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MONTI SIBILLINI, UN LAGO E UNA GROTTA COME ACCESSO OLTREMONDANO (PARTE 1)

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I misteri del Monte Sibilla e dei Laghi di Pilato, situati tra i Monti Sibillini in Italia, costituiscono entrambi enigmi antichi e ancora inspiegati. In due precedenti articoli, "Nascita di una Sibilla: la traccia medievale" e "Una leggenda per un prefetto romano: i Laghi di Ponzio Pilato", abbiamo posto in evidenza due livelli narrativi addizionali, connessi alla figura di Morgana la Fata e alla nota tradizione leggendaria che ha circondato la figura di Ponzio Pilato. Con un terzo articolo, "Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende", abbiamo identificato una serie di aspetti comuni che segnano entrambe le leggende, sia in relazione al Lago di Pilato che alla Grotta della Sibilla, con almeno tre tratti condivisi: leggendarie presenze demoniache; rituali negromantici effettuati presso entrambi i siti; e leggendarie tempeste e devastazioni che si sarebbero levate da ambedue i luoghi. Con il presente articolo affrontiamo un quarto aspetto assai significativo che sembra caratterizzare entrambi i luoghi, la Grotta e il Lago: parrebbe che essi siano stati considerati come una sorta di passaggio verso regioni oltremondane, a motivo della presenza di specifici elementi narrativi, come il 'ponte del cimento', che sono usualmente rinvenibili in tradizioni letterarie che descrivono viaggi visionari nell'Aldilà. Il regno infero e la sua accessibilità ai viventi ha sempre costituito un illustre ed emozionante tema letterario nella produzione della tradizione occidentale, a partire dall'antichità classica, attraversando il Cristianesimo delle origini e percorrendo i secoli del Medioevo. Dall'"Odissea" di Omero all'"Eneide" virgiliana, da Papa San Gregorio Magno ai sogni visionari originati nell'Irlanda medievale, e fino alla leggenda del Purgatorio di San Patrizio, gli uomini hanno sempre sognato il sogno della vita oltre la vita, con le sue ombre, i suoi demoni e le sue torture. Nella presente ricerca ripercorriamo i principali esempi letterari concernenti le visioni narrative dell'Aldilà nella cultura occidentale. Inoltre, vengono posti in evidenza gli stretti legami letterari che possono essere rilevati tra i racconti leggendari relativi alla Grotta della Sibilla e al Lago di Pilato, situati tra i Monti Sibillini, e due notissime narrazioni, di enorme successo, che descrivono due specifici viaggi all'interno delle regioni oltremondane: la leggenda della Sibilla Cumana, con il Lago d'Averno e la tenebrosa grotta che permetteva di accedere al regno dei morti, e la leggenda del Purgatorio di San Patrizio, che pone in scena un altro lago, Lough Derg, e un'altra sinistra caverna. Nel presente articolo mostreremo le ripetute contaminazioni che hanno avuto luogo tra i temi narrativi che connettono le tre diverse, e sostanzialmente irrelate, leggende, nella forma di un palese trasferimento di temi narrativi e situazioni dagli illustri e ben noti racconti cumano e irlandese, verso un racconto italiano che sembra essere caratterizzato da alcuni tratti narrativi e geografici comuni, anche se localizzato in una differente ambientazione, e malgrado la sua sostanziale indipendenza dalla narrazioni che riguardano Lough Derg e Cuma. Una contaminazione che ha percorso i secoli del Medioevo, transitando lungo invisibili flussi narrativi orali, e infine materializzatisi all'interno delle opere quattrocentesche vergate da Antoine de la Sale e Andrea da Barberino. L'ipotesi che ne deriva, dalle significative conseguenze, è costituita dalla possibilità che un leggendario punto di passaggio verso un qualche genere di Aldilà possa essere stato localizzato, da una tradizione molto antica che avrebbe lasciato labili tracce nella letteratura conosciuta, tra le vette degli Appennini nell'Italia centrale. E i segni rilevanti relativi a questo mitico punto di passaggio sarebbero stati associati, proprio come a Cuma e a Lough Derg, allo stesso tipo di forme geografiche, un lago e una grotta: entrambi avrebbero segnalato la presenza di un leggendario 'hot spot' sulla superficie della Terra, presso il quale un mitico punto di ingresso oltremondano sarebbe stato localizzato. In tale scenario, varie questione vengono lasciate aperte al termine del presente articolo: per quale motivo questo sito appenninico avrebbe dovuto essere considerato come un ulteriore punto di ingresso verso l'Aldilà? Se la nostra ipotesi fosse corretta, di quale sorta di regione oltremondana si sarebbe trattato? Quale genere di sogni spaventosi avrebbero concepito gli uomini presso il Lago e la Grotta situati tra le montagne dell'Appennino centrale? Quale leggenda viveva in quest'area prima che i leggendari racconti medievali relativi a una Sibilla e a Ponzio Pilato si stabilissero in questi luoghi? L'evidenziazione del carattere oltremondano che marca il massiccio dei Monti Sibillini, in Italia, può condurre la ricerca verso una maggiore comprensione del nucleo mitico del complesso leggendario che abita queste imponenti montagne italiane, aprendo una nuova strada che sarà pienamente percorsa in un futuro, e conclusivo, articolo, attualmente in corso di preparazione. Questo articolo costituisce la Parte 1 dell'articolo completo riguardante la predetta tematica, ed è anche parte di una serie completa di articoli sulla vera origine delle leggende della Sibilla Appenninica e dei Laghi di Pilato, una serie che comprenderà ulteriori articoli i quali saranno in grado di fornire nuove, inedite informazioni in merito a questa affascinante tematica.
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MICHELE SANVICO
SIBILLA APPENNINICA
IL MISTERO E LA LEGGENDA
MONTI SIBILLINI, UN LAGO E UNA GROTTA COME
ACCESSO OLTREMONDANO1
PARTE 1
1. Il significato di una leggenda
Alcuni anni fa iniziammo un emozionante viaggio attraverso antichi miti e
tradizioni letterarie, un percorso che ha condotto i nostri passi, da un lato,
nel mondo materiale, tangibile, con un'immersione mozzafiato tra gli
straordinari scenari dei Monti Sibillini, gli imponenti contrafforti che si
innalzano nell'Italia centrale, con i loro picchi elevati e i paurosi precipizi,
parte della catena degli Appennini; e, dall'altro lato, attraverso un regno
maggiormente elusivo, e particolarmente sinistro, caratterizzante la
medesima area geografica, in relazione all'inquietante tradizione
1 Articolo pubblicato il 5, 9, 11, 12, 13, 15, 17, 19, 23, 25, 27, 29 gennaio e 1 febbraio 2020
(http://www.italianwriter.it/TheApennineSibyl/TheApennineSibyl_Otherworld.asp)
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leggendaria che ha abitato, per molte centinia di anni, quelle remote vette
d'Italia.
Sin dal quindicesimo secolo, i popoli europei sono stati consapevoli del
fatto che una piccola porzione della terra d'Italia costituiva un territorio di
oscura e misteriosa magia. Si riteneva che una Sibilla, la Sibilla
Appenninica, vivesse al di sotto di una delle cime che sfidano i venti in
quella zona così remota e inaccessibile, con la sua corte occultata e il suo
illusorio reame, racchiusi nello spazio incantato di una Grotta sotterranea,
nella quale i cavalieri sarebbero stati privati della loro anima immortale
vivendo al contempo una vita di gioie senza fine e voluttuosi peccati. A
pochi chilometri di distanza dal tenebroso ingresso di quella Grotta, inoltre,
si trovava un Lago, acque gelide nelle quali si pensava risiedessero esseri
demoniaci, assieme al cadavere di Ponzio Pilato, il più celebre prefetto
della Roma antica, colui che aveva condannato Gesù Cristo alla morte di
croce, il cui corpo sarebbe stato magicamente gettato in quel liquido
specchio circondato da creste vertiginose.
Fig. 1 - Il Monte Sibilla nel massiccio dei Monti Sibillini
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Due leggende per lo stesso massiccio montuoso. Due differenti miti, in
apparenza caratterizzati da attributi differenti, che vivevano tra gli stessi
contrafforti di roccia, presso due siti distinti. A soli otto chilometri di
distanza l'uno dall'altro, e in piena linea di vista reciproca.
Fig. 2 - I Laghi di Pilato nel massiccio dei Monti Sibillini, con il Monte Sibilla che si innalza sullo sfondo
E la fama delle due leggende era notevole. Per secoli numerosi visitatori si
erano spinti fino a queste isolate contrade d'Italia per incontrare la Sibilla e
le sue leggiadre damigelle presso quella Grotta, o per consacrare libri
magici sulle rive di quel Lago. A partire dal romanzo di Andrea da
Barberino Guerrin Meschino e dal resoconto vergato da Antoine de la Sale,
Il Paradiso della Regina Sibilla, entrambi i racconti leggendari avevano
compiuto un lungo viaggio attraverso le numerose nazioni d'Europa,
attirando cavalieri, avventurieri, negromanti, letterati, filologi e anche veri
e propri scienziati e ricercatori fino ai picchi del Monti Sibillini, in cerca di
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un indizio che fosse in grado di rendere visibile una mitica verità che
pareva però sfuggire ogni tentativo di svelarla.
Il momento è giunto, però, per tentare oggi di produrre un cambiamento. La
ricerca è ormai pronta alla rimozione di quel velo.
Grazie ai risultati ottenuti nell'ambito di una serie di studi preliminari,
pubblicati tra la fine dell'anno 2017 e i primi mesi del 2018, tra i quali I
Cavalieri della Sibilla - Guerrin Meschino e i suoi antecedenti: Huon da
Bordeaux, I Cavalieri della Sibilla - Guerrin Meschino e i suoi
antecedenti: Ugone d'Alvernia, Antoine de La Sale e il magico ponte
nascosto nel Monte della Sibilla, La verità letteraria sulle magiche porte
nel 'Paradiso della Regina Sibilla' e Il Purgatorio di San Patrizio, una
fonte comune per Guerrin Meschino e Antoine de La Sale, abbiamo
cominciato a dirigere la nostra ricerca nella direzione più corretta e
appropriata: la messa in luce del nucleo originale delle due leggende.
Perché le citate ricerche preliminari hanno mostrato come alcuni specifici
elementi inclusi nella leggenda della Sibilla Appenninica non siano
originali: essi sono stati infatti tratti da altre tradizioni leggendarie, in
particolare legate alle narrazioni cavalleresche.
Questa linea di indagine ha condotto a ulteriori progressi di fondamentale
importanza nella ricerca. Con la successiva serie di articoli, tutti pubblicati
nel 2018 e comprendenti Il Lago di Pilato in un antico manoscritto: Pierre
Bersuire, Una misteriosa citazione da «Primo Cambilunense Vescovo»
svelata, Una Sibilla chiamata Cimmeria: una ricerca sul potenziale legame
con la Sibilla Appenninica e Sibilla Appenninica: un viaggio nella storia
alla ricerca dell'oracolo, abbiamo esplorato in maggiore profondità la
questione relativa alle potenziali origini delle leggenda della Grotta della
Sibilla e del Lago di Pilato: i risultati sembrano confermare il fatto che non
esiste alcuna evidenza di una Sibilla romana o medievale che sia mai stata
presente in questa regione dell'Italia, così come desumibile da tutte le fonti
note che precedano il secolo quindicesimo; e, dall'altro lato, una sinistra
leggenda relativa al Lago pareva sussistere già nel quattordicesimo secolo,
senza alcuna connessione con la figura di Ponzio Pilato.
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Tutto ciò ha aperto la strada a due articoli di primaria rilevanza, entrambi
pubblicati nel 2019, i quali rendono disponibili due solidi punti di partenza
per tutte le ricerche successive.
Con Nascita di una Sibilla: la traccia medievale, abbiamo rintracciato gli
ascendenti della Sibilla Appenninica indietro nel tempo, fino al materiale
leggendario che è parte dell'illustre Materia di Bretagna. La Sibilla dei
Monti Sibillini deve essere riconosciuta come la fata e negromante 'Sebile',
compagna e sodale della sua più famosa controparte Morgana la Fata,
sorellastra di Re Artù. I due personaggi sono posti in scena in numerosi
poemi e romanzi cavallereschi, essendo la prima il prodotto di una
comparazione letteraria tra Morgana e una Sibilla, così come proposta dallo
scrittore tedesco Hartmann von Aue nel suo poema Erec, risalente alla fine
del dodicesimo secolo. Luoghi letterari quali quello relativo al cavaliere
imprigionato in un incantato castello magicamente occultato appartengono
pienamente alla Materia di Bretagna e al ciclo arturiano, e in tali ambiti è
possibile rintracciare Sebile come personaggio che agisce in molteplici
situazione ed episodi che possono essere rilevati anche nell'ambito della
tradizione letteraria relativa alla Sibilla Appenninica.
Fig. 3 - L'immagine di apertura dell'articolo di ricerca Nascita di una Sibilla: la traccia medievale
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Con Una leggenda per un prefetto romano: i Laghi di Ponzio Pilato
abbiamo raggiunto conclusioni che, in realtà, non risultano essere affatto
nuove, essendo ampiamente noto, tra gli studiosi, come il racconto
leggendario che riguarda il famoso prefetto romano abbia percorso con
vivacità tutti i secoli del Medioevo, con numerose testimonianze letterarie e
una potente circolazione di narrazioni orali, e con l'indicazione di diversi
luoghi di sepoltura per il corpo maledetto di Pilato, tutti abitati da
leggendarie presenze demoniache, senza che risulti essere disponibile alcun
riferimento a siti che siano da rintracciarsi tra i Monti Sibillini, in Italia.
Fig. 4 - L'immagine di apertura dell'articolo di ricerca Una leggenda per un prefetto romano: i Laghi di
Ponzio Pilato
I risultati finali che scaturiscono dai due articoli citati mostrano come le
leggende della Grotta della Sibilla e del Lago di Pilato costituiscano un
adattamento locale di racconti leggendari estranei, nati altrove e
sviluppatisi in altri luoghi.
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Dunque, la Sibilla Appenninica e la tradizione concernente Ponzio Pilato
rappresentano sovrastrutture leggendarie addizionali, che non appartengono
ai Monti Sibillini. Inoltre, le due predette sovrastrutture celano qualcosa
che giace al di sotto di esse: il vero nucleo leggendario originario del mito
che abita questa porzione degli Appennini.
Ma come possiamo essere così confidenti nel fatto che un ulteriore
racconto leggendario giaccia più in profondità?
La ragione decisiva, a nostro parere, consiste nell'osservazione che nessuna
leggenda, estranea e non correlata, possa stabilirsi in uno specifico luogo
senza che sia presente un peculiare richiamo che ne diriga il corso
esattamente verso quel particolare territorio.
Una sorta di magnetica attrazione, per quanto mitica, si rende infatti
necessaria per convogliare i racconti magici relativi a Sebile e Ponzio
Pilato fino alle creste dei Monti Sibillini. Non è affatto per uno strano
destino che il tenebroso racconto relativo al regno incantato di una Sibilla e
la sinistra narrazione concernente un prefetto romano siano venuti a
riposare, come la sfera metallica vorticante sul disco di una roulette,
proprio nella posizione marcata da queste remote montagne italiane.
La terra d'Italia, infatti, è disseminata di migliaia di laghi, picchi e vette:
eppure, due illustri narrazioni leggendarie sono giunte a stabilirsi
esattamente tra questi contrafforti. E si sono stabilite presso due siti
adiacenti, localizzati solamente a pochi chilometri l'uno dall'altro, in piena
linea visuale.
È questa la questione fondamentale di tutta la nostra ricerca, la domanda
maggiormente critica: sembra plausibile ipotizzare che sia i Laghi di Pilato
che la Sibilla Appenninica siano sorti da una particolare condensazione
relativa, in modo specifico, alla natura di questi luoghi, i Monti Sibillini.
Pare sussistere una sorta di nucleo originario, pertinente a entrambi i miti:
una leggenda prima delle leggende, qualcosa che non fu trapiantato tra
queste montagne giungendo da altri luoghi e tradizioni, qualcosa che ebbe
invece origine esattamente qui, e forse collegato con il fatto che questi siti
rappresentano luoghi molto speciali.
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In cosa consiste questa particolare condensazione? Quale è la natura, così
peculiare, di questo remoto angolo della terra d'Italia?
Le predette considerazioni e i citati interrogativi hanno aperto la strada
verso il più recente articolo da noi pubblicato in relazione a questa materia.
Nella ricerca Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende, pubblicato
nel 2019, abbiamo cominciato a individuare le tracce lasciate da un
potenziale nucleo leggendario comune, originale ma ancora ignoto, che
possa giacere al di sotto delle narrazioni riguardanti la Sibilla Appenninica
e Ponzio Pilato. E i risultati si sono rivelati assai promettenti.
Siamo stati in grado di evidenziare una molteplicità di tratti comuni che
marcano entrambe le leggende, qualle relativa alla Grotta e quella
concernente il Lago. E abbiamo potuto rilevare almeno tre aspetti
condivisi: una leggendaria presenza demoniaca; l'effettuazione di pratiche
negromantiche; venti, tempeste e devastazioni che si produrrebbero
miticamente da ambedue i siti.
Fig. 5 - Un'immagine composita presentata nell'articolo Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende
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Per secoli, sia la Grotta che il Lago erano ritenuti ospitare un qualche
genere di leggendari demoni locali. Per secoli, in entrambi i luoghi veniva
praticata la negromanzia, con l'obiettivo di evocare maligne presenze. Per
secoli, l'azione dei negromanti veniva reputata essere causa di devastazioni
a danno dei territori circostanti, per il levarsi di violente tempeste da
entrambi i siti.
I due luoghi sembrano avere effettivamente qualcosa in comune, in termini
di attribuzioni leggendarie. Ma quale leggenda si cela dietro a tutto ciò?
Come abbiamo già avuto modo di affermare nella parte conclusiva del
nostro articolo Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende, stiamo
cominciando a intravedere i primi segni del nucleo comune e originale
delle due leggende. C'è qualcosa, a proposito della Grotta e del Lago, che
non ha nulla a che fare con la Sibilla Appenninica, con Ponzio Pilato.
Qualche cosa di più profondo. Qualche cosa di più antico.
Ci stiamo avvicinando sempre di più al nucleo originario delle leggende
che abitano i Monti Sibillini, in Italia. Eppure, il nostro viaggio nel mistero
che giace nel cuore di esse non è ancora finito.
Dopo avere evidenziato i tre tratti comuni citati in precedenza, dobbiamo
ora illuminare un quarto aspetto condiviso, che non abbiamo ancora
menzionato.
Si tratta del punto di accesso. L'accesso oltremondano al regno infero.
E, nel presente lavoro di ricerca, stiamo per andare a esplorare proprio
questo aspetto fondamentale.
2. Un passaggio verso la tenebra
Stiamo per compiere un ulteriore passo in direzione di quel nucleo mitico
che i torreggianti bastioni dei Monti Sibillini, nell'Italia centrale,
circondano e proteggono. Ci stiamo addentrando attraverso gli strati di
sovrapposte narrazioni che hanno avvolto la Grotta della Sibilla e i Laghi di
Pilato per molti secoli. Attraverso una vorticante nebbia, costituita da
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racconti estranei che narrano storie di Sibille e prefetti romani, abbiamo
cominciato a cogliere i segni di un nucleo originario, comune a entrambe le
leggende. Un nucleo che comprende tre aspetti condivisi: demoni,
evocazioni negromantiche e devastazioni.
E possiamo rilevare anche un quarto tratto comune, che lega la Grotta e il
Lago.
Sussistono infatti segni che parrebbero indicare come i due siti possano
essere stati considerati come ingressi al mondo infero.
Ma di cosa stiamo parlando? Seguiamo insieme gli indizi e proviamo a
decifrarne il significato.
2.1 La Grotta come ingresso sovrannaturale
Che cosa è, in realtà, la Grotta della Sibilla, secondo la sua stessa
leggenda?
In apparenza, la Grotta è un punto di accesso a un regno sotterraneo di
lussuria e peccato, governato da una profetessa sibillina, così come esso si
presenta, al primo sguardo, quando si affrontano opere quali Guerrin
Meschino e Il Paradiso della Regina Sibilla.
A prima vista, questo è ciò che la Grotta rappresenta. Ma solo a prima vista.
Se, invece, procediamo ad effettuare un'analisi più attenta delle due citate
narrazioni leggendarie, non potremo non imbatterci in una serie di indizi
assai significativi. Indizi che tendono a indirizzare la nostra investigazione
verso direzioni diverse, e inedite.
Nel nostro precedente articolo Antoine de La Sale e il magico ponte
nascosto nel Monte della Sibilla, abbiamo avuto modo di confrontarci con
un ponte incantato, il quale, secondo il racconto riferito dal visitatore
quattrocentesco Antoine de la Sale, si troverebbe immerso nella sinistra
tenebra della Grotta della Sibilla:
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«Poi si trova un ponte, del quale non si capisce di quale materia sia
costruito, ma si dice che non sia più largo di un piede e sembrerebbe essere
molto lungo. Al di sotto di questo ponte, un grande e spaventoso abisso di
enorme profondità [...] Ma non appena si pongono i due piedi sul ponte,
esso diviene largo a sufficienza; e più si procede innanzi e più esso diviene
largo e l'abisso meno profondo».
[Nel testo originale francese: «Lors trouve-l'on ung pont, que on ne scet de
quoy il est, mais est advis qu'il n'est mie ung pied de large et semble estre
moult long. Dessoubz ce pont, a très grant et hydeux abisme de parfondeur
[...] Mais aussitost que on a les deux pieds sur le pont, il est assez large; et
tant va on plus avant et plus est large et moins creux»].
Come abbiamo già avuto occasione di illustrare nel citato articolo, il ponte
di Antoine de la Sale costituisce un elemento narrativo di notevolissimo
significato: perché non si tratta affatto di un ponte qualunque, di una
fantasiosa invenzione letteraria da ascriversi all'immaginazione dello
smaliziato cortigiano provenzale. Il ponte magicamente stretto, infatti, quel
ponte che si allarga a mano a mano che il vero credente lo attraversa,
sostenuto da una fede sincera, appartiene all'antica tradizione dei 'ponti del
cimento', utilizzati per il giudizio delle anime nel mondo dei morti.
Fig. 6 - Il magico ponte ritratto nel Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la Sale (manoscritto n.
0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folium 10v)
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Si tratta di un meccanismo letterario che appare in molte narrazioni
leggendarie che raccontano di viaggi nel mondo infero.
In quell'articolo, avevamo estensivamente tracciato l'illustre ascendenza del
ponte magicamente stretto: esso appare nel Tractatus de Purgatorio Sancti
Patricii, il racconto, risalente al dodicesimo secolo, di un viaggio compiuto
attraverso un infernale purgatorio situato in Irlanda e abitato da demoni e
anime dannate; esso appare anche nella Visione di Sant'Adamnán, un
resoconto appartenente alla medesima tipologia e databile all'undicesimo
secolo; il ponte compare, inoltre, in una molteplicità di visioni analoghe, tra
le quali la Visione di Alberico (dodicesimo secolo), la Visione di Tnugdalus
(un ulteriore testo risalente al dodicesimo secolo), la Visione di Sunniulf, e
la Visione di Ezra; esso appare, inoltre, anche in una narrazione
estremamente antica, i Dialoghi redatti da Papa San Gregorio Magno nel
sesto secolo, una descrizione visionaria di un viaggio nella vita oltre la vita.
Come avremo modo di vedere nei paragrafi successivi, tutte queste visioni
presentano un uomo mortale, spesso un soldato o un cavaliere, al quale
viene concessa la possibilità di contemplare le sofferenze dei dannati,
grazie a una visita effettuata in un aldilà oltremondano, l'ingresso nel quale
avviene in sogno, oppure attraverso l'ingresso fisico tramite una grotta,
come nel caso del Purgatorio di San Patrizio. Al ritorno nel mondo dei vivi,
il protagonista sarà in grado di porre in guardia i viventi a proposito delle
intollerabili punizioni che, dopo la morte, incombono sui peccatori e su
coloro che, ostinatamente, non hanno intenzione di pentirsi.
Si tratta dello stesso meccanismo presente anche nel Guerrin Meschino? Sì,
e allo stesso tempo no. Perché, anche se Andrea da Barberino non inserisce
alcun ponte del genere nella sua descrizione del regno sotterraneo della
Sibilla, nei successivi capitoli egli spedisce l'eroe Guerrino direttamente nel
Purgatorio di San Patrizio, in Irlanda, come penitenza assegnatagli a
seguito della sua visita alla corte proibita della Sibilla. E lì, all'interno del
Purgatorio, tra le anime dei dannati e la visione di strazianti torture, il ponte
magicamente stretto viene posto in scena non una, ma addirittura due volte.
Nel primo episodio, Guerrino affronta con successo quel ponte:
«... E subito fu drito sopra uno ponte che trapassava questo lagune da uno
lato al altro sopra uno grande fiume. E parevali questo ponte tanto sottile,
che uno piede avanti l'altro non li poteva stare. Lui se volse per tornare e
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non vide el ponte abasso gli ochi. E vide infinite bocche de grandi serpenti,
e dragoni, e pareva che aspetassero che lui cadesse. Anchora non havea
avuto Guerino magior paura che questa. E tutta via li parea de cadere. E
pure saria caduto: ma chiamò el santo nome, e per la soa misericordia el
ponte se li fece largissimo. E passò de là da questo fortunoso passo».
Nel secondo episodio, posizionato dall'autore alcuni capitoli più avanti, ha
luogo una ripetizione del primo:
«E vide uno fiume cui atraverso li era uno ponte tanto sutile e streto che lo
non è si picolo animale che havesse potuto passare, tanto era streto. Lui se
fece el segno de la santa croce e recomandose a dio. Fu preso [dai demoni]
e posto suxo el mezo del ponte et ivi lo lassorono, e poi cominciarono a
cridare et a zitarli pietre e pali per modo che el meschino fu per cadere. E
lui se volse indietro per tornare indietro, e non vide ponte. Alhora pose
mente nel fundo de laqua, e lo vide pieno de vermini bruti e serpenti. El
ponte era si stretto che uno pié inanti l'altro non li cadeva. Lui cominciò a
chiamare iesu christo nazareno, e lo ponte si cominciò a largare. E dite
queste parole tre volte, cominciò a cantare 'Domine ne in furore tuo arguas
me', et el ponte se largava, e lui passò».
Fig. 7 - Guerrin Meschino, i due differenti passaggi nei quali il cavaliere Guerrino si imbatte nel
medesimo ponte magico (dall'edizione pubblicata nel 1480 a Venezia)
Nel Guerrin Meschino, il ponte del cimento viene situato nell'agghiacciante
contesto del Purgatorio di San Patrizio, durante un viaggio oltremondano. Il
medesimo ponte viene presentato da Antoine de la Sale come un elemento
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presente all'interno della Grotta della Sibilla, ed è caratterizzato dagli stessi
tratti tipici in uso nell'ambito di altre narrazioni di viaggi oltremondani
risalenti al Medioevo.
La Grotta della Sibilla deve dunque essere considerata come un punto di
ingresso a un qualche genere di mondo infero?
Il sospetto che sia effettivamente così non può che rafforzarsi quando si
vada a considerare l'altro meccanismo sovrannaturale nel quale ci si
imbatte nell'ambito della descrizione fornita da Antoine de la Sale, le porte
eternamente battenti:
«... dentro questa caverna, fino alle porte di metallo, che battono giorno e
notte incessantemente, chiudendosi e riaprendosi [...] all'interno della
grotta, vi sono due porte di metallo, le quali giorno e notte sbattono senza
mai fermarsi [...] Queste porte battono in modo tale che ognuno che sia
intenzionato ad entrare ben conosce come egli non potrà evitare di essere
catturato tra le due, finendone schiacciato come una mosca. E questa fu la
cosa che maggiormente li spaventò...»
Fig. 8 - Le porte eternamente battenti rinvenibili all'interno della Grotta della Sibilla secondo il Paradiso
della Regina Sibilla di Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée
Condé), Chantilly, folia 11r e 12r)
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[Nel testo originale francese: «... dedans ceste cave, jusques es portes de
mettail, qui jour et nuyt et sans ceser battent, cloant et ouvrant [...] à
l'endroit de la cave, sont les deux portes de metal, qui jour et nuyt batent
sans cesser [...] Ces portes batent par telle maniere qu'il est proprement
advis à celluy qui entrer y doit, qui'il n'y pourroit entrere sans estre entre
deux cueilly et tout effroissé comme une mousche. Et ce fut la chose qui le
plus espouvanta...»].
In un precedente articolo, La verità letteraria sulle magiche porte nel
'Paradiso della Regina Sibilla', abbiamo mostrato come anche questa
invenzione rappresenti un meccanismo tipicamente reperibile in narrazioni
concernenti viaggi nel mondo infero.
Fig. 9 - Il brano che descrive i veli di fuoco e ghiaccio eternamente battenti nella Visione di
Sant'Adamnán (manoscritto n. 23 E 25 Leabhar na hUidhre o Libro della Giovenca dal Manto Oscuro,
Royal Irish Academy Library, Dublino, folium 28)
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Un esempio impressionante è rinvenibile nella Visione di Sant'Adamnán,
risalente all'undicesimo secolo:
«All'ingresso principale della città, essi sono arrestati da un velo di fuoco e
da un velo di ghiaccio, che sbattono perennemente l'uno contro l'altro. Il
rumore e il frastuono assordante prodotto da questi veli, mentre si
scontrano assieme, sono uditi in tutto il mondo, e il seme di Adamo, se
dovesse udire questo suono, ne sarebbe preso da pauroso e insopportabile
sgomento».
[Nel testo originale irlandese: «Fíal tened ocus fíal d'aigriud i prímdorus
inna cathrac inna fíadnaisse...»].
Un'immagine simile è rintracciabile anche nell'Eneide di Publio Virgilio
Marone, all'interno della quale il poeta descrive il pauroso portale che
costituisce l'accesso all'infernale Tartaro (Libro VI, vv. 552-556 e 570-573):
«Di fronte, enorme, la porta: d'acciaio massiccio i pilastri, [...] di ferro si
erge nell'aria la torre, e Tisifone siede, avvolta in cruento mantello, e
guarda il vestibolo, insonne di notte e di giorno [...] Vendicatrice armata di
frusta, sempre i colpevoli incalza e opprime».
Fig. 10 - Le porte del Tartaro come appaiono nell'Eneide di Publio Virgilio Marone (manoscritto Vat. Lat.
3225, Vatican Apostolic Library, folium 50v)
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[Nel testo originale latino: «Porta adversa ingens, solidoque adamante
columnae, [...] stat ferrea turris ad auras, Tisiphoneque sedens, palla
succincta cruenta, vestibulum exsomnis servat noctesque diesque, [...]
Continuo sontes ultrix accincta flagello Tisiphone quatit insultans»].
Nell'articolo menzionato precedentemente, avevamo riportato una citazione
tratta dall'affascinante saggio Symplegades di A. K. Coomaraswamy, nel
quale l'illustre studioso rappresenta con efficacia la natura mitica delle
barriere in perenne scontro: «Chiunque intenda passare da questo mondo al
mondo sovrannaturale, o tornare da esso, dovrà farlo attraverso
quell'"intervallo" adimensionale e atemporale che divide forze correlate ma
opposte, tra le quali, se si voglia realmente passare, sarà necessario che tale
passaggio avvenga in modo "istantaneo". Il passaggio è, naturalmente, ciò
che è anche chiamato lo "stretto portale", e "la cruna dell'ago". [Questi
sono] opposti, il cui moto è "automatico" [...] Dunque, è proprio
esattamente da questo "accoppiarsi" che la liberazione deve scaturire, è da
questo conflitto che dobbiamo sfuggire, se vogliamo liberarci dalla nostra
mortalità ed esistere come e quando vogliamo: se, in altre parole,
intendiamo veramente raggiungere la Spiaggia Più Lontana e L'Altro
Mondo».
Nella Grotta della Sibilla Appenninica possiamo reperire anche un ulteriore
elemento che pare alludere al carattere ultraterreno di quel luogo. Perché,
dopo le porte eternamente battenti, Antoine de la Sale scrive che i visitatori
avrebbero potuto contemplare una magnifica sala:
«Essi videro una ricca, bellissima porta, assai risplendente a causa della
luminosità che essa emetteva. E allo stesso modo riluceva la grotta, proprio
come se essa fosse fatta di cristallo».
[Nel testo originale francese: «Ilz virent une tresbelle et riche porte,
tresreluisant, a la clarté que ilz portoient; et mesmement reluisoit la cave,
tout ainsi que c'elle feust de cristal»].
17
Fig. 11 - Una camera soprannaturale nella Grotta della Sibilla, descritta nel Paradiso della Regina Sibilla
di Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly,
folium 13v)
Ma le stanze di cristallo, abbaglianti in modo preternaturale e impossibili
da costruire nel nostro mondo fisico, sono anch'esse una caratteristica tipica
che contraddistingue varie narrazioni di viaggi soprannaturali. Nel Libro di
Enoch, un antico testo ebraico che risale al primo secolo a.C., Enoch il
Patriarca è rapito nei cieli in sogno, durante il quale egli esperimenta
visioni oltremondane (Libro delle Visioni in Sogno, Capitolo XIV).
Andiamo a leggere questo passaggio nella trascrizione fornita da R. H.
Charles (Londra, 1952):
«Nella visione nubi mi chiamarono e una nebbia mi convocò [...] e i venti
nella visione mi fecero levare in volo e mi sollevarono, trasportandomi fino
ai cieli. E volai finché non giunsi presso una muraglia che era fatta di
cristallo ed era circondata da lingue di fuoco; e cominciai grandemente a
temere. E attraversai le lingue di fuoco e mi avvicinai a una grande casa
che era costruita nel cristallo: e le mura della casa erano come un
pavimento lavorato a mosaico fatto di cristallo, e il suo basamento era di
cristallo».
E lo stesso elemento compare anche nella Visione di Sant'Adamnán, un
testo oltremondano irlandese risalente al Medioevo, che avremo occasione
di analizzare in maggior dettaglio nel prosieguo del presente articolo. In
questa visione, troviamo una descrizione della città nella quale è posto il
trono del Signore:
18
«Sette mura di cristallo di varie tonalità circondano la città, ogni muro più
alto del muro che lo precede. Il pavimento, inoltre, e la parte inferiore della
città sono fatti di puro cristallo, nel quale il volto del sole si rispecchia,
screziato di blu, violetto, verde e ogni altro colore».
[Nel testo originale irlandese: «Ocus secht múir glainide co n-
dathaib......»].
Fig. 12 - Soprannaturali mura di cristallo nella Visione di Sant'Adamnán (manoscritto n. 23 E 25 Leabhar
na hUidhre o Libro della Giovenca dal Manto Oscuro, Royal Irish Academy Library, Dublino, folium 28)
Dunque, la Grotta della Sibilla sembra ospitare elementi letterari che
appartengono a una tradizione leggendaria molto specifica: quella
riguardante il mondo sovrannaturale, l'Oltremondo, e i viaggi di esseri
mortali compiuti nel Purgatorio e nell'Inferno. Viaggi molto speciali, grazie
ai quali uomini viventi possono accedere a regioni proibite, entrando in
contatto con i morti e altre entità sovrannaturali.
Vedremo in seguito come questa connessione trovi una conferma ulteriore
negli stretti legami che possono essere posti in evidenza tra la Grotta nella
quale vivrebbe la Sibilla Appenninica e due notissime narrazioni
oltremondane: quella riguardante il Purgatorio di San Patrizio, con il suo
lago e la sua grotta, e l'altra concernente la Sibilla Cumana, di nuovo con il
suo lago e la sua grotta.
Ma abbandoniamo per un attimo la Grotta della Sibilla, e andiamo a
rivolgere la nostra attenzione verso l'altro sito leggendario che è possibile
reperire tra i Monti Sibillini: i Laghi di Pilato. Proveremo a investigare se
anche queste acque possano essere collegate all'idea di un ingresso verso il
mondo infero.
19
E la risposta non costituirà affatto una sorpresa.
2.2 Le acque come accesso infero
È possibile che il Lago di Pilato sia stato considerato come un leggendario
punto di accesso a un mondo sovrannaturale, in modo analogo rispetto a
quanto stiamo cominciando a ipotizzare in relazione alla vicina Grotta della
Sibilla?
Sappiamo, come racconta la leggenda, che le acque circondate dalle creste
del Monte Vettore furono reputate essere uno dei luoghi di sepoltura di
Ponzio Pilato, e che maghi e negromanti si spingevano fino a questo luogo
per consacrare i propri libri magici, per mezzo dell'evocazione dei demoni
che si credeva dimorassero nel Lago.
Ma questo è forse tutto?
No, c'è qualcosa di più. Il Lago era anche qualcosa di differente.
Dobbiamo ricordare, come già illustrato nel nostro precedente articolo Una
leggenda per un prefetto romano: i Laghi di Ponzio Pilato, come un luogo
di sepoltura ospitante il corpo maledetto di Ponzio Pilato non potesse
affatto essere un sito ordinario, sia che si trattasse del Tevere, a Roma, o del
fiume Rodano, in Francia. E quando il cadavere del prefetto romano fu
infine gettato in un pozzo o abisso situato tra le Alpi, la natura di quel
luogo non poté che manifestarsi nel modo più chiaro, così come descritto
nel poema De Vita Pilati, risalente al dodicesimo secolo:
«C'è un luogo tra le Alpi, dal quale, così come si ricorda,
terrificanti fiamme visibilmente si levano;
essi presero Pilato e lo precipitarono in esso
affinché fosse consumato dalle fiamme dell'Inferno, così come egli
meritava.
Spesso è lì possibile udire le voci dei dèmoni
che gioiscono della morte e delle pene dei dannati».
20
[Nel testo originale latino:
«Alpibus in mediis locus est, sicut memoratur
horrifer et flammas a se proferre probatur
In quem Pilatum traxerunt praecipitandum
atque gehennali, sicut decet, igne cremandum.
Vox ibi multotiens auditur daemoniorum
gaudia sunt quorum mors et poenae miserorum»].
Fig. 13 - Il luogo di sepoltura di Ponzio Pilato collocato tra le Alpi, e dal quale erompono fiamme
infernali (De Vita Pilati, manoscritto LIP 51, Università di Leida, folium 117v)
Dunque il luogo di sepoltura di Pilato, tra le Alpi, è una cavità attraverso la
quale è possibile accedere all'inferno. In effetti, un punto di ingresso al
mondo infero. E, un secolo più tardi, la stessa idea mitica viene ribadita
nella Legenda Aurea di Jacopo da Varagine:
«Gettarono quel corpo in un certo abisso circondato dalle montagne, presso
il quale ancora oggi, secondo quanto riferito da alcuni, è possibile osservare
il ribollente manifestarsi di illusioni create dai demoni».
[Nel testo originale latino: «In quodam puteo montibus circumsepto
immerserunt, ubi adhuc relatione quorundam quaedam dyabolicae
machinationes ebullire videntur»].
21
Fig. 14 - Un demoniaco abisso per Ponzio Pilato nella Legenda Aurea (manoscritto NAL 1747,
Bibliothèque Nationale de France, folium 93v)
Una cavità, nella quale dimorano demoni. Un varco o un abisso, abitato da
demoniache presenze. Un punto fisico nel quale ha luogo il contatto tra il
nostro mondo e l'Aldilà.
E il Lago di Pilato? Mostra anch'esso, forse, una caratteristica simile in
qualità di possibile punto di ingresso a regioni oltremondane?
Sì, in effetti è così. E la natura sovrannaturale del Lago è chiaramente
affermata nel famoso passaggio reperibile nel Reductorium Morale di
Petrus Berchorius, un brano risalente al quattordicesimo secolo e non
correlato alla narrazione leggendaria relativa a Ponzio Pilato. Ed ecco ciò
che Berchorius riferisce a proposito della natura infernale del Lago situato
tra i Monti Sibillini:
«Potremmo affermare, allegoricamente se vuoi, che questo lago significa
Inferno, e cioè un luogo e un lago abitato da demoni [...] Discendono vivi
all'Inferno».
22
[Nel testo originale latino: «Dic si vis allegorice quod iste lacus significat
infernum, qui est locus et lacus demonibus deputatus [...] Descendunt in
infernum viventes»].
Fig. 15 - Il Lago di Norcia nella descrizione contenuta nel Reductorium Morale di Petrus Berchorius
(Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 16786, folium 301v)
In questo brano, Petrus Berchorius cita esplicitamente un versetto tratto da
un celebre salmo biblico (Libro dei Salmi, 55:15):
«Piombi su di loro la morte, scendano vivi negli inferi, perché il male è
nelle loro case, e nel loro cuore».
[Nella versione latina: «Veniat mors super illos, et descendant in infernum
viventes, quoniam nequitiae in habitaculis eorum, in medio eorum»].
Dunque, il Lago di Pilato, come anche la Grotta della Sibilla, parrebbe
caratterizzarsi come un possibile ingresso leggendario al mondo infero: un
23
luogo situato nel nostro mondo fisico, tramite il quale sarebbe possibile
accedere a una regione oltremondana. Un sito in grado di porre in contatto i
mortali con i demoni, il mondo dei morti e l'Inferno.
Fig. 16 - Il diagramma cinquecentesco che rappresenta il territorio degli odierni Monti Sibillini
(manoscritto Vat. Lat. 5241, Biblioteca Apostolica Vaticana, folia 9v e 10r)
E non è certo per un mero caso che, in un manoscritto cinquecentesco
conservato in Vaticano (Vat. Lat. 5241), è possibile rinvenire uno
straordinario disegno, tracciato da una mano anonima: un diagramma che
ritrae il territorio dei Monti Sibillini, così come esso si presentava più di
quattrocento anni fa, con le città di Norcia e Montemonaco, il piccolo
villaggio di Castelluccio, il Monte Sibilla e i Laghi di Pilato.
24
Ma, in quella mappa, i Laghi non vengono affatto menzionati con la
denominazione connessa al famoso prefetto romano. Un nome differente è
infatti vergato, con inchiostro nero, accanto a quelle acque profonde. E le
parole tracciate sulla pergamena recitano così: «il laco averno di Norcia».
Fig. 17 - I Laghi posti tra i Monti Sibillini così come ritratti nel diagramma cinquecentesco rinvenuto nel
manoscritto Vat, Lat. 5241 (folium 9v)
Il Lago d'Averno: le misteriose acque situate presso Cuma, nella regione
italiana della Campania, nel magico regno della Sibilla Cumana. Dove,
nell'antichità classica, si credeva fosse situato l'ingresso all'Ade.
Ancora una volta avremo occasione di vedere, nei successivi paragrafi,
come la caratterizzazione del Lago in qualità di accesso a un mondo
sovrannaturale otterrà ulteriori conferme quando andremo a confrontare il
nostro Lago con le narrazioni leggendarie relative al Lago d'Averno,
collegato alla Sibilla Cumana così come qui ricordato, e a Lough Derg, lo
scenario lacustre irlandese presso il quale è ambientata la leggenda del
Purgatorio di San Patrizio: entrambe le narrazioni rappresentano mitici
racconti relativi a punti di accesso, situati nel nostro mondo fisico, alla vita
oltre la vita e al mondo infero.
Stiamo dunque approssimandoci in modo graduale a un'ipotesi assai
significativa: la Grotta della Sibilla e i Laghi di Pilato non costituiscono la
mera ambientazione di racconti leggendari che narrano di una profetessa
sibillina e di un prefetto romano.
C'è qualcosa di più. C'è molto di più. In tempi perduti tra le nebbie della
storia, i due siti sono stati forse considerati come possibili punti di ingresso:
25
luoghi attraverso i quali uomini mortali potevano accedere a regioni
oltremondane e sovrannaturali, che risultano essere normalmente proibite ai
viventi.
La Grotta e il Lago come leggendari punti di contatto. Proprio in quei
punti, la vita e la morte possono toccarsi.
È questa l'ipotesi di lavoro che proveremo a investigare nel presente
articolo, con l'obiettivo di verificare se essa possa trovare fondamento in
ulteriori e più solide considerazioni. Per effettuare questa investigazione,
intraprenderemo un itinerario molto speciale attraverso la tradizione
letteraria che concerne i viaggi leggendari compiuti dai mortali, sin
dall'antichità classica, nel mondo infero. E stiamo per andare a esplorare
questa affascinante, benché agghiacciante, tradizione.
3. Un passaggio verso l'Aldilà
Gli uomini hanno sempre sognato, e i loro sogni hanno spesso tentato di
immaginare la sembianza dell'altro lato: quello del divino, e della vita oltre
la vita.
L'agghiacciante timore della morte, il desiderio insopprimibile di una
visione di ciò che possa trovarsi oltre l'esistenza terrena, l'empio anelito di
conferire con i morti a scopo divinatorio o anche per amore, la brama di
vedere realizzate ambizioni proibite: tutto questo ha favorito l'emergere, nel
corso dei secoli, di racconti leggendari concernenti viaggi di esseri mortali
nei reami sovrannaturali dell'oltremondo, in forma di poemi e narrazioni in
prosa. Una manifestazione delle più profonde e insondabili paure
incontenibilmente radicate nel cuore dell'uomo.
L'Aldilà: un luogo nel quale i morti vivono la propria vita oltre la vita
terrena. Un genere di vita speciale, leggendaria, che può consistere sia in
una mera esistenza d'ombre, come nelle classiche narrazioni precristiane,
sia in una tormentosa esperienza di punizioni, tipica delle descrizioni
visionarie medievali, nelle quali i demoni interpretano un ruolo
fondamentale e ai terrificati visitatori è assegnato il compito di osservatori,
per poi poter tornare presso l'umanità vivente al fine di narrare il racconto
26
delle sofferenze dei dannati, come monito per coloro che ancora calcano le
strade della vita.
Fig. 18 - La Sibilla Cumana conduce Enea nel mondo infero, incisione di Arnold Houbraken (1660 –
1719) conservata presso il Metropolitan Museum of Art, New York
Quando si immagina un Aldilà, è sempre necessario immaginare anche un
punto di accesso: un luogo di passaggio tra questo mondo, il mondo dei
viventi, e l'altro lato, la regione del divino, dei demoni e dei morti.
E questo punto di passaggio può costituire il teatro di due diverse situazioni
narrative: può essere utilizzato come sito di comunicazione per dialogare
con gli esseri spaventosi e sovrannaturali che dimorano dall'altra parte;
oppure, esso può divenire l'agghiacciante punto di partenza di un viaggio,
del tutto terrificante, attraverso gli oscuri territori oltremondani, spesso
sotterranei e inferi. Nell'antichità classica, la prima situazione era definita
con il termine 'nekyia', e la seconda con il termine 'catabasi'.
27
Nei prossimi paragrafi, ripercorreremo le principali testimonianze relative a
narrazioni oltremondane a partire dall'antichità classica e fino al Medioevo,
limitando la nostra rassegna a specifici esempi che sono parte della cultura
occidentale. Non ci si propone, nel presente articolo, di produrre
l'elaborazione di un saggio esaustivo su questo argomento, un compito per
il quale non possiamo certo sostenere di disporre della necessaria
competenza scientifica in merito a un tema che è stato affrontato, in anni
sia recenti che meno recenti, da una molteplicità di studiosi.
Nella presente ricerca ci occuperemo solamente di porre in evidenza i
principali aspetti caratteristici dei miti che descrivono, nella tradizione
culturale occidentale, i viaggi di uomini mortali nel mondo infero, con
l'obiettivo di verificare la congettura da noi proposta nei precedenti
paragrafi: è possibile ipotizzare che le leggende che abitano i Monti
Sibillini, in Italia, posseggano il carattere di racconti mitici concernenti
luoghi di accesso e punti di contatto verso l'Aldilà? Siamo forse di fronte a
una sorta di 'nekyia' o 'catabasi', che, in tempi molto antichi, venivano
compiute presso questi siti posti nell'Appennino centrale italiano?
Fig. 19 - La regione dei Monti Sibillini, con una imponente visione del Monte Vettore
Avevamo già visto come demoni leggendari fossero presenti sia presso la
Grotta della Sibilla che nel Lago di Pilato, e come rituali negromantici
fossero praticati in prossimità dei due siti, e anche come magiche porte e
ponti compaiano nella tradizione leggendaria, porte e ponti che sono
usualmente reperibili nelle narrazioni di viaggi oltremondani, e infine come
alcuni aspetti sembrino indicare come nell'area fosse presente un accesso al
mondo infero.
28
È sufficiente, tutto ciò, per confermare lo scenario che vede la Grotta e il
Lago essere stati considerati, in tempi molto antichi, come passaggi verso
una regione oltremondana e sovrannaturale? E a quale genere di mondo
infero avrebbero, questi luoghi, reso possibile l'accesso?
Andiamo a vedere cosa siano stati i viaggi nell'aldilà presso gli antichi
greci e romani della classicità, e poi per i primi cristiani e infine per gli
uomini del Medioevo. E troveremo, forse, quella chiave che stiamo così
tenacemente cercando.
3.1 Odisseo alle soglie della tenebra
«... Libai la libagione dei morti,
prima di miele e latte, poi di vino soave,
la terza d'acqua: e spargevo bianca farina,
e supplicavo molto le teste esangui dei morti [...]
E quando con voti e con suppliche le stirpi dei morti
ebbi invocato, prendendo le bestie tagliai loro la gola,
sopra la fossa: scorreva sangue nero fumante. S'affollarono
fuori dall'Erebo le anime dei travolti da morte,
giovani donne e ragazzi e vecchi che molto soffrirono,
fanciulle tenere, dal cuore nuovo al dolore:
e molti, squarciati dall'aste punta di bronzo,
guerrieri uccisi in battaglia, con l'armi sporche di sangue.
Essi in folla intorno alla fossa, di qua, di là, si pigiavano
con grida raccapriccianti; verde orrore mi prese».
È questo il celebre episodio dell'evocazione dei morti, compiuta da Odisseo
nel Libro XI dell'Odissea di Omero (vv. 26-29 and 34-43): la più antica
esemplificazione di una 'nekyia', un rituale negromantico effettuato in un
luogo molto speciale, con le ombre dei morti evocate dal regno dell'Ade,
l'Aldilà dell'antichità classica.
Nel racconto leggendario di Omero, l'ingresso all'Ade è posto in una
regione mitica e remota (vv. 13 - 19): «Essa [la nave di Ulisse] ai confini
arrivò dell'Oceano corrente profonda, là dei Cimmèri è il popolo e la città, -
di nebbia e nube avvolti. Mai su di loro - il sole splendente guarda coi
29
raggi, - quando sale verso il cielo stellato, - quando verso la terra
ridiscende dal cielo, - ma notte tremenda grava sui mortali infelici».
Un luogo di tenebra, una terra misteriosa che costituisce lo scenario più
idoneo per rappresentare un punto di passaggio tra il mondo dei viventi e il
regno dei morti. Un luogo che un'antica tradizione, così come riferito da
Plinio il Vecchio, Strabone e Licofrone di Calcide, pone nella regione di
Cuma, presso il Lago d'Averno, nel regno della Sibilla Cumana (si veda il
nostro precedente articolo Una Sibilla chiamata Cimmeria: una ricerca sul
potenziale legame con la Sibilla Appenninica). Ed è proprio nella terra dei
Cimmeri che Odisseo evocherà una numerosa schiera di uomini e donne
che più non calcano le vie del mondo (vv. 51, 55, 83-84):
«Venne per prima l'anima del mio compagno Elpènore [...] Io piansi a
vederlo, provai pena in cuore [...] Io da una parte sul sangue tendevo la
spada, - e l'ombra del mio compagno molto parlava dall'altra...».
Fig. 20 - L'inizio del Libro XI dell'Odissea di Omero e i versi 26-29 e 34-43 tratti dal manoscritto
quattrocentesco Harley MS 6325 (British Museum, folia 92r e 92v)
30
Odisseo sta seguendo il consiglio a lui offerto da Circe, dea e incantatrice
esperta nell'arte della negromanzia, nel Libro precedente (Libro X, vv. 526
- 530):
«Come con voti avrai pregato le stirpi gloriose dei morti, - allora sgozza un
ariete e una pecora nera, - volti all'Erebo, ma tu all'opposto rivolgiti, - alle
correnti del fiume; là in folla - verranno l'anime dei travolti da morte».
Fig. 21 - Il passaggio relativo alle istruzioni negromantiche impartite da Circe a Odisseo (Libro X, versi
526 - 530) tratto da una preziosa edizione dell'Odissea di Omero stampata da Aldo Pio Manuzio a Venezia
nel 1517 (p. 91)
All'ingresso dell'Aldilà, le ombre dei morti si affollano al comando di
Odisseo, che non permette «alle teste esangui dei morti avvicinarsi al
sangue» (vv. 49 - 50), facendoli invece avvicinare, ad uno ad uno, per «bere
il sangue nero» (v. 232), così concedendo loro la facoltà di parlare, per
pronunciare una verità oracolare innanzi all'uomo vivente, in cerca di una
via per ritornare al proprio luogo d'origine, l'isola di Itaca.
31
Dunque, in uno scenario di negromanzia, il mondo infero può essere
avvicinato e interrogato: i morti stessi, secondo quanto racconta l'illustre
poema omerico, renderanno responsi oracolari a coloro che sanno come
consultarli, compiendo i rituali appropriati.
È questo ciò che può essere accaduto, nell'antichità, presso la Grotta e il
Lago posti tra i Monti Sibillini, dove sappiamo che la negromanzia fu
effettivamente praticata, e leggendarie presenze demoniache furono evocate
e interrogate?
Allo stadio attuale della nostra investigazione, non è ancora possibile
confermare questa ipotesi. Nell'Odissea, le arti negromantiche sono
utilizzate per evocare le ombre dei morti, non gli esseri demoniaci che la
tradizione leggendaria concernente i Monti Sibillini ci ha tramandato. Ma
vedremo in seguito come anche i demoni cominceranno a fare la propria
apparizione nelle narrazioni visionarie riguardanti il mondo infero, quando
inizieremo a prendere in considerazione le visioni prodotte nell'era del
futuro Cristianesimo.
Nondimeno, è già possibile comprendere, ripercorrendo le parole Omero,
come l'evocazione di enti sovrannaturali, così come effettuata nello
speciale luogo di passaggio che si rende accessibile ai viventi, costituisca
una circostanza assai pericolosa, come lo stesso Odisseo si trova a
comprendere con sommo orrore (vv. 632 - 637):
«Ma prima una schiera infinita si raccolse di morti - con grida
raccapriccianti: e verde orrore mi prese - che il capo della Gorgona, il
mostro tremendo, - dall'Ade mandasse la lucente Persefone. - E presto alla
nave fuggendo, ordinavo ai compagni - di salire anche loro e scioglier le
gòmene». Ed egli fuggì.
Odisseo non osa mai attraversare quel punto di passaggio e iniziare la
propria 'catabasi', un vero e proprio viaggio nell'Ade. Egli si limita a
spingersi fin sulla soglia, per richiamare le ombre dei morti.
Ma il terrore che egli ha la ventura di provare nel proprio cuore appare
incontenibile. E potrebbe essere, questo, un indizio di ciò che, forse,
accadeva anche tra le creste precipiti dei Monti Sibillini, come vedremo nei
prossimi paragrafi.
32
Fig. 22 - Le ombre dei morti bevono il sangue rituale nella stampa cinquecentesca Ulisse all'ingresso
dell'Ade di Johannes Stradanus (Jan van der Straet) conservata presso il Museum Boijmans Van
Beuningen, Rotterdam
Perché è indubitabile come, sin dalle ere più remote della storia della
cultura occidentale, sia possibile trovare racconti di leggendari passaggi
verso l'Aldilà, e negromanzia, e evocazione di entità, e responsi oracolari.
Una serie di aspetti che risultano essere presenti anche nelle narrazioni
leggendarie che avvolgono i Monti Sibillini. Tratti molto specifici, i quali
sembrano indicare come una qualche tipologia di ingresso oltremondano
potesse essere reputata sussistere tra le vette dell'Appennino centrale. In
una zona isolata e inaccessibile della terra d'Italia.
3.2 Enea e un viaggio nei territori oltre la vita
Racconti leggendari a proposito di punti di passaggio verso l'Aldilà.
Affascinanti narrazioni nelle quali uomini mortali si spingono fino ai mitici
ingressi che conducono a regioni di tenebra. Sogni sinistri che raccontano
33
la storia del desiderio insopprimibile che si agita nel cuore dell'uomo sin da
tempi antichissimi: il desiderio di un contatto con l'altro lato, sia esso il
regno dei morti, delle divinità o dei demoni. Un desiderio che, stiamo
iniziando a ipotizzare, potrebbe forse avere trovato una ulteriore dimora,
per ragioni ancora a noi ignote, ma che stiamo tentando di verificare e
comprendere, presso una Grotta e un Lago situati tra i Monti Sibillini, in
Italia.
Nel precedente paragrafo, abbiamo esplorato la più antica descrizione
letteraria a noi nota che racconti di una 'nekyia', l'evocazione delle ombre
dei morti all'ingresso dell'oscuro regno dell'Ade, così come rinvenibile nel
Libro XI dell'Odissea di Omero.
Fig. 23 - Enea muove i primi passi all'interno dell'Ade (Eneide, LibroVI,versi 273 - 294), una stampa
seicentesca di Franz Cleyn contenuta nell'opera Publii Virgilii Maronis Bucolica, Georgica et Aeneis
pubblicata da John Baskerville a Birmingham nel 1757
Una seconda, illustre descrizione di un passaggio nelle regioni
oltremondane è contenuta nel Libro VI dell'Eneide di Publio Virginio
34
Marone, risalente al primo secolo a.C.: una vera e propria 'catabasi', nel
corso della quale l'eroe principale, Enea, viene condotto nelle lande dei
morti dalla Sibilla Cumana, profetessa oracolare che, come già sappiamo e
come avremo modo di investigare ulteriormente nei prossimi paragrafi,
pare mostrare un legame con la narrazione leggendaria che riguarda la
figura della Sibilla Appenninica in qualità di oracolo e veggente.
Secondo la tradizione riferita da Virgilio, l'ingresso al regno oltremondano
sarebbe localizzato a Cuma, nella regione italiana della Campania, una
terra il cui potente richiamo mitico è connesso alla straordinaria natura
vulcanica del territorio, come già illustrato nel nostro precedente articolo
Una Sibilla chiamata Cimmeria: una ricerca sul potenziale legame con la
Sibilla Appenninica.
E, secondo Virgilio, a custodire quel punto d'accesso è la stessa Sibilla
Cumana:
«Questo solo domando: poi che qui si dice la porta
del re d'Averno, l'oscura palude dell'Acheronte che stagna,
d'andare a vedere il caro padre, il suo volto, mi sia
concesso: e tu dimmi la strada, la soglia sacra tu aprimi [...]
tutto puoi, né te invano
Ecate ha fatta custode dei boschi d'Averno».
Fig. 24 - L'inizio dell'Eneide di Virgilio e i brani relativi all'invocazione di Enea alla Sibilla tratti dal
manoscritto Latin 7926 risalente al nono secolo (Bibliothèque Nationale de France, Département des
Manuscrits, folia 55v e 123v-124r)
35
[Nel testo originale latino (vv. 106-109 e 117-118):
«Unum oro: quando hic inferni ianua regis
dicitur, et tenebrosa palus Acheronte refuso,
ire ad conspectum cari genitoris et ora
contingat; doceas iter et sacra ostia pandas [...]
potes namque omnia, nec te
nequiquam lucis Hecate praefecit Avernis»].
È Ecate, la dea greca associata alla stregoneria e alla negromanzia che
presiede alle vie di passaggio verso il regno dei morti, ad avere assegnato
alla Sibilla Cumana la funzione di guardiana della soglia dell'Aldilà:
«Facile [è] la discesa all'Averno», essa spiega a Enea, «notte e giorno la
porta del nero Dite sta aperta» (nel testo originale latino, vv.126-127:
«facilis descensus Averno - noctes atque dies patet atri ianua Ditis»), anche
se, è lei stessa a mettere in guardia l'eroe troiano, il ritorno non sarà affatto
facile come l'ingresso.
E dunque è la Sibilla a insegnare a Enea come trovare quell'ingresso. E il
punto di passaggio ha luogo attraverso una caverna oscura, posta presso un
lago situato non lontano dall'altra grotta, nella quale la stessa Sibilla
Cumana ha la propria dimora:
«Poi [...] alle gole del fetido Averno arrivarono [...]
C'era una grotta profonda, per vasta voragine orrenda,
difesa dal lago nero e dall'ombra dei boschi.
Su quella nessun uccello impunemente poteva
tender sull'ali la via: tale fiato esalando
dalla nera voragine al cielo convesso saliva.
Da ciò i Greci chiamarono il luogo col nome d'Aorno [privo di uccelli]».
[Nel testo originale latino (vv. 201 and 237-242):
«Inde ubi venere ad fauces grave olentis Averni [...]
Spelunca alta fuit vastoque immanis hiatu,
scrupea, tuta lacu nigro nemorumque tenebris,
quam super haud ullae poterant impune volantes
tendere iter pennis—talis sese halitus atris
faucibus effundens supera ad convexa ferebat:
unde locum Grai dixerunt nomine Aornon»].
36
Fig. 25 - Il passaggio relativo al Lago d'Averno dall'Eneide di Virgilio così come appare nel preziosissimo
manoscritto Vat Lat 3225 risalente al quarto secolo (Biblioteca Apostolica Vaticana, folium 46v)
Il Lago d'Averno esiste ancora oggi, ai nostri giorni, con tutta la sua
potenza mitica e le sue affascinanti leggende. Nell'antichità, Strabone, il
geografo e storico greco che scrive la sua Geographica non molti decenni
dopo l'Eneide, riferisce che il Lago d'Averno era «completamente
circondato in alto da creste, ovunque incombenti su di esso a meno di un
solo varco; oggi coltivato, ma un tempo avvolto da un'inaccessibile selva di
grandi alberi, che oscuravano quel lago con ombre di superstizione».
Fig. 26 - Il Lago d'Averno, situato nel territorio di Cuma, nell'Italia meridionale, così come esso si
presenta ai nostri giorni
37
È proprio presso l'oscura, terrificante caverna protetta dal lago che il
passaggio oltremondano è situato. E sarà la Sibilla Cumana a effettuare i
rituali negromantici che preludono all'apertura delle porte che conducono al
regno dei morti, con gesti che ci ricordano quelli descritti da Omero nella
sua Odissea molti secoli prima:
«Qui prima quattro giovenchi di nero mantello
collocò la Sibilla e vino versò sulle fronti [...]
con voce alta invocando Ecate, nel cielo e nell'Erebo grande.
Immergono altri i coltelli e il tiepido sangue
accolgono in tazze [...]
Poi per lo Stigio sovrano consacra are notturne,
intere sopra le fiamme pone dei tori le viscere,
pingue olio versando, mentre ardon le offerte».
Fig. 27 - Una splendida miniatura risalente al quarto secolo che illustra i rituali negromantici effettuati
dalla Sibilla Cumana presso il Lago d'Averno (manoscritto Vat Lat 3225, Biblioteca Apostolica Vaticana,
folium 46v)
38
[Nel testo originale latino (vv. 243-244, 247-249 e 252-254):
«Quattuor hic primum nigrantis terga iuvencos
constituit, frontique invergit vina sacerdos [...]
voce vocans Hecaten, Caeloque Ereboque potentem.
Supponunt alii cultros, tepidumque cruorem
suscipiunt pateris [...]
Tum Stygio regi nocturnas inchoat aras,
et solida imponit taurorum viscera flammis,
pingue superque oleum infundens ardentibus extis»].
Come risultato di un'agghiacciante arte negromantica, con una possente
commozione dell'intera terra le porte dell'Aldilà si aprono, spalancandosi ai
visitatori:
«Ed ecco, alla soglia del primo sole e sul sorgere,
a muggir sotto i piedi la terra, le cime degli alberi a scuotersi
presero, parvero cagne ululare per l'ombra
al venir della dèa».
[Nel testo originale latino (vv. 255-258):
«Ecce autem, primi sub lumina solis et ortus,
sub pedibus mugire solum, et iuga coepta moveri
silvarum, visaeque canes ululare per umbram,
adventante dea»].
Fig. 28 - Il tremito della terra durante l'effettuazione dei rituali negromantici per l'apertura del passaggio
verso l'Aldilà così come descritto da Virgilio nella sua Eneide (manoscritto Vat Lat 3225, Biblioteca
Apostolica Vaticana, folium 46v)
39
Il passaggio è ora aperto. E avremo necessità di tenere a mente questo
impressionante brano tratto dall'Eneide di Virgilio, perché esso giocherà un
ruolo straordinario e fondamentale nell'interpretazione di uno dei principali
aspetti condivisi che abbiamo avuto modo di identificare nel nostro
precedente articolo Monti Sibillini: la leggenda prima delle leggende, in
qualità di caratteristiche che segnano sia la Grotta della Sibilla che il Lago
di Pilato, nell'ambito del racconto leggendario che vive tra i Monti Sibillini:
quelle tempeste e devastazioni che si riteneva fossero suscitate dai rituali
negromantici eseguiti presso i due siti nell'Appennino centrale. Un tratto
assai significativo, che risulta apparire già nel poema scritto da Publio
Virgilio Marone quindici secoli prima che Petrus Berchorius e Antoine de
la Sale facessero riferimento, nelle rispettive opere, a simili occorrenze.
Ma abbandoniamo, per il momento, questo importantissimo punto, e
seguiamo Enea e la Sibilla Cumana nel loro addentrarsi attraverso il
passaggio che collega il mondo dei mortali all'Aldilà, verso i tenebrosi
recessi abitati dai morti:
«Mi sia lecito dir cose udite, svelare per vostra potenza
il mondo sotto la terra in tenebra fonda sepolto.
Andavano oscuri in notte deserta, per l'ombra
e per le case di Dite, vuote, e gli impalpabili regni:
così, quando è incerta la luna, sotto luce maligna,
è un sentiero per selve, se Giove nasconde nell'ombra
il cielo e toglie alle cose la notte nera il colore».
[Nel testo originale latino (vv. 266-272):
«sit numine vestro
pandere res alta terra et caligine mersas.
Ibant obscuri sola sub nocte per umbram,
perque domos Ditis vacuas et inania regna:
270quale per incertam lunam sub luce maligna
est iter in silvis, ubi caelum condidit umbra
Iuppiter, et rebus nox abstulit atra colorem»].
In quell'oscurità, la Sibilla Cumana condurrà Enea attraverso le ombre dei
morti, finché entrambi non giungeranno ai Campi Elisi: qui avrà luogo un
incontro con Anchise, padre di Enea, e la gloria della Roma futura sarà
rivelata all'eroe troiano.
40
Fig. 29 - Un'altra miniatura risalente al quarto secolo che presenta Enea nel momento dell'ingresso nel
cupo regno dei morti, con i relativi versi (266 - 272) tratti dall'Eneide di Virgilio (manoscritto Vat Lat
3225, Biblioteca Apostolica Vaticana, folium 47v)
L'Eneide di Virgilio, un celeberrimo poema latino. In esso, abbiamo una
Sibilla, una grotta e un lago. Assistiamo a rituali negromantici. Osserviamo
una commozione della terra. E facciamo ingresso in una regione
oltremondana.
Tutto questo non può che ricordarci la narrazione leggendaria che abita i
Monti Sibillini. Esiste una relazione tra il poema scritto da Virgilio e la
tradizione mitica che vive nell'Appennino centrale? E se la risposta fosse
affermativa, perché e attraverso quali vie sussisterebbe questo legame?
Vedremo come a tutte le citate domande possa essere fornita una corretta,
illuminante, soddisfacente risposta.
Ma il tempo non è ancora giunto perché queste domande siano associate
alle opportune risposte. Dobbiamo ancora proseguire il nostro viaggio
attraverso i racconti leggendari che narrano di passaggi verso l'Aldilà. Sia
che si tratti del reame oscuro dei morti, che di quello dei demoni.
Stiamo ora per abbandonare i grandi poeti del passato, l'antica Grecia,
l'impero romano e l'antichità classica. Stiamo per entrare, infatti, nella
nuova era della Cristianità. E andremo a incontrare nuovi punti di
passaggio verso spaventose regioni infere.
Regioni infere abitate da demoni.
41
3.3 La visione oltremondana di Saulo di Tarso
Con l'inizio della nuova era del Cristianesimo, gli uomini hanno iniziato a
immaginare viaggi nella vita oltre la vita in modo differente. E la spinta
iniziale verso una nuova visione delle regioni oltremondane viene fornita
da Saulo di Tarso, o S. Paolo l'Apostolo.
Nella sua seconda epistola ai Corinzi, un testo che compare già nel Papiro
46, proveniente dal Cairo, in Egitto, risalente al secondo secolo e oggi
conservato presso l'Università del Michigan, Paolo inserì un notissimo
riferimento a una propria personale esperienza relativa a un viaggio
visionario nell'Aldilà cristiano (2 Cor, XII, 1-6):
Fig. 30 - Il brano relativo alla visione di San Paolo da 2 Cor XII, 1-6 come si presenta nel Papiro 46 (P.
Mich. inv. n. 6238, folium 142r) conservato presso la Papyrus Collection dell'Università del Michigan
42
«Bisogna vantarsi? Ma ciò non conviene. Pur tuttavia verrò alle visioni e
alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo che, quattordici
anni fa - se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio - fu rapito
fino al terzo cielo. E so che quest'uomo - se con il corpo o senza corpo non
lo so, lo sa Dio - fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito
ad alcuno pronunziare. Di lui io mi vanterò. Di me stesso, invece, non mi
vanterò fuorché delle mie debolezze. Certo, se volessi vantarmi, non sarei
insensato, perché direi solo la verità; ma evito di farlo [...]».
Fig. 31 - San Paolo e la sua visione del Paradiso da 2 Cor XII, 1-6 come appare nel Codex Vaticanus (Vat.
Gr. 1209), conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Romae, folium 1486
In questo famoso passaggio, che leggiamo anche dal folium 1486
dall'antichissimo Codex Vaticanus (Vat. Gr. 1209), conservato presso la
Biblioteca Apostolica Vaticana, un preziosissimo manoscritto del quarto
43
secolo contenente il più risalente esemplare del Nuovo Testamento, nella
versione originale in lingua greca), S. Paolo ebbe ad affermare di essere
stato sollevato fino al Paradiso, senza poter dire se ciò avesse avuto luogo
nel corso di una visione o nella realtà effettiva. E le sue parole aprirono la
strada a secoli e secoli di narrazioni letterarie, nelle quali la tradizione
cristiana ha progressivamente sviluppato le proprie visionarie descrizioni
dei segreti e delle rilevazioni che l'Apostolo aveva potuto contemplare e
apprendere durante il suo mistico viaggio, con numerose visioni del
Paradiso e dell'Inferno che furono attribuite sia a S. Paolo stesso che ad
altri successivi emuli medievali.
Nondimeno, la Visio Sancti Pauli Apostoli, una sorta di elaborata filiazione
scaturente dalle poche frasi contenute nella seconda lettera ai Corinzi,
costituisce probabilmente, in relazione a descrizioni di viaggi nell'Aldilà,
l'esempio più antico che possa essere reperito nell'intero corpo della
letteratura e delle tradizioni cristiane. La sua versione originale in greco e
le successive traduzione in lingua copta sono infatti databili intorno al terzo
secolo. Le prime traduzioni latine furono redatte dopo il quinto secolo,
quando cominciò a circolare una versione greca caratterizzata da un
maggiore grado di elaborazione, con l'inserimento di un 'Prologo di Tarso' e
di una descrizione dettagliata del Paradiso e dell'Inferno: da questa fu tratta
una più lunga versione latina della stessa Visio Sancti Pauli, contenuta nel
manoscritto NAL 1631, risalente all'ottavo secolo e conservato presso la
Bibliothèque Nationale de France. I secoli successivi videro anche la
diffusione di una versiona latina abbreviata, comprendente solamente la
visita dell'Inferno, redatta probabilmente da un monaco irlandese all'inizio
del nono secolo. Un'illustrazione dettagliata della storia dei manoscritti che
riportano questo affascinante testo può essere reperita nel saggio di Dario
Bullitta Páls Leizla - The Vision of St. Paul (Londra, 2017).
Con la Visio Sancti Pauli, ha inizio la lunga vicenda dei viaggi leggendari
nelle regioni oltremondane appartenenti alla tradizione cristiana: un viaggio
che condurrà all'elaborazione di capolavori poetici come la Divina
Commedia di Dante Alighieri, certamente influenzata in modo significativo
da quest'opera apocrifa.
44
Fig. 32 - La pagina iniziale della Visio Sancti Pauli (manoscritto NAL 1631, Bibliothèque Nationale de
France, folium 2v)
I nuovi viaggi cristiani attraverso l'Aldilà non sono p effettuati alla
ricerca delle ombre dei morti, negromanticamente evocate e interrogate al
fine di trarre vantaggio da proibite capacità oracolari, nel tentativo di
cogliere fugaci visioni del proprio futuro: i cupi viaggi verso l'altro lato
sono ora concepiti con l'intenzione di indirizzare, agli uomini viventi, un
agghiacciante avvertimento a proposito di ciò che li attende al termine della
vita terrena. Un avvertimento che viene comunicato al mondo dei vivi da
inorriditi testimoni, spaventati e convertiti, di quelle terrificanti punizioni
eterne. Proprio come Saulo di Tarso.
Nella Visio Sancti Pauli, dopo una visione del giudizio delle anime dei
mortali, successiva alla morte terrena, S. Paolo viene condotto da un angelo
fino alle regioni sante del Paradiso. Poi, giunge per l'Apostolo il momento
45
orribile di visitare le demoniache regioni nelle quali terrificanti punizioni
sono inflitte ai dannati:
Fig. 33 - I brani relativi al mistico volo di San Paolo tratti dalla Visio Sancti Pauli (manoscritto NAL
1631, Bibliothèque Nationale de France, folia 15r e 15v)
«... Mi trasportò sopra l'oceano che sostiene le fondamenta del cielo [...]
attraverso il tramonto del sole, e potei contemplare la base del cielo
poggiata sopra le acque di un immenso fiume [...] è l'oceano che
circonda l'intera terra [...] non v'era luce alcuna in quel luogo, solamente
tenebra e tristezza e mestizia».
[Nel testo originale latino: «... Duxit me super oceanum qui portat
fundamenta celi [...] per occasum solis, et vidi principium celi fundatum
super flumine aque magno [...] hic est oceanus qui circuit omnem terram
[...] non erat lumen in illo loco, sed tenebre et tristicia et mesticia»].
In questa sinistra ambientazione, che ci ricorda un altro punto di passaggio
verso l'Aldilà, l'omerica terra dei Cimmèri visitata da Odisseo, S. Paolo
Apostolo inizia il proprio agghiacciante viaggio attraverso l'Inferno:
«E vidi un fiume schiumante di fuoco, e una moltitudine di uomini e donne
che vi entrava e in esso si immergeva fino alle ginocchia, e altri fino
all'ombelico [...] e altri ancora fino ai capelli [...] E vidi profondissimi
abissi, e in essi molte anime [...] Le vidi gemere, piangere e implorare:
46
Signore, abbi pietà di noi [...] vidi un uomo che veniva soffocato da
angeli demoniaci che brandivano tra le mani ferri triangolari con i quali
essi perforavano le viscere di quel vecchio [...] E non lontano vidi un altro
vecchio che quattro angeli maligni incitavano a una corsa senza requie [...]
E lo colpivano con pietre e ne ferivano il volto come se fosse una tempesta
[...] E nello stesso luogo vidi molti altri pozzi, e tra di essi un fiume
traboccante di una moltitudine di uomini e donne, e vermi se ne cibavano
[...] Vidi poi altri uomini e donne appesi per le sopracciglia e i capelli, che
venivano trascinati via dal fiume di fuoco...».
Fig. 34 - Peccatori e spaventosi tormenti, dalla Visio Sancti Pauli (manoscritto NAL 1631, Bibliothèque
Nationale de France, folia 15v, 16r e 16v)
[Nel testo originale latino: «Et vidi illic fluvium ignis ferventem, et
ingressus multitudo virorum et mulierum dimersus usque ad ienua et alios
viros usque ad ubilicum [...] Alios autem usque ad capillos [...] Et vidi
foveas in profundo valde, et in eas animas plurimas [...] Et vidi eas
gementes et flentes et dicentes: Miserere nobis, domine [...] Vidi illic
hominem subfocari ab angelos tartarucos abentes in manibus suis ferrum
47
trium angulorum de quo perfodiebant viscera senis illius [...] Et vidi non
longe alium senem quem adducebant currentes cum festinacione quatuor
angeli maligni [...] Et lapidibus percuciebant eum et vulnerabant faciem
eius sicut procella [...] Et vidi aliam multitudinem fovearum in eodem loco,
et in medium illius flumen repletum multitudine virorum et mulierum et
vermes comedebant eos et vidi alios viros ac mulieres suspensos a
superciliis et capillis suis et igneum flumen traebat eos...»].
E prosegue, il manoscritto, con il medesimo tono raccapricciante per molte
delle sue pagine di pergamena, dipingendo così un ritratto assolutamente
terrificante dell'Inferno cristiano, con punizioni specifiche attribuite a ogni
particolare classe di peccatori, tra i quali fornicatori, usurai, traditori, eretici
e molti altri. Niente del genere era mai stato descritto in precedenza nel
mondo occidentale.
Questa morbosa descrizione delle orribili punizioni inflitte ai dannati da
angeli demoniaci e asseritamente narrata da un Apostolo tratteggiò un
quadro così sconvolgente da aprire la via, nei secoli successivi, a una vera e
propria serie di viaggi leggendari nell'Aldilà dei cristiani. E potrebbe quasi
sembrare di leggere brani tratti dall'Inferno descritto da Dante Alighieri:
invece questi passaggi, così macabri e del tutto privi di poesia, sono
contenuti nella Visio Sancti Pauli, la cui origine è databile a quasi mille
anni prima che la "Divina Commedia" fosse anche solamente concepita.
E così, la Visio Sancti Pauli costituisce il primo straordinario esempio,
collocabile al principio dell'Alto Medioevo, del tentativo di effettuare un
possibile accesso alle regioni oltremondane, quantomeno per mezzo di
un'esperienza visionaria. Versioni più tarde di questa visione, come la
traduzione e adattamento in lingua francese contenuta in un affascinante
manoscritto trecentesco (MS 020, conservato presso il Corpus Christi
College a Cambridge) comprenderanno anche il ben noto 'ponte del
cimento', una tipica invenzione che può essere frequentemente rinvenuta
nell'ambito delle narrazioni visionarie concernenti i viaggi oltremondani.
E questa esperienza visionaria è forse totalmente indipendente da una
potenziale localizzazione, in uno specifico punto del nostro mondo
sensibile, del punto di passaggio che conduce alle regioni nascoste
dell'Inferno?
48
Fig. 35 - Una straordinaria miniatura che ritrae il 'ponte del cimento' tratta da una versione francese
risalente al quattordicesimo secolo della Visio Sancti Pauli (manoscritto MS020 conservato presso il
Corpus Christi College, Cambridge, folium 62r)
No. Perché la Visio Sancti Pauli sembra proporre un possibile luogo fisico
per il proprio Inferno, così come riferito a S. Paolo dal suo angelo
accompagnatore:
«Non ha fondo alcuno l'abisso [...] Ed è tale che se qualcuno volesse
afferrare una pietra e gettarla in un profondissimo pozzo, e dopo molte ore
essa raggiungesse il fondo, così sarebbe l'abisso».
[Nel testo originale latino: «Abyssus mensuram non habet [...] et ita est ut
si forte aliquis accipiat lapidem et mittat in puteum valde profundum et
post multarur orarum perveniat ad terram, sic est abyssus»].
L'Inferno, l'Inferno cristiano abitato dai demoni deve essere reperito nelle
profondità della terra, all'interno di abominevoli abissi sotterranei senza
fondo. Spaventose, terrificanti caverne, proprio come l'Ade di Virgilio
nell'Eneide.
49
Fig. 36 - L'inferno come un abisso senza fondo dalla Visio Sancti Pauli (manoscritto NAL 1631,
Bibliothèque Nationale de France, folium 16r)
Le cavità poste nel sottosuolo costituiscono, dunque, la chiave leggendaria.
E vedremo come la grotta situata sulla cima di una montagna
dell'Appennino centrale, in Italia, avrà modo di interpretare il proprio
peculiare ruolo in questo formidabile gioco di leggende.
3.4 Papa San Gregorio Magno e le visioni dell'Aldilà
Nel precedente paragrafo abbiamo preso in considerazione un'antichissima
visione concernente un viaggio nelle regioni oltremondane, così come
descritte in un testo apocrifo cristiano, la Visio Sancti Pauli, databile
probabilmente al quinto secolo.
Nei secoli successivi, la necessità di ulteriori testimonianze che
confermassero l'effettiva esistenza dell'Inferno e dei suoi terrificanti
tormenti spinse un illustre pontefice e santo verso l'elaborazione di un
50
nuovo testo riguardante il medesimo argomento, nel tentativo di rafforzare
la fede dei credenti e ammonire il peccatore e l'incredulo:
Fig. 37 - L'inizio del Libro IV dei Dialoghi di San Gregorio Magno e il brano relativo alla cecità del
genere umano in un pregiato manoscritto databile al dodicesimo secolo (n. 484/21 conservato presso il
Rosenbach Museum and Library, Free Library of Philadelphia, Philadelphia, folia 90v e 91r)
«Gli uomini, che sono nati nella cecità di questo esilio terreno,
nell'ascoltare il racconto delle cose ultime e invisibili, si trovano a diffidare
delle realtà di tali verità, perché conoscono solamente le cose infime del
mondo nel quale sono nati».
[Nel testo originale latino: «ita in hac exsilii sui caecitate nati homines,
dum esse summa et invisibilia audiunt, diffidunt an vera sint, quia sola haec
infima in quibus nati sunt visibilia noverunt»].
È questo l'inizio del Libro IV dei Dialoghi, scritti da Papa San Gregorio
Magno alla fine del sesto secolo. Un libro che è interamente dedicato alla
vita oltre la vita, e alle manifestazioni di essa di fronte allo sguardo
terrorizzato degli uomini viventi: l'esistenza e la persistenza dell'anima
51
umana, la sua separazione dal corpo fisico, il suo destino ultimo. E fugaci
visioni, terribili e agghiaccianti, di un Aldilà di punizioni, un Inferno fatto
di fiamme e demoni.
Fig. 38 - La prima pagina dei Dialoghi di San Gregorio Magno (manoscritto n. 484/21 conservato presso
il Rosenbach Museum and Library, Free Library of Philadelphia, Philadelphia, folium 1r)
Come abbiamo già avuto modo di vedere nella Visio Sancti Pauli, anche i
viaggi oltremondani proposti da Papa Gregorio risulteranno essere privi di
eroi in cerca di responsi oracolari, presentando invece solamente dei
testimoni dell'orribile retribuzione che Dio, l'Onnipotente, ha predisposto
per i malvagi e i peccatori, successivamente alla morte del corpo.
Nella propria opera, Gregorio fornisce diversi esempi di anime di santi
monaci, vergini e martiri che si sarebbero separate dai rispettivi corpi in
forma di spettri, tra bagliori celestiali e odorosi profumi.
52
Ma esistono anche anime che non risulterebbero benvenute in Paradiso,
come spiega il pontefice al Capitolo XXIX:
«Se tu hai creduto, come raccontano le sacre scritture, che le anime dei
santificati sono ricompensate nei cieli, così dovresti anche credere che
anche le anime dei malvagi debbano trovarsi all'inferno, perché se questa
ricompensa è concessa dalla giustizia eterna, e i giusti se ne possono
gloriare, è anche necessario che i malvagi subiscano i meritati tormenti.
Infatti, così come gli eletti vivono la gioia della beatitudine, è necessario
credere che, dal giorno della loro morte, il fuoco consumi i reprobi».
Fig. 39 - Il destino finale del giusto e del malvagio dai Dialoghi di San Gregorio Magno (manoscritto n.
484/21 conservato presso il Rosenbach Museum and Library, Free Library of Philadelphia, Philadelphia,
folia 106v e 107r)
[Nel testo originale latino: «Si esse sanctorum animas in coelo sacri eloquii
satisfactione credidisti, oportet ut per omnia esse credas et iniquorum
animas in inferno, quia ex retributione eternae iustitiae, ex qua iam iusti
gloriantur, necesse est per omnia ut et injusti crucientur. Nam sicut electos
beatitudo laetificat, ita credi necesse est quod a die exitus sui ignis reprobos
exurat»].
Ma esistono mortali che abbiano potuto contemplare le orribili punizioni
inflitte ai peccatori nell'Inferno? Sì, secondo quanto afferma Gregorio,
perché è volontà di Dio che alcuni uomini possano rendere testimonianza di
ciò che attende il genere umano dopo avere attraversato le barriere della
morte:
53
«Perché Dio, nella sua infinita pietà e grazia senza limiti, ha disposto che
alcuni possano ritornare nel proprio corpo dopo la morte, per raccontare di
avere veduto quei tormenti infernali, al cui racconto in precedenza si erano
rifiutati di credere, e dei quali ora possono almeno provare terrore».
[Nel testo originale latino: «Superna enim pietas ex magna misericordiae
suae largitate disponit, ut nonnulli etiam post exitum repente ad corpus
redeant, et tormenta inferni, quae audita non crediderant, saltem visa
pertimescant»].
Fig. 40 - Esperienze della vita oltre la vita nei Dialoghi di San Gregorio Magno (manoscritto n. 484/21
conservato presso il Rosenbach Museum and Library, Free Library of Philadelphia, Philadelphia, folium
111v)
La narrazione letteraria di Gregorio Magno è basata su visioni dell'Aldilà
riferite da uomini deceduti, e in seguito tornati alla vita, senza necessità di
introdurre uno specifico punto di ingresso fisico alle regioni oltremondane,
come avevamo invece rilevato nell'Odissea e nell'Eneide. E i principali
racconti di questo genere presenti nei Dialoghi sono rinvenibili nel
Capitolo XXXVI:
«Pietro, un certo monaco originario della Spagna, [...] morì a causa di una
certa malattia corporale; ma subito fu restituito al proprio corpo, e riferì di
avere contemplato i supplizi dell'inferno e molti luoghi di fiamma. Narrò
anche di avere veduto, sospesi tra quelle fiamme, molti uomini che furono
potenti nel mondo. Ed egli stesso stava per essere condotto e gettato tra
quelle medesime fiamme...».
54
[Nel testo originale latino: «Petrus quidam monachus ex regione ortus
Iberiae, [...] molestia corporis interveniente defunctus est: sed protinus
corpori restitutus, inferni supplicia atque innumera loca flammarum se
vidisse testabatur. Qui etiam quosdam hujus saeculi potentes in eisdem
flammis suspensos se vidisse narrabat. Qui cum jam ductus esset ut in illas
et ipse mergeretur...»].
Fig. 41 - La visione infernale di Pietro il monaco dai Dialoghi di San Gregorio Magno (manoscritto n.
484/21 conservato presso il Rosenbach Museum and Library, Free Library of Philadelphia, Philadelphia,
folia 111v e 112r)
Ora l'Aldilà non è più abitato dalle malinconiche ombre dei morti, ma dalle
anime torturate di coloro che sono deceduti nel peccato, immersi ora tra
fiamme demoniache. E il nuovo oltretomba cristiano appare ospitare nuovi
e speciali meccanismi per mettere alla prova i morti e il loro specifico
livello di colpa, così come mostrato in questo brano, tratto dai Capitoli
XXXVIII e XXXIX:
«Un certo soldato [...] venne a morire. Il suo spirito abbandonò il suo corpo
esanime, ma presto vi ritornò, e raccontò ciò che aveva potuto contemplare.
Raccontava infatti [...] che si trovava un ponte, al di sotto del quale
scorreva un fiume nero che esalava vapori nebulosi dal fetore intollerabile.
Al di del ponte, erano visibili ameni prati verdeggianti [...] In questo
ponte vi era una prova, per la quale chiunque avesse voluto attraversarlo
con animo colpevole, sarebbe sdrucciolato giù nell'oscuro fiume
nauseabondo; i giusti, invece, ai quali non fosse imputata alcuna colpa,
sarebbero entrati nel ponte con piede sicuro e sarebbero giunti liberamente
55
ai luoghi meravigliosi. [...] Egli vide i giusti passare attraverso il ponte per
giungere a quei luoghi di bellezza: perché estremamente stretto è il sentiero
che conduce alla vita eterna».
Fig. 42 - Il 'ponte del cimento' dai Dialoghi di San Gregorio Magno (manoscritto n. 484/21 conservato
presso il Rosenbach Museum and Library, Free Library of Philadelphia, Philadelphia, folia 112v e 113v)
[Nel testo originale latino: «Quidam vero miles [...] ad extrema pervenit.
Qui eductus in corpore exanimis jacuit, sed citius rediit, et quae cum eo
fuerant gesta narravit. Aiebat enim [...] quia pons erat, sub quo niger atque
caliginosus foetores intolerabiles nebulam exhalans fluvius decurrebat.
Transacto autem ponte, amoena erant prata atque virentia [...] Haec vero
erat in praedicto ponte probatio ut quisquis per eum injustorum vellet
transire, in tenebroso foetentimque fluvio laberetur: justi vero quibus culpa
non obsisteret, securo per eum gressu ac libero ad loca amena pervenirent.
[...] Per pontem quippe ad amena loca transire iustos aspexit: Quia angusta
valde est semita quae ducit ad vitam».]
Nella tradizione occidentale, questa è la prima apparizione del 'ponte del
cimento', un'invenzione oltremondana che già abbiamo avuto modo di
56
descrivere in maggiore dettaglio nel nostro precedente articolo Antoine de
La Sale e il magico ponte nascosto nel Monte della Sibilla, e che
ritroveremo ancora in ulteriori descrizioni dell'Aldilà a mano a mano che
procederemo oltre con il presente articolo di ricerca. Come abbiamo visto
nel precedente paragrafo, il ponte è anche contenuto in più tarde versioni
abbreviate della Visio Sancti Pauli. E lo ritroveremo ancora nell'opera di
Antoine de la Sale Il Paradiso della Regina Sibilla, redatta nel
quindicesimo secolo, una delle due fonti primarie in relazione alla leggenda
della Sibilla Appenninica.
Stiamo forse presentando solamente mere visioni e brandelli di sogno,
proposti da Papa Gregorio Magno per descrivere il suo Aldilà cristiano?
No. Gregorio non sta riferendo solamente visioni. Egli sta pensando a una
specifica localizzazione fisica presso la quale sarebbe situato il suo Inferno.
Un luogo situato nel nostro mondo, la terra dei viventi. Un territorio verso
il quale è possibile viaggiare nella realtà sensibile, nel mondo fisico. E
questo luogo si troverebbe in Sicilia, con riferimento alle vulcaniche Isole
Eolie, come egli stesso afferma nel Capitolo XXXV:
Fig. 43 - La Sicilia e le Isole Eolie come possibile punto di ingresso all'Inferno, dai Dialoghi di San
Gregorio Magno (manoscritto n. 484/21 conservato presso il Rosenbach Museum and Library, Free
Library of Philadelphia, Philadelphia, folium 111r)
«[...] Sicilia [...] tra tutti gli altri luoghi di quella terra, presso le isole dalle
quali erutta il fuoco e si aprono le caldere dei tormenti. Queste isole, come
riportano coloro che le conoscono, hanno cavità che ogni giorno si
ingigantiscono, perché a mano a mano che il mondo si avvicina alla propria
fine, esse si ingrandiscono sempre di più per accogliere coloro che devono
57
bruciare nel fuoco, tanto che questi luoghi di tormento sono veduti
allargarsi e divenire più ampi».
[Nel testo originale latino: «Quod vero se ad Siciliam duci testatus est, quid
sentiri aliud potest, nisi quod prae ceteris locis in ejus terrae insulis
eructuante igne tormentorum ollae patuerunt? Quae, ut solent narrare qui
noverunt, laxatis cotidie sinibus excrescunt, ut mundi termino
appropinquante, quanto certum est illuc amplius exurendos colligi, tanto et
eadem tormentorum loca amplius videantur apparere»].
E così l'età dell'antichità classica, con l'Averno della Sibilla Cumana, e la
nuova fede cristiana, con le sue isole vulcaniche, condividono un
medesimo aspetto a proposito delle rispettive regioni oltremondane:
entrambe sembrano essere localizzate presso luoghi dove le fiamme dei
vulcani sono viste eruttare dal suolo, il segno inequivocabile della
vicinanza di una dimora leggendaria e soprannaturale, come pare accadere
alle Isole Eolie.
Fig. 44 - Un'impressionante visione delle vulcaniche Isole Eolie, con Stromboli in primo piano, Panarea
al centro, Salina in alto a destra e Lipari in alto a sinistra
L'Aldilà, dunque, non è altro che un mondo sotterraneo, un reame nascosto
di tenebra e orrore: «non vedo difficoltà a credere che l'inferno sia posto
sotto la terra», scrive Gregorio (nel testo originale latino: «quid obstet non
58
video ut sub terra infernus esse credatur», Capitolo XLIV). Un punto di
vista già presente nella Visio Sancti Pauli, con i suoi abissi senza fondo.
Fig. 45 - Un Inferno sotterraneo dai Dialoghi di San Gregorio Magno (manoscritto n. 484/21 conservato
presso il Rosenbach Museum and Library, Free Library of Philadelphia, Philadelphia, folium 118r)
L'Inferno, un regno di demoni sotterranei. Non diverso dagli esseri
demoniaci che abiteranno la Grotta della Sibilla e il Lago di Pilato, nel
massiccio dei Monti Sibillini: un'ulteriore, possibile localizzazione
leggendaria per una dimora infernale.
3.5 Irlanda, la terra dei viaggi medievali nelle regioni infere
Da Odisseo a Enea, e poi da San Paolo Apostolo fino a Papa San Gregorio
Magno: nel mondo occidentale, i sogni a proposito dell'Aldilà, delle ombre
dei morti, di demoni e di dannati continuano a tormentare l'animo
dell'uomo per più di un millennio. In cerca di un punto di ingresso, di un
passaggio verso la vita oltre la vita, nel tentativo impossibile di cogliere
una visione di ciò che potrebbe essere la vita successivamente alla propria
morte, e in cerca di ammonimenti e comunicazioni oracolari.
Stiamo ora per addentrarci attraverso i secoli centrali del Medioevo, e
questi sogni stanno diventando a mano a mano più oscuri, con un'enfasi
crescente sul carattere tormentoso delle punizioni inflitte alle anime dei
dannati, dopo essere state giudicate in base alla propria malvagità.
E il principale laboratorio di elaborazione di sinistre visioni oltremondane
sarà l'Irlanda.
59
Fig. 46 - Una meravigliosa mappa dell'Irlanda tratta da una preziosa edizione manoscritta quattrocentesca
della Cosmographia di Tolomeo (Ms-981 réserve dalla Bibliothèque de l'Arsenal, ora presso la
Bibliothèque Nationale de France, folium 75v)
Perché questa lontana isola nordeuropea divenne il luogo di elezione per lo
sviluppo di narrazioni che raccontavano di visite nell'Aldilà da parte di
uomini mortali?
Dobbiamo considerare come, sin dalla tarda antichità e dall'Alto Medioevo,
l'Irlanda facesse già parte integrante della Cristianità, in conseguenza del
processo di evangelizzazione promosso da San Patrizio e da altri vescovi
inviati in missione dalla Chiesa di Roma. E, in Irlanda, la nuova religione
fu in grado di radicarsi in un ambiente assolutamente fertile.
Furono fondati monasteri in tutta l'isola, seguendo la geografia delle
famiglie della nobiltà terriera. Lo studio della tradizione e della letteratura
greca e latina fiorì e si sviluppò in modo assai significativo. Clonmacnoise,
fondata nel sesto secolo al centro dell'Irlanda, divenne un faro di cultura
conosciuto in tutto Europa. Clonard Abbey, nella porzione orientale
60
dell'isola, fu capace di attrarre migliaia di studenti da ogni parte dell'Irlanda
stessa e anche dall'estero. E poi Armagh, Swords, e Iona, fondata da
monaci irlandesi sulla costa occidentale della Scozia, e molte altre abbazie,
si fecero carico del fondamentale compito di preservare l'eredità letteraria
sopravissuta all'antichità classica, un'opera che le abbazie benedettine
stavano già promuovendo nell'Europa continentale.
Fig. 47 - Le rovine del monastero di Clonmacnoise, County Offaly, Irlanda
Come risultato di questa convergenza di condizioni particolarmente
favorevoli, l'Irlanda fu in grado di produrre capolavori manoscritti come il
'Libro di Kells', risalente al nono secolo, un meraviglioso manoscritto
miniato contenente i Vangeli, e di dare i natali a illustri studiosi quali
Giovanni Scoto Eriugena, il teologo e filosofo irlandese che, nel corso di
quello stesso nono secolo, fu a capo della 'Schola Palatina' imperiale ad
Aquisgrana; e all'astronomo irlandese Dungal, che discusse la questione
delle eclissi solari con l'Imperatore Carlomagno. Secondo Charles Stuart
Boswell (An Irish precursor of Dante, Londra, 1908), a quell'epoca
61
l'Irlanda agì come un importantissimo centro di irradiazione culturale,
capace di ospitare «scuole nelle quali folle di studenti provenienti dalle
nazioni vicine trovavano ospitalità e istruzione»; e le opere che la
tradizione letteraria monastica produsse in Irlanda furono destinate a essere
trasferite e conosciute presso altri Paesi, perché «il costante andare e venire
di insegnanti irlandesi e studenti stranieri contribuì necessariamente a
diffondere all'estero gran parte delle composizioni prodotte dalle scuole
irlandesi, nella misura in cui esse non si ponevano in disaccordo con i gusti
e le credenze della più vasta Cristianità».
Fig. 48 - La pagina iniziale del Vangelo di Marco dal Libro di Kells, risalente al nono secolo (manoscritto
TCD MS58, Trinity College Library, Dublino, folium 129v)
In questo quadro culturale, il monachesimo irlandese cominciò a generare
visionarie descrizioni di viaggi nell'Aldilà, in quanto tali narrazioni
«parrebbero avere esercitato una peculiare fascinazione sugli autori
irlandesi», come afferma Boswell, lungo tutti i secoli del Medioevo.
62
La Visione di Sant'Adamnán. La Visione di Tnugdalus. Il Purgatorio di San
Patrizio. Sogni di viaggi nel mondo infero, ricolme delle descrizioni di
demoniache punizioni e di anime agonizzanti di uomini e donne non più in
vita. Sogni posti su pergamena in Irlanda, o comunque da autori irlandesi.
Saranno proprio queste Visioni, ancora inizialmente meri viaggi immaginari
effettuati da terrorizzati testimoni nel corso di una sorta di incubo cristiano,
ad aprire la strada a una vera, corporea, materiale immersione nell'autentico
orrore dell'Inferno. Un processo che conoscerà il proprio culmine con la
narrazione relativa al Purgatorio di San Patrizio.
E i professori d'Irlanda, assieme ai loro studenti d'origine straniera,
porteranno queste agghiaccianti Visioni, marcate da un alone tenebroso e
terrificante, al di fuori della remota, isolata terra d'Irlanda e fino alle più
lontane regioni dell'Europa cristiana. Compresa, come avremo modo di
vedere, l'Italia centrale e il massiccio dei Monti Sibillini.
Fig. 49 - Una straordinaria immagine satellitare dell'Irlanda osservata dal satellite Envisat dell'Agenzia
Spaziale Europea, da un'altitudine di 800 chilometri
63
3.6 Adamnán e un visionario viaggio agli inferi
«All'ingresso principale della città, essi sono arrestati da un velo di fuoco e
da un velo di ghiaccio, che sbattono perennemente l'uno contro l'altro. Il
rumore e il frastuono assordante prodotto da questi veli, mentre si
scontrano assieme, sono uditi in tutto il mondo, e il seme di Adamo, se
dovesse udire questo suono, ne sarebbe preso da pauroso e insopportabile
sgomento».
[Nel testo originale irlandese: «Fíal tened ocus fíal d'aigriud i prímdorus
inna cathrac inna fíadnaisse...»].
Fig. 50 - I veli di fuoco e ghiaccio eternamente battenti nella Visione di Sant'Adamnán (manoscritto n. 23
E 25 Leabhar na hUidhre o Libro della Giovenca dal Manto Oscuro, Royal Irish Academy Library,
Dublino, folium 28)
È questa la potente immagine con la quale l'irlandese Visione di
Sant'Adamnán ci trasporta nelle spaventose regioni dell'Aldilà, dove i
64
peccatori vengono puniti. Un'immagine che riporta alla nostra mente le
porte metalliche eternamente battenti che si troverebbero all'interno dei più
segreti recessi della Grotta della Sibilla, così come sarà descritta, secoli
dopo, da Antoine de la Sale nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla.
Questa Visione, redatta tra il decimo e l'undicesimo secolo, costituisce il più
antico esempio di letteratura visionaria elaborata in Irlanda durante i secoli
dell'Alto Medioevo, un'opera che si fonda su narrazioni precedenti, come la
Visio Sancti Pauli. Nel testo in lingua irlandese, che leggiamo dal famoso
manoscritto Lebor na hUidre (Il Libro della Giovenca dal Manto Oscuro),
risalente al dodicesimo secolo e conservato presso la Royal Irish Academy
a Dublino, l'anima di Sant'Adamnán, un ecclesiastico vissuto nel settimo
secolo, «si diparte dal suo corpo [...] e [...] viene trasportata fino alle
regioni celestiali, dove si trovano gli angeli, e poi attraverso l'Inferno»,
dopo essere stata rapita fino alla Terra dei Santi e alle Gerarchie Angeliche.
Secondo la Visione di Sant'Adamnán, gli esseri umani che oltrepassano la
soglia della vita per poi attendere il giorno del giudizio finale non possno
unirsi a queste sante schiere. Il velo di fuoco e di ghiaccio li separa, infatti,
dal regno celeste. E presso il portale d'accesso «siede l'Arcangelo Michele,
e con lui sono due giovinetti, con bastoni di ferro nel grembo, con i quali
colpiscono e battono i peccatori a mano a mano che essi procedono
attraverso il primo dolore e tormento del cammino che essi devono
percorrere».
Fig. 51 - Le parole irlandesi «michel arcaingel» dalla Visione di Sant'Adamnán sono poste in evidenza
(manoscritto n. 23 E 25 Leabhar na hUidhre, Royal Irish Academy Library, Dublino, folium 28)
Da questo momento in poi, la Visione di Sant'Adamnán diviene
un'elencazione di atroci torture, attraverso le quali sia le anime dei giusti
che le ombre dei malvagi sono costrette a passare, benché con risultati del
65
tutto contrastanti. Ciò che segue è una selezione dei tormenti che vengono
inflitti ai peccatori, mentre i giusti riescono a transitare illesi:
«Un fiume di fuoco, la sua superficie una fiamma incessante, si trova di
fronte a quella porta. [...] Una fornace infuocata è perennemente accesa,
essa fiammeggia raggiungendo un'altezza di dodicimila cubiti [...] le anime
dei peccatori sono torrefatte e combuste dentro per dodici anni. [...] In
quel luogo è presente un fiume di fuoco, che è diverso da ogni altro fiume,
perché al centro di esso si trova un strano genere di vortice, nel quale le
anime dei malvagi non cessano di ruotare e turbinare [...] Dodici draghi di
fuoco fagocitano ogni spirito, uno dopo l'altro, finché l'ultimo drago non lo
deposita tra le fauci del Demonio...».
Fig. 52 - I dodici draghi e il Demonio («diabail» in irlandese) dalla Visione di Sant'Adamnán (manoscritto
n. 23 E 25 Leabhar na hUidhre, Royal Irish Academy Library, Dublino, folium 29)
66
Appare chiaro lo sforzo deliberato, intenzionalmente perseguito dall'autore
della Visione per terrorizzare un pubblico agghiacciato, con l'obiettivo di
ammonire i fedeli a proposito del destino che attende i malvagi dopo la
morte corporale. È proprio questo lo scopo edificante delle narrazioni
visionarie elaborate in un contesto culturale cristiano, sin dai tempi in cui
fu redatta la Visio Sancti Pauli Apostoli.
Nella Visione di Sant'Adamnán, ci imbattiamo anche in una sorta di vecchio
amico, il 'ponte del cimento', che abbiamo già avuto occasione di incontrare
nei Dialoghi di San Gregorio Magno circa trecento anni prima, e nel
Paradiso della Regina Sibilla più di tre secoli dopo:
«Una gola, piena di fuoco, si trovava dall'altro lato; immense le fiamme in
esso, estese oltre il bordo da entrambe le parti. [...] Otto serpenti erano lì,
con occhi che parevano pezzi di carbone ardente. Un ponte enorme
attraversa la profonda gola, da una sponda all'altra [...] Un gruppo di anime
trova che il ponte sia largo a sufficienza, dall'inizio alla fine, cosicché essi
riescono ad attraversare l'abisso infuocato, sani e salvi, coraggiosamente e
senza abbattersi. Il secondo gruppo, entrando nel ponte, all'inizio lo trova
angusto, ma poi esso si allarga [...] Ma per l'ultimo gruppo, il ponte sembra
all'inizio che sia largo, ma poi diviene stretto e difficile, finché essi, giunti
alla metà, non cadono nel pericoloso abisso, nelle bocche degli otto
serpenti rosso fuoco [...] Ora gli uomini per i quali il passaggio è stato
facile sono i casti, i penitenti, i diligenti [...] Invece, coloro ai quali la strada
è apparsa larga al principio, ma stretta successivamente, sono peccatori».
67
Fig. 53 - Il ponte magicamente stretto («drochet» in irlandese, in alto a destra) dalla Visione di
Sant'Adamnán (manoscritto n. 23 E 25 Leabhar na hUidhre, Royal Irish Academy Library, Dublino,
folium 29)
[Nel testo originale irlandese: «Drochet dérmár dan darsin n-glend...»].
Un ponte per provare le anime. Un'immagine che ritroviamo anche nelle
viscere tenebrose della Grotta della Sibilla, posta al di sotto della vetta del
Monte Sibilla, in Italia, in un differente secolo e in una diversa regione
d'Europa.
Ma continuiamo il nostro viaggio con Sant'Adamnán nell'Aldilà. Ci
troviamo, in seguito, come scrive l'autore della Visione, «nella terra della
completa oscurità», non diversa dalla tenebra che potremmo rinvenire in un
luogo sotterraneo. Altri gruppi di peccatori, tra i quali fratricidi, ladri,
mentitori, impostori e altri, sono sottoposti a ulteriori, strazianti punizioni,
comprendenti l'immersione in «un mare di fuoco che li sommerge fino al
mento [...], i loro volti [...] fiammeggianti nell'agonia», torture inflitte da
«legioni di demoni [...] con mazze di fuoco tra le mani, con le quali li
colpiscono sul capo», «un aspro vento tagliente che li investe sulle fronti»,
«piogge di rosso fuoco [...] che cadono su di essi, notte e giorno», fino ad
arrivare all'immagine sovrabbondante e assai goffa di «schiere di demoni
[...] che soffocano i peccatori, mentre trattengono al guinzaglio molossi
putridi, maleodoranti, incitati dagli stessi demoni a divorare e consumare».
Ed ecco che l'idea delle cavità sotterranee, questa volta accompagnata da
montagne, viene riaffermata: «Perché questa è la natura di essa [di questa
regione]: montagne, caverne e intrecci di spine [...] Grandi mari vi si
trovano, con orribili abissi, nei quali si trova l'eterna dimora e abitazione
del Demonio».
Fig. 54 - L'Inferno come caverne e abissi dalla Visione di Sant'Adamnán (manoscritto n. 23 E 25 Leabhar
na hUidhre, Royal Irish Academy Library, Dublino, folia 30 e 31)
68
Infine, l'anima di Adamnán viene ricondotta nel suo corpo vivente, dopo
essere stata avvisata di «rammentare [...] alle grandi comunità di laici e
chierici le ricompense celesti e le pene dell'Inferno, nel modo in cui il suo
angelo custode le ha rivelate a lui stesso».
Tali sono le narrazioni leggendarie sui viaggi oltremondani che furono
originate in Irlanda durante l'Alto Medioevo.
Per quanto concerne questo specifico testo, la Visione di Sant'Adamnán non
conoscerà una vasta circolazione al di fuori dell'Irlanda, a causa della sua
redazione in lingua irlandese anziché in latino. Questo testo sarà infatti
rinvenuto solamente in un numero limitato di manoscritti, anche se
certamente esso ha aperto la via a diverse altre opere analoghe.
Fig. 55 - Mappa dell'Irlanda contenuta nell'Atlas sive Cosmographicae Meditationes de Fabrica Mundi et
Fabricati Figura di Gerardus Mercator , Duisburg, 1595
69
Nondimeno, la Visione di Sant'Adamnán non è affatto unica. E le
successive visioni, tutte prodotte nel contesto monastico irlandese,
viaggeranno attraverso l'Europa e raggiungeranno l'intero continente,
divenendo parte di una comune eredità culturale occidentale e cristiana.
Un'eredita fatta di regioni sotterranee descritte come la casa dell'Inferno e
la dimora di esseri demoniaci. Alle quali, sotto certe condizioni, è permesso
effettuare un leggendario accesso.
È questo il caso della famosissima Visione di Tnugdalus, caratterizzata da
circa duecento manoscritti reperiti in numerose nazioni d'Europa. E
andremo a considerare questa ulteriore narrazione irlandese nel prossimo
paragrafo.
3.7 Tnugdalus, il cavaliere irlandese condotto alla punizione eterna ancora
vivente
Un'ulteriore narrazione visionaria giunse dall'Irlanda nel corso degli stessi
secoli, un racconto che conobbe una circolazione molto più vasta attraverso
l'intera Europa, con più di centosettanta manoscritti in differenti lingue
rinvenuti nelle varie collezioni europee. Si tratta della Visione di
Tnugdalus, redatta in latino da un monaco irlandese presso un monastero
tedesco, e databile all'anno 1149. Andiamo a leggere questa Visione nella
trascrizione fornita da Albrecht Wagner nel 1882, utilizzando anche il
manoscritto trecentesco Harley 3776, conservato presso la British Library a
Londra. Inoltre, accompagneremo il viaggio di Tnugdalus nelle regioni
oltremondane con le magnifiche miniature contenute in Les Visions du
chevalier Tondal, un manoscritto risalente al tardo quindicesimo secolo,
oggi conservato presso il J. Paul Getty Museum a Los Angeles.
Tnugdalus, un cavaliere d'Irlanda abituato a vivere la propria vita nel totale
disprezzo della vera religione, viene colpito da un'improvvisa infermità,
cadendo come morto, e rimanendo in questa condizione per tre interi
giorni. In questo frangente, la sua anima viene tratta fuori dal corpo e,
guidata da un angelo, viene condotta «in una valle terribile e tenebrosa,
70
immersa nelle nebbie della morte» (nel testo originale latino: «ad vallem
valde terribilem ac tenebrosam et mortis caligine copertam»). Ha inizio
così un'agghiacciante visita nell'Oltretomba. E non in qualità di mero
spettatore, come San Paolo Apostolo o Sant'Adamnán, ma, invece, come un
vero e proprio protagonista dei tormenti che in quelle regioni è dato subire.
Fig. 56 - Tnugdalus cade in uno stato di morte apparente, una miniatura contenuta in Les Visions du
chevalier Tondal (manoscritto n. 30 conservato presso il Getty Museum, Los Angeles, folium 11)
Fig. 57 - L'anima di Tnugdalus è trasportata nelle regioni oltremondane, dalla De vita Tungali
(manoscritto Harley 3776, British Library, Londra, folium 83r)
Nella Visione di Tnugdalus è possibile rinvenire la consueta enumerazione
di terrificanti punizioni, inflitte da legioni di demoni a varie categorie di
peccatori, comprendenti assassini, traditori, fornicatori e molti altri. In
principio, viene descritta una sorta di calderone nel quale le anime dei
71
malvagi vengono cotte a puntino cooperculum habens ferreum [...]
Descendebat enim super illam laminam miserrimarum multitudo animarum
et illic cremabantur»).
Fig. 58 - Gli assassini sono cotti in una sorta di infernale calderone (una miniatura contenuta in Les
Visions du chevalier Tondal (manoscritto n. 30 conservato presso il Getty Museum, Los Angeles, folium
13v)
Poi, appare un'elevata montagna, il cui fianco è ammorbato da infuocati
miasmi sulfurei, mentre il fianco opposto è ghiacciato e spazzato da
violentissimi venti («ad montem mire magitudinis, magni horroris et vaste
solitudinis [...] ex una parte illius intineris ignis putridus, sulphureous atque
tenebrosus, ex altera autem parte nix glacialis et cum grandine ventus
horribilis»).
Poi, ancora una volta, ritroviamo il nostro familiare 'ponte del cimento', un
tipico meccanismo oltremondano che rivedremo nell'opera Il Paradiso
della Regia Sibilla vergata da Antoine de la Sale diversi secoli dopo:
«Essi giunsero a una valle profondissima, oscura e maleodorante, il cui
fondo non era possibile discernere, e potevano udire il ruggito di un fiume
di zolfo e le urla di una moltitudine di anime sofferenti nell'abisso. [...] Una
lunghissima tavola si protendeva sopra la valle da una montagna fino
all'altra, a modo di ponte, di mille passi di lunghezza ma misurante
solamente un piede di larghezza. Nessuno poteva passare quel ponte se non
le anime elette. Da quel ponte, egli vide molti cadere giù...».
72
Fig. 59 - Il 'ponte del cimento' di Tnugdalus dalla De vita Tungali (manoscritto Harley 3776, British
Library, Londra, folium 83r, con alcune differenze testuali rispetto alla trascrizione fornita da Albrecht
Wagner)
[Nel testo originale latino: «Venerunt ad vallem valde profundam, putridam
nimis ac tenebrosam, cujus profunditatem ipsa quidem anima videre non
poterat, sonitum autem suplhurei fluminis et ululatus multitudinis in imis
patientis audire valebat. [...] Tabula autem longissima ab uno monte in
alium in modum pontis se super vallem extenderat, qui mille passus in
longitudine, in latitudine vero unius pedis mensuram habebat. Quem
pontem transire nisi electus nemo poterat. De quo vidit multos cadere...»].
Fig. 60 - Tnugdalus è condotto attraverso il 'ponte del cimento' dal proprio angelo custode così come
raffigurato in Les Visions du chevalier Tondal (manoscritto n. 30 conservato presso il Getty Museum, Los
Angeles, folium 15v)
73
Fig. 61 - Un lago abitato da belve demoniache che si nutrono di anime, da De vita Tungali (manoscritto
Harley 3776, British Library, Londra, folium 84r, con alcune differenze testuali rispetto alla trascrizione
fornita da Albrecht Wagner)
La Visione prosegue con una belva gigante dalle fauci ricolme di fiamme,
nelle quali legioni di demoni spingono le anime («bestiam magnitudinem
incredibilem et horrore intolerabilem [...] Flamma etiam inextinguibilis ex
ore ejus eructabat [...] ante cujus os erat etiam immundorum spirituum
multitudo qui animas intrare cogebant»), e un lago tempestoso dalla acque
agitate, abitato da schiere di orribili bestie, bramose di potersi nutrire di
anime umane («stagnum amplum valde et tempestuosum, cujus fluctus
astantes non permittebat cernere celum. Inerat etiam ibi plurima multitudo
bestiarum terribilium, que mugientes nil aliud poscebant, nis ut animas
devorarent»).
E non manca un ulteriore 'ponte del cimento', stavolta proteso al di sopra
del lago:
«Attraverso di esso si trovava un ponte molto stretto e lungo, la cui
lunghezza si protendeva per circa due miglia, pari all'estensione del lago.
Ma la larghezza di quel ponte era solamente di un palmo, così da essere
ancora più lungo e più stretto dell'altro ponte, che descrivemmo in
precedenza. E questa tavola era irta di chiodi di ferro dalla punta
acutissima...».
[Nel testo originale latino: «Per latum vero ejus pons multum angustus erat
et longus, cujus longitudo quasi per duo miliaria tendebatur; talis enim erat
latitudo stagni. Latitudo vero ipsius pontis quasi unius palme mensura.
74
Longior namque et angustior erat, quam pons ille, de quo superior diximus.
Erat etiam ista tabula inserta clavis ferreis acutissimis...»].
Fig. 62 - Il secondo 'ponte del cimento', irto di chiodi di ferro, da De vita Tungali (manoscritto Harley
3776, British Library, Londra, folium 84r, con alcune differenze testuali rispetto alla trascrizione fornita
da Albrecht Wagner)
Dopo una sessione finale di torture esemplari sopportate dal povero
cavaliere Tnugdalus, inflitte da demoni armati di ogni sorta di asce, rasoi,
falci, falcetti, trapani, uncini e altri strumenti del genere («cum securibus et
cultris et sarmentis et bisacutis cum dolabris et terebris et falcibus
acutissimis, cum wangiis et fossoriis et cum ceteris instrumentis...»), e
un'ulteriore elencazione di crescenti, sanguinarie atrocità, che non
sfigurerebbero affatto in un film dell'orrore contemporaneo, lo sfortunato
cavaliere viene guidato fino ai luoghi più profondi e segreti dell'Inferno:
una grande caverna, che contiene il Demonio in persona, una visione
terrificante che conduce Tnugdalus fino all'orlo della pazzia.
Fig. 63 - Tnugdalus di fronte ai recessi più interni dell'Inferno da Les Visions du chevalier Tondal
(manoscritto n. 30 conservato presso il Getty Museum, Los Angeles, folium 30v)
75
a, per Tnugdalus, giunge fortunatamente la salvezza. Egli viene condotto in
Paradiso, una visione di meravigliosa beatitudine, e, infine, la sua anima
viene ricondotta nel corpo, con l'avvertimento che da quel momento in poi
egli dovrà mutare la propria vita e rendere testimonianza di ciò che gli è
stato concesso di vedere nell'Aldilà.
Fin dalla sua prima redazione, la Visione di Tnugdalus conobbe
immediatamente un significativo successo in tutta Europa, grazie
soprattutto alla lingua utilizzata nella stesura, non l'irlandese ma il latino,
nonché per i sentimenti di compassione e di orripilato timore certamente
suscitati, nel cuore dei lettori, dal racconto delle raccapriccianti torture
inflitte al povero cavaliere, benché al termine di quell'avventura così
terrificante egli sia felicemente ricondotto nel proprio corpo. Inoltre, non è
secondario ricordare il tocco macabro, a tratti addirittura grottesco, con il
quale Marcus, il monaco irlandese che scrisse Tnugdalus, caratterizzò la
propria opera: la descrizione di una tale varietà di crudeli, bizzarre
invenzioni concernenti le punizioni inflitte ai peccatori nell'Aldilà contribuì
certamente al successo di questo testo tra lettori appartenenti a ogni classe
sociale.
E, ancora una volta, dopo la Visione di Sant'Adamnán, la Visione di
Tnugdalus riafferma la sussistenza della possibilità di accedere alle regioni
oltremondane, abitate da presenze demoniache. Si tratta, ancora, solamente
di una visione; ma i viaggi corporei di uomini viventi nell'Aldilà
diverranno presto parte della letteratura monastica irlandese, per essere
posti all'attenzione dell'intera Europa.
Sta infatti per giungere il tempo che vedrà il Purgatorio di San Patrizio
fare la propria irruzione nei sogni visionari del mondo occidentale.
3.8 Il Purgatorio di San Patrizio, uno spaventoso punto di passaggio
Alla fine del dodicesimo secolo qualcosa comincia a cambiare in relazione
alle visioni che raccontano di spaventosi viaggi nell'Aldilà. Qualcosa che,
muovendo dall'Irlanda, si sarebbe propagato in ogni direzione attraverso
l'Europa, e avrebbe esercitato una peculiare influenza su leggende
dimoranti al centro dell'Italia, tra i remoti crinali dei Monti Sibillini.
76
Prima di questi anni, le visioni erano soltanto visioni. Gli uomini hanno
sognato di viaggiare attraverso l'Aldilà per almeno per due millenni, da
Odisseo a Enea nell'antichità classica, a San Paolo Apostolo e Papa San
Gregorio Magno nella prima età cristiana, fino alle morbose visioni di
Sant'Adamnán e di Tnugdalus prodotte in una regione dell'Europa
settentrionale, l'Irlanda, nel corso dei secoli del Medioevo.
Poi, però, qualcosa accadde. I sogni non furono più semplici sogni.
Cominciò infatti a circolare un nuovo racconto, concernente uomini viventi
che si sarebbero recati lì, nelle lande oltremondane. E si diceva che ciò
avesse luogo nella realtà effettiva. Si raccontava che fosse stato trovato un
punto di passaggio verso il mondo oltre la vita. Nel nostro mondo reale,
esisteva dunque un ingresso. E agli uomini era concesso entrarvi. Non
successivamente alla propria morte, ma esattamente in quegli stessi anni,
gli anni del Medioevo.
Fig. 64 - L'introduzione vergata da Henry di Saltrey al suo Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii così
come appare in un manoscritto risalente all'inizio del tredicesimo secolo (Royal MS 13 B VIII, British
Library, Londra, folium 100v), con alcune differenze testuali rispetto alla trascrizione fornita da John
Colgan
77
Fu Henry di Saltrey, un monaco cistercense originario dell'Inghilterra, ad
aprire la strada, con il suo Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii, redatto
intorno all'anno 1180, alla fama sconvolgente che avrebbe caratterizzato
questo punto di ingresso fisico a un regno mistico, sotterraneo, situato
presso quella stessa isola che aveva già dato origine a significative visioni
relative a viaggi nell'Aldilà: l'Irlanda.
Il Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii riferiva lo straordinario racconto
di un viaggio nelle regioni infere, ambientato in uno specifico e assai
isolato luogo d'Europa, che ognuno poteva immaginare di potere
raggiungere al fine di effettuare una verifica diretta e personale: Lough
Derg, un lago situato nella Contea di Donegal, in Irlanda. Una circostanza
che contribuì grandemente all'enorme successo di questa incredibile storia,
conservata in circa centocinquanta fonti manoscritte, tradotta in varie
lingue europee e caratterizzata da un enorme potere di attrazione verso
questo sito così remoto. Una condizione molto simile a quella
esperimentata da analoghi siti leggendari, e che ben conosciamo, come la
Grotta della Sibilla e il Lago di Pilato, perduti tra i Monti Sibillini, nella
penisola italiana.
Fig. 65 - Una visione dell'odierno Lough Derg, Co. Donegal, Irlanda, con Station Island e lo storico sito
del Purgatorio di San Patrizio
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Nel Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii, che andiamo a leggere da vari
manoscritti originali, con l'aiuto della trascrizione edita da John Colgan nel
1647, Henry di Saltrey ripercorre l'antichissimo racconto di San Patrizio, il
quale, nel quinto secolo, giunse in Irlanda per convertire i pagani alla
nuova fede cristiana.
Fig. 66 - La sezione dedicata al Purgatorio di San Patrizio contenuta negli Acta sanctorum veteris et
maioris Scotiae seu Hiberniae insulae di John Colgan, Libro II (Lovanio, 1647)
Malgrado l'attività di evangelizzazione condotta da San Patrizio, il popolo
d'Irlanda si rifiutava di credere, in assenza di prove, in Gesù Cristo e nella
sua nuova religione, a meno che essi non fossero stati posti in condizione di
contemplare realmente quelle punizioni ultraterrene e quelle gioie celesti di
cui Patrizio andava raccontando. E così, l'obiettivo di ottenere la
conversione degli irandesi pareva essere divenuto ormai impraticabile; ma,
come racconta Henry de Saltrey, fu lo stesso Gesù a venire in soccorso del
santo missionario:
«Il Signore Ge Cristo nella sua bontà apparve a lui [...] Egli condusse
San Patrizio in un luogo deserto; gli mostrò una fossa rotonda nel suolo,
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ricolma di tenebra, e gli disse: 'Chiunque, in sincera penitenza e armato
della vera fede, entrerà in questa fossa, dimorando in essa per un giorno e
una notte interi, sarà mondato di tutti i peccati commessi nel corso della
propria vita; e se vi passerà attraverso, non solo potrà contemplare i
tormenti dei malvagi, ma anche, se manterrà salda la propria fede, le gioie
dei beati».
[Nel testo originale latino: «Pius dominus Iesus Christus ei visibiliter
apparuit [...] Sanctum vero Patricium in locum desertum adduxit, et unam
fossam rotundam, intrinsecus obscuram ibidem ei obstendit, dicens:
'Quisquis veraciter poenitens, vera fide armatus, fossam eandem ingressus,
unius diei, ac noctis moram in ea faceret, ab omnibus purgaretur totius vitae
sua peccatis atque per illam transiens, non solum visurus esse tormenta
malorum, vero etiam, si in fide constanter egisset, gaudia beatorum'»].
Fig. 67 - Il passaggio relativo alla fossa rotonda e le parole rivolte a San Patrizio da Gesù, tratti da un
manoscritto duecentesco (Latin 5137, Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France,
folium 141r), con alcune differenze testuali rispetto alla trascrizione fornita da John Colgan
È questo il primo riferimento all'esistenza di un ingresso reale, fisico
all'Aldilà, una grotta attraverso la quale gli uomini viventi possono
accedere alla raccapricciante esperienza di un Inferno di punizioni. Non più
mere visioni. Non più sogni. Ora l'Inferno è divenuto una realtà vera ed
effettiva, della quale è possibile fare conoscenza diretta in un luogo
speciale posto nel nostro mondo, e in particolare in Irlanda. Attraversando
un punto di passaggio. Una grotta.
Accanto a questa caverna spaventosa, così come racconta Henry di Saltrey,
San Patrizio edificò una chiesa, e la fossa, situata in un cimitero posto sul
lato orientale del nuovo tempio, fu circondata da un muro («fossam autem
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praedictam, quae in caemiterio est extra frontem Ecclesiae Orientalem,
muro circumdedit»). Il santo aggiunse anche una porta, le cui chiavi furono
affidate al priore della nuova chiesa. Quel luogo iniziò subito ad attirare
moltitudini di visitatori, e divenne noto come il 'Purgatorio di San Patrizio',
perché lì i peccati degli uomini potevano essere mondati («quoniam homo a
peccatis purgatur, locus ille Purgatorium S. Patricij nominatur»).
Dall'epoca di San Patrizio in poi, «molti uomini entrarono nel Purgatorio;
alcuni tornarono indietro, altri in esso perirono» (nel testo originale latino:
«multi homines Purgatorium intraverunt, quorum alij reversi sunt, alij in
ipso perierunt»).
Fig. 68 - L'inquietante frase a proposito di coloro che entrarono nel Purgatorio di San Patrizio senza più
uscirne ((Latin 5137, Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France, folium 141v), con
alcune differenze testuali rispetto alla trascrizione fornita da John Colgan
Ebbe così inizio la grandissima fama di quel leggendario, sebbene posto nel
nostro mondo fisico, punto di passaggio verso l'Aldilà, situato in una
remota regione d'Irlanda, all'interno del quale un uomo mortale avrebbe
potuto osservare le meraviglie della vita oltre la vita, e sopravvivere per
raccontarlo; oppure morire in esso.
Henry di Saltrey aggiunse inoltre ulteriori dettagli a proposito del
Purgatorio, incrementandone così l'agghiacciante rinomanza. Come egli ci
racconta, ai visitatori non era concesso entrare nella spaventosa grotta, a
meno che essi non avessero ottenuto uno speciale permesso dalla Chiesa:
«C'è anche una consuetudine [...] secondo cui nessuno può entrare nel
Purgatorio se non ne ottiene licenza dal Vescovo della diocesi competente
per quel territorio [...] Coloro che si recano presso il Vescovo per
manifestare la propria intenzione, in primo luogo sono esortati dal Vescovo
stesso a desistere dal proprio proposito, con l'ammonimento che molti di
coloro che entrarono nel Purgatorio mai ne tornarono indietro».
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[Nel testo originale latino: «Est autem consuetudo [...] ut Purgatorium illud
nullus introeat nisi ad Episcopo, in cuius est Episcopatu, licentiam habeat
[...] Qui cum ad Episcopum venerit, et ei propositum suum manifestaverit,
prius hortetur eum Episcopus, a tali proposito desistere, dicens quod multi
illud introieaunt, qui nunquam redierunt»].
Fig. 69 - L'autorizzazione vescovile richiesta per accedere al Purgatorio di San Patrizio (Latin 5137,
Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France, folium 141v), con alcune differenze
testuali rispetto alla trascrizione fornita da John Colgan
Poi, l'aspirante visitatore, avendo raggiunto il sito del Purgatorio munito di
una lettera di presentazione firmata dal Vescovo, sarebbe stato posto in
guardia dal locale priore in merito ai pericoli che lo attendevano nella
caverna («ostendens ei multorum in eo esse periculum»). Se il fedele
intendeva persistere nella propria pericolosa determinazione, scrive Henry
di Saltrey, per prima cosa egli avrebbe dovuto trascorrere quindici giorni
interi all'interno della chiesa costruita accanto all'ingresso del Purgatorio, in
digiuno e penitenza, innalzando preghiere a Dio nel più sincero pentimento
per i propri peccati; in seguito, il visitatore sarebbe stato accompagnato
all'ingresso del Purgatorio da una santa processione guidata dal priore
(«cum processione, et littanniis ad ostium Purgatorij demum ducitur»). Lì,
dopo l'apertura della porta, al credente sarebbe stato chiesto di riaffermare
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formalmente, di fronte a tutti i presenti, la propria incrollabile intenzione di
fare ingresso nell'Aldilà.
Dopo un ultimo invito a segnarsi con il santo segno di Gesù Cristo
(«propriaque manu signum crucis fronti suae imprimens»), egli sarebbe
stato finalmente autorizzato a procedere, e a entrare nel Purgatorio
(«ingreditur»).
Sin dai tempi mitici dell'ingresso di Enea nell'Averno, sarebbero state
queste le prime occorrenze di uomini mortali ammessi a passare nell'oscuro
regno dei morti.
Infine, le porte venivano subito chiuse e serrate dietro di lui («moxque a
Priore ostium obseratur»). Ed egli sarebbe stato lasciato, in solitudine, nel
Purgatorio.
Henry di Saltrey fornisce anche una descrizione dell'ultimo, terrificante
passo di questa procedura:
Fig. 70 - Un incerto ritorno dal Purgatorio di San Patrizio nella descrizione contenuta nel Tractatus de
Purgatorio Sancti Patricii di Henry di Saltrey (Royal MS 13 B VIII, British Library, London, folium
102v), con alcune differenze testuali rispetto alla trascrizione fornita da John Colgan
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«La mattina del giorno seguente, la processione sarebbe uscita di nuovo
dalla chiesa, e sarebbe tornata alla fossa, e le porte sarebbero state
nuovamente riaperte dal Priore: e se l'uomo fosse stato trovato lì, ritornato
dal Purgatorio, con grande festa sarebbe stato ricondotto nella chiesa [...];
ma se alla stessa ora, il giorno dopo, egli non fosse riapparso, certi della sua
perdizione, le porte sarebbero state serrate di nuovo, e tutti avrebbero
lasciato quel luogo».
[Nel testo originale latino: «Quae die altera, iterum mane de Ecclesia in
fossam regreditur, ostiumque a Priore aperitur, et si homo reversus inventus
fuerit, cum gaudio in Ecclesiam deducitur [...]; quod si eadem hora, die
altera reversus non apparuerit, certissimi de eius perditione, ostio a Priore
obserato universi redeunt»].
Questa è l'agghiacciante descrizione che Henry di Saltrey vergò su
pergamena a proposito del Purgatorio di San Patrizio, in Irlanda, nel 1180.
Una descrizione che, come avremo modo di vedere in seguito, sembra
presentare alcune analogie con altri luoghi a noi noti, in particolare la
Grotta della Sibilla e il Lago di Pilato.
Ma è questo tutto ciò che Henry di Saltrey può raccontare in merito a
quello spaventoso Purgatorio?
No, affatto, La sua descrizione procede oltre. Ed è ancora più terrificante di
ciò che abbiamo potuto vedere fino a questo punto.
3.9 Una discesa nel Purgatorio di San Patrizio
Stiamo ora per addentrarci nei terrificanti recessi del Purgatorio di San
Patrizio, così come essi vengono descritti nel 1180 da Henry di Saltrey nel
suo Tractatus. Stiamo per attraversare quella soglia oltremondana che,
secondo quanto racconta la leggenda, era stata aperta nella terra d'Irlanda,
di fronte al meravigliato sguardo di San Patrizio, dallo stesso Gesù Cristo.
Come abbiamo avuto modo di vedere nel precedente paragrafo, Henry di
Saltrey ci ha già fornito una descrizione dei rituali ai quali venivano
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sottoposti gli aspiranti visitatori prima di essere introdotti nel Purgatorio,
accompagnati da una santa processione. Successivamente, il monaco
cistercense riferisce il racconto di Owein, il cavaliere che osò attraversare
quel passaggio, narrandoci le agghiaccianti meraviglie che quel visitatore
ebbe la possibilità di contemplare.
E questo racconto relativo a Owein, il cavaliere senza paura, divenne noto
in tutta Europa.
«Accadde in questo nostro tempo, certamente durante il regno di Re
Stefano, che un certo cavaliere, il cui nome era Owein, del quale si narra in
questo racconto...».
[Nel testo originale latino: «Contigit autem his temporibus nostris, diebus
scilicet Regis Stephani, militem quendam nomine Owein de quo praesens
est narratio...»].
Fig. 71 - Il racconto relativo a Owein ha inizio nel Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii (manoscritto
Cotton MS Nero A VII, British Library, Londra, folium 114r)
'Re Stefano', menzionato qui da Henry di Saltrey, è Stefano di Blois, che fu
re d'Inghilterra fino all'anno 1154. Secondo quanto riferisce un autore che
scrive nel tredicesimo secolo, Matteo di Parigi (Chronica Majora),
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l'episodio di Owein sarebbe occorso nel 1153. Il cavaliere è anche indicato
come 'Ovuen', 'Oenus' e altre variabili forme in differenti manoscritti, come
in questo brano tratto proprio dall'opera di Matteo di Parigi:
«A proposito di Oenus il cavaliere che entrò vivo nel purgatorio. Essendo
stata confermata la pace tra Re Stefano e il Generale Enrico, come si è
detto, un certo cavaliere, il cui nome era Oenus, il quale aveva servito Re
Stefano per molti anni, chiese licenza al Re [...] 'affinché possa meritare il
perdono dei miei peccati, desidero entrare nel Purgatorio di San Patrizio'».
[Nel testo originale latino: «De milite Oeno qui purgatorium vivus intravit.
Concordia itaque inter regem Stephanum et ducem Henricum, ut dictum
est, confirmata, miles quidam Hoenus nomine qui multis annis sub rege
Stephano militaverat, licentia a rege impetrata [...] 'ut peccatorum meorum
merear remissionem accipere, purgatorium Sancti Patricii volo intrare'»].
Fig. 72 - Il cavaliere Oenus e il Purgatorio di San Patrizio menzionati da Matteo di Parigi nei paragrafi
dedicati all'anno 1153 nelle sue Chronica Majora (manoscritto n. 026, Corpus Christi College,
Cambridge, folium 117v)
Secondo Henry di Saltrey, Owein si recò presso il vescovo irlandese sotto il
quale ricadeva la responsabilità del Purgatorio di San Patrizio, lamentando
di essere un peccatore e di avere grandemente offeso Dio. Profondamente
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pentito, egli chiese al vescovo che gli fosse inflitta la più severa di tutte le
punizioni («poenitentiam omnibus poenitentiis graviorem assumam»). E il
vescovo gli impose, senza esitazione, di attraversare la porta del Purgatorio
di San Patrizio.
Inizia così il viaggio di Owein nell'Aldilà. Il cavaliere si reca a quella
chiesa, che sorgeva accanto al punto di ingresso del Purgatorio, attende in
quel luogo per quindici giorni, trascorsi tra preghiere e digiuni, riceve dal
priore l'usuale avvertimento in merito ai pericoli che lo attendono, si segna
con la croce di Cristo, e viene introdotto nella cavità sotterranea («per
concavitatem subterraneam»).
Fig. 73 - Ingresso al Purgatorio di San Patrizio da La tres noble et tres merveilleuse Histoire du
purgatoire saint Patrice (manoscritto Français 1544, Bibliothèque Nationale de France, folium 105r)
Ora Owein, uomo vivo nel corpo, ha fatto fisicamente ingresso nelle
regioni oltremondane. La tenebra cresce progressivamente, mentre egli si
inoltra nel Purgatorio («ingravescentibus magis ac magis tenebris, lucem
amisit in brevi totius claritatis»). Subito dopo l'ingresso, egli si imbatte in
una sorta di chiostro a volte, nel quale quindici santi uomini vestiti di
bianche tuniche lo onorano di un consiglio che ha lo scopo di assicurare a
quel visitatore un transito sicuro attraverso le punizioni del Purgatorio:
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«Quando sarai tra i tormenti, invoca il nome di Gesù Cristo Signore».
[Nel testo originale latino: «Cum te cruciaverint, invoca Dominum Iesum
Christum»].
Fig. 74 - L'invocazione del nome di Gesù Cristo da parte di Owein (manoscritto Cotton MS Nero A VII,
British Library, London, folium 114v)
Abbiamo già avuto occasione di udire questa invocazione salvifica in
un'altra opera, Guerrin Meschino, scritta più di due secoli dopo. Ma
torneremo su questo punto successivamente in questo stesso articolo.
Ora, Owein è pronto a combattere i demoniaci abitatori dell'Aldilà. Ed ecco
che essi giungono a lui, una innumerevole schiera di demoni, che lo
circonda e lo minaccia, nella sua qualità di uomo mortale che ha osato
spingersi fino a quel luogo senza volere attendere il giorno della propria
morte («diem mortis expectare noluisti») e nella sua vivente corporeità
(«vivendo corpus tuum»).
Quando i demoni gli propongono di concedergli un sicuro ritorno al mondo
dei vivi in cambio della sua anima, e Owein rifiuta l'accordo, le torture
hanno inizio. Il povero cavaliere viene subito gettato nel fuoco e appeso
agli uncini, ma l'invocazione del nome di Gesù disperde immediatamente
tutte quelle indicibili sofferenze.
Da questo momento in poi, il Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii
presenta una sequenza di infernali punizioni, non diverse da quelle già
illustrate nella Visione di Sant'Adamnán e nella Visione di Tnugdalus.
In principio, Owein viene trascinato dai demoni verso un'oscura regione
spazzata da un vento gelido, che pare penetrare all'interno del suo stesso
corpo («ventus quidem urens ibi afluit, qui vix audiri potuit, sed tamen sui
rigiditate corpus suum videbatur perforare»). Successivamente, gli vengono
mostrati enormi campi apparentemente senza confini, affollati di anime
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sofferenti, tormentate da chiodi infuocati, fruste demoniache e draghi che
ne fagocitano gli arti con le loro fauci di fuoco. Ma Owein invoca più volte
il nome di Gesù Cristo, riuscendo così a sfuggire a tutte quelle torture.
Successivamente il cavaliere viene condotto presso ulteriori campi
contenenti anime appese per i piedi, i capelli, le braccia o le teste, e
immersi in pozze di fuoco, o anche costrette a inghiottire metalli liquefatti.
Poi,