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Fidarsi. Cinque forme di fiducia alla prova del Covid-19 *

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Fidarsi. Cinque forme di fiducia alla prova del Covid-19 *

Abstract

Epidemic emergency due to Covid-19, and the challenge it has implied and it implies for social relationships, has generated a broad feeling of uncertainty and has had a significant impact on different forms of trust-mistrust. How did the medical emergency challenge these forms? How did these forms change in this context? In which way and direction? More generally, what is the destiny of trust in our contemporary societies in this Covid-19 epoch and afterwards?
Copyright©2020 (Belardinelli, Gili).PubblicatoconlicenzaCreativeCommonsAttribution3.0.
Disponibile sumediascapesjournal.it ISSN: 2282-2542
Mediascapes journal 15/2020
Fidarsi. Cinque forme di fiducia alla prova del Covid-19
*
Sergio Belardinelli* *
Università degli Studi di Bologna
Guido Gili* * *
Università degli Studi del Molise
Epidemic emergency due to Covid-19, and the challenge it has implied and it implies for social
relationships, has generated a broad feeling of uncertainty and has had a significant impact on
different forms of trust-mistrust. How did the medical emergency challenge these forms? How did
these forms change in this context? In which way and direction? More generally, what is the destiny of
trust in our contemporary societies in this Covid-19 epoch and afterwards?
Keywords: Trust, Credibility, Covid-19, Political institutions, Expertise
Introduzione
Esistono due dimensioni principali del credere e dell’essere creduti: il “credere a e il
credere in (de Certeau, 2007). Credere a significa credere a ciò che l’altro dice, credere
alle sue parole. In questo caso il contenuto della comunicazione viene in primo piano e,
con esso, la veridicità del discorso. Credere in significa invece credere innanzitutto e
soprattutto a colui che parla, credere a ciò che egli è e rappresenta, fino al punto di
assumerlo come termine di paragone anche del proprio dire e del proprio agire.
Ma quali sono le radici (o le cause) del rapporto di credibilità-fiducia? Quando e perché
un soggetto individuale o collettivo è credibile? Perché dargli fiducia? In termini generali
esistono tre radici o cause in base alle quali i destinatari della comunicazione possono
riconoscere chi parla come degno di fede. La prima radice è la conoscenza e la
competenza: viene riconosciuto credibile chi sa quel che dice e assume la responsabilità
di ciò che dice. La seconda è una radice etico-valutativa: è la credibilità di chi incarna
valori riconosciuti come buoni, giusti, desiderabili o che, in ogni caso, mostra una
coerenza tra i valori che professa anche quando non sono i nostri valori la sua
condotta e le sue decisioni. La terza radice è costituita dall’attaccamento e dall’affettività e
si basa su un legame positivo e fonte di benessere con l’altro come accade nel rapporto
*
Articolo proposto il 01/05/2020. Articolo accettato il 02/06/2020.
* * sergio.belardinelli@unibo.it
* * * gili@unimol.it
Mediascapes journal, 15/2020
tra madre e figlio, nella relazione amicale o nella relazione tra leader e seguaci (Gili, 2005;
Gili & Panarari, 2020).
Il rapporto di credibilità-fiducia è sottoposto naturalmente a diverse condizioni
psicologiche, che attengono alle differenze individuali. Tratti specifici della personalità
come l’estroversione, l’apertura all’esperienza, la coscienziosità, la sicurezza (e i loro
contrari) influenzano indubbiamente gli atteggiamenti con cui ci si relaziona agli altri,
soprattutto in condizioni di incertezza. Il destinatario della comunicazione può essere più o
meno fiducioso o sospettoso. Agli estremi del continuum fiducia-sospetto possiamo
identificare le opposte patologie psicologiche della fiducia: a un estremo la credulità che
non si interroga e non è capace di discernere in alcun modo la credibilità di una fonte e,
all’estremo opposto, quella forma paranoica di sospetto generalizzato che considera
tutte le fonti comunicative insicure e inattendibili (Bostrom, 1983, trad. it. 1990, p. 94).
Al di là di questi aspetti psicologici, la sociologia ed è questa la prospettiva in cui qui
ci muoviamo rivolge la sua attenzione alle più generali condizioni sociali e culturali che
favoriscono o ostacolano le relazioni di credibilità-fiducia.
Quali che siano le sue dimensioni psicologiche e sociologiche, il rapporto di credibilità-
fiducia resta sempre un rapporto aperto e problematico, che deve essere rinnovato e
consolidato, ma può anche erodersi e indebolirsi. La fiducia “va messa in relazione con il
fatto che gli altri sono liberi di deludere le nostre aspettative: affinché la fiducia diventi
rilevante ci deve essere la possibilità di tradimento, di defezione, di exit(Gambetta, 1988,
trad. it. 1989, p. 283; vedi anche Hardin, 2001). Se dunque la fiducia è la base di ogni
relazione interpersonale e sociale, dalle più immediate ed estemporanee a quelle più
organizzate e istituzionalizzate, al tempo stesso la possibilità dell’incoerenza, della
delusione e anche del tradimento resta ineliminabile. È l’altra faccia della stessa realtà,
che si radica ultimamente nella libertà individuale e nell’imprevedibilità delle relazioni
umane, senza le quali la società si ridurrebbe a una sorta di automatismo che funziona
nella più assoluta trasparenza; l’altro vedrebbe i nostri pensieri così come noi vedremmo i
suoi: un inferno o, se si vuole, una noia mortale.
Le forme di fiducia si differenziano tra loro in riferimento al soggetto verso cui si dirige
l’aspettativa fiduciaria, cioè il soggetto percepito come credibile. Incrociando i caratteri
interpersonale e istituzionale delle relazioni con la dimensione specifica o generalizzata
ricaviamo quattro diverse forme di fiducia, secondo lo schema qui riportato:
SPECIFICA
GENERALIZZATA
INTERPERSONALE
fiducia interpersonale
specifica
fiducia interpersonale generalizzata
ISTITUZIONALE
fiducia istituzionale
specifica
fiducia sistemica
(confidare)
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A queste prime quattro, va aggiunta una quinta forma di fiducia, che costituisce una
specie di fiducia di “secondo livello”: la fiducia in coloro che accertano e verificano di chi si
può avere fiducia (i “mediatori” o “diffusori della fiducia”).
L’emergenza epidemiologica prodotta dal Covid-19 e la sfida che essa ha comportato e
comporta per le relazioni sociali ha creato un diffuso senso di insicurezza e ha avuto un
impatto significativo sulle forme di fiducia-sfiducia, che qui ci proponiamo di indagare.
Come queste forme di fiducia-sfiducia sono state messe alla prova dall’attuale emergenza
sanitaria? Come si sono ridefinite nell’attuale contesto? E in quale direzione?
La fiducia interpersonale specifica
Questa prima forma di fiducia è quella che si rivolge verso i soggetti individuali. Roniger
(1992) parla di fiducia focalizzata, Fukuyama (1999) di fiducia a corto raggio e Uslaner
(2002) di fiducia particolaristica. Questa fiducia personale va da un estremo, costituito
dalla “familiarità”, basata sulla affettività, la conoscenza diretta e l’affidamento reciproco,
verso forme via via più astratte, tipizzate e anonime. I rapporti interpersonali possono
infatti essere classificati su un continuum di progressiva tipizzazione e anonimato in base
a due fattori principali: l’intimità delle relazioni interpersonali e la frequenza dei rapporti. Si
passa dalle relazioni con persone che fanno parte della nostra cerchia più intima a
persone a cui ci legano rapporti via via più allentati, fino ad una conoscenza del tutto
superficiale, legata a un lontano passato o assolutamente fugace ed estemporanea.
La familiarità non si pone il problema della credibilità dell’altro; la per scontata
perché “è così da sempre”. Il legame profondo, l’intreccio e la fusione tra dimensione
cognitiva, normativa e affettiva, cementata dall’abitudine, rende inutile, superfluo, porsi
tale problema. Nel momento in cui venisse posto, già qualcosa si è incrinato nel legame
dato per scontato di solidarietà fondamentale (si ricordino, a tal proposito, i famosi
breaching experiments di Garfinkel, 1967). La fiducia interpersonale a corto raggio si
impone generalmente anche all’influenza “distanziata” dei mass media, come hanno
mostrato ormai da tempo le ricerche di Lazarsfeld e dei suoi colleghi (Lazarsfeld, Berelson
& Gaudet, 1948; Berelson, Lazarsfeld & MacPhee, 1954; Katz & Lazarsfeld, 1955).
Nelle relazioni interpersonali, caratterizzate da gradi via via crescenti di estraneità e
anonimato, si pone invece il problema della credibilità-fiducia nell’interlocutore. Tali
relazioni sono sottoposte infatti a un certo grado di rischio e richiedono quindi
un’esposizione fiduciaria di colui che “dà” fiducia nei confronti dell’emittente e della sua
pretesa di credibilità. Mi posso fidare? Fino a che punto? In questi casi il destinatario p
sospettare della credibilità dell’emittente e attivare dei sistemi di cautela, di riduzione
dell’incertezza e di risarcimento (Goffman 1969, trad. it. 1988, pp. 123 sgg.).
Un’espressione essenziale di queste differenze nelle relazioni interpersonali, e quindi
anche nella fiducia interpersonale, è costituita dalle distanze fisiche che normalmente
frapponiamo tra noi e gli altri e che costituiscono l’oggetto della scienza della prossemica,
fondata dall’antropologo Edward Hall (1959; 1966). Analizzando le distanze interpersonali
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di un gruppo campione di americani, attraverso osservazioni delle situazioni interattive e
interviste, Hall ha rilevato che le persone sono circondate da bolle o cerchi concentrici
invisibili, ma che ognuno percepisce distintamente, comportandosi di conseguenza.
Sebbene Hall insista sul carattere “locale” della sua ricerca, essa ha un valore molto più
generale e ha aperto la strada a molte altre ricerche nei diversi contesti nazionali e
culturali. Hall divide lo spazio prossemico che circonda gli individui in quattro cerchi. Il
primo cerchio o “distanza intima” (di circa 50 cm di raggio) è la distanza dell’amplesso, del
conforto o della protezione, per cui entro questo spazio ammettiamo solo le persone più
intimamente legate a noi. Il secondo cerchio (di circa 120 cm di raggio) è quello della
“distanza personale”, in cui ammettiamo solo persone ben conosciute e con le quali
intratteniamo rapporti di amicizia e di fiducia. Il terzo cerchio (fino a tre metri e 60 cm) è
quello della “distanza sociale” e costituisce lo spazio delle relazioni di lavoro e degli affari,
ma anche, nella parte più esterna, dei rapporti formali e impersonali. Infine, vi è la
“distanza pubblica”, tipica delle assemblee o di vasti uditori, come le assemblee aziendali
o i congressi politici. In alcune situazioni dei vincoli esterni possono “accorciare
significativamente le distanze, facendo sì che persone, anche se estranee tra loro,
occupino spazi molto ristretti come in un autobus, in metropolitana, in ascensore o ad un
concerto. Ma si tratta di eccezioni momentanee.
Tutte le misure e le raccomandazioni relative al cosiddetto “distanziamento sociale
almeno un metro applicano in senso sanitario e preventivo la metrica di Hall. I due cerchi
più interni quelli delle relazioni intime e personali che, secondo l’antropologo
americano raggiungono i 120 centimetri, corrispondono alle relazioni “private” e si
caratterizzano per il fatto che il nostro corpo è in qualche misura direttamente accessibile
all’altro (basta infatti tracciare un cerchio con le braccia aperte intorno a noi per accorgersi
che 120 cm sono quelli che raggiungiamo con la punta delle dita). Al di fuori di questo
raggio vi sono le relazioni sociali e pubbliche, le relazioni con il “mondo esterno”. In
condizioni normali, come si è detto, noi possiamo ammettere nei cerchi più interni anche
persone, in precedenza estranee, con le quali si instaura nel tempo una maggiore
confidenza, amicizia e familiarità oppure in condizioni in cui le regole non scritte delle
distanze interpersonali sono temporaneamente sospese, come in autobus o ad un
concerto. Le misure del “distanziamento sociale” di queste settimane si attestano dunque
lungo il confine tra la sfera privata e quella sociale/pubblica dello schema di Hall. E
rendono questo confine, che normalmente è relativamente fluido e permeabile, molto più
marcato e rigido. Ma non solo. Il Covid-19 modifica profondamente anche alcune relazioni
ravvicinate. Ciò riguarda innanzitutto i familiari di ammalati in terapia domiciliare: in questi
casi si raccomanda di temere separate le persone al fine di impedire il contagio tra
famigliari (ad esempio confinando, se possibile, il malato in un’altra stanza). Lo stesso
accade per i medici e gli operatori sanitari più a contatto con gli ammalati: anche qui si
raccomanda una distanza di sicurezza dai propri famigliari, tanto che alcune strutture
ospedaliere hanno addirittura affittato appartamenti e alberghi per ospitare il personale
sanitario più direttamente impegnato. L’aspetto più drammatico è la separazione tra i
malati, soprattutto anziani in ospedali e strutture protette, e i loro famigliari, che spesso
non possono visitarli, il che genera un senso di abbandono e di disorientamento.
Mediascapes journal, 15/2020
Infine, non va dimenticato, che il Coronavirus minaccia anche quelle forme emergenti di
solidarietà economica e sociale, di condivisione di beni e servizi, generalmente raccolte
sotto l’etichetta di sharing economy, in cui la collaborazione implica e richiede la
vicinanza fisica e la coabitazione tra le persone (Panarari, 2020).
La fiducia interpersonale generalizzata
È la fiducia negli altri in generale, nella “gente”. Confidiamo, ad esempio, di non essere
aggrediti per cui non ci guardiamo continuamente le spalle; seguiamo senza troppi
problemi l’indicazione di uno sconosciuto al quale abbiamo chiesto un’informazione per
strada; speriamo che in caso di bisogno, ad esempio dopo un infortunio, qualcuno ci
possa soccorrere. La fiducia interpersonale generalizzata si determina come passaggio
dalla fiducia negli “altri importanti” o “significativi”, cioè in figure note e ben determinate,
alla fiducia in quello che George H. Mead chiamava “altro generalizzato”, cioè una più
generale immagine mentale della società, delle sue regole, dei modelli di comportamento
richiesti e delle aspettative reciproche (Mead, 1934). Se una persona, nel corso della sua
vita ha sperimentato molte relazioni concrete di credibilità/fiducia con persone che gli sono
apparse oneste, coerenti, simpatiche, affidabili, disinteressate, penserà più facilmente che
le persone in genere siano credibili e meritevoli di fiducia, altrimenti prevarrà un’opinione
peggiore. Si può parlare, insomma, di una “microfondazione” della fiducia generalizzata
(Knight, 2001).
Sulla fiducia interpersonale generalizzata incidono diverse variabili: innanzitutto variabili
psicologiche legate alla personalità individuale come, ad esempio, ottimismo,
estroversione e autostima, e variabili legate ai sistemi di relazioni, quali il clima dei rapporti
familiari, la rete amicale in cui l’individuo è inserito, la partecipazione in gruppi sociali e
associazioni. Questo tipo di fiducia si rafforza anche in relazione a fattori macro-sociali, ad
esempio nelle fasi di sviluppo economico, nei paesi con una distribuzione più egualitaria
del reddito e in presenza di regimi politici democratici e pluralisti (Cook, 2001; Mutti, 2003).
Quando invece una crisi economica e sociale porta le persone a vivere in condizioni di
maggiore incertezza e precarietà, la fiducia interpersonale generalizzata arretra e le
persone tendono ad essere più diffidenti verso gli altri, in cui vedono soprattutto dei
concorrenti e, forse, dei nemici. Anche il Covid-19 sembra produrre una crisi della fiducia
interpersonale generalizzata. Le persone, anche in seguito alle particolari disposizioni
normative continuamente ricordate loro dai mass media, sono spinte a “tenere gli altri a
distanza” e, ancor prima, a guardarli con sospetto come potenziali portatori del virus,
Questo fatto non è solo una forma di necessaria e utile prudenza, ma ha anche delle
implicazioni psicologiche e sociali nel senso che l’altro soprattutto se sconosciuto è
percepito come una minaccia alla propria incolumità.
Questo processo naturalmente può sovrapporsi a processi preesistenti. Una recente
ricerca, condotta su un campione di 1800 italiani tra i 18 e i 65 anni attraverso un
monitoraggio sui principali social network, blog e forum nei primi mesi del 2016
1
, ha
mostrato ad esempio che la maggioranza degli italiani (sei su dieci) che vive in
Mediascapes journal, 15/2020
condominio, soprattutto nelle grandi città, preferisce ignorare i vicini e limitare il più
possibile le relazioni con essi. I ricercatori hanno parlato, a questo proposito, di
“condominio asociale”, nel senso che le persone spesso non conoscono chi vive accanto
a loro e, in ogni caso, preferiscono non approfondire la conoscenza né instaurare più
relazioni più strette. Un focus di approfondimento ha indicato tra le ragioni di questa
coltivata estraneità la frenesia delle routine quotidiane e il diffondersi di stili di vita che
portano le persone a investire sulle relazioni sociali esterne, soprattutto in ambito
lavorativo, per cui quando tornano a casa la sera si “ritirano” nel proprio spazio domestico
e non vogliono essere disturbate. Su questo si inserisce anche il tema della sicurezza-
insicurezza che interferisce in modo significativo sulla disponibilità a instaurare relazioni.
Generalmente la percezione dell’insicurezza, legata alle relazioni con estranei, conduce a
proteggersi attraverso “la continua necessità di aggiornare le informazioni sul patrimonio e
i movimenti dei singoli” (McLuhan, 1989, trad. it. 1992, p. 149). La contropartita della
maggiore distanza e incertezza delle relazioni è unintensificazione del controllo sociale
sotto forma di informazioni sull’interlocutore: alcuni dati personali potranno essere
registrati a insaputa dell’interessato; più spesso gli potranno essere richiesti per diminuire
il rischio delle relazioni (soprattutto economiche); altri dovranno essere prodotti per
assolvere determinati obblighi sociali o usufruire di determinati servizi. Nella società
dell’informazione “la prevenzione e la scoperta dell’abuso della fiducia sono affidate a
tecnologie sempre più complesse: serrature e casseforti hanno lasciato il posto a
password, tesserini a banda magnetica, telecamere a circuito chiuso e crittografia” (O’
Neill, 2002, trad. it. 2003, p. 39). In riferimento al Covid-19 possiamo ricordare le app che
tracciano percorsi e interazioni con altre persone per mappare i rischi di contagio (chi,
quando, dove), i braccialetti che suonano di fronte a comportamenti “sbagliati” o
imprudenti e altri dispositivi tecnologici che sorvegliano e contengono il rischio della
(cattiva) libertà altri, come droni, telecamere e robot nelle strade e negli spazi pubblici
(Vietti, 2020). Il caso estremo di relazione “controllata” e al riparo da rischi (per quanto ciò
sia possibile) è costituito dal fenomeno della gated community, cioè la possibilità di
“scegliere” il proprio vicino e generalmente il criterio principale della scelta è quello della
omogeneità sociale e culturale rinchiudendosi in uno spazio protetto fisicamente e
simbolicamente dal mondo esterno. Come è noto, questo fenomeno è particolarmente
evidente nelle grandi metropoli del terzo mondo dove sorgono gli uni accanto alle altre, ma
rigidamente separati, quartieri residenziali per ricchi e vaste aree povere e degradate. Non
sfugge che tutte queste misure possano essere adottate anche in caso di epidemia, come
è avvenuto nei secoli passati ma come si può riprodurre anche oggi.
In sintesi, la crisi della fiducia generalizzata tende ad assumere due forme principali tra
loro collegate: da un lato, una restrizione delle reti e dei circuiti fiduciari, che diventano più
ristretti, particolaristici e a corto raggio; dall’altro, il prevalere di reti di relazioni più uniformi
e omogenee che includono chi è simile ed escludono chi è diverso. Sul piano macro-
societario, tutto ciò configura il rischio di un impoverimento della fiducia e della
relazionalità complessiva della società. Si può senza dubbio concordare con Luhmann
(2000) sul fatto che fiducia e sfiducia possono essere due strategie ugualmente razionali
Mediascapes journal, 15/2020
nella gestione delle relazioni sociali a seconda delle situazioni e dei contesti. In una
situazione di crisi può dunque apparire più razionale un atteggiamento in cui prevale la
circospezione e la diffidenza. Tuttavia, non si deve dimenticare che la fiducia è una risorsa
sociale “delicata” e fragile (Dasgupta, 1988), che si diffonde e si rafforza se è coltivata, ma
deperisce se non è difesa e supportata. E se le relazioni e le reti fiduciarie si restringono,
la socialità generale si contrae e si ripiega su se stessa.
La fiducia istituzionale specifica
La fiducia istituzionale specifica si rivolge verso particolari istituzioni ed è legata alle
percezioni che gli individui in veste di clienti, utenti o cittadini hanno di queste
istituzioni. In Italia da tempo le ricerche sulla fiducia nelle istituzioni pubbliche disegnano
un quadro tutt’altro che roseo. Le istituzioni pubbliche sono viste e vissute da molti come
burocrazie lontane e ostili perché guidate nel loro operare da criteri astratti e impersonali
che non guardano ai bisogni concreti delle persone o perché si ritiene siano appropriate
privatisticamente da individui che se ne servono per i propri fini egoistici.
La fiducia nelle istituzioni dipende da molteplici fattori: le finalità che esse perseguono,
la loro storia, la reputazione, la capacità di rispondere alle aspettative dei loro interlocutori,
la loro efficienza. Nel caso dell’emergenza Covid-19 le istituzioni direttamente coinvolte
sono le strutture ospedaliere e, più in generale, i sistemi sanitari regionali. Qui un tema
ricorrente è stato il confronto tra l’efficacia delle risposte che queste strutture sono state in
grado di dare all’emergenza in Europa e in Italia. Mentre, ad esempio, in Germania si è
potuta mobilitare un’efficiente medicina territoriale puntando su un elevato numero di
tamponi “preliminari”, che hanno consentito di intervenire quando ancora la malattia si
presentava in fase iniziale, in Italia la strada percorsa è stata quella dell’ospedalizzazione
delle persone una volta che queste manifestassero forti sintomi della malattia (come le
temperature elevate).
In questo modo le strutture ospedaliere, specialmente quelle di terapia intensiva, sono
state messe sotto pressione a un livello inatteso, per cui anche i sistemi regionali ritenuti
più robusti si sono trovati in gravi difficoltà, denunciando carenze e debolezze, solo in
parte compensate dal sacrificio e dalla abnegazione dei medici e degli operatori sanitari
(ancora la fiducia interpersonale specifica). Si pensi ad ospedali particolarmente sottoposti
allo stress della pandemia, dall’ospedale di Codogno (il primo investito dall’emergenza) al
Giovanni XXIII di Bergamo, dal Sacco di Milano agli ospedali di Piacenza.
Trattando di fiducia istituzionale specifica, va anche considerato un altro aspetto, cioè il
fatto che essa è sempre l’incontro/scontro di due piani. Il primo è quello della reputazione
di una organizzazione o istituzione legata alla sua storia e alle immagini cristallizzate e
socialmente consolidate che ad essa sono collegate. L’altro piano è la personale
esperienza positiva o negativa che l’individuo fa e ha fatto di quella
organizzazione/istituzione. Questi due piani possono convergere o divergere: numerosi
studi empirici dimostrano che uno stereotipo negativo del sistema, la burocrazia, le
Mediascapes journal, 15/2020
‘imprese capitalistiche’, le multinazionali, non è incompatibile con esperienze positive in
casi individuali: la mia banca mi fornisce un buon servizio, il mio medico, che pure è un
dipendente statale, si è dimostrato estremamente scrupoloso e sensibile” (Luhmann,
1988, trad. it. 1989, p. 136). Naturalmente è vero anche il contrario. Alla reputazione
positiva di una determinata organizzazione, consolidatasi negli anni, può corrispondere la
“delusione” legata a performance attuali che non sono apparse all’altezza della fama di
quella istituzione.
La fiducia sistemica
La fiducia interpersonale, specifica o generalizzata, si riferisce sempre alla credibilità
personale e quindi alle intenzioni e alle motivazioni degli individui; chiama quindi in causa
le loro disposizioni e i loro valori. Essa ha sempre un certo grado di riflessività, di
consapevolezza e di calcolo del rischio del fidarsi ed esprime quindi sempre un’opzione tra
fidarsi e non fidarsi.
Il funzionamento dei sistemi sociali si basa però anche e forse soprattutto su una
“fiducia sistemica”, quella che Luhmann chiama “confidare” (confidence) (1988; 2000). Il
confidare è la fiducia non problematica, non riflessiva nella capacità di un sistema o di
una istituzione sociale ad esempio il mercato, il sistema sociosanitario, le istituzioni
giudiziarie di funzionare come ci si aspetta che accada. Ciò è dovuto essenzialmente a
meccanismi automatici e a routine che possono prescindere in larga parte dagli
atteggiamenti soggettivi e dalle motivazioni personali di coloro che vi sono coinvolti. Così
ci fidiamo senza porci troppe domande della capacità del medico di curarci,
dell’insegnante di insegnare, dei funzionari statali di prendere le decisioni giuste. La
fiducia sistemica funziona in modo (relativamente) indipendente dalla credibilità degli uni e
dalla fiducia degli altri (Dasgupta, 1988, trad. it. 1989, p. 67).
Quando, ad esempio, saliamo su un autobus, ci “fidiamo” non solo dell’autista che non
conosciamo (il che configura una fiducia interpersonale generalizzata), ma anche
dell’azienda che gestisce il trasporto pubblico, del sistema viario urbano e di tutti i ruoli
connessi al funzionamento di questi sistemi. L’autista può avere le migliori intenzioni di
portarci a destinazione, ma per fare questo deve poter contare e noi con lui sul fatto
che l’autobus funzioni, che i dirigenti abbiano valutato l’efficienza dei mezzi, i tecnici
abbiano studiato nel modo migliore i percorsi, i meccanici abbiano effettuato la
manutenzione, il sistema viario sia organizzato in modo tale da favorire la regolarità dei
tempi, etc.
Nel caso specifico dell’emergenza Covid-19, noi ci aspettiamo normalmente che tutto
funzioni come dovrebbe, quindi che ci siano tamponi e mascherine per tutti, che le
autoambulanze e i servizi di pronto intervento arrivino, che gli ospedali siano aperti, che ci
siano sufficienti posti letto, che i macchinari funzionino, che i medici e gli operatori sanitari
siano competenti e facciano ciò che ci si attende da loro.
In effetti l’aspettativa all’insorgere dell’emergenza del Covid-19 sembrava rispondere
esattamente a questo quadro: si “confidava” nel sistema sanitario, soprattutto nelle regioni
Mediascapes journal, 15/2020
del nord Italia, dove esso è organizzato (o almeno, si riteneva che fosse organizzato)
come un sistema altamente efficiente. La conferma di questa aspettativa è data
dall’affermazione, continuamente ripetuta dai politici tra cui gli stessi governatori delle
regioni meridionali e dagli esperti del sistema sanitario, che occorresse scongiurare a
tutti i costi l’allargamento dell’emergenza al sud, dove il sistema sanitario non sarebbe
stato in grado di rispondere all’urto dell’epidemia, con conseguenze devastanti.
Il problema, che si è mostrato con chiarezza in queste settimane, è che la fiducia
sistemica, cioè la fiducia irriflessiva, data per scontata, funziona in tempi normali, è la
fiducia dei tempi normali, quando tutto va come ci si attende che vada e i casi che
sovvertono questa aspettativa sono eccezionali e, proprio per questo, diventano oggetto di
denuncia giornalistica, come negli episodi di “malasanità”.
Ma la fiducia sistemica sembra funzionare molto meno in tempi di crisi o di emergenza
allorché i sistemi sono sottoposti a uno stress inaspettato, anche quando si tratti dei
sistemi più efficienti come quelli sanitari di Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-
Romagna (anche se questi sistemi hanno riposto in modo diverso all’emergenza).
Mancavano tamponi e altri tipi di test e di screening, mascherine e respiratori. I posti letto,
soprattutto in terapia intensiva, non erano sufficienti nei momenti del picco della crisi. Il
personale ha lavorato in condizioni difficilissime. E tanta gente è morta.
In simili casi la fiducia sistemica non basta. Si torna necessariamente a contare sulla
fiducia interpersonale: sulla fiducia nelle persone a cui siamo affidati, sullo sforzo
“supplementare” di medici e infermieri che va al di là di ciò che sarebbe loro normalmente
richiesto” e a volte perfino al di “di quanto sarebbe umanamente possibile”. Quindi il
fattore umano, con i suoi moventi soggettivi, le motivazioni e i valori dei singoli operatori,
torna al centro della scena. Torna al centro il “sacrificio” delle persone. I due aspetti della
fiducia interpersonale e della fiducia sistemica si intrecciano quindi nella concretezza della
vita quotidiana delle persone. E situazioni, come la crisi del Covid-19, lo rivelano in modo
molto chiaro. La fiducia sistemica nel funzionamento dei sistemi sociali funzionalmente
differenziati non può prescindere del tutto dalla fiducia personale nell’opera di quel
medico, di quell’insegnante, di quel giudice, di quella persona concreta che assolve quel
determinato ruolo. Affinché la fiducia sistemica funzioni è necessario sia che la fiducia
personale continui a riprodursi, sia che i vari “sistemi” siano capaci, a loro volta di ripagare
la nostra fiducia” (Belardinelli, 1997, p. 106).
In tempi di crisi è richiesto quindi un incremento di riflessività personale e sociale. La
prima è quella conversazione interiore in cui l’individuo esamina continuamente se stesso
e delibera che cosa fare (che cosa è giusto fare) in relazione ai propri fini, ma anche alle
caratteristiche, ai vincoli e alle opportunità del contesto in cui agisce. La riflessività sociale
o relazionale è invece quella tipica delle soggettività sociali, cioè delle forme di
associazione tra soggetti individuali (persone) e collettivi (gruppi) che sono capaci di
conferire un’identità ai propri membri e di creare forme allargate di fiducia e solidarietà
sociale (Donati, 2011, pp. 31 sgg. e pp. 295-8). Per questo la soluzione alla crisi di fiducia
sta nel rimettere al centro dell’attenzione e del dibattito pubblico le “ragioni” individuali e
collettive del dare-ricevere fiducia, i valori e i fini ultimi dell’agire in società.
Mediascapes journal, 15/2020
La fiducia nei mediatori della fiducia
Esiste anche una quinta forma di fiducia, che potremmo definire una fiducia di “secondo
livello”. Poiché in tanti campi di azione le persone non sono in grado per mancanza di
competenze specifiche, opacità dei meccanismi sistemici, complessità dell’ambiente di
sapere se possono o meno fidarsi dell’interlocutore, esse si affidano a degli “intermediari”
o “certificatori” della credibilità e della fiducia (Coleman, 1990; Mutti, 2003). In tal modo il
problema della credibilità-fiducia si sposta su un piano diverso: non si tratta più di
accertare “direttamente” se un interlocutore sia o meno degno di fiducia, ma di affidarsi a
soggetti sociali e istituzionali che hanno il compito di stabilire di chi ci si possa fidare.
Può trattarsi di:
1. esperti e specialisti, cioè detentori di un sapere scientificamente fondato, superiore a
quello dell’uomo comune: in questo caso si tratta essenzialmente di virologi e infettivologi,
esperti di sistemi sanitari, che hanno occupato, insieme ai politici, il centro della scena
sociale e mediatica in queste settimane;
2. istituzioni e organizzazioni amministrazioni statali, “autorità indipendenti”, istituti e
società di valutazione e certificazione che hanno come finalità specifica la
facoltà/capacità di garantire o controllare la credibilità di altri agenti sociali;
3. ordini e associazioni professionali, che accreditano i singoli membri e “vigilano” sulla
correttezza deontologica dei loro comportamenti per garantire il ruolo sociale e il “buon
nome” della categoria.
1. Una prima importante forma di stabilizzazione della credibilità-fiducia in situazioni di
complessità e criticità è l’affidarsi ai saperi esperti. Di fronte a problemi come la crisi
economica, il surriscaldamento della terra e l’effetto-serra, il ricorso all’energia nucleare,
l’uso dell’ingegneria genetica e delle tecnologie riproduttive o, come nel caso specifico, una
pandemia dai vasti effetti sociali ed economici (non sono mancati i paragoni con le
epidemie di peste dell’antichità e del medioevo), gli individui ed i piccoli gruppi non possono
contare su risorse conoscitive autonome o reperibili nella sfera delle relazioni di vita
quotidiana. Essi non possono ricavare da questa sfera immediata di vita alcun criterio di
giudizio che li possa orientare nella valutazione delle possibili alternative e dei loro
prevedibili esiti e scegliere tra essi. Devono quindi affidarsi al sapere di esperti e
professionisti che non conosceranno mai di persona, cioè “sistemi di conoscenza tecnici la
cui validità è indipendente sia dai professionisti, sia dai clienti che li utilizzano” (Giddens,
1991, p. 18). Questo ricorso ai saperi esperti presenta una singolare ambivalenza. Da un
lato infatti vi è l’idea implicita che affidarsi ai detentori di un sapere scientifico e tecnico
oggettivo ci consenta di liberarci dal rischio del fidarsi poiché essi sono ritenuti
intrinsecamente degni di fiducia. Dall’altro lato la fiducia nei sistemi esperti è
Mediascapes journal, 15/2020
accompagnata da una profonda incertezza che deriva dal fatto che questi saperi si
collocano comunque al di là della capacità di comprensione e controllo dei “profani” e
quindi ad essi si chiede costantemente di “dimostrare” la credibilità che essi pretendono di
avere.
Questa strategia di riduzione dell’incertezza che si affida alle indicazioni degli esperti
non sembra dunque risolutiva. Dobbiamo spesso constatare che gli esperti sono in
disaccordo tra loro nell’analisi di eventi, problemi, rischi e possibili soluzioni. Molta
dell’inefficacia e dei ritardi nel fronteggiare la crisi epidemiologica sono nati dal fatto che gli
esperti proponevano diagnosi e strategie di intervento del tutto diverse, passando dalla
totale sottostima del pericolo a una visione assolutamente ansiogena tale da paralizzare
ogni attività e relazione sociale. In questa incapacità di offrire una visione attendibile e
univoca del “pericolo” che ci minacciava si sono perse settimane preziose. Ma accanto a
ciò non sono mancati sospetti che gli esperti abbiano spesso detto ciò che era “gradito” ai
decisori politici. Ci sono stati vari casi nei diversi contesti nazionali, ma il caso più eclatante
a livello internazionale è stato l’accusa rivolta ai vertici dell’Organizzazione Mondiale della
Sanità di avere lanciato l’allarme globale sul Covid-19 con 4-6 settimane di ritardo perché
“condizionati” in tal senso dal governo cinese. Accusa che ha portato, nel corso della
73esima Assemblea mondiale della salute, 116 nazioni (tra cui la Russia) a chiedere ed
ottenere l’avvio di un’inchiesta “imparziale, indipendente e globale” sulla gestione della
pandemia.
In questo contesto la scelta tra le diverse e talora contraddittorie “opinioni esperte” non
ha potuto contare su alcuna inoppugnabile evidenza per cui è tornata spesso a collocarsi
nell’ambito delle credenze, delle preferenze o dei personalismi, talora affermati con grande
sicumera. Anche la credibilità dei saperi esperti non ha consentito dunque di ancorare la
fiducia collettiva in una relazione capace di offrire un porto sicuro nell’incertezza presente,
una fiducia che, in ogni caso, deve essere sempre continuamente negoziata e conquistata
(Lupton, 1999, trad. it. 2003, p. 86).
2. Una seconda categoria di certificatori e diffusori della fiducia è costituita da
amministrazioni statali, authority indipendenti, società e istituti di valutazione e
certificazione pubblici e privati che hanno come compito specifico quello di garantire o
controllare la credibilità di altri soggetti sociali: aziende, organizzazioni, media. Nel caso
del Covid-19, questi certificatori sono soprattutto di due tipi. Da un lato, ci sono le
istituzioni che devono controllare l’adeguatezza, ai sensi di legge, dei presidi sanitari
impiegati. Non sono mancati infatti casi di partite di mascherine e altri presidi sanitari che
non rispettavano gli standard e le norme di sicurezza richieste, prestandosi anche a
operazioni opache e illegali o a speculazioni sui prezzi (Gabanelli & Ravizza, 2020).
Dall’altro lato, si tratta delle istituzioni che devono controllare l’erogazione di fondi e sussidi
che i governi hanno previsto per tutte quelle persone e aziende le cui attività economiche
sono state danneggiate dalla pandemia. È necessario infatti che questo avvenga in modo
trasparente limitando il più possibile il rischio di abusi e l’infiltrazione di aziende con legami
criminali.
Mediascapes journal, 15/2020
3. Occorre ricordare infine gli ordini e le associazioni professionali, specificamente in
campo medico, che accreditano i singoli membri e vigilano sulla correttezza deontologica
dei loro comportamenti per garantire il “buon nome” della categoria. In questo caso hanno
assunto un ruolo primario i rappresentanti delle associazioni dei medici e dei farmacisti, i
responsabili delle associazioni degli industriali, dei commercianti e di altre categorie
professionali, i quali hanno rassicurato i cittadini sulla disponibilità dei loro aderenti a fare
quanto fosse necessario per contrastare il virus e le sue negative conseguenze sociali ed
economiche.
Naturalmente si può osservare che anche questa forma di stabilizzazione della fiducia
sposta il rischio dell’affidarsi ad altri, ma non lo scioglie del tutto. Anche i certificatori della
credibilità possono risultare poco credibili e tradire il mandato fiduciario loro affidato. Ciò
può accadere per le stesse ragioni emerse a proposito dei saperi esperti: per
incompetenza, per mancanza di disinteresse o per mancanza di “terzietà” rispetto ai
soggetti sociali che essi devono valutare e certificare.
Il destino della fiducia al tempo (e dopo) il Covid-19
Da quanto siamo venuti dicendo finora la fiducia emerge come la trama più o meno
esplicita o sotterranea che sostiene le relazioni sociali in generale. A partire dalle relazioni
che abbiamo con le persone più vicine fino a quelle che abbiamo con le più lontane o
addirittura con le realtà più impersonali, quali potrebbero essere le istituzioni sanitarie o
quelle politiche, in ultimo è sempre una questione di fiducia. Potremmo persino dire che
dalla fiducia dipende in gran parte la qualità della nostra vita sociale e individuale
(Prandini, 1998). Proprio per questo è importante conoscerla, coltivarla e preoccuparsi
quando essa scarseggia. Conoscerla significa anzitutto essere consapevoli che non si
tratta di una risorsa che può essere prodotta, per così dire, a comando. La fiducia non è la
risultante di azioni volte direttamente a produrre fiducia; è piuttosto una sorta di
preziosissimo effetto collaterale di azioni riuscite che hanno in altro il loro fine specifico.
Per fare un esempio, l’amore, l’amicizia, il lavoro ben fatto con passione, istituzioni
pubbliche efficienti producono fiducia, ma in senso proprio nessuno dirà che la fiducia è il
loro fine. Non daremmo mai la nostra fiducia a qualcuno che, poniamo, la perseguisse
come suo scopo primario, né la daremmo mai ad istituzioni inefficienti e palesemente
ingiuste. Potremmo darla invece a una persona che, pur con risultati scadenti, fa del suo
meglio nel proprio lavoro, oppure a uno sconosciuto, perché magari le persone che ci
hanno amato e l’educazione che abbiamo ricevuto ci hanno resi aperti al mondo e alla
vita. La fiducia è una risorsa che cresce dove le relazioni tra le persone e quelle tra
persone e istituzioni in generale funzionano bene, rendendo nel contempo possibile
questo buon funzionamento. Anche per questo la fiducia è una risorsa particolare che
cresce dove già c’è e fa fatica a crescere dove non c’è. La sua logica sembra essere
quella dell’acqua che va al mare o, se si vuole, quella evangelica, secondo la quale “a chi
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ha sarà dato e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha” (Mt 13,12). Esattamente
quanto ci mostra in modo esemplare anche la vicenda del Covid-19.
È ben noto che la fiducia degli italiani nella politica e nelle istituzioni pubbliche in
generale, con qualche eccezione, è sempre stata piuttosto bassa. Già negli anni
Sessanta, in una ricerca comparata sulla cultura civica di cinque paesi (Stati Uniti,
Inghilterra, Repubblica Federale Tedesca, Messico e Italia), Almond e Verba constatavano
come l’immagine della cultura politica italiana che emergeva dai dati in loro possesso
fosse caratterizzata da “un’estraneità rispetto alla politica relativamente uniforme, da
isolamento sociale e sfiducia” (Almond & Verba, 1963, p. 402). Col passare del tempo
alcune di queste caratteristiche che, per certi versi, anche in modo esagerato, sembravano
addirittura collocare la nostra cultura civica a un livello più basso di quello messicano,
hanno subito senz’altro notevoli trasformazioni. La partecipazione politica, per fare un
esempio, è aumentata considerevolmente. Altre però, come ad esempio la sfiducia,
quando non la rabbia, nei riguardi delle istituzioni e dei protagonisti della politica sono
andate crescendo. E ciò lo si può riscontrare anche guardando alla vicenda del Covid-19.
È ancora presto per misurare tutti gli effetti che questa pandemia avrà sulle nostre
risorse fiduciarie sia a livello interpersonale che socio-politico-istituzionale. Ci sembra
comunque che già oggi siamo in grado di dire con buona approssimazione che
probabilmente aumenterà la fiducia nei confronti di quelle persone che in questi ultimi
mesi hanno consentito agli italiani di tirare avanti; si pensi soprattutto ai medici e al
personale paramedico, ma anche a coloro che nei supermercati e nei negozi hanno
continuato a vendere generi alimentari, giornali e simili; è dubbio invece che sia
aumentata la fiducia nel nostro sistema sanitario nazionale o nel sistema politico e nei suoi
più alti rappresentanti. Questo problema, naturalmente, non è solo italiano, se pensiamo
che in Belgio (che a metà maggio contava più di 9 mila morti) i medici e il personale del
Saint Pierre Hospital hanno ostentatamente voltato le spalle al passaggio dell’auto della
premier Sophie Wilmes per protestare contro i provvedimenti del governo che consentono
il reclutamento di personale non qualificato.
A questo proposito, considerato che fino ad oggi abbiamo visto soprattutto le
conseguenze sanitarie del virus e il numero impressionante di morti che ha prodotto,
saremmo tentati di dire che, ciò nonostante, il peggio debba ancora venire e lo vedremo
allorché incominceremo precisamente a fare i conti con le sue conseguenze economiche e
politiche.
Che la politica italiana soffra di un deficit endemico di fiducia lo dimostra il modo col
quale il governo ha deciso, da un giorno all’altro, con il consenso dell’opposizione, di
sospendere la Costituzione con un semplice Decreto del Presidente del Consiglio dei
Ministri, senza che a nessuno sia venuto in mente di appellarsi alla responsabilità degli
italiani con la fiducia di avere da loro la stessa risposta che, per fortuna, abbiamo avuto in
questi mesi di lockdown. Evidentemente si è pensato che gli italiani non meritavano
questa apertura di credito in termini di fiducia. Meglio non correre il rischio di vedersela
negata (cfr. Vietti, 2020). Assistiamo così al replicarsi di una stessa malattia. Mentre a tutti
i livelli e a tutte le latitudini appare sempre più chiaro come difficilmente un sistema politico
possa funzionare in modo liberale e democratico senza un certo grado di fiducia e di
Mediascapes journal, 15/2020
cooperazione tra gli individui e tra gli individui e i diversi sistemi sociali, nel nostro Paese
questa consapevolezza ha nella migliore delle ipotesi una funzione retorica. Al massimo ci
preoccupiamo di guadagnarci la fiducia delle persone che ci sono più vicine, quella che
abbiamo definito “fiducia interpersonale specifica”, ma assai poco di quella “generalizzata”
o “sistemica”. D’altra parte, come è possibile avere fiducia in istituzioni che non funzionano
o che funzionano in modo particolaristico-clientelare? Per fare qualche esempio, perché il
nostro sistema sanitario nazionale non ha una medicina diffusa sul territorio? Era così
scontato che l’ospedalizzazione fosse l’unica risposta al virus? E ancora: come si spiega il
nascondimento della politica dietro le prescrizioni dei cosiddetti “esperti”, i virologi, che
abbiamo registrato in queste settimane? Siamo sicuri che la fiducia circolante nella società
ne sia uscita accresciuta? Su quest’ultimo tema ritorneremo. Qui vorremmo dire ancora
due parole sulla centralità della fiducia allorché parliamo di politica.
La fiducia, come sostiene John Dunn, “è uno strumento per affrontare la libertà delle
persone” (Dunn, 1988, trad. it. 1989, p. 104); i già citati Almond e Verba la pongono a
fondamento di quei principi di “bilanciamento” e di “polarizzazione limitata” (Almond &
Verba, 1963, pp. 490-491) senza i quali è difficile il dispiegarsi di una normale dialettica
democratica (ce ne accorgeremo quando il dibattito politico si infiammerà sulle diverse
strategie per fronteggiare le conseguenze economiche del Covid-19); Ronald Dworkin ci
mostra come “la promessa della maggioranza alla minoranza che la sua dignità e
uguaglianza saranno rispettate” e “l’atto di fede da parte della minoranza” in questa
promessa (Dworkin, 1982, p. 292) costituiscono il vero presupposto della “serietà” dei
diritti e delle istituzioni liberali e democratiche; queste ultime, a loro volta, per dirla con
Niklas Luhmann, hanno “la funzione di ‘risparmiare consenso’, poiché offrono una
garanzia di attendibilità alle aspettative di comportamento (Luhmann, 1975, trad.it. 1979,
p. 179), producendo un tipo di fiducia sistemica che sostituisce progressivamente quella
personale; se poi, come scrive Adam Seligman, “il problema della società civile è un
problema di sintesi tra solidarietà collettiva e individualismo, nonché delle loro definizioni
dominanti, allora la nozione di fiducia, nelle istituzioni e a livello interpersonale, dovrebbe
essere dominante” (Seligman, 1993, p. 190).
Insomma, da qualsiasi prospettiva lo si osservi, lo scenario sociopolitico rinvia, come si
vede, alla fiducia. Sempre ovviamente che si tratti di uno scenario di tipo
liberaldemocratico. I regimi autoritari non ne hanno infatti bisogno, meno che mai ne
hanno bisogno quelli totalitari, la cui principale risorsa è la paura. A tal proposito, per quel
poco di sicuro che riusciamo a conoscere, il modo in cui la Cina ha gestito l’emergenza
potrebbe insegnare qualcosa. Così come gli elogi che in queste settimane abbiamo sentito
rivolgere da molte parti nel nostro Paese al “metodo cinese”. Non si direbbe un tema da
cavalcare per una classe politica che abbia a cuore la fiducia della gente. crediamo,
venendo così all’ultima considerazione di questo nostro discorso, che una classe politica
abbia qualcosa da guadagnare in termini di fiducia, nascondendosi per settimane dietro il
parere degli esperti.
Premesso che anche in questo caso non abbiamo ancora a disposizione dati precisi e
quindi è bene essere prudenti, crediamo tuttavia che già adesso sia possibile individuare
Mediascapes journal, 15/2020
alcune criticità riguardo al modo in cui in queste settimane si è dispiegato nel nostro
Paese il rapporto tra politica ed esperti.
La prima criticità riguarda coloro che abbiamo chiamato “mediatori della fiducia”, nel
caso specifico gli scienziati, in particolare i virologi. Ovviamente nulla è più scontato del
fatto che la politica si serva di consulenze in campi in cui pochi soltanto sono “esperti”. È
segno di responsabilità politica farlo, specialmente oggi che la politica è chiamata a
prendere decisioni su materie che richiedono conoscenze specialistiche assai sofisticate:
si pensi all’energia nucleare, all’ambiente, ai big data e all’intelligenza artificiale, alla
dimensione globale che acquistano ormai anche i problemi locali, oppure, e veniamo così
al punto, alle pandemie. Niente di strano dunque che con il Covid-19 siano stati i virologi a
venire in primo piano. Tuttavia in queste settimane lo hanno fatto in un modo che a nostro
avviso potrebbe aver danneggiato sia la loro immagine che quella dei decisori politici.
Intanto abbiamo assistito a una sovraesposizione mediatica di scienziati virologi mai
vista in precedenza. Dal mattino a notte inoltrata, in tutti i canali televisivi, non abbiamo
fatto altro che ascoltare i loro pareri. E fin qui poco male. Sennonché in molte occasioni
costoro hanno dato vita a discussioni che tutto avevano fuorché il carattere di discussioni
scientifiche. In alcuni casi ci sono stati scontri e polemiche poco edificanti. E questo
sicuramente non ha giovato al loro prestigio e forse nemmeno a quello dei talk show
ospitanti. Che senso ha che un giornalista chieda a un virologo quando si potranno
riattivare i trasporti pubblici, riaprire i ristoranti o mandare di nuovo i figli a scuola?
appare sensato e prudente che l’interpellato si presti a rispondere a queste domande
poiché non compete a lui rispondere.
La seconda criticità riguarda quella che potremmo chiamare l’immagine della scienza
che è emersa dai dibattiti mediatici di queste settimane. In genere gli scienziati, compresi i
virologi, conoscono bene il carattere “fallibile” delle proprie discipline. La scienza
rappresenta sicuramente in ogni momento il massimo della conoscenza raggiunta
dall’uomo in un determinato settore, e per questo bisogna fidarsi degli scienziati, ma avere
anche la consapevolezza dei limiti dell’umano sapere, e per questo bisognerebbe
imparare dagli scienziati uno stile argomentativo ipotetico, aperto alla possibilità che le
cose stiano diversamente da come con buone ragioni diciamo che stanno. Ebbene di tutto
questo abbiamo visto assai poco in queste settimane. In particolare siamo rimasti colpiti
dall’uso politico che si è fatto della scienza.
C’è stato, ad esempio, un eccesso di disinvoltura da parte di tutti, politici e scienziati,
nell’avallare una sorta di determinismo, tale per cui, se il virus si comporta in questo modo,
ne consegue che l’unica soluzione politica del problema può essere soltanto il lockdown.
Lo dicevano molti virologi e lo dicevano i rappresentanti del governo. Quante volte, in
queste settimane, abbiamo sentito il Presidente del Consiglio affermare che non c’era altra
soluzione “perché così dicono gli esperti”, quasi che questo bastasse a garantire la piena
validità delle scelte del suo governo. Grazie alla scienza, la politica avanzava insomma la
pretesa di essere essa stessa “scientifica”. Come i corpi fisici che, se posti su un piano
inclinato, scivolano inesorabilmente verso il basso, allo stesso modo il Covid-19
costringeva la politica a prendere ogni volta l’unica decisione possibile.
Mediascapes journal, 15/2020
È un antico problema questo del rapporto tra scienza e politica. Quest’ultima, la politica,
come ben sapeva già Aristotele, è in balia di “differenze e fluttuazioni”, diversamente dalla
scienza, dove si tratta in ultimo della ricerca della verità. Entrambe sono chiamate a
esercitare la ragione, ma la ragione della polis non è la stessa della città scientifica. Le
“verità” della politica non sono e non possono essere quelle della scienza. Qui infatti sono
soltanto gli “scienziati” ad aver diritto di parola e cambia poco o nulla che i “profani” diano il
loro assenso (che dissentano è addirittura insensato). La sequenza del Covid-19 è quella
che ci dicono i virologi, non certo quella che può immaginare un poeta o un giornalista.
Per la validità di certe decisioni politiche, invece, se si vuole sul serio che vengano prese
democraticamente, non si può distinguere altrettanto facilmente tra coloro che decidono
(magari con competenze e dopo aver sentito il parere degli esperti) e i “profani”. Qui, dal
momento che si tratta di prendere decisioni che interessano l’intera comunità, l’assenso
dei “profani” conta tanto quanto quello dei “competenti”. Inoltre, non si può dare per
scontato che una determinata misura sia “buona” semplicemente perché la suggeriscono
gli esperti. Come nel caso del Covid-19, può darsi benissimo che il lockdown sia la
soluzione migliore per tutelare la “salute” dei cittadini, ma di certo questo non rende
infondate le preoccupazioni di coloro che, poniamo, guardano alle conseguenze
economiche di quella decisione, rivendicando magari una maggiore flessibilità delle
misure, onde evitare una catastrofe che avrebbe conseguenze devastanti anche sul
sistema sanitario e quindi sulla nostra salute. Ne consegue che la politica è chiamata a
prendere decisioni che tengano conto di una molteplicità di fattori in gioco (Gili & Panarari,
2020). Non c’è nessuna scienza che dica che cosa si deve fare in determinate
circostanze. L’ignoranza, come ben sapeva von Hayek, è il vero fondamento di ogni
politica che voglia essere liberale e democratica. Per questo la politica è soprattutto
responsabilità. Ad un certo punto, rispetto alla pluralità delle opinioni, ci si assume il rischio
e la responsabilità di decidere in un modo piuttosto che in un altro. Sta qui in fondo la
grandezza e la “drammaticità” della politica, come diceva Max Weber (1919). E meritano
fiducia soprattutto quei politici che riescono a farsene carico in prima persona.
Note biografiche
Sergio Belardinelli è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali nel
Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna. Tra i suoi libri più
recenti: L’altro Illuminismo. Politica, religione e funzione pubblica della verità, Rubbettino,
2010; Sillabario per la tarda modernità, Cantagalli, 2012; L’ordine di Babele. Le culture tra
pluralismo e identità, Rubbettino, 2018; All’alba di un nuovo mondo (con Angelo
Panebianco), Il Mulino, 2019. Dal 2002 al 2006 ha fatto parte del Comitato Nazionale per
la Bioetica; dal 2011 al 2015 ha fatto parte del CdA dell’Istituto Italiano di Studi Germanici;
scrive per il quotidiano “Il Foglio”.
Guido Gili è professore ordinario di Sociologia della comunicazione e dei media e
prorettore vicario nell’Università degli Studi del Molise. Tra i suoi libri più recenti:
Comunicazione, cultura, società. L’approccio sociologico alla relazione comunicativa (con
Fausto Colombo), La Scuola, 2013; Chi ha paura della post-verità? Effetti collaterali di una
Mediascapes journal, 15/2020
parabola culturale (con Giovanni Maddalena), Marietti, 2017; The History and Theory of
Post-Truth Communication (con Giovanni Maddalena), Palgrave Macmillan, 2020; La
credibilità politica (con Massimiliano Panarari) Marsilio, 2020. È presidente della Società
scientifica italiana Sociologia, Cultura, Comunicazione (www.ssi-scc.it).
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Note
1
La ricerca, promossa da Nescafè e legata al video-esperimento sociale “The Nextdoor Hello,” ha utilizzato
la metodologia WOA (Web Opinion Analysis). Anche se si trattava di una ricerca finalizzata ad una azione di
marketing, i risultati non sono privi di interesse per il nostro tema.
... In the months of the pandemic, a sense of the reciprocity of the trust relation may have been lacking. The politicians had asked their citizens to trust them, but they did not always seem to be willing to give trust (Belardinelli and Gili 2020). And this, in the long run, may have weakened their credibility. ...
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The Covid-19 pandemic has generated a broad feeling of uncertainty in social relationships and has had a significant impact on different forms of trust and mistrust. In this contribution, the authors address some central questions: how did the medical emergency challenge interpersonal trust and the trust of citizens in science, politics and media? More generally, what is the destiny of trust in contemporary societies in this Covid-19 epoch and afterwards?
... However, if we are referring to external relations, with people or with institutions, things get much more complicated. Belardinelli and Gili (2020) have analyzed the processes of trust and distrust in interpersonal relationships and toward institutions (the national health service, hospitals, and national and local governments) during the pandemic. They started from the assumption that trust is given based on credibility, and then they distinguished analytically between believing things said by others and believing in those who said them. ...
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The COVID pandemic has caused social relations to emerge as the leading players in our lives. This translation of a chapter from the book “Dopo la pandemia. Rigenerare la società con le relazioni” [“After the pandemic: Regenerating society with relations”, Rome: Città Nuova 2021], explores the phenomenology of social relationships in generating the pandemic and reacting to it. In particular the differences between interpersonal relations and role relations are highlighted, showing the insufficiency of Modernity’s understanding of the social fabric. It describes the acceleration of digitalization and its consequences on social relations, assessing the long-term challenges and showing that it is necessary to build up a new culture of relations that make for a good life.
... The subject who "knows what he is saying and takes responsibility for what he is saying" is considered credible and trustworthy. (Belardinelli and Gili 2020). This is what in English terms is called confidence. ...
This book constitutes late breaking papers from the 23rd International Conference on Human-Computer Interaction, HCII 2021, which was held in July 2021. The conference was planned to take place in Washington DC, USA but had to change to a virtual conference mode due to the COVID-19 pandemic. A total of 5222 individuals from academia, research institutes, industry, and governmental agencies from 81 countries submitted contributions, and 1276 papers and 241 posters were included in the volumes of the proceedings that were published before the start of the conference. Additionally, 174 papers and 146 posters are included in the volumes of the proceedings published after the conference, as “Late Breaking Work” (papers and posters). The contributions thoroughly cover the entire field of HCI, addressing major advances in knowledge and effective use of computers in a variety of application areas.
... On this final point, and as a contrast to inspire hope, it is good to point out that the Covid-19 epidemic has suddenly awakened the dormant critical consciousness of many readers (Belardinelli and Gili 2020). Gald on's book was written before the pandemic. ...
... In this sense public sector communication can play a strategic role to widespread and to reinforce the systemic institutional trust (Belardinelli and Gili 2020, Offe 1999, Giddens 1990, encouraging a greater openness in the development of bridging relations and stimulating public engagement and social capital (Bartoletti and Faccioli 2016, D'Ambrosi and Massoli 2012, Putnam 2000. In this regard, Gruning et al (2009) highlight the importance of converting public relations from a buffering to a bridging role designed to build relationships with stakeholders, rather than a set of messaging activities designed to buffer the organization from them. ...
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This article aims to investigate the evolution of public sector communication before and after the Covid-19 crisis that has strongly impacted governmental institutions, public policy, contemporary society, and media ecologies. After a review of the main characteristics of public sector communication, the article proposes an interpretative and dynamic model to better understand the new challenges for public institutions. The model introduces ethics as the new, primary driver for public sector communication to surround all decisions, pointing out the need for transparent, authentic participation and dialogue to build trust. Focusing on two dimensions (trust/distrust, openness/closedness), the authors investigate the main trajectories of change for public sector communication, conceiving the three pillars of open government (transparency, participation and collaboration) as strategic values for improving the quality and efficacy of communication. In this time of uncertainty, the new trajectories of communication should fully embrace an ethical approach in order to become resilient, able to respond to citizens' needs and expectations, and to maintain responsible relationships with media, varied strategic publics, and a rapidly changing global community.
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This chapter examines the argumentative and rhetorical structure of the regulatory techniques used to deal with the SARS-CoV-2 pandemic in Italy. The first part of the chapter aims to clarify the connection between law and rhetoric, in order to provide a framework in which the legislative activity has operated. After analyzing critical aspects of the chosen regulatory tools, we will focus on the three most innovative elements of the pandemic legislation: the frequent use of images, the sporadic presence of sanctions, and the relevant role of experts. In the second part, an analysis of the fundamental traits of visual argumentation will be presented to highlight the fact that the use of images, during the pandemic period, has become a political-normative technique, which is never a neutral tool, but is always subject to interpretation and endowed with a notable rhetorical value. Given the sporadic presence of sanctions, the second section will analyze the argumentative strengthening applied by the legislator in order to promote the obedience of the recipients of the measures. Finally, we will examine the involvement of experts in the justificatory activity of the legislator, and the need for them to acquire legislative legitimacy through a rhetorical-argumentative relationship with citizens.
Chapter
In a perspective that, as stated by Shaun Moores (2012), can start from media studies and somehow overcome them, the concept of media environment, namely the idea that the media create environments where to be and places where to live experience, can be enhanced with new elements. Through an analysis that differentiates places from experiencing places of affection, the hypothesis that moves us, and that we will try to demonstrate, is that there are digital places of affection, that is, web environments capable of developing affection like in certain places in the real world. According to the definition, and according to common sense, an affection is a constant sentimental inclination towards a person or thing for which one has, nurtures, conceives positive emotions.
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Cos’è successo agli studenti universitari durante il primo periodo di diffusione, in Italia, del Covid-19? Nasce da questa domanda la ricerca presentata in questo volume, che è stata condotta attraverso un questionario online durante il periodo centrale dell’emergenza, tra maggio e luglio 2020
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The book is a treatise on reflexivity in the perspective of relational sociology. Reflexivity is defined at three levels: as an inner conversation, as a relational reflexivity (with and on social relations), and as a reflexivity of social networks. Its originality lies in proposing a relational conception of reflexivity against individualist versions that reduce reflexivity to a mental activity of individuals.
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THIS STUDY of the political culture of democracy had its inspiration some thirty years ago in the Social Science Division of the University of Chicago. Much of what now goes under the name of the behavioral approach to the study of politics originated there in the period between the wars. It is a tribute to the vision of the men who created this leaven that it has taken three or four decades for their conception of political science to become a common possession. In particular, this study owes its inspiration to the work of Charles E. Merriam. His Civic Training series formulated many of the problems with which this study is concerned, and his New Aspects of Politics suggested the methods that have been used in its execution.
Chi ha paura della post-verità? Effetti collaterali di una parabola culturale (con Giovanni Maddalena), Marietti, 2017; The History and Theory of Post-Truth Communication (con Giovanni Maddalena)
Guido Gili è professore ordinario di Sociologia della comunicazione e dei media e prorettore vicario nell'Università degli Studi del Molise. Tra i suoi libri più recenti: Comunicazione, cultura, società. L'approccio sociologico alla relazione comunicativa (con Fausto Colombo), La Scuola, 2013; Chi ha paura della post-verità? Effetti collaterali di una parabola culturale (con Giovanni Maddalena), Marietti, 2017; The History and Theory of Post-Truth Communication (con Giovanni Maddalena), Palgrave Macmillan, 2020; La credibilità politica (con Massimiliano Panarari) Marsilio, 2020. È presidente della Società scientifica italiana Sociologia, Cultura, Comunicazione (www.ssi-scc.it).