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Geopolitica Artica: l'efficacia del Consiglio Artico

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Abstract

La mia tesi di laurea triennale si pone come obiettivo il verificare l'efficacia dell'azione del Consiglio Artico nel management dei forti interessi geopolitici statali che stanno crescendo nella regione polare settentrionale.
Dierico Filippo - 180681
Università degli Studi di Trento!
Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale!
a.a. 2017-2018
Corso di Laurea triennale in Studi Internazionali
Geopolitica Artica
L’efficacia del Consiglio Artico
Prof. Vincenzo Della Sala Filippo Dierico
anno accademico 2017/2018
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Indice
Introduzione
3
1 - Riscaldamento climatico e geopolitica artica
5
2 - Neo-realismo nell’Artico
11
3 - Liberalismo nella politica artica
22
4 - Il Consiglio Artico
30
Conclusioni
39
Note
42
Bibliografia
43
Sitografia
44
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Introduzione
Durante l’ultimo secolo la temperatura superficiale media del pianeta è cresciuta di
circa 1 grado Celsius. Questo aumento è dovuto in buona parte alle emissioni
causate dalle attività antropiche (1).
Il riscaldamento climatico è una tematica alquanto dibattuta in una molteplicità di
arene negoziali, dai laboratori di climatologia ai forum internazionali.
Non vi è solo una molteplicità di arene negoziali, ma anche di attori partecipanti al
dibattito. Possiamo infatti considerare comunità epistemiche, think-tanks,
rappresentanti di interessi industriali, membri della società civile, attori politici
nazionali ed internazionali.
Vi sono voci che negano l’esistenza di esternalità negative dovute all’innalzamento
della temperatura media causato dalle attività umane, nonostante ciò possiamo
osservarne gli effetti guardando ai mutamenti in corso sul pianeta.
Questi cambiamenti sono di natura prevalentemente geografica, metereologica,
chimica, biologica, oceanografica e fisica, ma le loro conseguenze influenzano le
dinamiche politiche, economiche e sociali che caratterizzano i contesti sociali, sia
nazionali che internazionali.
Tale processo d’influenza è evidente se focalizziamo la nostra attenzione
sull’ambiente artico, che a causa del riscaldamento climatico sta subendo una
profonda e rapida modificazione delle sue caratteristiche fisiche principali.
Le ricerche scientifiche svolte dal NOAA (1) mostrano che nella prima metà del
2010 la temperatura dell’aria nell’Artico era di 4° C superiore rispetto al periodo di
riferimento 1968-1996.
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I dati satellitari mostrano che negli ultimi 30 anni lo strato di ghiaccio sopra il Mar
Glaciale Artico è calato del 30% in Settembre, il mese che segna la fine della
stagione dello scioglimento delle calotte (2).
Questi cambiamenti fisici comportano una serie di conseguenze di natura politica,
economica e sociale, che andremo ad analizzare nel corso della trattazione.
Lo scioglimento del ghiaccio artico sta infatti aprendo ad una serie di possibili
scenari che potrebbero mutare profondamente lo stato attuale dello scacchiere
internazionale.
L’analisi proposta intende utilizzare riferimenti ad eventi e fatti reali, usando però
schemi analitici appartenenti a due delle maggiormente diffuse scuole di studio
delle Relazioni Internazionali, il realismo e neo-realismo da una parte e il
liberalismo e neo-liberismo sul versante opposto.
L’utilizzo di entrambe le prospettive analitiche è necessario per comprendere a
fondo la complessità degli avvenimenti in corso nell’Artico.
La trattazione cercherà principalmente di comprendere se uno strumento di natura
multilaterale come il Consiglio Artico possa essere efficace nel limitare l’agire
statale determinato dagli interessi geopolitici.
Per arrivare a rispondere a tale interrogativo occorre partire dagli effetti che il
riscaldamento climatico sta avendo sull’ambiente artico, così da capire le ragioni di
un rinato interesse geopolitico internazionale nei confronti di una regione così
estrema e inospitale.
Successivamente verranno analizzati differenti eventi che hanno avuto ed hanno
tuttora una grande rilevanza per quanto concerne il revival geopolitico nell’Artico e
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le principali iniziative volte a garantire dei meccanismi di coordinamento
internazionale tra i vari stati che partecipano alla corsa al Polo.
Nell’analisi di questi eventi verranno utilizzati i framework interpretativi principali
delle due scuole delle Relazioni Internazionali selezionati per questa trattazione.
Il focus si sposterà infine sul Consiglio Artico, sarà infatti analizzando nel dettaglio
tale istituzione e il suo ruolo nell’ambiente internazionale che si arriverà a
rispondere alla domanda di ricerca principale.
1
Riscaldamento climatico e
geopolitica artica
Il riscaldamento climatico viene definito dalla UNFCCC come: “change of climate
which is attributed directly or indirectly to human activity that alters the
composition of the global atmosphere and which is in addition to natural climate variability
observed over comparable time periods” (3).
Per motivi di spazio non si tratterà in questa sede dell’attribuzione causale del
riscaldamento climatico, ci limiteremo ad osservare alcuni dati raccolti dagli enti di
ricerca.
Numerosi sono i parametri scientifici che possono essere considerati nel corso di
quest’analisi, per motivi di spazio limitiamoci a considerarne due: l’analisi
longitudinale dell’estensione dei ghiacci artici e quella dell’altezza del livello del
mare.
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Come possiamo notare dai grafici sottostanti, la superficie ghiacciata dell’Artico è
diminuita negli ultimi anni rispetto alla situazione nella seconda metà del secolo
scorso, mentre l’altezza del livello del mare è aumentata rispetto al passato.
Grafico mostrante il cambiamento dell’estensione della superficie del ghiaccio
artico nel corso degli ultimi decenni (4).
Grafico mostrante l’innalzamento del livello del mare (5).
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l’accesso a tali risorse è un fenomeno che sta accrescendosi in tempi recenti, a
causa dello scioglimento dei ghiacci.
La temperatura media sta innalzandosi gradualmente, andando ad influire
negativamente sull’estensione della superficie ghiacciata dell’Artico, da qui
possiamo intuire che l’estremo nord sta diventando sempre più accessibile.
Anche quelle potenze che fino a pochi decenni fa non mostravano interessi
specifici per tali aree stanno orientandosi verso la regione, dando rilevanza
globale alla questione artica (6).
Possiamo parlare di una vera e propria rinascita della geopolitica nella regione,
rinascita dovuta in buona parte agli effetti del riscaldamento climatico.
In questa trattazione intenderemo il termine “geopolitica” nell’accezione designata
dal generale e scrittore italiano Carlo Jean: "La geopolitica è una particolare analisi
della politica (specialmente la politica estera degli Stati nazionali ma non solo quella),
condotta in riferimento ai condizionamenti su di essa esercitati dai fattori geografici:
intendendo come tali non solo e non tanto quelli propriamente fisici, come la morfologia
dello spazio o il clima, quanto l'insieme delle relazioni di interdipendenza esistenti fra le
entità politiche territorialmente definite e le loro componenti”.
In questa corsa alle risorse situate sotto il ghiaccio artico partecipano numerosi
attori, prevalentemente stati nazionali.
Tra questi abbiamo cinque stati che reclamano il loro diritto di utilizzare le risorse
situate nelle acque artiche in quanto stati litoranei. Tale diritto è sancito
dall’UNCLOS, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.
Gli stati in questione sono Stati Uniti d’America, Canada, Russia, Norvegia e
Groenlandia, che fa parte del Regno di Danimarca.
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della Reale Polizia a Cavallo Canadese riuscì ad attraversare il passaggio in
un’unica stagione.
La rilevanza commerciale del Passaggio è notevole, permetterebbe infatti alle
imbarcazioni provenienti dall’Europa di risparmiare circa 4000 km per arrivare in
Estremo Oriente rispetto alla rotta passante per il Canale di Panama.
Il Passaggio è tuttora oggetto di dispute tra gli Stati Uniti e il Canada, nel capitolo
successivo la questione verrà trattata in maniera più approfondita.
Abbiamo considerato due tra le principali motivazioni all’interesse geopolitico
internazionali nei confronti dell’Artico, con il capitolo che segue si vogliono
utilizzare i principali apparati concettuali del neo-realismo e del liberalismo per
portare la crescente rilevanza geopolitica dell’Artico all’interno di un framework
analitico.
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2
Prospettiva
neo-realista
2.1!
Neo-realismo: il revival geopolitico nell’Artico!
Il realismo è uno dei paradigmi di studio delle relazioni internazionali più rilevanti.
Possiamo far risalire le sue origini fino a Tucidide, storico e filosofo politico della
Grecia antica, per poi proseguire con Niccoló Machiavelli e Thomas Hobbes.
Questi precursori hanno gettato le basi per quello che sarebbe diventato il
realismo, inteso come filone di studio delle scienze politiche e delle relazioni
internazionali incentrato sullo Stato inserito in un contesto internazionale
anarchico, sulle dinamiche di potere e sul perseguimento dell’interesse statale.
Nel capitolo verranno utilizzate alcune teorie appartenenti alla teoria realista (7) per
analizzare determinati avvenimenti che possono essere considerati rilevanti nello
sviluppo delle dinamiche politiche riguardanti l’Artico.
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Se le ricerche scientifiche hanno dimostrato l’esistenza di una grande quantità di
risorse energetiche nel sottosuolo artico, appare evidente che ottenere il diritto
Unclos di sfruttare tali risorse sia un traguardo molto ambito dagli stati in
competizione.
Come si determinano però le zone economiche esclusive?
L’articolo 57 UNCLOS recita: “Larghezza della zona economica esclusiva
La zona economica esclusiva non si estende al di là di 200 miglia marine dalle linee di
base da cui viene misurata la larghezza del mare territoriale.”
Mosca sostiene che la piattaforma continentale russa sia collegata al Polo Nord
attraverso la dorsale sottomarina Lomonosov. Se confermato, questo darebbe ai
russi un notevole vantaggio nell’ottenere un prolungamento della zona economica
esclusiva, in quanto lo stesso Polo Nord sarebbe geologicamente parte della
placca continentale russa.
Nel 2001 il Cremlino ha fatto ricorso all’ONU per far sì che questo collegamento
venisse riconosciuto internazionalmente come parte della piattaforma continentale
russa, senza però ottenere una risposta. Nel frattempo anche Canada e
Danimarca si sono fatti avanti e hanno rivendicato l’appartenenza della suddetta
dorsale alle rispettive piattaforme continentali.
Se consideriamo i dettami dell’UNCLOS e le rivendicazioni di Russia, Canada e
Danimarca, possiamo avere un quadro d’analisi più dettagliato per quanto
riguarda la bandiera russa sul fondo dell’Artico.
L’azione russa può essere interpretata come una dimostrazione di forza diretta alla
società internazionale all’indomani del rifiuto dell’ONU di accogliere la richiesta di
annessione da parte della Russia di circa 460mila miglia quadrate di Artico
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(Borgerson, 2008: 63). Questa tesi è sostenuta soprattutto dalle potenze
occidentali, come Canada e USA, che vedono nelle azioni del Cremlino una
concreta minaccia nei confronti della realizzazione di un regime liberale di
governance dell’Artico (8). (Have you heard the one about the disappearing ice?)
Questa interpretazione della vicenda non è l’unica, possiamo infatti considerare le
azioni odierne della Russia nell’Artico in una prospettiva di continuità con quelle
che sono state compiute dall’URSS nel passato, volte ad aumentare l’influenza
sovietica nei territori siberiani (McCannon, 1998).
Per poter analizzare la politica artica della Russia occorre far riferimento a quelli
che sono i documenti ufficiali che sono stati emanati dalle autorità politiche nel
corso degli ultimi anni.
Come viene spiegato in maniera chiara nell’articolo “Russia’s Arctic Strategy:
Military and Security, PT.2” di Pavel Devyatkin, la politica russa nell’Artico ha
assunto posizioni controverse, che hanno fomentato il timore delle altre potenze
mondiali, le quali temono che la Russia stia preparando un vero e proprio fronte
militare devoluto ad occupare l’Artico con la forza.
Nel 2000, poco dopo la salita al potere di Putin, le autorità russe hanno emanato il
Basics of State Policy of the Russian Federation in the Arctic Region, in cui venne
dichiarato che le azioni russe nell’Artico sarebbero state finalizzate all’aumento
della sicurezza e della difesa nazionale.
Nel 2008, l’anno successivo alla dibattuta spedizione al Polo, è stato approvato un
altro documento che avrebbe dovuto regolare l’atteggiamento russo nell’Artico fino
al 2020. Questo secondo documento spiega l’obiettivo del Cremlino di fare
dell’Artico una zona di cooperazione pacifica, andando però a rinforzare la
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presenza militare russa nell’area e creando unità operative addestrate
specificamente per poter operare nell’Artico (9).
Concretamente parlando, la Russia ha fortificato la propria presenza nelle regioni
all’estremo nord del pianeta, costruendo basi militari, ampliando le infrastrutture,
stabilendo nuove connessioni aero-portuali e sviluppando reti di
telecomunicazioni.
Le frequenti esercitazioni militari vengono interpretate dalla comunità
internazionale come un chiaro segno della volontà del Cremlino di perseguire il
proprio interesse nazionale, interesse che sembra orientato verso l’instaurazione
di un regime di cooperazione secondo i documenti ufficiali, ma che nella realtà
appare come una serie di dimostrazioni di forza e di intenti da parte della Russia
nei confronti degli altri stati che hanno forti interessi nell’Artico.
Il messaggio che la Russia ha mandato alla comunità internazionale attraverso i
documenti ufficiali e le azioni concrete che ne sono susseguite è quello di un
atteggiamento ambiguo, che rischia di minare profondamente la possibilità di
creare un regime di cooperazione pacifica per gestire in maniera multilaterale le
problematiche attorno alla questione artica.
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Le esplorazioni devolute a mappare questa zona sono iniziate nei secoli passati,
ma il progresso tecnico e il riscaldamento climatico stanno mutando le dinamiche
all’interno della regione.
Come affermato nel capitolo precedente, a causa del riscaldamento climatico il
Passaggio a Nord-Ovest sta diventando sempre più accessibile per i traffici
commerciali internazionali.
Il ritiro dei ghiacci artici consente una navigazione più sicura, meno onerosa a
livello economico e per un lasso di tempo più esteso rispetto al passato.
Utilizzando le rotte del Passaggio a Nord-Ovest si possono sfruttare nuove tratte
commerciali, che permetterebbero un notevole risparmio per quelle navi che
dall’Europa o dalle coste orientali di USA e Canada intendono dirigersi nel Pacifico
e viceversa.
Dal Passaggio possono inoltre transitare navi cargo di dimensioni maggiori
rispetto a quelle che possono attraversare il Canale di Suez, per giunta se il
ghiaccio continuerà a sciogliersi l’intervento delle apposite navi rompi-ghiaccio
sarà sempre meno necessario, andando a ridurre ulteriormente i costi dei trasporti
(11).
Questa serie di potenziali vantaggi economici ha suscitato l’interesse degli stati
dell’America Settentrionale, ossia Canada e Stati Uniti, così come quello di diverse
compagnie commerciali che puntano a far valere i loro interessi lobbistici nei
confronti dei policy-makers nazionali per poterne trarre maggiori profitti.
La prospettiva realista vede come principali attori della politica internazionale gli
stati sovrani, questo non significa che vada a negare l’esistenza di altri attori
internazionali, ma vincola questi ultimi alla volontà degli stati, per questo motivo
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nell’analisi ci concentreremo sugli stati coinvolti nel rivendicare i propri diritti sopra
questa ambita porzione dell’Artico.
Il Passaggio a Nord-Ovest è regolato dall’UNCLOS, la Convenzione ONU sul
diritto del mare.
Secondo tale fonte il Passaggio a Nord-Ovest rientra nella categoria delle acque
interne, di conseguenza spetta allo stato costiero esercitare la propria
giurisdizione su tali acque, nel rispetto degli altri articoli contenuti nella
Convenzione.
Andiamo ora a confrontare le posizioni di USA e Canada nei confronti del
Passaggio a Nord-Ovest.
Il Congresso statunitense non ha sottoscritto la partecipazione all’UNCLOS,
nonostante vi sia una forte spinta da parte di portatori di interessi lobbistici
americani affinché la Convenzione venga sottoscritta.
Gli Stati Uniti considerano una buona parte del contenuto della Convenzione come
diritto internazionale consuetudinario, ciò renderebbe l’UNCLOS vincolante anche
per quegli stati che non vi partecipano direttamente, appunto come gli USA.
L’UNCLOS prevede dei meccanismi di risoluzione delle controversie tra stati per
quanto riguarda le materie di specifica competenza della Convenzione, però
questi meccanismi possono essere attivati esclusivamente tra stati che hanno
sottoscritto la suddetta, quindi gli Stati Uniti ne sono attualmente esclusi.
Da ciò gli USA si trovano vincolati a risolvere le controversie con il Canada sulla
spartizione dei confini artici attraverso accordi bilaterali, le cui negoziazioni
risultano solitamente più lunghe e costose.
La posizione degli USA sostiene che il Passaggio a Nord-Ovest debba essere
considerato come uno stretto internazionale navigabile.
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UNCLOS afferma che negli stretti internazionali lo stato costiero (in questo caso
sarebbe il Canada) non può interferire nella navigazione pacifica da parte di navi
battenti bandiera di altri stati (12).
Differente da quella degli Stati Uniti è la posizione del Canada, che considera le
acque del Passaggio a Nord-Ovest come acque interne e quindi pienamente
soggette alla giurisdizione dello stato secondo la stessa UNCLOS.
La rivendicazione di sovranità da parte del Canada viene interpretata come una
potenziale minaccia alla libertà di navigazione internazionale da parte USA,
andando a incrementare il clima di tensione geopolitica che caratterizza le politica
artica.
Osserviamo ora nel dettaglio l’atteggiamento canadese per quanto riguarda il
Passaggio a Nord-Ovest e la sovranità sui territori artici.
Lo stato nordamericano reclama la sovranità esclusiva sul Passaggio a Nord-
Ovest utilizzando una pluralità di approcci.
Innanzitutto sta utilizzando canali d’influenza culturali per rivendicare la propria
sovranità sulle regioni nordiche.
A questo riguardo i dati mostrano che nell’ultimo decennio il numero delle mostre
dedicate specificamente all’Artico è aumentato, segno evidente dell’accresciuta
rilevanza della regione a livello globale.
Nel 2009, a Londra, è stata inaugurata una mostra chiamata “The North-West
Passage: An Arctic Obsession”.Questa mostra esponeva principalmente oggetti
inglesi appartenenti all’epoca delle esplorazioni, ma terminava in una stanza in cui
il Passaggio a Nord-Ovest era esplicitamente definito come parte del territorio
canadese, e non come uno stretto internazionale dove il transito inoffensivo era
libero.
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In Canada si è tenuta un’altra importante esposizione, chiamata “The Accessible
Arctic: Eighty Years of Arctic photography from Canadian Geographic”.
Per comprendere più a fondo il significato geopolitico che può assumere un
evento di natura culturale come questa mostra riportiamo la citazione di James
Raffan, scrittore e geografo canadese. Tale citazione era posizionata sopra il
salone dell’esposizione:
“Sovranità, se alla fine è qualcosa non riguarda i diritti di proprietà, ma un insieme di
responsabilità e di impegni per occuparsi di questo territorio che è la nostra casa del
Nord”.
Questa appare come una vera e propria dichiarazione di sovranità da parte
canadese, sovranità che non viene rivendicata con l’utilizzo della forza ma con
una serie di impegni concreti e tangibili che la popolazione canadese intende
mantenere per mostrare internazionalmente la propria presenza nell’Artico.
Nella mostra sono state esposte numerose fotografie riguardanti l’Artico in diverse
sfaccettature, dalla fotografia naturalistica all’impatto dell’inquinamento, dalla vita
degli Inuit alle attività canadesi nell’Artico.
Tra le fotografie sulle attività canadesi nel territorio artico spiccano quelle
raffiguranti i Canadian Rangers, una sezione delle Forze Canadesi fondata nel
1947 che si occupa di pattugliare e sorvegliare i confini dello stato.
Il pattugliamento di un territorio simbolicamente può essere interpretato come il
tracciarne i confini, in maniera da mostrare a livello nazionale ed internazionale la
propria presenza sul territorio.
I Canadian Rangers hanno guidato le forze canadesi tradizionali nell’operazione
Nunalivut, che ha raggiunto l’isola più a nord del territorio canadese e vi ha
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La Russia, nonostante non abbia ad oggi violato alcuna norma di diritto
internazionale, ha attuato negli ultimi decenni una politica estera maggiormente
incentrata sul dimostrare la propria superiorità militare, andando a posizionare un
numero importante di basi e di truppe nella regione artica. La recente
esercitazione militare congiunta su larga scala da parte di Russia e Repubblica
Popolare Cinese può essere interpretata come un ulteriore gesto dal valore
deterrente nei confronti degli stati occidentali.
La politica artica del Cremlino è basata sul perseguire in maniera decisa
l’interesse nazionale e sull’utilizzo di dimostrazioni di forza militare per ottenere
vantaggi relativi nella corsa all’Artico.
3
Liberalismo nella
politica artica
Abbandoniamo ora l’impianto teorico realista per passare a quello del liberalismo.
Il liberalismo è una scuola di pensiero che, confrontandosi per decenni con il
realismo, ha determinato lo sviluppo delle relazioni internazionali.
Le sue radici possono essere fatte risalire al filosofo Kant, per poi passare
all’economista A. Smith e al politico W. Wilson.
Se il realismo ha come capi saldi il perseguimento dell’interesse nazionale con
qualsiasi mezzo, la balance of power e la visione tendenzialmente pessimista
della storia, il liberalismo si fonda su concetti opposti.
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La possibilità di creare armonia internazionale attraverso la cooperazione tra gli
stati, l’istituzionalizzare tale cooperazione attraverso gli organismi internazionali, il
cogliere l’opportunità reale di vantaggi condivisi, l’importanza dello stato di diritto
per garantire l’ordine e la pace, questi sono i concetti su cui le varie declinazioni
del liberalismo hanno poggiato per decenni e poggiano tuttora (14).
Come nel capitolo precedente, ora procederemo ad analizzare alcuni eventi ed
alcune dinamiche che hanno caratterizzato l’Artico, però questa volta verranno
utilizzati gli schemi concettuali appartenenti alla tradizione liberale.
3.1!
Fukuyama: 1992 come fine della corsa all’Artico?!
All’indomani della fine del secondo conflitto mondiale lo scacchiere internazionale
appariva diviso in due zone d’influenza principali.
Questi erano il blocco occidentale, guidato dagli USA, e il blocco comunista,
guidato dall’URSS. Gli altri stati orbitavano intorno ad una o all’altra di queste due
superpotenze, al fine di garantirsi una protezione in caso la superpotenza
avversaria avesse deciso di sferrare un attacco.
Come ci ha mostrato la storia USA e URSS non si sono mai attaccati direttamente,
ma numerosi furono i conflitti collaterali che caratterizzarono questi anni di forte
tensione tra i due superblocchi.
Appunto perché non vi fu mai un conflitto diretto si è definito tale periodo come
Guerra Fredda.
Il 1992 segnò la fine della Guerra Fredda.
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Successivamente al crollo del Muro di Berlino l’Unione Sovietica collassò su se
stessa, si sancì la fine dell’URSS e del regime comunista instaurato con la
Rivoluzione Russa.
Con il crollo dell’URSS venne meno anche la spartizione del mondo in 2 zone
d’influenza, il bipolarismo si spezzò e gli USA emersero come potenza vincitrice
della Guerra Fredda.
La fine delle tensioni tra i due superblocchi lasciò spazio a numerose teorie, una
delle più influenti è quella elaborata da F. Fukuyama nel 1992.
La teoria di Fukuyama parte dalla vittoria dell’occidente sul blocco comunista.
Secondo lo studioso tale evento avrebbe dovuto portare ad una progressiva
diminuzione dell’uso della forza nella politica internazionale, questo perché non vi
erano più oppositori all’occidente, la democrazia liberale di stampo occidentale
andava dimostrandosi come modello più influente e potente sullo scacchiere
internazionale.
In quegli anni si credeva fermamente che la cooperazione internazionale tra gli
stati avrebbe permesso di ottenere vantaggi condivisi maggiori rispetto ai vantaggi
netti che si sarebbero potuti ottenere senza ricorrere a tale cooperazione (15).
La maggiore cooperazione è stata successivamente cristallizzata nella
partecipazione di un maggior numero di stati all’interno delle organizzazioni
internazionali già esistenti e nella nascita di nuovi organismi internazionali.
Spostiamo ora questo quadro teorico e analizziamo che cosa accadde nell’Artico.
L’URSS ha conosciuto un periodo di forte presenza nelle regioni artiche,
soprattutto sotto il comando di Stalin.
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Il vertice dell’URSS fece deportare prigionieri di guerra e/o nemici del regime
all’interno dei gulag, dei campi di lavoro forzato situati in Siberia, dove le persone
erano ridotte ai lavori forzati in un ambiente fortemente ostile.
Nell’estremo nord del territorio sovietico vennero costruite anche numerose
cittadine, usate come alloggio e appoggio logistico per le attività estrattive che
stavano sviluppandosi in quella regione a causa della presenza di numerosi
giacimenti minerari, necessari per mantenere in piedi l’industria pesante
dell’URSS.
Con il crollo dell’URSS la presenza nell’Artico delle attività russe non cessò del
tutto, ma fu fortemente ridimensionata.
Gli altri stati affacciati sull’Artico approfittarono del momento di debolezza
strutturale della nascente Federazione Russa per rafforzare la cooperazione
internazionale nell’area artica, cooperazione che si sarebbe basata sullo stato di
diritto e sulla possibilità di beneficiare dei vantaggi condivisi.
Ricollegando la teoria di Fukuyama agli avvenimenti artici possiamo notare come il
crollo dell’URSS abbia inizialmente concesso alle potenze occidentali una
maggiore libertà di azione nell’Artico, che invece per decenni è stato teatro di
numerose attività sovietiche.
Ad oggi non possiamo però dire che Fukuyama abbia previsto l’andamento futuro
della politica internazionale e, nello specifico, di quella artica.
Dopo qualche anno di assestamento interno la neonata Federazione Russa ha
ripreso le attività di espansione nell’Artico, che ancora oggi rimangono un punto
importante nell’agenda del Cremlino, come dimostrano le recenti esercitazioni
militari e/o gli incentivi fiscali che lo stato offre ai lavoratori che dalla parte
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organizzazioni internazionali, le ONG, le multinazionali, ecc, ma sostengono che la
loro esistenza sia comunque vincolata alla volontà statale.
Sia il realismo che il liberalismo considerano il sistema internazionale come un
sistema anarchico, senza un’autorità sovrana in grado di imporre le proprie
decisioni su tutti gli attori.
La natura anarchica della politica internazionale funge poi da base per teorie
realiste e liberali molto differenti tra di loro, ma il punto di partenza è lo stesso per
entrambe le scuole di pensiero.
Il liberalismo vede come unità di analisi fondamentale l’individuo, ma possiamo
affermare che il vero oggetto di analisi di questa variegata scuola di pensiero varia
in base al livello d’analisi che la branca del liberalismo di riferimento decide di
adottare.
Vi sono infatti teorie liberali che si focalizzano sull’individuo e sulle scelte
individuali, allo stesso modo vi sono numerose teorie che vedono come principale
riferimento lo stato, mentre altre considerano le relazioni tra gli stati e le
caratteristiche sistemiche dell’ambiente internazionale.
Un’analisi delle dinamiche politiche artiche non può prescindere dal considerare la
pluralità degli attori in gioco, per questo motivo si può parlare di multilateralismo
artico.
Utilizzando il termine multilateralismo non intendiamo esclusivamente un numero
di attori superiore a 2, ma anche una differenziazione dal punto di vista qualitativo
degli attori coinvolti.
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Ora vedremo nel concreto come classificare questa grande varietà di attori.
Per questioni di brevità della trattazione non scenderemo nel dettaglio di ogni
categoria identificata, è importante però considerare che nel corso degli ultimi
decenni il numero degli attori coinvolti nella politica artica e/o che intendono
parteciparvi è aumentato.
L’aumento è dovuto alle possibilità e gli interessi nell’Artico che il riscaldamento
climatico sta mettendo alla portata di un numero di attori sempre maggiore.
Questa pluralità crescente di attori porta ad una molteplicità crescente di interessi,
che talvolta possono essere opposti, talvolta coincidenti.
La somma di questi elementi ci da un quadro in costante squilibrio, in cui gli
interessi rischiano di collidere e di causare scontri tra gli attori in gioco.
A questo va ad aggiungersi l’importanza a livello ambientale della zona artica, che
risente in maniera evidente del processo di riscaldamento climatico.
Lo scioglimento dei ghiacci infatti consente un aumento delle attività antropiche
nell’Artico e se l’impatto ambientale di quest’ultime non fosse tenuto strettamente
sotto controllo i danni potrebbero essere irreparabili, con conseguenze sull’intero
pianeta. Si andrebbe infatti ad innescare una sorta di reazione a catena attraverso
Internazionale
Organizzazioni internazionali
Soggetti ibridi
Forum intergovernativi
ONG
Comunità epistemiche internazionali
Stati
Stati nazionali
Attori sub-statali
Lobbies
Comunità indigene
Comunità epistemiche nazionali
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la quale il ritmo di ritiro dei ghiacci artici andrebbe progressivamente a crescere a
causa delle nuove attività antropiche che si insedierebbero nella regione.
Per evitare tali scenari occorrono soluzioni multilaterali a problemi che non
possono essere affrontati unilateralmente (16).
A questo fine gli attori coinvolti hanno intrapreso la strada della cooperazione,
cooperazione che è stata cristallizzata e istituzionalizzata in alcune entità politiche
e negoziali specificamente rivolte alla regione artica.
Come affermato inizialmente in questa sede ci occuperemo di analizzare nel
dettaglio quella che può essere considerata come l’entità politica internazionale
artica più rilevante, il Consiglio Artico.
La finalità del seguente capitolo nonché dell’intera trattazione sarà quella di
comprendere se il Consiglio Artico può essere uno strumento efficace nel gestire
la crescente competizione geopolitica nell’area artica, oppure se l’interesse
nazionale degli attori statuali coinvolti riesce a prevaricare i tentativi di
cooperazione instaurati all’interno del Consiglio.
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4
Il Consiglio Artico
4.1!
Nascita e struttura del Consiglio Artico!
Il Consiglio Artico venne fondato ufficialmente nel 1996 attraverso la Dichiarazione
di Ottawa.
Con la seguente tabella possiamo suddividerne la membership in stati membri,
membri osservatori permanenti e osservatori esterni.
Members
Canada!
Russia!
Stati Uniti d’America!
Norvegia!
Danimarca!
Islanda!
Svezia!
Finlandia
Permanent Participants
Cina!
Corea del Sud!
Giappone!
India!
Italia!
Singapore!
Svizzera!
Organizzazioni rappresentanti le popolazioni indigene
artiche
Observer status
Francia!
Germania!
Paesi Bassi!
Polonia!
Regno Unito!
Spagna!
Unione Europea
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Il numero degli attori suddivisi in membri osservatori permanenti e osservatori
esterni è aumentato nel corso degli anni, mentre gli stati membri sono gli stessi
che fondarono il Consiglio.
Tale aumento della membership può essere considerato come un chiaro segno del
crescente interesse internazionale nei confronti dell’Artico anche da parte di quegli
stati che geograficamente non vi confinano direttamente, come la stessa Italia,
entrata a far parte dei partecipanti permanenti nel 2013 (17).
Nell’introduzione della Dichiarazione di Ottawa possiamo trovare citate anche
diverse entità politiche/sociali che si occupano di tutelare i diritti delle popolazioni
indigene delle zone artiche. Queste godono dello status di partecipanti permanenti
nel Consiglio Artico.
Gli stati fondatori del Consiglio riconoscono la loro importanza nello sviluppo e
nelle attività del Consiglio Artico, sopratutto per la loro fondamentale funzione di
intermediari tra le autorità politiche statuali e le popolazioni indigene.
Tali entità sono:
Inuit Circumpolar Council;
Saami Council;
Russian Association of Indigenous People of the North;
Aleut International Association;
Arctic Athabaskan Council;
Gwich’in Council International.
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discrezionalità sulle tematiche riguardanti l’Artico, anche se da qualche anno si
dibatte sull’ipotesi di trasformare il Consiglio Artico in una vera e propria
organizzazione internazionale.
Sempre nell’articolo 1 della Dichiarazione di Ottawa possiamo visualizzare gli
obiettivi che il Consiglio si è prefissato:
A. provvedere a metodi per promuovere cooperazione, coordinamento e
interazione tra gli stati artici, con l’inclusione delle comunità indigene artiche e
degli altri abitanti dell’Artico su tematiche artiche comuni, in particolare su
tematiche di sviluppo sostenibile e protezione ambientale nell’Artico;
B. supervisionare e coordinare i programmi stabiliti sotto il AEPS (Arctic
Environmental Protection Strategy) sull’AMAP (Arctic Monitoring and
Assessment Program), CAFF (Conservation of Arctic Flora and Fauna), PAME
(Protection of the Arctic Marine Environment) e EPPR (Emergency Prevention,
Preparedness and Response);
C. adottare termini di referenza per supervisionare e coordinare un programma
di sviluppo sostenibile;
D. diffondere informazioni, incoraggiare l’educazione e promuovere l’interesse
nelle tematiche collegate con l’Artico.
Notiamo come gli obiettivi principali che guidano l’azione del Consiglio Artico si
focalizzano sulla tutela ambientale e sul riuscire a creare un regime di
cooperazione tra gli stati artici.
Durante il corso della trattazione è stato sostenuto a più riprese il legame che
intercorre tra la politica artica e i mutamenti a cui l’ambiente artico è intensamente
sottoposto, questo ci può aiutare a comprendere le motivazioni dei fondatori del
Consiglio nel scegliere tali obiettivi.
Il lavoro del Consiglio viene svolto da 6 gruppi di lavoro, ognuno dei quali devolve
ad un incarico specifico.
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Identificati gli obiettivi e i gruppi di lavoro occorre procedere all’articolo 7 della
Dichiarazione, dove viene espresso che le decisioni del Consiglio devono essere
prese attraverso il consenso dei membri, ossia non vi devono essere voti a
sfavore.
La votazione tramite consenso è molto diffusa nelle entità socio-politiche
internazionali, questo perché consente ad ogni singolo stato di poter bloccare una
delibera che rischi di danneggiare i suoi interessi senza dover necessariamente
costruirsi una maggioranza.
Ora che abbiamo compreso più a fondo la natura, i membri e gli obiettivi del
Consiglio Artico possiamo procedere a valutare la sua efficacia nel gestire i
crescenti interessi geopolitici internazionali che si stanno sviluppando nella
regione.
Sigla
Nome esteso
ACAP
Arctic Contaminants Action Program
AMAP
Arctic Monitoring and Assessment Programme
CAFF
Conservation of Arctic Flora and Fauna Working Group
EPPR
Emergency Prevention, Preparedness and Response Working Group
PAME
Protection of the Arctic marine Environment Working Group
SDWG
Sustainable Development Working Group
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la Task Force on Arctic Marine Cooperation (TFAMC), entrambe nate con la
Dichiarazione di Iqaluit (18).
Molte sono le attività di monitoraggio scientifico che si sono svolte e che si stanno
tuttora svolgendo grazie all’intervento del Consiglio Artico, attività che vedono la
cooperazione di comunità scientifiche provenienti da molteplici stati.
Queste hanno portato anche al raggiungimento di accordi internazionali come
l’Agreement on Enhancing International Arctic Scientific Cooperation, oppure il
Agreement on Cooperation on Marine Oil Pollution Preparedness and Response
in the Arctic.
Considerando quelli che sono gli obiettivi del Consiglio Artico, esposti nella
Dichiarazione di Ottawa, possiamo certo dire che l’attività svolta dai rappresentanti
degli stati membri e delle organizzazioni del Consiglio ha conseguito dei risultati
importanti per quanto riguarda la tutela ambientale e la cooperazione a livello
internazionale tra equipe scientifiche.
La domanda di ricerca principale però vuole indagare l’efficacia del Consiglio
Artico nel gestire i molteplici interessi geopolitici internazionali che stanno
plasmando la politica artica, occorre quindi focalizzarsi su questa tematica.
La natura stessa del Consiglio Artico, ossia quella di forum internazionale, pone in
capo agli stati membri il compito di implementare gli accordi siglati all’interno del
Consiglio, il quale si trova quindi senza poteri vincolanti nei confronti degli stati,
almeno che gli stati stessi non decidano di sottoscrivere atti per loro stessi
vincolanti.
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I progetti e le iniziative di natura scientifica e culturale portate avanti dal Consiglio
Artico vengono inoltre finanziati dagli stessi stati membri, oppure da finanziatori
privati e/o pubblici.
Non disponendo di un budget autonomo appare difficile per il Consiglio
intraprendere programmi a lungo termine finalizzati al raggiungimento di uno o più
dei suoi obiettivi indicati nella Dichiarazione di Ottawa. Le limitazioni finanziarie
rappresentano un limite importante all’efficacia di un’organo internazionale,
soprattutto quando in gioco ci sono interessi economici di grande spessore, come
nel caso della corsa all’Artico. Tali interessi sono così rilevanti che possono
influenzare in maniera decisiva le politiche estere statali, che a loro volta vanno ad
determinare gli avvenimento nell’Artico.
In questa corsa appare evidente come le tematiche di sicurezza militare rivestano
un ruolo centrale. Nel corso degli anni la Russia ha incrementato la presenza
militare nella parte più settentrionale del proprio territorio, atteggiamento che ha
fatto temere un ritorno al clima di tensione tipico della Guerra Fredda.
In questo contesto il Consiglio Artico risulta poco efficace nel contenere le
ambiziose mire dei diversi stati coinvolti, sia per il suo status di forum che per
l’esplicita auto-esclusione del Consiglio dalle tematiche di sicurezza militare,
sancita nella Dichiarazione di Ottawa.
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Traendo le somme, il Consiglio Artico risulta aver ottenuto dei risultati nel creare
cooperazione in materie come la ricerca scientifica, lo sviluppo sostenibile e la
lotta al riscaldamento climatico, ma appare poco efficace nell’arginare la
competizione geopolitica per le regioni artiche, ma vi sono alcune considerazioni
da fare.
Nonostante il Consiglio in sé non possa agire in maniera indipendente dalla
volontà stati membri, il suo essere un luogo di socializzazione per le elites
internazionali può portare ad un aumento della sensibilizzazione di quest’ultime
nei confronti delle tematiche artiche, come la lotta al riscaldamento climatico, la
ricerca di uno sviluppo sostenibile e la tutela delle popolazioni indigene dell’Artico.
Ipotizzando tale socializzazione delle elites possiamo considerare l’importanza del
portare la questione artica tra le issue di politica interna ed internazionale.
Questo permetterebbe una crescita della percezione d’importanza della questione
tra l’opinione pubblica e, conseguentemente, una serie di outcomes che
potrebbero incentivare la tutela dell’Artico e la regolamentazione della corsa alle
risorse. L’interesse dell’opinione pubblica potrebbe infatti andare a posizionare la
tematica in alto all’interno delle agenda internazionali, andando quindi ad attivare
un processo di trasformazione strutturale del Consiglio Artico che potenzialmente
potrebbe acquisire delle competenze esclusive e un budget autonomo, che
andrebbe comunque sostenuto da un aumentato numero di finanziamenti da parte
di altri enti e/o di privati.
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Conclusioni
Abbiamo appurato che a causa del riscaldamento globale l’Artico sta diventando
sempre più territorio di dispute tra differenti stati, che si contendono la sovranità
esclusiva sull’area.
Questo acceso interesse internazionale è dovuto alla sostanziosa presenza di
risorse energetiche nei fondali artici, che stanno diventando progressivamente più
accessibili a causa dello scioglimento dei ghiacci.
L’Artico concretamente è una vastissima area ghiacciata che galleggia su acque
internazionali, di conseguenza la convenzione internazionale specifica, l’UNCLOS,
fatica a riconoscere la sovranità di uno o dell’altro stato richiedente l’estensione
della propria zona economica esclusiva.
Oltre all’interesse dovuto alle risorse energetiche, la corsa all’Artico è dovuta
anche ai vantaggi economici che possono derivare dall’utilizzo di rotte commerciali
che finora sono state in gran parte bloccate dal ghiaccio, come il Passaggio a
Nord-Ovest. Tali rotte assicurerebbero alle compagnie commerciali notevoli
risparmi in termini di tempo e di risorse, consequenzialmente un aumento
dell’efficienza e dei guadagni.
Non essendoci un accordo internazionale vincolante che vada a regolare la
delicata situazione nell’Artico, gli stati dell’estremo nord del pianeta reclamano
apertamente la loro sovranità per poter poi sfruttare tutti i vantaggi che ne
deriverebbero.
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I tentativi di governance internazionale per assicurare la cooperazione pacifica tra
gli stati maggiormente coinvolti nella corsa all’Artico non stanno impedendo agli
stati stessi di perseguire l’interesse nazionale, andando quindi a mettere a
repentaglio l’equilibrio geopolitico dell’area.
Nel passato questo immenso mare ghiacciato è stato teatro di imprese eroiche,
dove uomini coraggiosi si sono spinti contro le estreme condizioni climatiche
perseguendo la gloria e la ricerca di nuovi territori.
Ad oggi invece l’Artico appare come una corda tesa sugli equilibri internazionali,
sopra questa corda alcuni stati provano a fare dei passi avanti per riuscire ad
assicurarsi dei vantaggi nei confronti degli altri attori.
Nel contempo vi sono dei tentativi di mettere questa corda in sicurezza, tentativi
come quelli portati avanti dal Consiglio Artico. Parliamo di tutela ambientale, di
sviluppo sostenibile, del dare voce alle popolazioni indigene che spesso vengono
trascurate dalle alte sfere della politica nazionale.
La metafora appare chiara: un’eventuale spostamento brusco di uno degli attori
coinvolti rischierebbe di far cadere dalla corda anche gli altri.
A livello di relazioni internazionali questo significa che un’azione avventata o
percepita come tale da parte di uno degli stati in corsa per l’Artico potrebbe
determinare l’abbandono di ogni tentativo di cooperazione da parte di tutti gli stati,
con una conseguente escalation di tensione e, potenzialmente, di violenza.
La cooperazione multilaterale nell’Artico può essere uno strumento valido per
mettere in sicurezza la corda, ma occorre che ogni stato agisca considerando tutto
quello che è stato enunciato durante la trattazione.
La mutevole situazione climatica, la ricerca di potenziali vantaggi economici, la
crescente domanda di risorse energetiche che stanno progressivamente
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esaurendosi, i delicati equilibri di potere in un sistema multipolare dove attori
statali e non-statali competono, tutto questo contribuisce al rendere la questione
artica una issue il cui proseguimento può avere conseguenze rilevanti per tutto il
pianeta.
Un’alterazione dell’equilibrio nell’Artico avrebbe conseguenze globali, innanzitutto
perché tra le potenze coinvolte vi sono tra gli stati più influenti dello scacchiere
internazionale, ma anche perché una maggiore presenza umana nelle regioni
nordiche rischierebbe di aumentare i danni causati dal riscaldamento climatico,
danni che andrebbero a mostrarsi su tutto l’ecosistema del pianeta, non
esclusivamente nelle regioni sopra al Circolo Polare Artico.
Per questo motivo la questione artica non deve essere argomento d’interesse
esclusivamente per gli stati che sono direttamente affacciati su quella regione, ma
deve essere considerata una issue di primo rilievo per tutta la comunità
internazionale.
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Note
(1) v. <https://climate.nasa.gov/news/2671/long-term-warming-trend-continued-in-2017-nasa-noaa/
>
(2) v. < https://nsidc.org/cryosphere/arctic-meteorology/climate_change.html>
(3) UNITED NATIONS, United Nations Framework Convention on Climate Change, New York,
1992, p.3 . É la convenzione internazionale in materia di cambiamento climatico più rilevante
(4) v. <https://climate.nasa.gov/vital-signs/arctic-sea-ice/>
(5) v. <https://climate.nasa.gov/vital-signs/sea-level/>
(6) v. partecipazione al Consiglio Artico di stati come Italia, Cina, Giappone, India, ecc. Per
approfondimenti si rinvia a <https://arctic-council.org/index.php/en/about-us>
(7) nella trattazione l’autore intende utilizzare il termine “realista” per designare l’eterogenea
tradizione realista nel suo complesso, non si fa quindi riferimento esclusivamente la parte classica
del realismo ma a tutta la tradizione
(8) v. DITTMER J., MOISIO S., INGRAM A. & DODDS K., Have you heard the one about the
disappearing ice? Recasting Arctic geopolitics, Political Geography, 30, 2011, 202-214. Disponibile
presso: <https://www.sciencedirect.com> (ultimo accesso 19 Settembre 2018)
(9) v. DEVYATKIN P., Russia’s Arctic Strategy: Military and security (pt.II), The Arctic Institute.
Disponibile a: <https://www.thearcticinstitute.org/russias-arctic-military-and-security-part-two/>
(ultimo accesso 18 Settembre 2018)
(10) v. <https://geology.com/articles/northwest-passage.shtml> (ultimo accesso 20 Settembre
2019)
(11) risparmio dovuto alla possibilità di non utilizzare una nave rompi-ghiaccio per aprire la rotta
attraverso il Passaggio a Nord-Ovest
(12) v. <https://www.unclosdebate.org/evidence/1891/unclos-could-help-us-and-canada-resolve-
long-standing-dispute-over-northwest-passage>
(13) per ulteriori info sui Canadian Rangers consultare J. Dittmer, S. Moisio, A. Ingram, K. Dodds,
“Have you heard the one about the disappearing ice? Recasting Arctic geopolitics”, “Political
geography” n.30 (2011)
(14) v. DIODATO E. (2016) - Relazioni internazionali. Dalle tradizioni alle sfide, Carocci editore,
Roma, 114-116
(15) cfr. ai vantaggi della cooperazione tra 2 o più soggetti che perseguono il proprio interesse. Si
rimanda a KEOHANE R. (1984) - After Hegemony. Cooperation and Discord in the World Political
Economy, Princeton Classic Edition
(16) si rimanda alla Tragedy of the Commons, situazione in cui le risorse comuni sono limitate e
occorre responsabilizzarne l’utilizzo al fine di evitare l’esaurimento di queste. Possiamo parlare di
tragedia dei comune quando parliamo di acqua potabile, di vegetazione, di fauna, ecc.
(17) l’entrata dell’Italia tra i partecipanti permanenti del Consiglio Artico è dovuta al mantenimento
da parte dello stato italiano di due stazioni di ricerca situate nelle Isole Svalbard
(18) la Dichiarazione di Iqaluit è consultabile al https://oaarchive.arctic-council.org/handle/
11374/662
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Bibliografia
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FUKUYAMA F. (1992) - The End of History and The Last Man, Free Press, 418
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DEVYATKIN P. (2018) - Russia’s Arctic Strategy: Military and security (pt.II), The
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Council, Polar Research. Disponibile a: <https://www.tandfonline.com/doi/full/
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Finlandia, Islanda, Svezia, Federazione Russa, Danimarca (1996) -Ottawa
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Article
This article unpacks the discourse of Arctic geopolitics evident in the space-making practices of a wide variety of actors and institutions, offering an exploration of the ways in which the Arctic is emerging as a space of and for geopolitics. Tracing the well-aired story of Arctic geopolitics through neo-realist readings of climate change, the melting of polar ice, increasing competition for resources and so on, two kinds of spatial ordering are identified as being entwined in orthodox Arctic geopolitics. The first has to do with Arctic space as such, and its open, indeterminate nature in particular. The perceived openness of Arctic space enables it to become a space of masculinist fantasy and adventure, which is mirrored in contemporary accounts of Arctic geopolitics. It is suggested that this is entwined with and nourishes the second ordering of Arctic space in terms of state-building and international relations. The working out of these spatial orderings in recent interventions in Arctic geopolitics is explored via three examples (two Arctic exhibitions in London, the Russian Polar expedition of 2007 and ’sovereignty patrols’ by Canadian Rangers). In conclusion, the article presents avenues for further critical research on Arctic geopolitics that emphasizes embodiment, the resolutely (trans)local, and a commitment to the everyday.Highlights► Arctic space reworked to be both open/indeterminate and formalizing/state-centric. ► Gender is a key component of the practices producing these spaces. ► Diversity of method needed to engage space, communities, science, and institutions.
The effectiveness of the Arctic Council
• KANKAANPÄÄ P. & YOUNG O. R. (2012) -The effectiveness of the Arctic Council, Polar Research. Disponibile a: <https://www.tandfonline.com/doi/full/ 10.3402/polar.v31i0.17176>.
É la convenzione internazionale in materia di cambiamento climatico più rilevante (4) v
UNITED NATIONS, United Nations Framework Convention on Climate Change, New York, 1992, p.3. É la convenzione internazionale in materia di cambiamento climatico più rilevante (4) v. <https://climate.nasa.gov/vital-signs/arctic-sea-ice/>
della cooperazione tra 2 o più soggetti che perseguono il proprio interesse
cfr. ai vantaggi della cooperazione tra 2 o più soggetti che perseguono il proprio interesse. Si rimanda a KEOHANE R. (1984) -After Hegemony. Cooperation and Discord in the World Political Economy, Princeton Classic Edition