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IL METODO PHOTOLANGAGE® un dispositivo gruppale in psicoterapia e in ambito formativo

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Il Photolangage® è un metodo che utilizza la fotografia come strumento di mediazione del pen-siero, della parola e della comunicazione in gruppo. L'obiettivo di questo articolo è quello di permettere al lettore di raffigurarsi, nel modo più concreto possibile, come si svolge una sessione di Photolangage® e quali sono le prerogative del metodo, ma anche quello di presentare il dispositivo e la sua specificità attraverso brevi cenni sulla sua storia e sulla costruzione dei dossier fotografici.Il termine "Photolangage®" designa, quindi, sia la col-lezione di dossier fotografici organizzati per temi, sia una tecnica specifica per comunicare in gruppo a pa-tire da queste fotografie. Il metodo, nella sua variante clinica, si fonda sulle teorie psicoanalitiche di gruppo, con una particolare influenza dei contributi del Prof.René Kaes e della scuola francese, e permette di osservare e favorire l'emergere di diversi processi della vita psichica nella situazione gruppale. In particolare, vedremo come l'immagine, in quanto oggetto mediatore, favorisce l'emergere di processi di contenimento, di connessione e di legame, oltre che di trasformazione della realtà psichica.
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IL METODO
PHOTOLANGAGE®
un dispositivo gruppale
in psicoterapia
e in ambito formativo
di Giuseppe Lo Piccolo, Pietro Alfano e Claudine Vacheret
FOTOTERAPIA
foto da www.photolangage.it
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FOTOTERAPIA
Introduzione
Una prima e importante considerazione precede la
presentazione del metodo Photolangage®. L’obietti-
vo di questo articolo è quello di permettere al lettore
di rafgurarsi, nel modo più concreto possibile, come
si svolge una sessione di Photolangage® e quali sono
le prerogative del metodo, ma anche quello di presen-
tare il dispositivo e la sua specicità attraverso brevi
cenni sulla sua storia e sulla costruzione dei dossier
fotograci. Il Photolangage® è un metodo che utilizza
la fotograa come strumento di mediazione del pen-
siero, della parola e della comunicazione in gruppo. Il
termine “Photolangage®” designa, quindi, sia la col-
lezione di dossier fotograci organizzati per temi, sia
una tecnica specica per comunicare in gruppo a par-
tire da queste fotograe. Il metodo, nella sua variante
clinica, si fonda sulle teorie psicoanalitiche di gruppo,
con una particolare inuenza dei contributi del Prof.
René Kaës (1996, 1999, 2007, 2010) e della scuola
francese, e permette di osservare e favorire l’emerge-
re di diversi processi della vita psichica nella situazione
gruppale. In particolare, vedremo come l’immagine,
in quanto oggetto mediatore, favorisce l’emergere di
processi di contenimento, di connessione e di lega-
me, oltre che di trasformazione della realtà psichica. Il
gruppo a mediazione Photolangage® favorisce, quin-
di, gli scambi intersoggettivi e supporta la parola nel
processo gruppale. Per questo motivo il metodo si ri-
vela particolarmente indicato e prezioso con giovani
adolescenti (dai 12 anni in su) e adulti con difcoltà di
verbalizzazione, di rappresentazione e di simbolizza-
zione dei vissuti emotivi.
Negli anni, Claudine Vacheret ha formato un’équipe
internazionale di formatori accreditati, in Francia, Ita-
lia, Svizzera, Brasile, Uruguay e Argentina. Per appren-
dere il metodo e condurre gruppi Photolangage®,
infatti, esiste una specica formazione di due livelli.
Dal 2018, in Italia, tale formazione è assicurata dai for-
matori italiani1 che si sono costituiti in un gruppo di
lavoro e ricerca sul metodo e che hanno creato un sito
dedicato: www.photolangage.it
Un po’ di storia…
Il metodo Photolangage® è stato creato nel 1965 da
un gruppo di psicologi e psico-sociologi di Lione che
lavoravano con adolescenti “difcili”, tra cui Claire
Bélisle e Alain Baptiste che detengono ancora oggi il
copyright sul metodo (Baptiste, A. & Bélisle, C., 1991).
In tale contesto, in maniera del tutto intuitiva, propo-
sero di utilizzare delle fotograe come supporto alla
parola, laddove gli adolescenti mostravano difcoltà
a raccontare ed esprimere, in gruppo, le loro perso-
nali esperienze e i propri vissuti talvolta dolorosi. Le
prime foto utilizzate sono state scattate da diversi
fotogra, inizialmente su carta fotograca ed esclu-
sivamente in bianco e nero, in seguito su un tipo di
carta più resistente al ne di proteggere il materiale
a lungo termine. Gli psicologi che proposero questi
primi gruppi, furono sorpresi nell’assistere ai numero-
si scambi verbali che avvenivano in modo “naturale”,
1— Julie Allegra (Roma), Pietro Alfano
(Palermo), Nicoletta Calenzo (Firenze),
Alessandra Capani (Padova), Giuseppe
Lo Piccolo (Palermo) e Maria Clelia
Zurlo (Napoli)
d Il
Photolangage®
è un metodo
che utilizza la
fotografia come
strumento di
mediazione del
pensiero, della
parola e della
comunicazione
in gruppo.
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FOTOTERAPIA
con spontaneità ed interesse reciproco. Sembrava che
ci si potesse ascoltare a vicenda con un certo interes-
se. Gli animatori2 furono unanimi nel dire quanto fosse
loro d’aiuto tale dispositivo, soprattutto quando veni-
va utilizzato come tecnica di valutazione per iniziare o
per concludere una sessione di gruppo. I primi dossier
vedono la luce nel 1968 e rapidamente il metodo fu
applicato in ambito formativo, educativo e aziendale,
dove tutt’oggi, trova un’importante area di applicazio-
ne, sia in Francia che all'estero.
A partire dagli anni ‘80, grazie al lavoro pionieristico di
C. Vacheret (1984, 2000, 2002, 2008) e il ventennale
lavoro clinico e di ricerca svolto a Lione dalla sua éq-
uipe3, il metodo si è affermato nell’ambito della salute
mentale, ed è in tale ambito che ha trovato un ulteriore
campo di applicazione come dispositivo psicoterapeu-
tico. Nel lavoro con adolescenti difcili, con pazienti
antisociali e psicopatici, soggetti tossicodipendenti,
pazienti psicotici, persone anziane e persone con gra-
vi disturbi della personalità, così come in vari luoghi
di cura quali l’ospedale psichiatrico, il day hospital, le
carceri, i gruppi Photolangage®, condotti da psicologi
clinici formati al metodo, spesso in co-animazione con
infermieri dei reparti psichiatrici e ospedalieri, hanno
trovato un’applicazione importante (AA.VV., 2006).
Ancora oggi il lavoro clinico e di ricerca sul e con il me-
todo Photolangage® viene portato avanti, in ambito
internazionale, dall’équipe creata da C. Vacheret. Ne
è un esempio, il lavoro di ricerca degli autori (Alfano
et al., 2018; Lo Piccolo, 2018) che propongono l’intro-
duzione del metodo all’interno dei dispositivi di cura
nell’ambito delle migrazioni contemporanee, dove ci
si confronta con diversi livelli di complessità quali
lingua e culture differenti, effetti e trasmissione di un
trauma collettivo, esilio e migrazione forzata – e dove
l’introduzione dell’oggetto mediatore può diventare
un supporto prezioso alla riattivazione dei processi di
simbolizzazione e mentalizzazione, di resilienza e inte-
grazione.
Aspetti principali del dispositivo: il setting, la domanda,
le foto
In ambito clinico quello cui ci interessiamo partico-
larmente in questo scritto il numero di partecipanti
al gruppo è di cinque-otto pazienti. Il modello è quello
del piccolo gruppo analitico (Bion, 1961) che s’incon-
tra a frequenza stabile (idealmente settimanale), per
la durata di circa un’ora o un’ora e un quarto4. In am-
bito formativo o non-clinico, invece, è possibile lavo-
rare con un gruppo più ampio: tra dodici e quindici
partecipanti, per un minimo di due ore a incontro. In
tale ambito, è possibile lavorare con uno o due forma-
tori, mentre in un contesto di cura, con i pazienti, lo
psicologo co-anima con due o tre persone (psicologi,
psichiatri, infermieri…), sempre le stesse, al ne di ga-
rantire la continuità del lavoro di gruppo. Nel lavoro di
cura il numero dei curanti è maggiore in proporzione
al numero di pazienti, al ne di garantire un adeguato
contenimento psichico dei partecipanti. In tali grup-
pi, le regole del setting, cadenza settimanale ad ora
2— Manteniamo il termine
«animatore», traduzione del termine
francese «animateur» per indicare il
conduttore del gruppo.
3— Il riferimento è all’équipe formata
da C. Vacheret all’interno della Rete
Internazionale e Interuniversitaria
di Ricerca su « Gruppi e legami
intersoggettivi », di cui gli autori
dell’articolo sono membri.
4— La durata della seduta dipende
evidentemente dalla composizione del
gruppo e dal numero di partecipanti
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FOTOTERAPIA
e luogo sso, assicurano al gruppo la sua dimensione
terapeutica.
Tale modalità di lavoro, di settimana in settimana, con-
sente ai terapeuti di preparare la sessione successi-
va in base all'evoluzione del gruppo, dei pazienti e
dell'istituzione. In particolare, è nella costruzione della
domanda che verrà posta al gruppo la settimana suc-
cessiva, ad ogni incontro, che riconosciamo tutta l'at-
tenzione posta dagli animatori nel garantire una con-
tinuità alla catena associativa, alla libera associazione
dei pensieri e al lavoro di gruppo.
La diversità delle patologie è una preoccupazione
condivisa da tutti i terapeuti: si può facilmente intuire,
inoltre, l'interesse dell’indicazione/prescrizione della
terapia di gruppo Photolangage® per quei pazienti
che riescono a esprimersi con una certa spontaneità,
così come per le patologie croniche dove invece tale
capacità va sostenuta e incoraggiata. In alcune isti-
tuzioni e contesti, possiamo pertanto contemplare la
possibilità di riunire pazienti affetti dalla stessa patolo-
gia o problematica, come nel caso degli alcolisti o dei
tossicodipendenti, o nel lavoro nelle carceri.
La domanda
Concretamente, ogni seduta Photolangage® inizia
con una domanda5 accuratamente preparata dall’ani-
matore che, una volta posta al gruppo, promuove la
scelta delle foto: è il primo tempo della seduta. La
scelta della domanda è parte integrante del dispositi-
vo. Con l’esperienza, i terapeuti imparano ad afnare
la costruzione della domanda, preparandola con cura,
prestando attenzione alla scelta delle parole e al gra-
do di coinvolgimento che essa suscita. Ad ogni seduta
la domanda cambia. L'esperienza ci ha insegnato che
questo momento di preparazione della seduta è l’a-
spetto più delicato del dispositivo, quello che richiede
agli animatori la massima cura e la massima creatività.
Di norma, le domande poste all'inizio della sessione
non dovrebbero essere troppo dirette, troppo lunghe
o troppo complesse6.
Le foto e i dossier
Il metodo Photolangage® consiste sia nelle precise
consegne e regole che presentiamo in quest’articolo,
che, come anticipato, in un certo numero di dossier
fotograci in bianco e nero e a colori, raggruppati per
tema7. La creazione di un dossier merita una certa at-
tenzione poiché ne rivela il lato empirico e allo stesso
tempo “artigianale”. Per costituire un nuovo dossier
sono necessari circa due-tre anni di lavoro. C. Bélisle,
fondatrice del metodo, si è occupata della creazione
di tutti i dossier, e ancora oggi coordina le diverse éq-
uipe che lavorano allo sviluppo di nuovi dossier. La
procedura è complessa e rigorosa: inizialmente ven-
gono passate in rassegna le rappresentazioni sociali
ed individuali del tema, oggetto del dossier. Tali rap-
presentazioni, vengono esplorate da un certo numero
di gruppi sperimentali costituiti da volontari interessati
al metodo o all’esperienza. Il lavoro si basa sulla tecni-
ca del brainstorming per permettere di elaborare una
5— Manteniamo il termine
«domanda», come in francese, ma
si intende più in generale un tema
proposto al gruppo per lavorare
insieme durante la sessione.
6— Per un approfondimento del
tema, gli autori rinviano al capitolo
del manuale «Foto, gruppo e cura
psichica» dedicato specicamente alla
costruzione della domanda.
7—In precedenza i dossier in bianco e
nero erano disponibili nelle librerie, in
commercio. Attualmente, per ottenerli
è necessario aver seguito almeno la
formazione di primo livello e rivolgersi
ai fondatori del metodo o ai formatori
riconosciuti che detengono il diritto di
riproduzione.
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FOTOTERAPIA
“tipologia di rappresentazioni”. A partire da tale tipo-
logia, vengono successivamente selezionate e acqui-
state diverse fotograe, da agenzie, esposizioni col-
lettive o personali e dai fotogra stessi. Le foto scelte
vengono utilizzate durante delle sessioni Photolanga-
ge® e testate con nuovi gruppi. Alla ne di ogni sedu-
ta, viene chiesto ai volontari che vi hanno partecipato
di compilare un questionario costruito appositamente.
Sulla base dei risultati quantitativi, ma anche qualita-
tivi del questionario, si individuano le foto selezionate
più frequentemente e i motivi per cui sono state scel-
te in base alla domanda posta. Una volta selezionate
denitivamente le 48 foto per dossier, vengono acqui-
stati i diritti d'autore dai fotogra e le foto vengono,
quindi, stampate per costituire il nuovo dossier.
Lo svolgimento di una seduta
Una sessione Photolangage® si svolge concretamen-
te in due tempi: un primo tempo rappresentato dalla
scelta delle fotograe; un secondo tempo rappresen-
tato degli scambi di gruppo.
Dopo aver enunciato il tema che apre la sessione di
gruppo e che determina la scelta di una o due fotograe
da parte dei membri del gruppo, l’animatore dispone
con cura le foto sui tavoli. Lo fa in modo ben orga-
nizzato e con sufciente spazio fra una foto e l’altra,
alternando foto in bianco e nero e foto a colori, così
da permettere che tutti i membri del gruppo possano
circolare nella stanza, spostarsi da un tavolo all'altro e
visualizzare liberamente le foto, senza un ordine pre-
stabilito. Nell’invitare i partecipanti a scegliere la pro-
pria foto, l’animatore precisa che:
- la scelta è fatta in silenzio, al ne di rispettare la ries-
sione, la concentrazione e la scelta di ciascuno;
- questa scelta avviene inizialmente con lo sguardo, in
modo che tutte le foto restino disponibili a tutti i par-
tecipanti e che ognuno possa scegliere seguendo il pro-
prio ritmo8;
- una volta effettuata la scelta, è possibile spostarsi
in un altro punto della stanza, o tornare in cerchio, in
modo che l’animatore del gruppo possa identicare il
momento in cui tutti hanno fatto la propria scelta;
- inne, è importante non cambiare la propria scelta nel
caso in cui qualcun altro abbia scelto e preso la stessa
foto, poiché sarà “ritrovata nel gruppo” e potrà essere
presentata al momento desiderato.
Qualora la scelta delle foto sembri risultare difcile, è
possibile invitare i partecipanti a lasciarsi interpellare
dalle foto: guardarle attentamente, al ne di sensibi-
lizzarsi a quella o quelle che più ci “parlano”. L’ani-
matore sottolinea esplicitamente al gruppo, una volta
enunciate le regole, che lui stesso sceglierà una foto
e parteciperà agli scambi di gruppo così come gli al-
tri membri. Questa consegna è importante per diversi
motivi. Il fatto che l'animatore partecipi con una o più
foto scelte è, infatti, una delle specicità del metodo.
In ambito terapeutico, tale disposizione ha un’inuen-
za capitale sul modo in cui i pazienti percepiscono tale
d un primo
tempo
rappresentato
dalla scelta
delle fotografie;
un secondo
tempo
rappresentato
degli scambi di
gruppo
8— In tal senso, il tempo di scelta
non è limitato, ma ognuno prende il
tempo di cui necessita. Ovviamente,
il tempo della seduta ci impone di
ripartire il ritmo della stessa. In tal
senso, gli animatori accompagnano
questo tempo di scelta ricordando il
setting.
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FOTOTERAPIA
lavoro di gruppo. In riferimento a tale ambito, C. Va-
cheret (2000, 2002, 2017) ha ipotizzato già diversi anni
fa che se gli stessi terapeuti vi partecipano, i pazienti
hanno immediatamente la percezione che tale tipo di
lavoro non rappresenta alcun pericolo per loro. Inoltre,
questo coinvolgimento favorisce notevolmente la pos-
sibilità per i pazienti di identicarsi con i terapeuti e
con il piacere che i terapeuti mostrano, come direbbe
Winnicott (1971), nel “giocare”, vale a dire associare,
creare legami attraverso il pensiero. Si può facilmente
immaginare l'effetto prodotto su un paziente, quando
scopre di aver scelto la stessa immagine di uno dei
terapeuti e che, attraverso la stessa immagine, si pos-
sono esprimere entrambi i propri punti di vista talvolta
simili, talvolta diversi.
Il tempo degli scambi in gruppo è limitato alla durata del-
la seduta: i partecipanti sono invitati dal terapeuta, a
condividere questo tempo in gruppo e con il gruppo.
La consegna è la seguente: "Ciascuno di noi presenterà la pro-
pria foto quando lo desidera. Articolandosi eventualmente su ciò che
è stato detto o sulla foto presentata. Ascolteremo attentamente la per-
sona che presenta la propria foto e non faremo alcuna interpretazione,
ma siamo invitati a esprimere ciò che vediamo di simile o di diverso
sulla foto presentata".
Questa consegna è molto importante perché deter-
mina lo spazio di lavoro e delimita il setting, chiaren-
do ciò che è possibile fare e ciò che non si può fare.
Il tempo della presentazione della propria foto con-
sente al soggetto di appropriarsi della sua scelta, di
ascoltarsi nel momento in cui esprime la sua visione
personale e irriducibile della realtà, così come la vede.
In questo modo, sottolineiamo la qualità dell'ascolto
nel momento in cui un partecipante presenta la pro-
pria immagine. Inoltre, non è raro che il supporto foto-
graco, grazie alla sua portata simbolica, favorisca una
formulazione prossima alla rêverie9. Questa dimensione
contribuisce al piacere condiviso nel parlare e ascol-
tare la presentazione delle foto. Spesso si è sorpresi
nello scoprire, attraverso le parole dell'altro, una vi-
sione completamente nuova e creativa, un punto di
vista completamente diverso sulla realtà, che sembra
aprirci nuovi orizzonti. Inne, la presa di parola da par-
te di quei membri del gruppo che desiderano inter-
venire su una foto, contribuisce ad arricchire la catena
associativa. Chi ascolta gli altri intervenire sulla propria
foto percepisce lo spazio di gioco tra l'immagine in
e l’immagine proposta, nella misura in cui la foto
rappresenta la propria scelta soggettiva, senza tutta-
via identicarci ad esse, poiché si sta parlando sempli-
cemente di una foto. In tal modo, ognuno si riconosce
(chi più, chi meno) nella propria scelta, ma anche in
ciò che ne dicono gli altri: lo sguardo degli altri, in tal
senso, contribuisce ad arricchire sensibilmente la per-
cezione della propria foto. Accade a volte che si veri-
chi il contrario, ovvero che un membro del gruppo
esprima con violenza un movimento pulsionale morti-
fero o violento verso l'altro. Altre volte, a prescindere
dagli scambi e dalle associazioni che si dispiegano su
una foto, colui o colei che l'ha scelta esprime con for-
9— Il concetto di rêverie è stato
introdotto in psicoanalisi da W.R. Bion
e indica quello stato di “fantasticheria”
in cui la madre pensa al proprio bebè.
Bion indica con questo termine la
capacità della madre di ricevere le
impressioni emotive e sensoriali del
neonato e di elaborarle in una forma
che la psiche del neonato possa
assimilare. Nel nostro caso, questo
processo è svolto tanto dagli animatori
(nella formulazione della domanda)
quanto dall’oggetto mediatore che
supporta i processi proiettivi e di
rappresentazione degli affetti.
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FOTOTERAPIA
za il carattere irriducibile della propria percezione, la
permanenza della propria rappresentazione, in cui si
intuisce il particolare legame affettivo, sensoriale, che
si è instaurato con l'immagine. In questo caso, nulla
cambierà il modo in cui l'oggetto viene percepito, trat-
tenuto, manipolato, custodito dal proprio sé, testimo-
niando l'attaccamento del soggetto alla "sua" foto. A
tutti questi diversi aspetti, va aggiunta la peculiarità
del metodo nel produrre una certa soddisfazione e un
certo piacere nel condividere, nell’essere in gruppo,
nel pensare insieme. Il metodo facilita, così, notevol-
mente, la capacità di parlare di fronte al gruppo, aiu-
ta il soggetto ad accedere e a strutturare il proprio
pensiero, la propria creatività, ne supporta gli scambi,
in particolare lo scambio di immaginari, nella loro di-
mensione individuale e gruppale, favorendo così dei
processi identicatori.
La specicità del metodo Photolangage®
Come il lettore avrà intuito, la specicità del Photolan-
gage® riguarda da un lato gli elementi del dispositivo
e dall'altro le dinamiche di gruppo che emergono e che
possono essere identicate nella loro strutturazione.
Per quanto riguarda il dispositivo, una delle peculiarità
del metodo è determinata dal fatto che il terapeuta
pone un tema al gruppo, a cui chiede di rispondere
con l'aiuto di una foto. Questa componente è essen-
ziale poiché, da un lato denisce lo spazio di gioco
tra la mobilitazione del pensiero in parole, il pensie-
ro logico, organizzato e secondario per rispondere a
una domanda; e dall’altro, la mobilitazione del pen-
siero per immagini (Freud, 1922; Vacheret, 2000), at-
traverso cui il soggetto risponde associativamente a
partire dalle proprie immagini interne e dagli affetti
che le accompagnano, secondo il pensiero analogico
proprio del processo primario. Questo spazio di gioco
rappresentato dal setting è delimitato in modo molto
denito, nella misura in cui il dispositivo determina i li-
miti del lavoro in gruppo. Il dispositivo nei suoi aspetti
strutturali viene in questo modo interiorizzato dai par-
tecipanti. Questa peculiarità del metodo ha due effetti
principali sull'evoluzione di una sessione. Da un lato,
l'effetto di contenimento è evidente e determinato da
ciò che possiamo identicare come i due “guardrail” del
metodo: la domanda da un lato, la fotograa dall'al-
tro. D'altra parte, lo spazio di gioco così denito, si
struttura tra il processo primario (pensare in immagini)
e il processo secondario (pensare in parole). Le rego-
le e il setting così strutturati, costituiscono di per
un vero e proprio spazio di gioco. Ed è all’interno di
quest’area di gioco che ciascuno dei partecipanti po-
trà esprimersi sulla foto dell'altro, sapendo che tutti
hanno a mente il tema proposto nel momento in cui
s’interviene su una foto, sia essa la propria o quella
di un altro partecipante. Questo spazio di gioco in-
termediario, potenzialmente transizionale, tra il processo
primario e il processo secondario, favorisce i processi
di legame tra i due registri, garantendo una doppia
articolazione a livello intrapsichico e allo stesso tempo
intersoggettivo.
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FOTOTERAPIA
Proviamo ora ad osservare da vicino la natura dei pro-
cessi specicamente mobilitati da questo tipo di di-
spositivo. Per far ciò ricorreremo all’esperienza clinica
di gruppo, attraverso un esempio di seduta con il me-
todo Photolangage®.
All’interno di una seduta, il cui tema proposto era evo-
care un ricordo con l’aiuto di una foto, una partecipante, nel
presentare una foto di una casa di campagna > gura 1,
ricorda le sue vacanze trascorse con la nonna quando
era bambina. Questa casa le ricorda che sua nonna
sistemava dei mazzetti di lavanda negli armadi; ricor-
da che amava quell'odore che si spargeva in aria ogni
volta che sua nonna apriva le porte scricchiolanti... At-
traverso questo ricordo siamo tutti “convocati” nella
casa della nonna e conquistati da un'evocazione che
è allo stesso tempo visiva, uditiva ed olfattiva. A dire
il vero, questo è ciò che S. Freud ha concettualizzato
(1900) in termini di rappresentazione di cosa. La cosa di cui
si parla è l'immagine, è l'affetto: al limite tra il soma-
tico e la pulsione. Ecco la ragione per cui preferiamo
parlare di pensiero per immagini (e non più semplice-
mente di fotograe). Non solo perché la mediazione
di cui si sta parlando si basa sulle immagini fotogra-
che, ma anche perché l'immagine sensoriale – sia in
termini di pittogramma cosi come ne parla P. Aulagnier
(1975) o nei termini di signicante formale di D. Anzieu
(1987) – è, come dice lo stesso S. Freud, il modo più
vicino di pensare i processi inconsci. In ultima analisi,
il "pensare per immagini" come S. Freud lo designa in
L'Io e l'Es (1922) è un pensare, le cui modalità di gura-
zione sono inscritte nell'esperienza corporea. Si tratta
di ancoraggi percettivi e sensoriali, inscritti in ciò che
possiamo chiamare la “memoria del corpo”.
Nel riprendere l’esempio, l’evocare questa scena del
passato di fronte al gruppo, quest’esperienza di vita
da parte di una ragazza oggi adulta, rivela il clima af-
fettivo che accompagna il ricordo nella sua sequenza
percettiva. L'immagine e l'affetto sarebbero dunque
indissolubilmente legati? Come non constatarlo ogni
volta che un partecipante ci dice che solo una foto gli
ha parlato, che non è lui che l'ha scelta, ma che è la
foto, che si è imposta a lui: "Non ho visto che questa" e non
è raro che aggiunga: "Non so perché l’ho scelta, non saprei cosa
gura 1 FOTO DAL DOSSIER PHOTOLANGAGE® FEMMES EN DEVENIR
DI CLAUDINE ALRIC, ALAIN BAPTISTE, CLAIRE BELISLE, MARIE-CLAIRE GAITTET, CLAUDE MOULINIER - ÉDITIONS DU CHALET
d preferiamo
parlare di
pensiero per
immagini
(e non più
semplicemente
di fotografie)
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FOTOTERAPIA
dire…". Quando una foto si impone a noi, non è più
una semplice fotograa, quella di un fotografo che ha
catturato un momento in un data epoca, con tutti i
dati oggettivi di ciò che la foto può denotare, come
testimonianza di una realtà. Quando una foto ci parla,
ci afferra, ci sceglie, vuol dire che è diventata un'im-
magine. Vuol dire che, per noi, ha assunto la capacità
di connotare molto più di una semplice realtà storica
e socio-culturale: ci fa pensare, evoca uno scenario,
metaforizza una determinata situazione, evoca per
analogia un ricordo, o talvolta si associa ad un'atmo-
sfera emotiva. Una foto scelta come oggetto mediato-
re diventa, attraverso l’investimento di cui è oggetto,
un'immagine adatta a mobilitare le nostre immagini
interne, associate e connesse dall'affetto, che vi sog-
giace. Pertanto, siamo invitati a presentare la nostra
immagine di fronte al gruppo, e quindi a esporre il
nostro immaginario, esponendoci allo stesso tempo
allo sguardo degli altri. Con questa mediazione, non
parlo più di me stesso direttamente, come in un gruppo
di parola o senza oggetto mediatore: parlo di me attra-
verso una foto. Gli altri mi ascoltano, hanno visto questa
foto, ne sono sollecitati o questa non dice loro nulla.
La mia presentazione li familiarizza con la mia visione
delle cose. A loro volta, saranno in grado di dire ciò
che provano dopo avermi ascoltato mentre presenta-
vo la foto e, esprimendosi sulla mia foto, parleranno di
sé stessi, ed anche un po’ di me stesso, a loro insapu-
ta. Attraverso le loro varie evocazioni, mi confronterò
con immaginari differenti, che si oppongono al mio, o
che lo sostengono e lo arricchiscono. Il gruppo pro-
durrà allora un immaginario comune, fatto di molte-
plici sfaccettature che ognuno porta in sé, ma anche
delle diverse immagini di cui siamo portatori indivi-
dualmente e che in un gruppo saranno organizzate, si
struttureranno e si trasformeranno. Spesso sentiamo
dire in gruppo: vero, non vedevo le cose il tal modo, ora vedo
la mia foto in modo leggermente diverso". Sappiamo che non
è la foto ad esser cambiata, ma lo sono le immagini
interne, quelle del nostro pensiero per immagini, che
sono state raggiunte, toccate, mobilitate; stiamo par-
lando del processo che ha provocato un cambiamento
di ambiente, di clima affettivo.
Se il pensiero per immagini è più vicino all'inconscio,
che dire dello spazio psichico mobilitato in questo la-
voro? Ogni volta che proponiamo un oggetto media-
tore, come la fotograa, sollecitiamo l'immaginario che
trova origine nello spazio intrapsichico del soggetto. È
precisamente nel nostro Preconscio che l'immaginario
si sviluppa, si esprime e produce. Il Preconscio, da un
punto di vista topico, ha questo di specico: è pros-
simo all'inconscio e si esprime attraverso dei proces-
si di gurabilità (Botella, 2001) peculiari del processo
primario. Ma tale "pensiero per immagini" è anche
prossimo alla coscienza, a ciò che S. Freud chiamava,
prima del 1920, il sistema Preconscio-Conscio, che si
esprime secondo le modalità del processo seconda-
rio. Questa bipolarità del Preconscio, questa funzione
intermediaria, è ciò che lo rende ricco, ne rappresenta
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FOTOTERAPIA
la potenzialità propria di uno spazio transitorio, vale a
dire uno spazio transizionale, lo spazio intermediario
degli scambi, gli scambi di immaginari che si esprimo-
no e si dispiegano attraverso rappresentazioni dell’in-
termediario (la foto) tra soggetto e gruppo. La foto ha
acquisito uno statuto di immagine, le immagini sono
costitutive di un certo immaginario e gli effetti che ac-
compagnano queste immagini ci consentiranno di ac-
cedere a un'altra dimensione: quella della simbolizza-
zione. In effetti, sotto le produzioni rese manifeste da
e nell'immaginario, ci sono altre produzioni psichiche
che sono essenzialmente inconsce. Queste produzioni
sono i fantasmi, fantasmi la cui origine è inconscia, fan-
tasmi originari organizzatori della vita psichica. Di fatto,
fantasmi di seduzione, di castrazione e riguardanti la
scena primaria, sono rappresentati nel gruppo attra-
verso le foto e ciò che viene detto. A partire da ciò, il
terapeuta non parlerà in termini classici di interpretazione,
in senso psicoanalitico, ma interverrà “apparentemen-
te” come gli altri partecipanti: scegliendo lui stesso
una foto e dicendo quello che vede di simile o di di-
verso nella foto presentata da ogni membro del grup-
po. Sono, però, i nostri interventi sulla foto dell'altro
che possono assumere un valore interpretativo, e non
è raro sentire la violenza dell'intervento interpretativo,
nel riuto di vedere ciò che l'altro ha percepito nella
nostra foto. È così che, per esempio, una donna ha ri-
utato la visione di un altro partecipante, che ha visto,
in una foto, un bambino morto nel deserto > gura 2.
Sulla stessa foto, lei vedeva un bambino che dormi-
va tranquillamente, a contatto con la sabbia calda, in
spiaggia, in estate. Gli immaginari si scontrano: sono
portatori di pulsioni, pulsione di vita e pulsione di mor-
te. I nostri immaginari non sono altro che dei contenuti
svelati poco a poco, come se i ricordi, le esperienze, le
storie di ciascuno di noi, siano all'origine del proprio
immaginario, come un serbatoio innito d’immagini.
Con tecniche di mediazione, quali il Photolangage®,
apprendiamo che l'immaginario non si rivela solo in
termini di contenuti, ma che è/ha anche una funzione
psichica. Una funzione in quanto si trasforma, si evol-
ve, cambia perché viene condivisa. Da un punto di vi-
sta economico, condividendo i nostri immaginari, con-
d queste
immagini ci
consentiranno
di accedere
a un'altra
dimensione:
quella della
simbolizzazione
gura 2 FOTO DAL DOSSIER PHOTOLANGAGE® CORPS ET COMMUNICATION DI ALAIN BAPTISTE E CLAIRE BELISLE - LES ÉDITIONS D'ORGANISATION
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FOTOTERAPIA
dividiamo movimenti istintuali, ma anche potenzialità
identicatorie. Qualsiasi gruppo a mediazione offre
al soggetto l'opportunità di incontrare nuovi modelli
identicatori, attraverso nuovi contenuti di cui gli altri
sono portatori, per diffrazione. Tra i personaggi, messi
in scena, gurati teatralizzati, nella catena associativa
gruppale, il soggetto sceglie, coglie, la parte che gli
appartiene e si riappropria un po’ della sua storia e
della sua gruppalità psichica interna, dopo che è tran-
sitato per l’intermediario dell'immaginario degli altri,
alcune sue sfaccettature o immagini, ritornano a lui di-
sintossicate, trasformate, all’insaputa di ciascuno e del
gruppo.
L'oggetto fotograco è mediatore, malleabile e trasfor-
matore di immaginari. Di conseguenza, aiuta a pro-
muovere la funzione integrativa dell'immaginario. È
così che grazie a lui l'inconscio può diventare coscien-
te. L'oggetto mediatore funge da supporto alle pro-
iezioni e alle produzioni, tollera le contraddizioni e le
ambivalenze; non è né me né l'altro, contiene entram-
bi: è in posizione terza tra l'altro e me, è inter-media-
rio. Ha una doppia polarità, tra il soggetto e l'oggetto,
l'interno e l'esterno, ma ha anche una doppia polari-
tà tra ciò che appartiene alla realtà materiale, visibile,
tangibile, manipolabile, e il suo lato di rappresentati-
vità che metaforizza una realtà altra: la realtà psichica.
L'alterità si deposita sul lato della rappresentatività nel
legame intersoggettivo, perché l'immagine fotogra-
ca viene percepita in vari modi e sceneggiata da più
narrazioni. Da questi due lati dell'oggetto mediatore
che coesistono, materialità e rappresentatività, nasce
la simbolicità dell'oggetto. In altre parole, il difetto
della simbolizzazione è un difetto di connessione del
pensiero, tra il vissuto corporeo, il percepito in imma-
gini sensoriali, proprie del processo primario e della
rappresentazione di cosa, e la narrazione che è la ca-
pacità di riconoscere i propri vissuti attraverso la rap-
presentazione di parola. Il processo di simbolizzazione
appare, quindi, come il risultato di un lavoro psichico
di legame tra processi primari e secondari, attraverso i
"processi terziari" (Green, 1982).
Il primo stadio di questo percorso psichico è quello
del contenimento dell'universo pulsionale, che minac-
cia il soggetto di esplodere in un atto aggressivo o
violento o, di contro, minaccia di implodere causando
frammentazione interna, somatizzazione o depressio-
ne, scompenso. Innanzitutto, è necessario ricostruire
o ripristinare i contenitori dei pensieri per contenere
le pulsioni, canalizzarle, mettere alla prova il setting,
il gruppo che, sebbene attaccato, non sarà distrutto,
rassicurando così il soggetto sui rischi che comporta la
propria distruttività.
È chiaro, quindi, come l'oggetto mediatore-fotograa,
diventi il ricettacolo di una violenza verbale trasposta
sulla foto, che può essere commentata negativamente,
criticata, demolita a parole, senza che l'altro vi si senta
completamente distrutto, dal momento che conti-
nua a pensare – in fondo si sta parlando solo di una foto, anche
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FOTOTERAPIA
se è quella che ha scelto. Si può vedere che il divario
tra la foto oggetto-esterno e la foto immagine-interna
crea uno spazio di gioco serio, perché la foto ogget-
to-esterno raccoglie i movimenti pulsionali distruttivi
sul lato della pulsione di morte. Tuttavia, non essendo
una “semplice foto”, ma un oggetto mediatore, essa
non viene distrutta e la pulsione che ne deriva, vie-
ne contenuta invece di essere trasferita sull’altro. In tal
modo, il soggetto preserva la propria immagine inter-
na. Anzi, vi accede ancor meglio perché gli altri mem-
bri del gruppo hanno depositato, a loro volta, le pro-
prie rappresentazioni, varie e controbilanciate, dalla
pulsione di vita. La propria immagine interna accede,
quindi, a una maggiore ambivalenza. Il soggetto può
dunque riappropriarsene, attingendo alla ricchezza e
alla pluralità degli immaginari condivisi, che, a propria
insaputa, e a insaputa degli altri membri del gruppo, si
sono trasformati. Solo quando il soggetto avrà ascolta-
to l'altro indirizzargli, come un’eco, una parola che gli
ritorna trasformata, rinvierà un’immagine riessa che
gli appartiene. In questo caso, il soggetto potrà ac-
cedere a una vera presa di consapevolezza, essendo-
si vericata la condizione necessaria e preventiva per
qualsiasi lavoro psichico d’integrazione nell'apparato
psichico: il processo di simbolizzazione.
Il gruppo a mediazione Photolangage®, attraverso
l'immagine fotograca, situa da un lato la gruppalità
del dispositivo come elemento esterno a sé, e, dall'al-
tro, la mediazione dell’oggetto-foto, in posizione in-
termediaria. Questi due elementi, il gruppo e l’ogget-
to mediatore, sono necessari per facilitare il passaggio
non solo dai processi primari ai processi secondari,
in una prospettiva topica, favorendo una regressione
formale e temporale; ma anche da una prospettiva
economica, facilitando lo scambio di immaginari tra
gruppi interni e gruppi esterni, i gruppi diacronici (fa-
miliari) in fase di riattualizzazione nella sincronia del
gruppo nel "qui e ora". Da un punto di vista dinamico,
il gruppo e l’oggetto mediatore favoriscono un miglio-
re contenimento delle dinamiche violente dei soggetti
alle prese con il proprio conitto narcisistico primario,
nell’ordine di una lotta costante tra pulsione di vita e
di morte. I gruppi a mediazione assicurano così un mi-
gliore contenimento, perché la mediazione propone
uno spazio di gioco, passando dalla realtà all'imma-
ginario, spostando l’attenzione del soggetto dai suoi
oggetti interni all'oggetto esterno, mediatore. Così la
foto rimodella gli oggetti interni investiti affettivamen-
te. Di conseguenza, ogni membro del gruppo inve-
ste la "propria" foto in un modo che va ben oltre una
semplice relazione con un oggetto culturale. La foto
rappresenta una piccola parte della nostra vita inter-
na. Rafgura un momento, un ricordo, un personag-
gio, una traccia che rimodella, attraverso l’interme-
diario delle immagini percettive riattivate. Non è mai
il riesso esatto della nostra realtà interna, ne è solo
un'approssimazione, una forma contigua, un contorno
analogico, un'anamorfosi. Entra nel nostro mondo in-
terno attraverso una nestra, quella della sensorialità.
d il soggetto
potrà accedere
a una vera
presa di
consapevolezza
d i gruppi a
mediazione
assicurano così
un migliore
contenimento
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FOTOTERAPIA
In questo tipo di dispositivo è vero che lo sguardo ha
la prevalenza sugli altri sensi, ma il visivo è associati-
vamente correlato all'uditivo, all'olfattivo, al tattile, al
sensoriale. Una foto può evocare una musica, un pro-
fumo, un movimento, un contatto tattile. Tutte le tec-
niche di mediazione hanno la loro specicità, ognuna
privilegiando una porta verso il mondo interno e inti-
mo della nostra sensorialità.
GIUSEPPE LO PICCOLO
È formatore internazionale Photolangage®, dottore di ricerca in
psicopatologia e psicologia clinica, psicoterapeuta d’orientamento
psicoanalitico, esercita come libero professionista e lavora come
ricercatore presso il Laboratorio di ricerca in psicologia delle
dinamiche intra- e inter-soggettive dell’Università di Losanna.
Appassionato di fotograa, esplora l'universo delle immagini
come fotografo amatore e ricercatore, svolgendo una master class
con Bernard Plossu a Lione e diverse attività di sperimentazione
con il gruppo PalermoFoto, in Sicilia. Le sue attuali ricerche nel
campo della migrazione, riguardano l'uso della mediazione delle
immagini in psicoterapia, con un'attenzione particolare ai processi
di simbolizzazione e rappresentazione degli affetti nei contesti di
violenza sociale e collettiva. Autore di diverse pubblicazioni a livello
internazionale, è membro del network di ricerca interuniversitaria
su “Gruppi e legami intersoggettivi”. É, inoltre, membro di
diverse associazioni professionali tra cui: l’Associazione svizzera
degli psicologi e psicoterapeuti di orientamento psicoanalitico,
l’Associazione romanda di psicoterapia psicoanalitica di gruppo, la
Società francese di psicoterapia psicoanalitica di gruppo, il Collegio
degli psicologi della Nuova Caledonia.
PIETRO ALFANO
È formatore internazionale Photolangage®, psicologo clinico e
dottore di ricerca in Psicologia clinica presso l’Università di Palermo.
Formazione in Clinica transculturale e interculturale –presso
L’università Paris 13. Libero professionista, vive e esercita a Palermo
dove svolge attività di ricerca sulla qualità della vita e modelli di
counselling presso il Centro Nazionale delle Ricerche.
Si occupa di ricerca nell’ambito delle migrazioni (post-
colonialismo, trauma e migrazione, approccio transculturale), nel
supporto e presa in carico di minori stranieri non accompagnati
attraverso l’utilizzo del metodo Photolangage®. Autore di
pubblicazioni a livello internazionale, è membro del network di
ricerca interuniversitaria su “Gruppi e legami intersoggettivi” ed
attualmente si occupa del progetto di ricerca in collaborazione con
il Prof T. Baubet: Traumatisme et travail de mediation en situation
transculturelle. Appassionato di fotograa, ha frequentato workshop
con Ivo Saglietti e Fausto Podavini. Collabora con l’associazione
PalermoFoto. Ha co-fondato l’Associazione Photofcine Onlus, ente
sociale no prot. È membro della Società francese di psicoterapia
psicoanalitica di gruppo e il Collegio degli psicologi della Nuova
Caledonia.
CLAUDINE VACHERET
A partire dagli anni ’80, attraverso i suoi pionieristici lavori di
ricerca, ha contribuito all’applicazione del metodo Photolangage®
in ambito clinico e alla teorizzazione, all’interno della scuola
francese di psicoanalisi, dell’introduzione e dell’utilizzo degli
“oggetti mediatori” nella psicoterapia di gruppo. Fondatrice
della rete internazionale e interuniversitaria “Gruppi e legami
intersoggettivi” e autrice di numerose pubblicazioni internazionali
sul ruolo dell’immagine nella cura psichica, la Prof.ssa Vacheret
è formatrice internazionale Photolangage®, Professore Emerito
dell’Università Lumière-Lyon2 di Lione, psicoanalista IPA, membro
di numerose associazioni internazionali, tra cui la Società francese
di psicoterapia psicoanalitica di gruppo e l’European association of
transcultural group analysis.
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FOTOTERAPIA
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Conference Paper
Full-text available
Freud nous avait averti depuis la naissance de la psychanalyse : le Moi n’est pas maître dans sa propre maison. Il n’est pas étonnant alors que l’image de soi – ou bien ce que les autres perçoivent de nous – puisse être perçue, parfois, comme étrangère par le sujet. Le « retour du semblable », du reflet, du même peut être vécu, alors, comme très dérangeant, mais cette image dans un premier temps perturbante devient, une fois identifiée, la sienne et ce processus de reconnaissance et d’intégration passe par un vrai processus de perlaboration. La méthode Photolangage©, à travers la médiation de la photographie, soutient ce processus en permettant de tisser les liens entre préconscient et inconscient, favorisant les processus de représentation afin de parvenir à une nouvelle signification, but ultime de la symbolisation.
Book
Negli ultimi anni si assiste alla progressiva diffusione di dispositivi di gruppo che utilizzano "mediatori" quali la pittura, la fotografia, la musica, le fiabe, per fini terapeutici e di formazione. Emerge perciò l'esigenza di approfondire l'orizzonte teorico di riferimento che fonda queste pratiche. I saggi di O. Carré, B. Chouvier, B. Duez, R. Durastante, C. Joubert, E. Lecourt, K. Navridis, M. Ravit, C. Vacheret e M.C. Zurlo raccolti nel presente volume fanno in tal senso riferimento alla teoria psicoanalitica dei gruppi introdotta da D. Anzieu e sviluppata da R. Kaës. Essi mirano a presentare e descrivere diverse esperienze di gruppi a mediazione: psicodramma psicoanalitico, gruppi fiaba, gruppi con la mediazione del disegno, gruppi a mediazione sonora, gruppi Photolangage. Il volume evidenzia come tali dispositivi possano rivelarsi particolarmente efficaci per promuovere e facilitare processi di mentalizzazione e simbolizzazione nei gruppi, e mette anche in luce la diversità di utenti e patologie con i quali i singoli dispositivi possono essere efficacemente adoperati.
Article
From trauma to Photolangage® This article presents the Photolangage® method in the treatment of adolescent acting-out behaviors. It will show how this framework fosters processes of binding and symbolization in a group setting, as well as the effects of a double containment of drive movements, enabling the figuration of traumatic traces from non-symbolized experiences.
Article
Objectifs À travers le recours à la médiation photographique, nous souhaitons montrer les bénéfices du recours à un dispositif groupal à médiation dans le contexte migratoire. L’accent sera mis sur la circulation des affects en groupe et sur l’articulation sujet-groupe dans ce type spécifique de prise en charge. Méthode Le groupe Photolangage® ici présenté s’inscrit dans le cadre d’une prise en charge et d’un soutien psychologique adressé à des mineurs isolés étrangers (MIE). Il s’agit de cinq adolescents ressortissants d’Afrique Noire et du Bangladesh, d’âge compris entre 15 et 17 ans. Pour notre analyse, nous aurons recours à la méthode clinique apte à favoriser les processus de lien, de représentation et de symbolisation dans la situation groupale. Résultat Les éléments cliniques observés, nous montrent comment les objets culturels représentés dans et par les photos, ainsi que le recours à la langue maternelle de la part des participants ont tenu un statut d’objet de médiation, en ouvrant un véritable espace potentiel garant de transformation et de changement. L’objet culturel se présente ici comme un « passeur » des affects et des représentations non encore accessibles aux sujets. Discussion Les mouvements migratoires actuels ont des répercussions, sociales, politiques et psychologiques à la fois individuelles et collectives très complexes. Les problématiques concernant les migrants mineurs non-accompagnés et leur prise en charge, nous sollicitent à penser nos cadres de soin dans une dimension transculturelle et modifient nos façons de penser et de pratiquer la clinique. Les effets du colonialisme sur la psyché du sujet migrant sont davantage actuels et structurants de leur identité subjective et collective. Ces éléments nous aident d’ailleurs à une meilleure compréhension des imaginaires émergents en groupe. Conclusions Les problématiques concernant la migration dans un contexte de violences sociales et collectives, doivent être pensées à nos yeux en articulation avec la complexité des différents espaces psychiques mobilisés. De plus, ces problématiques sont remises à la fois en question, en jeu, en travail, en interrogations et parfois en échec dans un contexte transculturel. L’introduction de la médiation des images en groupe favorise, ainsi, l’articulation des différents espaces psychique et soutient la mise en mouvement des processus de lien et de représentations des affects.
Article
Mediation groups and the reference to the psychoanalytic model This text examines the theoretical and clinical reasons that lead practitioners to set up mediation groups to meet the social demand and intrapsychic suffering of difficult patients. Drawing on her clinical experience with a group of adults employing photographic images as a form of mediation, the author seeks to show the specificity and efficacy of this setting in response to psychic suffering. Although it is necessary to refer to the psychoanalytic model, and in particular to group psychoanalytic theory, the group leaders know that their practice is neither an extension nor a turning away from or deviation from psychoanalytic theory. Group settings exist in their own right and are adapted to contemporary pathologies. As such they deserve to be defended and supported by the practitioners themselves, in particular psychologists who have done group training, and at a political level in response to the growing success of cognitive models on the pretext that they are easier to evaluate. The paradigm of psychoanalysis deserves to be extended to group settings with mediations.
Article
Resume — L'analyste reconnait la pertinence des dispositifs groupaux a mediation, pour les patients difficiles, en particulier ceux qui sont pris en charge en institution. La technique du Photolangage fait partie de ces dispositifs. La mediation par la photo favorise la restauration du preconscient et permet un travail de liaison intrapsychique a partir de l'imaginaire individuel articule sur l'imaginaire groupai dans les echanges intersubjectifs.
Article
En esta obra, Castoriadis-Aulagnier busca una vía de acceso al análisis de la relación del psicótico con el discurso que permita a la experiencia analítica desarrollar una acción más cercana a la ambición de su proyecto.
Praticare la mediazione nei gruppi terapeutici. Funzione Gamma
  • A A Vv
AA.VV. (2006), Praticare la mediazione nei gruppi terapeutici. Funzione Gamma, n° 16.