Abstract and Figures

I misteri del Monte Sibilla e dei Laghi di Pilato, situati tra i Monti Sibillini in Italia, costituiscono entrambi enigmi antichi e ancora inspiegati. Come riferito nel quindicesimo secolo da Antoine de la Sale nel suo "Il Paradiso della Regina Sibilla", i misteriosi Laghi di Pilato sono stati oggetto, per molti secoli, di visite da parte di maghi e negromanti provenienti da ogni regione d'Europa, in cerca di un luogo incantato e sinistro presso il quale consacrare i propri libri magici: un luogo di perdizione, nelle cui acque oscure sarebbe stato gettato, secondo un'antica leggenda, il corpo di Ponzio Pilato. In questo articolo, seguendo le tracce impresse dal personaggio storico Ponzio Pilato nell'antica letteratura romana e protocristiana, Michele Sanvico si inoltra tra i molteplici testi apocrifi che avvolgono la leggendaria figura del governatore della Giudea, affrontando le sorprendenti fonti d'epoca medievale tramite le quali fu costruito il vero e proprio mito relativo agli ultimi giorni di Pilato e alla maledizione che segnò i molteplici luoghi della sua leggendaria sepoltura, tra i quali Vienne in Francia, Lucerna in Svizzera o i Monti Sibillini in Italia. Lo scopo di questa investigazione è quello di scoprire la vera essenza del mito dei Laghi di Pilato, tentando di porre in evidenza la reale origine del racconto leggendario che stabilisce una connessione tra i laghi e il prefetto romano menzionato nei Vangeli, ricostruendo esaustivamente il percorso letterario che ha reso possibile questa peculiare associazione. L'obiettivo, assai audace, di tutta questa ricerca è quello di gettare luce sul nucleo mitico della leggenda che abita il luogo che oggi conosciamo con il nome di 'Laghi di Pilato', che un tempo era noto come il Lago di Norcia o il Lago della Sibilla. Questo articolo costituisce la Parte 2 dell'articolo completo (comprendente anche una Parte 1 e una Parte 3) riguardante la predetta tematica, ed è anche parte di una serie completa di articoli sulla vera origine delle leggende della Sibilla Appenninica e dei Laghi di Pilato.
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MICHELE SANVICO
SIBILLA APPENNINICA
IL MISTERO E LA LEGGENDA
UNA LEGGENDA PER UN PREFETTO ROMANO: I LAGHI
DI PONZIO PILATO1
PARTE 2
9. Un cristiano inatteso
Nei precedenti paragrafi abbiamo tratteggiato la figura e le caratteristiche
di Ponzio Pilato, un personaggio storico che visse nella prima metà del
1 Articolo pubblicato il 13, 15, 20, 24, 26, 31 maggio e il 7, 11 giugno 2019
(http://www.italianwriter.it/TheApennineSibyl/TheApennineSibyl_PilatusLakes.asp)
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primo secolo, e che occupò una posizione di grande rilievo in qualità di
prefetto della provincia romana della Giudea, così come riferito dalle fonti
letterarie classiche. L'uomo è descritto come una persona malvagia e priva
di scrupoli, la quale poco o nulla si curava degli usi e delle tradizioni locali,
mostrando un peculiare disprezzo per le esigenze e i desideri espressi dal
popolo da lui amministrato, in special modo quando si trattava di affrontare
questioni religiose. Corruzione e abusi erano parte integrante del suo modo
di amministrare i territori a lui affidati, e l'opinione che di lui serbavano
autori come Filone d'Alessandria e Flavio Giuseppe era segnatamente
negativa. Nei brani che ne descrivono il carattere, è possibile anche
rinvenire tratti di codardia e sadica crudeltà.
Lo stesso Ponzio Pilato partecipa, con un ruolo fondamentale, ai tragici
eventi connessi alla Passione e alla morte di Gesù Cristo, così come essi
vengono presentati nei Vangeli di Giovanni, Matteo, Marco e Luca. In tali
fonti cristiane, Pilato si comporta essenzialmente in modo assai pavido,
spaventato dalle folle rumoreggianti e nel timore che la propria inettitudine
potesse essere riferita al suo massimo superiore gerarchico in Roma,
l'imperatore Tiberio.
Eppure, malgrado il quadro avverso tracciato sia dai brani tratti dai Vangeli
che dalle parole degli antichi autori non cristiani, nei primi secoli della
Cristianità Pilato fu considerato come un personaggio non completamente
negativo: un uomo che aveva posto in atto ripetuti, seppur deboli, tentativi
per salvare la vita di Gesù («non trovo in lui nessuna colpa», aveva
dichiarato ai giudei più di una volta), un dirigente della Roma imperiale che
pareva essersi trovato sul punto di una vera e propria conversione, 'ante
litteram' e direttamente all'ombra della Croce, alla nuova religione che
stava in quel momento nascendo.
Per quanto ciò possa apparire incredibile, già alla fine del secondo secolo
un autore cristiano, Quinto Settimio Fiorente Tertulliano, nel suo
Apologeticum, aveva vergato alcune parole che gettano una luce assai
favorevole sul prefetto romano. Andiamo a leggere questa particolare frase
nelle pagine del manoscritto Latin 1656A, risalente all'undicesimo secolo e
conservato presso la Bibliothèque Nationale de France (folium 156v):
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«Tutte queste cose a proposito di Cristo furono riferite all'imperatore
Tiberio da Pilato, il quale, nella propria coscienza, era divenuto egli stesso
un cristiano».
[Nel testo originale latino: «Ea omnia super Christo Pilatus, et ipse iam pro
sua conscientia Christianus, Caesari tunc Tiberio nuntiavit»].
Fig. 58 - Un Ponzio Pilato cristiano dall'Apologeticum di Quinto Settimio Fiorente Tertulliano
(manoscritto Latin 1656A, Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, folium 141r
con l'incipit dell'opera di Tertulliano e il brano tratto dal folium 156v)
Nel pensiero di Tertulliano, Ponzio Pilato ricevette un'impressione così
forte a seguito delle notizie concernenti gli atti e i miracoli attribuiti a
Gesù, che egli non solo sarebbe divenuto una sorta di credente in Cristo, in
modo latente e non dichiarato, ma sarebbe anche riuscito a convincere lo
stesso imperatore Tiberio a proposito della verità della natura divina
dell'uomo che era stato crocifisso (Apologeticum, folium 144v):
«Allora Tiberio, al cui tempo apparve per la prima volta nella storia il nome
di Cristo, presentò al Senato le notizie provenienti dalla Siria Palestina
tramite le quali gli era stata rivelata la divinità che si era manifestata,
fornendo il proprio personale appoggio a questa mozione. Ma il Senato, che
non aveva promosso tale posizione, la rigettò; Cesare però rimase della
propria opinione, e minacciò di far punire chi avesse perseguitato i
cristiani».
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[Nel testo originale latino: «Tiberius ergo, cuius tempore nomen
Christianum in saeculum introivit, adnuntiata sibi ex Syria Palaestina, quae
illic veritatem ipsius divinitatis revelaverant, detulit ad senatum cum
praerogativa suffragii sui. Senatus, quia non ipse probaverat, respuit,
Caesar in sententia mansit, comminatus periculum accusatoribus
Christianorum»].
Da questo primo, assai antico passaggio, possiamo rilevare come Ponzio
Pilato, il brutale prefetto che certamente non si spese in modo
particolarmente determinato al fine di salvare Gesù dal suo destino di
tortura e morte, nel corso dei primi secoli della Cristianità cominciò a
essere considerato come un benintenzionato amministratore che, alla fine
dei conti, non risultava essere poi così malvagio come poteva a prima vista
apparire; e questa positiva valutazione poteva essere estesa anche alla sua
controparte imperiale a Roma, Tiberio.
Fig. 59 - Tiberio difende i cristiani, dall'Apologeticum di Tertulliano (manoscritto Latin 1656A,
Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, folium 144v)
Era solo Tertulliano a sostenere questa opinione? No, perché egli non fu
affatto l'unico autore protocristiano ad alimentare questa convinzione.
Proviamo a leggere le seguenti parole, vergate in lingua greca da Eusebio
di Cesarea, vescovo e storico vissuto nel quarto secolo, nella sua Historia
Ecclesiae (Libro II, Capitolo II), così come esse appaiono nel manoscritto
Grec 1431, risalente all'undicesimo secolo e conservato presso la
Bibliothèque Nationale de France (folium 29r), nel quale abbiamo posto in
evidenza le parole 'Pilato' e 'Tiberio':
«Pilato riferì a Tiberio a proposito della resurrezione dalla morte del nostro
signore e salvatore Gesù Cristo, notizie che già si erano diffuse ovunque. E
riferì anche degli ulteriori miracoli da lui compiuti, e come, a causa della
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sua resurrezione dalla morte, molti fossero già convinti che egli fosse un
dio. Tiberio riferì al Senato tutti questi fatti dei quali era venuto a
conoscenza; ma si dice che il Senato li rifiutasse, a causa del fatto che tali
cose non erano state riferite in primo luogo ad esso, e che la sua autorità era
stata in ogni caso precorsa dalla voce del popolo. Inoltre, esisteva un'antica
legge, secondo la quale nessuno avrebbe potuto essere considerato una
divinità presso i romani, se non vi fosse stato un decreto di conferma
emesso dal Senato. D'altra parte occorre considerare come nessuna natura
divina possa avere bisogno di una conferma ottenuta a mezzo di un'umana
deliberazione. Comunque, benché, come abbiamo narrato in precedenza, il
Senato avesse negato il proprio consenso, Tiberio emise comunque un
proprio decreto, affinché nessuna misura fosse disposta contro la dottrina
del Cristo».
Fig. 60 - Il brano su Pilato così come appare nell' Historia Ecclesiae di Eusebio di Cesarea (manoscritto
Grec 1431, Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, folium 1r con l'inizio
dell'opera di Eusebio, folium 26v con la parte iniziale del Libro II, Capitolo II, e folium 29r con il brano
che menziona Pilato e Tiberio, con i due nomi posti in evidenza)
E possiamo anche menzionare un passaggio tratto da Paolo Orosio, teologo
e storico cristiano che visse tra il quarto e il quinto secolo, il quale è citato
anche da Antoine de la Sale nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla. Di
nuovo, anche nella Historiarum adversus paganos, scritta da Orosio (Libro
7, IV), ci imbattiamo in una ulteriore descrizione, forse ispirata allo stesso
brano di Tertulliano, concernente uno sconcertato Ponzio Pilato, che pare
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avere provato un tale sentimento di stupore, all'udire i racconti concernenti
Gesù Cristo, da riuscire a persuadere lo stesso imperatore di Roma a
proposito della verità della nuova religione. Traiamo questo passaggio da
un manoscritto estremamente antico, risalente al nono secolo (n. 545 (499),
Bibliothèque Municipale de Valenciennes, folia 105v and 106r):
«E quando Cristo Signore ebbe sofferto e fu risorto dai morti, e dopo che
egli ebbe inviato i propri discepoli nella predicazione, Pilato, prefetto della
provincia di Palestina, inviò un rapporto all'imperatore Tiberio e al Senato a
proposito della passione e della resurrezione di Cristo, riferendo inoltre in
merito ai successivi miracoli che erano stati da Lui compiuti pubblicamente
o che comunque erano stati compiuti dai Suoi discepoli nel Suo nome,
raccontando di come egli fosse reputato un dio dalla fede di una crescente
moltitudine. Tiberio riferì tutto questo al Senato, accompagnando il
rapporto con la sua più favorevole approvazione, affinché Cristo fosse
considerato come un dio. Ma il Senato, con un moto di indignazione,
perché la questione non era stata demandata in primo luogo ad esso
secondo l'antico costume, il quale voleva che fosse proprio il Senato a
decidere sulla proclamazione di un nuovo culto, rifiutò ogni consacrazione
di Cristo, e anzi emise un editto, affinché i Cristiani fossero banditi dalla
città. In particolare, fu il prefetto di Tiberio, Seiano, a opporsi con
determinazione alla nuova religione. Tuttavia, Tiberio, con un proprio
editto, ordinò che gli oppositori dei cristiani fossero puniti con la morte».
[Nel testo originale latino: «at postquam passus est Dominus Christus atque
a mortuis resurrexit et discipulos suos ad praedicandum dimisit, Pilatus,
praeses Palaestinae prouinciae, ad Tiberium imperatorem atque ad senatum
retulit de passione et resurrectione Christi consequentibusque uirtutibus,
quae uel per ipsum palam factae fuerant uel per discipulos ipsius in nomine
eius fiebant, et de eo, quod certatim crescente plurimorum fide deus
crederetur. Tiberius cum suffragio magni fauoris retulit ad senatum, ut
Christus deus haberetur. Senatus indignatione motus, cur non sibi prius
secundum morem delatum esset, ut de suscipiendo cultu prius ipse
decerneret, consecrationem Christi recusavit edictoque constituit,
exterminandos esse urbe Christianos; praecipue cum et Seianus praefectus
Tiberii suscipiendae religioni obstinatissime contradiceret. Tiberius tamen
edicto accusatoribus Christianorum mortem comminatus est»].
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Fig. 61 - Ponzio Pilato e Tiberio dall'opera Historiarum adversus paganos di Paolo Orosio (n. 545 (499),
Bibliothèque Municipale de Valenciennes, folia 2r, 105v e 106r)
Dunque, Pilato fu realmente colpevole della morte di Gesù Cristo, il
Salvatore, il Figlio di Dio?
Secondo vari autori protocristiani, la risposta da rendersi era negativa.
Pilato, Tiberio e i Romani non dovevano essere considerati, in ultima
analisi, come gli artefici di un tale crimine. In effetti, a portata di mano era
disponibile un bersaglio assai più facile, così come è rilevabile nel seguente
passaggio:
«Non fu tanto Pilato a condannarLo (il quale sapeva che 'per invidia i
giudei lo avevano consegnato'), quanto il popolo giudeo, che proprio per
questo è stato punito da Dio, e distrutto, e disperso su tutta la terra, molto
più di quanto non sia stato disperso lo stesso Penteo».
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Fig. 62 - Pilato, Penteo e il popolo ebraico nel brano di Origene di Alessandria tratto dal suo Kata Kelsou
(manoscritto Grec 616, Bibliothèque Nationale de France, folium 20r con la prima pagina del trattato e il
folium 76v con il passaggio in esame e le parole greche per 'Penteo' e 'Pilato' poste in evidenza)
Questo brano è tratto da un antico trattato cristiano, Kata Kelsou (Contro
Celso), così come esso appare nel manoscritto Grec 616 conservato presso
la Bibliothèque Nationale de France (folium 76v). Questo passaggio fu
scritto da Origene di Alessandria, un teologo e studioso cristiano vissuto tra
la fine del secondo secolo e l'inizio del terzo. Egli cita dal Vangelo di
Marco («sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato
per invidia», 15:10) e, inoltre, paragona il tragico destino del popolo
ebraico a quello di Penteo, il re di Tebe che fu smembrato a seguito di una
punizione divina (incontreremo nuovamente questo re in un successivo
articolo).
Dunque, l'idea era quella di non caricare affatto Pilato della colpa di avere
fatto uccidere Gesù: quella colpa poteva essere ben caricata, invece, sulla
nazione ebraica.
I maligni semi di un'agghiacciante dottrina, l'antisemitismo, erano stati
appena piantati. E avrebbero devastato i secoli a venire.
Assai sciaguratamente, questa linea di pensiero razzista ha profondamente
marcato la mentalità del Cristianesimo fino ai nostri giorni, accompagnata
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dalla bizzarra idea di una pretesa innocenza di Pilato. Ad esempio, più di
mille anni dopo ritroveremo tracce di questo stesso convincimento espresse
nuovamente in una versione dei Commenti al Vangelo di Matteo di San
Gerolamo, edita dal grande studioso olandese Erasmo da Rotterdam e
pubblicata nel 1537 (le parole che qui riportiamo non furono vergate nel
quinto secolo dallo stesso San Gerolamo, in quanto esse non sono presenti
nei manoscritti maggiormente antichi che contengono il testo del suo
Commentarius in Matthaeum, e quindi rappresentano un'interpolazione
effettuata da Erasmo nel sedicesimo secolo, così come sostenuto da alcuni
studiosi):
«Pilato propose molte opportunità per la liberazione del Salvatore: in primo
luogo, offrendo un ladrone al posto di un giusto; poi, aggiungendo: 'Cosa
dovrei fare di questo Gesù che è chiamato il Cristo [...] Quale male avrebbe
egli compiuto?' Così dicendo, Pilato volle assolvere Gesù. [...] E così,
lavando le proprie mani, purificò l'operato i Gentili da ogni colpa,
rendendoci così estranei alle scellerate azioni dei giudei».
Fig. 63 - L'edizione dei Commenti al Vangelo di Matteo di San Gerolamo nell'edizione curata da Erasmo
da Rotterdam, pubblicata a Basilea nel 1537, con le frasi su Pilato, non presenti nei più risalenti
manoscritti che tramandano l'opera di San Gerolamo
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[Nel testo originale latino: «Multas liberandi salvatoris Pilatus occasiones
dedit. Primum latrone iusto conferens. Deinde inferens: Quid igitur faciam
de Iesu qui dicitur Christus [...] Quid eum mali fecit. Hoc dicendo Pilatus
absolvit Iesum. [...] Ut in lavacro manuum eius, gentilium opera
purgarentur, et ab impietate Iudaeorum [...] nos alienos faceret»].
Ma ritorniamo ancora ai primi secoli dell'era cristiana. Nel prossimo
articolo, continueremo la nostra esplorazione della figura positiva, e
inaspettatamente cristiana, di Ponzio Pilato.
Un Pilato che sta per essere promosso a una posizione assai più elevata:
quello di vero e proprio santo.
10. L'uomo che vide la verità
Come abbiamo avuto modo di vedere nei precedenti articoli, nel corso dei
primi secoli della Cristianità Ponzio Pilato, il quinto prefetto della Giudea,
l'uomo che interpretò un ruolo fondamentale nella Passione di Gesù, fu
considerato come una sorta di testimone pagano della Salvezza, malgrado
la sua palese responsabilità negli eventi che condussero il Salvatore alla
morte sulla Croce: egli fu ritenuto come un giudice che non avrebbe affatto
desiderato la condanna del Figlio di Dio, e come un rappresentante
dell'Impero Romano che era stato costretto a cedere, suo malgrado, alle
pressioni esercitate dai Giudei, un governatore che aveva addirittura inviato
un'appassionata relazione al proprio imperatore, rapporto nel quale egli
avrebbe sostenuto come i Cristiani fossero realmente i seguaci di un vero
Dio.
In questo scenario, sostenuto da vari autori protocristiani, Pilato fu
considerato come un uomo il quale aveva potuto percepire, nel profondo
del proprio animo, la chiamata dello Spirito, così come affermato nel
quinto secolo da Agostino di Ippona nelle sue Homiliae de tempore, In
festo Epiphaniae domini, Sermone III:
«Anche Pilato era stato in qualche modo toccato dal soffio della verità,
quando nel titolo che pose sulla Croce fece scrivere: 'Re dei Giudei', che gli
ebrei tentarono di fargli correggere. Ma egli rispose loro: 'Ciò che ho
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scritto, ho scritto', così come era stato predetto nel Salmo: 'Non muterai
quanto è scritto nel titolo'».
Fig. 64 - Ponzio Pilato e la Croce
Fig. 65 - Ponzio Pilato come testimone della verità dalle Homiliae de tempore, Sermone III da In festo
Epiphaniae domini (dal Tomus decimus operum divi Aurelii Augustini Hipponensis episcopi, stampato a
Parigi nel 1555, pag. 136)
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[Nel testo originale latino: «Hinc et Pilatus nonnulla utique aura veritatis
afflatus est, quando in eius passione titulum scripsit: Rex Iudaeorum: quem
Iudaei conati sunt mendosi emendare. Quibus ille respondit: Quod scripsi,
scripsi: quia praedictum erat in Psalmo: Tituli inscriptionem ne
corrumpas»].
E così Pilato venne a trovarsi in buona compagnia, perché Agostino, nella
sua De civitate Dei, aveva già provveduto ad arruolare nel medesimo ruolo
profetico anche le Sibille classiche (si veda il nostro precedente articolo Il
mondo della Sibilla: gli Appennini e i Monti Sibillini).
Ma la trasformazione di Ponzio Pilato non è affatto terminata.
Perché la chiave della sua mutevole figura, un'apparenza spettrale in
continua metamorfosi, in transito attraverso i secoli, deve essere reperita in
un territorio assai più indistinto e sconosciuto rispetto a quello marcato
dalla presenza degli illustri, ben conosciuti autori classici già da noi citati,
quali Filone d'Alessandria, Flavio Giuseppe, Origene d'Alessandria,
Tertulliano, Eusebio di Cesarea, Paolo Orosio e Agostino d'Ippona.
Dobbiamo invece rivolgerci verso l'oscuro, sfuggente regno degli scritti
apocrifi.
Esclusi della canonica lista dei testi formalmente accettata dalla Chiesa sin
dal Concilio di Roma, tenutosi nell'anno 382, gli scritti apocrifi ci
raccontano molto di più, a proposito della figura di Gesù, della sua vita e
della sua Passione, di quanto non ci narrino i Vangeli di Matteo, Marco,
Luca e Giovanni. Eppure la loro origine, la mano che li vergò, la storia
delle modifiche alle quali furono sottoposti nel tempo è spesso sconosciuta,
o comunque scarsamente nota. E l'aderenza dei racconti in essi riportati a
una verità effettiva, o quantomeno alla sottostante tradizione originale, è
assai dubbia e particolarmente difficile da tracciare.
Malgrado ciò, l'affascinante e controverso personaggio di Ponzio Pilato
costituisce una delle principali figure descritte in alcuni testi appartenenti al
mondo degli scritti apocrifi. Dall'Epistola Pilati alle Gesta Pilati,
dall'Anaphora Pilati alla Paradosis Pilati, fino alla Legenda Aurea, il
prefetto romano che, volente o nolente, condannò Gesù a morte, fa la
propria apparizione in molti testi antichi.
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Fig. 66 - L'intestazione 'Apocrypha' come appare in un'edizione della Bibbia stampata a londra nel 1606
da Robert Barker (pag. 358)
Nel bene. E nel male.
Cominciamo dunque dal bene: iniziamo dalle numerose rappresentazioni
apocrife che descrivono il prefetto di Roma come un uomo angosciato, una
persona che avrebbe assistito ai funesti eventi che avrebbero condotto
all'assassinio di un giusto, e si sarebbe trovato nella condizione di osservare
con i propri occhi gli avvenimenti portentosi verificatisi successivamente,
così impressionanti che egli stesso avrebbe cominciato a convincersi del
fatto che l'uomo inchiodato sulla Croce fosse realmente un Dio, e avrebbe
raccontato tutto questo nei rapporti ufficiali da lui stesso vergati e inviati a
Roma, all'attenzione dell'imperatore.
Un uomo, Pilato, che avrebbe cominciato il proprio personale viaggio
attraverso la fede, e nella santità.
11. Alla ricerca del rapporto ufficiale
Quando Gesù Cristo fu sottoposto alla crudele prova della Passione, Ponzio
Pilato occupava una carica di alto rango in Giudea, in qualità di prefetto di
quella remota provincia soggetta al dominio dei Romani. Secondo
Giuseppe Flavio, era stato l'imperatore Tiberio Cesare a nominarlo in tale
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importante posizione (Guerra giudaica, Libro II, 169); e proprio a Tiberio,
che sedeva ancora sul trono imperiale quando la Passione ebbe luogo, egli
dovette inoltrare il rapporto concernente tutti i fatti che si erano verificati in
quel lontano e assai turbolento frammento dell'Impero Romano.
Pilato scrisse mai una relazione ufficiale sulla Passione?
E se lo fece, dove si trova quel rapporto?
La questione ha occupato l'attenzione della Cristianità sin dai primi secoli.
Un rapporto ufficiale vergato da Ponzio Pilato e indirizzato al suo
imperatore, infatti, costituirebbe la prova ultima e definitiva, prodotta da
una fonte affidabile e indipendente, della effettiva verità della Passione, se
non anche della Resurrezione. Una sorta di pistola fumante: una pistola
molto speciale, in quanto rappresenterebbe la prova dell'Incarnazione di un
Dio sulla terra.
Fig. 67 - Un'immagine artistica del ricercatissimo rapporto originale vergato da Ponzio Pilato al suo
imperatore in merito alla Passione
È mai veramente esistito un così fatale pezzo di papiro o pergamena?
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Giustino Martire, un apologeta cristiano vissuto nel secondo secolo, ne era
assolutamente convinto: nei Capitoli XXXV e XLVIII della sua Prima
Apologia, indirizzata all'imperatore Antonino Pio, egli annota che «tu puoi
leggere tutto questo [a proposito della Passione di Gesù] nelle relazioni
ufficiali che furono scritte da Ponzio Pilato», e «i rapporti vergati da Pilato
forniscono la prova di tali eventi».
Abbiamo anche visto come Tertulliano, nel suo Apologeticus, risalente al
secondo secolo (Capitolo XXI, 24), abbia scritto che «tutte queste cose a
proposito di Cristo, Pilato [...] le rife all'allora imperatore Tiberio» (nel
testo originale latino: «ea omnia super Christo Pilatus [...] Caesari tunc
Tiberio nuntiavit»). E, nel quarto secolo, Eusebio di Cesarea, con la sua
Historia Ecclesiae (Libro II, Capitolo II, 1-3), ribadì la medesima
convinzione: «Ponzio Pilato riferì a Tiberio [...] i fatti riguardanti la
resurrezione dai morti del nostro salvatore Gesù Cristo» (nella traduzione
latina dall'originale in lingua greca: «De resurrectionem a mortuis domini
et salvatoris nostri Iesu Christi [...] Pilatus Tiberio principi refert»).
Se un rapporto ufficiale su questi fatti è stato mai realmente vergato da
Ponzio Pilato, l'originale di esso è andato da lungo tempo perduto,
purtroppo, tra le nebbie dei millenni.
Nondimeno, qualcosa sembra essere sopravvissuto. Una relazione, scritta
dal prefetto di Roma: l'uomo che ebbe un ruolo primario nelle vicende
connesse con la morte di Gesù. In effetti, più di una singola relazione: ne
esistono, infatti, più di una.
Cominciamo dalla più risalente: un'antichissima tradizione ha tramandato
fino ai nostri giorni una lettera che Pilato avrebbe asseritamente indirizzato
all'Imperatore Claudio, uno dei successori di Tiberio. Alcuni studiosi ne
datano la redazione alla fine del secondo secolo, e certamente si tratta del
più antico esemplare, appartenente alla tradizione apocrifa, che riguardi
Ponzio Pilato.
Questo testo è spesso rinvenibile come una sezione del Vangelo di
Nicodemo, un'opera apocrifa che comprende diverse narrazioni, così come
appare, ad esempio, nel manoscritto Vat Lat 4363 conservato presso la
Biblioteca Apostolica Vaticana. Naturalmente, la lettera, che pretenderebbe
di rappresentare il ricercatissimo rapporto ufficiale sulla Passione
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originariamente redatto da Ponzio Pilato, nella propria qualità di prefetto
della Giudea, e da lui inviato alla più alta autorità in Roma, non ha
probabilmente nulla a che fare con qualsivoglia missiva ufficiale che sia
mai stata effettivamente scritta dalla mano del prefetto romano.
Nondimeno, stiamo considerando una testimonianza particolarmente antica
dell'opinione che, tra i primi Cristiani, andava circolando su Pilato.
Leggiamone il testo dall'antico manoscritto Latin 1871 (Bibliothèque
Nationale de France, folium 1), risalente al decimo secolo:
«Ponzio Pilato a Claudio, salute. Accaddero di recente alcuni fatti, dei quali
fui diretto testimone...»
[Nel testo originale latino: «Pontius Pilatus Claudio salutem. Nuper accidit,
et quod ipse probavi...»].
Fig. 68 - Lettera di Pilato all'imperatore Claudio così come appare nel manoscritto Latin 1871
(Bibliothèque Nationale de France, folium 1)
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È, questo, l'inizio della lettera. In poche righe, Pilato ripercorre gli eventi
che ebbero luogo innanzi alla sua persona nel corso di quel fatale venerdì: i
giudei che gli consegnano Gesù, il racconto dei numerosi miracoli compiuti
da quell'uomo, le accuse, la sentenza e la crocifissione. Poi, tre giorni più
tardi, un'inaspettata resurrezione («die tertio surrexit»), con i soldati
incaricati della sorveglianza che avrebbero attestato la verità di quegli
accadimenti («nam et illum surrexisse testati sunt se vidisse»). Il prefetto
chiude poi quella lettera con una accusa diretta nei confronti dei giudei:
«Tutto questo ho riferito affinché nessuno possa raccontarne menzogne, e
perché tu non reputi che possa darsi credito alle falsità dei giudei».
[Nel testo originale latino: «Haec ideo ingressi ne quis aliter mentiatur, et
aestimes credendum mendaciis Iudaeorum»].
Fig. 69 - Testimoni della Resurrezione dalla lettera di Pilato all'imperatore Claudio (manoscritto Latin
1871, Bibliothèque Nationale de France, folium 1)
Di certo, non è questo il tenore della lettera che un prefetto responsabile del
governo di una provincia romana potrebbe avere mai indirizzato
all'attenzione del proprio superiore gerarchico in Roma, ricolma, come in
effetti è, di informazioni del tutto irrilevanti agli occhi di un imperatore in
carica, e palesemente costruita da mani protocristiane al fine di potersi
presentare come una prova della Resurrezione asseritamente compilata da
un testimone pagano indipendente, con l'aggiunta di materiale chiaramente
antiebraico.
Ma ciò che ci interessa maggiormente è il fatto che, in questo primo
esempio a noi disponibile di un rapporto ufficiale, Pilato non è ancora
rappresentato in qualità di potenziale cristiano.
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Eppure, il processo di trasformazione di un pagano, Ponzio Pilato, in un
perplesso testimone della Resurrezione e, infine, in un vero e proprio
cristiano è già in corso.
Andiamo a considerare, nuovamente, il Vangelo di Nicodemo, un testo
apocrifo che comprende materiale narrativo disparato, tradizionalmente
etichettato con il citato titolo, del tutto inconsistente: la prima sezione,
alquanto estesa, è conosciuta come Gesta Pilati o Acta Pilati (I fatti di
Pilato o Il rapporto di Pilato), o anche come Gesta Salvatoris (I fatti del
Salvatore): un'opera apocrifa la cui origine viene fatta risalire, dagli
studiosi, a un'epoca collocata tra il quarto e il quinto secolo, con continue
modifiche e integrazioni testuali apportate nel corso dei secoli successivi, a
motivo della grande fortuna esperimentata da questo testo attraverso il
Medioevo, con centinaia e centinaia di manoscritti sopravvissuti fino ai
nostri giorni, redatti in varie lingue, tra le quali greco, latino, aramaico,
armeno, copto e altre. Nel presente articolo, proporremo immagini tratte dal
Codex 326 (1076), un manoscritto particolarmente antico che risale al nono
secolo, conservato presso la Stiftsbibliothek dell'Abbazia di Einsiedeln, in
Svizzera.
Nelle Gesta Pilati, la tradizione che pone sotto una favorevole luce il
prefetto romano della Giudea si sviluppa ulteriormente, evolvendo in
direzione di una rappresentazione della Passione che è certamente più
benigna nei confronti di Pilato di quanto non accada all'interno dei Vangeli
canonici. Un Pilato che è ormai molto prossimo a una piena conversione
alla nuova fede cristiana.
In questo scritto apocrifo, Pilato appare stupefatto e colpito di fronte ai fatti
miracolosi che accompagnano Gesù, al quale persino le insegne sorrette
dagli alfieri nel palazzo del Pretorio si inchinano, come se gli stessero
rendendo onore (folium 12r). Sollecitato dai giudei, ma non riuscendo a
trovare alcuna colpa in quell'uomo, Pilato reagisce con rabbia («Pilatus
furore repletus», folium 13r). Quando gli viene chiesto di ordinare la
crocifissione di Gesù, egli risponde, senza alcuna ambiguità, che «questa
non è cosa buona» («Non est bonum», folium 14r).
Appare chiaro come, nelle Gesta Pilati, il governatore romano non intenda
affatto condannare quell'uomo, tanto da appellarsi, del tutto inutilmente,
alla folla tumultuante: «[Io sono convinto che] non tutto il popolo qui
18
radunato desideri la sua morte» («non omnis multitudo vult eum mori»,
folium 14r). Ma i sacerdoti e i capi dei giudei non hanno alcuna intenzione
di cedere. E quando Nicodemo il fariseo esprime la propria posizione in
favore di Gesù, vengono pronunciate le seguenti significative parole
(folium 14v):
Fig. 70 - L'inizio delle Gesta Salvatoris (o Gesta Pilati) dal Codex 326 (1076) conservato presso la
Stiftsbibliothek dell'Abbazia di Einsiedeln, Svizzera (folium 11r)
Fig. 71 - Pilato si oppone alle richieste degli ebrei, dalle Gesta Pilati (Codex 326 (1076) conservato
presso la Stiftsbibliothek dell'Abbazia di Einsiedeln, Svizzera, folium 14r)
19
«Gli ebrei risposero a Nicodemo: 'Certamente anche tu sei divenuto un suo
discepolo, visto che così apertamente pronunci parole in suo favore'. Ma
Nicodemo ribatté: 'Forse voi pensate che anche il prefetto sia divenuto un
suo discepolo, solo perché anch'egli ha parlato in suo favore?'».
[Nel testo originale latino: «Dicunt iudaei nichodemo: tu discipulus eius
factus es et verbum pro ipso facis. Dicit ad eso nichodemus: numquid et
praeses discipulus eius factus est et verbum pro ipso facit?»].
Il varco che separa il prefetto di Roma dal trasformarsi in un credente nel
Cristo sta divenendo sempre più stretto: le Gesta Pilati suggeriscono
chiaramente come Ponzio Pilato risulti essere ben più di un mero
amministratore locale, perché la figura di Gesù avrebbe già scavato una
breccia assai profonda nel suo cuore. Stiamo avvicinandoci, ormai, alla
piena conversione di Pilato alla fede cristiana.
Fig. 72 - Ponzio Pilato sospettato di essere divenuto cristiano, dalle Gesta Pilati (Codex 326 (1076)
conservato presso la Stiftsbibliothek dell'Abbazia di Einsiedeln, Svizzera, folium 14v)
Numerose testimonianze in merito alla santità di Gesù continuano a
emergere tra la folla. Pilato presta ascolto a vari racconti relativi a fatti
miracolosi; egli si è ormai persuaso dell'innocenza di quell'uomo e ribatte
aspramente alle pressioni dei giudei. Quando, alla fine, Gesù muore sulla
Croce, e il sole svanisce ricoprendo d'ombra il mondo intero, mentre il velo
del tempio si squarcia da cima a fondo, Pilato pare convincersi
definitivamente dell'effettiva natura divina di quel condannato (folium 16
v):
«Pilato convocò i giudei e disse loro: 'Avete visto ciò che è accaduto?' Ma
essi gli risposero: 'Non è che un'eclissi di sole, come spesso succede'».
20
[Nel testo originale latino: «Convocans autem pilatus iudaeos dicit eis:
vidistis quae facta sunt? responderunt praesidi: Eclipsis factum est solis
secundum consuetudinem»].
Fig. 73 - Pilato assiste ai miracoli che seguirono la morte di Gesù, dalle Gesta Pilati (Codex 326 (1076)
conservato presso la Stiftsbibliothek dell'Abbazia di Einsiedeln, Svizzera, folium 16v)
Ponzio Pilato, dunque, sta lentamente percorrendo la sua strada
pluisecolare, trasformandosi a mano a mano in un cristiano della
primissima ora.
Troviamo un ulteriore indizio a proposito di questo graduale processo di
conversione nella Anaphora Pilati (Relazione di Pilato), un testo greco che
contiene asseritamente, ancora una volta, il rapporto ufficiale sulla Passione
scritto da Ponzio Pilato e indirizzato all'imperatore Tiberio a Roma.
Naturalmente, l'Anaphora non è nulla di più di un testo tradizionale
trasposto su pergamena secoli dopo la morte di Pilato. Di nuovo, questo
testo non ha alcuna relazione con un possibile scritto originale vergato
dallo stesso Pilato nel primo secolo; nondimeno, l'Anaphora Pilati offre
un'ulteriore versione, in senso cristiano, del contenuto della relazione del
prefetto romano, con l'obiettivo di configurare una convincente
testimonianza in grado di confermare la veridicità della Resurrezione.
Eccone il testo greco così come appare nel manoscritto Grec 770
conservato presso la Bibliothèque Nationale de France (folium 25r):
«Al più potente, illustre, divino e più terribile, Augusto Cesare, Pilato
governatore dell'Oriente. Devo riferirti, o potentissimo, notizie che molto
mi hanno procurato timore e preoccupazione. Nel territorio soggetto al mio
governo, nella città chiamata Gerusalemme, l'intero popolo dei giudei
consegnò nelle mie mani un uomo di nome Gesù...».
21
Fig. 74 - L'invocazione introduttiva a Tiberio contenuta nell'Anaphora Pilati (manoscritto Grec 770,
Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France, folium 25r)
Dopo questa magniloquente apertura, in poche pagine Pilato ripercorre gli
eventi occorsi durante quello straordinario venerdì a Gerusalemme. Il
prefetto romano manifesta tutto il proprio stupore alla vista delle
meraviglie soprannaturali che avevano avuto luogo subito dopo la morte di
Gesù:
«Una grande ombra si impadronì di tutto il mondo, perché il sole si oscurò,
e le stelle si mostrarono ma senza il loro usuale splendore; e la luce della
luna assunse la tinta del sangue [...] e ci furono grandi tuoni [...] e nel
terrore di tutti si videro i morti levarsi dalle proprie tombe [...] ci fu una
potente voce che scese dal cielo [...] furono veduti uomini di grande
corporatura e statura, ammantati in meravigliose vesti di gloria [...] essi
così gridarono: Gesù, che fu crocifisso, è tornato alla vita [...] e molti
giudei furono inghiottiti dalla terra ».
Nell'Anaphora Pilati, Ponzio Pilato appare come uno stupefatto testimone
della Resurrezione. Ed è palese come egli risulti essere assai
profondamente colpito da quegli straordinari eventi, tanto da essere ormai
sul punto di attraversare la soglia che separa i pagani dalla vera fede
(folium 27r):
22
«Ebbi paura, e ne fui sconvolto. Ho scritto queste cose, ciò che io vidi
accadere. E ho inviato questi fatti alla tua maestà, o imperatore [...] o
signore, io ti saluto».
Fig. 75 - Le frasi conclusive dell'Anaphora Pilati (manoscritto Grec 770, Département des Manuscrits,
Bibliothèque Nationale de France, folium 27r)
Con un'ulteriore opera apocrifa, la Paradosis Pilati (La consegna di
Pilato), un antico testo vergato in lingua greca, dall'incerta datazione,
avanziamo di un altro passo in direzione della consacrazione di Pilato in
qualità di cristiano a tutti gli effetti. La Paradosis è contenuta nello stesso
manoscritto Grec 770 che abbiamo già avuto modo di considerare per
l'Anaphora, con inizio dal folium 27v.
Nel momento stesso della sua atroce esecuzione, che descriveremo
successivamente nei prossimi paragrafi, l'uomo che fu il prefetto della
Giudea innalza una disperata preghiera al cielo per se stesso e per sua
moglia Procla:
«Perdona me, o Signore, e la tua serva Procla, che è qui al mio fianco
nell'ora della mia morte, alla quale avevi insegnato a preannunciare la tua
Passione sulla croce. [...] Perdonaci, e ammettici tra le schiere dei tuoi
giusti».
23
Fig. 76 - L'inizio della Paradosis Pilati (folium 27v) con la prima frase ingrandita, e i passaggi conclusivi
(folium 29 r) con le parole 'Pilato' e 'testa' poste in evidenza (manoscritto Grec 770, Département des
Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France)
E la sua preghiera fu esaudita, perché un miracolo straordinario ha
improvvisamente luogo:
«Incredibile a vedersi, quando Pilato cessò di parlare, una voce risuonò dai
cieli, 'Tutte le generazioni e la discendenza dei Gentili ti chiameranno
beato, perché sotto il tuo governatorato si compì di me tutto quello che i
profeti avevano preannunciato. E anche tu ritornerai come mio testimone il
giorno del mio secondo avvento».
Pilato come un giusto? Pilato assimilato a un profeta? Pilato assunto a
uomo santo? Non suona incredibile, alle nostre orecchie di moderni?
Ma la Paradosis si spinge ancora più oltre: quando Pilato viene decapitato,
«un angelo del Signore ricevette la sua testa». E la trasportò in cielo.
24
Ponzio Pilato come un uomo santo. È questa la sconcertante conclusione di
un percorso mitico che ha avuto inizio con la Passione di Gesù Cristo, nel
primo secolo, ed è terminato oggi.
Infatti, questo processo non si è affatto concluso con la Paradosis, ma è
invece terminato direttamente ai nostri giorni.
Perché Pilato, nella nostra realtà contemporanea, è un vero e proprio santo.
Un santo formalmente riconosciuto: San Pilato. Come vedremo nel
prossimo paragrafo.
12. Governatore e santo
Due luglio, segnate questa data sul vostro calendario. Si tratta, infatti, di
una giornata molto importante per i cristiani, in quanto la Santa Romana
Chiesa celebra numerosi santi assai rispettabili, benché del tutto
sconosciuti, come ad esempio i santi Processo e Martiniano, la santa
vergine Monegonda, san Swithun e ulteriori, molteplici santi elencati nel
Martyrologium Romanum.
Eppure, proprio in quello stesso giorno, la bimillenaria Chiesa Ortodossa
Etiope Tewahedo, una delle più grandi chiese ortodosse orientali, nonché
una delle più antiche confessioni cristiane, celebra la memoria di un santo il
cui nome risulta essere ben più conosciuto.
Si tratta di San Ponzio Pilato.
In una edizione contemporanea del Synaxarion Etiopico, il Libro dei Santi
della Chiesa Etiope, al venticinquesimo giorno del mese di Säne
(corrispondente al nostro due luglio), troviamo elencato il seguente
sant'uomo:
«Fu questo il giorno in cui morì Pilato, il credente. Sia celebrato Pilato, che
lavò le proprie mani del Sangue di Gesù Cristo. [...] Sia resa gloria a Dio
che è glorificato nei Suoi santi. Amen».
25
Fig. 77 - Ponzio Pilato celebrato come santo nel Synaxarium - Il Libro dei Santi della Chiesa Ortodossa
Etiope Tewahedo, tradotto dal filologo britannico Ernest Alfred Wallis Budge nel 1928 e ristampato ai
nostri giorni dalla chiesa etiope (pag. 593)
Questa frase è tratta da fonti più antiche, che includono manoscritti redatti
in lingua etiope e databili tra il sedicesimo e il diciottesimo secolo, così
come riportato dal grande studioso italiano Ignazio Guidi nella sua opera
Le Sinaxaire Éthiopien, pubblicata nel 1907 (in cui il venticinquesimo
giorno del mese di Säne è posto in relazione con il nostro diciannove
giugno).
Dunque, un'antichissima tradizione, viva soprattutto tra le comunità
orientali di fedeli, ha inteso considerare Ponzio Pilato come un santo. Per
secoli e secoli. E, ai nostri giorni, egli è ancora considerato come tale, così
come riportato nel Synaxarion contemporaneo.
Questo status, così strano e inatteso - per i credenti appartenenti alla Chiesa
di Roma - è il risultato di un lungo processo, che ha avuto inizio già con i
Vangeli ed è poi proseguito attraverso testi apocrifi quali l'Epistola Pilati,
le Gesta Pilati, l'Anaphora Pilati e la Paradosis Pilati, sostenuto inoltre
nella propria rotta plurisecolare da autori protocristiani come Tertulliano,
26
Eusebio di Cesarea, Paolo Orosio, Origene di Alessandria: tutti, nelle loro
opere, si spingono, seppure in modi diversi, fino a descrivere Pilato come
«non [...] responsabile [...] di questo sangue» (Matteo 27:24), il sangue di
Gesù.
Fig. 78 - Pilato come santo da Le Sinaxaire Éthiopien di Ignazio Guidi (Patrologia Orientalis, vol. 1,
pubblicato a Parigi nel 1907, pag. 674-675)
Perché, secondo questa antica tradizione, Ponzio Pilato, a ben vedere,
avrebbe iniziato a credere nel Cristo, dopo essere stato testimone diretto dei
miracoli che avevano avuto luogo prima e dopo la Sua morte. Quel
prefetto, quindi, era divenuto cristiano; quel governatore si era mutato in
profeta. Egli aveva finito per glorificare la magnificenza di Dio, ed era
stato così trasformato in un santo.
Tutto ciò ha cominciato a verificarsi già a partire dal momento in cui la
Cristianità ha iniziato a muovere i primi passi, e senza considerare affatto le
numerose attestazioni letterarie concernenti la codardia, la spietata
malvagità e la fondamentale mediocrità attribuibili a Pilato, così come
descritte dalla tradizione classica (Filone di Alessandria, Flavio Giuseppe)
e come appare anche negli stessi Vangeli.
Perché la colpa della morte di Gesù non doveva essere affatto posta a
carico di Ponzio Pilato.
27
Secondo questa antica tradizione, infatti, gli assassini di un Dio non erano
altri che gli ebrei: «vedetevela voi», come lo stesso Pilato aveva detto loro
(Matteo 27:24).
Ma perché la nuova comunità dei Cristiani si trovò a decidere che una tale
esorbitante colpa fosse da caricarsi interamente sul popolo ebraico?
Benché esuli dagli obiettivi di questa serie di articoli il tentare di
ripercorrere la miserabile storia dell'antisemitismo, le ragioni
sembrerebbero essere diverse. Molti studiosi pensano che, in una fase assai
iniziale dello sviluppo del Cristianesimo, non sarebbe stato saggio, per la
nuova religione, esplicitare un'accusa co grande nei confronti di un
cittadino romano di rango così elevato, un importante funzionario che
riferiva direttamente all'imperatore di Roma. Troppo potente, troppo
pericoloso era l'impero romano per poterlo sfidare in modo così diretto.
Dall'altro lato, gli ebrei rappresentavano un bersaglio assai facile,
trattandosi di un gruppo politicamente e militarmente privo di particolare
consistenza. Inoltre, essi costituivano un diretto concorrente per la nascente
Cristianità, un ostacolo che andava a frapporsi tra la nuova predicazione e
l'acquisizione di nuovi adepti, tra l'altro nella regione stessa in cui Gesù
aveva vissuto e predicato.
L'antisemitismo, dunque, stava cominciando a mostrare al mondo il proprio
terribile volto, e avrebbe in effetti devastato l'Europa intera nei secoli e
millenni a venire. Al fine di gettare ulteriore luce su questa oscura corrente
di pensiero, è possibile citare un brano, risalente al quarto secolo, vergato
da un altro teologo cristiano, Sant'Efrem il Siro, celebrato in modo
particolare dalle chiese ortodosse orientali. Egli fu l'autore di numerosi inni
poetici in lingua siriaca, nei quali vengono menzionati sia Pilato che i
giudei. Nell'inno Della Crocifissione, egli scrisse i seguenti versi, nei quali
l'autore non si esime dal descrivere Pilato come un giusto tra gli uomini:
«E tu, o Titolo della Croce, che fosti scritto da un giusto - Uno dei Pagani,
per conto di tutti i Pagani - [...] Profeti per il Figlio originatisi tra i Pagani -
[...] La Profezia si è innalzata tra i Pagani».
E in un altro inno, Della Verginità, egli così scrisse: «[Pilato] che innanzi al
suo tribunale lavò le proprie mani - [...] fu mondato e purificato - con acque
28
di pensieri innocenti - Le Nazioni splendettero, mondate e purificate - ma la
Nazione [ebraica] divenne nera, lordata da quel sangue».
Fig. 79 - Ponzio Pilato e gli ebrei così come citati negli inni, risalenti al quarto secolo, scritti da
Sant'Efrem il Siro (da Symbols of Church and Kingdom - A study in early Siriac tradition di Robert
Murray, pubblicato a Londra nel 2006, pag. 66)
È chiaro come il lavacro al quale fu sottoposta la memoria di Ponzio Pilato
non facesse che assecondare gli obiettivi di una Cristianità in fase di grande
sviluppo: Gesù Cristo era stato ucciso dai giudei, mentre il prefetto romano,
in conseguenza di un'opportuna depurazione, si trasformava in un giusto,
un fedele credente e un profeta. E questo processo di purificazione si
sarebbe spinto fino a giungere alla piena santità del personaggio.
Tutto questo, però, nella tradizione cristiana orientale.
San Pilato, infatti, può ben essere venerato da una chiesa ortodossa, quella
etiope. E, in effetti, molti dei testi apocrifi che descrivono Ponzio Pilato
come un potenziale cristiano sono redatti in lingua greca, e sono destinati a
un pubblico orientale.
29
Ma, dall'altro lato, la Santa Romana Chiesa, nei territori occidentali
d'Europa, quel Ponzio Pilato non lo venera affatto. Né lo ha mai venerato.
Perché, attraverso i secoli, nella tradizione occidentale, ha avuto luogo
qualcosa di assolutamente differente. Pilato non è mai stato considerato
come un personaggio positivo. In alcun modo.
Stiamo ora per cominciare un nuovo viaggio attraverso il Medioevo
dell'Europa occidentale. Un viaggio che non prevede santi, profeti.
Un viaggio che avrà un carattere, invece, oscuro e sinistro.
Si tratta di un viaggio che ci porterà, dopo molte deviazioni, direttamente in
direzione delle leggende dei Laghi di Pilato. Proprio in Italia, nel bel mezzo
del massiccio dei Monti Sibillini.
Fig. 80 - I Laghi di Pilato nel massiccio dei Monti Sibillini
30
13. Il destino di Penteo
Nel precedente paragrafo abbiamo descritto il viaggio attraverso i secoli
compiuto da un'antica tradizione che rappresenta Pilato, il prefetto della
Giudea che condannò Gesù Cristo alla morte per crocifissione, come un
cristiano in pectore, se non addirittura come un vero e proprio credente, e
quindi come un testimone della Resurrezione, un profeta e, infine, come un
venerabile santo.
Questo peculiare esito, il cui percorso può essere tracciato nel tempo sino
alla moderna canonizzazione ancora oggi formalmente riconosciuta da una
chiesa ortodossa orientale, può essere più debolmente rilevata anche nella
tradizione religiosa occidentale. Ma, in questo caso, non si tratta che di un
flebile ricordo di quella antica tradizione che abbiamo già avuto occasione
di ripercorrere.
Fig. 81 - L'Europa occidentale raffigurata in una splendida miniatura contenuta in una edizione
quattrocentesca della Cosmographia di Tolomeo pubblicata da Jacobus Angelus a Firenze (manoscritto
Latin 4802, Bibliothèque Nationale de France. Département des Manuscrits, folium 74v)
Nell'Europa occidentale, un accenno analogo all'innocenza di Pilato è
rinvenibile nella Lettera di Pilato all'imperatore Tiberio, un testo apocrifo
31
redatto in latino, assai più tardo rispetto agli apocrifi già da noi considerati,
e risalente forse al primo Rinascimento. Il testo è rinvenibile nel Catalogus
gloriae mundi, laudes, honores, excellentias di Barthélemy de Chasseneuz,
pubblicato a Lione nel 1546:
«Non ho saputo lottare con tutte le mie forze per proteggere quel sangue
giusto da tutte le accuse, ingiustamente sollevate contro di lui dalla
malvagità degli uomini».
[Nel testo originale latino: «pro viribus non restiterim, sanguinem iustum
totius accusationis immunem, verum hominum malignitate inique»].
Fig. 82 - La lettera di Pilato all'imperatore Tiberio rinvenibile nel Catalogus gloriae mundi, laudes,
honores, excellentias di Barthélemy de Chasseneuz, pubblicato a Lione nel 1546 (Quarta Pars, pag. 90)
E un altro esempio è contenuto in un testo che avevamo già avuto modo di
citare in precedenza in questa stessa serie di articoli: i Commenti al
Vangelo di Matteo di San Gerolamo, opera edita da Erasmo da Rotterdam e
pubblicata nel 1537, che contiene la seguente interpolazione aggiunta da
Erasmo:
32
«Pilato propose molte opportunità per la liberazione del Salvatore: in primo
luogo, offrendo un ladrone al posto di un giusto; poi, aggiungendo: 'Cosa
dovrei fare di questo Gesù che è chiamato il Cristo [...] Quale male avrebbe
egli compiuto?' Così dicendo, Pilato volle assolvere Gesù. [...] E così,
lavando le proprie mani, purificò l'operato i Gentili da ogni colpa,
rendendoci così estranei alle scellerate azioni dei giudei».
[Nel testo originale latino: «Multas liberandi salvatoris Pilatus occasiones
dedit. Primum latrone iusto conferens. Deinde inferens: Quid igitur faciam
de Iesu qui dicitur Christus [...] Quid eum mali fecit. Hoc dicendo Pilatus
absolvit Iesum. [...] Ut in lavacro manuum eius, gentilium opera
purgarentur, et ab impietate Iudaeorum [...] nos alienos faceret»].
Malgrado tutto ciò, gli esempi qui citati hanno probabilmente più a che fare
con un diffuso sentimento antisemita, largamente presente all'interno della
comunità cristiana, che non con una assoluzione delle colpe ascrivibili a
Ponzio Pilato.
Nell'Europa occidentale, Pilato non è mai divenuto un santo.
Sin dai primi secoli della Cristianità, la Chiesa di Roma dovette
confrontarsi con l'opinione espressa da un vecchio nemico di fede pagana,
il filosofo greco Celso. Già nel secondo secolo, egli si era opposto alla
diffusione della nuova religione con il suo trattato La vera dottrina, nel
quale, in base ai frammenti sopravvissuti grazie alle citazioni tramandateci
da Origene nella sua risposta Contro Celso (Libro II, Capitolo 34),
l'oppositore dei cristiani poneva in evidenza la palese colpevolezza di
Ponzio Pilato, e tanto più nel caso in cui Gesù fosse risultato essere
veramente di origine divina, cosa che egli intendeva invece negare:
Fig. 83 - Il passaggio su Pilato e Penteo tratto da Kata Kelsou di Origene di Alessandria (manoscritto
Grec 616, Bibliothèque Nationale de France, folium 76v, con le parole greche «Penteo, il quale fu privato
della ragione, e il suo corpo smembrato» poste in evidenza)
33
«L'uomo [Pilato] che Lo condannò non ricevette alcuna punizione, che sia
paragonabile a quella subìta da Penteo, il quale fu privato della ragione, e il
suo corpo smembrato».
E così, sin dall'inizio di tutta questa vicenda, fu proprio un autore pagano a
porre il dito nella piaga: se Gesù Cristo fosse stato realmente il Figlio di un
Dio, la colpa di Ponzio Pilato sarebbe, puramente e semplicemente,
incommensurabile: la stessa colpa della quale si sarebbe caricato Penteo, il
re di Tebe che aveva osato opporsi a Dioniso e si era spinto sino a far
gettare in prigione quell'essere divino, così come narrato da Euripide nella
sua tragedia Le Baccanti.
Egli fu trucidato e dilaniato dai membri della sua stessa famiglia.
Perché Ponzio Pilato non era stato sottoposto al medesimo orribile,
straziante destino?
Fig. 84 - Ponzio Pilato e il peso della colpa
Malgrado i tentativi debolmente posti in atto per evitare la condanna di
Gesù, malgrado la sua asserita seppure tarda conversione, nonostante i suoi
sforzi di caricare la colpa sul popolo ebraico, la sua eventuale santità, e la
sua innaturale presenza all'interno di un elenco di santi ortodossi, il prefetto
34
romano della Giudea non sarebbe sfuggito a lungo al proprio ineludibile
fato.
Il suo destino era già scritto. E vedremo, mentre i secoli continuavano a
scorrere, come questo destino non abbia potuto, infine, che colpirlo, e in
modo inesorabile. Si trattava, solamente, di una questione di tempo.
14. Le mani del Nemico
Malgrado una peculiare tendenza rilevabile nel contesto della più antica
Cristianità a considerare Ponzio Pilato come un potenziale credente, in
progressivo avvicinamento alla nuova religione, anche allo scopo di potere
caricare sul popolo ebraico la colpa immmane della morte di Gesù, c'era
qualcuno che stava invece operando per raggiungere un obiettivo del tutto
differente.
Occorreva infatti lordare la reputazione dei cristiani. E Pilato poteva ben
servire allo scopo.
All'inizio del quarto secolo, furono poste in circolazione false versioni del
rapporto che Pilato avrebbe indirizzato a Tiberio in merito alla Passione. E
la falsificazione era destinata alla massima diffusione pubblica:
«Le misure e i decreti che le città decisero contro di noi, assieme alle copie
degli editti imperiali che li giustificavano, furono incisi su tavole di bronzo,
con metodi che non erano mai stati adottati in precedenza contro di noi in
nessun luogo. Inoltre, i ragazzini nelle scuole furono posti a conoscenza dei
documenti contraffatti che riportavano i nomi di Gesù e Pilato, e li
deridevano tutto il giorno. [...] Dopo avere falsificato alcuni rapporti di
Pilato, concernenti il nostro Salvatore, e averli riempiti di ogni sorta di
blasfemia contro Cristo, tali documenti, con il consenso dell'imperatore,
furono inviati in tutto l'impero posto allora sotto il dominio di Roma, con
l'ordine, emesso in ogni luogo e città, e in tutti i distretti limitrofi, che essi
fossero pubblicamente esposti, in modo che tutti potessero leggerli; fu
anche ordinato a tutti i precettori di distribuirli agli studenti, affinché
fossero conosciuti e mandati a memoria, in luogo delle normali lezioni».
35
Fig. 85 - I passaggi sui rapporti falsificati attribuiti a Ponzio Pilato tratti dal Libro IX dell'Historia
Ecclesiae di Eusebio di Cesarea (da una traduzione latina manoscritta pubblicata a Utrecht nel 1474, folia
162v e 161r)
I fatti qui citati sono riferiti da Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiae,
Libro IX), il quale intende evidenziare come qualcuno abbia inteso
produrre una falsa versione dei rapporti di Pilato, nel tentativo di
ridicolizzare e screditare la nuova religione cristiana e i suoi adepti. Quel
falso, però, era stato male orchestrato, come ci racconta lo stesso Eusebio
(Libro I):
«Ma è del tutto palese l'evidenza della maligna falsificazione di quelle
relazioni [asseritamente scritte da Ponzio Pilato], recentemente prodotte per
calunniare Nostro Signore Gesù Cristo, e nelle quali sono le stesse date in
esse riportate a manifestare la falsità dei documenti. Infatti questi rapporti
affermano erroneamente che la Passione del Salvatore avrebbe avuto luogo
durante il quarto consolato di Tiberio, che occorse nel settimo anno del suo
imperio. Si tratta, però, di una evidente falsificazione, perché a quel tempo
Pilato non era stato ancora inviato in Giudea in qualità di prefetto».
Secondo Eusebio, quel falso era stato commissionato presso il più elevato
livello politico in Roma: la versione contraffatta degli 'Acta Pilati' era parte
di un'operazione politica anticristiana voluta dall'imperatore Massimino II,
che esercitò il proprio dominio all'inizio del quarto secolo.
36
Fig. 86 - Un altro passaggio relativo ai rapporti falsificati attribuiti a Pilato tratto dal Libro I dell'Historia
Ecclesiae di Eusebio di Cesarea (da una traduzione latina manoscritta pubblicata a Utrecht nel 1474,
folium 23v)
In un tale quadro di potere, in rapido mutamento, non sorprende affatto di
rilevare come la figura di Pilato, confusamente percepita e soggetta a spinte
contrastanti che tendevano a dipingerlo, allo stesso tempo, sia come un
cristiano in potenza, sia come un oppositore di quella stessa fede, stesse
progressivamente mutando in direzione di una rappresentazione assai meno
favorevole.
E benché nella sua Historia Ecclesiae Eusebio di Cesarea, vescovo vissuto
nel quarto secolo, abbia voluto raccontare di un Ponzio Pilato stupito e
meravigliato alla vista degli eventi miracolosi occorsi durate gli ultimi
momenti di vita di Gesù, riferendone in seguito all'imperatore come se egli
si trovasse sull'orlo di una possibile conversione a quella nuova fede, fu
proprio quello stesso Eusebio a sollevare i primi dubbi sull'effettiva
possibilità di una pacifica conclusione della blasfema esistenza di Pilato
(Libro II, Capitolo VII). Andiamo infatti a leggere le sue parole, tratte dal
37
manoscritto Grec 1431 risalente all'undicesimo secolo e conservato presso
la Bibliothèque Nationale de France (folia 33r e 33v):
«E si dice che lo stesso Pilato, che fu ingiusto giudice del Salvatore, sia
caduto in tali sventure sotto l'imperio di Caio [Caligola] da finire con il
pugnalarsi di propria mano, ponendo termine alla propria malvagia
esistenza. Di certo, egli non avrebbe mai potuto sfuggire alla divina
vendetta».
Per la prima volta, Pilato non viene più dipinto come un possibile
convertito alla nuova religione. Egli comincia a essere considerato come un
maligno funzionario, da ritenersi a tutti gli effetti responsabile di ciò che
era accaduto a Gesù Cristo, il Figlio di Dio. E pare proprio che la punizione
divina stia effettivamente iniziando a raggiungerlo, nella tipica e
autodistruttiva forma del suicidio.
Fig. 87 - Il brano sul suicidio di Pilato così come appare nell' Historia Ecclesiae di Eusebio di Cesarea
(manoscritto Grec 1431, Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, folia 33r e 33v
con le parole greche per 'Pilato' e 'di propria mano' poste in evidenza)
È alla fine del quarto secolo, con il Credo niceno-costantinopolitano,
adottato nel corso del Primo Concilio di Costantinopoli nell'anno 381, che
la Chiesa protocristiana inizia a menzionare il nome di Ponzio Pilato nel
contesto di una formula di fede ufficiale. E, di certo, non si tratta affatto di
una menzione favorevole, sebbene essa non contenga una specifica
38
indicazione di colpa, quantomeno in modo esplicito, associata al prefetto
romano:
«[...] Fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto. Il terzo
giorno è risuscitato [...]».
Ormai, però, la strada verso una nuova, ben più oscura rappresentazione
della controversa ombra di Pilato risulta essere totalmente aperta.
In quello stesso periodo, a Milano, in Italia, un illustre vescovo, Aurelio
Ambrosio, conosciuto oggi come Sant'Ambrogio, scrisse parole di dura
disapprovazione a proposito del comportamento di Pilato, parole contenute
nella sua Expositio evangelii secundum Lucam (Commento al Vangelo di
Luca, Libro X):
Fig. 88 - Ponzio Pilato descritto come un giudice iniquo nell'Expositio evangelii secundum Lucam di
Aurelio Ambrosio (da Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, Volume III, 1661, pag. 219)
«Pilato può ben avere lavato le proprie mani, ma ciò non dissolve quanto
da lui operato; nessun giudice è autorizzato a cedere all'odio o alla paura,
vendendo così del sangue innocente [...] Egli non si ritrasse dal pronunciare
una così empia sentenza. Credo che in lui possa essere riconosciuto quel
genere di giudice che si spinge sino a condannare coloro che ritiene,
invece, innocenti».
39
[Nel testo originale latino: «Lavit quidem manus Pilatus, sed facta non
diluit; iudex enim nec invidiae cedere debuit nec timori, ut sanguinem
innocentem addiceret. [...] nec sic a sacrilega sententia temperavit. Similiter
in hoc typum omnium iudicum arbitror esse praemissum, qui damnaturi
essent eos quos innoxios aestimarent»].
E parole ancora più dure nei confronti di Pilato vergò Ambrogio nelle sue
Enarrationes in XII Psalmos Davidicos (Illustrazioni dei dodici Salmi di
David, Salmo CXVIII, Sermone XX, 38):
Fig. 89 - Pilato e il potere delle tenebre nelle Enarrationes in XII Psalmos Davidicos di Aurelio Ambrosio
(da Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi Opera, Volume II, stampato a Venezia nel 1748, pag. 680-
681)
«E Pilato disse al Signore Gesù: 'ho il potere di metterti in libertà e il potere
di metterti in croce'. O uomo, tu stai usurpando un potere del quale non
disponi affatto. [...] Ascolta ciò che la giustizia afferma: 'Nulla potrò fare
che scaturisca solamente da me stesso'. [...] Con le tue parole, Pilato,
pronunciasti la tua stessa condanna. [...] Maligno è quel potere che osa ciò
che non è consentito. È, questo, potere delle tenebre: il potere che non
discerne il vero, ma anzi lo misconosce».
[Nel testo originale latino: «Et Pilatus dicebat ad dominum Jesum:
'Potestatem habeo dimittendi te, et potestatem habeo crucifigendi te'.
Usurpas, o homo, potestatem quam non habet. [...] Audi quid justitia dicat:
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'Non possum a me facere quidquam'. [...] Tua, Pilate, voce constringeris,
tua damnatis sententia. [...] Mala potestas licere quod non liceat. Potestas
ista tenebrarum est, verum non videre, sed spernere»].
Ci stiamo avvicinando sempre di più a una demoniaca rappresentazione
della figura del quinto prefetto della Giudea occupata dai romani: un
giudice malvagio, le cui mani sono intrise del sangue del Figlio di Dio,
malgrado l'inutile lavacro da egli posto in scena nel vano tentativo di
sfuggire alla propria responsabilità, e alla propria colpa.
Un uomo che appartiene alla tenebra. Un uomo che dimora nel male. Un
uomo che condannò se medesimo. A causa della sentenza da lui stesso
pronunciata; a causa del suo stesso empio, scellerato comportamento.
Ma il colpo decisivo contro Ponzio Pilato fu sferrato da un altro illustre
membro della Chiesa occidentale, un Papa e un santo: Gregorio Magno.
Nelle sue Quadraginta homiliarum de diversis lectionibus evangelii
(Quaranta omelie su vari brani del Vangelo), composte alla fine del sesto
secolo, San Gregorio Magno redige un sermone (XVI) concernente uno
specifico passaggio tratto dal Vangelo di Matteo, nel quale Gesù viene
tentato dal demonio. Ed è proprio questo il punto nel quale egli attraversa
l'ultima barriera, quella che separa Pilato dal proprio destino finale di
perdizione.
Per la prima volta nella storia, Gregorio stabilisce apertamente la natura
demoniaca di Ponzio Pilato:
«Certamente il Nemico è la testa di tutti gli uomini malvagi: e, di quella
testa, tutti gli uomini iniqui costituiscono le membra. Non fu forse Pilato
una delle membra del Demonio?».
[Nel testo originale latino: «Certe iniquorum omnium caput diabolus est: et
huius capitis membra sunt omnes iniqui. An non diaboli membrum fuit
Pilatus?»].
41
Fig. 90 - Pilato come una delle membra del Nemico da Quadraginta homiliarum de diversis lectionibus
evangelii di San Gregorio Magno, da un volume contenente le opere del pontefice pubblicato a Parigi nel
1523 (folium CCCVIII)
E questa terrificante similitudine è ulteriormente ribadita all'interno di
un'altra opera scritta da Gregorio Magno. Nel Libro III, Cap. XII della sua
Expositio moralis in beatum Job, un commento al Libro di Giobbe, egli
così scrive:
Fig. 91 - Pilato come una delle membra del Nemico dall'Expositio moralis in beatum Job di San Gregorio
Magno, da un volume contenente le opere del pontefice pubblicato a Parigi nel 1523 (folium XIII)
42
«Membra di Satana sono tutti quegli uomini i quali, vivendo
perversamente, a lui si congiungono. Non vi è dubbio che Pilato abbia
costituito una delle sue membra, perché nemmeno nell'estremo istante della
crocifissione egli riconobbe il Signore, che si offriva per la nostra
redenzione».
[Nel testo originale latino: «Sathanae membra sunt omnes, qui ei perverse
vivendo iunguntur. Membrum quippe eius Pilatus extitit, qui usque ad
mortis extrema venientem in redemptionem nostram dominum non
cognovit»].
Sono queste le parole che apporranno un marchio indelebile sul prefetto
romano per i secoli a venire: Ponzio Pilato, una delle membra dell'empio,
osceno corpo di Satana.
E questa idea giocherà un ruolo fondamentale nelle leggende, conosciute
attraverso tutto il Medioevo, che avranno al proprio centro i molti luoghi di
sepoltura di Pilato. Luoghi di sepoltura che comprenderanno, anche, i
Monti Sibillini in Italia.
15. Richiamato e punito
In questa serie di articoli, stiamo esplorando la figura e il mito di Ponzio
Pilato, il prefetto di Roma che governava la Giudea quando Gesù Cristo
subì la propria atroce Passione.
Come già illustrato nel corso del nostro viaggio attraverso la tradizione
letteraria concernente Pilato, abbiamo rilevato come, attraverso i secoli,
sussista una peculiare rappresentazione di Pilato che tende a dipingere quel
governatore romano come un uomo toccato nel profondo alla vista degli
eventi miracolosi occorsi durante e dopo la Passione, tanto da essere
considerato come un potenziale cristiano o, addirittura, come un vero e
proprio convertito alla nuova, nascente religione; questa tradizione ha finito
per evolversi, specialmente nelle chiese orientali, nella direzione di risultati
del tutto inattesi, come la venerazione, in qualità di santo, da parte della
Chiesa Ortodossa Etiope.
43
Nella tradizione occidentale, invece, la rotta del lungo viaggio di Pilato
attraverso la propria storia leggendaria ha rivelato un corso del tutto
differente, con un punto di arrivo completamente diverso.
Fig. 92 - Ponzio Pilato richiamato a Roma
Siamo partiti dal vescovo di Milano, Ambrogio, che già nel quarto secolo
volle porre in evidenza l'empio comportamento di Ponzio Pilato, giudice
iniquo operante nella tenebra. In seguito, abbiamo potuto considerare le
agghiaccianti parole scritte, nel sesto secolo, da Papa Gregorio Magno, il
quale intese raffigurare Pilato come una delle membra di Satana, sotto il
pieno controllo del demonio e del suo malvagio potere.
È questo il risultato visibile di un processo che risultava essere già in corso
sin dai secoli precedenti, marcati dalla presenza di una pluralità di
testimonianze letterarie che presentano un Pilato richiamato a Roma dal
proprio imperatore per essere duramente punito, a motivo della sua maligna
gestione degli eventi connessi alla Passione e morte di Gesù.
44
E non si tratta più, semplicemente, di indirizzare rapporti a Tiberio, così
come riferito da Tertulliano, Eusebio di Cesarea e Paolo Orosio. Ci
troviamo ora ad assistere, invece, ad una vera e propria convocazione di
Ponzio Pilato a Roma, al fine di presentarsi innanzi al proprio imperiale
superiore, ed essere oggetto di condanna per avere consegnato Gesù, il
Figlio di Dio, ai giudei, dopo essersi lavato negligentemente le mani
innanzi alla folla rumoreggiante.
Abbiamo già avuto modo di menzionare la Paradosis Pilati (La consegna
di Pilato), un antico testo apocrifo redatto in lingua greca, nel quale Pilato è
richiamato a Roma in catene:
«Quando il rapporto giunse a Roma e fu letto a Cesare, alla presenza di
molte altre persone, tutti rimasero stupiti all'udire le notizie concernenti la
tenebra e il terremoto che avevano colpito la terra a causa del
comportamento privo di ogni giustizia tenuto da Pilato. Cesare, al colmo
della rabbia, ordinò ai suoi soldati di condurre Pilato alla sua presenza,
come prigioniero».
Nella Paradosis, il prefetto romano è considerato colpevole della gestione
superficiale e imbelle con la quale una questione cruciale, quale il giudizio
del Figlio di un Dio, era stata trattata:
«Quando Pilato fu condotto a Roma [... l'imperatore] gli ordinò di
presentarsi al suo cospetto e gli chiese: 'Come osasti agire in tale modo, tu
uomo empio, che avesti la possibilità di osservare con i tuoi stessi occhi i
meravigliosi segni che accompagnavano quell'uomo? Con il tuo malvagio
comportamento, tu hai provocato la devastazione del mondo intero. [...]
Avresti dovuto proteggere Gesù dai giudei [...] perché era manifesto, grazie
a quei segni, che Gesù era il Cristo, il re dei giudei».
L'imperatore scaglia poi ulteriori invettive contro l'ex-prefetto, e lo
condanna infine alla pena capitale:
«Poiché quest'uomo ha alzato la propria mano contro il giusto chiamato
Cristo, allo stesso modo egli dovrà perire senza trovare alcuna salvezza».
45
Fig. 93 - La sentenza pronunciata dall'imperatore nei confronti di Ponzio Pilato dalla Paradosis Pilati
(manoscrittoGrec 770, Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France, folium 28b)
Malgrado le accuse, in questo racconto risulta essere comunque pienamente
presente la tradizione che descrive Pilato come un convertito al
cristianesimo («Io stesso mi ero convinto, alla vista delle sue opere, che
egli [Gesù] fosse il più grande tra gli dèi che noi veneriamo», dice egli
rivolgendosi all'imperatore); e, nel momento della sua decapitazione, un
angelo raccoglie la sua testa recisa e la trasporta nei cieli, così come
abbiamo avuto occasione di narrare in un precedente paragrafo.
E dunque, più ci inoltriamo nei secoli del Medioevo, più quella leggenda,
che vede un Ponzio Pilato richiamato a Roma e punito in connessione al
ruolo rivestito nella Passione, si amplia e appare definirsi con maggiore
vividezza.
E, allo stesso tempo, ci avviciniamo ancor più al racconto narrato da
Antoine de la Sale, molti secoli dopo, a proposito dei Laghi di Pilato e del
massiccio del Monti Sibillini.
46
A cosa ci stiamo riferendo? Proseguiamo e vediamolo insieme.
Fig. 94 - La pagina inziale e la sentenza relativa alla vendetta da compiersi sui nemici di Gesù Cristo dalla
Vindicta Salvatoris (manoscritto Latin 5327, Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de
France, folia 55r e 56v)
Andremo ora a considerare la Vindicta Salvatoris (La vendetta del
Salvatore), un testo che nasce nei secoli dell'Alto Medioevo, e del quale
esistono varie versioni testuali; un testo che possiamo reperire in un
antichissimo manoscritto: il Latin 5327, conservato presso la Bibliothèque
Nationale de France, che giunge fino a noi dal decimo secolo.
La Vindicta illustra, introducendo una notevole confusione tra eventi e
personaggi del tutto estranei tra di loro, una campagna militare effettuata
contro la città di Gerusalemme da Vespasiano e, congiuntamente, da Tito, il
quale, in questa narrazione, non è il ben noto figlio di quell'imperatore, ma
piuttosto il signore di «Burdigala», l'odierna Bordeaux in Aquitania, città
soggetta al dominio dell'imperatore Tiberio. La guerra è condotta proprio
47
allo scopo di vendicare l'assassinio di Gesù Cristo, in modo che «essi
sappiano che nessun altro dio è pari al nostro su tutta la superficie della
terra» («ut cognoscant quia non est similis eius dominus super faciem
terrae», nel testo originale latino al folium 56v).
Dopo un assedio che dura sette anni, Gerusalemme viene infine conquistata
e i suoi abitanti sono massacrati dai romani. Ed ecco riapparire il nostro
povero prefetto, che in questa narrazione risulta essere ancora vivo e vegeto
ai tempi dell'imperio di Vespasiano (folium 57v):
Fig. 95 - Il brano relativo a Pilato catturato e imprigionato dalla Vindicta Salvatoris (manoscritto Latin
5327, Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France, folium 57v)
«Pilato fu preso [...] e gettato in carcere a Damasco, sotto la custodia di
quattro squadre di soldati ognuna composta da quattro militi, i quali
facevano la guardia di fronte alla porta della prigione».
[Nel testo originale latino: «Et adprehenderunt Pilatum [...] et miserunt eum
in Damasco in carcere et miserunt ei custodes quattuor quaternionum ante
portam carceris»].
Successivamente, Tiberio invia il proprio rappresentante Velosiano da
Roma in Giudea, con il compito di condurre un'inchiesta in merito alla
morte di Gesù. E, quando l'inviato dell'imperatore procede all'interrogatorio
di Pilato, egli si rivolge al prefetto con le seguenti parole (folium 58v):
«'Perché uccidesti il Figlio di Dio?' Pilato rispose: 'Fu il suo stesso popolo a
consegnarlo a me'. Velosiano allora disse: 'Tu per questo dovrai morire'»
(nel testo originale latino: «'Quare interfecisti filium dei?' Pilatus autem
dixit: 'Gens sua tradiderunt illum'. Velosianus autem dixit: 'Manifeste
moriturus eris'»).
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Fig. 96 - Pilato destinato alla morte in un brano tratto dalla Vindicta Salvatoris (manoscritto Latin 5327,
Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France, folium 58v)
Infine, troviamo un riferimento al destino di Ponzio Pilato, così come sarà
illustrato più chiaramente in testi successivi: per ordine di Tiberio, Pilato,
uomo maledetto («hunc hominem maledictum»), è gettato in una prigione
chiamata 'Gehenna' («in Gehenne carcere»), tra i più atroci tormenti,
segregato e sigillato per sempre, affinché egli non possa più mostrarsi sulla
terra («in tormentorum et sub claude eum sub sigillo annulum et amplius
non aperiat super terram») (folium 61r). Vedremo in seguito come la
'Gehenna' non sia il luogo citato nell'Antico Testamento e nei Vangeli come
destinazione finale per peccatori e malvagi, quanto piuttosto una corruzione
del nome della città di Vienne, in Gallia: un luogo che gioca un ruolo
fondamentale nella leggenda di Ponzio Pilato.
Dunque, in questa narrazione non è presente un racconto dell'esecuzione di
Pilato; nondimeno, ancora una volta, nella tradizione medievale occidentale
Ponzio Pilato è rappresentato come un uomo pienamente responsabile
dell'uccisione di Gesù Cristo, senza la benché minima possibilità di essere
considerato come un potenziale cristiano o addirittura un santo.
Fig. 97 - Pilato condannato come descritto nella Vindicta Salvatoris (manoscritto Latin 5327,
Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France, folium 61r)
49
In aggiunta a tutto questo, è importante segnalare come, in questo testo, ci
si vada a imbattere in elementi che già conosciamo. Troviamo infatti Pilato
e Vespasiano: i medesimi personaggi menzionati da Antoine de la Sale
nella propria opera quattrocentesca Il Paradiso della Regina Sibilla:
Fig. 98 - Pilato e la morte di Gesù vendicata dal Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la Sale
(manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, France, folium 2v)
«Si narra che quando Tito, figlio di Vespasiano, ebbe distrutto la città di
Gerusalemme, cosa che alcuni affermano sia stata compiuta per vendicare
la morte di Nostro Signore Gesù Cristo [...] quando egli ritornò a Roma,
portò con sé Pilato, che a quel tempo era governatore presso la detta città di
Gerusalemme».
[Nel testo originale francese: «se compte que quant titus de vespasien
empereur de romme eut destruitte la cite de Jherusalem la quelle aucuns
disent que ce fut pour la vengence de la mort Nostre Sieu Jhesuscrist [...] au
retour que fist a romme, mena avecques soy pillate qui pour ce temps estoit
officier en la ditte cite de Jherusalem»].
Gli indizi cominciano a collocarsi nella giusta posizione, gli elementi
iniziano a connettersi gli uni con gli altri. Antoine de la Sale, accompagnato
dai suoi villici, sta semplicemente riferendo quanto narrato da un racconto
50
più antico, un esemplare del quale è la Vindicta Salvatoris, in cui Ponzio
Pilato si trova a vivere fianco a fianco con Vespasiano e Tito, i quali sono
intenzionati a vendicare la morte di Gesù.
È questo l'unico indizio a condurci verso i Monti Sibillini, Antoine de la
Sale e il leggendario racconto concernente Pilato e il suo lago?
No, affatto. Perché qualcosa di assolutamente rimarchevole accade anche in
un altro testo che riferisce anch'esso della morte di Pilato.
Si tratta del Rescriptum Tiberii, noto anche come Lettera di Tiberio a
Pilato, un testo greco che gli studiosi datano all'undicesimo secolo sulla
base di considerazioni linguistiche (ne troviamo una versione nei folia 282v
e 283r del manoscritto Grec 1771, conservato presso la Bibliothèque
nationale de France). La trascrizione dal greco è reperibile in Apocrypha
Anecdota (Part II, pag. 78) a cura di M. R. James, mentre una traduzione in
inglese è resa disponibile da Roger Pearse.
In questa lettera, asseritamente vergata da Tiberio e destinata a Pilato, dopo
le usuali accuse pronunciate dall'imperatore nei confronti del prefetto, egli
informa il governatore che «così come tu hai condannato ingiustamente
quell'uomo e lo hai consegnato alla morte, anche io consegnerò te alla
morte che meriti». E così Pilato, assieme ai capi dei giudei, tra i quali
Archelao, fratello di Erode Antipa, e i sommi sacerdoti Anna e Caifa, sono
presi e condotti a Roma. Pilato sarà «murato vivo in una certa grotta, e
abbandonato lì».
E così Ponzio Pilato conclude la propria esistenza terrena sepolto vivo in
un luogo sotterraneo (e, con un racconto assai strano, in questa narrazione
egli sarà infine ucciso da una freccia vagante che riuscirà a penetrare nella
grotta attraverso un piccolo varco, dopo essere stata scagliata dallo stesso
Tiberio nel corso di una caccia al cervo). Si tratta di una prefigurazione dei
laghi e delle cavità che nasconderanno il corpo del prefetto presso varie
montagne in Francia, Svizzera e Italia.
Ma ciò che troviamo qui è ancora più interessante. Perché, secondo il
Rescriptum Tiberii, mentre Archelao viene sottoposto a impalamento e
Anna viene rinchiuso all'interno di una pelle di bue e poi esposto al sole
rovente, è Caifa che pare preannunciare il particolare destino che attenderà
51
Ponzio Pilato nella tradizione successiva: durante il suo viaggio verso
Roma, il sommo sacerdote morirà improvvisamente presso l'isola di Creta;
e quando si tenterà di seppellire il suo corpo, la terra si rifiuterà di
riceverlo, e lo rigetterà fuori.
Fig. 99 - L'Epistola Tiberii ad Pilatum (manoscritto Grec 1771, Département des Manuscrits,
Bibliothèque Nationale de France, folia 282v e 283r)
Si tratta, nientedimeno, che del primo esempio di quel peculiare aspetto che
marcherà per sempre i luoghi di sepoltura di Pilato: tempeste, così come
descritte da Antoine de la Sale nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla, e
grandini, e vapori, e una generale convulsione della terra che pare
sprigionarsi violentemente dal profondo del suolo.
Una terra che non sembra essere affatto felice di ospitare il corpo di Pilato.
Una delle membra di Satana.
52
Fig. 100 - Le parole greche per 'Pilato' come esse appaiono nella Epistola Tiberii ad Pilatum (manoscritto
Grec 1771, Département des Manuscrits, Bibliothèque Nationale de France, folium 283r)
16. Una fine spaventosa
Con il procedere della nostra investigazione attraverso i secoli del
medioevo, la figura di Ponzio Pilato assume a mano a mano un'apparenza
più oscura, in un turbinare di differenti imperatori, punizioni e terrificanti
esiti finali, tutti connessi a quel prefetto che presiedette al giudizio e alla
successiva morte di Gesù Cristo.
Nel settimo secolo, un cronista greco, Giovanni di Antiochia scrisse una
storia del mondo intitolata Historia chronike, della quale sono giunti fino a
noi solo brani frammentari. Alcuni passaggi specifici sono rinvenibili in
una collezione di testi greci compilata dall'imperatore bizantino Costantino
VII Porfirogenito, raccolti sotto il titolo Delle virtù e dei vizi e oggi
reperibili in un solo manoscritto (Codex Turonensis 980, conservato presso
le Bibliothèques de la Ville de Tours in Francia).
In un brano relativo all'imperatore Nerone, è possibile rinvenire le seguenti
parole che riguardano proprio la punizione subìta da Pilato:
53
Fig. 101 - L'inizio del De virtutibus et vitiis, che contiene brani tratti dall'Historia chronike di Giovanni di
Antiochia così come presenti nel Codex Turonensis 980 (folium 151r) conservato presso le Bibliothèques
de la Ville de Tours
«Nerone si dedicò allo studio della filosofia, e desiderò moltissimo
conoscere la storia del Cristo, che egli pensava fosse ancora in vita. Ma
quando fu informato della circostanza che i giudei lo avevano fatto
crocifiggere, ne fu così irritato da ordinare che Anna, Caifa e Pilato fossero
condotti in catene al suo cospetto. [...] Nerone fece imprigionare Pilato [...]
e poco tempo dopo lo fece decapitare, perché Pilato aveva osato
condannare a morte un uomo così importante senza alcuna autorizzazione
da parte del suo imperatore».
54
Fig. 102 - Il brano su Nerone e Ponzio Pilato tratto dalla Historia chronike di Giovanni di Antiochia così
come presente nel Codex Turonensis 980 (trascrizione di Carl Müller in Fragmenta Historicum
Graecorum, Vol. IV, pubblicato a Parigi nel 1851, pag. 574)
Un racconto analogo è reperibile in una straordinaria opera bizantina
denominata Suda o Souidas, una soprendente raccolta enciclopedica
costituita da circa 30.000 voci, redatta attorno al decimo secolo e
comprendente una grande quantità di preziosissime informazioni
concernenti il mondo antico, nonché numerosissime citazioni tratte da
autori classici, che sarebbero andate altrimenti perdute. Alla voce 'Nerone',
che andiamo a leggere da una edizione in latino pubblicata nel 1581,
possiamo trovare la medesima narrazione già da noi rintracciata in
Giovanni di Antiochia, ma con le seguenti inattese variazioni:
«Nerone, nella sua ira, fece gettare Pilato in prigione [...] A quell'epoca,
Simon Mago si trovava nelle grazie dell'imperatore. E mentre Pietro e
Simone stavano discutendo alla presenza dello stesso Nerone, Pilato fu
tratto dalla prigione e condotto presso di loro. E quando tutti e tre si
trovarono di fronte a Nerone, l'imperatore chiese a Simone: ' Sei forse tu il
Cristo?' Ed egli rispose, 'Sì, lo sono'. Poi l'imperatore si rivolse a Pietro: 'O
forse sei tu, il Cristo?' Ed egli rispose: 'No; io gli ero accanto quando egli
ascese al cielo'. Poi [Nerone] chiese a Pilato: 'Quale di questi due uomini è
il Cristo?'. Ed egli rispose: 'Nessuno dei due; per quanto riguarda Pietro,
55
egli fu effettivamente un suo discepolo e [...] fu lui a rinnegarlo dicendo 'Io
non conosco quest'uomo'. [...] Per quanto riguarda questo Simone, io non lo
ho mai conosciuto prima, né egli presenta alcuna somiglianza con il Cristo,
anzi a me pare che egli sia di origine egizia [...]'. Perciò l'imperatore,
provando ira profonda sia contro Simone, che aveva mentito affermando di
essere il Cristo, sia contro Pietro, che aveva rinnegato il proprio maestro, li
fece gettare fuori dalla sala del consiglio. Fece inoltre tagliare la testa di
Pilato, perché aveva osato far uccidere un uomo così illustre senza alcuna
autorizzazione imperiale».
Fig. 103 - La voce 'Nerone' così come reperibile in una traduzione latina del Suidas, pubblicata a Basilea
nel 1581 (pag. 618)
Pilato, Tiberio, Vespasiano, Nerone, San Pietro e Simon Mago, il sedicente
incantatore descritto negli Atti degli Apostoli che, secondo le tradizioni
apocrife, si recò nella Roma imperiale e operò miracoli come Gesù. Più ci
addentriamo nel medioevo, più le narrazioni a proposito dell'ormai
leggendaria figura di Pilato si accumulano l'una dopo l'altra, con frequenti
variazioni dovute al fatto che ogni nuovo racconto tende a incorporare
frammenti appartenenti alle precedenti versioni, senza tralasciare di
aggiungere nuovi fantasiosi dettagli all'intera storia. È evidente come il
fluire di molteplici linee di narrazione orale abbia generato numerose
56
trasformazioni e combinazioni attraverso il continente europeo, mentre i
secoli continuano a scorrere e Pilato non cessa di affascinare un pubblico
assai vasto, a oriente come a occidente.
Nell'anno 1050, uno storico bizantino, Giorgio Cedreno, raggiunse inediti
livelli di crudezza nel descrivere le raccapriccianti circostanze della morte
di Ponzio Pilato. Ecco infatti cosa egli scrive nella sua Synopsis historion,
così come reperibile in una traduzione latina pubblicata nel 1566:
«Secondo alcune fonti, durante l'imperio di Gaio Cesare, Ponzio Pilato subì
varie sventure, tanto da commettere infine suicidio; altri raccontano,
invece, che dopo essere stato accusato da Maria Maddalena per il suo
fondamentale ruolo nella morte di Gesù, egli fu cucito all'interno di una
pelle di bue, assieme a un gallo, a una vipera e a una scimmia, così come in
uso presso i romani, e abbandonato sotto il sole rovente; e c'è anche chi
narra di come egli sia morto dopo essere stato scuoiato vivo come un'otre».
Fig. 104 - Ponzio Pilato subisce la 'poena cullei' come riportato da Cedreno nella sua Synopsis historion
(da un'edizione latina pubblicata a Basilea nel 1566)
Questa cruda descrizione ci ricorda non solo la condanna a morte subìta dal
sommo sacerdote giudeo Anna così come descritta nel Rescriptum Tiberii,
57
ma anche la famosissima 'poena cullei' ('supplizio del sacco di cuoio'), in
uso per secoli, ai tempi dei romani, per i parricidi, e largamente
documentata in svariate fonti classiche, in molti casi con l'aggiunta di un
quarto animale, un cane.
Questo racconto non fa che mostrare come Pilato sia stato considerato, in
alcune tradizioni, come un malvagio criminale, che meritava l'atroce
punizione prevista per coloro che avessero ucciso il proprio stesso padre.
Cosa sta succedendo alla figura di Ponzio Pilato, nel corso di questi secoli
dell'Alto Medioevo?
Il fatto significativo è che, a poco a poco, ci troviamo ad assistere
all'emergere di un peculiare schema narrativo, che circola attraverso
l'Europa in forma tanto letteraria quanto orale, a proposito di quel prefetto
romano che non volle proteggere Gesù Cristo dalla tortura della Passione.
Il racconto che stava emergendo era quello di un Pilato che aveva infine
ottenuto la ricompensa che si era meritata, nella forma di una morte brutale
e spietata, o comunque di un disperato suicidio finale.
E ciò significava che sarebbe stato necessario occuparsi, in un modo o
nell'altro, del suo corpo.
Fig. 105 - Un luogo di sepoltura per Ponzio Pilato
58
Stava sorgendo l'esigenza di reperire un idoneo luogo di sepoltura, in modo
da permettere a quei racconti di concludersi nel modo più opportuno.
E, in effetti, un luogo di sepoltura comincia a fare la propria apparizione.
Un luogo che già conosciamo.
Non si tratta, però, di un lago posto tra le vette dei Monti Sibillini, in Italia.
Si tratta, invece, di Vienne. In Francia.
Michele Sanvico
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FINE DELLA PARTE 2
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Per il seguito del presente articolo
fare riferimento alla Parte 1 e alla Parte 3
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un luogo di sepoltura comincia a fare la propria apparizione. Un luogo che già conosciamo
  • In Effetti
E, in effetti, un luogo di sepoltura comincia a fare la propria apparizione. Un luogo che già conosciamo.