviluppare un proprio specifico
sogno, una narrazione leggendaria, e un possibile culto, in relazione alla
natura e alla potenziale venerazione dei terremoti, considerati come una
sorta di maligna entità.
Un essere maligno che certamente essi desideravano placare. Per sfuggire
al terrore, alla distruzione, e alla morte.
Vogliamo qui ribadire la considerazione che ciò che andremo a proporre nei
paragrafi che seguono costituisce fondamentalmente una congettura, che
dovrà essere sottoposta a disamina attraverso una serie di ulteriori studi e
conferme, comprendenti potenzialmente anche nuovi scavi in sito;
nondimeno, come vedremo in seguito, si tratta di un modello che si basa,
totalmente, su considerazioni ragionevoli, tra le quali l'osservazione
dell'effettivo carattere sismico dei Monti Sibillini, l'analisi della tradizione
leggendaria concernente la Grotta della Sibilla e il Lago di Pilato, da noi
15
esaminata nei nostri precedenti articoli, con particolare riferimento a Monti
Sibillini: la leggenda prima delle leggende e Monti Sibillini, un Lago e una
Grotta come accesso oltremondano, e il contesto proposto dalla ricerca
storica e archeologica a proposito delle popolazioni che hanno abitato
questo territorio per molti secoli prima del dominio di Roma.
Nel nostro modello congetturale, una prima questione con la quale gli
antichi abitanti dei Monti Sibillini, Sabini e Piceni, devono avere avuto
necessità, forse, di confrontarsi è stata quella di instaurare un contatto con
le potenti forze del sottosuolo.
Essi avevano bisogno di comunicare con queste forze. Avevano necessità di
parlare con loro. Perché, senza la possibilità di stabilire un canale di
comunicazione, non poteva sussistere la possibilità di chiedere loro di
fermare il terremoto. Impedire un terremoto che essi temevano potesse
presto verificarsi; oppure, fermare i molteplici terremoti che erano soliti
seguire un primo, potentissimo colpo.
E dunque, dove cercare di ottenere questo contatto? Esisteva un luogo
specifico presso il quale potersi recare al fine di implorare le maligne
divinità del sottosuolo di trattenere la propria rabbia e avere pietà della loro
gente?
Sì, i Monti Sibillini, la terra dei terremoti, offriva un sito particolarmente
idoneo a questa specifica necessità.
In effetti, quelle montagne ne proponevano addirittura due. Entrambi erano
luoghi terrificanti, e certamente assai adatti all'invocazione e venerazione
degli esseri divini che vivevano al di sotto delle rocce.
Questi luoghi erano un Lago e una Grotta.
E noi li conosciamo molto bene.
16
5.3 Il Lago e la Grotta, punti di riferimento geografico verso le divinità dei
terremoti
Come abbiamo potuto vedere nel precedente paragrafo, stiamo ipotizzando
come le antiche popolazioni di coltivatori e pastori che vivevano tra i
Monti Sibillini - i Sabini e i Piceni, dispersi su numerosi piccoli villaggi
situati su entrambi i versanti del massiccio montuoso, terrorizzati dai
ricorrenti terremoti che colpivano quella regione, e percependo incessanti
avvertimenti in merito all'incombente minaccia, in forma di continui
tremori e boati provenienti dal sottosuolo - queste popolazioni abbiano
potuto sviluppare un proprio sogno leggendario. Per tentare di assicurare la
salvezza per se stessi e per le proprie famiglie, essi ritennero indispensabile
instaurare una comunicazione con il mostro, la divinità o il demone che
viveva in profondità, al fine di potere implorare di essere risparmiati, nel
tentativo di acquietare qualla ciclica furia.
Il primo problema, per quegli uomini, deve essere consistito, assai
probabilmente, nel verificare come e dove riuscire a stabilire un tale
agghiacciante contatto.
Un problema assai spinoso, perché la dimora di esseri sovrannaturali e
demoniaci non è certamente facile da rinvenire nel nostro mondo ordinario.
Ma i Monti Sibillini offrivano, in effetti, un sito adatto allo scopo. In realtà,
i siti idonei erano addirittura due.
Dobbiamo infatti ricordare come quegli uomini non vivessero in prossimità
di una pacifica spiaggia, o presso un'ampia pianura percorsa da placidi,
sinuosi corsi d'acqua.
Essi vivevano presso paurose montagne, una sorta di imprendibile fortezza
che si distaccava dalla catena appenninica principale, e la cui semplice
visione richiamava alla mente idee di titaniche divinità e potenze
sovrumane.
Come abbiamo già avuto modo di illustrare in un precedente articolo (Una
leggenda per un prefetto romano: i Laghi di Ponzio Pilato), nella parte più
meridionale di queste imponenti elevazioni si ergeva, e si erge tuttora, la
forma titanica del Monte Vettore, con la sua enorme, incombente massa: un
17
gigante arcuato che sovrastava e dominava l'intera regione con la sua
altissima vetta e i ripidissimi, spaventosi precipizi.
Profondamente incassato tra le braccia precipiti di questo gigante di pietra,
un piccolo specchio d'acqua pura e chiarissima giaceva nel silenzio
assoluto di questi luoghi. Un Lago. Esso attendeva nel proprio solitario
riparo, circondato dalle pareti, minacciose e colossali, di roccia verticale.
Si trattava di una superficie di gelida acqua cristallina, posta nel fondo del
circo glaciale del Monte Vettore, in alta quota, tra mura di roccia
torreggianti, placidamente riflettente il cielo lontano, nelle altitudini
infinite.
Fig. 71 - I Laghi di Pilato come si presentano ai nostri giorni
Tremila anni fa, così come anche oggi (ma ai nostri giorni il Lago risulta
essere suddiviso in due distinti specchi d'acqua, a causa della rovinosa
caduta di rocce dalle creste sovrastanti e a motivo del parziale collasso di
una porzione del suo limite settentrionale, come riferito da Pio Rajna
nell'articolo Nei paraggi della Sibilla di Norcia), chiunque avesse mai
18
avuto la possibilità di ascendere questa gigantesca montagna e visitare quel
luogo, occultato tra le altissime scogliere di pietra, avrebbe conosciuto bene
quella sensazione di indistinto, attonito timore che coglie lo spirito
dell'uomo quando si rimane soli dinanzi a questa terrificante potenza, che
echeggia del rumore di ogni passo, e che riverbera il suono di ogni parola
che possa essere pronunciata, con riluttante sussurro, dall'incauto visitatore.
Il Lago era, e ancora oggi è, un luogo pauroso, agghiacciante. Una sorta di
scenario teatrale, pronto per una magica, inquietante rappresentazione. Un
sito nel quale sembra stia per verificarsi, da un momento all'altro, un evento
terribile e inspiegabile. Si trattava di un luogo desolato, e totalmente
disabitato.
Era forse questo l'unico sito presso il quale gli uomini avrebbero potuto
immaginare di instaurare uno spaventoso contatto con la leggendaria,
sovrannaturale potenza che essi ritenevano potesse vivere occultata al di
sotto dei Monti Sibillini?
No, esisteva anche un secondo sito.
E si trovava non lontano dal Lago. Era necessario solamente guardare giù,
da quello stesso Lago, lungo la vallata che seguiva, e ancora segue, il
percorso di scorrimento dell'antico ghiacciaio che un tempo si annidava tra
le braccia di pietra del Monte Vettore: laggiù, a una distanza di 8,3
chilometri, e in piena linea visuale, il Monte Sibilla innalzava la propria
vetta coronata.
Il Monte Sibilla, il cui sinistro pinnacolo poteva essere raggiunto tramite un
lungo cammino che partiva dalla dorsale occidentale del Monte Vettore,
dirigendosi verso il Monte Argentella, e poi attraverso i sentieri vertiginosi
che correvano lungo le creste, tagliando lungo i picchi precipiti del Palazzo
Borghese e del Monte Porche, e che conducevano infine - oltre Cima
Vallelunga - fino alla montagna coronata.
Perché, proprio al di sotto della cima, c'era un anello di nuda, solida roccia:
un muro verticale, che si innalzava per una decina di metri, circondando la
regione superiore della montagna. Era quella la corona, una corona di
roccia strapiombante. Come un'imprendibile muraglia scavata nel corpo
stesso del monte, essa costituiva il segno della presenza di un potere regale.
19
E quel bastione apriva la via alle regioni più elevate della montagna, un
regno che sembrava essere in apparenza proibito agli esseri mortali,
essendo circondato da orridi precipizi e, nel lato volto a nordovest, da un
baratro spaventoso, che scendeva verticalmente per centinaia e centinaia
dei metri giù fino alla formidabile, oscura gola dell'Infernaccio, dove
gorgogliava il fiume Tenna, invisibile tra la vegetazione, tra le inaccessibili
scogliere di roccia precipite.
Fig. 72 - La vetta coronata del Monte Sibilla
E, effettivamente, quella corona sembrava vegliare su un luogo fatidico, un
sito dal carattere estremamente peculiare: sulla cima della montagna, una
Grotta, orribile, spaventosa, apriva le proprie tetre fauci su di uno
sconosciuto labirinto di oscure gallerie e insondabili abissi. Una tenebra
funesta, un'oscurità ostile, quasi tangibile, che pareva volere divorare le vite
degli uomini, come i corpi di coloro che avevano osato avventurarsi
all'interno delle sue cavità, aule e passaggi, e mai erano tornati indietro. Si
trattava di un luogo spaventoso, e anch'esso del tutto disabitato.
Anche in questo luogo i fantastici sogni degli antichi abitatori dei Monti
Sibillini potrebbero avere trovato un sito idoneo al fine di tentare di
stabilire un contatto con le potenze sotterranee che, nelle narrazioni
leggendarie da essi stessi elaborate, controllavano e suscitavano i terremoti:
la Grotta come una sorta di portale, che avrebbe potuto permettere una
comunicazione con l'essere demoniaco che era solito scatenare morte e
distruzione sulle loro terre.
20
Un Lago e una Grotta. Due elementi naturali, due punti di riferimento
geografico, posti nell'ambito dello stesso territorio, i Monti Sibilini, nel
quale i terremoti giocavano un ruolo primario nella vita delle popolazioni
locali.
Due elementi che erano situati all'interno di un massiccio montuoso
segnato dalla peculiare presenza di una valle glaciale, una struttura
geografica unica negli Appennini centrali, e un imponente, evocativo
scenario che può risultare particolarmente idoneo alla rappresentazione di
racconti leggendari.
Fu alla fine del Pleistocene, durante la glaciazione di Würm, un periodo che
si estende da 100.000 a 10.000 anni fa, che l'Era Glaciale produsse la
straordinaria struttura che ancora oggi segna il Monte Vettore: il circo
glaciale, un colossale emiciclo scavato nella matrice di pietra del rilievo,
che conferisce al monte la propria fantastica, formidabile conformazione
ricurva, una sorta di immenso ferro di cavallo. Fu proprio un ghiacciaio a
compiere questo prodigio, erodendo e frantumando la roccia della
montagna e la sottostante vallata con il proprio incessante scivolamento
innescato dalla forza di gravità, nel corso di centinaia e centinaia di secoli.
Fig. 73 - La forma arcuata del Monte Vettore, che racchiude la valle glaciale orientata verso nord
21
La forma risultante è quella di una stretta valle chiusa e allungata, di
rilevanti dimensioni: una sorta di tana o di grembo, titanico e ombroso,
intagliato nella pietra, segnato nella sua estremità più settentrionale dal
Monte Sibilla, e, ai confini meridionali, dalle creste arcuate del Monte
Vettore.
E, a partire dell'Età del Ferro fino all'arrivo dei romani, possiamo ipotizzare
come quei due elementi naturali, il Lago e la Grotta, situati all'interno di
quel gigantesco ventre protetto, possano avere assunto un ruolo assai
significativo.
Un ruolo che li avrebbe rappresentati come punti di contatto verso un
terrificante, sotterraneo Aldilà.
5.4 Santuari d'altura oltremondani
Una regione frequentemente colpita da devastanti terremoti. Un territorio
che viveva sotto l'incombente minaccia delle scosse telluriche. La terra
stessa pareva infuriarsi e contorcersi. Le montagne medesime tremavano e
talvolta addirittura urlavano rabbiosamente. Anche in quei periodi in cui la
loro violenza pareva essersi calmata, la terra sottostante tuonava e
continuava ad avvisare gli uomini che qualcosa rimaneva ancora in attesa,
lì sotto, e che il tempo della distruzione era solo rinviato.
E i cuori degli uomini erano ricolmi di terrore, superstizioso timore e un
senso di allarmata urgenza.
Risultava necessario, per quegli uomini, intraprendere azioni di qualche
sorta. I capi delle comunità locali, distribuite sui versanti orientale e
occidentale dei Monti Sibillini, con un insediamento di maggiore rilevanza
posto nell'area di Norcia, si trovavano ad essere sollecitati dalle richieste
incalzanti a loro rivolte dagli uomini, dalle donne e dalle famiglie che
vivevano in quelle terre: popolazioni impaurite e, in alcuni momenti,
travolte da puro terrore.
Per molte volte, attraverso l'Età del Ferro, le antiche popolazioni di
coltivatori e pastori che vivevano all'ombra delle montagne erano passati
22
attraverso la prova terrificante di un grande terremoto. Essi avevano fatto
esperienza del caos, della perdita di vite, della successiva, angosciosa
sequenza di scosse di assestamento, che aveva accompagnato il loro dolore
anche per anni. Oltre a ciò, nel corso di intere vite, anche in assenza di
potenti terremoti, essi avevano avuto la possibilità di percepire le
vibrazioni, i boati, le improvvise scosse nella notte, l'agghiacciante serie di
piccoli, minacciosi tremori che erano soliti provenire dal sottosuolo,
durante tutto l'anno.
Fig. 74 - La spaventosa linea di faglia attivata dalla sequenza sismica del 2016 sul versante occidentale
del Monte Vettore
Attraverso i secoli, una narrazione leggendaria concernente la causa che
scatenava le potenze delle montagne era stata certamente elaborata. Era la
gente stessa a richiederla. Essi volevano protezione. Essi volevano essere
rassicurati. Essi volevano che i terremoti cessassero. E volevano che quel
colpo distruttivo, devastante non si abbattesse su di loro.
23
Nella nostra congettura, possiamo immaginare come, in assenza di
qualsivoglia conoscenza scientifica, la risposta dei capi, o dei più visionari
tra essi, fosse che il mostro sovrumano, oltremondano che abitava nelle
profondità dovesse essere placato. Era necessario che gli uomini potessero
rivolgersi ad esso, in qualche luogo, in qualche modo, al fine di acquietare
la sua furia.
Fig. 75 - Fratture nel suolo ai piedi del Monte Argentella, due chilometri a nord di Castelluccio di Norcia:
un segno degli spaventosi effetti dei terremoti occorsi nel 2016
E i soli luoghi, tra i Monti Sibillini, nei quali si potesse pensare di stabilire
un tale terrificante contatto si trovavano lassù, tra i picchi più elevati:
presso il desolato Lago posto all'interno del circo glaciale del Monte
Vettore; oppure, presso la Grotta, tenebrosa e agghiacciante, che giaceva
sulla cima della montagna coronata, il Monte Sibilla.
viveva la belva demoniaca. gli uomini avrebbero dovuto effettuare
opportuni tentativi, con l'intento di placare la sua rabbia distruttiva.
24
Dobbiamo considerare come in questa sede si stia cercando di delineare
una congettura relativamente a un processo che deve essere durato molti
secoli. Non stiamo qui descrivendo una sorta di sequenza cinematografica,
in cui gli antichi villici si affollano impauriti attorno al loro capo religioso,
mentre quest'ultimo, il braccio sollevato, indica in alto con il dito puntando
alle fatali vette. L'elaborazione di una narrazione orale riguardante i
terremoti, la ragione del loro verificarsi e il modo di evitare la distruzione
ebbe certamente luogo nel corso di molte centinaia di anni, attraverso molte
generazioni di uomini, e con una varietà di differenti racconti e versioni
leggendarie, coinvolgenti il Lago, la Grotta, o entrambi; versioni che, oggi,
risultano essere per noi del tutto perdute.
Nondimeno, in questo frammentato contesto, possiamo ipotizzare come,
partendo da una remota antichità, entrambi i siti, il Lago e la Grotta (gli
odierni Laghi di Pilato e Grotta della Sibilla) abbiano iniziato a essere
considerati come santuari d'altura, sacri a una maligna, sovrannaturale
entità connessa alla generazione dei terremoti.
I santuari d'altura, piccoli siti dedicati alla venerazione di divinità locali e
collocati in specifiche posizioni sulla cima di colline, pendii montani,
sorgenti d'acqua e lungo i principali sentieri, costituiscono un tratto
specifico della cultura e della presenza territoriale delle popolazioni che
abitarono gli Appennini, tra le quali i Sabini e i Piceni nell'area dei Monti
Sibillini: «in età preromana i Sabini erano soliti collocare i loro santuari in
luoghi strategicamente importanti, generalmente sulle alture a controllo del
territorio sottostante e dei valichi montani» (Alessandra Romagnoli, I
santuari del distretto nursino durante l'età repubblicana in Nursia e l'ager
Nursinus - Un distretto sabino dalla praefectura al municipium, a cura di
Simone Sisani, 2013).
I santuari d'altura sono da considerarsi anche come una sorta di naturale
prodotto originatosi dal modello insediativo che quelle stesse popolazioni,
compresi i Sabini e i Piceni, avevano implementato in quegli stessi territori
per secoli: una rada distribuzione di 'vici' e 'pagi', piccoli villaggi
caratterizzati da una limitatissima strutturazione gerarchica, e un certo
numero di avamposti ancora più piccoli situati in posizioni significative
lungo i principali sentieri di passaggio. Nell'Età del Ferro, una «miriade di
piccoli e piccolissimi santuari d'altura [erano presenti nell'area di Norcia,
una configurazione che] ben si inserisce in una realtà economica,
25
amministrativa e religiosa che conosciamo ormai da molti territori
appenninici e che comunemente viene definito come 'sistema pagano-
vicanico'» (Alexandra Stalinski, Il paesaggio del sacro tra continuità e
trasformazione in Nursia e l'ager Nursinus - Un distretto sabino dalla
praefectura al municipium, a cura di Simone Sisani, 2013). Una
significativa presenza di santuari d'altura è rinvenibile anche nei territori
occupati dai Piceni, una presenza che è «strettamente connessa al carattere
non urbano della cultura picena e dovrebbe riflettere caratteristiche reali, in
base alle quali il culto doveva essere prestato in primo luogo a fenomeni
naturali, tra cui la documentazione per ora nota pone in rilievo le acque
sorgive, e a divinità legate al mondo agricolo e pastorale» (Alessandro
Naso, Piceni - Storia e archeologia delle Marche in epoca preromana,
2000).
Fig. 76 - Statuette bronzee di guerrieri databili al quinto secolo a.C. rinvenute nel deposito votivo situato
nel santuario d'altura di Ancarano di Norcia (Museo Archeologico Nazionale dell'Umbria, Perugia)
Ma i santuari d'altura erano anche l'espressione dei sentimenti religiosi e
del legame emotivo che le antiche popolazioni della penisola italiana,
26
specialmente lungo la catena montuosa degli Appennini, custodivano nel
proprio animo nei confronti di un territorio così aspro, ma anche così
amato. Sentimenti religiosi di pietà, devozione, venerazione, e timore.
Il territorio di Norcia e l'area circostante hanno restituito numerosi esempi
di santuari d'altura, da Ancarano di Norcia a Valle Fuino, e poi Monte
Alvagnano, Forma Cavaliere, Ocosce, Roccaporena, Collegiacone, Civita
di Cascia, e molti altri. Nelle odierne Marche, molti santuari sono stati
identificati, benché in modo particolare nella porzione settentrionale
dell'attuale territorio regionale, in mancanza di estese campagne di scavo da
condursi nella zona più meridionale, che costeggia i versanti orientali dei
Monti Sibillini.
Dobbiamo anche considerare il fatto che «le nostre conoscenze sui luoghi
di culto del Nursino pre- e proto-romani risultano estremamente lacunose e
ciò non soltanto in virtù della natura impervia di gran parte del territorio,
ma anche perché i dati in nostro possesso sono spesso affidati a sporadici e
fortuiti rinvenimenti [...], su cui nemmeno scavi più recenti riescono più a
fare piena luce» (Stalinski, op. cit.). E lo stessa accade nel territorio un
tempo abitato dai Piceni.
Così, nel contesto della nostra congettura, che riguarda l'origine narrativa
dei racconti leggendari che vivono tra i Monti Sibillini, stiamo ipotizzando,
in qualità di ragionevole supposizione, come il Lago e la Grotta posti sul
Monte Vettore e sul Monte Sibilla possano essere stati considerati, nel
corso dell'Età del Ferro, come santuari d'altura, dedicati forse al culto di
un'entità maligna che si riteneva potesse controllare, o originare, i potenti
terremoti che erano soliti colpire quelle terre su base ricorrente. Santuari
oltremondani, segnati dalla presenza di punti geografici di riferimento, un
Lago e una Grotta, e connessi a una specifica tipologia di eventi, il pauroso
scuotimento delle montagne.
Una possibile obiezione nei confronti della predetta congettura potrebbe
essere espressa nella forma di una verifica osservativa dei siti dove i due
punti di riferimento geografico sono situati: se guardiamo oggi il Lago e la
Grotta posti tra i Monti Sibillini, successivamente noti con gli appellativi
connessi a Pilato e alla Sibilla, nessun resto rovina di alcun piccolo
santuario o tempio è stato mai rinvenuto presso di essi. Lassù, nessuna
27
evidenza archeologica a proposito della potenziale presenza di santuari
d'altura è stata mai reperita.
Eppure, in effetti ciò che possiamo attenderci è proprio il fatto di non
trovare alcun resto di edificazioni permanenti e tangibili.
Nella terra dei Sabini, i santuari d'altura sono costituiti «di rado [... da]
strutture stabili, ossia di veri e propri edifici templari» (Stalinski, op. cit.).
Essi «non sono sempre identificabili dalla presenza di un tempio o di un
sacello. Molti luoghi di culto sabini infatti sono privi di strutture stabili,
perciò destinati a non lasciare traccia. [...] Le più antiche aree sacre dunque
non sono dotate di strutture monumentali, ma solo precarie, in quanto il
luogo naturale è di per manifestazione della divinità che risiede nella
natura stessa [..] Si tratta di un tipo di religiosità molto arcaica nella quale
sopravvivono i retaggi delle religioni animiste primitive, per cui il dio è
inscindibile dalla natura del luogo in cui si manifesta, in cui vive; ciò fa
che non necessiti della costruzione di una 'aedes'» (Romagnoli, op. cit.). Lo
stesso fenomeno ha luogo nell'area occupata dai Piceni, nella quale «non
sono documentati per l'epoca preromana resti architettonici di santuari, ma
soltanto oggetti votivi, ritrovati isolati o in depositi unitari» (Naso, op. cit.).
Dunque nulla è rimasto e quasi nulla può essere rinvenuto sul Monte
Vettore e sul Monte Sibilla, se mai alcun santuario è stato veramente
stabilito presso quel Lago e quella Grotta, ad eccezione delle possibili
offerte votive che andremo a specificare in ulteriore dettaglio nei prossimi
paragrafi. Nessuna struttura muraria, nessuna tegola, nessuna pietra
intagliata e nessuna decorazione.
Dobbiamo anche notare come ogni eventuale residuo sarebbe stato
completamente spazzato via, e cancellato, già secoli o anche millenni or
sono: il fondo del circo glaciale all'interno del quale giace il Lago è stato
soggetto a un ricorrente processo di innalzamento, a causa delle ripetute
frane in caduta dalle sovrastanti pareti di roccia, dalle quali strati e strati di
detriti sono stati riversati nelle sottostanti acque; e la Grotta ha conosciuto
una serie di successivi collassi, in parte originati dai terremoti e in parte
dovuti all'attività dell'uomo, nel tentativo di sigillare l'imbocco della
caverna per impedire l'accesso a indesiderati negromanti, e nel corso dei
posteriori sforzi effettuati al fine di riaprire quello stesso ingresso.
28
Per questo motivo, nell'attuale fase della nostra investigazione, possiamo
solo tentare di indovinare quale sorta di divinità gli uomini dell'Età del
Ferro abbiano inteso venerare o evocare presso quel Lago e quella Grotta.
Possiamo solamente sostare, con umili, esitanti passi, su ciò che costituisce
la soglia dell'antico nucleo leggendario del mito oltremondano che vive
nella porzione più centrale dei Monti Sibillini.
Ma è proprio vero, questo?
In realtà, potremmo tentare di dirigere le nostre supposizioni verso una
direzione più specifica, prendendo anche in considerazione i nostri
precedenti articoli, Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende e
Monti Sibillini, un Lago e una Grotta come accesso oltremondano.
E dunque, proviamo a fare il nostro ingresso nel cuore originario della
leggenda: un Aldilà nell'Italia centrale, nascosto tra le vette degli
Appennini.
6. L'accesso oltremondano: il cuore della leggenda
6.1 Demoni dei terremoti
Ci troviamo ora di fronte al nucleo più segreto del racconto leggendario che
abita i Monti Sibillini. Non un racconto di Sibille e prefetti romani, ma di
terremoti. E terrore.
Per procedere più oltre nel cuore originario del mito, dobbiamo tornare
indietro ai nostri precedenti articoli, Monti Sibillini: la leggenda prima
delle leggende e Monti Sibillini, un Lago e una Grotta come accesso
oltremondano.
Nei citati articoli, avevamo investigato ciò che riteniamo essere i segni
lasciati dalla leggenda originale e autoctona che parrebbe vivere tra i Monti
Sibillini: una leggenda il cui vero nucleo risulta essere occultato da livelli
leggendari aggiuntivi, che comprendono un racconto relativo a una Sibilla
Appenninica e una storia concernente il corpo maledetto di Ponzio Pilato.
29
Avevamo trovato come le narrazioni relative al Lago e alla Grotta
condividessero quattro significativi aspetti comuni.
In primo luogo, si credeva che i due siti fossero abitati da leggendarie
presenze demoniache. Inoltre, ambedue i luoghi hanno visto l'effettuazione
di rituali negromantici, anche in relazione all'evocazione di mitici demoni
locali. Terzo, presso entrambi i siti l'anomala agitazione prodotta dai
negromanti era tale da sollevare furiose tempeste, con effetti devastanti sul
territorio circostante. In quarto luogo, pareva che gli uomini ritenessero che
sia presso il Lago che nella Grotta potesse esistere un accesso a una sorta di
Aldilà, nelle possibili forme di una 'nekyia', l'evocazione delle ombre dei
morti all'ingresso di una terra di tenebra, oppure come una 'katabasis', il
viaggio che conduce un uomo mortale attraverso un punto di passaggio e
all'interno di una landa di terrore.
Ci troviamo ora proprio di fronte al nucleo più vero della leggenda dei
Monti Sibillini. Il mito più antico, quasi del tutto perduto tra le nebbie
dell'Età del Ferro.
Stiamo per addentrarci nel cuore più nascosto di questo affascinante
racconto leggendario, con l'ausilio della congettura che abbiamo inteso
delineare nel presente articolo in relazione alla peculiare natura sismica dei
Monti Sibillini, e al rapporto instaurato dalla popolazione locale con eventi
così distruttivi e terribili.
Vogliamo ancora una volta sottolineare come ciò che stiamo proponendo
costituisca uno scenario congetturale, anche se del tutto in linea con i nostri
precedenti articoli: si tratta dunque di ulteriori ipotesi, che devono essere
considerate come supposizioni formulate in merito a un'evanescente landa
popolata di sogni e credenze, che uomini e donne dell'antichità potrebbero
avere albergato nel proprio animo nel corso dei secoli dell'Età del Ferro,
prima dell'arrivo dei romani.
Possiamo dunque supporre come i capi politici e religiosi che vivevano nei
piccoli villaggi che circondavano le cime più elevate dei Monti Sibillini
avessero coscienza del carattere oltremondano sia del Lago che della
Grotta. È possibile che gli anziani fossero soliti tramandare alle generazioni
più giovani un repertorio di racconti concernenti i propri antenati, che
erano stati colpiti dai terremoti e avevano potuto udire l'urlo della
30
montagna. Essi avevano asceso le vette più scoscese al fine di ottenere
pietà da parte della montagna stessa, dove il demone risiedeva. Essi
sapevano che l'essere maligno, o più esseri maligni, dimoravano nel Lago
posto tra le scogliere precipiti di ciò che oggi conosciamo con il nome di
Monte Vettore. Essi sapevano anche che altri ritenevano, invece, come
quella dimora non fosse collocata nel Lago, in quanto secondo una diversa
versione della tradizione leggendaria la presenza demoniaca abitava la
spaventosa Grotta situata sul picco dell'odierno Monte Sibilla, non distante
dal Lago medesimo.
Possiamo immaginare come queste potessero essere le narrazioni che
venivano trasferite da una generazione alla successiva, nel volgere di molti
secoli.
E quando il terremoto colpiva nuovamente, il tempo di agire era giunto
ancora.
Un potente, devastante colpo si abbatteva sull'intera contrada, con la
propria successiva scia di spaventose scosse di assestamento. Oppure,
rombi soffocati e tremori iniziavano a scaturire dalla terra, un minaccioso
segnale del fatto che la distruzione era imminente. In entrambi i casi, la
popolazione terrorizzata domandava protezione. Essi invocavano la
cessazione dei terremoti. E chiedevano ai propri capi di agire di
conseguenza.
Possiamo immaginare come capi e sacerdoti, in compagnia più o meno
nutrita, ascendessero i ripidi versanti del Monte Vettore o del Monte Sibilla,
o anche di entrambi, in accordo con la specifica credenza che risultava
essere sostenuta dalle comunità locali in quello specifico momento storico,
relativamente alla 'efficacia' di ognuno dei due siti ai fini dell'ottenimento
di un arresto dell'attività sismica. Un precedente fallimento presso il Lago
avrebbe indotto la gente a rivolgersi alla Grotta, da ritenere come il sito di
maggior successo presso il quale tentare di conseguire la propria salvezza,
mentre un nuovo successo ottenuto presso le acque gelide poste al di sotto
delle cime del Monte Vettore avrebbe distolto l'attenzione e le speranze
dalla Grotta. In certi momenti, è concepibile immaginare che l'effettuazione
di rituali presso entrambi i siti possa essere stata considerata come
necessaria al fine di ottenere un risultato favorevole in termini di
sospensione delle scosse.
31
Fig. 77 - Il profilo orientale del Monte Vettore minacciosamente incombente sul piccolo insediamento di
Pretare, in un'immagine scattata prima della totale distruzione del borgo a seguito della sequenza sismica
del 2016
Cosa avrebbero fatto, quelle persone, al loro arrivo presso il Lago o di
fronte alla Grotta?
Nella nostra congettura, l'obiettivo della loro visita, che essi certamente
consideravano come assolutamente agghiacciante, era quello di stabilire un
terrificante contatto con l'entità o le entità oltremondane che ipoteticamente
vivevano al di sotto della montagna. Essi intendevano comunicare con loro,
e parlare con esse. Essi voleveno chiedere loro di fermare i terremoti. Per la
salvezza delle proprie stesse vite e per le vite delle proprie famiglie.
Quale genere di esseri sovrannaturali essi potevano aspettarsi di incontrare?
Naturalmente, non abbiamo alcuna idea del nome o dei nomi che venivano
attribuiti ad esso (o ad essi) nel corso di diversi secoli e da differenti
comunità locali dimoranti nell'area dei Monti Sibillini. Non possiamo
nemmeno sapere come essi possano avere inteso rappresentare tali entità,
nei propri sogni leggendari. Sicuramente, se il nostro modello risponde a
verità, la natura mitica di tali esseri sovrannaturali non era certo quella di
divinità propizie e benigne: assai probabilmente, essi potevano essere
immaginati come mitici demoni o demoniache divinità o anche mostri
32
sovrumani, che risiedevano nel cuore dei Monti Sibillini, forse circondati
da una sorta di corte demoniaca formata da ulteriori figure maligne di
rango minore, che avrebbero potuto possibilmente essere connesse, ma
questa è una pura fantasia proposta a titolo meramente esemplificativo, alle
scosse sismiche di minore intensità. Riteniamo che una labile traccia di
tutto ciò possa ancora persistere nella più tarda tradizione leggendaria
concernente i Monti Sibillini, secondo la quale sia il Lago che la Grotta
erano abitati da una presenza demoniaca, così come illustrato nel nostro
precedente articolo Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende.
Dunque, come avrebbero agito quei rappresentanti delle comunità locali,
una volta giunti presso il Lago o alla Grotta?
Quando si arriva oggi al Lago, collocato nel precipite emiciclo glaciale del
Monte Vettore, o alla Grotta, il cui ingresso crollato è situato sul picco
solitario del Monte Sibilla, circondato da baratri verticali, il visitatore
subisce certamente il fascino scaturente dal meraviglioso scenario naturale,
la mente e il cuore ricolmi del gioioso incantamento proprio del turista o
dell'escursionista impegnato in una gita assai piacevole.
Al contrario, gli uomini dell'Età del Ferro erano probabilmente travolti da
puro terrore.
Dobbiamo immaginare una visita condotta in circostanze particolarmente
funeste, forse successivamente a una scossa di terremoto di elevata
magnitudo, con perdite di vite umane e distruzione di insediamenti e nuove
fratturazioni prodottesi sulle montagne. O anche effettuate nell'attesa di una
violenta scossa di terremoto, mentre i boati generati da una sequenza
sismica minore continuavano a terrorizzare l'intero territorio per giorni o
settimane. In entrambi i casi, il Monte Vettore e il Monte Sibilla avrebbero
tremato e risuonato sotto l'azione di un'incessante serie di scosse che
scuotevano i Monti Sibillini, anche nel momento esatto di quella
spaventosa visita.
Con il cuore ricolmo di paura, quegli uomini avrebbero tentato di stabilire
un contatto con la maligna divinità del sottosuolo, ponendo in scena una
qualche sorta di rituale.
33
Nel contesto di un santuario d'altura, la prima e più probabile azione che
quei visitatori avrebbero potuto tentare di fronte al Lago o alla Grotta
sarebbe consistita nella presentazione di offerte votive.
Fig. 78 - Uno scenario inquietante e sinistro ai Laghi di Pilato di oggi
Nelle culture sabine e picene, come anche in altre antiche culture
appenniniche, i santuari d'altura erano sostanzialmente una stipe, un
deposito per le offerte rituali presentate dal credente alla divinità locale: «in
assenza di strutture templari, l'esistenza di un culto è resa manifesta dal
ritrovamento delle stipi votive, le cui offerte sono confrontabili con
analoghi rinvenimenti dell'area umbro-sabellica, a testimonianza di una
cultura e di una espressione della religiosità comuni alle popolazioni che
occupavano l'Appennino» (Romagnoli, op. cit.).
34
Fig. 79 - Statuetta bronzea di offerente databile al quarto secolo a.C. rinvenuta nel deposito votivo
collocato nel santuario d'altura di Valle Fuino di Cascia (Musei Vaticani)
Le offerte votive, gettate nelle acque del Lago o nel vestibolo della Grotta e
nei suoi pozzi più interni, possono avere incluso statuette bronzee, oggetti
di bronzo e ferro, contenitori in ceramica, così come tipicamente si rinviene
dei depositi situati nelle aree dei Sabini e dei Piceni (Romagnoli, Riva,
Naso, op. cit.).
Nondimeno, in considerazione della specifica, maligna natura della divinità
venerata, è possibile che ciò non sia stato ritenuto sufficiente. I capi delle
comunità non potevano semplicemente rientrare presso i propri villaggi
dopo avere gettato una manciata di piccolo oggetti nel Lago o nella Grotta,
mentre i terremoti continuavano a scuotere l'intera regione.
35
Possiamo quindi immaginare come qualche tipo di rituale ulteriore possa
essere stato effettuato presso i due punti di riferimento geografico, con un
tentativo maggiormente deciso di stabilire un canale di comunicazione con
la spietata potenza ctonia.
Nello scenario teatrale offerto dal circo glaciale del Monte Vettore o dalla
vetta del Monte Sibilla, gli antichi sacerdoti potrebbero avere sviluppato
rituali tesi all'evocazione della leggendaria entità demoniaca. Possiamo
supporre che venissero pronunciate specifiche formule, accompagnate da
un'opportuna gestualità, in una sorta di recitazione negromantica destinata
all'evocazione dei demoni dei terremoti, ma anche concepita allo scopo di
soddisfare la richiesta di rassicurazione fortemente espressa dalle comunità
locali, che non si sarebbero dichiarate soddisfatte dalla mera deposizione di
piccole offerte. Differenti rituali sono stati probabilmente posti in scena i
diversi momenti nel corso della storia delle comunità locali. Tentativi di
vario genere possono essere stati effettuati, in dipendenza dei successi e
degli insuccessi ottenuti utilizzando le precedenti versioni dei rituali, in
termini di risposta osservata nel comportamento dei terremoti. Possiamo
anche supporre come una debole memoria di questo genere di cerimonie
possa essersi conservata nella successiva tradizione, con rituali
negromantici praticati presso il Lago e la Grotta in secoli molto più recenti,
così come illustrato nel nostro precedente articolo Monti Sibillini: la
leggenda prima delle leggende.
La presenza di quegli uomini, lassù, era solo temporanea. Terrorizzati, dopo
il completamento dei loro rituali, essi sarebbero discesi giù per i pendii con
la massima rapidità, abbandonando quei luoghi sinistri alle ombre della
notte. In alcuni casi, essi potrebbero anche avere trascorso una veglia
rituale per tutta la durata della notte, nella speranza di instaurare un
contatto ancor più terrificante con le demoniache entità che dimoravano
sotto la montagna.
Naturalmente, il terremoto, nella propria qualità di evento naturale
completamento ignaro degli sforzi e delle speranze degli esseri umani, non
si sarebbe curato affatto di tutti quei rituali che potevano essere posti in
scena dai solleciti rappresentanti delle comunità locali. In molti casi, le
scosse sismiche sarebbero proseguite indisturbate e senza interruzione
alcuna, nel totale sconforto delle popolazioni che attendevano nei villaggi
sottostanti.
36
Fig. 80 - I versanti che discendono dal picco del Monte Sibilla verso il borgo di Montemonaco
In circostanze caratterizzate da più intenso terrore, quando accadeva che il
terremoto colpisse la terra con potenza indicibile, possiamo anche
immaginare come singole comunità locali, in un particolare momento della
propria storia, possano avere fatto ricorso a offerte ancora più estreme.
Di questa ulteriore ipotesi, non disponiamo di alcuna specifica evidenza
presso i due siti che stiamo considerando, questa pratica è stata mai
parte della tradizione culturale delle antiche popolazioni d'Italia, degli
stessi romani.
Nondimeno, sussistono alcuni indizi che sembrano suggerire come,
quantomeno in alcuni specifiche, particolarmente rare occorrenze,
un'offerta estremamente preziosa possa essere stata presentata ai malvagi
demoni leggendari, in un tentativo finale, disperato, di ottenere la
cessazione dei terremoti.
37
Si tratta del sacrificio di una vita umana. Come avremo modo di vedere nel
prossimo paragrafo.
6.2 Il ricorso all'estremo sacrificio contro i terremoti
Stiamo esplorando l'affascinante congettura secondo la quale il Lago e la
Grotta, posti tra i Monti Sibillini, potrebbero essere stati considerati, nel
corso dell'Età del Ferro e fino alla conquista romana di quei territori, come
santuari d'altura dedicati a leggendarie, demoniache divinità dei terremoti.
Abbiamo visto come si possa assumere, come una ragionevole possibilità,
che specifici rituali potessero essere effettuati presso le acque del Lago o
all'ingresso o nel vestibolo della Grotta, nel tentativo di placare la furia
delle potenze ctonie.
Fig. 81 - I Laghi di Pilato
Nondimeno, risulta del tutto chiaro alla nostra contemporanea percezione
dei fenomeni naturali come nessun terremoto possa in alcun modo essere
fermato gettando piccole offerte in un lago o all'interno di una grotta, o
anche ponendo in scena vivaci quanto inutili rappresentazioni
38
negromantiche in quegli stessi luoghi, nello sforzo di evocare le divinità del
sottosuolo che, ipoteticamente, abitavano le viscere dei Monti Sibillini.
Possiamo anche immaginare l'eccitazione, le disperate speranze, le
molteplici disillusioni, il tragico sconforto, il senso di funesta frustrazione
che possono avere colto i Sabini e i Piceni osservando, con il volgere dei
secoli, la maggiore o minore efficacia dei rituali eseguiti presso il Lago, la
Grotta, o entrambi, a seconda del successo o insuccesso dei vari tentativi da
essi effettuati al fine di ottenere protezione per se stessi e per le proprie
famiglie, mentre i terremoti continuavano a colpire quelle terre attraverso
gli anni, i decenni e i secoli.
E, quando un terremoto si abbatteva su di loro con elevata magnitudo,
come accaduto in tempi moderni negli anni 1703 e 2016, e il terrore tra la
popolazione raggiungeva il proprio apice, è ipotizzabile come i capi locali
possano avere determinato di ricorrere a un'ultima, disperata possibilità.
Uno scambio con il demone. Una vita umana. In cambio della cessazione
della sequenza sismica.
Ma perché stiamo ora introducendo una nuova ipotesi, forse inutile e
ridondante, nel contesto di un modello che è già, per propria natura,
congetturale?
Dobbiamo ricordare come il sacrificio di vite umane nel contesto di rituali
religiosi non costituisca affatto un aspetto la cui presenza sia rilevabile
nelle antiche culture d'Italia.
Nella storia dell'antica Roma, gli unici esempi di sacrifici umani risultano
essere connessi all'omicidio rituale di una coppia di Greci e una coppia di
Galli, che ebbe luogo nel Foro Boario negli anni 228 a.C., 261 a.C. e 113
a.C., quando Roma si stava confrontando con minacce belliche provenienti
da popolazioni nemiche, tra le quali Galli e Cartaginesi, e sulla spinta del
conseguente sentimento di pericolo. Eppure, si tratta di una circostanza
assolutamente peculiare nell'intera storia romana, in quanto «per quanto ne
sappiamo [questi eventi erano] interamente estranei alla loro esperienza. [...
Non si trattava di] sacrificio in termini di normale rituale in uso presso i
Romani [...] perché secondo le formali regole religiose questo tipo di
uccisione non costitiva un sacrificio» (Mary Beard et al., Religions of
39
Rome, 1998). Il sacrificio di vite umane non era dunque parte dell'orizzonte
culturale dell'antica Roma.
Per quanto concerne gli Etruschi, gli studiosi stanno ancora dibattendo se
questa cultura abbia mai praticato il sacrificio umano, in presenza di
riferimenti assai controversi reperiti nelle fonti antiche e di alcuni
ritrovamenti archeologici ancora oggetto di indagine. In relazione ai Sabini
e ai Piceni, nessuna significativa evidenza è mai stata rinvenuta in merito a
questa specifica tematica.
E dunque, perché stiamo considerando la possibilità, per quanto infrequente
essa possa essere stata, di un potenziale sacrificio di vite umane che possa
essere stato offerto presso il Lago e nella Grotta, tra i Monti Sibillini?
Fig. 82 - Il Monte Sibilla
Il motivo risiede nel fatto che una sorta di fossile letterario concernente
questo genere di circostanza può essere reperito nel Reductorium Morale di
Petrus Berchorius (Pierre Bersuire), un monaco benedettino francese,
vissuto tra il 1290 e il 1362. Si tratta di un passaggio estremamente
40
significativo, che abbiamo già avuto modo di illustrare nei nostri precedenti
articoli Il Lago di Pilato in un antico manoscritto: Pierre Bersuire e Una
leggenda per un prefetto romano: i Laghi di Ponzio Pilato, trattandosi del
più antico riferimento mai rinvenuto in letteratura a proposito del Lago di
Norcia e della sua natura demoniaca.
In questo brano, Berchorius sembra procedere direttamente verso il nucleo
più interno del mito connesso al Lago. E questo nucleo risulta essere
decisamente tenebroso:
«E questa è la cosa sommamente terribile di quel luogo: che quella città
[Norcia], ogni anno, invia un singolo uomo, vivo, oltre le mura che
circondano il lago, a modo di tributo per i dèmoni, i quali subito e
visibilmente lo smembrano e lo divorano; e dicono che se la città non
facesse questo, il suo territorio sarebbe devastato dalle tempeste. Ogni anno
la città seleziona un qualche criminale, che poi invia in quel luogo come
tributo per i dèmoni».
Fig. 83 - Sacrifici umani presso il Lago di Norcia così come menzionati nel Reductorium Morale di
Petrus Berchorius (manoscritto Latin 16786, Bibliothèque Nationale de France, folium 301v)
[Nel testo originale latino: «Est ergo istud ibi summe terribile, quia civitas
illa omni anno unum hominem vivum pro tributo infra ambitum murorum
iuxta lacum ad daemones mittunt, qui statim visibiliter illum hominem
lacerant et consumunt, quod (ut aiunt) si civitas non facet, patria
41
tempestatibus deperiret. Civitas ergo annuatim aliquem sceleratum eligit
que pro tributo daemonibus illuc mittit»].
Secondo Berchorius, Norcia avrebbe avuto l'usanza di sacrificare una vita
umana nel Lago annidato tra le creste del Monte Vettore, allo scopo di
placare un'imprecisata schiera di demoni, che avrebbero dimorato nel Lago
stesso - demoni che avrebbero devastato l'intera regione se non nutriti
annualmente con l'anima di un uomo.
Nel nostro precedente articolo su Pierre Bersuire, ci eravamo posti una
serie di domande. Si trattava solamente di una storia priva di fondamento?
Questa agghiacciante narrazione costituiva una semplice fandonia? È
possibile che Berchorius abbia inteso deliberatamente divulgare, per
qualche ragione specifica ma sconosciuta, una tale odiosa diceria?
In ogni caso, Petrus Berchorius è del tutto cosciente del fatto che
l'informazione che egli stesso sta riferendo presenta aspetti strani e oscuri:
«Mai avrei potuto credere a tale racconto, perché mai ne lessi in alcuna
opera, se non lo avessi udito affermare con forza da un vescovo così
importante».
[Nel testo originale latino: «Istud autem quia alicubi non legi, nullatenus
crederem, nisi a tanto episcopo firmiter asseri audivissem»].
Come osservato anche da Berchorius, in effetti nessuna evidenza a
proposito di una pratica così disumana e barbarica è rinvenibile in alcuna
cronaca che si sia occupata di narrare le antiche vicende della storia di
Norcia, in età medievale o ancora più indietro, fino ai tempi lontani della
conquista romana. Non esiste la benché minima traccia di tutto ciò.
La diceria che Petrus Berchorius ebbe a riferire nel suo Reductorium
morale, redatto nel quattordicesimo secolo, ha l'apparenza di una sorta di
evanescente fantasma. Un agghiacciante fossile di eventi che potrebbero
avere avuto luogo numerosi secoli prima. Una tetra reminiscenza di
circostanze raccapriccianti avvenute, forse, nel corso dell'Età del Ferro,
quando il terrore scatenava la propria potenza sulle antiche popolazioni dei
Monti Sibillini, nella forma di devastanti terremoti. Prima del giungere dei
romani, all'inizio del terzo secolo a.C.
42
Alla luce della congettura che stiamo sviluppando nel presente articolo, il
brano di Berchorius potrebbe costituire un riferimento a sacrifici umani
effettuati presso il Lago, in un remoto passato, per acquietare i locali
demoni dei terremoti. Perché, come scrive Berchorius, «se la città [Norcia]
non facesse questo, il suo territorio sarebbe devastato dalle tempeste».
Un macabro, agghiacciante passato, che pare riemergere dalle nebbie di
secoli ormai perduti per tormentare i sogni degli uomini del nostro tempo.
Possiamo inoltre reperire un'altra debole traccia di una pratica così
particolarmente crudele in un altro resoconto letterario, questa volta riferito
alla Grotta della Sibilla. Si tratta di un brano rinvenibile nell'opera di Pierre
Crespet, conosciuto anche come 'Crespetus', un monaco celestiniano di
origine francese (1534 - 1594) che aveva viaggiato attraverso l'Italia per
visitare i monasteri appartenenti alla Congregazione dei Celestini (incluso
forse quello situato a Norcia). Nel suo trattato De la hayne de Satan et
malins esprist contro l'homme, pubblicato a Parigi nel 1590, egli tratta
estesamente della Sibilla di Norcia, come abbiamo già avuto modo di
illustrare nel nostro precedente articolo Sibilla Appenninica: il lato
luminoso e il lato oscuro.
Crespeto presenta un racconto alquanto sinistro, in relazione a un processo
penale tenutosi a Parigi contro un sedicente incantatore, che si era recato in
Italia presso il Monte Sibilla:
«Non ometterò di riferire a proposito di un significativo discorso tratto da
un processo che fu fatto contro un famoso mago chiamato Domenico
Mirabello, italiano nativo di Arpino, e contro la sua matrigna Marguerite
Garnier, i quali furono entrambi arrestati a Mantova con i loro libri di
magia, che essi stavano portando alle Sibille, divinità dei maghi, per essere
consacrati, al fine di potenziarli».
[Nel testo originale francese: «Je ne veux obmettre un notable discours tiré
d'un procés qui a esté fait d'un insigne magicien nommé Dominique
Mirabille Italien natif d'Arpine & à sa belle mere Marguerite Garnier, qui
furent apprehendez à Mante avec leur livres de magie qu'ils portoient aux
Sibylles deesses des magiciens pour etre consacrez, à fin d'avoir plus
d'effet»].
43
In questo brano, che ci trasporta in una tenebrosa ambientazione
negromantica, i malvagi incantatori si spingono fino a promettere alle
potenze sibilline di offrire loro vite umane in cambio di proibite arti
magiche:
«Per tutti i servizi richiesti, essi si obbligavano nei confronti delle predette
Sibille, che essi onoravano con il titolo di Dame e Principesse, di offrire
loro un'anima ogni anno, nello stesso giorno in cui i predetti libri sarebbero
stati consacrati, per tutto il tempo della loro vita».
Fig. 84 - Sacrifici umani presso la Grotta della Sibilla così come menzionati nel testo di Pierre Crespet
(Crespetus), De la hayne de Satan et malins esprist contro l'homme (Parigi, 1590), p. 246
[Nel testo originale francese: «S'offroient par toutes ces courtoisies par
obligation faictes ausdictes Sibylles qu'ils honoroient de titre de Dames &
Princesses, de leur offrir une ame tous les ans au mesme iour que leursdits
livres auroient esté consacrez tant qu'ils vivroient»].
Ancora una volta, un odioso sacrificio di vite umane risulta essere offerto
alle entità demoniache che vivono presso la Grotta situata tra i Monti
Sibillini, un'ulteriore possibile traccia di una pratica risalente, forse, a due
millenni prima. E, benché questa tipologia di scambio profondamente
disumano può essere anche vista come un demoniaco baratto tipico del
mondo della magia nera, così come praticata in tempi molto più recenti,
quali l'età medievale e il Rinascimento, nondimeno dobbiamo notare come
il tratto relativo alla devastazione del territorio, un particolare simbolo del
terremoto come avremo modo di vedere più avanti, risulta essere
pienamente presente anche nella descrizione della Grotta della Sibilla così
come riferita da Crespeto:
«Quando un negromante o chiunque altro entra in contatto con la Sibilla,
tempeste e fulmini si sollevano orribilmente per tutta la contrada».
44
[Nel testo originale francese: «Quand on communique avec elle, soyt
magicien ou autre, les tempestes & foudres s'esmouvent horriblement par
tout le païs»].
Dunque, ci troviamo forse di fronte al nucleo più profondo del racconto
leggendario che vive tra i Monti Sibillini. Un nucleo oscuro, un racconto
che narrerebbe di terremoti e terrore e demoni, segnato anche da fievoli
indizi a proposito di potenziali sacrifici umani effettuati in prossimità del
Lago e della Grotta, nel tentativo drammatico, disperato, condotto dagli
uomini dell'Età del Ferro, di arrestare la furia delle onde sismiche,
probabilmente in occasione delle più parossistiche e distruttive convulsioni
della terra.
Ribadiamo, ancora una volta, il fatto che il modello che stiamo costruendo
rappresenta sostanzialmente uno scenario congetturale, anche se fondato
sulla tradizione letteraria disponibile, sulla struttura fisica e geografica del
territorio, e sulla storia della cultura delle popolazioni che vissero in questa
regione prima della conquista romana.
Nondimeno, riteniamo che il cammino che stiamo percorrendo sia di
assoluto interesse. Un cammino che conduce al carattere oltremondano che
segna i Monti Sibillini. Come andremo a illustrare nel prossimo paragrafo.
6.3 Il carattere oltremondano del Lago e della Grotta
Nel corso del nostro lungo viaggio attraverso la tradizione leggendaria dei
Monti Sibillini, ci siamo imbattuti in un significativo numero di riferimenti
che sembrano segnalare un carattere oltremondano sia della Grotta della
Sibilla che del Lago di Pilato.
Nel nostro precedente articolo Monti Sibillini, un Lago e una Grotta come
accesso oltremondano, abbiamo ripercorso in modo esaustivo, attraverso
numerose testimonianze letterarie, i molti passaggi che risultano essere
manifestamente tratti dall'antica tradizione relativa ai viaggi oltremondani:
un 'ponte del cimento' arcanamente sottile e porte magiche eternamente
battenti, come descritto nel resoconto vergato da Antoine de la Sale in
merito alla Grotta della Sibilla; il Lago di Pilato come un ingresso infernale
nel brano tratto da Petrus Berchorius; le mitiche risonanze rilevabili in
45
relazione a Cuma, in Campania, dove una grotta posta vicino al Lago
d'Averno fornisce un punto di passaggio verso l'Ade, il regno dei morti, con
la Sibilla Cumana trasportata al centro degli Appennini da Andrea da
Barberino nel suo romanzo Guerrin Meschino e il Lago di Pilato
identificato come 'Averno' in una mappa cinquecentesca; e ulteriori affinità
mitiche con Lough Derg, nella Contea di Donegal, in Irlanda, l'ingresso al
Purgatorio di San Patrizio, che apriva la propria porta a terrificanti orrori
sotterranei, con Guerrino il Meschino spedito da Andrea da Barberino
direttamente nel Purgatorio irlandese dopo la sua visita alla Sibilla, e con la
miniatura raffigurante l'ingresso alla Grotta contenuta nel manoscritto di
Antoine de la Sale che presenta notevolissime somiglianze con varie
miniature che ritraggono la cavità purgatoriale.
Ripercorrendo la letteratura oltremondana a partire dell'Odissea fino a
Enea, e poi dalle visioni cristiane di San Paolo e Papa Gregorio Magno per
arrivare infine alle rappresentazioni medievali di demoni e maligne
punizioni così come descritte nella Visione di Sant'Adamnán, nella Visione
di Tnugdalus e nel Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii, abbiamo trovato
come l'Ade cumano e il Purgatorio irlandese rappresentassero una categoria
di narrazioni che poteva essere considerata come la descrizione di viaggi
nell'Aldilà per eccellenza: questi viaggi, infatti, sono effettuati non nel
corso di una mera visione, ma nel mondo reale. Con il corpo fisico di un
essere umano.
Perché Cuma e Lough Derg erano due terrificanti fratture presenti nel
mondo dei viventi. Due fenditure praticate nella continui del nostro
mondo ordinario, il mondo che Dio aveva creato per gli esseri umani. Due
crepe, spaventosamente aperte su visioni leggendarie, ma miticamente
reali, di inferni sotterranei, ctoni. Presso questi due siti, uomini viventi
potevano essere così folli da tentare di attraversare le porte che mai devono
essere oltrepassate. Due punti di passaggio verso l'Aldilà. Due ingressi
verso una vita oltre la vita abitata da leggendarie potenze demoniache.
Quegli ingressi erano segnalati dall'esistenza di punti di riferimento noti,
strutture geografiche che si riteneva marcassero la presenza dei due
leggendari 'hot spot': un lago e una grotta per entrambi, due elementi
naturali che fissavano con precisione la posizione dei due luoghi sulla
superficie della Terra, ed erano conosciuti come tali. Punti di riferimento
geografico per la leggenda.
46
Nell'articolo citato, abbiamo ipotizzato come anche la Grotta della Sibilla e
il Lago di Pilato abbiano potuto essere considerati, in un remoto passato,
come leggendari punti di passaggio verso una regione oltremondana: un
ulteriore ingresso, una soglia fisica, forse antica come quella in Cuma, che
non è precedente alla fondazione della città, databile all'ottavo secolo a.C.
(Lough Derg con il suo Purgatorio è certamente assai più recente,
trattandosi fondamentalmente di una leggenda originatasi nel periodo della
prima Cristianità).
Ora siamo in grado di espandere questa congettura introducendo l'ulteriore
ipotesi da noi delineata nel presente articolo: nel corso dell'Età del Ferro, le
popolazioni locali, Sabini e Piceni, soverchiate dal terrore sotto l'incalzare
di terremoti pervasivi e ricorrenti, collocarono santuari d'altura, forse,
presso entrambi i siti, nel tentativo di placare la maligna divinità che, nella
loro percezione, pareva dimorare al di sotto dei Monti Sibillini.
E così, il Lago e la Grotta posti sul Monte Vettore e sul Monte Sibilla
costituivano dei punti di riferimento geografico: elementi naturali che
segnavano la presenza di punti di accesso verso regioni oltremondane.
Fig. 85 - I Laghi di Pilato come uno scenario oltremondano
Un racconto leggendario molto antico, forse risalente ai secoli dell'Età del
Ferro. Una credenza concernente l'ingresso verso una mitica regione
oltremondana situata nell'Italia centrale. Un Aldilà di un genere
particolarmente spaventoso, terrificante. Una fenditura nel nostro mondo,
47
aperta tra le creste montuose sulla spinta di un terrore puro e ancestrale.
Terrore per la propria vita. Terrore per il destino della propria famiglia.
Terrore per la rovina della propria terra. Terrore per la potenza devastante
dei terremoti.
Nell'articolo menzionato, Monti Sibillini, un Lago e una Grotta come
accesso oltremondano, ci eravamo posti le seguenti domande: quale sorta
di terrificante sogno fu concepito dagli uomini presso il Lago e la Grotta
posti tra le montagne dell'Appennino centrale? Che genere di Aldilà era
questo?
Abbiamo potuto ora elaborare una risposta congetturale, ma assai
significativa, alla prima domanda. È possibile che il sogno sognato dagli
uomini a proposito dei Monti Sibillini, in un passato ormai svanito, fosse
relativo a terremoti e demoni.
Ma cosa possiamo affermare in merito alla seconda domanda? Quale
genere di regione oltremondana fu immaginata da quelle antiche
popolazioni?
Di certo, questo sogno oltremondano fu diverso dalla vita oltre la vita che
venne immaginata come accessibile dagli uomini a Cuma e Lough Derg. La
gente non risaliva i ripidi versanti dei Monti Sibillini per penetrare in un
Ade o all'interno di un Purgatorio, abitati dalle ombre dei morti o
echeggianti delle urla laceranti di anime straziate.
Laggiù, sotto quegli enormi, impressionati bastioni di pietra, una sorta di
tana infernale ospitava un grande demone, o più esseri demoniaci, che
erano in grado di scuotere le montagne sin dalle fondamenta. La dimora di
tale entità, o di tali entità, era costituita da caverne e cavità poste al di sotto
della roccia, luoghi irraggiungibili che nessun uomo vivente avrebbe mai
desiderato visitare di persona.
Nel contesto nel modello congetturale che abbiamo delineato nel presente
articolo, possimo supporre che le comunità locali non considerassero il
Lago e la Grotta come veri e propri passaggi verso queste regioni
oltremondane, ma piuttosto come punti di contatto verso quelle potenze
ctonie e sovrannaturali.
48
Fig. 86 - L'ingresso crollato della Grotta della Sibilla così come esso si presenta ai nostri giorni
Lo scopo delle visite effettuate presso i due 'hot spot' era quello di
instaurare una comunicazione con le entità demoniache che governavano i
terremoti.
I visitatori non avevano alcuna intenzione di fare ingresso fisicamente in
quelle regioni oltremondane, all'interno delle quali le spaventose divinità
vivevano la propria abominevole vita. Essi, d'altronde, non avrebbero
potuto effettuare alcun proficuo ingresso tramite il Lago, che ovviamente
non offriva alcuna soglia da attraversare, se non tramite un sicuro
annegamento; alcuni di quei visitatori, più sconsiderati dei loro compagni,
avrebbero potuto tentare di avventurarsi nelle tenebre della Grotta, ma il
loro ritorno sarebbe risultato alquanto incerto, perché i molti pozzi verticali
che forse attendevano gli incauti all'interno dell'oscura caverna erano
perfettamente in grado di impartire una morte improvvisa a ogni visitatore
sufficientemente ardito.
Malgrado ciò, nella congettura da noi ipotizzata il Lago e la Grotta erano
pacificamente siti oltremondani. Lassù, gli esseri umani potevano sostare di
49
fronte alla dimora di un demone, tra precipiti pareti di roccia verticale o
sulla cima di una sinistra montagna, separata tramite una corona titanica dal
mondo sottostante.
Un Aldilà con il quale gli uomini si confrontavano non nella forma di
'catabasi', il viaggio che conduce un uomo mortale attraverso il punto di
passaggio e all'interno di una regione di tenebra; ma, piuttosto, come una
'nekyia', l'evocazione di entità oltremondane, che si tratti delle ombre dei
morti o, come in questo caso specifico, di un demone maligno, all'ingresso
del regno dell'oscurità.
Un carattere oltremondano che segnerà i due siti posti tra i Monti Sibllini
per i millenni successivi, in modo tale che tutti i leggendari livelli
addizionali che in seguito andranno a stabilirsi presso quel Lago e quella
Grotta, con le loro Sibille e i loro prefetti romani, risulteranno essere
marcati dal debole, indistinto, confuso segno di un demoniaco Aldilà.
6.4 L'antica regione oltremondana consegnata all'oblio
Con l'arrivo dei Romani nel territorio del 'Tetricus Mons' la vicenda dei due
siti oltremondani posti tra i Monti Sibillini, il Lago e la Grotta, cambia
completamente.
Le truppe romane, guidate dal console Manio Curio Dentato, dilagano nella
regione nell'anno 290 a.C. Negli anni successivi, anche i Piceni sono
assoggettati all'influenza politica e amministrativa di Roma.
Con l'avvento di una nuova, differente amministrazione del territorio e
delle popolazioni locali, i santuari d'altura cominciano a intraprendere un
inesorabile percorso che conduce al declino e alla scomparsa:
«Con l'avvento di Roma, all'inizio del III sec. a.C., questo 'paesaggio del
sacro' cambia sostanzialmente fisionomia. [...] molti piccoli santuari
sembrano essere abbandonati. [...] Ciò è, del resto, perfettamente in linea
con la strategia di conquista e 'pacificazione' dell'Urbe che [...] si avvalse di
varie altre forme di controllo, che potremmo definire di 'rimodellamento di
economia e vita pubblica', al fine di ridurre i propri rischi strategici. Oltre al
potenziamento pianificato delle infrastrutture era, quindi, di fondamentale
50
importanza accentrare le popolazioni dai 'pericolosi' (dal punto di vista
romano) insediamenti d'altura in nuovi poli d'attrazione più controllabili,
offrendo nel contempo l'immagine suggestiva di una Roma ricca, moderna
e benevola» (Stalinski, op. cit.).
Fig. 87 - Norcia romana: lastre votive recanti le figure di Dioniso e delle Baccanti, risalenti al primo
secolo d.C. (Museo del Criptoportico, Norcia)
Si trattò di un processo deliberato che condusse a un «graduale declino
degli antichi centri di culto, successivo all'inizio della fase romana. Tali
centri non furono subito abbandonati, ma la loro importanza di luoghi di
controllo e centri di aggregazione venne meno, a vantaggio di nuovi siti
prescelti da Roma per l'amministrazione» (Romagnoli, op. cit.).
E così, se veramente quei santuari d'altura sono mai esistiti presso il Lago e
la Grotta, come da noi ipotizzato nel presente articolo, essi sono lentamente
svaniti dalla storia, mentre le politiche amministrative e culturali dei nuovi
conquistatori, i Romani, rafforzavano la propria stretta su Sabini e Piceni, i
quali esperimentarono un significativo processo di assimilazione, con «una
sorta di lenta 'seduzione della cultura materiale romana' [...] possiamo
pertanto immaginare che anche i vecchi santuari montani fossero
51
abbandonati in maniera piuttosto graduale e non traumatica (Stalinski, op.
cit.).
È stato anche osservato che «in un ambiente non urbanizzato come quello
dell'ager Nursinus di età preromana, è poco frequente rinvenire delle
strutture pertinenti al luogo di culto, nel caso in cui esso non abbia rivestito
un ruolo nella politica amministrativa di Roma e non abbia perciò avuto
continuità, seppure con connotati diversi, dopo la romanizzazione»
(Romagnoli, op. cit.).
Per il Lago e per la Grotta, con i loro leggendari demoni dei terremoti, non
c'era alcun posto nel nuovo sistema culturale, politico e amministrativo
implementato sotto il dominio di Roma.
Qualsiasi eventuale struttura precaria che possa essere stata presente presso
i due siti, se mai effettivamente collocata in quei luoghi, fu semplicemente
spazzata via dalle piogge, dalle nevi, dai venti e, infine, dai collassi causati
da quegli stessi terremoti ai quali i santuari erano dedicati. E certamente i
Romani, nei due siti, non aggiunsero né edificarono alcuna nuova struttura.
E così i Monti Sibillini cancellarono, a mano a mano, ogni memoria di
quella mitica presenza maligna: malvagi demoni che un'antica leggenda
aveva considerato come i generatori dei devastanti terremoti che erano
soliti colpire quell'area in modo ricorrente.
Attraverso la gloriosa storia di Roma, nessuna traccia rimarrà di quel
terribile mito risalente all'Età del Ferro. E anche successivamente, nell'età
medievale, nessuna menzione sarà rinvenibile in merito a un Lago e a una
Grotta situati tra gli Appennini centrali, in Italia, con la loro carica mitica e
il loro carattere oltremondano.
Dobbiamo giungere al quattordicesimo secolo e a Petrus Berchorius per
riuscire a cogliere un nuovo accenno a una tradizione sopravvissuta a se
stessa, che sembra indugiare ancora tra le vette dei Monti Sibillini. Una
tradizione che deve avere percorso vie segrete, sentieri occulti, ignote
trame di narrazioni orali, mai registrate sulla pergamena dei manoscritti,
finché essa non è esplosa nuovamente nel quindicesimo secolo, con le
stupefacenti opere scritte da Andrea da Barberino e Antoine de la Sale.
52
Ma, a quel tempo, quella mitica narrazione risultava già essere contaminata
da altri racconti leggendari, provenienti da lontane contrade: la Sibilla
Appenninica, una filiazione della Materia di Bretagna, e Ponzio Pilato,
un'altra leggenda di origine nordeuropea.
6.5 Tempeste e devastazioni sul territorio
Nella tradizione leggendaria relativa al Lago di Pilato e alla Grotta della
Sibilla è presente uno specifico tratto che ha da sempre lasciato perplessi
studiosi e ricercatori.
Nel nostro precedente articolo Monti Sibillini: la leggenda prima delle
leggende, abbiamo rintracciato la presenza di numerosi riferimenti a questo
peculiare aspetto all'interno della vasta produzione letteraria relativa al
Lago e alla Grotta, e abbiamo classificato questo particolare tratto come
una caratteristica comune, condivisa, che compare dunque sia nella
narrazione leggendaria riguardante la Sibilla Appenninica che in quella
relativa a Pilato: si tratta, quindi, di uno dei tratti originali che sembrano
segnare il nucleo più antico del mito che abita i Monti Sibillini, proprio
come i demoni, la negromanzia, e una generale connotazione
oltremondana.
Con l'elaborazione della congettura che abbiamo illustrato nel presente
articolo, abbiamo delineato un contesto mitico in grado di fornire una
soddisfacente spiegazione a proposito dei tre aspetti comuni elencati qui
sopra: nel corso dell'Età del Ferro, sia presso il Lago che presso la Grotta,
venivano forse effettuati specifici rituali al fine di placare leggendarie entità
maligne che si riteneva governassero i terremoti.
È ora giunto il momento di giustificare anche la presenza del quarto aspetto
comune: tempeste e devastazioni che sorgerebbero proprio dal Lago e dalla
Grotta.
Troviamo riferimenti a questo specifico aspetto praticamente ovunque
nell'ambito della letteratura che narra del Lago di Pilato. Come abbiamo già
avuto modo di vedere, Petrus Berchorius, nel suo Reductorium Morale,
redatto nel quattordicesimo secolo, riferisce che «quella città [Norcia], ogni
53
anno, invia un singolo uomo, vivo, oltre le mura che circondano il lago, a
modo di tributo per i dèmoni, i quali subito e visibilmente lo smembrano e
lo divorano; e dicono che se la città non facesse questo, il suo territorio
sarebbe devastato dalle tempeste». Antoine de la Sale, nel suo
quattrocentesco Il Paradiso della Regina Sibilla, scrive che «quell'isola
[una grande roccia posta al centro del Lago] è attentamente sorvegliata e
protetta dalla gente del luogo, perché quando qualcuno vi perviene
segretamente e vi pratica le arti del Demonio, subito si leva nella regione
una tempesta così violenta da distruggere tutti i raccolti e i beni della
contrada». Fazio degli Uberti, nel suo trecentesco Dittamondo, scrive che
«qua [al Lago] s’intende in Simon mago - per sagrar il suo libro in su
monta - onde tempesta poi con grande smago - secondo che per quei di là si
conta». Arnold di Harff, un cavaliere tedesco, riferisce che «quando ciò
accadeva [negromanzia praticata presso il Lago], le acque di questo piccolo
lago si innalzavano in furiosi vapori, per poi ricadere nuovamente con un
rombo come di tuono, inondando la circostante landa per tre o quattro
miglia, così da impedire il raccolto quell'anno». E, in relazione alla Grotta
della Sibilla, Pierre Crespet, il monaco celestiniano francese da noi già
menzionato in un precedente paragrafo, scrisse che «perché quando essa [la
Sibilla] è interpellata, sia da maghi che da altri, le tempeste e i fulmini si
abbattono orribilmente su tutta la contrada».
Fig. 88 - La parola «tempesta» ripetutamente ricorrente nella letteratura che riguarda il Lago di Pilato e la
Grotta della Sibilla, dalle opere di Petrus Berchorius, Antoine de la Sale, Fazio degli Uberti, Arnold von
Harff e Pierre Crespet (per i riferimenti completi ai relativi manoscritti e alle fonti a stampa qui citati
consultare l'articolo Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende)
Le cause e la natura di queste strane tempeste sono sempre state oggetto di
perplesso dibattito tra gli studiosi, già a partire da alcuni secoli orsono. Un
commento all'opera di Fazio degli Uberti, contenuto in un manoscritto del
quindicesimo secolo e aggiunto da un amanuense, Andrea Morena da Lodi,
specifica che «[il] lago ove vanno a sacrare i libri suoi quelli che usano arte
di nigromantia; però che [danno?] che surge e a loro infelice o di morbo o
di carestia o de altro infortunio». Nel 1550 il frate domenicano Leandro
Alberti, nella sua Descrittione di tutta l'Italia, scrisse che «... [il] Lago di
54
Norsa, nel quale dicono gli ignoranti nottare i diavoli, imperoché
continouamente se veggiono salire et abassare l'acque di quello in tal
maniera che fanno maravegliare ciascuno che le guarda, parendogli cosa
sopranaturale, non intendendo la cagione di tal movimento [...] Ben è vero
che cercando diligentemente la cagione de'l detto movimento de le acque,
chiaramente conobbino esser i venti, i quali continouamente conducevano
l'acque per il stretto Lago intorniato da alte ruppi, et così conducendole, se
veddono mo alzate et poi abbassate, con gran maraviglia di che le vede». E
Giovanni Antonio Magini, scienziato e geografo italiano, nella sua edizione
della Geografia di Tolomeo, pubblicata nel 1617, inserisce il seguente
commento:
Fig. 89 - Il riferimento al Lago di Norcia contenuto nell'edizione della Geografia di Tolomeo curata da
Antonio Giovanni Magini (Arnhem, 1617), p. 122
«Su un certo monte negli Appennini, che è chiamato Monte Vettore, si
trova il Lago di Norcia, le cui acque sono vedute salire e successivamente
ridiscendere con moto incessante, non senza grande stupore, in modo tale
che l'ingenuo volgo ritiene che in esso abitino i demoni, i quali rispondono
se interrogati».
[Nel testo originale latino: «Est in iugo quoque Apennini montis, quod
Mons Victor vocatur, Lacus Nursinus, cuius aquae perpetuis motibus salire,
55
vicissimque subsidere cernuntur, non sine magna admiratione, unde ibi
cacodaemones inhabitare vocatosque responsa dare imperitum vulgus
putat»].
Nel 1653, Padre Fortunato Ciucci, un altro monaco celestiniano, riferisce,
nelle sue Istorie dell’antica città di Norsia, a proposito degli eventi sinistri
che avrebbero avuto luogo presso il Lago:
«Questo si verifica dagli uomini di Norcia, i quali testificavano di aver più
volte trovato queste ed altre cose simili vicino al Lago [...], per causa de'
quali alle volte soleva accadere gran danno alla Città per le molte grandini,
e saette che dall'aria piombavano. [...Il ] danno dalle tempeste dalle
grandini, e folgori che ne succedevano quando qualche Mago ivi si
approssimava, e metteva in opra l'esecranda dottrina».
Nei secoli successivi, questo particolare elemento informativo continuò a
essere largamente trascurato dagli studiosi, in quanto considerato come una
sorta di favoletta circolante tra i villici del luogo, mentre l'intera attenzione
veniva rivolta alla Grotta e alla sua leggendaria Sibilla, piuttosto che al
vicino Lago con il suo prefetto romano e le sue acque turbolente.
Solamente Arturo Graf, letterato e docente italiano, volle confrontarsi con
quel Lago nel suo esaustivo Miti, leggende e superstizioni del medioevo,
pubblicato nel 1893, nel quale egli collegò quelle turbolenze all'antica
narrazione leggendaria relativa a Ponzio Pilato, il cui corpo maledetto,
dopo essere stato gettato nel Tevere, nel Rodano e in altri provvisori luoghi
di sepoltura, veniva respinto con grande agitazione di demoni (si vedano
anche i nostri precedenti articoli Monti Sibillini: la leggenda prima delle
leggende e Una leggenda per un prefetto romano: i Laghi di Ponzio
Pilato).
Non c'è alcun dubbio sul fatto che i Monti Sibillini, nella loro qualità di
rilievo montuoso che separa territori che guardano verso due mari
differenti, l'Adriatico e il Tirreno, siano soggetti a repentini mutamenti
meteorologici, nonché all'azione di forti venti e violente tempeste, come la
gente del luogo può certamente testimoniare. E, sicuramente, eventi anche
estremi possono avere luogo in altitudine, dove le creste del Monte Vettore
e le altre vette elevate, incluso il Monte Sibilla, sono pienamente esposte
alla furia degli elementi, tanto da porre in serio pericolo quegli escursionisti
56
colti dalla tempesta mentre sono impegnati in percorsi lungo i sentieri d'alta
quota.
E ciò non era affatto diverso nei secoli passati. Giovanni Battista Lalli, un
poeta originario di Norcia vissuto nel diciassettesimo secolo, ebbe
certamente la possibilità di vivere un'esperienza di prima mano in relazione
a questi fenomeni, come egli stesso ebbe modo di riferire nel proprio
poema Gerusalemme desolata (Canto II, 48):
Fig. 90 - Tempeste sul Monte Sibilla dalla Gerusalemme desolata di Giovanni Battista Lalli (Milano,
1630), p. 141
«E se quivi appressarsi alcun s'accinge,
Ch'à lei no piaccia, e d'introdur no'l degna;
Con diverse maniere il risospinge
Da quell'impresa, che tentar disegna.
D'atre, e gravide nubi hor l'aria cinge,
Che ria tempesta à partorir ne vegna;
Hor minacciosa, ogni pietà sbandita,
Contro di quel l'horrende belve irrita».
57
Un esempio ulteriore è riferito da Marcella Arca Petrucci, docente presso
l'Università Roma Tre, che cita da una supplica manoscritta redatta alla fine
del diciassettesimo secolo da Giuseppe Pasqua, sacerdote presso la piccola
parrocchia di Castelluccio di Norcia (Marcella Arca Petrucci, La montagna
di Norcia tra XVI e XVII secolo e le sue diverse rappresentazioni, in
Rappresentazioni e pratiche della spazio in una prospettiva storico-
geografica, 1995). In essa, Pasqua lamentava le gelide, mutevoli,
assolutamente temibili condizioni meteorologiche che potevano essere
esperimentate all'ombra del Monte Vettore, sul Pian Grande:
«[... Qui hanno luogo] grandini, nevi, nebbie, brine e tempeste de' temporali
che niuno può assicurarsene da un'ora all'altra per il che si sono [...] trovati
morti nella campagna viandanti e bestiami grossi e minuti. [... Nel
settembre 1686] successe un temporale così fiero di tuoni, lampi, saette,
vento, acqua, grandine e neve che fu necessario abbandonare il bestiame
[...] che pareva si volesse subissare il mondo e che durò un giorno e una
notte e che morissero da un migliaro di pecore. [...] Si veda in che pericoli è
sottoposto il povero Castelluccio [... Possiamo solamente] pregare Iddio
che mai più succeda».
Fig. 91 - Venti di tempesta sui Monti Sibillini osservati dalla vetta del Monte Sibilla
58
Eppure, tutto questo non è affatto sufficiente a spiegare la sinistra fama del
Lago e della Grotta, e quelle tempeste scatenate su Norcia e sull'intera
contrada. Molte altre aree d'Italia, caratterizzate dalla presenza di picchi o
rilievi elevati, sia tra gli Appennini che sulle Alpi, presentano una
fenomenologia simile in termini di violente, ricorrenti tempeste, con tempo
atmosferico rapidamente mutevole.
Ci deve essere qualcosa di più.
E, alla luce delle congetture che abbiamo introdotto nel presente articolo,
riteniamo che la parola-chiave in grado di spiegare la vera origine delle
peculiari tempeste connesse al Lago di Pilato e alla Grotta della Sibilla
possa essere, di nuovo, la stessa: terremoti.
6.6 I terremoti come effetto dei venti sotterranei
Nella tradizione leggendaria dei Monti Sibillini, i venti e le tempeste non
sono, semplicemente, normali venti e tempeste.
Come abbiamo avuto modo di affermare nel paragrafo precedente, c'è
molto di più.
Un primo indizio che viene a segnalarci lo speciale carattere dei venti in
questo contesto magico ci viene fornito da quello stesso Pierre Crespet del
quale abbiamo già citato alcuni brani in relazione alla Grotta della Sibilla,
tratti dalla sua opera De la hayne de Satan et malins esprist contro
l'homme, pubblicata nel 1590.
Come abbiamo già avuto modo di notare nel nostro precedente articolo,
Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende, Crespeto fornisce un
riferimento aggiuntivo concernente la magica, divina qualità di tali venti e
tempeste (Livre I, Discours 6):
«Gli Dèi celesti o forse le stesse stelle inviano questi venti
Spesso accade infatti che un negromante, in cerca di un tesoro nascosto
sottoterra,
o desideroso di consacrare un proprio libro,
59
oppure tentando con un magico rituale di soggiogare una divinità,
ho udito che i venti allora si levino, e improvvise tempeste si scatenino».
[Nel testo originale latino:
«Hos ventos vel Dij aerij vel sydera mittunt,
Sepae etenim cum thesauros tellure latentes,
Vult auferre Magus vel consecrare libellum,
Vel magico ritu quemquam sibi subdere divum,
Audivi exortum ventum, subitamque procellam»].
Fig. 92 - Magici venti dall'opera De la hayne de Satan et malins esprist contro l'homme di Pierre Crespet
(Parigi, 1590), p. 93
Questa suggestione, che Crespeto trae a propria volta da un'opera
cinquecentesca, Zodiacus Vitae, scritta da Marcello Palingenio Stellato nel
1536, conferma la possibile interpretazione delle tempeste e della
devastazione che ne consegue come qualcosa di diverso da una mera
turbolenza atmosferica, per quanto intensa essa possa essere.
E questi venti non sono solo connessi all'arte della negromanzia, perché
Palingenius, nel proprio poema, aggiunge le seguenti parole (Liber XI,
Aquarius):
«Sappi dunque che innumerevoli, immense caverne
giacciono sotto la terra, e lì quando venti potenti
sono generati, essi suscitano selvagge
battaglie, percuotono la terra, e con straordinario furore
60
si radunano e abbattono città intere con le loro mura.
Poi in qualche luogo essi erompono come esercito, e nell'aria
si diffondono, svanendo infine e placandosi. [...]
Così si agitano i venti, che i regni sotterranei
abitati dalle ombre dei morti, abitano nell'oscurità delle grotte».
[Nel testo originale latino:
«Scire igitur licet, innumeras vastasque cavernas
Sub terris esse, atque illic quandoque creari
Ingentes ventos; qui dum crudelia miscent
Proelia, concutiunt terram, nimioque furore
Congressi evertunt totas cum moenibus urbes.
Donec parte aliqua erumpant facto agmine, et auras
diffusi in vacuas non longa pace quiescant. [...]
Hos agitant ventos, qui subterranea regna
Dij manes habitant, caecisque morantur in antris.»].
Fig. 93 - Venti ctoni dallo Zodiacus Vitae di Marcello Palingenio Stellato (editione stampata a Basilea,
1537, p. 362-363)
Perché i venti sono miticamente legati ai terremoti.
61
La connessione tra tempeste e onde sismiche non rappresenta affatto un
concetto sviluppato nel sedicesimo secolo da Palingenio. In effetti, esso
costituisce la più antica spiegazione prescientifica in relazione all'origine
dei terremoti.
È intorno all'anno 340 a.C. che Aristotele, il grande filosofo dell'antica
Grecia, elabora il proprio esaustivo trattato Meteorologica, il primo studio
giunto fino a noi in forma scritta dedicato alle parti della terra e
dell'universo, agli elementi dei quali il mondo è composto e all'origine
degli eventi naturali, compresi i terremoti.
Fig. 94 - La frase «il vento che noi chiamiamo terremoto» [«tón ánemon, ón kaloúmen seismón»] che
appare nell'opera Meteorologica di Aristotele, da Aristotelis Opera edidit Academia Regia Borussica, a
cura di August Immanuel Bekker (Berlino, 1831), Vol. I, p. 368, numerazione Bekker 368a10-11
Secondo Aristotele (Meteorologica, Libro II, Parte VIII), lo scuotimento
della terra è causato dai «venti che noi chiamiamo terremoti. [...] Quando il
vento è presente in quantità sufficiente, si genera un terremoto». Per il
filosofo greco, «la terra è spugnosa e cavernosa», in modo tale che «la
potenza del terremoto è determinata dalla quantità di vento e dalla forma
dei passaggi attraverso i quali esso fluisce. Quando esso è respinto indietro
e non riesce a reperire facilmente una via d'uscita, le scosse sono
massimamente violente, e il vento rimane costretto in uno spazio limitato,
62
come acqua che non riesca a fuoriuscire». Perché quando «un grande vento
è compresso in un volume ridotto e si dirige verso l'alto, [...] allora esso
erompe percuotendo la terra e facendola tremare con violenza».
Terremoti e venti. Venti che circolano sotto la terra, percorrendo enormi
cavità occulte che perforano il mondo sotterraneo. E quando la pressione
dei venti diviene insopportabile, la terra ne viene scossa e battuta e colpita.
È il terremoto.
Inoltre, quando i venti del sottosuolo irrompono in superficie, si verifica
una devastante tempesta:
«Le terre il cui sottosuolo è spugnoso sono esposte ai terremoti perché essi
dispongono di spazio per grandi quantità di vento. [...] È noto come accada
spesso che un terremoto abbia continuato a colpire finché il vento che lo
generava non è riuscito a sfuggire alla terra liberandosi nell'aria, e
mostrandosi visibilmente come un uragano».
Fig. 95 - La frase su terremoti e uragani come appare nell'opera Meteorologica di Aristotele, da Aristotelis
Opera edidit Academia Regia Borussica, a cura di August Immanuel Bekker (Berlino, 1831), Vol. I, p.
366, numerazione Bekker 366b31-33
Terremoti e venti, poi trasformati in tempeste. È questa l'intima
connessione che, nell'antichità, si riteneva sussistere tra eventi sismici,
devastazione della terra e tempeste. Un legame che segnerà il racconto
leggendario dei Monti Sibillini lungo tutta la sua storia.
Il modello di Aristotele sarà condiviso ed esteso da Tito Lucrezio Caro, il
grande poeta e filosofo romano, vissuto nel primo secolo a.C. Nel suo
poema De rerum natura, egli descrive con poetiche, affascinanti parole le
cavità che si nascondono al di sotto della superficie della terra (Libro VI,
vv. 535-539 and 557-564):
63
«Ora apprendi dei terremoti quale sia
la ragione. In primo luogo immagina la terra, e la sua superficie,
essa è nel sottosuolo ricolma ovunque di venti.
Spelonche e molti laghi e vaste cavità
nel proprio grembo accoglie, e creste e rocce dirupate; [...]
Inoltre il vento, quando è ristretto nelle cavità della terra
si volge verso una parte e su essa spinge
ostinatamente con forza possente sull'alte spelonche
che cedono dove il vento preme con forza.
Allora sopra la terra gli edifici cedono
quanto più si innalzano al cielo
minacciosi si inclinano dalla medesima parte
e le travi divelte si preparano a crollare».
Fig. 96 - I versi su vento e terremoti dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro (da una preziosa edizione
stampata a Verona nel 1486), p. 174-175
64
[Nel testo originale latino:
«Nunc age, que ratio terremotibus extet
Percipe. et in primis terram fac ut esse rearis
Subter item ut super ventis undique plenam.
Speluncis multosque lacus multasque lacunas
In gremio gerere et rupes diruptaque saxa; [...]
Praeterea ventus cum per loca sub cava terrae
Conlectus parte ex una procumbit et urgit
Obnixus magnis speluncas viribus altas,
Incumbit quo venti prona premit vis.
Tum supra terram que sunt extincta domorum
Ad caelum que magis quanto sunt edita queque.
Inclinata minent in eadem prodita partem
Protractaeque trabes impendent irae paratae»].
Con grande potenza drammatica, Lucrezio descrive i terrificanti effetti dei
terremoti, generati dai venti sotterranei, sui manufatti costruiti dagli uomini
(vv. 570-576):
«Ora poiché i venti soffiano in alterne direzioni e si gonfiano
e raccogliendosi si avventano e respinti si ritraggono,
la terra spesso minaccia di rovinare.
Essa si piega e poi recede indietro,
vacillando pesantemente recupera la propria posizione.
Per questa ragione oscillano gli edifici al sommo
più che nel mezzo, e minimamente nelle parti inferiori».
Fig. 97 - Ulteriori versi su vento e terremoti dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro (da una preziosa
edizione stampata a Verona nel 1486), p. 175
65
[Nel testo originale latino:
«Nunc quia respirant alternis inque gravescunt
Et quasi conlecti redeunt ceduntque repulsi,
Saepius hanc obrem minutatur terra ruinatur.
Quam facit; inclitus enim retroque recellat
Et recipit pro lapsa suas in pondere sedes.
Hac igitur rartione vacillant omnia tecta,
Summa magis mediis, media imis, ima per hilum»].
Nuovamente, i terremoti sono descritti come potenti turbolenze della terra
prodotte dalla circolazione di venti sotterranei, nelle paurose caverne
occultate al di sotto dei passi degli uomini, e che nessun essere vivente ha
mai veduto.
Ma i terremoti possono divenire ancora più distruttivi quando i venti
trovano una propria via d'uscita dalle profondità terrestri, devastando la
terra sovrastante (vv. 577-584 e 591-600):
«Un'altra causa esiste per lo spaventoso tremore.
Quando il vento con potenza straordinaria
sorto all'esterno oppure dalla terra stessa
si spinge nei luoghi cavi della terra
e con grande tumulto freme nelle ampie caverne sotterranee,
turbinando con furia,
erompe infine con violenza fendendo la terra
schiudendo una profonda frattura. [...]
Ma se il vento non erompe, tuttavia il suo soffio
possente e la sua forza si ingolfano nelle vene della terra
e orribilmente generano il tremore.
Così come il freddo che travolge le nostre membra
costringe gli uomini al tremore e al movimento.
Duplice allora il terrore si abbatte sulle città,
si teme dei tetti il crollo, delle cavità sotterranee il repentino collasso, e che
il suolo non si apra
in abissi per accogliere la distruzione delle rovine».
[Nel testo originale latino:
«Est haec eiusdem quoque magni causa tremoris.
ventus ubi atque animae subito vis maxima quedam
66
aut extrinsecus aut ipsa tellure coorta
in loca se cava terra coniecit ibique
speluncas inter magnas fremit ante tumulto
vesabundaque portatur post incita cum vis
exagitata foras erumpitur et simul altam
diffidens terram magnum concinnat hiatum. [...]
Quod nisi prorumpit tamen impetus ipse animai
et fera vis venti per crebra foramina terrae
disperitur ut horror et incutit inde tremorem.
frigus ut in nostros poenitus qum venit in artus
concutit in viros cogens tremere atque movere.
ancipiti trepidant igitur terrore per urbis.
tecta superne timent, inferne [metuunt] cavernas
terra ne dissolvat natura repente,
neu distracta suum late dispandat hiatum
idque suis confusa velit complere ruinis».
Fig. 98 - Ancora versi su vento e terremoti dal De rerum natura di Tito Lucrezio Caro (da una preziosa
edizione stampata a Verona nel 1486), p. 175-176
Nell'anno 63 d.C., è Lucio Anneo Seneca, l'illustre filosofo che fu
precettore dell'imperatore Nerone, a sviluppare ulteriormente l'antico
modello teorico sull'origine degli eventi sismici. Nelle sue Naturales
quaestiones, egli dedica un esteso, completo capitolo ai terremoti.
Dopo avere ripercorso, con un dettagliato riepilogo, le opinioni sostenute
da suoi predecessori greci e latini, Seneca illustra la sua visione in merito
alle ragioni per le quali i terremoti si scatenerebbero sulla terra (Libro VI,
Capitolo XVIII):
67
«La ragione principale per la quale la terra si muove è l'aria, elemento
naturale che si disloca di luogo in luogo. Finché essa non è turbata, e riposa
in uno spazio sufficiente, essa giace inerte, produce alcun turbamento
attorno a sé. Ma quando una sopravvenuta causa esterna la sollecita e la
sospinge, o la costringe in uno spazio ristretto, certamente all'inizio essa si
ritira vorticando. Ma quando la possibilità di fuoriuscire si presenta,
opponendosi resistenza ad essa in ogni direzione, allora 'con grande
mormorio della montagna - erompe superando l'ostacolo' [un verso
dall'Eneide di Virgilio - n.d.r.], svellendo ogni confine dopo lungo
contrasto, e superandolo; e diventando tanto più violenta quanta maggior
resistenza aveva frapposto quell'ostacolo. Poi, dopo avere riempito l'intero
spazio in cui era prima circoscritta, e non trovando via d'uscita, è in quel
momento che essa si ritrae dal punto in cui massimamente ha esercitato
pressione. E, o per vie occulte si disperde, il che è talvolta causa di
terremoti, oppure fugge creando una nuova frattura. Tale è la forza che
nessuno può comprimere: nessun incastro può trattenere il vento».
Fig. 99 - Il brano relativo a venti e terremoti tratto dalle Naturales quaestiones di Lucio Anneo Seneca (da
un'edizione stampata a Venezia nel 1643), p. 203-204
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[Nel testo originale latino: «Maxima ergo causa est, propter quam terra
moveatur, spiritus natura citus, et locum e loco mutans. Hic quamdiu
impellitur, et in vacanti spatio latet, iacet innoxius, nec circumiectis
molestus est. Ubi illum extrinsecus superveniens caussa solicitat
compellitque et in arctum agit, scilicet adhuc, cedit tantum et vagatur. Ubi
erepta discedendi facultas est, et undique obsistitur, tunc 'magno cum
murmure montis Circum claustra fremit', quae diu pulsata convellit ac
iactat; eo acrior quo cum ualentiore mora luctatus est. Deinde cum circa
perlustravit omne quo tenebatur, nec potuit euadere, inde, quo maxime
impactus est, resilit; et aut per occulta dividitur, ipso terraemotu raritate
facta, aut per novum vulnus emicuit. Ita eius vis tanta non potest cohiberi,
nec ventum tenet ulla compages»].
Così, nella visione espressa da Seneca, venti e terremoti risultano essere
strettamente legati (Libro VI, Capitoli XXIV e XXV):
«Ritengo anch'io che il vento sia la causa di questa sciagura. [...] Quando
l'aria ha riempito completamente le cavità della terra con forza immensa, e
ha cominciato a dare battaglia meditando la fuga, essa si scaglia contro i
confini stessi dello spazio che la contiene, sopra il quale sovente sono
collocate le città. Talvolta queste ne ricevono così violente percosse che ne
consegue il crollo degli edifici sovrastanti».
Fig. 100 - I venti come causa dei terremoti dalle Naturales quaestiones di Lucio Anneo Seneca (da
un'edizione stampata a Venezia nel 1643), p. 211-212
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[Nel testo originale latino: «Spiritum esse huius mali caussam et ipse
consentio. [...] Cum spiritus magna vi in vacuum terrarum locum penitus
applicuit, coepitque rixari, et de exitu cogitare, latera ipsa íntra quae latet,
saepius percutit, supra quae urbes interdum site sunt, haec nonnumquam
adeo concutiuntur, ut aedificia superposita procumbant»].
Nella seconda metà del primo secolo, Plinio il Vecchio, il filosofo e
comandante militare che morì sulla spiaggia di Ercolano durante la
catastrofica eruzione del Vesuvio, aderì anch'egli alla congettura ipotizzata
da Aristotele, Lucrezio e Seneca (Naturalis historia, Libro II, Capitolo
LXXXI):
«Ritengo che certamente i venti siano la causa dei terremoti. [...] Non è
diverso il tremore della terra dal tuono nelle nubi; differente è la
fenditura della terra dal saettare del fulmine, quando l'aria costretta lotta e
tenta di fuggire».
Fig. 101 - Terremoti e venti dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio (dalla prima edizione a stampa,
Venezia, 1469), p. 20
70
[Nel testo originale latino: «Ventos in causa esse non dubium reor. [...]
neque aliud est in terra tremor quam in nube tonitruum. Nec hyatus aliud
quam cum fulmen erumpit incluso spiritu luctante et ad libertatem exire
nitente»].
Dalle sue parole, parrebbe che lo stesso Plinio possa avere fatto esperienza
diretta delle circostanze connesse agli eventi sismici, e di certo egli volle
condurre personalmente opportuni approfondimenti in relazione a questa
materia:
«Un suono terribile precede e accompagna il terremoto; talvolta è un
mormorio che è simile a un muggito, o può anche somigliare a voci umane
o clangore di armi, a seconda del materiale che riceve il suono, sia che si
tratti di caverne o di cunicoli da esso attraversati, risultando più acuto se
scaturente da luoghi angusti, più rauco se da spazi ricurvi, con un sensibile
riverbero se in materiali rigidi, ribollente nei liquidi, fluttuante attraverso
l'acqua stagnante, e come un ruggito attraverso i corpi solidi. Talvolta è
anche possibile percepire il movimento senza alcun suono. si tratta
sempre di un semplice movimento, ma di tremore e vibrazione. [...]
Secondo quanto da me investigato, a tremare più spesso sono le Alpi e gli
Appennini».
Fig. 102 - I suoni dei terremoti nella descrizione di Plinio il Vecchio tratta dalla sua Naturalis historia
(dalla prima edizione a stampa, Venezia, 1469), p. 20-21
[Nel testo originale latino: «Praecedit vero comitaturque terribilis sonus,
alias murmur mugitibus similis, aut clamori humano armorumve
pulsantium fragori, pro qualitate materiae excipientis formaque vel
cavernarum vel cuniculi per quem fit, exitus grassante in angusto eodem
rauco in recurvis resultante in duris, fervente in umidis fluctuante in
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stagnantibus feruente contra solida. Itaque et sine motu saepe editur sonus;
nec simplici modo quatitur unquam, sed tremit vibratque. [...] Exploratum
est mihi alpes appenninumque tremuisse saepius»].
Ma la causa scatenante è sempre il vento, e quando la pressione dell'aria
diminuisce, anche il terremoto ha termine (Libro II. Capitolo LXXXIV):
«I tremori cessano infine quando il vento emerge; nel caso essi non
finiscano, allora non si placano per almeno quaranta giorni, e anche di più,
alcuni terremoti essendo durati uno o anche due anni».
[Nel testo originale latino: «Desinunt autem tremores cum ventus emergit;
sin vero duraverint non ante XL dies sistuntur plerumque et tardius, utpote
cum quidam annuo et biennii spacio duraverint»].
Fig. 103 - Il placarsi dei terremoti dalla Naturalis historia di Plinio il Vecchio (dalla prima edizione a
stampa, Venezia 1469), p. 21
Dunque, attraverso tutta l'antichità classica gli eruditi hanno tentato di
spiegare la ragione posta alla base dei terremoti adottando un modello
prescientifico, fondato sulla circolazione dei venti all'interno delle cavità
nascoste della terra. Talvolta, i venti possono esercitare una straordinaria
pressione sulle pareti delle cavità sotterranee nelle quali essi sono confinati,
e il loro moto oscillatorio produce effetti sismici in superficie; altre volte,
essi riescono a fuoriuscire dalle proprie prigioni situate nel sottosuolo,
dando origine a violente tempeste che contribuiscono alla generale
distruzione della contrada sovrastante.
Mentre gli uomini dell'Età del Ferro che dimoravano tra i monti Appennini,
dovendosi confrontare con le spaventose onde sismiche che frequentemente
colpivano il loro territorio, immaginarono forse sogni di demoniache
divinità annidate al di sotto delle loro montagne, i Greci e i Romani
intrapresero un sentiero completamente differente, seppure assai impervio a
causa dell'indisponibilità di qualsivoglia solido fondamento scientifico, e
nondimeno basato su considerazioni del tutto naturali e legate al mondo
72
tangibile, senza alcuna necessità di introdurre dèi o demoni: un sentiero
che, in seguito, condurrà la cultura del mondo occidentale in direzione della
moderna scienza, così come noi oggi la conosciamo.
In ogni caso, in antico venti e tempeste costituivano l'unica spiegazione
disponibile in merito ai terremoti. L'avvento dell'era cristiana non
aggiungerà sostanzialmente nulla a questo modello concettuale, e la teoria
dei venti rimarrà attuale fino al Rinascimento, come abbiamo potuto
osservare nell'opera Zodiacus Vitae, scritta da Marcello Palingenio Stellato
nel 1536.
E non è certo un caso che i venti sotterranei siano anche citati
esplicitamente proprio dai principali autori che hanno contribuito alla
diffusione della tradizione leggendaria sibillina: Andrea da Barberino e
Antoine de la Sale.
Nel suo Guerrin Meschino, Andrea da Barberino invia il proprio eroe e
cavaliere nel Purgatorio di San Patrizio, immediatamente dopo la sua visita
proibita alla Sibilla Appenninica. Lì, Guerrino è circondato da demoni
infuriati, che irrompono accompagnati da un vento maligno, apertamente
associato dallo stesso Andrea da Barberino ai terremoti (Capitolo
CLXVIII):
«La giesia comenzò a tremare; e l'aere tonava, e parevali che si grande el
vento traesse che la terra tremasse, come certe volte lui havea zia per venti
sentito e veduto, che esseno de la terra, che sono chiamati terremoti. Ma
questi non erano terremoti, anzi furono demonii infernali...».
Fig. 104 - Venti e terremoti menzionati da Andrea da Barberino nel suo Guerrin Meschino (dall'edizione
pubblicata a Venezia nel 1480)
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E Antoine de la Sale, nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla, lascia che i
suoi personaggi facciano esperienza dei potenti venti sotterranei che
circolano al di sotto della terra, proprio nelle viscere della Grotta della
Sibilla:
«Proseguirono lungo questa caverna più bassa, sempre più avanti, per lo
spazio di tre miglia, secondo quanto loro parve. Poi trovarono una fenditura
che attraversava la caverna, dalla quale usciva un vento così terribile e
straordinario che non ci fu chi osasse andare nemmeno mezzo passo più
oltre; perché, quando si avvicinavano al vento, sembrava loro che esso
volesse trascinarli via».
[Nel testo originale francese: «Allerent par ceste plus basse cave, tousdiz
en avalant, bien l'espace de trois milles a leur advis. Lors trouverent une
vaine de terre traversant la cave, dont yssoit un vent si treshideux et
merveilleux que ne fut celui qui osast aler pas ne demy plus avant; car,
aussi tost qu'ilz approuchoient, leur sembloit que le vent les emportast»].
Fig. 105 - Venti sotterranei rappresentati da Antoine de la Sale nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla
(manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folia 10r e 10v)
Venti e terremoti. Venti che soffiano attraverso le occulte cavità della terra.
Un'antica credenza che era del tutto nota ad autori quali Andrea da
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Barberino e Antoine de la Sale, che in effetti ne inserirono menzioni nelle
rispettive opere letterarie.
A partire dall'età del Rinascimento, un rinnovato interesse nei confronti
dell'enigmatica questione relativa all'origine dei terremoti condurrà studiosi
e filosofi a elaborare ulteriori congetture, come ad esempio la teoria
proposta da Immanuel Kant sulla combinazione di gas ardenti di zolfo e
ferro all'interno di pozzi e caverne sotterranee.
Sarà infine nel corso del diciannovesimo secolo che la fisica della
propagazione delle onde attraverso la terra sarà scoperta e analizzata. Un
secolo più tardi, lo scienziato tedesco Alfred Wegener delineerà la propria
teoria sulla deriva dei continenti e la tettonica delle placche, la chiave
fondamentale verso una piena comprensione scientifica della natura e delle
caratteristiche dei terremoti.
E così, per più di diciassette secoli, da Aristotele a Lucrezio, da Seneca a
Plinio il Vecchio, e fino al tardo medioevo, i terremoti, i venti e le tempeste
saranno parte di una medesima, omogenea visione delle potenze ctonie e
della distruzione da esse portata sulla terra.
E questa identità di visione è totalmente rintracciabile nella tradizione
letteraria che riguarda i racconti leggendari dei Monti Sibillini, il massiccio
situato tra gli Appennini italiani.
Si tratta di un'ulteriore indicazione del fatto che la nostra congettura, basata
sui terremoti e sui loro terrificanti effetti, sta conducendo i nostri passi
verso una direzione particolarmente promettente.
7. Una nuova interpretazione del significato del racconto leggendario
Nella presente ricerca, abbiamo illustrato una nuova congettura relativa alla
potenziale origine dei racconti leggendari che sono rinvenibili tra i Monti
Sibillini. Abbiamo ipotizzato come, nel corso dell'Età del Ferro, le
popolazioni locali di Sabini e Piceni, ricorsivamente colpite da devastanti
terremoti e continuativamente esposte ai minacciosi tremori della terra,
possano avere stabilito dei santuari d'altura presso il Lago situato sul Monte
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Vettore e alla Grotta posta sul picco del Monte Sibilla, due luoghi che più
tardi livelli leggendari, sopraggiunti successivamente, avrebbero poi
trasformato nella Grotta della Sibilla e nel Lago di Pilato.
La terrificante coabitazione con gli scuotimenti sismici potrebbe avere
favorito la produzione di credenze leggendarie forse connesse con entità
demoniache che avrebbero dimorato al di sotto dei Monti Sibillini: demoni
maligni che avrebbero governato i terremoti, e ai quali sarebbe stato
possibile rivolgersi per implorare salvezza presso due specifici luoghi di
grande impatto emotivo: il Lago e la Grotta, ambedue collocati in scenari
inquietanti e sinistri. Due elementi naturali, due punti di riferimento
geografico che avrebbero marcato la presenza di ingressi a regioni
oltremondane e sovrumane.
Non una Sibilla, non un prefetto romano. Invece, una personificazione dei
terremoti: una potenza aggressiva e distruttiva, che ha tipicamente colpito
questa porzione degli Appennini sin da tempi remoti.
I terremoti come un potere