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Smart working, states of connectivity and work identities in transition Bridging philosophy and management research

Authors:

Abstract

The paper investigates the emerging smart working paradigm, by bridging a philosophical and managerial perspective. In detail, it discusses specific features of what constitutes a post-Fordism form of organizing work and the broader consequences of its adoption for the daily life of individuals. The rapid diffusion of smart working, boosted by the COVID-19 pandemic, is here considered as an experimental field of the spatial-temporal transformations produced by widespread computerization. Through reshaping our social environment, these processes urge to re-define also our roles and functions. Notwithstanding the many organizational advantages deriving from smart working adoption, the article puts on the foreground some critical aspects inherent to it. In detail, it highlights how this new organizational practice challenges professional identities. Identities are also nurtured by physical interactions within institutional places of relations. In the article, key philosophical concepts along with sociological and anthropological speculations form the theoretical basis that guides the interpretation of empirical management research on the topic. This research shows that as smart workers are deprived from institutional workplaces, they witness a number of tensions that can be dangerous for their work-life balance. In the new context, in particular, they strongly feel the need to assert their identity by exaggerating the level of connectivity. To them, a state of perpetual connectivity is needed for their status to be recognized. However, it also creates behavioural traps. Detrimental outcomes can be produced for individuals and their organizations. Such dynamics urge a responsible approach to technology use that is inspired by criteria of measurement, sustainability and reasonableness. In this direction, the concepts of “necessary connectivity” and “digital well-being” are particularly valuable. Abstract (italiano)Quest’articolo indaga lo smart working in una doppia prospettiva filosofica e manageriale illustrandone sia le peculiarità distinte (quelle tipiche dell’organizzazione post-fordista del lavoro), sia le ripercussioni su una più vasta sfera che riguarda la quotidianità degli individui. La progressiva affermazione dello smart working, accelerata dall’emergenza COVID-19, è presentata come laboratorio delle trasformazioni spazio-temporali prodotte dai processi di informatizzazione diffusa. Processi che, rimodellando il nostro ambiente sociale, inducono a ridefinire anche i nostri ruoli e funzioni. Senza negare che l’adozione dello smart working apporti indiscutibili vantaggi organizzativi, l’articolo illumina anche i suoi gli aspetti critici. In particolare si evidenzia come questa nuova prassi ponga in discussione le identità lavorative. Identità che si alimentano anche di contatti fisici all’interno di luoghi di relazione istituzionali. Nell’articolo alcuni concetti filosofici di base, uniti a speculazioni di indirizzo socio-antropologico, costituiscono un corpus teorico di riferimento per interpretare le evidenze empiriche della ricerca manageriale. Quest’ultima mostra come gli smart worker, privati dei luoghi istituzionali di lavoro, siano colti da specifiche apprensioni che possono destabilizzare il loro work-life balance. Tra queste, la necessità di affermare un’identità forte attraverso l’eccesso di connettività. Affidandosi a una modalità di connessione ininterrotta gli smart worker aspirano al riconoscimento di uno status, ma rischiano, al contempo, di rimanere imprigionati all’interno di autentiche trappole comportamentali. Il risultato può essere penalizzante tanto per l’individuo quanto per l’organizzazione. Uno sguardo a simili dinamiche evidenzia la necessità di un approccio responsabile alla tecnologia. Un approccio ispirato a criteri di misura, di sostenibilità e di ragionevolezza. Particolarmente utili in questa prospettiva sono i concetti di “connettività necessaria” e di “benessere digitale”.
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Smart working, stati di connettività e identità professionali in transizione
Un dialogo critico tra filosofia e management*
Daniele Demarco Luisa Errichiello
Istituto di Studi sul Mediterraneo Istituto di Studi sul Mediterraneo
Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISMed-CNR) Consiglio Nazionale delle Ricerche (ISMed-CNR)
1. Introduzione
La seconda ondata del COVID-19, unita all’istituzione di zone rosse regionali, sta conducendo, tra le sue
molte conseguenze, a una crescente diffusione dello smart working, un nuovo modello di organizzazione
del lavoro che, funzionalizzando il paradigma della «teleprossimità»,1 è riuscito a armonizzare, seppur
tra molte controversie, due esigenze opposte e apparentemente incompatibili: da un lato la necessità di
garantire la sicurezza (e, dunque, il distanziamento sociale” tra individui), dall’altro quella di assicurare
l’efficienza (e, quindi, la continuità delle loro interazioni). Ad abilitare la possibilità dello smart working
sono state le information and communication technologies, ovvero un sistema integrato di dispositivi,
applicazioni e reti telematiche pensato per ottimizzare i collegamenti virtuali, favorendo una socialità
quasi ubiqua e sincronica. È essenzialmente proprio grazie alle ICT che, nello stato di emergenza
determinato dalla pandemia, il mondo del lavoro ha potuto contenere i contraccolpi derivanti dalla
sospensione di molte attività operative, specialmente nel settore dell’amministrazione pubblica e in
quello dei servizi essenziali al cittadino. La propagazione del virus ha, così, portato all’attenzione un
problema di fortissima valenza critica, la necessità, cioè, di dotare i nostri habitat di infrastrutture
informatiche ancora più efficienti. Un problema che ci induce a riflettere più a fondo sulle implicazioni
connesse allo sviluppo tecnologico. Se è vero, infatti, che le dotazioni telematiche potrebbero offrire uno
scudo contro le insidie del millennio (fornendo supporto in materie come sicurezza, tutela dell’ambiente
e gestione dei rischi), bisogna anche ammettere che il loro impiego pratico presenta a sua volta insidie e
criticità, ponendoci di fronte a una gran mole di dilemmi che rimangono ancora prevalentemente insoluti.
Come cambierà, ad esempio, la percezione delle nostre identità per influsso dell’interazione tra l’uomo
e le macchine? L’articolo che segue sviluppa il suo ragionamento con particolare attenzione a questo
interrogativo. Il lavoro presenta lo smart working come un campo privilegiato dell’interazione uomo-
macchina, ma anche come un laboratorio delle trasformazioni spazio-temporali prodotte dai processi di
informatizzazione diffusa. Processi che, rimodellando il nostro ambiente sociale e disincarnando le
relazioni tra individui, ci inducono a ripensare i nostri abiti, i nostri ruoli e le nostre funzioni. La tesi
* Il lavoro è frutto di una collaborazione tra i due autori. I paragrafi 1 e 2 sono da attribuire a Daniele Demarco. Il paragrafo
3 a Luisa Errichiello. I paragrafi 4 e 5 in parti uguali a entrambi gli autori.
1 Il termine «teleprossimità sociale», introdotto da Paul Virilio nel 1998, si riferisce a un nuovo tipo di socialità «fantasmatica»
generato dal proliferare delle comunità virtuali. Comunità che destrutturano i rapporti di vicinanza e l’unità di tempo e luogo
della coesistenza fisica (P. Virilio, La bomba informatica, tr. it., Raffaello Cortina, Milano, 2000). Il termine è preceduto dalla
lettura della globalizzazione come dialettica del «distanziamento spazio-temporale» (A. Giddens, Modenity and Self-Identity.
Self and Society in the Late Modern Age, Polity, Cambridge, 1991). È, inoltre, coevo alla nozione di «presenza dell’assente»
(U. Beck, Wie wird Demokratie im Zeitalter der Globalisierung möglich? Eine Einleitung, in Id. (Ed.), Politik der
Globalisierung, Suhrkamp, Frankfurt a. M., 1998) ed è, infine, associabile a quello di «prossimità virtuale» (Z. Bauman,
Amore liquido, tr. it. Laterza, Roma-Bari, 2003). Si veda anche G. Marramao, Passaggio a Occidente. Filosofia e
globalizzazione, Bollati Boringhieri, Torino, 2009, pp. 36-37).
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dell’articolo è che il fenomeno smart working, inserendosi nel solco di simili dinamiche, contribuisca in
maniera più che rilevante all’opera di decostruzione della vecchia «sfera pubblica». Agli occhi degli
autori la scomparsa di questa dimensione rappresenta un vulnus per l’identità soggettiva. Per molti secoli
l’esistenza di una «sfera pubblica», tradizionalmente situata nella cerchia urbana, ha garantito, difatti, la
dialettica sociale animando la città di tensioni e contrasti.2 Frequentare la piazza (o un luogo di lavoro)
significava agire su sé stessi interagendo con il prossimo, formarsi un carattere esponendosi all’impatto
di un confronto anche fisico (oltre che psichico) con l’altro.3 Al contempo la distinzione tra «pubblico»
e «privato» costituiva il paradigma della vita metropolitana: un luogo per lavorare, per socializzare e per
competere, un diverso luogo per abitare e per riposare. Oggi, però, queste nette distinzioni appaiono
rivoluzionate dall’uso di dispositivi telematici, tecnologie che pervadono tutti i luoghi dello spazio
aprendo, in essi, varchi verso una dimensione omologante. Una sola dimensione in cui consumare
simultaneamente tutte le esperienze che scandiscano la quotidianità della vita: dall’apprendimento, alla
fruizione di intrattenimenti, alla comunicazione, sino, appunto, al lavoro. Entrare all’interno di questa
dimensione parallela significa avvertire un afflusso di potenza. Le modalità “misurate” dell’agire umano,
scandite da pazienti periodi di riflessione, appaiono liberate dalle inibizioni naturali e dall’ineludibile
vincolo della gravità.4 Il tempo si presenta accelerato. Le distanze appaiono ridotte.5 Tutti i «processi
orientati verso un fine» sembrano procedere più fluidi nella loro attuazione.6 A questa agilità procedurale
corrisponde, però, una diminuzione della percettività. La dialettica sociale mediata dalle tecnologie non
coinvolge, infatti, tutti e cinque i sensi. Quello che manca è il contatto fisico tra i corpi, la percezione
della densità della materia.7 Qualcosa a cui si può difficilmente rinunciare senza mettere in discussione
2 Cfr. J. Habermars, Storia e critica dell'opinione pubblica, tr. it., Laterza, Roma-Bari, 2006.
3 Nessun carattere può dirsi definito senza entrare in confronto con qualcosa di estraneo. Il carattere si esplica per via del
contrasto, del dibattimento e della polemica (cfr. U. Curi, Polemos. Filosofia come guerra, Raffaello Cortina, Milano, 2013).
Il carattere è la rappresentazione di una personalità che non è mai “data”, ma è sempre “riscoperta”. Per Umberto Curi è
l’“altro”, lo «straniero» a farci il dono di questa personalità. L’“altro” è colui che ci pone bruscamente di fronte ai quesiti
esistenziali. Nel domandarci chi siamo, da dove veniamo, egli pone in discussione le nostre autorappresentazioni, ma al
contempo ci stimola a trovare delle risposte e delle riconferme della nostra stessa identità (Straniero, Raffaello Cortina,
Milano, 2010). Egli ci coinvolge in un percorso dialettico che giunge alla sua sintesi nel «riconoscimento» reciproco. Il
termine «riconoscimento» introduce a temi essenziali della filosofia di Hegel. Temi sviluppati, dapprima, negli anni della
docenza a Jena e, successivamente, nella Fenomenologia dello Spirito. Per «riconoscimento» Hegel intende quel processo
che ci porta a concepire noi stessi proprio attraverso l’altro (Filosofia dello spirito jenese, tr. it., Laterza, Roma-Bari, 2008).
Un processo che, appunto, per il filosofo tedesco, non può che discendere dalla contrapposizione dialettica. È, inoltre, molto
antica l’idea che la “persona”, intesa come “corpo”, in senso fisiologico, sia ciò che si riflette nell’occhio dell’altro. Nei
Brāhmaa si dice che purua (persona) è «quella minuscola figura che si vede riflessa nella pupilla di chiunque» (R. Calasso,
L’ardore, Adelphi, Milano, 2010, p. 44). Possiamo meglio intendere questa proposizione alla luce delle considerazioni di
Michel Foucault. Per Foucault nessuno può riconoscere sé stesso (proprio come “corpo”, come persona fisica) se non
specchiandosi su una superficie riflettente. In questo senso l’“altro” è il nostro “specchio”. Il suo sguardo e il suo
riconoscimento ci svelano parti invisibili del nostro corpo, ad esempio la «mia nuca e la mia schiena». Parti che il soggetto,
da solo, non potrebbe mai vedere, non almeno nel modo in cui egli vede le sue mani (M. Foucault, Utopie Eterotopie, tr. it.,
Cronopio, Napoli, 2019, p. 54; si veda anche Id. Tecnologie del sé, tr. it., Bollati Boringhieri, Torino, 1992).
4 Cfr. U. Fadini, Velocità e attesa. Tecnica, tempo e controllo in Paul Virilio, Ombre corte, Verona, 2020.
5 Cfr. M. Augé, Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della surmodernità, tr. it., Milano, Elèuthera, 1993.
6 H. Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica del tempo nella tarda modernità, tr. it., Einaudi, Torino, 2015,
p. 9.
7 Affidarsi alla socialità tecnologicamente mediata, osserva acutamente Paul Virilio, significa perdere in un sol colpo braccia
e gambe, rimanere preda delle apparenze audio-visive in una sorta di «voyeurismo universal(Op. cit., p. 15.). Virilio
paragona questa condizione dimidiata a quella dei «grandi mutilati di guerra». «Da un lato, essi reprimono, più o meno
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alcune categorie imprescindibili quali, ad esempio, quelle di “realtà”, “autenticità”, “soggetto”,
“oggetto”.8 Non stupisce, dunque, che al dilagare dell’informatizzazione si accoppi un «incrinarsi del
senso di identità».9 Specialmente nell’ambito del lavoro informatizzato (dal “telelavoro” alla sua
evoluzione in smart working), noi osserviamo l’emergere di un fenomeno sociale che si estende a tutti
piani del presente. Lo vediamo affermarsi nelle sue manifestazioni più stridenti, in tutta la sua asprezza
e in tutta la sua contraddittorietà, poiché il lavoro occupa spazi e tempi della vita in cui, attraverso le
opere, l’uomo afferma sé stesso. Noi osserviamo una difficoltà crescente del lavoratore a tradurre
l’esperienza in «autocoscienza». «Il protagonismo delle macchine (anche e soprattutto nella loro veste
microelettronica…)» tende, difatti, a «squalificare» l’individuo provocando «una sorta di mutazione
antropologica». L’umano diviene sempre più passivo, sempre più marginale e residuale, sempre più
incapace di rappresentare la sua essenza se non attraverso il supporto di un «vicario tecnologico».10
2. Uomini e computer
L’irruzione dei calcolatori nella nostra vita sociale ha inizio negli anni Ottanta del Novecento, quando
l’invenzione dei primi personal computer rivoluzionò l’intero approccio all’informatica. Sino ad allora
l’uso dei computer (dispositivi ingombranti, costosi e impenetrabili) era stato accessibile solo a gruppi
di specialisti operanti nell’ambito di grandi istituzioni. Il PC era, invece, uno strumento assai versatile,
destinato, per lo più, al consumo di massa, fruibile per attività di programmazione e ricreazione sia da
un pubblico di esperti sia di neofiti.11 Parallelamente allo sviluppo dei PC, nei primi anni Novanta del
Novecento, giungeva a compimento un processo di innovazione iniziato negli Stati Uniti nel secondo
dopoguerra: la creazione, cioè, dell’infrastruttura internet e la sua implementazione nel world wide web.
La combinazione tra il PC e il web incominciò ad integrare l’uso dei media tradizionali: telefonia, radio-
televisione, stampa. Dapprima utilizzata come strumento di consultazione, ricreazione e comunicazione
(attraverso tool come il sito e l’ipertesto, le e-mail e le chat), essa diviene sempre più strumento di
condivisione (attraverso i primi programmi di file sharing). Mentre i media tradizionali agivano a senso
unico, da un “emittente” verso un “ricevente”, il combinato PC-web agiva simultaneamente in entrambi
i sensi. Esso coinvolgeva più attivamente il proprio utente invitandolo a partecipare a una trasmissione
ininterrotta e attivava, così, una moltitudine di flussi da ogni luogo e verso ogni luogo. Questo processo
poneva per la prima volta in discussione l’unitarietà del carattere del fruitore che, prima identificato in
un destinatario passivo, il consumatore di un bene (il PC) e di un servizio (il web), diveniva ora partecipe
e co-creatore di una comunità aperta e tentacolare. Una comunità in cui “soggetto” e “oggetto”,
“emittente” e “ricevente”, non erano più riferibili a persone, funzioni e prospettive distinte. Con ciò si
gettavano anche gli essenziali presupposti perché, proprio grazie al dispiego delle ICT, potessero nascere
inconsciamente, le immagini insostenibili dell’incidente». Dall’altro si affidano a visioni compensatorie che dovrebbero
risarcire le proprie privazioni sensoriali. Privato di parte della propria fisicità, osserva il filosofo francese, l’uomo tecnologico
si lascia andare al miraggio di una realtà leggera e fluttuante. Una dimensione in cui «il vecchio ‘corpo animale’» diviene solo
un intralcio e un orpello pachidermico (Op. cit., p. 38-39). Si impone, così, una tendenza a smaterializzare l’esperienza in
forme nomadi e volatili. Di questa tendenza l’affermazione delle ICT incarna, probabilmente, il momento più alto. Attraverso
di esse vediamo affiorare «l’ipotesi che un uomo fatto diversamente sia all’origine della scelta digitale: e che un uomo fatto
diversamente ne sarà probabilmente il risultato» (A. Baricco, The Game, Einaudi, Torino, 2018, p. 83).
8 Cfr. U. Fadini, op. cit., p. 41.
9 Ivi, p. 39.
10 Ivi, p. 41.
11 Cfr. J. Ryan, Storia di internet e il futuro digitale, tr. it., Einaudi, Torino, 2001.
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dei «collettivi di sensibilità e di cognizione» in grado di aprire «dinamiche di invenzione continua (di
lingue, segni, figure… in definitiva di realtà differenti)».12 Un passo decisivo in questa direzione si
compie, nel 2004, con la nascita di facebook, il primo social forum accessibile via web a tutta la comunità
di riceventi-emittenti. Lo sviluppo di strumenti come il computer portatile, i primi smartphone e i primi
tablet è, poi, confluito in una dinamica già in fieri affrettandone gli esiti e le conseguenze. Alleggerendo
la «postura uomo-tastiera-schermo»13 esso ha consentito agli utenti di connettersi in mobilità, per
condividere idee, informazioni e conoscenza in ogni frangente della propria vita.14 Il paradigma della
comunicazione 24/7 iniziava, così, ad espandersi su scala globale.15 Il primo smartphone di largo
consumo viene commercializzato nel 2007. Si tratta di uno strumento rivoluzionario: un oggetto discreto,
di dimensioni tascabili, che integra al suo interno tre funzioni principali: telefonia mobile, PC-web,
servizi di orientamento e localizzazione. A queste tre funzioni standard si aggiunse, poi, un gran numero
di software opzionali (le cosiddette “applicazioni”) il cui scopo era di moltiplicare la gamma delle
prestazioni fruibili anche sulla base di un’offerta personalizzata. Nell’attuale fase della loro evoluzione,
le infotecnologie come lo smartphone sono diventate addirittura strutturali, non meno necessarie, cioè,
della corrente elettrica.16 L’universo delle applicazioni disponibili può soddisfare qualsiasi bisogno o
desiderio. «Ci sono app che si prendono cura di noi, che ci disciplinano; ci confessiamo con le app,
parliamo con loro della nostra salute e chiediamo consigli su come fare esercizio e come pregare.
Viviamo una vita di app e le consideriamo accudenti».17 Ciò è divenuto possibile anche grazie a una
rivoluzione introdotta dall’azienda Google nel 2009. Il 4 dicembre di quello stesso anno Google, poi
seguita, da tutti i grandi gestori della rete, ha annunciato di aver attivato unilateralmente il meccanismo
di “profilazione”. Per “profilazione” si intende una procedura di monitoraggio delle operazioni svolte in
rete dall’utente. I gestori acquisiscono i dati personali per poi interpretarli attraverso specifici algoritmi.
Il fine è di valutare «analizzare o prevedere» aspetti riguardanti abitudini e preferenze.18 Tale procedura
permette di anticipare i bisogni prima ancora che vengano formulati. Grazie all’enorme mole di
informazioni raccolte (ciò che, in genere, si definisce big data), i gestori della rete sono grado di
identificarci, sapere dove siamo e cosa cerchiamo.19 E, attraverso lo smartphone, se «hai bisogno di latte,
e se c’è un negozio che lo vende vicino, Google te lo segnalerà». In questo nuovo regime, osserva,
però, Michele Ainis, ciò che entra in gioco è «la possibilità di rapportarci gli uni agli altri». 20 Il contatto
tra individui non è più fondamentale perché tutto si risolve nell’etere di telecomunicazioni. In un certo
senso è la «fine della città» almeno per come è stata concepita fino a ieri: una «comunità di uomini»
12 U. Fadini, op. cit., pp. 69-70.
13 A. Baricco, op. cit., p. 89.
14 Cfr. A. Elliott J. Urry, Vite mobili, tr. it., il Mulino, Bologna, 2013.
15 Cfr. J. Crary, 24/7. Il capitalismo all’assalto del sonno, tr. it., Einaudi, Torino, 2015.
16 Cfr. S.R. Barley, “Why the internet makes buying a car less loathsome: How technologies change role relations”, Academy
of Management Discovery 1, 1 (2015): pp. 31-60.
17 S. Turkle, Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalle tecnologie e sempre meno dagli altri, tr. it., Einaudi,
Torino, 2019, p. XXVIII.
18 F. Di Ciommo, “Privacy in Europe After Regulation (EU) No 2016/679: What Will Remain of the Right to Be Forgotten?”,
The Italian Law Journal 3, (2017): pp. 623-646, citato in M. Ainis, Il regno dell’uroboro. Benvenuti nell’era della solitudine
di massa, La nave di Teseo, Milano, 2018, p. 20.
19 Cfr. V. Mayer-Schönberger K.N. Cukier, Big data. Una rivoluzione che trasformerà il nostro modo di vivere e già
minaccia la nostra libertà, tr. it., Garzanti, Milano, 2013.
20 M. Ainis, op. cit., pp. 14-15.
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ordinata da regole che distinguevano compiti, ruoli e funzioni.21 Un tempo le città erano il “luogo” per
antonomasia, sedi previlegiate della «sfera pubblica», teatro di una inesauribile dialettica civile e nucleo
generativo delle identità sociali. Oggi si presentano, invece, come meri snodi logistici delle infrastrutture
informatiche che danno accesso alla rete.22 La rivoluzione telematica ha ricombinato la città svuotando
gli ambienti fisici di spessore. Il paradosso è, però, che, nella loro forma architettonica, le città non hanno
patito ridimensionamenti di alcun genere. Proprio per la ricchezza della loro offerta infrastrutturale, esse
si presentano, ancora oggi, come una meta assai appetibile e sono, anzi, catalizzatrici di grandi flussi
migratori che si dipartono da tutte le periferie del pianeta.23 Cionondimeno l’approdo alle metropoli
costituisce solo l’inizio di un esodo ulteriore, quello che sospinge vecchi e nuovi residenti verso una
dimensione che trascende la stessa città fisica. Negli anni Novanta del secolo passato, al primo apparire
di world wide web, quando la sua fruizione era ancora macchinosa e incagliata nella «postura uomo-
tastiera-schermo», questa dimensione fu definita «cyberspazio». Il termine evocava le fosche
ambientazioni che facevano da sfondo alla fantascienza di William Gibson.24 Più tardi, quando lo
sviluppo del web 2.0 iniziò a sollecitare un nuovo approccio a internet (connotando la valenza sociale
della “condivisione” rispetto alla pura e semplice “fruizione”), sopravanzò il concetto di «spazio dei
flussi» più volte aggiornato da Manuel Castells.25 Oggi, con il superamento delle connessioni via cavo e
l’incremento di velocità di circolazione-dati, con l’introduzione di tecnologie più agili e con la
funzionalizzazione di tutte le potenzialità della rete, si può parlare della vera e propria nascita di una
«sfera pubblica» meta-geografica. Un ambiente sociale che, seppur con molte precauzioni, potrebbe esser
riportato al paradigma della smart city. È proprio a questo ambiente che oggi aspirano ad accedere le
masse che si addensano all’interno delle metropoli. Più che una realtà fisicamente connotabile, la smart
city è un circuito di comunicazioni ininterrotte. Una corrente accesa dalle infrastrutture telematiche che
poggiano materialmente sulla superfice della terra, alimentata dall’uso dei dispositivi digitali che sono
in possesso di individui e istituzioni, decodificata, infine, da tutta una serie di algoritmi che ne
interpretano i flussi e le oscillazioni.26 L’integrazione combinata di questi tre elementi, opportunamente
regolata da protocolli standard, ha prodotto nuove forme di organizzazione fondate sul concetto della
cooperazione tra assenti. Lo smart working è una forma di cooperazione in assenza adottata all’interno
delle imprese per migliorare il coordinamento delle routine e ottenere agilità organizzative.
21 Cfr. M. Ilardi. Negli spazi vuoti della metropoli. Distruzione, disordine, tradimento dell’ultimo uomo, Bollati Boringhieri,
Torino, 1999, pp. 7-8.
22 Cfr. A. Magnaghi, Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo, Bollati Boringhieri, Torino, 2010.
23 Cfr. J.R. McNeil P. Engelke, La grande accelerazione. Una storia ambientale dell’Antropocene dopo il 1945, tr. it.,
Einaudi, Torino, 2018.
24 Cfr. W. Gibson, Neuromante, tr. it., Editrice Nord, Milano, 1986.
25 Il concetto di «spazio dei flussi», nasce all’interno di un’analisi di economia regionale originariamente presentata da Castells
in The Informational City: Information Technology, Economic Restructuring, and the Urban Regional Process, Blackwell,
Oxford, 1989. A partire dal 1994 il concetto viene arricchito di nuove prospettive e calato più decisamente nel contesto nella
dimensione urbana e della dimensione socio-culturale. In La nascita della società in rete (tr. it., Egea, Milano, 2020, p. 473)
il sociologo presenta lo «spazio dei flussi» come «l’organizzazione materiale delle pratiche sociali di condivisione del tempo
che operano mediante flussi». «Per flussi specifica Castells intendo sequenze di scambio e interazione finalizzate, ripetitive
e programmabili tra posizioni fisicamente disgiunte occupate dagli attori sociali».
26 Cfr. C. Ratti, La città di domani. Come le reti stanno cambiando il futuro urbano, Einaudi, Torino, 2017.
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3. La rivoluzione dello smart working
La traiettoria evolutiva dai computer vecchio stile sino alle information and communication technologies,
può essere ricapitolata, seppur sommariamente, in uno schema articolato in quattro fasi: 1) enterprise
computing, 2) end-user computing, 3) strategic computing, 4) ubiquitous computing.27 È solo nell’attuale
fase di sviluppo, quella dell’ubiquitous computing, che le prassi organizzative legate allo smart working
iniziano a dispiegarsi in tutta la loro valenza. Sebbene al riguardo di un simile fenomeno non esista, in
letteratura, una definizione univoca,28 è, comunque, possibile individuare alcune convergenze e alcuni
rilievi generalmente condivisi. Unanime è, ad esempio, la concezione dello smart working come
strumento gestionale del lavoro post-fordista. Uno strumento che destruttura le gerarchie preesistenti
sostituendole con una rete di collaborazione trasversale. Il presupposto fondamentale di questa
rivoluzione è la possibilità di accesso alle infotecnologie.29 In tal senso il fenomeno smart working può
essere letto all’interno del paradigma della smart city quale risultante di un processo di sviluppo dei
grandi network reciprocamente connessi attraverso il web. La principale innovazione apportata dallo
smart working consiste nella valorizzazione della “flessibilità”. Nella normativa italiana sullo smart
working, “flessibilità” è sinonimo di “assenza di vincoli” o, più precisamente, di quelle costrizioni spazio-
temporali che caratterizzano le tradizionali prestazioni di lavoro. Agendo in smart working, il lavoratore
è liberato dalla propria «postazione fissa» e messo in grado di scegliere dove e quando operare. Egli può,
altresì, scegliere i propri strumenti di lavoro coniugandoli a scopi ed esigenze personali, variandoli, a sua
totale discrezione, nel corso della settimana o nell’arco della stessa giornata. Si lavora emancipati da ogni
supervisione diretta, collaborando a distanza con i propri colleghi, rispondendo a direttive che arrivano
in remoto e rendicontando le proprie attività. Questa “flessibilità” accresce l’“autonomia”, ma al
contempo responsabilizza rispetto al conseguimento dei target. L’ideologia prevalente tra gli alfieri di
questo nuovo paradigma ci presenta lo smart working come una soluzione “intelligente”, vantaggiosa,
cioè, sia per i lavoratori che la accettano sia per gli enti (pubblici o privati) che la promuovono. Agli uni
essa garantirebbe indipendenza e possibilità di amministrare più consapevolmente le energie, trovando
nuovi tempi, spazi e modi di dispiegare il proprio genio creativo. Agli altri, invece, un’ottimizzazione
delle performance e una minimizzazione delle risorse investite,30 riducendo, ad esempio, il tasso di
assenteismo e i costi derivanti dal mantenimento degli uffici. Per gli enti, inoltre, lo smart working, così
come altre pratiche flessibili (part-time, job sharing), si rivela uno strumento particolarmente utile al fine
di attrarre talenti e “risorse umane”. Per comprendere l’autentica portata dello smart working (“lavoro
flessibile”), bisogna necessariamente porlo in relazione al teleworking (“telelavoro”). Relazione che non
è, però, una sovrapposizione una indebita confusione. La contiguità tra questi due fenomeni è posta
acutamente in luce da molti autori i quali li posizionano lungo una traiettoria evolutiva le cui origini
possono essere tracciate negli anni Settanta. Proprio in quegli anni, dopo la guerra dello Yom Kippur,
l’inasprimento dei rapporti con i paesi arabi, il vertiginoso rialzo del prezzo del petrolio e la conseguente
27 Cfr. W.F. Cascio R. Montealegre, “How technology is changing work and organizations”, Annual Review of
Organizational Psychology and Organizational Behavior 3 (2016): pp. 349-375.
28 Cfr. T. Torre S. Sarti, “Themes and Trends in Smart Working Research: A Systematic Analysis of Academic
Contributions”, HRM 4.0 For Human-Centered Organizations. Advanced Series in Management 23 (2019): pp. 177-200.
29 Cfr. S.J. Eom N. Choi W. Sung, “The use of smart work in government: empirical analysis of Korean experiences,
Government Information Quarterly 33, 3 (2016): pp. 562-571.
30 Cfr. A. Rapp M. Ahearne J. Mathieu N. Schillewaert, “The impact of knowledge and empowerment on working smart
and working hard: The moderating role of experience, International Journal of Research in Marketing 23, 3 (2016): pp. 279-
293.
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crisi energetica, si pose, per la prima volta, in tutto l’Occidente, il problema di una riorganizzazione delle
pratiche sociali. Si trattava, innanzitutto, di trovare alternative al consumo di carburante e all’uso dei
veicoli. Jack Nilles propose il “telelavoro” come una parziale soluzione al problema. Soluzione che
riducendo la mobilità dei lavoratori (o, almeno di alcune categorie di lavoratori), prospettava, tra l’altro,
molteplici benefici anche in vista della tutela dell’ambiente. Difatti, al tempo, il termine “telelavoro” si
riferiva al lavoro svolto fra le mura domestiche grazie alla possibilità di incrociare tecnologie abilitanti
come il telefono e i primi network aziendali. Analogamente al “telelavoro”, anche lo smart working si
appoggia a tecnologie abilitanti, sebbene quelle oggi a disposizione dello smart worker siano
indescrivibilmente più avanzate,31 spaziando dai dispositivi portatili, come smartphone e tablet, a
sofisticati applicativi di collaborazione e social networking.32 Inoltre, così come il “telelavoro”, anche lo
smart working consente di lavorare da casa. In questo caso, però, la scelta dell’auto-domiciliazione è
totalmente discrezionale. È, cioè, solo una delle possibili opzioni che il lavoratore seleziona a proprio
vantaggio tra cui quella del coworking in spazi opportunamente attrezzati come gli smart work center o
smart work hub. Proprio per questo lo smart working può essere letto come implementazione del
“telelavoro”, una pratica che amplia la gamma di situazioni e di strumenti precedentemente utilizzabili.
In altri termini, lo smart working può essere considerato come un più ampio set di pratiche in cui si
iscrive anche lo stesso “telelavoro”. 33 A fronte, però, delle una retorica di continuità è necessario rilevare
una differenza assai profonda. Mentre il “telelavoro” non rompe i vecchi schemi gestionali e incarna
ancora una visione fordista del lavoro, lo smart working si configura come una rivoluzione epocale. Esso
non comporta solo una riscrittura dell’organizzazione ma un cambiamento generale delle nostre
attitudini. Essere smart
significa essere dinamici e nomadi contro qualsiasi burocrazia centralizzata. Significa credere nel dialogo e
nella cooperazione contro qualsivoglia autorità centrale. Credere nella flessibilità contro la routine. Nella
cultura e nella conoscenza contro la produzione industriale. Nell’interazione spontanea e nell’autopoiesi contro
le rigide gerarchie.34
4. Le identità professionali in ambienti iperconnessi
A fronte di una visione ottimistica dello smart working non mancano prospettive di analisi più critiche.
Ad esempio, nell’ambito della sua riflessione sulla smartness e anche contestualizzando alcune riflessioni
di Slavoj Zizek, Mark Fisher osserva come l’organizzazione post-fordista del lavoro coincida con una
transizione a tratti drammatica. Quella dalle consuete «società disciplinari» a una ancora indefinita
«società del controllo».35 Le prime, accuratamente descritte da Michel Foucault, sono le società
organizzate intorno ad ambienti chiusi: la scuola distinta e separata dalla fabbrica; la fabbrica distinta e
31 Cfr. G.P. Huber, “A theory of the effects of advanced information technologies on organizational design, intelligence, and
decision making”, Academy of Management Review 15, 1 (1990): pp. 47-71.
32 Cfr. M. Kodama, “Digitally transforming work styles in an era of infectious disease”, International Journal of Information
Management 55, 102172 (2020): pp. 1-6.
33 Cfr. L. Errichiello T. Pianese, “Toward a theory on workplaces for smart workers”, Facilities 38, 3/4 (2019): pp. 298-
315.
34 M. Fisher, Realismo capitalista, tr. it. Nero, Roma, 2018, p. 69.
35 Ivi, pp. 59-60; si veda anche M. Hardt A. Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, tr. it. Rizzoli, Milano,
2002.
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separata dall’istituzione pubblica.36 Le seconde, prospettate invece da Gilles Deleuze, sono quelle in cui
si assiste alla progressiva aggregazione di tutte le istituzioni in un regime diffuso.37 Un regime che
contestualizzato all’ambito della nostra indagine potrebbe corrispondere alla dimensione della smart city.
Per Fisher la caduta delle distinzioni disciplinari (la distinzione tra casa, fabbrica, istituzioni) contribuisce
a disintegrare le nostre personalità. Essa priva il soggetto di punti di riferimento e lo cala in una
condizione di disorientamento assoluto. Non è qui il caso di approfondire ulteriormente la tesi sviluppata
dal filosofo anglosassone. Trarremo, però, spunto dalle sue riflessioni per indagare un aspetto critico
dello smart working. In questo paragrafo tenteremo, infatti, di illustrare come la declinazione lavorativa
della smartness possa condizionare la percezione dell’identità attraverso l’alterazione dei profili
professionali. Il profilo professionale è una componente sostanziale, seppur non assoluta, dell’identità
soggettiva. Esso caratterizza le nostre autorappresentazioni all’interno di un più ampio contesto
organizzativo, illustra il perché si sceglie una determinata organizzazione; perché, nel caso, si decide di
abbandonarla; perché si adotta un certo stile di lavoro e perché si interagisce seguendo certi riti.38 Mentre
l’affiliazione a una struttura lavorativa contribuisce a rafforzare il nostro profilo professionale (attraverso
la condivisione di una determinata mission cui si associano valori e credenze condivise), l’isolamento
dall’organizzazione contribuisce a svilirlo e a depotenziarlo. Questo processo può generare alienazione
e indurci a percepire un’identità dimidiata. Per comprendere meglio come ciò possa accadere occorre
abbandonare il “mito” dell’identità “statica”, l’idea, cioè, che la configurazione di sé possa essere
ricondotta a una “sostanza” immutabile, qualcosa che trascende le manifestazioni del divenire e che non
è mai condizionata dalle loro metamorfosi. La filosofia di Nietzsche e la psicoanalisi di Freud avevano
già messo in crisi questa visione monolitica, quando le concettualizzazioni sociologiche del Novecento
hanno proposto un nuovo paradigma interpretativo: quello dell’identità come “costruzione sociale”.39
Secondo questa prospettiva l’identità non è uno “status”, ma un processo aperto e continuamente
ridiscusso. È qualcosa che si definisce nell’iter di una relazione e di un “negoziato” con i nostri simili.
Al centro del negoziato ci sono le autorappresentazioni che vengono “messe in scena” o “performate”,40
sottoposte alla critica di un pubblico severo e, infine, emendate o riconosciute come tali. Ma
l’autorappresentazione non è solo narrazione, è anche un atteggiamento e una mimica del corpo. E anche
il riconoscimento (o il suo contrario) è, spesso, veicolato da certi atteggiamenti o posture. Una stretta di
mano, un contatto fisico può comunicare, talvolta, più efficacemente delle parole. Sotto «le dita
dell’altro» il nostro corpo è più sensibile, la percezione di noi stessi diviene più acuta.41 Tuttavia, questa
forma di interazione tangibile può difficilmente realizzarsi al di fuori di un luogo condiviso. Un luogo
che per molti lavoratori tradizionali si identifica necessariamente con il proprio ufficio. Interagendo in
una sede istituzionale, un individuo si espone a trecentosessanta gradi: attrae lo sguardo, catalizza
36 Cfr. M. Foucault, La società disciplinare, tr. it. Mimesis, Milano, 2007.
37 Cfr. G. Deleuze, Poscritto sulle società del controllo, in Id., Pourparler 1972-1990, tr. it., Quodlibet, Macerata, 1992, pp.
234-241.
38 Cfr. B.E. Ashforth B.S. Schinoff, “Identity under construction: How individuals come to define themselves in
organizations”, Annual Review of Organizational Psychology and Organizational Behavior 3 (2016): pp. 111-137; B.E.
AshforthS.H. Harrison K.G. Corley, “Identification in organizations: An examination of four fundamental questions”,
Journal of Management 34, 3 (2008): pp. 325-374.
39 Cfr. R. Bodei, Scomposizioni. Forme dell’individuo moderno, il Mulino, Bologna, 2020.
40 Cfr. P.L. Berger T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, tr. it., il Mulino, Bologna, 1997; E. Goffman, La vita
quotidiana come rappresentazione, tr. it., il Mulino, Bologna, 1997.
41 Cfr. M. Foucault, Utopie Eterotopie, cit., p. 45.
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l’attenzione, mobilita pulsioni e personalizza l’ambiente. Naturale, dunque, che nelle nuove circostanze,
almeno per chi è abituato a lavorare in ufficio, lo smart working sia vissuto come forma di «esilio»42 che
inibisce, innanzitutto, l’espressione di sé.43 Una condizione resa ancor più paradossale dalla percezione
di uno stato di controllo panoptico, in cui pur sentendosi scrutato dall’istituzione, l’individuo non avverte
il beneficio del riconoscimento. Alla dispersione della dimensione topologica corrisponde, così, un senso
di diminuzione personale. Jean Twenge ha osservato l’emergere di questo fenomeno soprattutto
nell’ambiente sociale degli i-Gen (i cosiddetti “nativi digitali”). A nostro avviso, però, le sue conclusioni
sono in larga misura applicabili anche al contesto degli smart worker. Anche questi ultimi, come gli stessi
i-Gen, sopportando la pressione di un immenso apparato tecnologico, sono portati a relazionarsi in una
dimensione virtuale che inibisce la maggior parte delle interazioni fisiche. La psicologa americana,
adottando una prospettiva ispirata al social learning, osserva come alla virtualizzazione delle nostre
pratiche corrisponda una perdita di «locus interno». Chi ha «locus interno», spiega Jean Twenge, avverte
una maggiore aderenza al proprio sé. Si sente padrone delle proprie azioni, di cui percepisce il merito e
la responsabilità. Chi, invece, è privo di «locus interno» si descrive soggetto a forze impersonali, si
percepisce fragile ed esposto agli accidenti senza possibilità di prevederli e prevenirli. Un’idea
sconsolante e forse caratteristica di chi avverte la perdita di «locus interno» è che il mondo sia «luogo
intrinsecamente pericoloso perché ogni interazione sociale può fare del male».44 Ciò determina un ritorno
sulla dimensione social che ha tutte le sembianze di un circolo vizioso: più sento che la realtà mi sfugge
di mano, più mi rivolgo all’esperienza virtuale, ma più sono connesso ai miei dispositivi telematici, più
continuo a perdere il contatto con il mondo. Si tratta di una trappola comportamentale che, spesso, può
imprigionare anche gli smart worker. Sentendosi isolati dalla propria organizzazione e in una condizione
in cui i ruoli appaiono indefiniti, questi ultimi avvertono spesso la pressione e la necessità di ribadire il
proprio status e la propria funzione. Non potendo più farlo attraverso interazioni dirette e avendo a
disposizione potenti strumenti informatici, essi tenderanno a rimanere sempre più connessi per
impressionare e autorappresentarsi a distanza.45 D’altronde il vivere in uno stato di “iperconnessione”
offre l’opportunità di giocare con le proprie identità, scegliendo in maniera, per così dire, opportunistica
quali aspetti esaltare e quali, mettere in ombra.46 Molti lavoratori usano le ICT per comunicare
selettivamente diverse immagini di sé: quella della persona disponibile e reattiva, quella della persona
ricercata e riflessiva, quella della persona dilettevole e spassosa o, ancora, autorevole e impegnata.47 In
tutte queste circostanze l’impiego delle ICT non favorisce una negoziazione dell’identità, ma solo lo
42 E. Hafermalz, “Out of the panopticon and into exile: Visibility and control in distributed new culture organizations”,
Organization Studies 0170840620909962, (2020): pp. 1-21.
43 Cfr. C.J. Bean E.M. Eisenberg, “Employee sensemaking in the transition to nomadic work”, Journal of Organizational
Change Management 19, 2 (2018): pp. 210-222; M. Brocklehurst, “Power, identity and new technology homework:
Implications for new forms of organizing”, Organization Studies 22, 3 (2001): pp. 445-466.
44 J. Twenge, Iperconnessi. Perché i ragazzi oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici e del tutto impreparati a
diventare adulti, tr.it., Einaudi, Torino, 2018, p. 191.
45 Cfr. K. Dery E. Hafermalz, Seeing is belonging: Remote working, identity and staying connected, in J. Lee (Ed.) The
impact of ICT on work, Springer, Singapore, 2016, pp. 109-126; Z.I. Barsness K.A. Diekmann M.D.L. Seidel, “Motivation
and opportunity: The role of remote work, demographic dissimilarity, and social network centrality in impression
management”, Academy of Management Journal 48, 3 (2005): pp. 401-419.
46 Cfr. M.R. Leary R.M. Kowalski, “Impression management: A literature review and two-component model”,
Psychological Bulletin 107, 1 (1990): pp. 34-47.
47 Cfr. G. Symon K. Pritchard “Performing the responsive and committed employee through the sociomaterial mangle of
connection”, Organization Studies 36, 2 (2015): pp. 241-263.
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sdoganamento di un narcisismo di facciata che tradisce solitudine e bisogno di riconoscimento.48 Infine,
nel gioco a rialzo delle rappresentazioni social, ad essere penalizzato è il benessere lavorativo. Colti dalla
tempesta delle sollecitazioni mediatiche e sentendosi, in qualche modo, obbligati a replicare, gli smart
worker avvertono quella che in gergo tecnico è stata definita «workplace telepressure»,49 uno stato di
stress che inibisce la concentrazione e comporta la perdita di produttività. In questo caso lo smart
working, oltre a risultare nocivo per il singolo l’individuo, appare controproducente anche per
l’organizzazione.50
5. Conclusioni
Una sorta di mistica dell’automazione aleggia, ormai da tempo, sulle nostre società. Una fede ottimistica
nello sviluppo della telematica e nelle potenzialità implicite delle nuove ICT ci presenta queste ultime
quasi come strumenti di salvezza in grado di schermare gli uomini da ogni afflizione. La pandemia di
coronavirus è stata un banco di prova di questo tecno-ottimismo. E, per certi versi, lo ha corroborato. È
innegabile, infatti, che, se una simile pandemia avesse colto il mondo nei decenni passati le nostre
capacità di organizzazione e di reazione sarebbero state enormemente ridimensionate. Le ICT ci hanno
reso resilienti, hanno mobilitato individui costretti alla clausura, hanno consentito loro di rimanere in
connessione anche in uno stato di prolungato isolamento. Laddove le tecnologie erano meno sviluppate
la risposta all’emergenza è stata più lenta. Ciò giustifica, ampiamente, la riapertura del dibatto sull’utilità
sociale delle infrastrutture informatiche e, con specifico riferimento all’organizzazione del lavoro, apre
nuovi orizzonti per la diffusione dello smart working. Il nuovo paradigma della smartness non dovrebbe,
però, essere assolutizzato. L’attenzione posta nei paragrafi precedenti sugli aspetti critici dello smart
working non ha come obiettivo quello di demonizzare una pratica che sta iniziando sempre più a
istituzionalizzarsi. Si intende, piuttosto, sollecitare l’attenzione sulla necessità di un approccio più
consapevole allo strumento. Un approccio ispirato da quell’etica che Hans Jonas si è sforzato di indicare
per la civiltà tecnologica: un virtuoso connubio tra il «principio speranza»51 e il «principio di
responsabilità»,52 tra l’ambizione di costruire migliori condizioni di vita (traendo vantaggio anche
dall’impiego delle macchine) e la prospettiva di farlo in una maniera sostenibile, nel rispetto di alcuni
assunti condivisi.53 D’altronde la comunità scientifica globale ha da tempo recepito questa necessità.
Esperti di comunicazione, psicologi, manager (ma non solo) hanno compreso l’urgenza di portare alla
ribalta il problema della consapevolezza digitale. I danni derivanti dall’uso intensivo delle tecnologie e
da quella che è stata definita «iper-connettività» sono stati sottolineati all’interno degli organizational
studies. Molto interessante risulta, a tal proposito, il concetto di «connettività necessaria».54 Tale
48 Cfr. A. Colbert N. Yee G. George, “The digital workforce and the workplace of the future”, Academy of Management
Journal 59 (2016): pp. 731739; A. Orsenigo, “La costruzione dell’identità lavorativa in un mondo sollecitato dalla
flessibilità”, Spunti 6 (2002): pp. 7-26.
49 L.K. BarberA.M. Santuzzi, “Please respond ASAP: Workplace telepressure and employee recovery”, Journal of
Occupational Health Psychology 20(2), 172, (2015), pp. 172-189.
50 Cfr. L. Errichiello D. Demarco, “From social distancing to virtual connections. How the surge of remote working could
remold shared spaces”, TeMa. Journal of Land, Use, Mobility and Enviromment, Special Issue Covid-19 vs City-20 (2020),
pp. 151-164.
51 Cfr. E. Bloch, Il principio speranza, tr. it., Garzanti, Milano, 1994.
52 Cfr. H. Jonas, Il principio responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica, tr. it., Einaudi, Torino, 1990.
53 Cfr. R. Bodei, op. cit.
54 D.G. Kolb A. Caza P.D. Collins, “States of connectivity: New questions and new directions”, Organization Studies 33,
2 (2012), pp. 267-273.
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concetto, avanzato da Darl Gurney Kolb, evidenzia l’importanza di equilibrare la propria vita in rete al
giusto mezzo tra due estremi: da un lato l’estremo dell’«ipo-connettività», un rifiuto quasi luddistico
delle tecnologie, dall’altro quello dell’«iper-connettività» e, cioè, un totale abbandono alle loro
seduzioni. Anche il concetto di «digital wellbeing» può concorrere alla definizione di un’etica
tecnologica. Tale concetto, recentemente rilanciato da Mariek Vanden Abeele, indica una modalità di
approccio alle tecnologie tesa a preservare il benessere dell’individuo.55 Con specifico riferimento alla
condizione degli smart worker, alla loro necessità di conservare un’identità, alla loro esigenza di
rimanere produttivi senza compromettere l’equilibrio tra vita e lavoro, il conseguimento del «digital
wellbeing» implica un’azione su tre livelli distinti. Tale azione coinvolge sia gli stessi smart worker sia
le organizzazioni a cui essi afferiscono, rendendo i primi responsabili per la propria condotta e le seconde
responsabili di incoraggiare prassi sane. Il primo livello d’azione riguarda la progettazione degli spazi di
lavoro digitali, il secondo l’utilizzo degli strumenti tecnologici, il terzo le policy organizzative. Riguardo
al primo livello d’intervento, si pongono al centro le scelte di design degli spazi. A tal proposito è
opportuno ricordare l’essenziale distinzione tra “telelavoro” e smart working. Quest’ultimo non è
semplicemente “lavoro da casa”, ma può essere realizzato all’interno di vari ambienti pubblici e privati
come i già citati smart work center. Questi ambienti, generalmente definiti digital workplace, non
dovrebbero presentarsi come meri supporti logistici di lavoratori privati di una sede istituzionale.
Dovrebbero al contrario favorire sia la socialità fisica sia quella che Papacharissi chiama «socialità di
rete»56 ovvero la costituzione di comunità virtuali in cui potersi esprimere e riconoscere. Diventa
importante, insomma, contrastare il rischio che i lavoratori convivano in spazi senza interagire. La
seconda leva di intervento attiene alla fruizione delle tecnologie.57 Al lavoratore dovrebbe esser sempre
garantita la possibilità di adattare le funzionalità della tecnologia alle proprie esigenze, scegliendo – tra
l’altro se, quando e come connettersi (ricorrendo, ad esempio, alla scelta di comunicare in maniera
asincrona).58 La ricerca ha evidenziato che, a tal proposito, in risposta alla minaccia di un controllo
intrusivo, gli smart worker ricorrono a pratiche «protettive». 59 Tali pratiche contrastano la dipendenza
tecnologica e permettono di preservare un’autonomia relativa. Tuttavia questa risposta difensiva
comporta per il lavoratore un onere aggiuntivo, cioè quello di gestire una duplice socialità (online e
offline) stabilendo quando «attivare e sospendere specifici ruoli sociali».60 Con ciò arriviamo alla terza
leva di intervento che riguarda le policy organizzative. Le organizzazioni dovrebbero sostenere il
processo di appropriazione delle tecnologie supportando lo smart worker con adeguate strategie. Al
riguardo, accanto alle più note politiche di negoziazione della reperibilità lavorativa e al diritto alla
disconnessione, diventa importante favorire una cultura organizzativa digitale che riconosca
l’importanza del work-life balance e la supporti concretamente riducendo la pressione normativa che
55 Cfr. M.M.P. Vanden Abeele, “Digital Wellbeing as a Dynamic Construct", Communication Theory (2020). OSF:
https://doi.org/10. 31219/osf.io/ymtaf.
56 Cfr. Z. Papacharissi, A networked self, in Id. (Ed.), A networked self: Identity, community, and culture on social network
sites”, Taylor & Francis, New York-London, 2011, pp. 304-318.
57 Cfr. W.J. Orlikowski, “Using technology and constituting structures: A practice lens for studying technology in
organizations”, Organization Science 114 (2000): pp. 404-428.
58 Cfr. D.G. Kolb A. Caza P.D. Collins, op. cit.
59 Cfr. J. Cunha T. Pianese L. Errichiello, “Paradoxes of Control in Remote Work Arrangements”, 4th RGCS symposium
Designing the Commons: Collaborative spaces, Open communities, Smart Cities, Lyon, 23-24 January, 2020.
60 Cfr. M.M.P. Vanden Abeele R. De Wolf R. Ling, “Mobile media and social space: How anytime, anyplace connectivity
structures everyday life”, Media and Communication 6, 2(2018): pp. 5-14.
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spinge il lavoratore ad una connettività ridondante. Ciò può avvenire, ad esempio, motivando tutti i
membri dell’organizzazione a fornire periodicamente dei feedback sulle competenze e le performance
individuali. L’affermazione di questa cultura può ridurre il vizio di una comunicazione eccessiva
favorendo, al contempo, un riconoscimento dei meriti e delle identità professionali. In questo senso, il
feedback non viene percepito come critica intrusiva; ma come una preziosa occasione di ridiscussione di
sé.
... Mazmanian et al., 2013;Wajcman & Rose, 2011). These threats have become more serious since the COVID-19 pandemic has constrained millions of people to work at home, reinforcing their need to maintain virtual connections with colleagues to re-affirm their work identity and sense of belonging to their organization (Demarco and Errichiello, 2021). Our findings did not explicitly suggest complaint about the continuous availability via ICTs. ...
... This is a new paradox concerning virtual connections that adds to those already identified in the literature on remote working, notably the connectivity paradox (e.g. Leonardi et al., 2010), the identity paradox (Demarco & Errichiello, 2021) and the control paradox (Cunha et al., 2020). ...
Chapter
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The COVID-19 pandemic forced many organizations to abruptly introduce remote working, without an accurate analysis of organizational processes and employees’ expectations about work exibility. Thus, remote working has been implemented without a rational plan of interventions based on remote work- enabling technologies, managerial practices, and resources. This chapter aims at understanding the role of “supporting” structures and practices in driving the e ective implementation of remote working in the post-COVID era. The authors rely on a case study of a multi-national IT company with a long experience with remote work arrangements, focusing on mobile work and virtual teams and looking at expectations and actions of remote workers in relation to organizational support. Findings revealed the importance to adopt a holistic approach to organizational support to remote working based on formal procedures, adequate evaluation systems, tools for self-management, blended training programs, sup- portive leadership style, along with a collaborative work environment and a remote culture.
Article
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Covid-19 will have significant impacts on the world, changing many aspects of our lives, including urban life and work routines. Challenges arising from the spread of the coronavirus are likely to push the digital infrastructuring of cities, accelerating the transition towards the smart city. Additionally, we may see a permanent shift towards remote work arrangements, notably telecommuting and smart working. In the aftermath of the pandemic, the affirmation of such a scenario requires us to reflect on the challenges of an interconnected society produced by Information and Communication Technologies (ICTs). Taking remote working as an illustrative example, the paper offers a critical reflection on how ICTs can influence our perceptions of places and argues that places play a key role in influencing the patterns of remote workers’ identity construction. The authors caution about the dark side of digital connectivity, pointing at the risks that a prolonged detachment from reality and the loss of places can put on remote workers’ identity. In order to overcome potential tensions, remote workers should avoid too much connectivity continuously balancing identity performance in both physical and virtual workplaces. Implications for both organizational and urban design are provided.
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Mobile media support our autonomy by connecting us to persons, contents and services independently of time and place constraints. At the same time, they challenge our autonomy: We face struggles, decisions and pressure in relation to whether, when and where we connect and disconnect. Digital wellbeing is a new concept that refers to the (lack) of balance that we may experience in relation to mobile connectivity. This article develops a theoretical model of digital wellbeing accounting for the dynamic and complex nature of our relationship to mobile connectivity, thereby overcoming conceptual and methodological limitations associated with existing approaches. This model considers digital wellbeing an experiential state of optimal balance between connectivity and disconnectivity that is contingent upon a constellation of person-, device- and context-specific factors. These constellations represent pathways to digital wellbeing that – when repeated –affect wellbeing outcomes. Digital wellbeing interventions are effective when they disrupt these pathways.
Article
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Using Giddens' (1984) structuration theory we examine how social structures in mobile communication technologies shape the everyday life of individuals, thereby reshaping power dynamics that underlie the social organization of society. We argue that the anytime, anyplace connectivity afforded by mobile communication technologies structures society by imposing a network, social and personal logic. We discuss how each logic both reproduces and challenges traditional power structures, at the micro-as well as macro-level. At the micro-level, the network logic refers to mobile communication tech-nologies' capacity to organize activities in a networked fashion, granting people greater autonomy from time and place. The social logic refers to mobile communication technologies' capacity for perpetual contact, fostering social connectedness with social relationships. The personal logic refers to mobile communication technologies' capacity to serve as extensions of the Self, with which people can personalize contents, services, place and time. The flipside of these logics is that, at the micro-level, the responsibility to operate autonomously, to maintain personal social networks, and to manage and act based on personal information shifts to the individual. We also notice shifts in power structures at the macro-level. For instance, to reap the benefits of mobile communication technology individuals engage in free 'digital labor' and tolerate new forms of surveillance and control.
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The authors reflect on ways increased prevalence of technology and digital natives entering the workplace influence how work is approached. They talk about competencies of the digital workforce and suggests both digital natives and digital immigrants could have the skills needed to utilize technology for manipulating data, problem solving, and new product creation. They comment on interpersonal relating and identity development in digital workforces, and the utilization of technology at work.
Article
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Individuals need a situated identity, or a clear sense of "who they are" in their local context, to function. Drawing largely on interpretivist research, we describe the process of identity construction in organizations. Organizations set the stage for members to construct their identities through sensebreaking, rendering individuals more receptive to organizational cues conveyed via sensegiving. Individuals utilize sensemaking to construe their situated identity as they progress toward a desired self. Affect (feeling "this is me"), behavior (acting as "me"), and cognition (thinking "this is me") are each viable and intertwined gateways to a situated identity that resonates with one’s desired self and a given context. Individuals formulate identity narratives that link their past and present to a desired future, providing direction. If their identity enactments and narratives receive social validation, individuals feel more assured, fortifying their emergent identities. The result of these dynamics is a visceral understanding of self in the local context, facilitating adjustment.
Article
This paper builds a theoretical argument for exile as an alternative metaphor to the panopticon, for conceptualizing visibility and control in the context of distributed “new culture” organizations. Such organizations emphasize team relationships between employees who use digital technologies to stay connected with each other and the organization. I propose that in this context, a fear of exile – that is a fear of being left out, overlooked, ignored or banished – can act as a regulating force that inverts the radial spatial dynamic of the panopticon and shifts the responsibility for visibility, understood both in terms of competitive exposure and existential recognition, onto workers. As a consequence these workers enlist digital technologies to become visible at the real or imagined organizational centre. A conceptual appreciation of exile, as discussed in existential philosophy and postcolonial theory, is shown to offer productive grounds for future research on how a need for visibility in distributed, digitised, and increasingly precarious work environments regulates employee subjectivity, in a manner that is not captured under traditional theories of ICT-enabled surveillance in organizations.
Chapter
This chapter examines how workers in a distributed environment use technologies to overcome the isolation and invisibility of virtual work. We examine the working lives of remote workers and show how they struggle with maintaining those ‘informal’ connections with the organisation that are typically associated withe building a sense of belonging. Our fi ndings identify new practices that engage technologies to maintain visual and social connections across the organisation. In this way, remote workers are establishing a sense of bel nging and participation across the wider spectrum of organisational activities and opportunities. Insightsinto how technologies are used to build an identity and a presence in a largely virtual working environment are then used to generate a series of recommendations for the management of remote workers.
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Impression management, the process by which people control the impressions others form of them, plays an important role in interpersonal behavior. This article presents a 2-component model within which the literature regarding impression management is reviewed. This model conceptualizes impression management as being composed of 2 discrete processes. The 1st involves impression motivation-the degree to which people are motivated to control how others see them. Impression motivation is conceptualized as a function of 3 factors: the goal-relevance of the impressions one creates, the value of desired outcomes, and the discrepancy between current and desired images. The 2nd component involves impression construction. Five factors appear to determine the kinds of impressions people try to construct: the self-concept, desired and undesired identity images, role constraints, target's values, and current social image. The 2-component model provides coherence to the literature in the area, addresses controversial issues, and supplies a framework for future research regarding impression management.
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In the light of increasingly mobile and flexible work, maintaining connections to work is presented as vital. Various studies have sought to understand how these connections are experienced and managed, particularly through the use of smartphones. We take a new perspective on this practice by bringing together the conceptual fields of sociomateriality and identity work. Through the analysis of narratives produced by smartphone users in an engineering firm we argue that connection can be viewed as a sociomaterial assemblage that performs particular identities: being contactable and responsive; being involved and committed; and being in-demand and authoritative. Through this analysis we both elaborate the concept of connectivity at work and indicate how the material is implicated in identity performances.