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Abstract

Il mondo in realtà era già cambiato prima. Correva l'anno 2003 quando i telegiornali riportavano la notizia di un nuovo virus che colpiva l'uomo provocando una sindrome respiratoria che sembrava avere un elevato tasso di mortalità. Erano i tempi dei primi passi di internet. Le compagnie aeree low-cost iniziavano a comparire sulla scena mondiale. Nelle case degli italiani apparivano i primi computer portatili. Gli smartphone erano ancora prototipi di laborato-rio, che non sarebbero stati messi sul mercato per altri cinque anni. Due anni prima l'attacco a New York aveva già dato una sferzata a un mondo in cui si iniziava a parlare di globalità. Era tuttavia un mondo in cui tutto sembrava sempre distante. In cui eventi che colpivano Paesi esotici e apparentemente lontani riempivano al più i trafiletti dei giornali, etichettati non come cronaca, ma più come curiosità. Un focolaio di una nuova malat-tia, che all'epoca fu chiamata SARS, destava interesse quanto il racconto di un esploratore di inizio Novecento, che affrontava i miasmi di paludi infestate di zanzare nell'Africa equatoriale. Era una notizia che ci faceva sollevare al più un sopracciglio, ma che in fondo non ci interessava. L'inizio di questo nuovo decennio, il 2020, un anno che avrebbe evocato scenari futuristici solo sino a una generazione fa, ci avreb-be spiegato quanto distaccati fossimo dalla realtà. La pandemia di Coronavirus, che nel giro di poche settimane si è trasferita dai quartieri delle megalopoli cinesi, ai vicoli assonnati dei paesi della provincia italiana, ci dimostra come il mondo sia interconnesso, e come la salute non sia più un privilegio destinato solo a ristrette sacche delle società. Il termine malattia esotica, o malattia tropicale, che evoca strani disturbi riservati esclusivamente a chi transita malauguratamente in aree non tracciate sulle mappe, sta perdendo via via significato, per essere sostituito dal concetto di salute globale. Un'idea di salute cioè che ci racconta di una nuova realtà nella quale siamo tutti in-terconnessi, e in cui anche ciò che accade in un angolo remoto della Terra-un mercato del pesce di una città che sino a poco prima non avevamo mai sentito nominare-può stravolgere radicalmente le nostre vite, e portare conseguenze che coinvolgono tutta l'umanità. Questa tuttavia sembra essere una lezione dura da mandare giù. Già nel 2013 il focolaio epidemico di Ebola che aveva colpito tre Paesi dell'Africa occidentale, ci aveva mostrato quanto fragili fos-sero gli equilibri che regolano le nostre società e quanto poco fos-simo preparati ad affrontare un'emergenza sanitaria globale. La catastrofe umanitaria, economica e sociale che colpì quella zo-na del mondo-non diversa dai focolai di altre malattie infettive, quali il colera, la peste, la polio, che ciclicamente colpiscono Paesi a basso introito o in via di sviluppo-aveva rischiato di riversarsi su Paesi troppo certi delle proprie realtà sanitarie. Paesi totalmen-te inconsci della spada di Damocle che penzola costantemente sulle nostre teste, e per questo non preparati all'arrivo di quelle malattie che in genere colpiscono gli altri. L'alba di questo nuovo decennio, tuttavia, ci ha mostrato quanto fragile sia la specie umana, e quanto impotente possa essere l'uo-mo, nella sua complessità, davanti anche solo alla forma di vita più elementare. Alla natura stessa, se vogliamo. Se in futuro una lezione sarà da ricordare è proprio questa. Noi non eravamo pronti. Non eravamo preparati ad affrontare un ne-mico, invisibile, che pure era sempre stato là. Questo, però, non è diverso da quello che accade ogni giorno in ogni angolo del pia-neta. I dati diffusi dall'Organizzazione mondiale della sanità, ci raccontano come la sola fascia pediatrica sia vittima di malattie per lo più sconosciute a noi occidentali, che mietono milioni di vittime ogni anno. Se per noi malaria, malnutrizione, disidrata-zione grave sono spesso solo capitoli di libri che abbiamo studiato all'università, per la maggior parte dei sanitari a livello mondiale sono situazioni che fanno parte della quotidianità. La mortalità infantile da noi è un ricordo lontano, al massimo legato ai racconti dei nostri nonni: una volta tutti conoscevano qualcuno che aveva avuto un figlio, un nipote o un fratello morto in giovanissima età. Erano i tempi della guerra, i tempi in cui non c'era cibo a suffi-cienza per tutti, i tempi in cui i vaccini e gli antibiotici non erano ancora stati inventati. Il progresso in campo medico e scientifico ha stravolto le nostre realtà, e ci ha consegnato delle società in cui il concetto di salute è cambiato, è stato ridefinito e stravolto. Non più l'assenza di ma-lattia, concetto astratto perché presuppone che la malattia sia la normalità, ma l'azione proattiva che porta le persone e le colletti-vità a stare bene e a vivere nel benessere. La tecnologia ci ha aiutato a raffinare le diagnosi, e al di fuori del campo medico, ha accorciato le distanze. In qualche modo ci ha donato la consapevolezza, o meglio l'ha donata a tutti gli abitanti di questo pianeta, che il mondo è un'u-nica entità, dove tutto è interconnesso, e dove i confini politici, geografici e naturali sono solo un'invenzione umana. Così chi vi-ve in Sud America è consapevole di ciò che accade in Europa, chi vive in Africa conosce la realtà americana, e chi è nato in un re-moto villaggio del Sud-est asiatico ha la stessa consapevolezza del mondo di un bambino cresciuto nelle periferie di Chicago. In questo mondo così interconnesso, scenari sanitari che per noi sono solo il ricordo di un passato lontano per altri sono invece la normalità. È ancora lecito, allora, parlare di malattie tropicali? Definire il mondo della salute in base ad aree geografiche, ignorando che quello che accade nel resto del mondo non sia di nostra pertinen-za, perché tanto è un qualcosa che non ci accadrà mai? Non ci sono risposte facili. Né possiamo credere che questa pan-demia ci insegnerà necessariamente a essere pronti anche a tutto ciò che verrà, o a guardare con occhi diversi ciò che accade ogni giorno agli altri, quelli che non hanno avuto la fortuna di nascere dalla parte giusta della barricata. Il mondo, tuttavia, è cambiato. E noi sanitari, noi che lavoria-mo con le nuove generazioni, quei bambini ai quali lasceremo il mondo che a noi stessi era stato donato, dobbiamo essere pronti ad accettare il cambiamento, e a preparare la strada per chi da noi erediterà questo pianeta. È l'ironia, in qualche modo, di un virus che non attacca i bambini che non hanno colpe e che saranno il germoglio della nuova umanità. Il mondo è cambiato, quindi, ma andrà tutto bene. Perché il futuro saranno proprio i bambini a riscriverlo, secondo le loro regole, e saranno loro a costruire il mondo che vorranno.
EDITORIALE 97Quaderni acp www.quaderniacp.it 3 [2020]
EditorialE
Il mese che ha cambiato il mondo
Fabio Capello
UO Pediatria territoriale, AUSL Bologna, Italia
Il mondo in realtà era già cambiato prima. Correva l’anno 2003
quando i telegiornali riportavano la notizia di un nuovo virus che
colpiva l’uomo provocando una sindrome respiratoria che sembrava
avere un elevato tasso di mortalità. Erano i tempi dei primi passi di
internet. Le compagnie aeree low-cost iniziavano a comparire sulla
scena mondiale. Nelle case degli italiani apparivano i primi com-
puter portatili. Gli smartphone erano ancora prototipi di laborato-
rio, che non sarebbero stati messi sul mercato per altri cinque anni.
Due anni prima l’attacco a New York aveva già dato una sferzata
a un mondo in cui si iniziava a parlare di globalità.
Era tuttavia un mondo in cui tutto sembrava sempre distante. In
cui eventi che colpivano Paesi esotici e apparentemente lontani
riempivano al più i traletti dei giornali, etichettati non come
cronaca, ma più come curiosità. Un focolaio di una nuova malat-
tia, che all’epoca fu chiamata SARS, destava interesse quanto il
racconto di un esploratore di inizio Novecento, che arontava i
miasmi di paludi infestate di zanzare nellAfrica equatoriale.
Era una notizia che ci faceva sollevare al più un sopracciglio, ma
che in fondo non ci interessava.
L’inizio di questo nuovo decennio, il 2020, un anno che avrebbe
evocato scenari futuristici solo sino a una generazione fa, ci avreb-
be spiegato quanto distaccati fossimo dalla realtà.
La pandemia di Coronavirus, che nel giro di poche settimane si è
trasferita dai quartieri delle megalopoli cinesi, ai vicoli assonnati
dei paesi della provincia italiana, ci dimostra come il mondo sia
interconnesso, e come la salute non sia più un privilegio destinato
solo a ristrette sacche delle società.
Il termine malattia esotica, o malattia tropicale, che evoca strani
disturbi riservati esclusivamente a chi transita malauguratamente
in aree non tracciate sulle mappe, sta perdendo via via signicato,
per essere sostituito dal concetto di salute globale. Un’idea di salute
cioè che ci racconta di una nuova realtà nella quale siamo tutti in-
terconnessi, e in cui anche ciò che accade in un angolo remoto della
Terra – un mercato del pesce di una città che sino a poco prima non
avevamo mai sentito nominare – può stravolgere radicalmente le
nostre vite, e portare conseguenze che coinvolgono tutta l’umanità.
Questa tuttavia sembra essere una lezione dura da mandare giù.
Già nel 2013 il focolaio epidemico di Ebola che aveva colpito tre
Paesi dellAfrica occidentale, ci aveva mostrato quanto fragili fos-
sero gli equilibri che regolano le nostre società e quanto poco fos-
simo preparati ad arontare un’emergenza sanitaria globale.
La catastrofe umanitaria, economica e sociale che colpì quella zo-
na del mondo – non diversa dai focolai di altre malattie infettive,
quali il colera, la peste, la polio, che ciclicamente colpiscono Paesi
a basso introito o in via di sviluppo – aveva rischiato di riversarsi
su Paesi troppo certi delle proprie realtà sanitarie. Paesi totalmen-
te inconsci della spada di Damocle che penzola costantemente
sulle nostre teste, e per questo non preparati all’arrivo di quelle
malattie che in genere colpiscono gli altri.
L’alba di questo nuovo decennio, tuttavia, ci ha mostrato quanto
fragile sia la specie umana, e quanto impotente possa essere l’uo-
mo, nella sua complessità, davanti anche solo alla forma di vita più
elementare. Alla natura stessa, se vogliamo.
Se in futuro una lezione sarà da ricordare è proprio questa. Noi
non eravamo pronti. Non eravamo preparati ad arontare un ne-
mico, invisibile, che pure era sempre stato là. Questo, però, non è
diverso da quello che accade ogni giorno in ogni angolo del pia-
neta. I dati diusi dall’Organizzazione mondiale della sanità, ci
raccontano come la sola fascia pediatrica sia vittima di malattie
per lo più sconosciute a noi occidentali, che mietono milioni di
vittime ogni anno. Se per noi malaria, malnutrizione, disidrata-
zione grave sono spesso solo capitoli di libri che abbiamo studiato
all’università, per la maggior parte dei sanitari a livello mondiale
sono situazioni che fanno parte della quotidianità. La mortalità
infantile da noi è un ricordo lontano, al massimo legato ai racconti
dei nostri nonni: una volta tutti conoscevano qualcuno che aveva
avuto un glio, un nipote o un fratello morto in giovanissima età.
Erano i tempi della guerra, i tempi in cui non c’era cibo a su-
cienza per tutti, i tempi in cui i vaccini e gli antibiotici non erano
ancora stati inventati.
Il progresso in campo medico e scientico ha stravolto le nostre
realtà, e ci ha consegnato delle società in cui il concetto di salute
è cambiato, è stato ridenito e stravolto. Non più l’assenza di ma-
lattia, concetto astratto perché presuppone che la malattia sia la
normalità, ma l’azione proattiva che porta le persone e le colletti-
vità a stare bene e a vivere nel benessere.
La tecnologia ci ha aiutato a ranare le diagnosi, e al di fuori del
campo medico, ha accorciato le distanze.
In qualche modo ci ha donato la consapevolezza, o meglio l’ha
donata a tutti gli abitanti di questo pianeta, che il mondo è un’u-
nica entità, dove tutto è interconnesso, e dove i conni politici,
geograci e naturali sono solo un’invenzione umana. Così chi vi-
ve in Sud America è consapevole di ciò che accade in Europa, chi
vive in Africa conosce la realtà americana, e chi è nato in un re-
moto villaggio del Sud-est asiatico ha la stessa consapevolezza del
mondo di un bambino cresciuto nelle periferie di Chicago.
In questo mondo così interconnesso, scenari sanitari che per noi
sono solo il ricordo di un passato lontano per altri sono invece la
normalità.
È ancora lecito, allora, parlare di malattie tropicali? Denire il
mondo della salute in base ad aree geograche, ignorando che
quello che accade nel resto del mondo non sia di nostra pertinen-
za, perché tanto è un qualcosa che non ci accadrà mai?
Non ci sono risposte facili. Né possiamo credere che questa pan-
demia ci insegnerà necessariamente a essere pronti anche a tutto
ciò che verrà, o a guardare con occhi diversi ciò che accade ogni
giorno agli altri, quelli che non hanno avuto la fortuna di nascere
dalla parte giusta della barricata.
Il mondo, tuttavia, è cambiato. E noi sanitari, noi che lavoria-
mo con le nuove generazioni, quei bambini ai quali lasceremo il
mondo che a noi stessi era stato donato, dobbiamo essere pronti
ad accettare il cambiamento, e a preparare la strada per chi da noi
erediterà questo pianeta. È l’ironia, in qualche modo, di un virus
che non attacca i bambini che non hanno colpe e che saranno il
germoglio della nuova umanità.
Il mondo è cambiato, quindi, ma andrà tutto bene. Perché il futuro
saranno proprio i bambini a riscriverlo, secondo le loro regole, e
saranno loro a costruire il mondo che vorranno.
* info@fabiocapello.net
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