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SIBILLA APPENNINICA: UN VIAGGIO NELLA STORIA ALLA RICERCA DELL'ORACOLO

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Il mistero del Monte Sibilla, in Italia, è un enigma antico e ancora inspiegato. La montagna innalza il proprio picco tra l'Umbria e le Marche. La grotta sulla cima è stata oggetto di visite, per secoli, da parte di uomini provenienti da ogni parte d'Europa, in cerca del leggendario reame sotterraneo della Sibilla degli Appennini. Una ricerca che non si è ancora conclusa. In questo articolo, Michele Sanvico effettua un'investigazione sugli antichi riferimenti alla Sibilla Appenninica attraverso le fonti medievali e romane, proponendo infine un nuovo percorso di ricerca in relazione alla vera origine della leggenda sibillina.
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MICHELE SANVICO
SIBILLA APPENNINICA
IL MISTERO E LA LEGGENDA
SIBILLA APPENNINICA: UN VIAGGIO NELLA STORIA
ALLA RICERCA DELL'ORACOLO1
1. Indietro fino al quindicesimo secolo e oltre
Nel quindicesimo secolo, una strana dicerìa aveva iniziato a circolare in
tutta Europa: che vi fosse un luogo magico situato presso una remota
montagna dell'Italia centrale, lontano dalle vie principali di comunicazione
che conducevano pellegrini e viandanti dalle regioni europee del lontano
nord fino al centro sacro della Cristianità, nonché capitale di un antico
impero ormai scomparso, Roma.
Si narravano storie a proposito di una Sibilla, che si diceva dimorasse al di
sotto di un picco roccioso appartenente alla catena degli Appennini, posto
tra le province italiane dell'Umbria e delle Marche: la grotta della Sibilla, il
cui ingresso si trovava sulla cima della montagna, costituiva l'accesso ad
una sorta di reame incantato, ben nascosto all'interno della titanica massa di
pietra del monte, abitato da leggiadre damigelle e ricolmo di tutte le gioie
che un cuore umano potesse mai desiderare. La Sibilla, oracolo e
profetessa, governava su quel mondo, svelando le cose future e
intrattenendo nel peccato i cavalieri in visita, facendo in modo che essi
perdessero la propria anima per sempre, e fossero così condannati alla
dannazione eterna.
Questo racconto leggendario avrebbe conosciuto una grandissima
diffusione, a valle della pubblicazione di un romanzo cavalleresco, Guerrin
Meschino dello scrittore e cantastorie Andrea da Barberino, e di un
1 Articolo pubblicato il 29 settembre e il 2, 6, 11, 13, 15, 16, 19, 21 ottobre 2018
(http://www.italianwriter.it/TheApennineSibyl/TheApennineSibyl_LegendOrigin.asp)
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resoconto di viaggio, Il Paradiso della Regina Sibilla, il cui autore è il
gentiluomo provenzale Antoine de la Sale: entrambi narrarono della sinistra
tradizione secondo la quale una Sibilla viveva all'interno di una montagna
che si innalzava tra Norcia e Montemonaco. Un mito che avrebbe attratto
viaggiatori da ogni parte d'Europa, per molti secoli, fino a quel solitario
picco coronato, il Monte Sibilla, presso il quale un'oscura caverna
attendeva che i visitatori venuti da lontano penetrassero nei suoi segreti
recessi, andando così incontro a un destino di perdizione.
Fig. 1 - Il Monte Sibilla, la vetta che si innalza negli Appennini tra le regioni dell'Umbria e delle Marche
Tutto questo aveva luogo a partire dal quindicesimo secolo.
La domanda, però, è: cosa era avvenuto prima di allora?
Se vogliamo cercare di gettare una luce indagatrice sulla spinosa questione
relativa alla misteriosa, enigmatica origine della leggenda della Sibilla
Appenninica, dobbiamo tentare di comprendere se quel racconto fiabesco
fosse già esistente, nonché attestato, nel corso di secoli ancora più antichi.
Era già nota, la Sibilla, ed era già oggetto di attenzione letteraria, prima del
quindicesimo secolo? È possibile rintracciare altre citazioni che siano
relative alla Sibilla Appenninica in opere scritte nei secoli che precedono la
pubblicazione di Guerrino Meschino e Il Paradiso della Regina Sibilla?
Quali altri autori, se mai ne esistono - oltre ad Andrea da Barberino e
Antoine de la Sale - hanno mai narrato di quell'oracolo che si riteneva
risiedesse al di sotto di un'isolata cima dell'Italia centrale?
Quando esattamente la Sibilla ha cominciato ad abitare sotto quella
montagna?
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Con la serie di capitoli che seguiranno, proveremo a condurre
un'approfondita indagine su questa affascinante materia. E troveremo che le
risposte che saremo in grado di reperire - o l'assenza di esse - potranno
raccontarci molto più di quanto non ci si possa aspettare a proposito della
vera origine del racconto leggendario della Sibilla Appenninica.
2. Le prime menzioni letterarie della presenza di una Sibilla tra Norcia e
Montemonaco
In quale momento della storia si cominciò a ritenere che una Sibilla
dimorasse all'interno del Monte Sibilla?
Fig. 2 - Una visione ravvicinata della cima coronata del Monte Sibilla
3
A partire dal quindicesimo secolo, un racconto leggendario aveva
cominciato a diffondersi in tutta Europa, con una vitalità che non si sarebbe
spenta per molte centinaia di anni: il mito di una Sibilla Appenninica e del
suo regno sotterraneo, celato all'interno di una montagna che innalza il
proprio picco coronato in una remota regione dell'Italia centrale.
Due opere letterarie avevano contribuito ad accrescere la fama di quel
racconto, due componimenti risalenti entrambi al quindicesimo secolo:
Guerrin Meschino, il romanzo cavalleresco di Andrea da Barberino, un best
seller che, nei secoli successivi, avrebbe conosciuto una grandissima
diffusione; e Il Paradiso della Regina Sibilla, il resoconto di un viaggio
compiuto nel 1420 da un gentiluomo provenzale, Antoine de la Sale, che si
era spinto fino alla cima della Sibilla e alla grotta leggendaria.
Fig. 3 - Il brano tratto dal Paradiso della Regina Sibilla così come appare in La Salade di Antoine de la
Sale, nell'edizione a stampa pubblicata a Parigi nel 1527
Da quel momento in poi, la fama di quella caverna, che apriva una via
d'accesso a un regno nascosto e sensuale, avrebbe iniziato il proprio lungo
viaggio attraverso le nazioni d'Europa, acquistando ulteriore forza grazie
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all'identificazione di quel sito italiano con la leggendaria 'Montagna di
Venere', il fiabesco picco menzionato in un antico racconto tedesco,
relativo a un cavaliere di nome Tannhäuser.
Ma cosa avevano riferito, quei due autori quattrocenteschi, a proposito
della Sibilla Appenninica?
Nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla, Antoine de la Sale, il cortigiano
provenzale, racconta al lettore «le cose meravigliose che si trovano nel
monte della Sibilla e nel suo lago [... il] monte della regina Sibilla, del
quale già udii molto narrare in differenti modi» [Nel testo originale
francese: «les merveilleuses choses qui sont es montz de la Sibile et de son
lac [... le] mont de la royne Sibille, de quoy j'ay oui tant deviser en
plusieurs manieres»].
Fig. 4 - Il brano relativo alle montagne tra le quali la Sibilla aveva la propria dimora tratto da Guerrin
Meschino di Andrea da Barberino, nella versione stampata a Venezia nel 1480
Andrea da Barberino, nel proprio romanzo cavalleresco Guerrin Meschino,
risalente alla prima decade del quindicesimo secolo, ci racconta che «le
montagne dove è la Sibilla è in mezo de Italia dove sono tuti venti per ché
sono alte e za stavano li grifoni; e la più pressa cità che li sia se chiama
Norza [...] e passò le montagne de Asperamonte e vene a la cità de Norza la
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qual è in mezo de la grande montagna d'pinino [...] Respose uno homo
anticho che se fermò audire parlare e disse o gentilhomo lo è vero quelo
che dice costui e che la Sibilla è in questa nostra montagna per ché io me
recordo venire tre gioveni in questa terra: che ando[ro]no lì, doi tornono e
l'altro non tornò mai».
E dunque, è all'inizio del quindicesimo secolo che una Sibilla sembrerebbe
essersi decisamente insediata nel proprio regno sotterraneo, posto al di
sotto di una montagna situata in vicinanza di Norcia, non lontana dal
piccolo villaggio di Montemonaco.
Ma cosa possiamo affermare in merito ai lunghi secoli che, in precedenza,
erano trascorsi? Se la leggenda che noi chiamiamo 'della Sibilla
Appenninica' trovasse realmente origine nella regione dei Monti Sibillini,
dovremmo essere in grado di reperire menzioni ancor più antiche di questo
racconto fiabesco, contenute in opere letterarie di epoca anteriore, risalenti
al Medioevo o anche alla classicità romana.
Eppure, non siamo in grado di reperire assolutamente nulla. È come se la
Sibilla Appenninica fosse apparsa in quei luoghi partendo da una sorta di
condizione di non-esistenza, perché nessun documento più antico ce ne
fornisce menzione alcuna.
È un dato di fatto, come vedremo, che non sia possibile reperire il minimo
riferimento a una Sibilla dimorante nell'area di Norcia prima del
quindicesimo secolo.
È vero questo? Proviamo a cercare. E andiamo a vedere cosa succede.
3. L'assenza di riferimenti medievali a una Sibilla nel territorio di Norcia
Nel corso del quindicesimo secolo, grazie ad alcuni brani contenuti in due
opere letterarie composte da Andrea da Barberino e Antoine de la Sale, una
Sibilla fa la propria apparizione in un'impervia regione degli Appennini, nel
centro dell'Italia.
Ma da dove proviene questa Sibilla?
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Se ci poniamo alla ricerca di menzioni e riferimenti più antichi, ci
imbattiamo soltanto in uno sconcertante silenzio.
Il più risalente riferimento a noi noto, che riguardi le leggende operanti
nell'area da noi conosciuta oggi con il nome di Monti Sibillini, si trova in
Petrus Berchorius, un abate benedettino che scrive e opera nelle prime
decadi del quattordicesimo secolo. Come abbiamo avuto modo di illustrare
in precedenti articoli, Berchorius, nel suo Reductorium Morale, ci riferisce
di avere «udito narrare un terribile racconto a proposito di Norcia, città
d'Italia... tra le montagne che si innalzano in prossimità di questa città si
trova un lago, dagli antichi consacrato ai dèmoni, e da questi visibilmente
abitato» [nel testo originale latino: «Exemplum terribile esse circa Norciam
Italie civitatem audivi... inter montes isti civitati proximos esse lacum ab
antiquis daemonibus consecratum et ab ipsis sensibiliter inhabitatum»].
Fig. 5 - Il Reductorium Morale di Petrus Berchorius con il brano relativo al lago di Norcia (Bibliothèque
Nationale de France, Département des Manuscrits, Latin 16786)
Benché Berchorius menzioni esplicitamente un magico lago, da noi oggi
conosciuto con l'appellativo di 'Laghi di Pilato', egli non registra alcun
riferimento rispetto a qualsivoglia Sibilla che dimori in una delle montagne
che si innalzano in quella stessa area.
E lo stesso accade con Fazio degli Uberti, poeta nato a Pisa nel 1305, il
quale si occupa sia di Norcia che del territorio delle Marche nel suo poema
Il Dittamondo: eppure, egli scrive solamente che «la fama qui non vo’
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rimagna nuda - del monte di pillato, dov’è il lago [...] però che qua
s’intende in Simon mago - per sagrar il suo libro in su monta - secondo che
per quei di là si conta».
Proprio come Berchorius, Fazio degli Uberti non offre alcuna menzione
che possa riguardare una Sibilla dimorante in prossimità di Norcia. Egli
scrive il suo poema all'inizio della seconda metà del quattordicesimo
secolo.
Fig. 6 - Il folium iniziale del Dittamondo di Fazio degli Uberti in un manoscritto risalente al 1447
(Bibliothèque Nationale de France, Département des Manuscrits, Italien 81)
Petrus Berchorius e Fazio degli Uberti sono gli unici autori a consegnarci
passaggi letterari connessi alle leggende operanti nella regione dei Monti
Sibillini, prima che Andrea da Barberino e Antoine de la Sale scrivessero le
loro fortunate opere. E quei due autori non pronunciano nemmeno una
parola che riguardi la presenza di una Sibilla, limitandosi a riferire della
presenza dei magici Laghi di Pilato.
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Fig. 7 - I versi scritti da Fazio degli Uberti sul Lago di Pilato, tratti dal suo Dittamondo (Bibliothèque
Nationale de France, Département des Manuscrits, Italien 81, folium 95v)
Potremmo forse ipotizzare di riuscire a reperire riferimenti ad una Sibilla
Appenninica dimorante tra le montagne che circondano Norcia all'interno
delle antiche fonti storiche locali. Eppure, se proviamo a consultare gli
Statuti del Comune et Populo della Terra di Norcia, una raccolta di norme
e regolamenti risalente al 1346 e pubblicata in edizione a stampa nel 1526,
nemmeno in quest'opera riusciamo a imbatterci in alcun riferimento alla
Sibilla degli Appennini. Il Libro VI degli Statuti è interamente dedicato alla
ripartizione, per scopi agricoli e di pascolo, delle pianure e delle elevazioni
erbose situate ai piedi del Monte Vettore, nell'area dove si trova, ancora
oggi, il piccolo insediamento di Castelluccio di Norcia. Ma nulla viene
detto a proposito di alcuna Sibilla, sia in questo specifico Libro che nel
resto degli interi Statuti.
È possibile per noi rintracciare ulteriori riferimenti a una Sibilla nell'ambito
della storia locale di Norcia? Solo in parte. Ad esempio, possiamo prendere
in considerazione un lungo brano relativo proprio alla grotta della Sibilla e
ai Laghi di Pilato all'interno delle Istorie dell’antica città di Norsia,
un'opera redatta da Padre Fortunato Ciucci, monaco appartenente all'ordine
fondato da Papa Celestino V, parte della più vasta famiglia monastica
benedettina. Ma si tratta di un brano risalente al 1653, un anno
estremamente distante dalle fonti trecentesche che saremmo così desiderosi
di reperire. E la medesima considerazione può essere esplicitata
relativamente a una serie di ulteriori fonti locali, come il poeta seicentesco
Giovanni Battista Lalli, originario di Norcia, il quale scrisse molti versi a
proposito della Sibilla.
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Fig. 8 - Il leone rappresentante la città di Norcia nell'edizione a stampa degli Statuti del Comune et
Populo della Terra di Norcia, 1526
Fig. 9 - La sezione dedicata alla ripartizione delle terre in quota contenuta negli Statuti del Comune et
Populo della Terra di Norcia, 1526
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Se ci rivolgiamo agli otto libri delle Memorie Storiche di Norcia, scritte nel
1869 dall'erudito locale Feliciano Patrizi-Forti, un'opera assai ben
informata sulla storia della città dall'età preromana fino al diciannovesimo
secolo, una menzione, quasi del tutto insignificante, a proposito della
Sibilla Appenninica è contenuta nel Libro VII, Capitolo XIX, nella forma
di una breve citazione tratta dalla relazione redatta da un emissario
pontificio, Innocenzo Malvasia, nel 1587:
«A la spalla di detto Monte [di Castelluccio] verso levante vi sono due
laghi, de quali parla fra Leandro et più minutamente il Biondo, massime
intorno alle superstizioni, et lontano di là circa quattro miglia vi è la Grotta,
la qual dicono fusse de la Sibilla; de la qual grotta et laghi si raccontano
molte cose, et varij accidenti».
Ma il Malvasia scrive nel sedicesimo secolo, e si limita a fornire riferimenti
tratti da brani più risalenti, tratti dalla Descrittione di tutta l'Italia di
Leandro Alberti, un'opera scritta nella prima metà di quello stesso
sedicesimo secolo, e dal volume De Italia Illustrata di Flavio Biondo,
scritto dopo il 1440: entrambi sono testi di non particolare antichità, che
nulla aggiungono alla nostra ricerca, orientata al reperimento di fonti ancor
più antiche.
Potremmo allora rivolgerci a un altro intrigante riferimento fornitoci dallo
stesso Feliciano Patrizi-Forti nel Libro 2, Capitolo XXII, dove egli si
occupa di Castelluccio: qui, infatti, aggiunge una nota a pié di pagina,
contenente una citazione asseritamente tratta dal geografo classico Claudio
Tolomeo, che affermerebbe quanto segue: «nell'Appennino si trova un
enorme e spaventoso antro che il volgo afferma essere la grotta della
Sibilla....» [«in Appennino immane horribileque antrum quod Sybillae
caverna vulgo dicitur...» nella nota in latino]. Ma - come avremo modo di
vedere in seguito nell'ambito di questa serie di articoli - benché questo
brano sembri poter fornire la 'pistola fumante' in relazione all'origine
classica della Sibilla Appenninica, c'è in esso qualcosa di errato. Ne
discuteremo approfonditamente in seguito.
Dunque, solamente due menzioni, una di scarsa significatività e un'altra
posizionata in nota: in tutta evidenza, Patrizi-Forti non pare considerare la
leggenda della Sibilla come un elemento di alcun significato per Norcia e
per la sua storia, con una totale assenza di riferimenti alla Sibilla all'interno
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dei primi libri del suo compendio storico, proprio quelli nei quali egli si
occupa della più antica porzione della storia di Norcia.
Dunque, allo sguardo del ricercatore appare chiaramente come nessuna
antica citazione a proposito della Sibilla possa essere rinvenuta in alcuna
fonte locale che sia contenuta negli archivi storici di Norcia. La Sibilla
sembra apparire in città dal nulla, proprio grazie ai riferimenti contenuti nel
Guerrin Meschino di Andrea da Barberino e nel Paradiso della Regina
Sibilla di Antoine de la Sale.
Parrebbe proprio che nessun segno della presenza della Sibilla nell'area di
Norcia possa essere rinvenuto prima dell'inizio del quindicesimo secolo.
Nessun testo medievale pare riferire alcunché in merito all'esistenza di una
Sibilla Appenninica.
Possiamo rintracciare ulteriori menzioni in opere letterarie che siano ancor
più antiche? È possibile che testi classici, di epoca romana, contengano i
riferimenti che cerchiamo a una Sibilla Appenninica presente tra le
montagne che si innalzano tra Norcia e Montemonaco? Nell'antichità,
quella Sibilla era conosciuta, oppure no?
Andremo ad analizzare questa importante questione in dettaglio. Nel
prossimo paragrafo.
4. Roma antica, Lattanzio e un'elencazione di Sibille
Come abbiamo avuto modo di vedere nei precedenti articoli, non è
possibile rintracciare alcun riferimento alla Sibilla Appenninica prima
dell'inizio del quindicesimo secolo. Nessuna opera letteraria di epoca
medievale ne fa menzione, risulta possibile reperire alcun segno del
fatto che la sua presenza fosse stata rilevata e registrata negli Statuti tardo-
medievali della città di Norcia.
Dunque, proviamo ad approfondire ulteriormente questa investigazione
spingendoci ancor più indietro nel tempo, fino a epoche ancora più antiche.
Torniamo nel passato, rechiamoci nell'antica Roma, in cerca di una
citazione che possa dimostrare compiutamente come la Sibilla Appenninica
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fosse nota e riconosciuta in qualità di oracolo attivo tra le montagne
dell'Appennino, tra Norcia e Montemonaco.
Scopriremo, però, come ciò costituisca un compito estremamente arduo.
Se andiamo a prendere in considerazione la più famosa enumerazione di
Sibille classiche presentata nel Libro I, Capitolo VI dell'opera De divinis
institutionibus adversus gentes di Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio, autore
cristiano e consigliere dell'imperatore Costantino nel quarto secolo,
troviamo come nella lista di Lattanzio, comprendente dieci Sibille, non sia
possibile identificare alcun oracolo che possa avere un legame con la nostra
abitatrice degli Appennini:
«È noto come le Sibille siano state in numero di dieci. Tutte furono
elencate [da Marco Varrone] sulla base degli autori che scrissero a
proposito di ognuna. La prima fu la Persica, che fu menzionata da
Nicanore, il quale celebrò le gesta di Alessandro il Macedone. La seconda,
Libica, ricordata da Euripide nel prologo delle Lamie. La terza, Delfica, di
cui parlò Crisippo nel suo libro sulle divinazioni. La quarta, Cumea in
Italia, che Nevio nominò nei suoi libri sulla guerra punica, e Pisone nei suoi
annali. La quinta, Eritrea, che Apollodoro di Eritre afferma essere
originaria della sua stessa città. Fu questa che, vedendo partire i Greci da
Troia, vaticinando predisse la distruzione della città, annunciando che
Omero avrebbe scritto su di essa molti falsi versi».
Fig. 10 - Il sommario presente in una preziosissima edizione del De Divinis Institutionibus di Lucio
Cecilio Firmiano Lattanzio, stampata nel 1465 presso l'abbazia benedettina di Subiaco
13
[Nel testo originale latino: «Ceterum Sibillas decem numero fuisse.
Easquem omnes [M. Varro] numeravit sub auctoribus, qui de singulis
scriptitarunt. Primam fuisse de Persis, cujus mentionem fecerit Nicanor, qui
res gestas Alexandri Macedonis scripsit. Secundam Libicam cujus meminit
Euripides in Lamiae prologo. Tertiam Delphicam de qua Chrisippus
loquitur in eo libro quem de divinatione composuit. Quartam Cumaeam in
Italia, quam Nevius in libris belli Punici, Piso in annalibus nominant.
Quintam Erithraeam, quam Appollodorus erithraeus affirmat suam fuisse
civem. Eamque Graiis Ilium petentibus vaticinatam et perituram esse
Trojam et Homerum mendatia scripturum»].
In questo primo passaggio tratto dal catalogo di Lattanzio - una citazione, a
propria volta, tratta da un brano delle Antiquitates rerum humanarum et
divinarum, opera perduta di Marco Terenzio Varrone, un letterato del primo
secolo a.C. - troviamo le prime cinque Sibille, e nessuna di esse presenta
relazione alcuna con la catena italiana degli Appennini. In particolare, la
quarta Sibilla, la «Cumea», talvolta denominata anche «Cimmeria», non ha
alcun legame con gli Appennini, trattandosi di un oracolo fortemente
connesso all'area di Cuma, in prossimità di Napoli, e alla Sibilla Cumana,
settima nella lista stilata da Lattanzio, come notato da molti studiosi e come
è stato già dimostrato nel mio precedente articolo Una Sibilla chiamata
Cimmeria: una ricerca sul potenziale legame con la Sibilla Appenninica.
Ma continuiamo ad analizzare la lista tramandataci da Lattanzio:
«La sesta, Samia, della quale Eratostene trovò menzione negli antichi
annali di Samo; la settima, Cumana, conosciuta anche come Amaltea, e
chiamata da altri Demofile, che offrì i propri libri al Re Tarquinio Prisco
[...]; l'ottava, dell’Ellesponto, originaria del territorio della Troade, presso il
villaggio di Marpesso, vicino alla città di Girgite, della quale Eraclite del
Ponto scrisse che fosse vissuta ai tempi di Solone e Ciro. La nona, Frigia,
che vaticinò in Ancyra. La Decima, Tiburtina, chiamata anche Albunea,
onorata come dea vicino alle rive del fiume Aniene, nei cui gorghi si dice
fosse stato rinvenuto un simulacro di questa Sibilla, reggente nella mano un
libro».
14
[Nel testo originale latino: «Sextam Samiam de qua scripsit Eratosthenes in
antiquis annalibus Samiorum repperisse se scriptum. Septimam Cumanam
nomine Amaltheam quae ab aliis Demophile nominatur, eamque novem
libros attulisse ad regem Tarquinium Priscum [...]. Octavam Hellespontiaca
in agro troiano natam vico marmesso circa oppidum girgithium quam
scribit Heraclides Ponticus Solonis et Cyri fuisse temporibus. Nonam
Phrygiam, quae vaticinata sit Ancile. Decimam Tiburtem nomine
Albuneam quae Tiburi colitur ut dea juxta ripas amnis Anienis, cujus in
gurgite simulacrum ejus inventum esse dicitur tenens in manu librum»].
Fig. 11 - L'elencazione di Sibille tratta dall'edizione stampata nel 1465 del De Divinis Institutionibus di
Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio
15
Anche in questa seconda parte del catalogo è possibile notare l'assenza di
qualsiasi riferimento a una Sibilla Appenninica, essendo le sole Sibille
italiche menzionate da Lattanzio quelle, famosissime, di Cuma (non
lontano da Napoli) e Tiburtina (da Tivoli, in prossimità di Roma).
Dunque, l'enumerazione di antiche Sibille appartenenti al mondo classico
tramandataci da Lattanzio non ci offre alcuna traccia che possa essere
favorevolmente valutata in relazione alla possibile origine antica di un sito
oracolare situato tra le vette degli Appennini.
È possibile percorrere un diverso sentiero, che sia comunque antico, alla
ricerca di una conferma - se mai disponibile - della presenza di una Sibilla
Appenninica quando Roma era una potenza egemone nel mondo classico?
Proveremo ad analizzare una serie di ulteriori brani e citazioni, allo scopo
di verificare se sia possibile reperire nuovi, rilevanti indizi.
5. Siti oracolari e devozionali nell'Appennino
Nel corso del nostro viaggio attraverso la storia dell'antica Roma in cerca di
una possibile origine classica della leggenda relativa alla Sibilla
Appenninica, abbiamo evidenziato come risulti mancare qualsivoglia
riferimento a questa Sibilla nel celebre catalogo tramandatoci da Lucio
Cecilio Firmiano Lattanzio nel quarto secolo d.C.
Eppure, appare innegabile come la letteratura di Roma antica registri una
qualche sorta di connessione tra siti oracolari e la catena montuosa degli
Appennini, la dorsale che corre lungo l'intera lunghezza della penisola
italiana.
Proviamo allora a riprendere in considerazione i brani a noi noti che
contengono menzioni relative a questo specifico legame (tra oracoli e gli
Appennini), al fine di verificare se essi possano manifestare eventuali
legami con le leggende e le tradizioni che riguardano la Sibilla
Appenninica. Abbiamo già presentato questi brani nel nostro precedente
articolo Il mondo della Sibilla: gli Appennini e i Monti Sibillini, e li
riproponiamo brevemente in questa sede.
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Un passaggio interessante è contenuto nell'Historia Augusta, una raccolta
di biografie di imperatori romani redatta nel quarto secolo. Nella sezione
dedicata a Claudio II il Gotico, proclamato imperatore dalle sue stesse
legioni nel 268 d.C., possiamo reperire una possibile connessione tra
oracoli e Appennini.
Fig. 12 - La sezione relativa a Claudio II il Gotico dall'Historia Augusta (Biblioteca Apostolica Vaticana,
manoscritto Pal. Lat. 899, nono secolo)
Dopo avere ottenuto responsi oracolari a proposito dei destini della propria
discendenza a Comagena, avamposto situato presso la frontiera con il
Norico (l'odierna regione danubiana), l'imperatore Claudio decide di
ottenere un ulteriore vaticinio, come ci racconta l'autore latino Trebellio
Pollione:
«Successivamente, essendosi egli recato nell'Appennino per conoscere del
proprio futuro, ricevette il seguente responso: "Solamente per tre volte
l'estate lo vedrà regnare sul Lazio". Poi, quando egli domandò della propria
discendenza: "Io non porrò al loro governo limiti confini". E infine,
chiedendo del proprio fratello Quintillo, che egli voleva associare nel
governo imperiale, gli fu risposto: "Non a lungo i fati lo mostreranno alle
genti"».
17
[Nel testo originale latino: «Item cum in Appennino de se consuleret,
responsum huius modi accepit: "Tertia dum latio regnantem viderit aestas”.
Item cum de posteris suis: "His ego nec metas rerum nec tempora ponam".
Item cum de fratre Quintillo, quem consortem habere volebat imperii,
responsum est: "Ostendent terris hunc tantum fata"»].
Fig. 13 - Il brano tratto dall'Historia Augusta che menziona un oracolo presente negli Appennini
(Biblioteca Apostolica Vaticana, manoscritto Pal. Lat. 899, nono secolo)
Ci troviamo dunque di fronte a un oracolo che rende profezie tra le remote
vette degli Appennini, un primo indizio di una speciale valenza magica
della quale gli Appennini apparirebbero essere portatori. Purtroppo, però, il
testo non fornisce ulteriori dettagli in merito a dove sia situato tale sito
oracolare. Né viene menzionata la specifica presenza di una Sibilla.
Un'ulteriore citazione di peculiare interesse è tratta dalla famosa opera Vite
dei Cesari dell'autore classico Svetonio, vissuto nel I sec. d. C. Nei
passaggi dedicati ad Aulo Vitellio Germanico Augusto, che fu imperatore
nel 69 d.C. per soli nove mesi, dopo i brevissimi regni di Galba e Otone,
troviamo il racconto di una notte speciale di festeggiamenti e celebrazioni
che Vitellio trascorse proprio tra gli Appennini, successivamente alla
disfatta e alla morte del suo rivale, l'imperatore Otone:
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«Egli aprì botti di vino puro e lo distribuì tra i suoi. Con la stessa arroganza
e vanità, osservando la lapide scolpita alla memoria di Otone, dichiarò di
essere lui stesso degno di un tale mausoleo, e inviò il pugnale con il quale il
suo nemico si era ucciso alla colonia di Agrippina, affinché fosse dedicato
al Dio Marte. Inoltre, egli celebrò anche una veglia rituale notturna tra i
gioghi dell'Appennino. Infine, entrò nella città (Roma) al suono delle
trombe, vestito come un generale e indossando la spada...».
[Nel testo originale latino: «plurimum meri propalam hausit passimque
divisit. Pari vanitate atque insolentia lapidem memoriae Othonis inscriptum
intuens, dignum eo Mausoleo ait, pugionemque, quo is se occiderat, in
Agrippinensem coloniam misit Marti dedicandum. In Appennini quidem
iugis etiam pervigilium egit. Urbem denique ad classicum introiit paludatus
ferroque succinctus...»].
Fig. 14 - La sezione relativa all'imperatore Vitellio nelle Vite dei Cesari di Svetonio (Bibliothèque
Nationale de France, Département des Manuscrits, Lat 6115, nono secolo)
Dunque, secondo Svetonio, Vitellio aveva lasciato la Gallia e, nel dirigersi
verso Roma per essere acclamato nuovo e vittorioso imperatore, egli si era
19
fermato per un'intera notte con le sue truppe tra le vette dell'Appennino - la
terra natìa dei suoi antenati - per una festa sacra, una sorta di
ringraziamento reso agli Dèi per il favore concessogli. Quale montagna o
quale valle aveva scelto Aulo Vitellio per trascorrere quella notte di
celebrazioni? Nessuno lo sa. Ma certamente gli Appennini confermano la
propria speciale vocazione per gli oracoli, i luoghi di culto e le pratiche
rituali e devozionali, anche se Svetonio non fa menzione alcuna in merito
alla presenza di una Sibilla.
Fig. 15 - Gli Appennini menzonati da Svetonio nelle Vite dei Cesari
E così, non siamo ancora riusciti a fornire alcuna evidenza che una Sibilla
Appenninica, localizzata tra Norcia e Montemonaco, fosse conosciuta e
interpellata da visitatori interessati ai propri fati all'epoca dell'antica Roma.
Nondimeno, appare evidente come gli Appennini fossero considerati luoghi
presso i quali venivano resi oracoli e profezie. E sappiamo anche per certo
come una Sibilla fornisse effettivamente i propri responsi oracolari tra i
rilievi dell'Appennino. Chi era? Sfortunatamente, non si trattava
dell'oggetto della nostra ricerca, la Sibilla Appenninica: si trattava, invece,
di un'altra nostra vecchia conoscenza, la decima Sibilla nominata nella
classica elencazione di Lattanzio.
Si trattava, semplicemente, della Sibilla Tiburtina. Come mostreremo nel
prossimo paragrafo.
20
6. Una Sibilla tra gli Appennini (la Tiburtina)
Nel precedente paragrafo, abbiamo visto come i Romani considerassero gli
Appennini come un luogo adatto all'ottenimento di responsi oracolari e alla
celebrazione di speciali eventi cerimoniali. Ma, malgrado tutto questo, non
siamo riusciti a reperire alcun riferimento in merito alla possibile presenza
di una Sibilla tra le vette degli Appennini, e in particolare in relazione a una
Sibilla Appenninica che fosse attiva nel territorio corrispondente agli
odierni Monti Sibillini.
Eppure, secondo un'antica tradizione, esisteva effettivamente una Sibilla
che si reputava fosse attiva nell'Appennino. Si trattava forse della Sibilla
Appenninica? No: stiamo parlando, invece, della Sibilla Tiburtina, il
decimo oracolo elencato nel catalogo classico di Lattanzio, e nota anche
con l'appellativo di 'Albunea'.
Fig. 16 - La Sibilla Tiburtina in un riquadro affrescato della Cappella della Madonna Immacolata a
Padova
Ma la Sibilla Tiburtina, potremmo chiederci, non aveva forse sede in Tibur,
la moderna Tivoli, la piccola città situata a circa venticinque chilometri a
oriente di Roma?
Sì. Nondimeno, dobbiamo considerare come Tivoli sorga sui primi rilievi
dei Monti Tiburtini, che sono appunto parte della più estesa catena degli
Appennini: uno scenario pittoresco, ricco di cascate e precipizi - oggi come
21
nei passati millenni. E i Monti Tiburtini erano in effetti considerati,
nell'antichità, come picchi elevati e scoscesi.
E infatti, se andiamo a sfogliare le pagine dell'opera Commentarii in
Vergilii Aeneidos libros, scritta nel quinto secolo dall'erudito Servio Mario
Onorato, l'autore fa menzione di «Albunea. [...] quia est in Tiburtinis
altissimis montibus»: in epoca tardo-antica, la Sibilla Tiburtina era dunque
considerata come un oracolo situato «tra altissime montagne».
Erano, queste montagne, gli stessi Appennini? Non tutte le fonti ci offrono
una conferma in merito a questo specifico punto, ma alcune di esse
sembrano sostenere l'idea che la Sibilla Tiburtina dimorasse tra vette
appartenenti proprio alla catena degli Appennini.
Prendiamo la famosa 'leggenda dei nove soli', una profezia attribuita, in
epoca protocristiana, proprio alla Sibilla Tiburtina. Come abbiamo avuto
modo di illustrare nel nostro precedente articolo Il mondo della Sibilla: gli
Appennini e i Monti Sibillini, questo leggendario racconto è relativo a una
visione onirica, sognata da cento senatori romani nel corso della stessa
notte; una visione che la Sibilla interpretò come una successione di età
storiche, dall'impero romano all'avvento del Cristianesimo, seguiti da
conflitti futuri e poi dalla fine del mondo. Il racconto leggendario ci è stato
tramandato, nei secoli, in dozzine di copie manoscritte reperite in tutta
Europa.
Fig. 17 - Il brano relativo alla Sibilla Tiburtina e alla leggenda dei nove soli tratto dal Livre de Sibile
(Bibliothèque Nationale of France, Département des Manuscrits, Français 25407)
22
In alcuni dei manoscritti che riportano la profezia dei nove soli interpretata
dalla Sibilla Tiburtina (ad esempio, il Düsseldorf Codex C.1, citato dallo
studioso tedesco Ernst Sackur), la Sibilla risponde alla richiesta dei senatori
dicendo loro che fornirà il proprio responso «in apenninum», sulle
montagne dell'Appennino, considerate come sacre e incorrotte,
contrariamente alla sordida Roma. Questa stessa indicazione è presente
anche ne Le Livre de Sibile (Il Libro della Sibilla), un'opera anglo-
normanna del tredicesimo secolo attribuita a Philippe de Thaon, nella quale
si racconta il medesimo episodio concernente la Sibilla Tiburtina, la quale
esorta i senatori a recarsi «ki apenin anun».
Nel Liber Mirabilis, un'opera cinqucentesca che raccoglie una serie di
profezie, la Sibilla Tiburtina invita i senatori romani «in monte apennin».
Fig. 18 - La leggenda dei nove soli dal Liber Mirabilis, 1525
Infine, nel 1563 un'edizione a stampa delle opere del Venerabile Beda,
monaco benedettino vissuto nell'ottavo secolo in Inghilterra, riferisce le
parole «ad Apenninum montem».
Benché tutte le citazioni qui menzionate siano relative a secoli molto più
tardi rispetto all'epoca dell'impero romano, è chiaro come un qualche tipo
23
di legame sussista certamente tra la Sibilla Tiburtina e gli Appennini,
essendo tale legame ripetutamente ribadito nel corso di centinaia e
centinaia di anni, e sicuramente non era considerato come gratuito e
insussistente - specialmente se teniamo a mente la posizione presso la quale
la città di Tibur è situata, sui primi rilievi appenninici nei quali ci si imbatte
a est di Roma.
Fig. 19 - La leggenda dei nove soli come appare nel secondo libro delle Operum Venerabilis Bedae
presbyteri, pubblicate a Basilea nel 1563
E così, se dobbiamo rintracciare la presenza di una qualche Sibilla tra gli
Appennini, certamente un buon candidato è proprio la Sibilla Tiburtina, con
il suo sito oracolare posizionato a Tibur, la moderna Tivoli, adagiata sui
Monti Tiburtini, scoscesi rilievi collocati in uno scenario pittoresco
caratterizzato da cascate e dirupi. E in alcuni casi citato, nelle fonti degli
scorsi secoli, come 'Appennini'.
Ancora una volta, non siamo stati in grado di reperire alcuna specifica
menzione a proposito della presenza della nostra Sibilla Appenninica, nella
regione localizzata tra i territori dell'Umbria e delle Marche. Al momento,
siamo ancora bloccati alla situazione corrente: sulla base delle risultanze
della nostra breve esplorazione compiuta attraverso la letteratura dell'antica
Roma, sembrerebbe proprio che nessun passaggio relativo a una Sibilla
Appenninica che avrebbe dimorato in prossimità di Norcia sia mai stato
scritto da nessun autore noto, che abbia fatto parte degli ambienti letterari
della classicità romana.
24
Dunque, a questo stadio della nostra ricerca, siamo ancora inchiodati al
quindicesimo secolo, l'epoca più antica in corrispondenza della quale sia
possibile rintracciare dei riferimenti alla presenza di una Sibilla oracolare
attiva nel territorio di Norcia, così come ci raccontano due opere letterarie i
cui autori sono Andrea da Barberino e Antoine de la Sale.
In quale altra direzione possiamo allora pensare di rivolgerci? Proviamo ad
andare a ricercare nuovi indizi nell'ambito della geografia antica.
Potremmo forse essere in grado di trovare, in questo ambito, un possibile
riferimento. Cominciamo questa nuova esplorazione.
7. Uno sguardo ravvicinato alla Tabula Peutingeriana
Uno dei maggiori problemi nello studio della leggenda della Sibilla
Appenninica consiste nel fatto che nessuna menzione di essa pare essere
reperibile prima del quindicesimo secolo. Le fonti medievali non rendono
disponibile alcun riferimento che riguardi questa Sibilla, la letteratura
dell'antica Roma pare fornire alcun ulteriore indizio su di essa, malgrado
l'abbondanza di citazioni che possono essere rinvenute, nella tradizione
letteraria romana, a proposito di una pluralità di altre Sibille.
Dobbiamo considerare, però, come la letteratura non costituisca affatto
l'unica eredità a noi affidata da Roma antica. Ci rivolgeremo ora, infatti, a
una delle più affascinanti reliquie che la civiltà romana abbia mai fatto
pervenire fino al nostro mondo contemporaneo. Si tratta di un oggetto
unico che giunge nelle nostre mani direttamente dalla Roma imperiale,
qualcosa di così sconcertante da potere essere considerato come una sorta
di miracoloso lascito che ha attraversato i millenni quasi intatto, per
rendere testimonianza della vastità e della magnificenza dell'Impero
Romano.
Questo straordinario testimone è la Tabula Peutingeriana.
La Tabula Peutingeriana è un lungo rotolo di pergamena, lungo in origine
sei metri e ottanta centimetri, e ora suddiviso in 11 fogli, conservato presso
25
la Österreichischen Nationalbibliothek, la Biblioteca Nazionale Austriaca a
Vienna, e catalogato come Codex Vindobonensis n. 324.
Fig. 20 - Una vista completa della Tabula Peutingeriana (Codex Vindobonensis n. 324), conservata
presso l'Österreichischen Nationalbibliothek a Vienna
Se andiamo a collocare i fogli di pergamena uno dopo l'altro e fianco a
fianco, di fronte ai nostri occhi appare, improvvisamente, l'intero Impero
Romano. Dalle Isole Britanniche a sinistra, fino ai più lontani confini del
mondo conosciuto nell'antichità a destra, oltre il Mar Caspio, l'India e
l'isola di Sri Lanka, esso brilla in tutta il suo splendore davanti al nostro
sguardo affascinato.
La Tabula Peutingeriana è una mappa cartografica dell'Impero di Roma,
con le sue città, le strade imperiali, gli elementi geografici e i principali siti
di interesse. È stata copiata, da un qualche originale ormai perduto, per
mano di uno sconosciuto monaco forse attivo presso l'abbazia domenicana
di Colmar, nell'attuale Francia nordorientale, nel corso del tredicesimo
secolo; ma gli studiosi ritengono che la fonte originaria della mappa debba
essere rintracciata nella grande cartografia, risalente al primo secolo a.C.,
tracciata da Marco Vipsanio Agrippa, il grande console, generale e
architetto che operò sotto l'Imperatore Ottaviano Augusto. La mappa di
Agrippa fu completata all'inizio del primo secolo d.C., scolpita su marmo e
poi installata sulla grande parete di un edificio pubblico in Roma.
La Tabula Peutingeriana è uno straordinario diagramma cartografico che
giunge fin nelle nostre mani portando con sé una messe di informazioni che
parrebbero descrivere, in modo coerente, l'Impero del primo secolo d.C.,
con numerose integrazioni aggiunte nei secoli successivi. Ad esempio,
viene presentata la posizione della capitale imperiale di Costantinopoli, una
26
città che fu fondata nel 330 d.C.; eppure, altre indicazioni geografiche sono
relative a secoli più risalenti, con una edizione di particolare importanza
elaborata, probabilmente, intorno al terzo secolo d.C.
La mappa riemerse dalle nebbie della storia all'inizio del sedicesimo secolo,
grazie al lavoro di ricerca condotto da due eruditi tedeschi, Konrad Celtes e
Konrad Peutinger, dal cui cognome la carta assunse la propria
denominazione.
Si tratta di una mappa molto dettagliata, benché essa non sia stata affatto
tracciata con l'intento di conformarsi a qualsivoglia tipologia di moderna
proiezione geografica: strade, fiumi, linee di costa e città sono
meticolosamente tracciati, assieme all'indicazione delle distanze, di
massima importanza in previsione di un uso militare del diagramma.
È possibile rinvenire, nella Tabula Peutingeriana, una qualche indicazione
che possa essere relativa a un sito, posto tra le montagne dell'Appennino,
dedicato a un oracolo o a una Sibilla?
Fig. 21 - La porzione centrale della penisola italiana così come rappresentata nella Tabula Peutingeriana,
con Roma raffigurata nel lato destro dell'immagine
27
Proviamo a osservare, da una distanza ravvicinata, la zona della mappa che
riproduce ciò che oggi chiamiamo con il nome di Monti Sibillini. Nell'area
identificata come «Picenum», la mappa raffigura la catena appenninica
come una sinuosa linea marrone che percorre l'intera penisola italiana,
proprio come una spina dorsale. Nell'area dei Monti Sibillini, possiamo
osservare la Via Salaria, tracciata come una sottile linea rossa, che
attraversa Reate (l'odierna Rieti) e che prosegue poi avvicinandosi alle
montagne in prossimità di Phalacrinae (luogo di nascita di un imperatore,
Vespasiano).
Fig. 22 - Il territorio tra la provincia del Piceno e il fiume Tevere nella Tabula Peutingeriana
Successivamente, dalla perduta stazione di 'Ad Martis', forse da riferirsi a
un insediamento adiacente a un luogo di culto dedicato a Marte, l'antico
tracciato stradale raggiunge 'Surpicano', nelle vicinanze dell'odierna
Arquata del Tronto, e poi 'Ad Aquas' - oggi riconosciuta come la moderna
Acquasanta Terme - fino a terminare nella città di Ascoli Piceno.
Nella mappa, non è presente alcun riferimento a qualsivoglia sito oracolare
presente nelle vicinanze, o collocato sulle adiacenti montagne.
Si tratta forse di una definitiva evidenza del fatto che gli antichi Romani
nulla conoscessero a proposito di una Sibilla Appenninica? Non proprio,
anche se il fatto assolutamente sicuro è che la Tavola non contiene alcuna
positiva conferma dell'ipotesi che essi ne sapessero qualcosa.
28
Fig. 23 - L'area degli odierni Monti Sibillini nella Tabula Peutingeriana
In realtà, vi sono molti luoghi che risultano essere effettivamente non
presenti sulla Tabula Peutingeriana: ad esempio, il diagramma riporta il
nome della vicina città di Spoletium, ma non ci consegna invece alcun
riferimento a Norcia, ben conosciuta dai latini con il nome di 'Nursia'. La
Tavola fu disegnata con lo specifico scopo di fornire informazioni sulle
grandi vie di comunicazione e sulle strade che solcavano l'Impero Romano,
essendo probabilmente al di fuori delle finalità della mappa il dettagliare la
posizione di ogni singolo insediamento o siti cultuale, luoghi che erano
disseminati lungo tutta la vasta estensione dei territori soggetti al dominio
di Roma. Per quanto riguarda, in particolare, i siti rilevanti per le vicende
sibilline, troviamo menzione di Tibur (l'odierna Tivoli) e Cumae, con il suo
Lago di Averno, ma non è rinvenibile traccia alcuna di Delfi, in Grecia.
E così, non riusciamo a rinvenire alcuna evidenza, nella Tabula
Peutingeriana, che dimostri l'esistenza di un sito oracolare posto nella
regione degli Appennini situata tra Phalacrinae e Spoletium. Ciò non
costituisce affatto, però, la prova definitiva che possa attestare l'inesistenza
di un sito del genere, perché la Tabula omette di rappresentare un grande
numero di luoghi che, nell'antichità, erano effettivamente lì.
D'altra parte, una cosa è sicura: la Tabula non ci fornisce alcuna conferma
risolutiva in merito al fatto che una Sibilla Appenninica fosse attiva in
29
questa porzione dell'Impero Romano. Ancora una volta, non riusciamo a
trovare un riferimento che ci parli di questa Sibilla nelle fonti antiche.
Siamo nuovamente bloccati in una situazione nella quale nessuna menzione
che riguardi una Sibilla Appenninica risulta essere disponibile prima del
quindicesimo secolo.
Eppure, nonostante tutto ciò, possiamo ancora tentare di rivolgere la nostra
attenzione verso un'ultima risorsa, una risorsa che non dovrebbe deludere le
nostre aspettative: Claudio Tolomeo, il celebre geografo greco-romano,
vissuto nel secondo secolo dell'era cristiana.
Perché proprio Tolomeo? Perché, secondo molti autori, fu lui a menzionare
la Sibilla Appenninica nel proprio antico trattato, Geografia, nel quale è
descritto l'intero mondo conosciuto nell'antichità.
Potrebbe essere forse questa la prova definitiva della quale stiamo così
strenuamente cercando l'esistenza? È veramente possibile che la Sibilla
Appenninica abbia fatto la propria apparizione, per la prima volta nella
storia, nell'opera di un autore vissuto cento anni dopo la nascita del Cristo?
Si tratterebbe esattamente di quella 'pistola fumante' che abbiamo tentato
così ardentemente di scoprire, la prova di una ascendenza classica di quella
Sibilla la cui dimora si trova in prossimità della città di Norcia.
Siamo forse, finalmente, sulla strada giusta? Andiamo a vedere, nel
prossimo paragrafo, se questa nostra nuova rotta stia effettivamente
conducendo in nostri passi verso il porto desiderato, oppure no.
8. Tolomeo e la Sibilla
Siamo ancora alla ricerca di una traccia che possa fornirci una conferma del
fatto che, nell'antichità, la porzione di catena appenninica che si innalza in
prossimità di Norcia fosse conosciuta come la dimora di una Sibilla. Allo
stadio attuale della nostra indagine, nessun indizio del genere risulta essere
rintracciabile. Non è infatti possibile reperire alcun riferimento letterario a
30
una Sibilla Appenninica che sia risalente ai secoli che precedono il
quindicesimo, sia in età medievale che all'epoca degli antichi romani.
Nondimeno, c'è un'ultima carta che possiamo tentare di giocare: la
geografia antica.
Abbiamo visto come la Tavola Peutingeriana, una sorta di fossile della
conoscenza geografica del mondo, risalente ai tempi della Roma imperiale,
non sia in grado di rendere disponibile alcun indizio. Ma cosa possiamo
dire a proposito di Claudio Tolomeo, uno dei più grandi geografi
dell'antichità?
In effetti, un indizio stupefacente e di straordinario interesse sembrerebbe
prendere forma improvvisamente in un'opera scritta da Feliciano Patrizi-
Forti, uno storico vissuto nel diciannovesimo secolo e originario di Norcia,
e in un volume il cui autore è Padre Fortunato Ciucci, monaco seicentesco
nato anch'egli a Norcia: entrambi riportano una medesima citazione, con
minime variazioni, che essi reputano essere tratta da Claudio Tolomeo, il
massimo studioso di astronomia, astrologia e geografia del primo impero
romano.
E, in modo quasi incredibile, la citazione da Tolomeo sembra proprio
presentare un chiaro, diretto riferimento alla grotta della Sibilla e al lago di
Norcia. Nelle parole riferite da Patrizi Forti nelle sue Memorie storiche di
Norcia, Libro III, Capitolo XXII:
«Il monte Vettore anzidetto [...] ha sulla sua vetta un lago ed un antro
famosi presso gli antichi. Difatti Tolomeo nell'ottava Tavola scrisse:
“Nursia civitas inter montes in jugo Appennini montis, qui dicitur Victor”;
ed aggiunge: “Lacus Nursinus, cujus aquae perpetuis motibus surgere,
vicissimque subsidere cernuntur non sine magna admiratione, unde ibi
Cacodaemones choabitare, vocatosque responsa dare vulgus putat. [...] Est
etiam in Appennino immane horribileque antrum quod Sybillae caverna
vulgo dicitur, de qua multa recitantur, quamobrem cum nursini frequenter
olim Magorum numerum ad hunc locum concurrere conspexissent, specum
Sybillinum operire conati sunt”».
31
Fig. 24 - Il brano asseritamente tratto dalla Geografia di Tolomeo così come riferito da Feliciano Patrizi-
Forti nelle sue Memorie Storiche di Norcia
[Nella traduzione italiana del testo latino: «Norcia, città posta tra i monti, in
mezzo ai gioghi dell'Appennino, vicino alla montagna detta Vettore [...] Il
Lago di Norcia, le cui acque sorgono con movimenti che mai si arrestano,
per poi esser viste ricadere non senza grande stupore; presso il quale lago
dimorerebbero malvagimoni, in merito ai quali il volgo ritiene che, se
evocati, possano fornire responsi [...] E inoltre nell'Appennino si trova un
immane, terrificante antro, che il popolo afferma essere la grotta della
Sibilla, della quale molte cose si raccontano, secondo cui gli abitanti di
Norcia, un tempo, avrebbero veduto un gran numero di Maghi recarsi
frequentemente presso quella grotta, in modo tale da essere infine costretti
a chiudere la caverna sibillina»].
La citazione di Patrizi-Forti echeggia una menzione del tutto simile
reperibile nell'opera di Padre Fortunato Ciucci: «Di questi parlando
Tolomeo così lasciò scritto: "in jugo quoque Appennini Montis, qui Mons
Victor vocatur est Lacus Demonum, cujus Aquae perpetuis Montibus salire,
vicissimque subsidere cernuntur, non sine magna admiratione, unde ibi
cacodemones inhabitare, vocatosque responsa dare imperitus, vulgus putat.
[...] Di questa [Grotta della Sibilla] ne parla anco Tolomeo dicendo: "Est
32
etiam in Apennino immane Antrum quod Sibillae Caverna vulgo dicitur, de
qua multa fabulosa, ac imposteribus recitantur"».
Le due citazioni, quasi identiche tra di loro, rappresenterebbero - se fossero
realmente genuine - la conferma ultima e definitiva del fatto che la Sibilla
Appenninica, assieme al vicino lago, fosse effettivamente ben conosciuta
dagli antichi romani: Claudio Tolomeo, il celebre matematico, astronomo e
geografo dell'antichità, vissuto ad Alessandria nel secondo secolo d.C.,
scrisse realmente parole affascinanti a proposito della grotta della Sibilla,
posta nelle vicinanze dell'antica città di Norcia.
Sfortunatamente, tutto ciò non è affatto vero.
Nella sua opera originale Geographike, redatta in lingua greca dal grande
geografo, non è rinvenibile alcun riferimento all'esistenza di una Sibilla
Appenninica. E allora, da quale fonte Patrizi-Forti e Ciucci trassero i loro
incredibili brani?
La risposta è contenuta in una edizione seicentesca della Geografia di
Tolomeo, compilata da Antonio Giovanni Magini, scienziato e geografo
italiano, nell'anno 1617.
Il volume di Magini non costituisce una mera traduzione in latino
dell'opera di Claudio Tolomeo: nel primo capitolo, come dichiarato dallo
stesso Magini, egli intende pubblicare «un commento annotato al primo
libro della Geografia di Claudio Tolomeo» («in primum librum
Geographiae Claudii Ptolemaei commentaria et annotationes»), assieme
alla lista originale di antichi luoghi di interesse riportati da Tolomeo. Nel
secondo libro, Magini fornisce «non solo le tavole geografiche di Tolomeo,
ma anche quelle più recenti, che mostrano la faccia della terra così come
essa è nota nella nostra era» («continens praeter Ptol. recentiores etiam
Tabulas, quae Universae terrae faciem nostro aevo cognitam exhibent»).
Perché il titolo dell'opera di Magini è «Geographiae, tum veteris, tum
novae» («Geografia, sia antica che nuova»). Egli stesso informa il lettore di
avere «aggiunto una vasta messe di spiegazioni relative a queste stesse
tavole, in merito a ogni singola porzione del Globo, Imperi, regni, Ducati e
ogni altro Principato, così come essi si presentano nel nostro tempo» (nel
testo originale latino: «addite sunt copiosissime ipsarum tabularum
33
explicationes, quibus singula Orbis partes, Imperia, Regna, Ducatus,
aliaque Dominia, prout nostro tempore se habent»).
Fig. 25 - L'edizione della Geografia di Tolomeo curata da Antonio Giovanni Magini e pubblicata ad
Arnhem nel 1617
Ed è proprio in questa seconda parte moderna del volume di Magini che la
Sibilla Appenninica viene menzionata. Nella mappa della «Marcha
Anconae olim Picenum», facente parte della raccolta di nuove mappe
pubblicate dal Magini, troviamo una minuscola indicazione posta nella
parte superiore della stampa: c'è scritto «Monte de la Sibila». E se andiamo
ai successivi capitoli, i quali presentano una descrizione di tutta la terra
«secondo quanto conosciamo nella nostra più recente epoca» («secundum
recentiorem nostri temporis rationem»), nel capitolo che descrive l'Italia e
la regione di Ancona troviamo esattamente le stesse parole riferite sia da
Patrizi-Forti che da Ciucci, con minime variazioni.
34
Fig. 26 - La mappa della regione italiana delle Marche come appare nella Geografia di Giovanni Magini,
con indicata la posizione del Monte della Sibilla
Fig. 27 - Il passaggio sul Lago di Norcia e sulla Grotta della Sibilla nella Geografia di Antonio Giovanni
Magini
35
La Sibilla, la grotta, Norcia, e il lago. Ma queste non sono frasi di Tolomeo.
Il grande geografo, che visse nel secondo secolo dopo Cristo, non scrisse
mai nemmeno una parola a proposito di tutto ciò. Invece, quel testo fu
scritto da Giovanni Antonio Magini all'inizio del diciassettesimo secolo.
Quindi, ancora e di nuovo, non abbiamo alcuna reale menzione di una
Sibilla Appenninica che sia attestata in antico. Gli antichi romani,
semplicemente, sembrano non sapere proprio nulla di essa.
Siamo imprigionati, ora come sempre, nell'impossibile missione di
recuperare una citazione della Sibilla Appenninica che sia precedente
rispetto a quelle forniteci da Andrea da Barberino e Antoine de la Sale nel
quindicesimo secolo.
E adesso, a questo stadio della nostra ricerca, sembrerebbe proprio che la
nostra indagine sia terminata in un vicolo cieco. È un dato di fatto che
sembrerebbe esserci veramente qualcosa di sbagliato, nella leggenda e nelle
tradizioni che circondano la Sibilla Appenninica.
Saremo mai in grado di uscire da questo vicolo cieco? E se sì, come?
Proviamo a rimettere assieme tutte le informazioni che siamo stati capaci di
reperire fino a questo momento, e a fare il punto della strana situazione
nella quale abbiamo finito per trovarci. E - forse - sarà proprio da questo
vicolo cieco che potremo ripartire.
Magari, finalmente, nella giusta direzione.
9. L'indecifrabile nebbia dalla quale nacque la Sibilla
Al termine del nostro lungo viaggio indietro nel tempo, attraverso il
Medioevo e i secoli di Roma antica, siamo ora pronti a ricapitolare le
risultanze della nostra ricerca, il cui obiettivo era rintracciare le più risalenti
menzioni letterarie che riguardassero la presenza di una Sibilla
Appenninica tra le dorsali montuose della regione posta tra i territori
dell'Umbria e delle Marche.
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Abbiamo forse reperito un qualsivoglia indizio della sua presenza? No.
Abbiamo solo potuto incontrare un echeggiante vuoto, una nebbia
impenetrabile dalla quale la Sibilla Appenninica parrebbe essere
fuoriuscita, come una brillante stella solitaria, all'inizio del quindicesimo
secolo, per cominciare il proprio straordinario viaggio attraverso le epoche
successive.
Sappiamo bene come due autori, attivi proprio nel quindicesimo secolo,
abbiano descritto una Sibilla dimorante nel territorio posto tra Norcia e
Montemonaco: si tratta di Andrea da Barberino, che ha raccontato della
Sibilla nel proprio romanzo Guerrin Meschino, e di Antoine de la Sale, che
descrisse, nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla, un'escursione effettuata
presso la magica grotta della «Royne Sibile».
Eppure, se torniamo indietro lungo la linea del tempo, non troviamo
assolutamente nulla. Ci smarriamo, invece, nella nebbia mulinante e
apparentemente insondabile della Storia.
Nulla viene riferito, in merito alla presenza di una Sibilla, nel tardo
Medioevo, quando un monaco e abate francese, Petrus Berchorius, citava la
fama sinistra di un magico Lago di Norcia (gli odierni Laghi di Pilato,
situati a pochi chilometri in linea d'aria dalla Grotta della Sibilla) nell'opera
intitolata Reductorium Morale; e un poeta toscano, Fazio degli Uberti,
scriveva alcuni versi in merito a una tenebrosa montagna e a un lago di
Pilato. Siamo nel quattordicesimo secolo, e nessuno dei due pronuncia
alcuna parola in merito alla presenza di una Sibilla. E, inoltre, nessuna
Sibilla viene menzionata negli Statuti del Comune et Populo della Terra di
Norcia, una raccolta di norme e regolamenti risalenti a quello stesso secolo.
Se ci spingiamo ancora più indietro, ci troviamo a saltare direttamente (in
mancanza di qualsivoglia ulteriore fonte di rilievo) al quarto secolo, con
Lucio Cecilio Firmiano Lattanzio e il suo De divinis institutionibus
adversus gentes, nel quale l'autore latino elenca una serie di dieci Sibille,
considerata dagli studiosi come l'enumerazione classica per eccellenza:
eppure, solamente tre di queste Sibille risultano essere legate all'Italia (la
Cumea, la Cimmeria e la Tiburtina). E abbiamo avuto modo di vedere
come nessuna di esse abbia alcuna relazione con i Monti Sibillini.
37
Fig. 28 - Una visione artistica della Sibilla Appenninica che emerge dalle nebbie del tempo all'inizio del
quindicesimo secolo (immagine composita elaborata dall'Autore)
Solamente la Sibilla Tiburtina appare presentare una specifica connessione
con gli Appennini, con espliciti riferimenti a questo legame rinvenibili in
diversi antichi manoscritti, e nelle successive edizioni a stampa, che
narrano della 'leggenda dei nove soli'; nondimeno, abbiamo anche visto
come questo legame possa essere interpretato come una mera connessione
alle pittoresche, dirupate montagne sulle quali sorge Tibur (l'odierna Tivoli,
nelle vicinanze di Roma), rilievi che sono parte della più estesa catena degli
Appennini.
E ancora, possiamo rintracciare ulteriori citazioni a proposito di una
qualche sorta di sito oracolare localizzato tra gli Appennini, così come
riferito nell'Historia Augusta, risalente al quarto secolo, in relazione
all'imperatore Claudio II il Gotico, e nelle Vite dei Cesari, opera redatta
38
dallo scrittore del primo secolo Gaio Svetonio Tranquillo, nei brani dedicati
ad Aulo Vitellio Germanico Augusto. Ma nessuno è oggi in grado di dire
dove fosse situato questo sito, o questi siti, perché nessuno dei due autori
citati ci racconta nulla a proposito della loro esatta localizzazione. E,
inoltre, entrambi omettono qualsivoglia menzione che riguardi una Sibilla.
Nemmeno la Tabula Peutingeriana, che giunge fino a noi dai secoli lontani
in cui l'Impero Romano era una potenza dominante, rende disponibile
alcuna informazione in relazione a un possibile sito sibillino posto nella
regione collocata tra l'antica provincia del Piceno e il fiume Tevere. Quella
particolare area della Tabula, nella quale si ergono le cime dei Monti
Sibillini, risulta essere vuota.
Infine, se mai avessimo posto le nostre speranze nella 'pistola fumante'
fornitaci da Claudio Tolomeo, il grande geografo greco-romano vissuto nel
secondo secolo, il quale avrebbe asseritamente menzionato la Sibilla, la sua
grotta e il vicino lago nella sua celebre opera Geographike, saremmo andati
incontro a una profonda delusione: quella citazione, infatti, non è tratta da
Tolomeo, ma piuttosto da un'edizione commentata pubblicata da Antonio
Giovanni Magini, uno studioso e geografo italiano, nel 1617.
E questo è tutto. La Sibilla Appenninica, apparsa all'improvviso, nel
quindicesimo secolo, nelle opere di Andrea da Barberino e Antoine de la
Sale, parrebbe avere trovato origine in uno sconcertante nulla, come un
veliero che emerga repentinamente dalle fitte nebbie che ammantano il
mare, con tutti i suoi alberi e pennoni e sartiami sfavillanti di una luce
splendidamente sinistra.
E allora la questione è: da dove viene, realmente, la Sibilla Appenninica?
Veramente quella Sibilla ha affrontato un lungo cammino attraverso i secoli
e oltre quell'impenetrabile nebbia, dopo avere iniziato il proprio viaggio
nell'antichità ed essersi mantenuta completamente invisibile, finché non è
emersa nel quindicesimo secolo? Non potrebbe invece essere che la Sibilla
Appenninica sia il risultato di qualche strana condensazione di quella
nebbia, così fitta, così vorticante, nella quale il suo mito abbia potuto
prendere forma non nell'antichità, ma, invece, non molto lontano nel
tempo, poco prima dell'inizio del quidicesimo secolo?
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Perché un difficile dilemma sembra ora esplodere innanzi ai nostro occhi: e
se il leggendario racconto a proposito di una Sibilla Appenninica non fosse,
in realtà, così antico? E se la Sibilla avesse stabilito la propria presenza tra i
Monti Sibillini non molto tempo prima che Andrea da Barberino e Antoine
de la Sale vergassero le proprie opere?
E se nessuna Sibilla fosse mai stata veramente lì?
Eppure, malgrado tutto, non c'è dubbio che laggiù, tra i picchi scoscesi dei
Monti Sibillini, un qualche tipo di tradizione, un qualche tipo di leggenda
dovesse già trovarsi lì: c'era una caverna, e un lago, e una qualche strana,
sinistra reputazione che ammantava quei luoghi così remoti, come attestato
sia da Petrus Berchorius che da Fazio degli Uberti. Luoghi sinistri, luoghi
magici, profondamente occultati all'interno della catena italiana dei Monti
Sibillini.
E dunque, se una Sibilla non è mai stata lì, cosa c'era, invece, al suo posto?
Concludiamo quindi questo vertiginoso viaggio attraverso un passato ormai
perduto alla ricerca della Sibilla degli Appennini, avendo enunciato una
serie di emozionanti domande. Domande che mai sono state poste,
precedentemente, in un modo così sinistro e agghiacciante.
Eppure, la nostra indagine va avanti. E vedremo, in una futura serie di
articoli, quali risposte potremo essere in grado di reperire. Il lungo viaggio
della Sibilla Appenninica attraverso i secoli continua ancora a svelare,
dunque, tutta la sua inquietante fascinazione.
Proveremo, infatti, a sondare quella nebbia: la densa, vorticante nebbia
dalla quale, un giorno, prese forma una Sibilla. E vedremo se quelle nebbie
siano davvero impenetrabili, oppure no.
Michele Sanvico
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