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SIBILLA APPENNINICA, IL MISTERO E LA LEGGENDA - ANTOINE DE LA SALE E IL MAGICO PONTE NASCOSTO NEL MONTE DELLA SIBILLA

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Il mistero del Monte Sibilla, in Italia, è un enigma antico e ancora inspiegato. La montagna innalza il proprio picco tra l'Umbria e le Marche. La grotta sulla cima è stata oggetto di visite, per secoli, da parte di uomini provenienti da ogni parte d'Europa, in cerca del leggendario reame sotterraneo della Sibilla degli Appennini. Una ricerca che non si è ancora conclusa. Questo articolo fornisce una completa descrizione dell'antica ascendenza letteraria del magico ponte del quale Antoine de la Sale narrò del suo "Il Paradiso della Regina Sibilla", un'invenzione che egli incluse nel resoconto della visita da lui compiuta presso il Monte Sibilla per stupire e deliziare il proprio aristocratico pubblico.
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MICHELE SANVICO
SIBILLA APPENNINICA
IL MISTERO E LA LEGGENDA
ANTOINE DE LA SALE E IL MAGICO PONTE NASCOSTO
NEL MONTE DELLA SIBILLA1
1. La vera storia di una tradizione letteraria
Quando Antoine de La Sale, nel suo Il Paradiso della Regina Sibilla, ci
riferisce quei misteriosi, affascinanti racconti a proposito di ciò che si
troverebbe all'interno dei recessi del Monte Sibilla, nella grotta da lui
visitata, nel 1420, in compagnia dei villici di Montemonaco, egli ci narra di
quell'agghiacciante ponte che parrebbe attendere gli incauti visitatori che
osassero inoltrarsi nelle viscere della montagna:
«Poi si trova un ponte, del quale non si capisce di quale materia sia
costruito, ma si dice che non sia più largo di un piede e sembrerebbe essere
molto lungo. Al di sotto di questo ponte, un grande e spaventoso abisso di
enorme profondità [...] Ma non appena si pongono i due piedi sul ponte,
egli diviene largo a sufficienza; e più si procede innanzi e più esso diviene
largo e l'abisso meno profondo» [Nel testo originale francese: «Lors
trouve-l'on ung pont, que on ne scet de quoy il est, mais est advis qu'il n'est
mie ung pied de large et semble estre moult long. Dessoubz ce pont, a très
grant et hydeux abisme de parfondeur [...] Mais aussitost que on a les deux
pieds sur le pont, il est assez large; et tant va on plus avant et plus est large
et moins creux».]
A prima vista, questo magico ponte si presenta come uno strano ed insolito
elemento narrativo: esso costituisce un fiabesco elemento del regno della
Sibilla, è capace di suscitare brividi di emozione nei lettori, e certamente
1 Pubblicato il 14 e 21 gennaio 2018
(http://www.italianwriter.it/TheApennineSibyl/TheApennineSibyl_LegendOrigin.asp)
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conferisce il giusto tocco all'effetto che de La Sale - smaliziato cortigiano,
desideroso di compiacere il proprio pubblico - andava cercando per il
proprio racconto.
Ma veramente de La Sale è stato sincero, originale e autentico nel
raccontare questa porzione della sua storia?
No, non lo è stato. E Sibilla Appenninica - Il Mistero e la Leggenda è
orgogliosa di poterne fornire fondata dimostrazione.
Abbiamo già visto come il magico ponte apparisse anche in un altro,
precedente racconto: Huon d'Auvergne, un poema cavalleresco del
tredicesimo secolo - in relazione al quale abbiamo già avuto modo di
vedere come esso presenti alcuni stretti legami con la leggenda della Sibilla
Appenninica.
Nell'Huon d'Auvergne, il ponte incantato era descritto nel seguente modo:
«La malvagità di quel ponte vi voglio raccontare: - Sopra è acuminato
come una punta di freccia - E più che spada esso è in grado di tagliare [...]
Poi si avventurano sul ponte a piccoli passi - Tanto che di quel ponte
raggiungono l'altro estremo» [nel testo originale Franco-Italiano: «La
crudelitade del ponte ve voio contere: - Desovra è agudo como quarel
d'açere - E pluy ca spada ello taia volentiere [...] Po se meteno su per lo
ponte a pas petis - Tanto che sono olltro el pont sulla ris»].
Un ponte, sottile come una lama, tagliente come un rasoio: ma se la tua
fede in Dio è salda, quel ponte diviene sempre più largo, ed è possibile
passare oltre, e salvarsi. Se, invece, non credi, tu cadrai.
Un'ordalia che sottopone la tua anima ad una prova definitiva.
Da dove viene questo ponte? Se lo si trova sia nel Paradiso della Regina
Sibilla che nell'Huon d'Auvergne, esso proviene forse da qualche
precedente antenato letterario?
In realtà, il ponte proviene direttamente dal dodicesimo secolo (e - come
vedremo - da epoche ancor più antiche). Esso si trova nel Tractatus de
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Purgatorio Sancti Patricii, dove si racconta del confronto tra il cavaliere
Owain e i dèmoni che vorrebbero impossessarsi della sua anima:
«Il ponte si protendeva oltre il fiume [ricoperto di ruggenti fiamme
sulfuree], e aveva tre caratteristiche impossibili, terrorizzanti a vedersi per
coloro che avrebbero dovuto attraversarlo: il primo era che il ponte era
sdrucciolevole, per cui anche se fosse stato più largo, nessuno avrebbe
potuto appoggiarvi il proprio piede in modo fermo e sicuro; inoltre, esso
era tanto stretto e fragile che nessuno avrebbe osato sostarvi o camminarvi
sopra; terzo, il ponte era così alto sul fiume sottostante che la visione
dell'abisso era orribile [...] Ma il cavaliere, confidando in Cristo [...] entrato
audacemente nel ponte, cominciò lentamente a percorrerlo, senza percepire
nulla di viscido al di sotto del piede [...] e trovò che il ponte diveniva più
spazioso; ed ecco che, dopo poco, tanto si accrebbe la larghezza del ponte,
che esso divenne largo come una pubblica via, tanto da potere ospitare ben
undici carri che viaggiassero insieme [...] vide che l'ampiezza del ponte
cresceva a tal punto che a stento egli riusciva ora a scorgerne i due fianchi»
[Nel testo originale latino: «Pons vero protendebatur ultra flumen
[sulphurei incendii flamma copertum], in quo tria quasi impossibilia et
transeuntibus valde formidanda videbantur, unum quod ita lubricus erat, ut
etiam si latus fuerit, nullus vel vix aliquis in eo pedem figere posset;
alterum quod tam strictus et gracilis erat, ut nullus in eo stare vel ambulare
valeret; tertium quod tam altus erat, et a flumine remotus ut horrendum
esset deorsum aspicere [...] Sed miles Christi fidelis [...] pontem audacter
ingressus, coepit pedetentium incedere, nihilque lubrici sub pedibus
sentiens [...] eo spatiosorem invenit pontem; et ecce post paululum tanta
crevit pontis latitudo, ut publicae viae amplitudinem prae se ferret, et
undecim carra sibi obvianta posset excipere [...] vidit latitudinem pontis in
tantum excrescere, ut vix ex utraque parte ejus fines posset aspicere»].
E dunque, quando l'esperto cortigiano nonché scrittore Antoine de La Sale
racconta ai suoi lettori del magico ponte che si troverebbe all'interno del
Monte Sibilla, in Italia, egli sta semplicemente utilizzando gli strumenti
tipici dello scrittore, per conferire più sapore alla propria narrazione: il
provenzale trae uno stupefacente ponte da una tradizione più antica - quella
relativa al Purgatorio di San Patrizio, che riguarda analogamente una grotta,
una popolazione sotterranea di dèmoni e un'avventura il cui protagonista è
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un cavaliere - e lo inserisce nel suo calderone di scrittore, con l'obiettivo di
avvincere l'attenzione del proprio pubblico.
Solo un trucco letterario. Non ci sono ponti del genere al di sotto del Monte
Sibilla. Né ci sono mai stati.
In realtà, questo ponte è addirittura ancor più antico di quella narrazione,
risalente al dodicesimo secolo, reperibile nel Tractatus de Purgatorio
Sancti Patricii.
Prendiamo la cosiddetta Visione di S. Adamnán: si tratta di un manoscritto
dell'undicesimo secolo contenuto nel Lebor na hUidre, un antico
manoscritto irlandese (MS 23 E 25, conservato presso la Royal Irish
Academy a Dublino). Il testo riporta la visione di S. Adamnán, abate del
grande monastero di Iona nel settimo secolo d.C. Proprio come Owain, egli
viene condotto nell'Inferno, ed ecco cosa si trova di fronte
«Un ponte enorme attraversa la profonda gola, da una sponda all'altra [...]
Un gruppo di anime trova che il ponte sia largo a sufficienza, dall'inizio alla
fine, cosicché essi riescono ad attraversare l'abisso infuocato, sani e salvi,
coraggiosamente e senza abbattersi. Il secondo gruppo, entrando nel ponte,
all'inizio lo trova angusto, ma poi esso si allarga [...] Ma per l'ultimo
gruppo, il ponte sembra all'inizio che sia largo, ma poi diviene stretto e
difficile, finché essi, giunti alla metà, non cadono nel pericoloso abisso,
nelle bocche degli otto serpenti rosso fuoco [...] Ora la gente per i quali il
passaggio è stato facile sono i casti, i penitenti, i diligenti [...] Invece,
coloro ai quali la strada è apparsa larga al principio, ma stretta
successivamente, sono stati peccatori».
[Nel testo originale irlandese: «Drocher dérmár dan darsin n-glend...»].
Ma questo non è altro che il ponte di Antoine de La Sale! La stessa
mutevole ampiezza, lo stesso carattere di ordalìa per anime pure e non
macchiate dal peccato. Ma nella Visione di S. Adamnán, proprio come nel
Purgatorio di San Patrizio, ci si imbatte nel ponte durante un viaggio
nell'aldilà, mentre Antoine de La Sale lo adatta al contesto di
un'esplorazione condotta all'interno di un mondo magico situato al di sotto
di una specifica montagna, il Monte Sibilla.
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Fig. 1 - Il brano sul 'ponte del cimento' tratto dalla Visione di S. Adamnán dal manoscritto Lebor na
hUidre; in alto a destra è visibile l'antica parola irlandese 'drocher', il cui significato è 'ponte'
Ma sono solo queste le menzioni di quel ponte negli antichi manoscritti?
No, perché ne esistono anche altre.
Nel mondo occidentale, il riferimento più antico ad un tale 'ponte del
cimento' si trova in un'opera redatta da Papa San Gregorio Magno, vissuto
nel sesto secolo d. C. Nei suoi Dialoghi (Libro IV, Capitolo XXXVI) è
illustrato il primo esempio di un viaggio nel mondo sovrannaturale. Di
nuovo, un soldato sta visitando l'oltretomba, e nel corso del suo viaggio si
imbatte in un pericoloso ponte:
«Raccontava [quel soldato] infatti [...] che lì si trovava un ponte, al di sotto
del quale scorreva un fiume nero che esalava vapori nebulosi dal fetore
intollerabile. Al di del ponte, erano visibili ameni prati verdeggianti [...]
In questo ponte vi era una prova, per la quale chiunque avesse voluto
attraversarlo con animo colpevole, sarebbe sdrucciolato g nell'oscuro
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fiume nauseabondo; i giusti, invece, ai quali non fosse imputata alcuna
colpa, sarebbero entrati nel ponte con piede sicuro e sarebbero giunti
liberamente ai luoghi meravigliosi. [...] Egli vide i giusti passare attraverso
il ponte per giungere a quei luoghi di bellezza: perché estremamente stretto
è il sentiero che conduce alla vita eterna».
[Nel testo originale latino: «Aiebat [miles] enim [...] quia pons erat, sub
quo niger atque caliginosus foetoris intolerabilis nebulam exhalans fluvius
decurrebat. Transacto autem ponte, amoena erant prata atque virentia [...]
Haec vero erat in praedicto ponte probatio ut quisquis per eum vellet
injustorum transire, in tenebrosum foetentemque fluvium laberetur: justi
vero quibus culpa non obsisteret, securo per eum gressu ac libero ad loca
amoena pervenirent. [...] Per pontem quippe ad amoena loca transire justos
aspexit: Quia angusta valde est semita quae ducit ad vitam»].
Di nuovo, lo stesso identico ponte. Lo stesso ponte che Antoine de La Sale
ha poi utilizzato nel suo Paradiso della Regina Sibilla.
Perché, come affermato da Carol Zaleski nel suo approfondito saggio
Viaggi nell'aldilà: racconti di esperienze di pre-morte nel medioevo e nella
contemporaneità, «dall'epoca di Gregorio Magno e fino almeno al
quindicesimo secolo, il 'ponte del cimento' rappresenta un elemento
ricorrente nella letteratura occidentale relativa alle visioni oltremondane».
Troviamo infatti quel ponte quasi ovunque, con il suo angusto ma mutevole
passaggio, in numerosi testi monastici, tutti illustranti il viaggio di un uomo
mortale in un purgatorio sovrannaturale, come la Visione di Alberico (XII
sec.), la Visione di Tnugdalus (un altro testo del XII sec.), la Visione di
Sunniulf e la Visione di Ezra. Tutti i ponti che qui appaiono sono sottili
come quello nascosto - secondo quanto riferito da Antoine de La Sale -
nelle viscere del Monte Sibilla, e sono tutti così magici da allargarsi al
passaggio di un'anima dalla fede incorrotta, come il ponte di Tnugdalus
mostrato in figura, tratto da un manoscritto del quindicesimo secolo.
Dunque cosa possiamo ora affermare in merito al ponte nel Monte Sibilla
citato da Antoine de La Sale?
Possiamo affermare qualcosa di estremamente importante, in grado di
condurci, in seguito, a conclusioni di fondamentale significato.
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Fig. 2 - Una miniatura tratta da Les Visions du chevalier Tondal, una versione francese manoscritta della
Visione di Tnugdalus risalente al 1475 e conservata al Getty Museum
Non solo non esiste alcun ponte del genere all'interno del Monte Sibilla (e
questa affermazione può essere considerata anche banale), ma, inoltre, il
ponte non è affatto parte del nucleo originale della leggenda della Sibilla
Appenninica.
Il ponte è stato inserito da Antoine de La Sale nel proprio testo al fine di
conferire maggior sapore al proprio racconto, facendo uso di modelli
letterari che egli conosceva benissimo, in quanto parte di una notissima
tradizione letteraria diffusa in tutta Europa, lungo un arco di almeno mille
anni, che ha attraversato tutto il Medioevo. Un ponte per porre alla prova la
purezza delle anime: un'immagine potente, visionaria che è entrata a far
parte della cultura cristiana per secoli, come dimostrato dall'impressionante
affresco Il Giudizio Universale presente all'interno della chiesa di S. Maria
in Piano a Loreto Aprutino, con il suo affascinante 'ponte del capello'.
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Fig. 3 - Giudizio Universale, affresco presso la chiesa di S. Maria in Piano, Loreto Aprutino - Dettaglio
del 'ponte del capello'
Un ponte che, in realtà, giunge a noi da molto, molto più lontano: la sua
origine ultima si colloca secoli prima della nascita di Cristo, nell'antico
Iran, nel contesto della tradizione zoroastriana del 'Chinvato Peretu', il
ponte del giudizio: esso si restringe sino a diventare sottile come una lama,
gettando così le anime dei peccatori nel fondo dell'abisso. Un confine
terrificante posto tra la vita del mondo, la vita eterna, e la morte.
2. Una scoperta nel “Guerrin Meschino” e una citazione da “Indiana
Jones”
Nel precedente capitolo, abbiamo fornito prove incontrovertibili in merito
al fatto che lo strettissimo ponte magico citato da Antoine de la Sale nel suo
Il Paradiso della Regina Sibilla, nel contesto di una asserita tradizione
locale concernente la Sibilla Appenninica, è in realtà un falso.
Antoine de la Sale trasse quel ponte da testi precedenti, in particolare
dall'antica tradizione dei 'ponti del cimento', utilizzati per giudicare le
anime degli uomini nell'aldilà, quali quelli reperibili nel Tractatus de
Purgatorio Sancti Patricii, in molte Visioni risalenti all'alto Medioevo, nei
Dialoghi di Papa San Gregorio Magno e, infine, in tradizioni pre-cristiane
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quali lo Zoroastrismo, con la sua immagine del ponte chiamato 'Chinvato
Peretu'.
Ma cosa possiamo dire, in questo contesto, a proposito di Andrea da
Barberino e del Guerrin Meschino?
Sappiamo come uno dei testi fondamentali che si occupano della Sibilla
Appenninica, assieme all'opera di Antoine de la Sale, sia proprio il romanzo
quattrocentesco Guerrin Meschino: esiste, all'interno del testo redatto da
Andrea da Barberino, nella parte dedicata alla descrizione della grotta e del
regno sotterraneo della Sibilla, una qualche menzione di quel ponte
magicamente stretto?
Sembra incredibile, ma la risposta è, allo stesso tempo, no e sì.
Nei capitoli dal CXLIII al CLV, nei quali Andrea da Barberino racconta le
vicende connesse all'avventurosa permanenza di Guerrino nelle cavità della
grotta della Sibilla, Guerrino fa ingresso nella caverna con «olfareli azalino
et esca», si trova di fronte a «molte paurose cauerne», e si rende conto di
«essere intrato in uno stranio lambarinto»: ma, laggiù, non c'è alcun ponte,
tantomeno ponti magici così stretti da permettere di posarvi sopra
solamente un singolo piede.
No, perché in effetti Andrea da Barberino, quel ponte incantato, lo cita.
Dove? Nella sezione del romanzo che segue il racconto relativo alla grotta
della Sibilla. Una sezione interamente dedicata al Purgatorio di San
Patrizio.
Quando affermammo che l'intera leggenda della Sibilla Appenninica
presenta legami strettissimi con il racconto contenuto nel Tractatus de
Purgatorio Sancti Patricii, avevamo colpito nel segno: e con una tale
precisione che - proprio alla conclusione della sezione dedicata alla Sibilla
nel suo Guerrin Meschino - Andrea da Barberino invia il proprio cavaliere
ed eroe, Guerrino, direttamente all'interno del Purgatorio di San Patrizio, in
Irlanda, come penitenza a lui impartita dal Papa per essersi introdotto nel
regno proibito della Sibilla Appenninica:
«El santo padre li disse: 'tu sei benedetto" [...] e per penitenzia impose
como lui havea havuto ardire contra el comandamento de la leze de dio de
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intrare dove stava la Sibilla et de andare a visitare li idoli [...] chusì volea
che per comandamento lui andasse a lo purgatorio de santo Patritio el quale
è sotto l'arcivescovo de Ibernia in l'ixola dita Irlanda».
Dunque, esiste una connessione significativamente stretta tra la Sibilla
Appenninica e il Purgatorio di San Patrizio, come avevamo già avuto modo
di osservare in relazione al magico ponte descritto da de la Sale.
Guerrino come Owain: da questo punto in poi (capitolo CLXII), la
narrazione di Andrea da Barberino segue i passi dell'antica tradizione
irlandese, con Guerrino in viaggio «fino su la isola de santo Patrizio dove è
el purgatorio», e poi con il suo ingresso in «una grandissima caverna che
andava sotto terra». Nel Purgatorio, a Guerrino sono mostrate - come in
tutte le Visioni medievali - le insopportabili torture inflitte dai dèmoni alle
anime dei dannati.
È a questo punto, nel capitolo CLXX, che egli incontra il ponte che ben
conosciamo:
«e subito fu drito sopra uno ponte che trapassava questo lagune da uno lato
al altro sopra uno grande fiume. E parevali questo ponte tanto sottile, che
uno piede avanti l'altro non li poteva stare. Lui se volse per tornare e non
vide el ponte abasso gli ochi. E vide infinite bocche de grandi serpenti, e
dragoni, e pareva che aspetassero che lui cadesse. Anchora non havea avuto
Guerino magior paura che questa. E tutta via li parea de cadere. E pure
saria caduto: ma chiamò el santo nome, e per la soa misericordia el ponte se
li fece largissimo. E passò de là da questo fortunoso passo».
È proprio questa la peculiare novità: il magico ponte - lo stesso che Antoine
de la Sale descrive al lettore come se esso si trovasse all'interno degli oscuri
recessi della caverna della Sibilla - non è posto da Andrea da Barberino
nella parte del romanzo dove si parla della Sibilla, ma viene piuttosto
piazzato nel proprio contesto letterario 'originario', vale a dire il Purgatorio
di San Patrizio.
Le invenzioni letterarie, infatti, possono essere poste ovunque, nel punto
dove esse risultano essere maggiormente funzionali agli scopi dell'autore.
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Fig. 4 - Guerrin Meschino, i due differenti brani nei quali il cavaliere Guerrino si imbatte nello stesso
magico ponte
Ma ecco che ci imbattiamo in un'altra notevole sorpresa: come notato
sopra, Andrea da Barberino non inserì il magico ponte nel suo racconto
relativo alla Sibilla; eppure, quel blasonato 'ponte del cimento' gli piacque
così tanto da volerlo menzionare per ben due volte nei capitoli dedicati alla
visita del sue eroe, Guerrino, nel Purgatorio di San Patrizio!
Infatti, se continuiamo nella nostra lettura del Guerrin Meschino, troviamo
nuovamente lo stesso ponte in un successivo momento del viaggio di
Guerrino attraverso il Purgatorio (capitolo CLXXXII):
«E vide uno fiume cui atraverso li era uno ponte tanto sutile e streto che lo
non è si picolo animale che havesse potuto passare, tanto era streto. Lui se
fece el segno de la santa croce e recomandose a dio. Fu preso [dai demoni]
e posto suxo el mezo del ponte et ivi lo lassorono, e poi cominciarono a
cridare et a zitarli pietre e pali per modo che el meschino fu per cadere. E
lui se volse indietro per tornare indietro, e non vide ponte. Alhora pose
mente nel fundo de laqua, e lo vide pieno de vermini bruti e serpenti. El
ponte era si stretto che uno pié inanti l'altro non li cadeva. Lui cominciò a
chiamare iesu christo nazareno, e lo ponte si cominciò a largare. E dite
queste parole tre volte, cominciò a cantare 'Domine ne in furore tuo arguas
me', et el ponte se largava, e lui passò».
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Di nuovo ritroviamo, ancora una volta, quello stesso ponte, appartenente ad
una antica tradizione che abbiamo già avuto modo di esplorare, e la cui
lontana origine si perde nel tempo nello zoroastrismo precristiano.
Cosa possiamo dunque affermare, al termine di questa lunga cavalcata
attraverso i secoli, in cerca di un ponte molto speciale che gioca un
particolare ruolo nel contesto della leggenda della Sibilla Appenninica?
Abbiamo avuto modo di fornire la prova di una serie di fatti:
1) che il ponte descritto da Antoine de la Sale nel suo Il Paradiso della
Regina Sibilla è una mera invenzione letteraria, che l'autore ha inteso
invece far passare come genuinamente legata ai racconti leggendari
sulla Sibilla Appenninica;
2) che quel ponte non appartiene alla leggenda sibillina originaria,
costituendo piuttosto una sovrastruttura che è stata tratta - come
fonte primaria - dal Tractatus de Purgatorio Sancti Patricii, il quale
a propria volta si ricollega a molte altre Visioni medievali, nonché a
tradizioni orientali ancor più antiche relative al giudizio subìto dalle
anime dopo la morte del corpo;
3) che ciò trova ulteriore conferma nel fatto che il romanzo Guerrin
Meschino non menziona affatto il ponte nei capitoli dedicati alla
Sibilla, citandolo invece nei successivi capitoli che narrano del
Purgatorio di San Patrizio, all'interno dei quali proprio il medesimo
ponte è descritto non una singola volta, ma addirittura due.
Le conclusioni qui illustrate non sono mai state presentate, in precedenza,
al pubblico: nessuno studioso ha mai affrontato questi specifici argomenti,
essendo dunque questo un risultato estremamente significativo ottenuto
dall'attività di ricerca avanzata condotta da Sibilla Appenninica - Il Mistero
e la Leggenda.
Abbiamo ottenuto questo eccezionale risultato seguendo la storia letteraria
di un ponte leggendario e sovrannaturale, la cui immagine è parte dellle
credenze più profonde e antiche dell'umanità. Un ponte che ha viaggiato
così a lungo attraverso l'intera storia umana da riuscire a trovare
collocazione anche nell'immaginario della cultura popolare contemporanea:
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una moderna versione del ponte, infatti, il ponte invisibile, gioca un magico
ruolo nelle sequenze finali del flim di Steven Spielberg Indiana Jones e
l'Ultima Crociata (1989), nelle quali l'attore Harrison Ford pone
cautamente il proprio piede su di esso per compiere ciò che, nella
sceneggiatura del film, viene correttamente chiamato 'il salto della fede'.
L'anima di Indiana Jones, esattamente come quella di Guerrino, e di Owain,
e dei cavalieri decritti da Antoine de la Sale, è sottoposta alla prova
suprema della divina evanescenza di quello stesso archetipico ponte.
Fig. 5 - Un perplesso e affascinato Indiana Jones osserva il magico ponte che lo condurrà nel vano
sotterraneo dove è nascosto il Santo Graal - dalla sequenza finale di Indiana Jones e l'Ultima Crociata
(1989)
Nel prossimo articolo, dimostreremo come ad una simile conclusione si
possa pervenire nel considerare un altro magico meccanismo che appare
nel Paradiso della Regina Sibilla di Antoine de la Sale: le porte di metallo
eternamente in movimento.
Michele Sanvico
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