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LA RISCOPERTA OTTOCENTESCA DEI MONTI SIBILLINI NEI DOCUMENTI DEL CLUB ALPINO ITALIANO

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Abstract

I Monti Sibillini costituiscono uno straordinario scenario che innalza le proprie vette al centro della penisola italiana, tra le regioni delle Marche e dell'Umbria. Parte della catena appenninica, i loro formidabili bastioni, caratterizzati dalla presenza di creste vertiginose e spaventosi precipizi, sono abitati da sinistre leggende un tempo conosciute in tutta Europa, capaci di attirare schiere di visitatori da paesi assai lontani, alla ricerca della caverna nella quale si diceva dimorasse una sensuale profetessa, la Sibilla Appenninica, e del lago nel quale si riteneva che il corpo di un antico prefetto romano, Ponzio Pilato, conoscesse un inquieto riposo. Già dal diciassettesimo secolo, però, la fama di quelle montagne si era andata appannando; e con l'ingresso nell'Età dei Lumi le antiche leggende parevano avere perduto ogni attrattiva e interesse, ricadendo in una sostanziale oscurità e rimanendo vive solamente nel folclore delle popolazioni locali. Tra il 1700 e il 1800, nessuno pareva conoscere più quel remoto massiccio appenninico situato al centro dell'Italia e abitato da genti di montagna e incolti pastori, seppure alquanto pittoreschi. Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, però, qualcosa iniziò a cambiare. Con la fondazione del Club Alpino Italiano ad opera di Quintino Sella, nel 1863 a Torino, le montagne italiane cominciarono a collocarsi al centro di un approfondito interesse, non solamente alpinistico, da parte di aristocratici, grandi possidenti e membri della più elevata borghesia, uniti nella comune passione per la montagna e per il nascente escursionismo. Un interesse che coinvolgerà sin dall'inizio non solo la catena montuosa più elevata e illustre, le Alpi, ma anche la dorsale degli Appennini. E, muovendo lungo l'Appennino, i soci del CAI si sarebbero presto imbattuti nei Monti Sibillini: gemme preziose, in precedenza ignote e ignorate, in procinto di conoscere una nuova fortuna tra coloro che, innamorati delle montagne, sarebbero stati pienamente e profondamente in grado di apprezzarle. Dall'ascesa al Monte Vettore del Conte Girolamo Orsi nel 1877, alla successiva visita effettuata dagli entusiasti congressisti del CAI adunati in Perugia nel 1879, alle prime esplorazioni compiute dall'industriale della carta Giovanni Battista Miliani a Castelluccio, al Vettore e al Monte della Sibilla nel 1886; e ancora al congresso nazionale del Club Alpino, ad Ascoli Piceno, nel 1889, con un nutrito gruppo di soci che si reca a conquistare la Sibilla; e poi, negli anni successivi, con l'arrivo, nel 1897, dei due grandi filologi, Gaston Paris e Pio Rajna, in cerca di misteriose leggende, e con le numerose, successive ascensioni compiute dai soci del CAI tra i picchi dei Monti Sibillini, sarà proprio il Club Alpino Italiano a raccontare e promuovere, con il volgere del secolo, quelle dimenticate montagne appenniniche, con il loro carico di leggende, presso un pubblico vasto e appassionato, aristocratico ed erudito, sia in Italia che all'estero. E il veicolo di questa promozione sarà il pervasivo apparato editoriale e pubblicistico posto in campo dal Club Alpino, con i propri Bollettini, le proprie Riviste Mensili e gli Annuari delle Sezioni regionali, distribuiti presso tutte le sezioni italiane del CAI e anche all'estero. Nel presente articolo, racconteremo in dettaglio la straordinaria storia di un'avvincente riscoperta, quella dei Monti Sibillini. Andremo a sfogliare le pagine ingiallite delle vecchie, illustri riviste del Club Alpino Italiano. Andremo a rileggere testi quasi sconosciuti, o solo raramente e parzialmente citati, che narrano di imprese alpinistiche e audaci escursioni, compiute da distinti gentiluomini e aristocratiche signore, queste ultime assai determinate, intenti a esplorare le vette delle più belle montagne d'Italia. Una storia straordinaria, grazie alla quale la luce dei Monti Sibillini tornerà a brillare di un bagliore sfavillante, dopo secoli di oscuro oblìo, in un'Italia che aveva dimenticato sia queste montagne, che le leggende che in esse vivevano. Una luce leggendaria, che continua a brillare, senza più appannamento alcuno, anche ai nostri giorni.

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