Abstract and Figures

I misteri del Monte Sibilla e dei Laghi di Pilato, situati tra i Monti Sibillini in Italia, costituiscono entrambi enigmi antichi e ancora inspiegati. Come riferito nel quindicesimo secolo da Antoine de la Sale nel suo "Il Paradiso della Regina Sibilla", i misteriosi Laghi di Pilato sono stati oggetto, per molti secoli, di visite da parte di maghi e negromanti provenienti da ogni regione d'Europa, in cerca di un luogo incantato e sinistro presso il quale consacrare i propri libri magici: un luogo di perdizione, nelle cui acque oscure sarebbe stato gettato, secondo un'antica leggenda, il corpo di Ponzio Pilato. In questo articolo, seguendo le tracce impresse dal personaggio storico Ponzio Pilato nell'antica letteratura romana e protocristiana, Michele Sanvico si inoltra tra i molteplici testi apocrifi che avvolgono la leggendaria figura del governatore della Giudea, affrontando le sorprendenti fonti d'epoca medievale tramite le quali fu costruito il vero e proprio mito relativo agli ultimi giorni di Pilato e alla maledizione che segnò i molteplici luoghi della sua leggendaria sepoltura, tra i quali Vienne in Francia, Lucerna in Svizzera o i Monti Sibillini in Italia. Lo scopo di questa investigazione è quello di scoprire la vera essenza del mito dei Laghi di Pilato, tentando di porre in evidenza la reale origine del racconto leggendario che stabilisce una connessione tra i laghi e il prefetto romano menzionato nei Vangeli, ricostruendo esaustivamente il percorso letterario che ha reso possibile questa peculiare associazione. L'obiettivo, assai audace, di tutta questa ricerca è quello di gettare luce sul nucleo mitico della leggenda che abita il luogo che oggi conosciamo con il nome di 'Laghi di Pilato', che un tempo era noto come il Lago di Norcia o il Lago della Sibilla. Questo articolo costituisce la Parte 1 dell'articolo completo (comprendente anche una Parte 2 e una Parte 3) riguardante la predetta tematica, ed è anche parte di una serie completa di articoli sulla vera origine delle leggende della Sibilla Appenninica e dei Laghi di Pilato.
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MICHELE SANVICO
SIBILLA APPENNINICA
IL MISTERO E LA LEGGENDA
UNA LEGGENDA PER UN PREFETTO ROMANO: I LAGHI
DI PONZIO PILATO1
PARTE 1
1. La Sibilla non è sola
Il massiccio dei Monti Sibillini: un grandioso spettacolo della Natura che si
innalza maestosamente tra gli Appennini, al centro della penisola italiana,
1 Articolo pubblicato il 19, 21, 22, 24, 26, 29 aprile e il 4, 5 maggio 2019
(http://www.italianwriter.it/TheApennineSibyl/TheApennineSibyl_PilatusLakes.asp)
1
tra le regioni dell'Umbria e delle Marche. Un territorio appartato, che
comprende varie cime elevate. Una terra di profonde vallate, versanti
scoscesi e piccoli villaggi che non hanno mai fatto parte dei principali
itinerari storicamente percorsi, attraverso l'Italia, da pellegrini, soldati e
viandanti, lungo le antiche vie che conducevano a Roma e alle città portuali
del meridione italiano. Un luogo nel quale il potere del mito è ancora forte,
e racconti leggendari hanno vibrato per secoli, segnati da una fama sinistra
che si è diffusa per centinaia e centinaia d'anni in tutta Europa, tra
viaggiatori, letterati e incantatori di ogni nazione.
Fig. 1 - Una visione dei Monti Sibillini nell'Appennino centrale (foto di Luigi Alesi)
In una precedente serie di articoli (Nascita di una Sibilla: la traccia
medievale), abbiamo viaggiato attraverso la leggenda della Sibilla
Appenninica, il racconto leggendario che, a partire dal quindicesimo
secolo, ha narrato di un regno incantato nascosto al di sotto del picco
coronato del Monte Sibilla. Sulla cima di quella montagna, un'oscura
caverna rendeva possibile accedere a un luogo sotterraneo ricolmo di ricchi
palazzi, preziosi tesori e sensuali damigelle: una regione nascosta
governata da una Regina Sibilla, oracolo e profetessa, entità demoniaca in
cerca di cavalieri, e delle loro anime, da trattenere in prigionia tra delizie
impure e senza fine, sino al termine del mondo.
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Fig. 2 - Il Monte Sibilla nei Monti Sibillini, osservato dal suo versante settentrionale
In quegli articoli, abbiamo condotto un'investigazione alla ricerca delle
radici medievali del mito quattrocentesco della Sibilla. Abbiamo rimosso
una serie di sovrastrutture letterarie che sono andate sovrapponendosi al
racconto sibillino, eliminando tutti quegli strati concentrici che ne
avviluppavano e ne soffocavano il fondo mitico più vero. Abbiamo potuto
rilevare come sia rintracciabile nel tempo, per questa Sibilla, un'illustre
ascendenza, fino a una medievale 'Sebile', una fata che compare in vari
poemi e romanzi cavallereschi di epoca precedente, assieme con la sua più
famosa compagna e 'alter ego': Morgana la Fata, uno dei principali
personaggi che appartenengono alla Materia di Bretagna e al ciclo
arturiano.
E, inoltre, siamo stati in grado di individuare ulteriori tracce di qualcosa
che parrebbe spingersi ancora più oltre: alcuni elementi specifici, un ponte
magico, delle porte di metallo eternamente battenti, tratti da tradizioni
3
ancora più antiche, che si riferiscono a narrazioni di viaggi oltremondani e
al giudizio sulle anime dei mortali.
Proprio da questo punto, a partire dal lavoro di ricerca compiuto in Nascita
di una Sibilla: la traccia medievale, siamo ora pronti a dare inizio a un
nuovo emozionante viaggio, un vero e proprio tuffo in profondità nel cuore
e nel significato più vero della leggenda della Sibilla Appenninica.
Nondimeno, prima di intraprendere questo nuovo, appassionante percorso
nell'ignoto, dobbiamo necessariamente confrontarci con un'altra questione
di fondamentale rilevanza.
Perché la leggenda concernente una Sibilla degli Appennini non è l'unico
racconto mitico vivente tra le vette del massiccio dei Monti Sibillini.
Un'altra leggenda vive tra quelle cime. Un mito differente. Un racconto che
una distanza di soli 8,3 chilometri separa dal primo: la distanza esatta che
intercorre tra la vetta del Monte Sibilla e il luogo in cui abita questa
ulteriore leggenda.
È la leggenda dei Laghi di Pilato.
Una leggenda che è posta nel cuore più nascosto del massiccio dei Monti
Sibillini, dimorando essa all'interno delle titaniche braccia rocciose del
Monte Vettore, la cima più elevata di tutta la catena.
Fig. 3 - Le misteriose acque dei Laghi di Pilato, situati nei Monti Sibillini
4
E questo ulteriore sito leggendario guarda direttamente verso il Monte
Sibilla. Perché i due luoghi, il picco della Sibilla e i Laghi, si trovano in
piena linea di vista l'uno con l'altro.
Cominciamo dunque questo nuovo viaggio. E andiamo a investigare se sia
possibile liberare anche questo secondo mito da tutti quegli elementi
narrativi che sono stati aggiunti nei secoli al suo racconto, elementi tratti da
altre e differenti narrazioni leggendarie. Esattamente ciò che abbiamo già
effettuato in relazione alla leggenda della Sibilla Appenninica. In cerca
della verità più profonda e nascosta.
Fig. 4 - La vetta del Monte Sibilla (che si staglia contro il cielo a destra nell'immagine) così come visibile
dai Laghi di Pilato
Nel corso di questa ricerca, perseguiremo questi obiettivi utilizzando gli
articoli già da noi pubblicati (Il Lago di Pilato in un antico manoscritto:
Pierre Bersuire e la tenebrosa fama del lago di Norcia nel quattordicesimo
secolo, e altri). Ci avvarremo, inoltre, di un fondamentale articolo
pubblicato nel 1893 da un grande studioso, Arturo Graf, che rende
disponibile una esaustiva ricapitolazione delle leggende che riguardano
Ponzio Pilato e il luogo della sua sepoltura. E ci rivolgeremo, infine, a una
serie di articoli scientifici redatti, su questo stesso tema, da illustri
specialisti, tra i quali le opere recentemente pubblicate da ricercatori quali
Anne-Catherine Baudoin e Jacques Berlioz.
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Cominciamo immediatamente. E cominciamo proprio da quel luogo, dallo
specifico scenario nel quale la leggenda si trova ad essere immersa.
Cominciamo dai laghi: le misteriose acque che giacciono nel cuore più
profondo dei Monti Sibillini, e il cui nome è, ancora oggi, 'Laghi di Pilato'.
2. Il maestoso, formidabile abbraccio del Monte Vettore
Al centro dell'Italia, i bastioni del massiccio dei Monti Sibillini, una
porzione del sistema montuoso degli Appennini, si innalzano dalla catena
principale come un'imprendibile fortezza. Nella parte più meridionale di
queste imponenti elevazioni, proprio di fronte alla cima coronata del Monte
Sibilla, si erge la forma titanica del Monte Vettore, con la sua enorme,
incombente massa, un gigante arcuato che sovrasta e domina l'intera
regione con la sua altissima vetta e i suoi ripidissimi, spaventosi precipizi.
Fig. 5 - Il Monte Vettore, nel massiccio dei Monti Sibillini, con la sua peculiare forma arcuata
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Profondamente incassati tra le braccia precipiti di questo gigante di pietra,
due piccoli specchi d'acque pure e chiarissime giacciono nel silenzio
assoluto di questi luoghi. Sono i Laghi di Pilato, che attendono nel loro
solitario riparo, circondati dalle pareti, minacciose e colossali, di roccia
verticale.
Fig. 6 - Le pareti verticali del Monte Vettore con i Laghi di Pilato annidati all'interno del circo glaciale
I Laghi di Pilato: due superfici di gelida acqua cristallina, posti nel fondo
del circo glaciale del Monte Vettore, in alta quota, tra mura di roccia
torreggianti, placidamente riflettenti il cielo lontano, nelle altitudini
infinite.
Fig. 7 - I Laghi di Pilato adagiati tra pareti verticali di roccia
7
Chiunque abbia mai avuto la possibilità di ascendere questa gigantesca
montagna e visitare quel luogo, occultato tra le altissime scogliere di pietra,
conosce bene quella sensazione di indistinto, attonito timore che coglie lo
spirito dell'uomo quando si rimane soli dinanzi a questa terrificante
potenza, che echeggia del rumore di ogni passo, che riverbera il suono di
ogni parola che possa essere pronunciata, con riluttante sussurro,
dall'incauto visitatore.
Un luogo pauroso, agghiacciante. Una sorta di scenario teatrale, pronto per
una magica, inquietante rappresentazione. Un sito nel quale sembra stia per
verificarsi, da un momento all'altro, un evento terribile e inspiegabile.
Fig. 8 - Il misterioso scenario nel quale sono situati i Laghi di Pilato
La descrizione da noi proposta sembrerebbe avere molto del poetico e del
letterario. Eppure, è la natura stessa di questi luoghi a suscitare i sentimenti
illustrati, evocando nell'animo suggestive impressioni di apprensione e
aspettativa.
Il Monte Vettore è il risultato delle titaniche tensioni generatesi nello
scontro di due placche tettoniche, che si fronteggiano lungo tutta la
lunghezza degli Appennini, collidendo con spinte colossali nell'area dei
Monti Sibillini. Dieci milioni di anni fa il massiccio montuoso cominciò a
innalzare le proprie creste e i propri picchi dal fondo di un mare oggi
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svanito. Il processo si è protratto per molti milioni di anni, e l'effetto
geologico di esso è proprio quell'insieme di elevati rilievi che oggi
vediamo.
Fu al termine del Pleistocene, durante la glaciazione di Würm, un periodo
terminato 10.000 anni fa e cominciato circa 100.000 anni prima, che l'Era
Glaciale ha prodotto l'impressionante struttura che caratterizza il Monte
Vettore così come oggi lo conosciamo: il circo glaciale, un colossale
emiciclo scavato nella nuda matrice del monte, il quale conferisce alla
montagna la sua fantastica, stupefacente forma a 'U', una sorta di immenso
ferro di cavallo. Fu un ghiacciaio a compiere tutto questo, erodendo e
frantumando la roccia della montagna con la sua incessante traslazione,
sotto la spinta della gravità, per centinaia e centinaia di secoli.
Fig. 9 - Il Monte Vettore, il più imponente rilievo dei Monti Sibillini
Oggi, l'antico ghiacciaio non esiste più, ma i dirompenti effetti della sua
ininterrotta azione sono ancora pienamente visibili. Il Monte Vettore appare
infatti scavato dall'interno: un'enorme vallata è intagliata nelle sue viscere,
una cavità che procede dalle cime più elevate in altitudine, marcate dai
bordi sottili e quasi taglienti di una muraglia di roccia semicircolare, giù
fino alle terre poste a quote meno elevate, circondate da ulteriori vette, tra
le quali il Monte Sibilla.
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Fig. 10 - Il circo glaciale del Monte Vettore (nella porzione superiore dell'immagine) e la cavità scavata
dalla traslazione di un antico ghiacciaio
Lassù, nel centro esatto di quel vertiginoso emisfero di pietra, le cui pareti
si innalzano per più di cinquecento metri, si trovano i Laghi di Pilato,
alimentati dalle piogge e dallo scioglimento delle nevi, lontano dalla vita
degli uomini, completamente avvolti nel silenzio.
Fig. 11 - Il Chirocephalus Marchesonii, il piccolo crostaceo che abita i Laghi di Pilato
Quei laghi, in realtà, non sono completamente desolati, perché le loro
acque sono abitate da un minuscolo essere vivente: un piccolo crostaceo,
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lungo circa un centimetro, rivestito di un'elegante livrea rosso corallo, un
animale delicato che nuota e veleggia all'interno dei ristretti confini dei due
gelidi laghi. Il 'Chirocephalus Marchesonii' è rinvenibile solo qui, in
perfetto adattamento rispetto alle difficilissime condizioni ambientali nelle
quali si trova a dimorare, con la sua minuta determinazione a sopravvivere.
Questi, dunque, sono i Laghi di Pilato, posti all'interno del massiccio dei
Monti Sibillini. E a chi volgesse il proprio sguardo verso il basso, lungo la
vallata che segue il percorso compiuto dall'antico ghiacciaio, si
presenterebbe alla vista uno spettacolo grandioso. Uno scenario che è
dominato dal picco coronato del Monte Sibilla. A otto chilometri di
distanza, e in piena linea di vista.
I Laghi di Pilato: un luogo presso il quale un'oscura, tenebrosa leggenda
potrebbe ben decidere di prendere dimora.
Come, in effetti, è accaduto. E ciò si è verificato nel nome di Ponzio Pilato,
prefetto della Giudea.
3. Un tuffo leggendario in acque gelide
Nel precedente paragrafo abbiamo descritto la natura dei Laghi di Pilato,
posti al centro di un circo glaciale nel massiccio dei Monti Sibillini, nonché
l'atmosfera inquietante e sinistra che caratterizza quei luoghi. È come se il
sito si prestasse, in modo particolare, a ospitare un qualche genere di
misteriosa leggenda. E, in effetti, è proprio così.
Ma che genere di racconto leggendario ha trovato dimora in questi luoghi?
Cominciamo dalle parole vergate sull'argomento da un illustre esperto:
Antoine de la Sale, il gentiluomo provenzale che, il 18 maggio 1420,
effettuò una visita presso il Monte Sibilla, raccontando la propria
avventurosa escursione nell'opera Il Paradiso della Regina Sibilla,
contenuta in un pregevolissimo manoscritto miniato, il n. 0653 (0924)
conservato presso la Bibliothèque du Château (Musée Condé) a Chantilly,
in Francia.
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Il manoscritto, arricchito da una serie di meravigliose miniature, ci fornisce
un'immagine di ciò che Antoine de la Sale chiama, al folium 2v, il «monte
del lago della Regina Sibilla, che alcuni chiamano il monte del lago di
Pilato [...] parte del Ducato di Spoleto e nel territorio della città di Norcia»
(nel testo originale francese: «mont du lac de la royne sibille, que aulcuns
appellent le mont du lac de pillate [...] parties de la Duchié despollit et au
terroir de la cite de Norse»).
Fig. 12 - L'inizio del Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la Sale con il riferimento a un Lago di
Pilato (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folium 2v)
Abbiamo appena dato inizio a questa nostra nuova ricerca, e già ci
imbattiamo in un elemento informativo di estrema rilevanza: Antoine de la
Sale ci presenta un riferimento al lago ponendolo immediatamente in
stretta, diretta connessione con la Sibilla e la sua montagna, tanto da
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indicare che quelle acque sono in primo luogo identificate con il nome
della Sibilla, e che solo in via secondaria sussiste un legame con Pilato.
E questa profonda connessione con la Sibilla è, in effetti, raffigurata da
Antoine de la Sale all'interno di una interessantissima miniatura (folia 5v -
6r), nella quale ci vengono mostrate le due montagne, poste l'una di fronte
all'altra, nel modo in cui esse si presentano anche nella realtà: il Monte
Vettore, posto nel lato sinistro dell'immagine, con il suo lago localizzato al
di sotto della cima; e il Monte Sibilla, sul lato destro, con la misteriosa
grotta che si apre sulla vetta, circondata quest'ultima dalla sua notissima
corona di roccia precipite. Si tratta della potente rappresentazione grafica di
elementi e indizi che andremo ad analizzare in dettaglio in questo articolo e
in altri di prossima pubblicazione.
Fig. 13 - Le immagini che mostrano il Monte Sibilla e l'attuale Monte Vettore nel Paradiso della Regina
Sibilla di Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé),
Chantilly, folia 5v - 6r)
Ma continuiamo a leggere la descrizione fornitaci da Antoine de la Sale, e
vediamo come egli continui a raccontare la strana leggenda che vive su
quella sinistra montagna (folium 2v):
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«Si narra che quando Tito, figlio di Vespasiano, ebbe distrutto la città di
Gerusalemme, cosa che alcuni affermano sia stata compiuta per vendicare
la morte di Nostro Signore Gesù Cristo [...] quando egli ritornò a Roma,
portò con sé Pilato, che a quel tempo era governatore presso la detta città di
Gerusalemme».
[Nel testo originale francese: «se compte que quant titus de vespasien
empereur de romme eut destruitte la cite de Jherusalem la quelle aucuns
disent que ce fut pour la vengence de la mort Nostre Sieu Jhesuscrist [...] au
retour que fist a romme, mena avecques soy pillate qui pour ce temps estoit
officier en la ditte cite de Jherusalem»].
Fig. 14 - Il brano relativo a Tito e Pilato tratto dal Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la Sale
(manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folium 2v)
È possibile notare, dunque, come questo racconto leggendario, secondo
«quanto ne racconta la gente di questo territorio» («la forme du parler des
gens d'iceluy pays» in francese), sia marcato da un tratto assai significativo,
essendo inserito in un contesto decisamente cristiano: vendetta per la
Passione, punizione per la città nella quale Gesù Cristo fu tradito e messo a
morte; e, inoltre, come in esso venga considerato uno speciale trattamento
per un personaggio che fu individualmente responsabile per l'uccisione del
Figlio di Dio (folium 2v):
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«[...] avendo considerato la volontà di tutto il popolo di Roma, egli decise
di metterlo a morte, perché anche se Pilato non aveva desiderato
condannare il nostro vero salvatore Gesù Cristo, non aveva comunque
adempiuto al proprio dovere di proteggerlo dalla morte».
[Nel testo originale francese: «[...] voiant tout le peuple il le fist mourir
suppose que pillate ne voullist oncques condampner nostredit vray sauveur
Jhesuscrist mais pour ce quil ne fist son devoir a le garantir de mort»].
Fig. 15 - Il brano sulla colpa di Pilato dal Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la Sale (manoscritto
n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folium 2v)
Dunque, la leggenda ha un proprio protagonista: un personaggio negativo,
un uomo che, come ben sappiamo dai Vangeli, ebbe un ruolo fondamentale
nella morte di Gesù, a motivo della posizione che egli ricopriva, a quel
tempo, in qualità di alto ufficiale della Roma imperiale nella Giudea
occupata.
Fig. 16 - Il passaggio sull'ultimo desiderio espresso da Pilato tratto dal Paradiso della Regina Sibilla di
Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly,
folium 4r)
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Ma cosa ha a che fare, tutto questo, con i Monti Sibillini, in Italia? Ecco
come Antoine de la Sale ci riferisce ciò che gli venne raccontato dalla gente
del luogo (folium 4r):
«Inoltre, la gente dice che quando Pilato vide che la sua vita era ormai
perduta, egli chiese che fosse esaudita una sua volontà, cosa che gli fu
accordata: egli domandò che, dopo la sua morte, il suo corpo fosse posto su
di un carro tirato da due coppie di bufali, e che esso fosse lasciato vagare
dove i bufali avessero potuto trasportarlo. E così dicono che fu fatto».
[Nel testo originale francese: «Encores disent les gens que quant pilate vit
que de sa vie ny avoit nul remede plus, il supplia un don qui lui fut accorde
alors requist que apres sa mort son corps feust mis sur un char attelle de
deux paires de buffles et feust laissie aler la ou laventure des buffles le
porteroit et ainsi dient que fut fait»].
Ed ecco ora apparire il nucleo della leggenda, il legame con il Monte
Sibilla e l'adiacente montagna, nota oggi come Monte Vettore:
Fig. 17 - Il nucleo del racconto leggendario relativo a Pilato dal Paradiso della Regina Sibilla di Antoine
de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folium 4r)
«Ma l'imperatore, che si meravigliò nell'udire questa richiesta, volle sapere
dove il carro si sarebbe diretto; così, lo fece seguire, finché i bufali
arrivarono ai bordi di questo lago e si gettarono nelle sue acque insieme a
tutto il carro e al corpo di Pilato, co rapidamente che fu come se,
inseguiti, stessero fuggendo alla massima velocità. E per questo motivo il
lago è detto di Pilato».
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[Nel testo originale francese: «Mais l'empereur qui se esmerveilla de ceste
requeste si voult scavoir ou le chair adresseroit si le fist suir tant que les
bouffles vindrent au bourt de ce lac si se bouterent a tout le chair et le corps
de pilate dedens ainsi hastivement que se on les suivist batant le plus que
len pourroit. Et pour ceste raison est dit le lac de pilate»].
Un lago dedicato a Ponzio Pilato, un antico prefetto romano che fu
governatore della Giudea al tempo in cui Gesù subì la propria atroce
Passione. Un lago posto esattamente nel mezzo del massiccio dei Monti
Sibillini, in Italia.
Eppure, Antoine de la Sale non perde occasione per rimarcare, nuovamente,
come queste acque siano note anche come il Lago della Sibilla (folia 4r -
4v):
«Altri lo chiamano il Lago della Sibilla perché il Monte Sibilla è situato
proprio di fronte, e unito a questo a meno di un piccolo ruscello che corre
tra di essi, nel modo che qui di seguito viene raffigurato» («Les autres
lappellent le lac de la sibille pour ce que le mont de la sibille est devant et
joignant a cestu fors dun petit ruisseau qui court entre deux en la maniere
que cy apres est pourtrait»).
Fig. 18 - Il nome della Sibilla associato al Lago di Pilato nel Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de
la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folia 4r - 4v)
Come è possibile che una leggenda relativa a Ponzio Pilato, personaggio
che nulla ha a che fare con i Monti Sibillini, si sia stabilita proprio qui? E
perché questo mito avrebbe scelto di dimorare in un luogo che risulta
essere già abitato, in un modo o nell'altro, da una leggenda differente,
quella che riguarda una Sibilla Appenninica?
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Prima di provare a fornire una risposta a tutte queste questioni, assai
critiche, è necessario continuare a considerare le parole vergate da Antoine
de la Sale nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla.
Ci imbatteremo, infatti, in ulteriori indizi che potrebbero essere in grado di
porre la nostra investigazione sulla pista giusta. Proviamo dunque ad
inoltrarci ancora più oltre nel racconto della leggenda.
4. Un carro, un'isola, vari negromanti e molte sentinelle
Un lago giace in alta quota nel mezzo del circo glaciale del Monte Vettore,
all'interno del massiccio dei Monti Sibillini. E, secondo la leggenda narrata
da Antoine de la Sale, letterato provenzale vissuto nel quindicesimo secolo,
il lago sarebbe stato intitolato al nome di Ponzio Pilato.
Il manoscritto n. 0653 (0924) conservato presso la Bibliothèque du Château
(Musée Condé) a Chantilly, in Francia, contiene Il Paradiso della Regina
Sibilla, nelle cui pagine Antoine de la Sale racconta ai propri lettori una
storia assai stravagante, che narra di un carro, di due coppie di bufali e del
corpo di Ponzio Pilato, la cui folle corsa su per il fianco della montagna
sarebbe terminata con un tuffo all'interno delle gelide acque del lago.
E una straordinaria miniatura, presente nel foglio 4r del manoscritto, ritrae
proprio Ponzio Pilato, giacente sul carro trainato dai quattro bufali: una
vivida illustrazione di questo bizzarro racconto.
Da quel lago, risulta essere pienamente visibile il Monte Sibilla, con la sua
caverna incantata, dimora della Sibilla Appenninica.
Cosa significa tutto ciò? Perché così tante leggende, a prima vista
caratterizzate da aspetti del tutto dissimili e tra di loro inconciliabili,
sembrerebbero insistere nei medesimi luoghi, localizzati nell'Italia
centrale?
Cerchiamo di reperire ulteriori indizi all'interno del manoscritto citato.
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Fig. 19 - Il carro con il corpo di Ponzio Pilato così come appare nel Paradiso della Regina Sibilla di
Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly,
folium 4r)
Come abbiamo già avuto modo di illustrare, quelle pagine di pergamena
contengono il resoconto che de la Sale vergò circa due decenni dopo avere
effettuato la propria escursione presso il Monte Sibilla, il 18 maggio 1420.
Nel manoscritto, il letterato francese fornisce una dettagliata descrizione a
proposito di ciò che si sarebbe potuto osservare presso quel lago:
«Questo lago, a mio parere, ha la circonferenza della vostra città di
Moulins» («Ce lac est en mon semblant du tour de vostre ville de
moulins»).
Fig. 20 - La comparazione tra il Lago e la città di Moulins nel Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de
la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folium 4v)
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Dobbiamo ricordare come Antoine de la Sale scrivesse il proprio resoconto
per il diletto di Agnese di Borgogna, Duchessa di Borbone. A quell'epoca la
città di Moulins-sur-Allier era la capitale del Ducato di Borbone, nella
Francia centrale. Come interessante esercizio, possiamo facilmente
calcolare le dimensioni dell'antico castello di Moulins confrontando una
mappa disegnata dalla famiglia Cassini nel diciassettesimo secolo con la
corrispondente immagine satellitare tratta da GoogleMaps: il centro
cittadino dell'odierna Moulins, corrispondente all'originale castello, si
estende per circa 400 metri di ampiezza (così come marcato dal righello
giallo in figura). Questa ampiezza non è molto diversa dalla dimensione
della vallata che ospita i due laghi di Pilato così come oggi visibili, marcati
dallo stesso righello a titolo di confronto. Dunque, la stima fornitaci da
Antoine de la Sale appare essere sufficientemente corretta.
Fig. 21 - La città francese di Moulins-sur-Allier in una mappa del diciottesimo secolo e in un'immagine
satellitare attuale
Oggi, in effetti, si rileva la presenza di due laghi, invece di uno solo così
come appare nella descrizione vergata da Antoine de la Sale nel
quindicesimo secolo. Dobbiamo però considerare come, nel corso dei
cinque secoli successivi, diverse frane, spesso causate da violenti terremoti,
siano crollate sul lago dal sovrastante e incombente Pizzo del Diavolo, il
muro verticale di roccia che si trova al di sopra delle acque lacustri: il
risultato è che il fondo del circo glaciale nel quale i laghi sono adagiati ha
subito nel tempo un graduale innalzamento di livello, a mano a mano che il
materiale roccioso ne riempiva la cavità, finché il lago non si è suddiviso
20
nei due specchi d'acqua che oggi è possibile osservare. In ogni caso, nel
corso delle particolari annate nelle quali nevi e piogge cadono in
abbondanza, i due laghi tendono ancora a riunirsi in uno solo, così come
possiamo notare in recenti immagini del luogo.
Fig. 22 - Il circo glaciale del Monte Vettore con i Laghi di Pilato e un righello di comparazione che indica
la dimensione del centro storico di Moulins-sur-Allier
Dunque, la descrizione resa disponibile da Antoine de la Sale può essere
considerata come assai accurata. E de la Sale non si limita solamente a
questo: egli ci illustra anche cosa era visibile, nella sua epoca, al centro del
lago, un elemento che oggi risulta essere completamente sparito, cancellato
dai detriti che sono precipitati su di esso nel corso di centinaia di anni di
frane:
«Nel mezzo si trova una piccola isoletta costituita da un'enorme roccia, che
un tempo fu murata tutt'attorno, e in molti punti sono ancora visibili le parti
inferiori di questo muro. Dalla riva a quest'isola corre un piccolo passaggio,
sommerso nell'acqua profonda cinque piedi, così come la gente mi disse, il
quale fu danneggiato dagli abitanti del luogo al fine di renderlo
21
impraticabile, in modo che coloro che si recavano all'isola per consacrare i
loro libri per arte di negromanzia non la potessero trovare più».
Fig. 23 - I Laghi di Pilato come si presentano quando il livello delle acque è particolarmente elevato
Fig. 24 - Il passaggio relativo alla piccola isola presente nel Lago di Pilato dal Paradiso della Regina
Sibilla di Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé),
Chantilly, folium 4v)
22
[Nel testo originale francese: «Au milieu a une petite islete dun rochier qui
jadis fut muree tout en tour encores y sont les fondemens du mur en
plusieurs lieux. De la terre à celle isle a une petite chausse couverte deaue a
la haulteur de v piez comme les gens me dirent laquelle fust rompue tant
quon ne la peust cuier par les gens du pais affin que ceulz qui aloient en
lisle consacrer leurs livres pour lart dingromance ne la peussent trouver»].
Come si può notare, pare che la leggenda stia assumendo contorni sempre
più intricati. Ora stiamo considerando non solamente un luogo di sepoltura
per Ponzio Pilato, ma anche un sito adatto alla pratica di arti magiche e
proibite.
Ma la questione assume toni ancora più sconcertanti. L'autore introduce,
infatti, un terzo elemento, che parrebbe non avere nulla a che fare con tutto
il resto:
«Quell'isola è attentamente sorvegliata e protetta dalla gente del luogo,
perché quando qualcuno vi perviene segretamente e vi pratica le arti del
Demonio, subito si leva nella regione una tempesta così violenta da
distruggere tutti i raccolti e i beni della contrada».
[Nel testo originale francese: «La quelle isle est moult gardee et deffendue
des gens du pais pource que quant aucun y vient seleement et a fait son art
de l'ennemy apres se fait se lieve une tempeste si grant par le pais qui gaste
tous les fruiz et biens de la contree»].
Fig. 25 - Il peculiare passaggio relativo alle tempeste che sarebbero suscitate a seguito della pratica delle
arti negromantiche presso il Lago di Pilato dal Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la Sale
(manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folium 4v)
23
Cosa significa tutto ciò? Si tratta solamente di un racconto privo di
qualsivoglia fondamento, una stupida chiacchiera che circolava tra il
popolino e i villici del luogo? Niente affatto. Perché la gente pareva
realmente credere in tutto questo, ed effettivamente vi erano stranieri che
usavano recarsi al lago per porre in atto i malvagi disegni in precedenza
menzionati, così frequentemente che spesso venivano assunte contromisure
assai drastiche:
«Per questa ragione, quando la gente del luogo, che molta sorveglianza
manteneva, vi trovava qualcuno, egli non era affatto benvenuto. E non è
passato molto tempo da quando vi furono presi due uomini, di cui uno era
un prete. Il prete fu condotto alla detta città di Norcia e là fu torturato e arso
vivo. L'altro fu fatto a pezzi e poi gettato nel lago dagli stessi uomini che lo
avevano catturato».
[Nel testo originale francese: «Et porce quant les gens du pays qui ad ce
prennent moult grant garde y trouvent aucun il est mal venu. Et navoit pas
long temps quel y fut prins deux hommes dont lun estoit prestre ce preste
fut admene a la dicte cite de norce et la fut martire et ars. Lautre fut taille a
pieces et puis boute dedens le lac par ceulz qui les avoient prins»].
Fig. 26 - L'uccisione di presunti negromanti in visita al Lago di Pilato dal Paradiso della Regina Sibilla di
Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folia
4v - 5r)
24
Nondimeno, continua Antoine de la Sale, i visitatori animati da buone
intenzioni potevano sempre chiedere di potere effettuare una visita al lago,
ottenendo un preventivo benestare dalle locali autorità:
«Ma se qualcuno desiderasse vedere questo lago, per la sua stessa sicurezza
gli converrebbe recarsi presso i signori della detta città, i quali ben
volentieri gli concederebbero un salvacondotto per vedere il lago, ma senza
compiere altri atti, se egli veramente vi si reca come uomo onesto».
[Nel testo originale francese: «Mais si aucun prenoit plaisir a veoir ce dit
lac pour lasseurete de sa personne lui convient aler aux seigneurs de la
dicte cite qui voulentiers lui donneront conduit pour ce veoir sans aultre
chose faire, sil vait en estat domme de bien»].
Fig. 27 - Visitatori bene intenzionati ammessi presso il Lago di Pilato, dal Paradiso della Regina Sibilla
di Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly,
folium 5r)
Questo, dunque, il racconto con il quale Antoine de la Sale, nel proprio
resoconto quattrocentesco, descrive il Lago di Pilato e le sinistre narrazioni
che aleggiavano all'interno del circo glaciale del Monte Vettore.
Perché il corpo di Ponzio Pilato sarebbe stato sepolto in queste acque
remote, occultate nel cuore più profondo dei Monti Sibillini, in Italia? Che
cosa hanno a che fare i negromanti con un lago che nasconderebbe il
cadavere di un antico prefetto romano? E perché si sarebbero dovute
praticare arti proibite in un luogo così peculiare?
Tenteremo di fornire una risposta a tutte queste domande. E cominceremo
la nostra indagine dalle perplesse considerazioni che, nel manoscritto de Il
25
Paradiso della Regina Sibilla, ci vengono proposte dallo stesso Antoine de
la Sale.
5. I dubbi di Antoine de la Sale
Nel 1420, Antoine de la Sale si spinse fino al massiccio dei Monti Sibillini,
nell'Italia centrale; lì, egli trovò non solamente una montagna e una grotta
che si riteneva fossero la dimora di una Sibilla, ma anche un lago, posto a
poche miglia dal Monte Sibilla, nel quale, secondo una leggendaria
narrazione, sarebbe stato gettato il corpo di Ponzio Pilato, dopo la
condanna a morte da parte dell'imperatore Tito, assieme al carro che lo
aveva trasportato fin sulla montagna. Inoltre, quel lago sarebbe stato un
luogo considerato dai negromanti come adatto alla pratica delle proprie arti
proibite, le quali generavano violente tempeste in tutta la regione.
Fig. 28 - Il monte del Lago di Pilato e il Monte Sibilla nel Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la
Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folia 5v - 6r)
Antoine de la Sale, che era un esperto cortigiano, seppure all'epoca ancora
giovane, si rendeva perfettamente conto delle inverosimiglianze che
caratterizzavano quella strana leggenda a proposito di Pilato:
«Cosa che non penso possa essere vera, perché essi raccontano come sia
stato Tito a far morire Pilato, ma Tito visse un grande lasso di tempo dopo
Pilato, che visse invece ai tempi e sotto il dominio dell'imperatore Tiberio,
e fu suo prefetto nella detta città di Gerusalemme».
[Nel testo originale francese: «Laquelle chose jetrouve faulse en tant quilz
dient que titus eust fait mourir pilate car titus fut grant espace apres pillate
26
qui estoit du temps et soubs l'empire de l'empereur thibere et son officier en
la dicte cité de Jherusalem»].
Fig. 29 - I dubbi espressi da Antoine de la Sale nel suo Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la Sale
(manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée Condé), Chantilly, folium 4v)
Effettivamente, appare assai improbabile che l'imperatore Tito, il quale
regnò tra il 79 e l'81 d.C., possa avere avuto qualcosa a che fare con un
prefetto che fu in carica più di quaranta anni prima, quando quello stesso
imperatore non era neppure nato. Quindi, certamente, nei dettagli di quella
leggenda risultava esservi qualcosa di sbagliato.
De la Sale nota correttamente che se veramente un imperatore fece
condannare a morte Ponzio Pilato, questo imperatore non sarebbe potuto
essere che Tiberio, il quale fu al vertice dell'Impero di Roma tra il 14 e il 37
d.C., negli stessi anni in cui Gesù Cristo subì il supplizio della crocifissione
a Gerusalemme. Nel tentativo di chiarire la questione, l'autore provenzale
riporta un lungo passaggio tratto da Paolo Orosio, un teologo e storico
protocristiano, vissuto tra il quarto e il quinto secolo:
«Come racconta Orosio nel secondo capitolo del suo ottavo libro, nel quale
egli dice che dopo la morte e la resurrezione di Gesù Cristo Pilato inviò al
citato imperatore Tiberio le importanti e meravigliose notizie concernenti il
processo, la morte e la resurrezione del predetto Gesù Cristo [...] dalle quali
già molte persone avevano cominciato a credere che egli fosse realmente
Dio o il Figlio di Dio. E quel rapporto e le lettere Tiberio li inviò senza
indugio all'attenzione dei senatori [...] pregando con convinzione il Senato
che quel Gesù di Nazareth fosse onorato e considerato come un vero dio.
Ma il Senato, che si opponeva fortemente a Pilato perché non si era rivolto
a essi sin dal principio, rifiutò di tributare tali onori e, mosso dal dispetto,
emise invece un editto affinché fossero subito catturati e perseguitati, a
27
Gerusalemme, tutti i discepoli e i seguaci di quel Gesù di Nazareth. Dal
canto suo, l'imperatore, udendo tali cose, animato da un medesimo
sentimento di dispetto contro i senatori, ordinò che i seguaci di Cristo
fossero aiutati, favoriti e sostenuti in ogni modo. E cominciò così un
conflitto tra senatori e imperatore».
Fig. 30 - Il brano tratto da Paolo Orosio così come menzionato da Antoine de la Sale nel suo Paradiso
della Regina Sibilla di Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée
Condé), Chantilly, folia 2v - 3r)
[Nel testo originale francese: «Sicomme dit Orose ou second chappitre de
son viii livre qui disioit que apres la mort et la resurrection de Jhesucrist
pilate envoya au dit thibere cesar les treshaultes et merveilleuses nouvelles
et le proces de la mort et resurrection du nomme Jhesus de Nazaret [...] par
lesquelles ja maintes gens croioient que il feust Dieu ou filz de dieu
vrayement. Le quel proces et lettres le dit empereur incontinant manda aux
senateurs [...] priant moult estroittement le senat que icelui jhesus de
nazareth feust consacré et tenu a vray dieu. Mais le senat qui fut
grandement contre pillate car navoit premierement rescript a eulx reffusa la
consecration et fist un esdit par despit que incontinent manderent en
Jherusalem prendre et persecuter tous les disciples et croians en icellui
28
jhesus de nazareth. Et dautre part sentant l'empereur ceste chose
semblablement par despit deulx remanda que ilz feussent aidiez favorizez
et soustenuz a tout pouvoir. Lors commenca le debat des senateurs a
lempereur»].
In questo specifico brano tratto da Orosio, l'antico autore latino nulla
riferisce a proposito delle circostanze della morte di Pilato. Nondimeno,
Antoine de la Sale intende fornire al lettore la propria personale ipotesi:
«Così furono mandati a morte quasi tutti coloro che si erano opposti alla
consacrazione di Gesù Cristo. In tali occorrenze, è ben possibile che Pilato
sia stato anch'egli ucciso, ma non certo da Tito, figlio di Vespasiano,
malgrado ciò che ne racconta la gente del luogo. Ed ecco, dunque, il loro
primo errore».
[Nel testo originale francese: «aussi moururent presque tous qui avoient
este contraires a la consecration de Jhesucrist. Par la quelle chose peut bien
estre quil fist mourir pilate, mais non pas titus de vespasien ainsi que ceulx
dudit pais dient. Et voies icy leur premiere erreur»].
Fig. 31 - Le considerazioni proposte di Antoine de la Sale in merito alla morte di Pilato nel suo Paradiso
della Regina Sibilla di Antoine de la Sale (manoscritto n. 0653 (0924), Bibliothèque du Château (Musée
Condé), Chantilly, folium 3r)
Questo è tutto ciò che Antoine de la Sale poté riferire ai propri lettori in
merito alla strana, strabiliante, bizzarra leggenda del Lago di Pilato,
profondamente annidato tra alte montagne nel mezzo della penisola
italiana.
29
Molte cose egli ci ha raccontato; ma non abbastanza da poterci formare
un'idea su cosa tutto questo potesse significare, e ancora oggi significhi.
E i problemi non finiscono certo qui.
Invero, sussiste un'ulteriore questione, assai critica, in relazione alla
leggenda dei Laghi di Pilato. Anzi, più di una questione.
Perché i Laghi di Pilato non sono affatto unici. Sembrerebbe infatti che
Ponzio Pilato, l'antico prefetto della Giudea occupata dai Romani, l'uomo
che intese lavarsi le mani mentre condannava a morte Gesù Cristo, abbia
subìto un destino assai particolare.
Egli fu sepolto molte volte. In molti luoghi diversi.
In effetti, esistono diversi luoghi presso i quali si dice siano stati sepolti i
resti mortali di Ponzio Pilato. Luoghi sparsi tra vari laghi e montagne
attraverso l'Europa. E, per ognuno di essi, esiste una leggenda.
Fig. 32 - Ponzio Pilato e il lavacro delle mani
E queste leggende sono molto, molto simili a quella raccontata da Antoine
de la Sale a proposito del massiccio dei Monti Sibillini.
30
Cosa significa tutto ciò? Di quali luoghi e leggende stiamo parlando? Quale
è il legame, se ne esiste uno, che unisce tutto questo?
Per rispondere a tutte queste domande, diamo inizio al nostro viaggio
attraverso i molti racconti che narrano di Ponzio Pilato e del suo luogo di
sepoltura. E andiamo a vedere cosa succede.
6. I molti luoghi di sepoltura del governatore della Giudea
Nei precedenti paragrafi, abbiamo percorso le pagine de Il Paradiso della
Regina Sibilla, opera quattrocentesca di Antoine de la Sale, nella quale
viene presentato il racconto leggendario relativo alla morte di Ponzio
Pilato, il prefetto romano della Giudea, e del suo luogo di sepoltura situato
all'interno di un piccolo lago posto al centro dei Monti Sibillini: un lago nel
quale il suo corpo sarebbe stato gettato, e che sarebbe divenuto un luogo
presso il quale praticare arti magiche e negromanzia, dal nome ancora oggi
legato a quello di Ponzio Pilato.
Fig. 33 - I Laghi di Pilato, misteriosi specchi d'acqua che riflettono la luminosità del cielo
31
Come è possibile che una leggenda riguardante un celebre prefetto
dell'antica Roma, colui che condannò Gesù Cristo alla morte sulla Croce,
abbia potuto stabilirsi presso questo peculiare angolo dell'Italia centrale,
non sussistendo in apparenza alcuna relazione tra questo luogo e gli eventi
narrati nel Vangelo?
Per tentare di capire come ciò sia potuto accadere, continuiamo a ricercare
ulteriori indizi negli antichi manoscritti. Ecco dunque una seconda
narrazione che potrebbe essere di interesse per la nostra investigazione:
«E a proposito di Ponzio Pilato si dice, nella 'Decollazione di S. Giovanni
Battista', che, dopo essere stato accusato dai Giudei di rappresentare
l'infamia della sua schiatta, egli sia stato condannato all'esilio presso Lione,
dove, si racconta, fu condannato a morire di fame. E in quello stesso luogo,
nel quale egli era nato, si dice che egli si sia suicidato a causa della propria
sventura. Altri raccontano che a Lione egli fu condannato a essere
impiccato, ed egli fu impiccato a Vienne; lì, presso la chiesa della beata
Maria, è ancora possibile vedere l'uncino di ferro al quale si dice che egli
sia stato appeso».
[Nel testo originale latino: «Et de Pontyo Pilato dicitur, in decollatione
sancti Johannis Baptiste, quod accusatus a Judeis in obproprium sui generis
mittitur apud Lugdunum in exilium dampnandus, ubi, ut dicitur, dampnatus
est sic ut nihil comederet. Qui ibidem ubi oriundus fuerat, ut dicitur, pre
dolore se occidit. Alii dicunt quod Lugduni suspendio adjudicatus et apud
Viennam est suspensus et ostenditur adhuc ibi, in ecclesia beate Marie,
uncus ferreus in quo dicitur fuisse suspensus»].
È, questo, un ulteriore racconto che narra della morte di Ponzio Pilato, e
che è rinvenibile nel Tractatus de diversis materiis predicabilibus di
Stefano di Borbone, scritto nella prima metà del tredicesimo secolo. Nella
Parte I, De timore, Sezione VII De timore mortis, così come essa appare nel
manoscritto Latin 15970 conservato presso la Bibliothèque Nationale de
France al folium 180r, il predicatore appartenente all'ordine domenicano
racconta del verdetto pronunciato contro Pilato, del suo possibile suicidio,
o, come narrazione alternativa, della sua impiccagione a un gancio a
Vienne, città francese situata quindici miglia a sud di Lione, sulle rive del
fiume Rodano. Come avremo modo di vedere successivamente, Stefano di
Borbone fa riferimento a un'altra opera, l'Abbreviatio in gestis et miraculis
32
sanctorum, nella quale Jean de Mailly, un altro predicatore domenicano,
menziona l'esilio di Pilato nel contesto del racconto della vicenda di San
Giovanni Battista.
Fig. 34 - Il folium iniziale e il passaggio relativo a Pilato nel Tractatus de diversis materiis predicabilibus
di Stefano di Borbone (manoscritto Latin 15970, Bibliothèque Nationale de France, folium 180r)
Ma Stefano di Borbone riferisce anche un ulteriore elemento.
Un'informazione che ci sembra di avere già sentito altrove:
«E lì, non distante da quei luoghi, su di una montagna prossima a Saint
Chamon, egli [Pilato] fu gettato in una profonda cavità; dalla quale si
racconta che, quando vi venga gettata dentro una pietra, fuoriescano vapori,
e vengano suscitate tempeste».
33
[Nel testo originale latino: «et ibi prope in monte supra Saint Chamon in
puteo projectus; ubi, quando lapis proicitur, fumus inde egredi dicitur, de
quo tempestas concitatur»].
Fig. 35 - La frase successiva su Pilato tratta dal Tractatus de diversis materiis predicabilibus di Stefano di
Borbone (manoscritto Latin 15970, Bibliothèque Nationale de France, folium 180r)
Ponzio Pilato, il prefetto della provincia romana della Giudea, fu dunque
gettato in un pozzo, o abisso, posto su di una montagna. Proprio come
raccontato da Antoine de la Sale. E - proprio come in quel racconto - da
quello strano luogo di sepoltura, che avrebbe ospitato il corpo di Pilato, si
scatenerebbero violente tempeste.
Ci troviamo forse nel mezzo dei Monti Sibillini, in Italia?
Niente affatto. Siamo, invece, in Francia, non lontano da Lione, su di una
montagna che innalzerebbe la propria vetta in prossimità di Saint-
Chamond, un'antica città posta ai piedi di un massiccio montuoso.
E quel massiccio, ancora oggi, è chiamato 'Massif de Pilat': le montagne di
Pilato, i cui picchi sono collettivamente denominati 'Mont de Pilat'.
E così, ci troviamo ora con due differenti luoghi di sepoltura leggendari per
il nostro illustre prefetto: il primo si trova in Italia, e il secondo in Francia.
Può bastare, tutto questo? No, perché ne abbiamo anche un terzo. In
Svizzera. E la descrizione che lo riguarda non differisce in modo
significativo dalle prime due:
34
Fig. 36 - Tramonto sulle cime denominate 'Les Trois Dentes' situate nel Massif de Pilat, nella Francia
centrale
«Pilato [...] scrisse a Tiberio che [... Gesù] era stato crocifisso, e descrisse
tutti i miracoli che Egli aveva compiuto. Tiberio, essendo stato informato
che Egli era stato realmente crocifisso, molto si dolse della Sua morte [...]
Ordinò dunque a Pilato di venire a Roma. Quando egli arrivò a Roma e rese
piena informazione a Tiberio a proposito della morte di Cristo, l'imperatore
lo fece gettare in carcere, e desiderò di predisporre per lui una morte
orribile, con la quale togliergli la vita. Ma quando Pilato comprese che egli
sarebbe stato posto a morte a causa della morte di Gesù, si suicidò nel
carcere; e, essendo stato trovato morto, fu gettato nel Tevere, ma i demoni,
usando il suo corpo, posero in pericolo la città. Per questa ragione, per
ordine di Tiberio il suo cadavere fu recuperato e condotto presso Amona
[Vienne], e lì gettato nel Rodano. Ma anche lì i demoni sollevarono grandi
tempeste e grandini attorno al suo cadavere».
35
Fig. 37 - Il brano su Ponzio Pilato come appare in alcuni manoscritti dello Speculum regum di Goffredo
da Viterbo (da Monumenta Germaniae Historica, Tomo XXII Scriptorum, Hannover 1872, p. 70-71,
trascrizione di George Waitz)
[Nel testo originale latino: «Pilatus [...] rescripsit Tiberio [... Ihesum] esse
crucifixum, et cetera aliqua de miraculis que per eum facta sunt. Audiens
vero Tiberius [...] illum crucifixisse, doluit de morte eius [...] Direxerat
enim ad Pilatum, ut ad se veniret Romam. Qui dum Romam venisset et de
morte Christi per eum Tiberius informatus esset, Pilatum incarceravit,
volens excogitare mortem turpissimam, qua eum occideret. Intelligens vero
Pilatus propter mortem Ihesu se moriturum, se in carcere interfecit, et
mortuus repertus in Tiberim proiectus, et demones cum corpore suo multa
pericula intulerunt in patria. Quare a Tiberi levatus et iuxta Amonam
[Viennam] in Rodanum ductus est et projectus; ubi similiter demones
multas tempestates et grandines iuxta corpus suum fecerunt»].
Questa descrizione, che conoscerà una grande diffusione, come avremo
modo di vedere in seguito, è contenuta in un commento anonimo risalente
al tredicesimo secolo e relativo allo Speculum regum, scritto un secolo
prima da Goffredo da Viterbo, segretario dell'imperatore Federico I
Barbarossa. Il brano è contenuto in alcuni manoscritti riportanti lo
Speculum, così come riferito da G. Waitz in una trascrizione pubblicata nel
1872, dalla quale traiamo il testo.
36
È possibile notare come il luogo di sepoltura di Pilato, così come
menzionato nel brano qui citato, sia quella stessa città di Vienne da noi già
reperita nel passaggio di Stefano di Borbone. E le tempeste sono sempre
presenti, pronte ad agitare le acque del fiume. Inoltre, quel passaggio
aggiunge ulteriori informazioni:
«Poi la gente del luogo trasse dal Rodano il corpo di Pilato, e lo gettarono
in una palude non lontano da Losanna, in prossimità di Lucerna. E pare
certo che, ogni volta che qualcuno getta un oggetto, per quanto piccolo,
nella palude [o pozzo], subito tempeste, grandini, folgori e tuoni si levano
sulla regione. Per questo vi sono uomini che sorvegliano quel luogo,
custodendolo in tempo d'estate, affinché nessuno straniero salga quella
montagna».
Fig. 38 - La frase successiva del passaggio relativo a Ponzio Pilato come appare in specifici manoscriti
dello Speculum regum di Goffredo da Viterbo (da Monumenta Germaniae Historica, Tomo XXII
Scriptorum, Hannover 1872, p. 71, trascrizione di George Waitz)
[Nel testo originale latino: «Ideo patrioti experti de corpore Pilati, de
Rodano receperunt et in montanis circa Losoniam prope Lucernam in
quandam paludem proiecerunt. Et certum est, quod quandocumque aliquis
homo aliquid quantumcumque parvum mittit in paludem [foveam], tunc in
continenti fiunt tempestates, grandines, fulgura et tonitrua. Ideo sunt
homines custodes constituti, qui tempore estatis custodiunt, ne aliquis
advena ascendat»].
Ed ecco, quindi, il terzo luogo di sepoltura per Ponzio Pilato: abbiamo ora
raggiunto la Svizzera, e siamo arrivati a Lucerna, seguendo il corpo del
prefetto. Secondo questa versione della leggenda, il cadavere sarebbe stato
gettato in una palude o, secondo alcuni manoscritti, in una voragine. Le
tempeste non mancano mai; anzi, parrebbero essersi addirittura moltiplicate
in violenza.
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E - potete immaginare? - c'è una montagna che sovrasta proprio quella città
svizzera. Il suo nome è Tomlishorn. Ma è conosciuta comunemente, anche
oggi, come 'Mont Pilate'.
Fig. 39 - La cima del Tomlishorn, o 'Mont Pilate', a Lucerna, Svizzera centrale
Proviamo allora a ricapitolare la nostra leggendaria elencazione. Ci stiamo
occupando di tre diverse leggende che riguardano il medesimo Ponzio
Pilato, l'uomo che impartì l'ordine di crocifiggere Gesù Cristo. E abbiamo
tra le mani tre differenti luoghi di sepoltura per il nostro povero prefetto
dell'antica Roma.
Il primo di essi è un lago situato tra i Monti Sibillini, in Italia, così come
riferito da Antoine de la Sale nel quindicesimo secolo. Nel lago
abiterebbero demoni in grado di suscitare tempeste. Quel luogo è chiamato,
ancora oggi, i Laghi di Pilato.
Il secondo sito è una sorta di voragine, o pozzo, posta in prossimità di
Lione, in Francia, secondo quanto riferito da Stefano di Borbone nel
tredicesimo secolo. Nella voragine, qualcosa ha trovato dimora, e da essa
fuoriescono tempeste. Questo secondo luogo è situato su di una montagna
denominata, ancora ai nostri giorni, Mont de Pilat.
38
La terza località è un'altra voragine posta vicino alla città di Lucerna, in
Svizzera, così come ci tramanda una sconosciuta mano duecentesca a
mezzo di un commento che compare in alcuni manoscritti contenenti
un'opera di Goffredo da Viterbo. La voragine contiene qualche cosa di
ignoto, tale da suscitare tempeste. Non è un caso che il monte situato nelle
vicinanze di Lucerna sia chiamato, ancora oggi, Mont Pilate.
Fig. 40 - Tre differenti luoghi in Italia, Francia e Svizzera che ospitano una leggenda concernente il luogo
di sepoltura di Ponzio Pilato
E potremmo continuare con ulteriori luoghi nei quali Ponzio Pilato sarebbe
stato asseritamente sepolto. Nel suo Fabularius, Conradus de Mure, un
erudito svizzero vissuto nel tredicesimo secolo, scrive che il cadavere di
Pilato, subito dopo il suo travagliato tuffo «in Rodanum apud Viennam»,
sarebbe stato trasportato «in alpes apud montem septimum», forse un
riferimento alle Alpi svizzere e al Septimer Pass, che collega il territorio
posto a settentrione del Lago di Como, in Italia, alla Svizzera.
Il mistero sta assumendo contorni sempre più oscuri, con la figura di
Ponzio Pilato che pare irridere il nostro sguardo sconcertato mentre
osserviamo i vari luoghi nei quali egli sarebbe stato sepolto, suscitando
tempeste dall'interno di essi e nascondendosi sotto la superficie gelida dei
Laghi di Pilato, in Italia.
39
Fig. 41 - Il brano su Ponzio Pilato tratto dal Fabularius di Conradus de Mure (manoscritto Latin 8169A,
Bibliothèque Nationale de France, folia 98r - 98v)
E allora, come possiamo pensare di procedere oltre?
Per una migliore comprensione dell'intera questione concernente Pilato, i
suoi tenebrosi luoghi di sepoltura, e la sinistra leggenda che abita il
massiccio dei Monti Sibillini, è ora giunto il momento di approfondire la
nostra conoscenza con il personaggio principale che anima questo strano
racconto.
Chi era Ponzio Pilato?
O, più precisamente, chi fu Ponzio Pilato secondo le fonti letterarie
antiche? Esiste un testo che racconti le leggendarie circostanze della sua
morte? E perché il prefetto della Giudea dovrebbe essere ricordato in
connessione con specifici luoghi di sepoltura, e così peculiari? E, infine,
per quale ragione sussisterebbe un legame tra l'antico funzionario romano e
i laghi nascosti nel cuore del massiccio dei Monti Sibillini?
40
Stiamo dunque per andare a incontrare il quinto prefetto della Giudea,
occupata in antico dalle legioni dell'Impero Romano. Stiamo per andare a
incontrare Ponzio Pilato.
E sarà un incontro assai ravvicinato.
7. Un ritratto senza compromessi del governatore della Giudea
Nel 1961, un archeologo italiano, Antonio Frova, durante una campagna di
scavi condotta presso l'antico sito di Caesarea Maritima, in Israele,
disseppellì dal terreno una pietra che recava una rarissima iscrizione
frammentaria:
Fig. 42 - La Pietra di Pilato, oggi conservata presso l'Israel Museum a Gerusalemme
41
«Al divino Augusto Tiberio - Ponzio Pilato - Prefetto della Giudea - fece e
dedicò questa iscrizione».
[Nel testo originale latino: «[Dis Augusti]S Tiberieum - [Po]ntius Pilatus -
[Praef]ectus Iuda[ea]e - [fecit d]e[dicavit]»].
È questa l'unica e sola conferma archeologica relativa all'esistenza storica
di Ponzio Pilato, prefetto della provincia romana della Giudea.
Successivamente all'anno 6 d.C., la Giudea, assieme ai territori di Samaria
e Idumea, era divenuta soggetta al dominio diretto di Roma, con capitale
stabilita a Caesarea Maritima, essendo la potestà imperiale esercitata da un
prefetto appartenente all'ordine equestre.
Fig. 43 - Una mappa della Giudea del primo secolo (N. B. Rogers, diciannovesimo secolo)
42
Secondo gli storici, tra il 26 d.C. e il 36 d.C. il quinto prefetto della Giudea
fu Ponzio Pilato, mentre a Roma imperatore era Tiberio Cesare.
Le fonti antiche non forniscono alcun dettaglio a proposito delle origini
familiari di Ponzio Pilato, benché secondo alcune tradizioni egli potrebbe
essere nato in Abruzzo. Ciò che è indubitabile è che il suo nome e la sua
carica risultano essere esplicitamente citati da diversi autori non cristiani,
attestando così la piena solidità storica di una figura che è principalmente
conosciuta, grazie ai Vangeli, a motivo del ruolo cruciale interpretato nel
corso degli eventi connessi alla Passione di Gesù Cristo.
Lo storico romano di origine ebraica Flavio Giuseppe, vissuto nel primo
secolo, nella sua Guerra giudaica (Libro II, folia 90-91 del prezioso
manoscritto Grec 1425 conservato presso la Bibliothèque Nationale de
France, risalente all'undicesimo secolo) ci tramanda l'immagine di un
cinico Pilato, capace di scatenare, con noncurante indifferenza, le ire del
popolo ebraico, da lui governato, con azioni interpretabili come un attacco
diretto alla religione e alle tradizioni locali:
«Pilato, essendo stato inviato da Tiberio come procuratore della Giudea,
fece introdurre nascostamente a Gerusalemme, di notte, le immagini di
Cesare denominate insegne. Questa azione, al fare del giorno, suscitò
grande costernazione tra i giudei [... in quanto le loro leggi] non
permettevano che alcuna immagine fosse innalzata all'interno della città. Si
affrettarono allora da Pilato a Cesarea, e lo pregarono di far rimuovere
quelle insegne da Gerusalemme, riaffermando così le leggi dei loro
antenati. [...] Ma Pilato rifiutò».
A quanto pare, il carattere di Pilato non era alieno da un certo gusto
maligno per gli effetti drammatici, perché ciò che egli volle decidere in
questa specifica occasione non era certo concepito al fine di guadagnagli il
favore del popolo a lui soggetto:
«Il giorno seguente, Pilato si mostrò sul proprio scranno presso il tribunale
posto nel grande stadio e, dopo avere convocato la moltitudine, con
l'apparente intenzione di fornire al popolo una risposta, diede il segnale
convenuto alle sue truppe in armi affinché circondassero i giudei.
Trovandosi accerchiati da un anello di soldati, la gente rimase ammutolita a
causa di quanto stava inaspettatamente accadendo. Pilato, dopo averli
43
minacciati tutti di morte, se essi si fossero rifiutati di accettare le immagini
di Cesare, diede ordine ai propri uomini di sguainare le spade».
Fig. 44 - Il brano su Pilato e le effigi di Cesare tratto dalla Guerra Giudaica di Flavio Giuseppe, con
evidenziata la parola greca 'Pilato' (manoscritto Grec 1425, Bibliothèque Nationale de France, folium 90)
Solo dopo che gli ebrei ebbero giurato che avrebbero preferito morire
piuttosto che trasgredire alle proprie leggi, Pilato cambiò idea: il prefetto ne
rimase finalmente colpito, e decise dunque di accondiscendere alle loro
richieste, rimuovendo così da Gerusalemme le contestate immagini
dell'imperatore.
Fig. 45 - La parte finale del passaggio su Pilato e le effigi di Cesare tratto dalla Guerra Giudaica di
Flavio Giuseppe, con evidenziate la parola greca 'Pilato' e 'Gerusalemme' (manoscritto Grec 1425,
Bibliothèque Nationale de France, folium 91)
44
In un'altra occasione, narrataci dallo stesso Flavio Giuseppe, egli depredò il
sacro tesoro, conservato all'interno del Tempio e appartenente al popolo
ebraico, con l'obiettivo di utilizzare quella ricchezza per la costruzione di
un acquedotto. Il popolo in rivolta si radunò allora minacciosamente
attorno al suo palazzo di Gerusalemme, presso il quale egli si trovava in
quel momento, essendo venuto in visita da Cesarea. Ancora una volta, egli
escogitò un piano architettato in forma di malvagio scherzo,
sufficientemente crudele da riuscire ad alimentare in modo adeguato le sue
sadiche inclinazioni (Libro II):
«Egli, prevedendo il tumulto, aveva fatto confondere tra la folla truppe
appartenenti alla sua guardia, armate ma travestite da civili, con l'ordine di
non fare uso delle spade, ma di picchiare violentemente i rivoltosi con
pesanti bastoni. Poi, dal tribunale, egli lanciò il segnale convenuto.
Moltissimi giudei perirono quel giorno, alcuni a causa dei colpi ricevuti,
altri calpestati a morte dai propri compagni nella calca terrorizzata che ne
seguì. Atterriti dal destino delle vittime, la moltitudine fu così ridotta al
silenzio».
Il ritratto di Ponzio Pilato tratteggiato da Flavio Giuseppe non deve essere
risultato così distante dal vero, se consideriamo come un accenno a un altro
e forse diverso massacro sia contenuto anche nei Vangeli, nei quali si
rinviene una breve frase che menziona «quei Galilei, il cui sangue Pilato
aveva mescolato con quello dei loro sacrifici» (Luca, 13:1), probabilmente
riferita a pellegrini trucidati con disprezzo dai romani nel Tempio di
Gerusalemme. E una descrizione non molto diversa, ancora concernente il
brutale prefetto romano, può essere rinvenuta anche in un ulteriore autore
classico: Filone d'Alessandria.
Filone fu uno scrittore e filosofo ebreo che visse ad Alessandria d'Egitto nel
primo secolo dell'era cristiana. Nella sua Legatio ad Gaium (Capitolo
XXXVIII), Filone riferisce un episodio simile, forse il medesimo già
descritto da Flavio Giuseppe, confermando e approfondendo il ritratto di
Pilato in qualità di figura maligna e codarda:
«Pilato era uno dei luogotenenti dell'imperatore, essendo stato nominato
governatore della Giudea. Egli, con lo scopo non solamente di rendere
onore a Tiberio, ma anche con l'obiettivo di schiacciare il popolo, dedicò
45
alcuni scudi dorati all'interno del palazzo di Erode, nella città santa
[Gerusalemme]».
Ancora una volta, Filone d'Alessandria ci narra di un prefetto romano che
trova divertente sfidare il popolo a lui soggetto, suscitandone la rabbia. In
quell'occasione, i più nobili rappresentanti del popolo ebraico sollevarono
una formale protesta contro quell'offesa recata agli usi e alle leggi locali.
Nondimeno, «egli rigettò recisamente le loro richieste, perché Pilato era un
uomo testardo e inflessibile, senza alcuna pietà e assai ostinato».
Fig. 46 - Il brano relativo a Ponzio Pilato come appare nella Legatio ad Gaium di Filone d'Alessandria
(edizione latina pubblicata a Basilea nel 1554)
È a questo punto che gli ebrei pronunciano le parole sbagliate, le quali non
possono che scatenare ulteriormente l'ira di Pilato:
«Di certo l'imperatore Tiberio non desidera affatto che alcuna delle nostre
leggi o tradizioni possa essere calpestata. E se tu, o Pilato, ritieni che
invece egli desideri così, mostraci un ordine che sia stato emesso
dall'imperatore, o qualche lettera, o qualsiasi disposizione del genere, in
modo che noi, che siamo stati inviati a te come ambasciatori, possiamo
cessare di arrecarti disturbo, e possiamo rivolgere le nostre richieste
direttamente a chi ti è superiore».
46
Non c'è nulla di peggio, di fronte a un uomo potente che sta esercitando le
proprie prerogative in modo inappropriato, del rivolgergli la minaccia di
appellarsi al suo superiore e supervisore, di rango più elevato: questa
provocazione «lo esasperò al massimo grado possibile», temendo egli che
essi potessero riferire a Tiberio un completo resoconto riguardante tutte le
sue ruberie, i suoi abusi e i suoi comportamenti illegittimi. Pilato, però, era
semplicemente troppo vigliacco per attenersi a una linea d'azione ferma e
determinata - non a caso, la stessa ondivaga modalità di approccio che egli
adotterà quando dovrà confrontarsi con il caso relativo a un certo Gesù
Cristo:
«A questo punto, essendosi oltremodo adirato, ed essendo in ogni
occasione un uomo pervaso dalle più feroci passioni, egli si trovò in grande
difficoltà, non potendo decidersia cedere in merito a ciò che egli aveva
già stabilito, essendo in alcun modo desideroso di compiere alcuna cosa
che fosse gradita ai suoi sudditi, ed essendo comunque sufficientemente
edotto della fermezza di Tiberio in merito a questioni del genere».
Ma gli ebrei si dimostrarono assai più determinati di quanto non lo fosse
lui: decisero infatto di stringere la loro presa su Pilato, indirizzando
«un'accorata lettera di supplica a Tiberio».
E i risultati non tardarono ad arrivare:
«Quando Tiberio ebbe letto la lettera, cosa non disse di Pilato, e quali
minacce non pronunziò l'imperatore nei suoi confronti! [...] Si infuriò
grandemente [...] Subito, senza attendere nemmeno un giorno, egli scrisse
una lettera, rimproverandolo e insultandolo nel modo più aspro per la sua
azione dall'audacia mai vista prima, ordinandogli di rimuovere
immediatamente quegli scudi». E gli scudi furono rimossi.
Fig. 47 - La rabbia dell'imperatore Tiberio nella Legatio ad Gaium di Filone d'Alessandria (edizione
latina pubblicata a Basilea nel 1554)
47
Dunque, secondo una tradizione letteraria risalente all'antichità, Ponzio
Pilato, il quinto prefetto della Giudea, nell'esercizio delle proprie funzioni
non si distinse affatto come un sottoposto particolarmente affidabile. Nella
sua qualità di funzionario subordinato, che occupava una posizione di
rilievo in qualità di governatore residente, in rappresentanza dell'imperatore
di Roma, presso una piccola, remota provincia, egli fu causa di
inconvenienti e preoccupazioni a motivo del proprio comportamento
noncurante, del tutto indifferente ai sentimenti e alle necessità delle
popolazioni da lui amministrate, tra l'altro alquanto turbolente. Dando così
adito a disordini continui e a indesiderato malcontento.
Questo scenario trova ulteriore conferma in un altro brano tratto da Flavio
Giuseppe. Nel suo Antichità giudaiche, redatto alla fine del primo secolo,
egli ci narra di un uomo originario della Samaria, una regione posta tra
Giudea e Galilea, il quale asseriva pubblicamente di essere in grado di
dissotterrare gli antichi contenitori sacri che furono seppelliti dallo stesso
Mosè sotto la cima di un locale rilievo, chiamato Gerizim. I samaritani si
radunarono con eccitazione presso un vicino villaggio, la folla pronta ad
ascendere quel monte per vedere i sacri vasi.
Ma Pilato, nel totale disprezzo di ogni loro aspettativa e credenza religiosa,
aveva deciso di giocare loro uno dei suoi scherzi così tipicamente crudeli
(Libro XVIII, Capitolo V):
«Pilato impedì che essi salissero sulla montagna, occupando le strade con
una nutrita schiera di uomini sia a piedi che a cavallo; i suoi soldati
piombarono su coloro che si erano radunati nel villaggio, e quando le
operazioni ebbero inizio, molti samaritani furono uccisi e molti altri messi
in fuga; e molti altri furono catturati vivi, tra i quali i più illustri e
importanti furono massacrati per ordine di Pilato».
Naturalmente, questo modo estremamente brutale di gestire l'ordine
pubblico nella provincia non fu affatto apprezzato dalla popolazione locale,
ed essi non tralasciarono di rivolgersi direttamente al successivo livello
gerarchico del potere di Roma:
«Dopo questi fatti, i nobili Samaritani inviarono un'ambasciata a Vitellio,
che [...] era in quel momento il governatore della Siria, e accusarono Pilato
48
dell'assassinio di coloro che erano stati uccisi, perché questi non si erano
affatto recati in quel villaggio per dare inizio a una rivolta contro i Romani,
ma avevano solo tentato di sfuggire alla furia di Pilato».
Fig. 48 - Pilato e il massacro dei Samaritani dalle Antichità giudaiche di Flavio Giuseppe (edizione greco-
latina pubblicata a Ginevra nel 1611)
Il risultato di questa assai legittima protesta fu che a Pilato fu ordinato «di
recarsi a Roma per rispondere, di fronte all'imperatore, delle accuse
presentate dai Giudei». Perciò egli «si affrettò a Roma, e questo al fine di
obbedire all'ordine di Vitellio, che egli non osava contraddire». Pilato, però,
non ritornò mai più in Giudea. Egli era stato responsabile di quel territorio
«per dieci anni», racconta Flavio Giuseppe, e fu ancora abbastanza
fortunato da riuscire a sfuggire alla punizione dell'imperatore, ma solo
perché «prima che egli potesse giungere a Roma, Tiberio era morto». Tutto
ciò ebbe luogo nel 37 d.C.
Ponzio Pilato, codardo e crudele quale egli fu, aveva dimostrato di non
essere affatto un abile gestore degli interessi di Roma in quelle lontane
province. Egli aveva invece manifestato una peculiare tendenza alla
creazione di fermento e malcontento tra le popolazioni soggette al dominio
romano. Filone d'Alessandria aggiunge alcune efficaci parole che bene
illustrano i tratti di quell'abietto e inadeguato prefetto (Legatio ad Gaium,
Capitolo XXXVIII - Fig. 8):
49
«Egli temette che essi [i giudei] potessere effettivamente recarsi in
ambasciata presso l'imperatore, e potessero rivelare alcune particolarità del
suo modo di governare, riferendo a proposito dei gravi reati da lui
commessi, del commercio di sentenze, delle sue estorsioni, della sua
abitudine di offendere le popolazioni locali, e anche dei massacri da lui
compiuti, e delle torture, e delle continue uccisioni di persone mai giudicate
né condannate, e, infine, della sua crudeltà perversa e smodata».
Fig. 49 - I tratti negativi della personalità e dell'azione amministrativa di Ponzio Pilato descritti da Filone
d'Alessandria nella Legatio ad Gaium (edizione latina pubblicata a Basilea nel 1554)
Secondo Flavio Giuseppe, egli si dimostrò anche incerto e titubante quando
le cose tendevano a mettersi male, nonché spesso desideroso di rimangiarsi
le proprie decisioni al solo scopo di evitare ulteriori problemi, essendo egli
«propenso a mutar di parere a proposito di ciò che aveva già fatto, non
volendo però che gli altri pensassero che stesse cambiando idea».
Fu questo, Ponzio Pilato: un uomo mediocre, il cui nome non sarebbe mai
stato celebrato ricordato dalla Storia, se non per i pochi passaggi scritti
su di lui da Filone d'Alessandria e Flavio Giuseppe, e per una manciata di
parole registrate su di una lastra di pietra, disseppellita presso un sito di
scavo di secondaria importanza in Palestina.
Eppure, la Storia ricorda assai bene il nome di Ponzio Pilato.
Perché egli interpretò un ruolo primario, fondamentale nella Passione di
Gesù Cristo: un evento fatidico che si verificò «nell'anno decimoquinto
dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della
Giudea ed Erode tetrarca della Galilea» (Luca 3:1).
Ponzio Pilato. Un personaggio che, nel corso di eventi di enorme criticità il
cui racconto sarebbe stato narrato e narrato ancora per i secoli a venire,
metterà in scena tutte le proprie peggiori qualità, così come descritte da
50
Filone d'Alessandria e Flavio Giuseppe: crudeltà, vera e propria codardia,
una tendenza all'esitazione, un perverso senso dell'umorismo.
Ma, a nostra disposizione, abbiamo anche ulteriori informazioni. Nel
prossimo paragrafo, andremo infatti a leggere le parole riportate da una
fonte primaria e di assoluto rilievo. Una fonte che riferisce il nome di
Ponzio Pilato nel suo ruolo di funzionario di elevato grado dell'Impero
Romano, rappresentandolo nella pienezza dei suoi poteri e della sua
autorità.
Fig. 50 - Ponzio Pilato nella sua qualità di personaggio primario nella vicenda della Passione
Stiamo per andare ad aprire le pagine dei Vangeli. Stiamo per andare a
leggere il racconto delle gesta di Pilato, il quinto prefetto romano della
Giudea.
8. L'uomo che lasciò morire Gesù
«Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: 'Che accusa portate contro
quest'uomo?'».
È questa la prima frase pronunciata da Ponzio Pilato al proprio apparire nel
racconto contenuto nel Vangelo di Giovanni (18:29). Gesù Cristo si trova in
piedi di fronte al prefetto, dopo la sua cattura da parte dei giudei. Questi
51
stanno tentando, con agitato tumulto, di convincere il governatore romano a
pronunciare una condanna, e una condanna a morte.
Pilato comincia a interrogare Gesù, ma non può che constatare,
dichiarandolo apertamente, di non riuscire a trovare «in lui nessuna colpa»
(Giovanni 18:38). Posto sotto evidente pressione, egli tenta di soddisfare il
desiderio di sangue della folla ordinando la flagellazione di Gesù. Ma
questo non risulta essere abbastanza per la moltitudine: quando il prefetto si
rivolge agli ebrei rumoreggianti dicendo «Ecco, io ve lo conduco fuori,
perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa» (Giovanni 19:4), essi
gli rispondono gridando di crocifiggere quel prigioniero.
Fig. 51 - Gesù Cristo è condotto innanzi a Ponzio Pilato (da Gesù di Nazareth, una miniserie televisiva
trasmessa nel 1977)
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Possiamo leggere queste parole, pronunciate da Pilato, così come esse
appaiono nei fogli 1377 e 1378 dell'antichissimo Codex Vaticanus (Vat. Gr.
1209), conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana, un
preziosissimo manoscritto risalente al quarto secolo e contenente il più
antico esemplare dei Vangeli, presentati nella loro versione originale in
lingua greca.
Fig. 52 - Pilato non trova colpe in Gesù (Giovanni 19:4), il testo greco così come appare nel Codex
Vaticanus (Vat. Gr. 1209), conservato presso la Biblioteca Apostolica Vaticana a Roma, folia 1377 e 1378
Ora Pilato viene a trovarsi incastrato in un frangente assai critico. E
sappiamo, da Flavio Giuseppe e Filone d'Alessandria, che quando egli
comincia a essere messo alle strette, i tratti sanguinari del prefetto di Roma
tendono a manifestarsi con minore intensità, ed egli inizia ad assumere,
invece, un atteggiamento esitante.
Il governatore prova allora a disfarsi di quel caso, rivolgendosi ai capi degli
ebrei nel modo seguente: «prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in
lui nessuna colpa» (Giovanni 19:6), dichiarando così per la terza volta
come egli ritenga che a carico di Gesù non sussista alcun motivo perché la
legge romana debba perseguirlo.
Ma la reazione del popolo è furiosa, e il prefetto romano «ebbe ancora più
paura» (Giovanni 19:8).
53
Fig. 53 - La paura di Pilato (Giovanni 19:8), con evidenziata la parola 'impaurito' (Codex Vaticanus - Vat.
Gr. 1209, Biblioteca Apostolica Vaticana, folium 1378)
Pilato ha paura, e possiamo leggere questa fondamentale parola, in lingua
greca, ingrandita nella figura presentata qui sopra. Il prefetto ha motivo di
temere gravi conseguenze, sia per la propria autorità che per la propria
personale sicurezza, nel caso egli non dovesse cedere alle pressanti
richieste reiterate dagli ebrei e dai loro capi. In questa difficile situazione,
egli pronuncia le famose parole «Che cos'è la verità?» (Giovanni 18:38); è
chiaro, però, come non si tratti affatto di una domanda da pensatore e
filosofo, ma piuttosto di un espediente, di un tentativo per guadagnare
ulteriore tempo, pensando e ripensando in cuor suo quale possa essere la
via d'uscita che possa condurlo fuori da questo assai pericoloso frangente.
Fig. 54 - «Che cos'è la verità?» (Giovanni 18:38) dal Codex Vaticanus (Vat. Gr. 1209, Biblioteca
Apostolica Vaticana, folium 1377)
È questo il momento, specifico e fondamentale, in cui, secondo un'antica
tradizione, Ponzio Pilato viene caricato della propria gravissima, fatale,
imperdonabile colpa: egli cede alle richieste degli ebrei, e accetta di
procedere con l'esecuzione di Gesù Cristo, il Figlio di Dio.
Egli stesso pronuncia le parole che segneranno il suo personale destino per
i secoli a venire: «Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di
metterti in croce?» (Giovanni 19:10). Ma, come avremo modo di vedere in
54
seguito, egli non dispone affatto di questo potere: potere che appartiene,
secondo la tradizione esegetica protocristiana, solamente a Dio.
Pilato avrebbe ben potuto impartire l'ordine di liberare Gesù. Egli
disponeva certamente del potere di assolverlo da ogni accusa. Ma non lo
fece. Decise, invece, di cedere alla volontà della turbolenta moltitudine
giudea. Per paura. Perché, gli fu detto, «se liberi costui, non sei amico di
Cesare. Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare» (Giovanni 19:12).
Fig. 55 - Il potere di Pilato di liberare o condannare a morte (Giovanni 19:10) con la parola 'potere',
'autorità' evidenziata due volte, dal Codex Vaticanus (Vat. Gr. 1209, Biblioteca Apostolica Vaticana,
folium 1378)
E così «Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita» (Luca
23:24). «Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso. Essi allora presero
Gesù» (Giovanni 19:16-17).
Sarà proprio questa macchia indelebile a lordare per sempre la memoria di
Ponzio Pilato. La sua figurà rimarrà scolpita nella Storia per mezzo di quei
singoli, potenti tratti rappresentati nel Vangelo di Matteo:
«Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva sempre
più, presa dell'acqua, si lavò le mani davanti alla folla: 'Non sono
responsabile, disse, di questo sangue: vedetevela voi'» (Matteo 27:24).
E dunque, nella propria codardia, «Pilato, volendo dar soddisfazione alla
moltitudine [...], lo consegnò [Gesù] perché fosse crocifisso» (Marco
15:15).
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Eppure, quando la pressione del popolo sul prefetto diminuisce, Ponzio
Pilato non può non recuperare i propri atteggiamenti più tipici, a noi già
ben noti grazie ai brani di Filone d'Alessandria e Flavio Giuseppe. Egli,
infatti, non trascura l'opportunità di dare spazio, ancora una volta, al lato
perverso della propria personalità: «Pilato compose anche l'iscrizione e la
fece porre sulla croce; vi era scritto: 'Gesù il Nazareno, il re dei Giudei'»
(Giovanni 19:19).
Si tratta di un riferimento al notissimo 'Titulus Crucis', l'insegna lignea che
fu posta dai soldati romani sulla parte più alta della Croce, per ordine dello
stesso Pilato. E ciò che, tradizionalmente, si ritiene possa essere proprio
questa antica reliquia è oggi conservato presso la Basilica di Santa Croce in
Gerusalemme, a Roma.
Fig. 56 - Il 'Titulus Crucis' conservato presso la Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, Roma
Come riferito nel Vangelo di Giovanni, sembra, a questo punto, che Pilato
possa essere ancora capace di un ultimo, inutile anelito ispirato a fermezza
e dignità: e quando i giudei gli chiedono di voler dare ordine di rimuovere
quella scritta inappropriata e inverosimile, apposta sulla Croce, egli
risponde seccamente «Ciò che ho scritto, ho scritto» (Giovanni 19:22). Sarà
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questo l'unico segno di ardimento mostrato da Pilato nel corso dell'intera
vicenda riportata nei Vangeli.
E termina proprio qui la nostra ricapitolazione relativa all'antica tradizione
letteraria, classica ed evangelica, concernente la figura del quinto prefetto
romano della Giudea.
Ma cosa può avere a che fare, tutto questo, con un piccolo lago annidato
all'interno di un circo glaciale situato presso una catena montuosa in Italia?
Quale può essere il legame di tutta questa tradizione con il massiccio dei
Monti Sibillini?
Fig. 57 - «Ciò che ho scritto, ho scritto» (Giovanni 19:22) dal Codex Vaticanus (Vat. Gr. 1209, Biblioteca
Apostolica Vaticana, folium 1378)
Per comprendere quale possa essere questo legame, dobbiamo ancora
procedere oltre, al fine di illustrare la complessa eredità che Ponzio Pilato
ha lasciato, nei secoli e nei millenni, alle epoche successive. Un'eredità
fatta di disprezzo e condanna.
E di dannazione.
Michele Sanvico
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FINE DELLA PARTE 1
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Per il seguito del presente articolo
fare riferimento alla Parte 2 e alla Parte 3
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