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Abstract

In recent years, the fallout of the global financial and economic crisis led to widespread cuts in public spending. Among the hardest-hit sectors there is certainly the University system. The policies adopted, which actually redesign the look of the National University system, leave many doubts about the possible negative effects on the social and economic fabric of the country. Premessa I paesi europei hanno reagito in modo differenziato alle recenti crisi econo-mico-finanziarie per quanto riguarda il finanziamento dei sistemi universitari: in alcuni casi l'adozione di politiche di austerity ha portato ad intaccare in modo anche alquanto significativo la formazione terziaria. Altri paesi, invece, hanno scelto di mantenere inalterati, se non accrescere, gli investimenti
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Innovazione e politiche universitarie in Italia
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Il finanziamento delle università
italiane (2008-2015)
Una politica assai discutibile
di Antonio Banfi e Gianfranco Viesti
Antonio Ban, Dipartimento di Giurisprudenza, Università degli Studi di Bergamo,
antonio.ban@unibg.it
Gianfranco Viesti, Dipartimento di Scienze Politiche, Università di Bari,
gianfranco.viesti@uniba.it
Title: A Questionable Policy: Financing the Italian Universities (2008-2015)
ABSTRACT:
In recent years, the fallout of the global nancial and economic crisis led
to widespread cuts in public spending. Among the hardest-hit sectors there is certainly
the University system. e policies adopted, which actually redesign the look of the Na-
tional University system, leave many doubts about the possible negative eects on the
social and economic fabric of the country.
KEYWORDS: Public Funding, Universities, Territorial Imbalances, FFO, Research Evalu-
ation
Premessa
I paesi europei hanno reagito in modo dierenziato alle recenti crisi econo-
mico-nanziarie per quanto riguarda il nanziamento dei sistemi universitari:
in alcuni casi l’adozione di politiche di austerity ha portato ad intaccare in modo
anche alquanto signicativo la formazione terziaria. Altri paesi, invece, hanno
scelto di mantenere inalterati, se non accrescere, gli investimenti1. In Italia a
partire dal 2008 vi è stato un disinvestimento signicativo da parte dello Stato
sul comparto dell’università e della ricerca; grave anche perché il nostro paese si
1 Cfr. Viesti (2016: 325 ss.).
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trovava già in una posizione infelice all’interno del quadro dei paesi OCSE. La
questione ha tuttavia assunto in Italia una peculiare sionomia. Vi è stata negli
scorsi anni una signicativa pressione sui media, grazie alla quale si sono veico-
lati ampiamente i seguenti assunti: in primo luogo l’inadeguatezza del sistema
universitario e della ricerca, che sarebbe caratterizzato da diusa corruttela e
da una produttività inadeguata rispetto ai nanziamenti erogati. Un assunto
del tutto falso per quanto concerne la produttività e non sostenuto da analisi
scienticamente attendibili per quanto riguarda il rispetto dei principi etici e
di legge. D’altra parte, si è più volte sminuita l’importanza della formazione
universitaria.
In questo contesto per così dire ideologico la riduzione della spesa pubblica
a favore degli atenei ha ridisegnato profondamente il sistema universitario. In-
fatti, l’adozione di politiche di assegnazione delle risorse su base premiale e va-
lutativa, non solo è spesso avvenuta sulla base di standard e prassi non conformi
alle migliori esperienze internazionali, ma sta producendo eetti strutturali sul
sistema che dovrebbero suscitare allarme: vi è infatti una severa penalizzazione
del Sud e delle Isole, nonché del Centro e delle periferie del Nord. L’eetto di
lungo termine di tali politiche potrebbe dunque essere quello di ridurre l’oerta
di formazione terziaria e di renderla più dicilmente accessibile. Tutto ciò a
danno soprattutto di aree con rilevanti problemi sia sotto il prolo economico
che, talora, della qualità del tessuto sociale. L’auspicio di chi scrive, pertanto, è
che si riapra un dibattito informato e vivace su questi temi.
Le pagine che seguono presentano dati e considerazioni che, in forma più
ampia, si trovano in un rapporto della Fondazione Res recentemente pubblica-
to in volume2. Il testo è organizzato come segue: nel primo paragrafo vengono
ricostruite le tendenze recenti del nanziamento delle università in Italia; nel
secondo vengono presentate le modalità di costruzione della cosiddetta ‘quota
premiale’ del Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO), che nel terzo paragrafo
vengono sottoposte ad un’analisi critica. Nel paragrafo 4 vengono presentati e
discussi gli indicatori utilizzati per la denizione della ‘quota base’ e del ‘costo
standard’ necessario per il suo riparto, nell’ultimo si mostrano i risultati, in
termini di nanziamento dei singoli atenei di questi cambiamenti. I limiti di
questo lavoro sono evidenti: esso non mira a presentare possibili modalità alter-
2 Viesti (2016). Cfr. in proposito anche Ban e Viesti (2015).
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Il finanziamento delle università italiane (2008-2015)
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native di nanziamento, né tantomeno a comparare la situazione italiana con
quella di altri paesi; il suo obiettivo è solo quello di illustrare, attraverso una
lettura integrata di una complessa serie di documenti, il funzionamento dell’at-
tuale meccanismo; costituendo così una base per la discussione, accademica e
politica, sulle possibili linee di riforma.
1. Tendenze recenti del finanziamento delle università
La Tabella 1 presenta il totale delle entrate delle università italiane fra il 2000
e il 2012, in euro correnti3. Come si vede, le entrate totali sono cresciute da circa
9 miliardi nel 2000 no a 13,5 miliardi nel 2008; negli anni successivi c’è stato
un costante calo, no ai 12,9 miliardi del 2012. Vi è stata una importante mo-
dica delle fonti di nanziamento: una riduzione della componente pubblica a
favore di quella privata4; aumentano in particolare le risorse provenienti dalla
contribuzione degli studenti e da vari soggetti diversi dal Ministero (MIUR); si
assiste altresì ad una riduzione del peso del Fondo di Finanziamento Ordinario
(FFO) rispetto al totale.
È interessante analizzare separatamente le quattro principali voci di entrata
presenti in tabella. Il FFO rimane la componente principale delle entrate; ma il
suo peso sulle entrate complessive decresce sensibilmente, passando dal 61,3%
al 53,7% del totale. Le entrate ‘nalizzate’ provenienti dal MIUR scendono dal
12,8% del 2000 all’8,6% del 2012. Complessivamente quindi, nei 12 anni, le
3 Non sono disponibili dati più aggiornati.
4 Questo è confermato, anche in comparazione internazionale, dall’OCSE (2014).
TAB. 1. Entrate delle università statali italiane (miliardi)
FFO FINALIZZATE
DA MIUR
FINALIZZATE DA
ALTRI SOGGETTI
CONTRIBUTIVE ALTRE TOTALE
2000 5,6 1,2 0,9 1,0 0,4 9,1
2004 6,5 1,0 1,5 1,4 0,6 11,0
2008 7,4 1,1 2,4 1,6 1,1 13,6
2012 6,9 1,1 2,3 1,8 0,8 12,9
Fonte: ANVUR (2014)
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risorse provenienti dal MIUR scendono dal 71,4% al 62,3% delle entrate totali.
Un recente rapporto della European University Association – EUA (Claeys-
Kulik e Estermann, 2015) mostra che ormai l’Italia è fra i paesi europei in cui
la percentuale di entrate delle università derivanti dal nanziamento pubblico
(rispetto alle tasse degli studenti e a ‘nanziamenti addizionali’) è più bassa.
La contribuzione studentesca quasi raddoppia fra il 2000 e il 2012, come
eetto tanto di un aumento del numero di studenti (in particolare nella prima
parte del periodo esaminato), quanto di un aumento delle tasse universitarie
(in particolare nella seconda parte del periodo) e passa così dal 10,8% al 13,7%
delle entrate totali. Un’altra voce che mostra un forte aumento è quella delle
‘entrate nalizzate da altri soggetti’, diversi dal MIUR. Si tratta di una voce
composita, che raggruppa sia risorse provenienti da altre componenti del settore
pubblico, quali Regioni o enti locali (particolarmente rilevanti specie quando si
tratta di enti autonomi o a statuto speciale), sia risorse provenienti da soggetti
esterni al perimetro pubblico, come le fondazioni di origine bancaria, o diret-
tamente dalle imprese. Nell’insieme queste entrate accrescono il loro peso dal
10,1% al 18%.
Il sensibile mutamento della composizione delle entrate ha già di per sé un
eetto asimmetrico a livello territoriale. Infatti, sia le entrate contributive sia
quelle nalizzate (da parte di soggetti diversi dal MIUR) appaiono molto più
squilibrate rispetto alle allocazioni del FFO. Dati dell’ANVUR (2014) mostra-
no che le entrate contributive (normalizzate per il numero di docenti o per il
numero di studenti) sono al Centro circa il 75% del valore del Nord, e nel Mez-
zogiorno fra il 50 e il 60% (a seconda della ponderazione). Le entrate nalizzate
da altri soggetti sono intorno all’80% del valore del Nord nella circoscrizione
centrale, fra il 70 e l’80% nelle Isole e poco più della metà nel Mezzogiorno
continentale. Così, se si compara la media delle entrate totali delle università nel
quadriennio 2000-04 con quelle del quadriennio 2009-125, si vede che si ha un
consistente calo relativo delle regioni del Centro e del Mezzogiorno continenta-
le rispetto a quelle del Nord.
Con questo quadro in mente, si può analizzare più approfonditamente l’an-
damento e l’allocazione fra atenei del FFO. Il FFO diminuisce drasticamente
5 Sempre dati ANVUR (2014), e cifre ponderate per il numero dei docenti e degli studenti per ogni
circoscrizione.
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negli ultimi anni. A prezzi correnti, sale dai 6.010 milioni del 2001 ai 7.351 del
2008, e poi scende a 6.572 nel 2015; a prezzi costanti (20056), si va da 6.626
nel 2001 a 6.873 nel 2007, per poi scendere a 5.508. La riduzione registrata fra
il massimo e il minimo (2013) è dell’8,6% a prezzi correnti, del 22,5% a prezzi
costanti.
Queste risorse pubbliche vengono allocate fra gli atenei secondo diversi crite-
ri, profondamente mutati negli ultimi anni, in particolare attraverso l’introdu-
zione di una quota cosiddetta ‘premiale’7. La quota premiale cresce sia in valore
assoluto sia come peso sul totale.
2. La quota premiale del FFO
In base a quali criteri viene allocata la quota premiale? Per allocarla, tra il
2009 e il 2015 utilizzati 22 diversi indicatori. Circa tre quarti del totale del
periodo è stato allocato in base ad indicatori che si riferiscono alla ‘ricerca’, e un
quarto alla ‘didattica’; ma il peso di quest’ultima è molto diminuito nel 2014-
15. Lo sviluppo del sistema degli indicatori è assai articolato.
6 Il valore del FFO a prezzi correnti, tratto dal ANVUR (2014) e dai decreti del MIUR, è stato de-
azionato con l’indice dei prezzi al consumo dell’ISTAT, base 2005 = 100; per il 2015 si è usato l’indice
dei prezzi del 2014.
7 Il totale non corrisponde alla somma di quota base e ‘premiale’ perché nei decreti di assegnazione
del FFO sono previste anche altre voci, di minore importanza (fra cui la quota di riequilibrio).
TAB. 2. Suddivisione del FFO
VALORI MILIONI PESO %
QUOTA
PREMIALE
MINISTRO
IN CARICA
Totale Quota base Quota premiale
2008 7.351 6.716 0 0 Mussi
2009 7.274 6.308 524 7 Gelmini
2010 7.157 5.789 720 10 Gelmini
2011 6.833 5.823 832 12 Gelmini
2012 6.547 5.560 910 12 Profumo
2013 6.341 5.431 819 13,5 Carrozza
2014 6.830 5.086 1.215 18 Giannini
2015 6.572 4.910 1.385 20 Giannini
Fonte: Elaborazioni su decreti MIUR
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Il sistema si avvia nel 2009 con l’utilizzo ben 9 indicatori8. Cinque fanno
riferimento alla didattica (che pesa per un terzo della quota premiale) e pesano
ognuno per il 20% di questo terzo e sono piuttosto complessi9; riguardano il
numero di docenti rispetto ai corsi attivati, l’acquisizione di crediti da parte degli
studenti, la presenza di questionari sul parere degli studenti e la percentuale di
laureati occupati, rispetto al valore medio della ripartizione territoriale. Quattro
fanno riferimento alla ricerca, e pesano insieme i due terzi del totale: due fanno
riferimento agli esiti della valutazione della ricerca VTR 2001-03 (e pesano il
49% e l’1% della quota ricerca); uno ai progetti di successo nel VI Program-
ma Quadro Europeo sulla ricerca (35%); l’ultimo ai progetti PRIN di successo
(15%). Non vengono indicati i criteri di scelta e di pesatura degli indicatori.
Il quadro cambia nel 2010. La didattica pesa sempre un terzo, ma gli indica-
tori diventano due, con peso 50%10: entrambi fanno riferimento all’acquisizio-
ne di crediti da parte degli studenti, ma uno dei due è completamente diverso
da quelli usati l’anno prima; questo indicatore ora viene ‘pesato’ in maniera
articolata, anche con un fattore di «compensazione della minor capacità contri-
butiva delle regioni». Gli indicatori relativi alla ricerca sono quattro come l’anno
precedente, ma due sono diversi (e i pesi relativi sono tutti mutati): un nuovo
criterio basato sul FIRB e uno basato su una media di nanziamenti europei.
8 È interessante ricordare che gli esiti vengono comunicati tramite l’ANSA; gli interessati hanno
potuto prenderne visione solo dopo che i giornali ne avevano dato notizia.
9 Per l’elencazione precisa degli indicatori utilizzati in ciascun anno si rinvia a Viesti (2016: 340-6).
10 In realtà sono quattro ma due sono ‘sospesi’ e non saranno poi mai utilizzati.
TAB. 3. Criteri di allocazione della quota premiale del FFO
VALORI IN MILIONI PESI % NUMERO DI INDICATORI
Quota
premiale Didattica Ricerca Didattica Ricerca Didattica Ricerca Totale Di cui
nuovi Cumulato
nuovi
2009 524 178 345 34 66 5 4 9 9 9
2010 720 245 475 34 66 2 4 6 3 12
2011 832 283 549 34 66 2 4 6 1 13
2012 910 309 601 34 66 2 4 6 0 13
2013 819 278 541 34 66 2 2 4 2 15
2014 1.215 122 1.094 10 90 4 2 6 5 20
2015 1.385 208 1.177 15 85 6 2 8 2 22
Fonte: Elaborazioni su decreti MIUR
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Il finanziamento delle università italiane (2008-2015)
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Nel 2011 i cambiamenti sono relativamente minori. Senza tener conto del mu-
tamento dei pesi, quindi, nei tre anni del Ministro Gelmini vengono variamente
utilizzati ben 13 indicatori diversi.
Nel 2012, gli indicatori per il calcolo della quota premiale rimangono gli
stessi dell’anno prima. Nel 2013 c’è un grande cambiamento: gli indicatori del-
la ricerca sono ora riferiti alla VQR 2004-1011: uno, che pesa per il 90% della
quota ricerca, fa riferimento all’indicatore IRFS1; l’altro (10%) fa riferimento
all’indicatore IRAS3, ma ricalcolato con una procedura davvero singolare, su
cui si dirà più avanti12. Anche nel 2014 ci sono grandi mutamenti. Il peso della
didattica precipita al 10%; e la quota viene calcolata sulla base di 4 nuovi in-
dicatori, che adesso fanno riferimento all’internazionalizzazione. Il peso della
ricerca sale al 90%: il 70% (del totale) è ora allocato in base all’indicatore IRFS1
della VQR, e il 20% in base all’indicatore IRAS3: ma entrambi sono calcolati
in maniera sensibilmente diversa rispetto all’anno precedente13. Inne, nuove
modiche per il 2015. Il peso della ‘didattica’ risale al 15% così ripartito: 7%
per l’internazionalizzazione, calcolata ora sulla base di 5 indicatori e l’8% con
il ritorno di un indicatore relativo alla velocità negli studi, ma diverso da quelli
utilizzati in passato, e senza correzione territoriale. L’IRFS1 della VQR pesa per
il 65%, e l’IRAS3 per il 20%: entrambi vengono calcolati nello stesso modo
dell’anno precedente.
Complessivamente, nei sette anni compresi tra il 2009 e il 2015 gli indica-
tori ‘premiali’ sono vorticosamente mutati; senza considerare i frequenti muta-
menti nei pesi relativi, ne vengono usati 22 diversi.
3. I problemi degli indicatori della quota premiale
Come valutare questo processo? Un recente rapporto della European Uni-
versity Association (Claeys-Kulik e Estermann, 2015) analizza i criteri di al-
locazione dei nanziamenti pubblici alle università in Europa. Il rapporto se-
11 Circostanza tutt’altro che ovvia. Un attento studioso del sistema universitario scriveva ad inizio
2013: «pochi sono disposti a scommettere che i risultati della VQR possano avere un impatto signica-
tivo sulla distribuzione delle risorse nazionali fra atenei» (Checchi, 2013: p???).
12 L’IRFS1 è l’indicatore di sintesi della VQR, basato su 7 dierenti indicatori di base; solo per metà
rispecchia l’indicatore di qualità della ricerca in senso stretto (IRAS1); l’IRAS3 si riferisce alla qualità
del reclutamento.
13 Da IRFS1 viene scomputato l’indicatore IRAS3; dell’IRAS3 si dirà più avanti.
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gnala l’esistenza di criteri di allocazione legati alle performance in diversi paesi
europei, in un quadro dove tuttavia prevalgono le allocazioni basate su criteri
storici, negoziazioni, o indicatori di input, come il numero di studenti. Stando
alla EUA, i fondi premiali vanno usati con grande cautela. Questi criteri pos-
sono infatti avere eetti negativi: far aumentare la concorrenza fra le università,
determinare volatilità del nanziamento a istituzioni con costi ssi molto ele-
vati. Appare essenziale che gli indicatori su cui si basano siano preventivamente
concordati fra le autorità politiche e le università, e siano accuratamente evitati
indicatori su cui gli atenei non hanno controllo diretto. La quota allocata in
questo modo deve essere comunque limitata; devono esservi clausole di salva-
guardia che impediscano forti riduzioni. In ogni caso, per la EUA questi indi-
catori non vanno mai utilizzati per redistribuire nanziamenti allocati diversa-
mente in precedenza, ma solo ed esclusivamente per distribuire all’interno del
sistema risorse addizionali.
Le raccomandazioni europee disegnano un quadro opposto a quanto è avve-
nuto in Italia a partire dal 2008. In primo luogo le nuove regole di ripartizione
del FFO sono state introdotte proprio negli anni in cui il suo ammontare si è
ridotto. Non si è trattato di un processo che ha aggiunto una quota premiale
destinata agli atenei migliori: le quote cosiddette ‘premiali’ sono state invece uti-
lizzate per ripartire in modo asimmetrico tra gli atenei i signicativi tagli nelle
risorse ordinarie. Tali quote sono diventate estremamente ampie: una circostan-
za che non si ritrova in nessun altro paese europeo, con l’eccezione del Regno
Unito (Trivellato e Triventi, 2015).
Non si è trattato di un processo valutativo nel quale le regole sono indicate ex
ante, e i diversi soggetti sono valutati in base ai propri comportamenti successivi
rispetto indicatori prestabiliti (e concordati), essendo così in grado di assumere
la responsabilità per le proprie decisioni. Le regole premiali sono state inve-
ce introdotte per la misurazione di comportamenti del passato, relativi ad un
periodo nel quale non era prestabilito quali fossero le metriche di giudizio. La
fortissima variabilità dei criteri di ripartizione ha poi impedito una ragionevole
programmazione di medio termine per migliorare il proprio posizionamento,
in particolare per le università che hanno visto le proprie risorse contrarsi sensi-
bilmente. Allo stesso modo la grande volatilità delle risorse totali e l’incertezza
sulle disponibilità presenti e future (quasi sempre i decreti di assegnazione sono
stati emanati verso la ne dell’anno solare cui si riferivano) hanno ostacolato
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processi di programmazione nanziaria. Tutto ciò ha reso molto dicile per gli
atenei che sono stati maggiormente penalizzati dai nuovi criteri di riparto poter
mettere in atto strategie di miglioramento mirate. Gli indicatori si sono sempre
riferiti ai livelli, e mai hanno vericato le dinamiche di miglioramento registrate
dagli atenei. Cosa importante, il decisore ha avuto disponibili tutti i dati in base
ai quali le allocazioni sono denite prima di stabilire i criteri di riparto, potendo
così teoricamente simulare gli eetti allocativi tra le università delle variazioni di
ogni singolo criterio e del peso ad esso attribuito. Questo avrebbe potuto con-
sentire, almeno in teoria, di eettuare scelte discrezionali, di premio o sanzione
di specici atenei, o di gruppi di atenei, presentandole come risultati asettici
dell’applicazione di criteri tecnici; l’aspetto è particolarmente delicato anche
perché i Ministri dell’università, a partire dal 2011, sono ex Rettori di università
coinvolte nei processi allocativi.
La scelta dei 22 indicatori utilizzati per le quote ‘premiali’ non è stata cer-
tamente priva di problemi. Tre sembrano i principali: aver assegnato un peso
nettamente prevalente ad indicatori relativi alle attività di ricerca; aver utilizzato
i dati di un esercizio non privo di criticità come la VQR per ripartire la parte
principale delle risorse dal 2013 in poi; inne e soprattutto: aver scelto in molti
casi indicatori inuenzati molto più dalle dotazioni degli atenei e dai contesti
in cui si trovano le università che dai loro comportamenti, introducendo una
signicativa distorsione territoriale.
In primo luogo, la scelta politica è stata quella di ritenere che il compito
principale delle università sia svolgere attività di ricerca, assai più che erogare
didattica di buon livello, contribuire alla formazione delle classi dirigenti del
paese, contribuire in senso ampio anche ai processi di sviluppo dei territori
di insediamento. Come visto, gli indicatori relativi all’attività di ricerca hanno
determinato l’allocazione di 4,8 miliardi dei 6,4 complessivamente determi-
nati dalle quote premiali nel 2009-15, con una quota crescente nel tempo. Il
numero di pubblicazioni scientiche diviene di gran lunga più importante per
le nanze degli atenei dell’impegno e della qualità della didattica. Ciò può sur-
rettiziamente indurre a diminuire il relativo impegno, con conseguenze anche
molto negative – specie nel lungo termine – per la funzione primaria delle uni-
versità. Un recente rapporto del Parlamento Europeo (2015) discute i possibili
incentivi ‘perversi’ per il funzionamento delle università delle classiche basate
principalmente sulla ricerca. Sorprende e stupisce di come non si siano riusciti a
Antonio Banfi e Gianfranco Viesti
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costruire, in tutti questi anni, indicatori legati alla didattica, stabili nel tempo e
che avrebbero potuto rappresentare incentivi precisi per gli atenei per migliorare
la qualità dei propri servizi primari. Essi avrebbero potuto fare riferimento alla
progressione negli studi, tenendo conto del bagaglio di competenze di partenza
degli studenti14, ovvero avrebbero potuto fare riferimento alla capacità delle di-
verse lauree di incrementare l’occupabilità dei laureati, tenendo anche qui conto
sia delle diverse caratteristiche territoriali del mercato del lavoro sia delle diverse
tipologie di corso15.
In secondo luogo, si è puntato con grande decisione, dal 2013 in poi, sull’uti-
lizzo dei risultati della VQR per allocare una quota assai signicativa e crescente
del nanziamento. Nel triennio 2013-15 la VQR ha determinato l’allocazione
di 2,8 miliardi di euro, cioè l’82,2% della quota premiale e il 14,2% dell’intero
FFO. L’aumento del peso della VQR sul totale dei nanziamenti ordinari è
avvenuto dopo che i suoi esiti erano noti; accrescere il suo peso quindi signica
semplicemente usare una chiave di riparto fra gli atenei piuttosto che un’altra.
Dei diversi indicatori della VQR si è preferito utilizzare l’IRFS1, cioè quello
che presentava una maggiore variabilità fra atenei, determinato solo per metà
dall’eettiva qualità della ricerca misurata con la valutazione; ancora una volta
sembra trattarsi di una precisa scelta per aumentare l’eetto allocativo dell’in-
dicatore16. In base all’IRFS1 sono stati allocati, nel 2013-15, oltre 2,2 miliardi.
Che gli indicatori tratti dalla VQR presentino alcune singolarità è testimo-
niato dalla vicenda dell’indicatore IRAS3, relativo alla qualità del reclutamento
eettuato, sempre nel 2004-1017, con cui nel 2013-15 sono stati allocati 567
milioni di euro. Tuttavia, mentre nel 2014-15 l’indicatore è semplicemente trat-
to dal rapporto nale dell’ANVUR, nel 2013 ci si era comportati molto diver-
samente; si era stabilito che l’indicatore aveva valore solo «nelle aree in cui la
valutazione dei prodotti dei soggetti reclutati dell’ateneo […] è almeno pari alla
valutazione media nazionale». In altri termini se in un ateneo i soggetti reclutati
14 Misurabili attraverso test standardizzati di ingresso, ovvero indirettamente attraverso le rilevazioni
Pisa e Invalsi sulle competenze degli studenti delle scuole medie superiori, per quanto i dati Invalsi si
fermino al secondo anno delle superiori.
15 Un esempio di indicatori di questo tipo è in Ciani e Mariani (2014).
16 Baccini (2013), riporta una dichiarazione di un componente del Consiglio Direttivo dell’AN-
VUR, del 2012, secondo cui «quando la valutazione sarà conclusa, avremo la distinzione tra research
university e teaching university. Ad alcuni si potrà dire: tu fai solo il corso di laurea triennale. E qualche
sede dovrà essere chiusa».
17 La vicenda è stata segnalata e analizzata in dettaglio in Cappelletti Montano (2015).
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hanno una valutazione superiore alla media dell’area di riferimento (e quindi vi
è un miglioramento), ma essa è inferiore alla media nazionale, il coeciente di
riparto di questo ‘premio’ è pari a zero. Si tratta di una decisione piuttosto sin-
golare, specie considerando che i soggetti ‘reclutati’ sono in gran parte personale
già in servizio presso gli atenei. Come si vede sono state fatte scelte discrezionali
molto diverse (annunciate alla comunità accademica direttamente con i decreti
di riparto), dalle conseguenze molto accentuate. Basti considerare che i criteri
adoperati per l’IRAS3 nel 2013 producevano un fortissimo spostamento del
nanziamento verso gli atenei del Nord (64,9% del totale), a danno di tutti
gli altri. Il quadro è completamente diverso nel 2014-15: si badi, con lo stesso
indicatore, ma solo con una metodologia di calcolo dierente18.
In terzo ed ultimo luogo, il valore di molti indicatori non è esclusivo frutto
di comportamenti più o meno ‘virtuosi’ degli atenei, ma di condizioni date; an-
cor più, di condizioni del contesto di insediamento. Questo riguarda in primo
luogo i dati della VQR. Essi vengono a dipendere dall’esito ‘medio’ per il singo-
lo ateneo della valutazione della ricerca svolta nel 2004-10 in tutte le aree scien-
tiche. Esito che a sua volta può dipendere non solo dal ‘merito’ dei ricercatori,
ma anche dalle condizioni in cui essi si trovano ad operare e che ne inuenzano
la produzione scientica: si pensi all’importanza delle dotazioni scientiche e
di laboratorio; alla disponibilità di risorse umane che possono collaborare alle
attività di ricerca, la cui numerosità è estremamente diversa fra università e aree
territoriali; alla disponibilità di risorse nanziarie aggiuntive provenienti dall’e-
sterno. Certo, una buona attività di ricerca determina l’ausso di risorse ag-
giuntive acquisite su base competitiva; ma altre possono dipendere dalla densità
e della ricchezza del tessuto imprenditoriale del territorio di insediamento; altre
ancora, provenienti da Regioni, enti locali, fondazioni, possono essere allocate
su base meramente discrezionale.
La VQR (ammesso che misuri eettivamente e con precisione la qualità
assoluta della ricerca di ogni area scientica di ogni ateneo) può essere uno
strumento per allocare, dipartimento per dipartimento, risorse aggiuntive -
nalizzate esclusivamente ad attività di ricerca. Vi sono invece molti dubbi su
una denizione del ‘merito’ – adoperata per allocare fondi ordinari di funzio-
namento – che guarda solo ai livelli assoluti raggiunti, per di più nella media
18 Si noti che l’IRAS3 non corrisponde ai criteri deniti dal d.l. 49/2012 per la valutazione delle
politiche di reclutamento. Cfr. Fiorentino (2015: 84).
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Scuola
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dell’ateneo, e non alla capacità di ottenere risultati date le (dierenti) condizioni
di partenza: una misura, quest’ultima, che sembra molto più adeguata a valutare
la ‘produttività’ e quindi il merito.
Problemi simili si incontrano anche sugli indicatori relativi alla didattica.
Come visto, molti di essi misurano, in vario modo, la ‘velocità’ degli studenti
nei loro percorsi di studio. Velocità che dipende molto dalle competenze degli
studenti al momento dell’immatricolazione e dalla loro provenienza sociale: con
dierenze anche sensibili su base territoriale; ancora una volta il merito sembra
essere fortemente inuenzato dalla condizione geograca. Vi sono esempi estre-
mi. Con il 2014-15 sono stati inseriti anche indicatori relativi all’internazio-
nalizzazione della didattica. Uno di essi premia gli atenei i cui studenti hanno
partecipato di più alla mobilità Erasmus in uscita. Ma, come noto (Trivellato,
2015), la possibilità di frequentare un periodo di studi all’estero è fortemente
inuenzata dalle disponibilità economiche della famiglia, anche quando si ot-
tenga una borsa di mobilità. L’applicazione di questo criterio esaspera ancora
una volta, fortemente, le dierenze territoriali.
4. Quota base e costo standard
La quota base del FFO si è ridotta drasticamente, passando dai 6,7 miliardi
del 2008 ai 4,9 del 2015 (a valori correnti). I suoi criteri di denizione ed allo-
cazione sono mutati nel tempo. Fra il 2009 e il 2011 sono state allocate risorse
agli atenei in percentuale del FFO ottenuto l’anno precedente19. Nel 2012-13
viene invece ssato nel decreto l’importo totale, che è successivamente ripartito
in base al peso percentuale del singolo ateneo rispetto a tre indicatori20. Nel
2014-15 una parte della quota base (ssata per decreto) è ancora attribuita con
lo stesso sistema, mentre il 20% (2014) e poi il 25% (2015) è allocato in «pro-
porzione al peso di ciascuna università come risultante dal modello del costo
standard di formazione per studente in corso». A partire dal 2013 viene intro-
19 Nel 2008 era stata attribuito il 95,15% del nanziamento 2007. Tale percentuale scende all’87%
nel 2009 (rispetto al 2008), all’80% nel 2010 (rispetto al 2009). Il decreto per il 2011 è più complesso,
perché alloca circa il 96% dell’FFO 2010, salvo riduzioni in base al turnover.
20 La «somma algebrica» dei pesi sulla quota base e sull’intervento perequativo dell’anno pre-
cedente; e su «ulteriori interventi consolidabili compresa la mobilità dei docenti universitari e le
chiamate dirette».
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Il finanziamento delle università italiane (2008-2015)
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dotta una ‘quota di salvaguardia’ relativa al totale dell’assegnazione FFO per
ciascun ateneo: almeno il 95% dell’anno precedente (2013), il 96,5% (2014)
e il 98% nel 2015: ma rispetto a valori che si sono già fortemente ridotti nel
periodo 2009-12. Da notare anche che progressivamente il nanziamento delle
Istituzioni ad ordinamento speciale viene svincolato dalle assegnazioni per il
resto del sistema universitario: ad esse viene assegnato un nanziamento ad hoc.
Il calcolo del costo standard è stato introdotto con la Legge 240/2010 allo
scopo di superare la spesa storica come metodo di ripartizione. Nel 2014 è stato
utilizzato per la prima volta; per gli anni successivi tale percentuale dovrebbe
crescere: nel 2015 avrebbe dovuto21 raggiungere il 40% (e invece si è fermato al
25%), per poi aumentare gradualmente no al 100% nel 2018.
Si tratta, in linea generale, di una scelta positiva, per rimediare al dierente
nanziamento ‘storico’ di ciascun ateneo: frutto di una lunghissima sedimenta-
zione di decisioni del passato, ispirate da una pluralità di criteri, e che però han-
no avuto come frutto il crearsi di condizioni assai diverse di nanziamento base
fra gli atenei. Ciò detto, è importante notare subito che il metodo non serve a
calcolare un fabbisogno assoluto (l’ammontare di risorse necessarie alle singole
università e dunque al sistema), ma solo la quota di ciascun ateneo sul totale del
nanziamento, così come denito anno per anno. Infatti, il costo standard di
ogni ateneo viene espresso in percentuale del totale del costo standard di tutti
gli atenei e questa percentuale viene applicata all’ammontare di nanziamento
disponibile Moltiplicando invece i 966.741 studenti in corso nell’a.a. 2012-13
per i 6.557 euro di costo standard medio22 si ottiene la cifra di 6,3 miliar-
di, che dovrebbe corrispondere alle esigenze nanziarie base degli atenei per il
2014, anno in cui invece la quota base si è fermata a 4,9 miliardi. Un decreto
interministeriale23 ha denito le modalità di calcolo del costo standard. Esso
si ottiene moltiplicando il costo standard di formazione per studente in corso
per il numero di studenti in corso. Il costo standard di formazione per studente
viene calcolato con una procedura piuttosto complessa, tenendo conto in primo
luogo della suddivisione degli studenti fra tre grandi aree disciplinari (medico-
sanitaria, scientico-tecnologica ed umanistica) cui viene attribuita una diversa
21 Stando ad un comunicato stampa del MIUR del 17 dicembre 2014.
22 Il calcolo è approssimato; per semplicità si adopera infatti la media semplice del valore del costo
standard di tutti gli atenei considerati nel decreto.
23 Decreto interministeriale 893/2014.
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‘numerosità di riferimento’24. Vengono quindi calcolate cinque voci di costo:
a) personale docente e docenza a contratto (circa metà del totale); b) costi dei
servizi didattici, organizzativi e strumentali (in media il 24% del totale); c) costi
della dotazione infrastrutturale, di funzionamento e di gestione delle strutture
universitarie (il 22%); d) ulteriori voci minori; e) un fattore di perequazione
introdotto per tenere conto dei diversi contesti territoriali in cui si trovano gli
atenei: l’importo di questa correzione è molto limitato (nell’insieme il fattore
perequativo pesa per il 2,4% del totale).
Nel 2014, anno di prima applicazione, il costo standard unitario di forma-
zione per studente è stato pari nella media fra atenei a 6.557 euro, molto simile
sia nelle medie per circoscrizioni che per dimensione degli atenei. È invece estre-
mamente dierente per i singoli casi, e va da un massimo di 7.948 euro per il
Politecnico di Bari (+21,2% rispetto alla media nazionale), al minimo di 4.739
euro per l’Università di Macerata (–27,7%).
L’aspetto più importante del decreto è però legato alla circostanza che il costo
standard viene moltiplicato esclusivamente per gli studenti in corso25. Questa
decisione può rappresentare un incentivo, opportuno, per tutti gli atenei per
mettere in atto le iniziative per contenere la durata media degli studi e ridurre
i fuoricorso. Crea però rilevanti interrogativi. In primo luogo può portare a
fenomeni di azzardo morale. Alle università converrà economicamente fare di
tutto perché i propri studenti non vadano fuori corso, dato che ad essi vanno
forniti servizi, ma non determinano alcun nanziamento ministeriale: questo
potrebbe portare ad una riduzione della qualità media richiesta agli studenti per
superare gli esami e laurearsi. Peggio, potrebbe scatenare una ‘corsa’ degli atenei
ad immatricolare il numero più alto possibile di studenti. In secondo luogo
può determinare un aumento della tassazione per i fuoricorso, per recuperare
direttamente dagli studenti le risorse nanziarie per i servizi a loro dedicati.
Un punto fondamentale è poi che la durata media degli studi è assai diversa
all’interno del sistema universitario italiano, maggiore al Centro-Sud rispetto
al Nord. Considerare solo gli studenti in corso per il calcolo del costo standard
è dunque una scelta che ha profondi eetti nella distribuzione territoriale delle
24 Sulle non banali problematiche che emergono in relazione alle «numerosità di riferimento» si
veda Fiorentino (2015: 87 ss.).
25 Scelta assai diversa da quelle operate in passato; ad esempio per la denizione della quota di
riequilibrio per il 1997 (d.m. 9/2/98 n. 107). Cfr. Fiorentino (2015: 89).
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Il finanziamento delle università italiane (2008-2015)
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risorse fra gli atenei. Per vericarlo (in Ban e Viesti, 2015) sono state compiute
alcune simulazioni sulla base dei dati del 2014, comparando l’allocazione delle
risorse con il costo standard calcolato per i soli studenti in corso, con l’ipotesi
di considerare il totale degli studenti. Non sorprendentemente, gli atenei che
sarebbero favoriti dal considerare, anche parzialmente, gli studenti fuori corso
sono tutti del Centro-Sud, mentre gli atenei del Nord sarebbero relativamente
penalizzati26. Le dierenze sono notevoli. Ad esempio se la quota di FFO 2014
fosse stata calcolata con il costo standard applicato in pieno per gli studenti in
corso e al 50% per i fuoricorso, l’assegnazione 2014 sarebbe stata inferiore del
6,1% per gli atenei del Nord e superiore del 7% per gli atenei del Mezzogiorno
e dell’1,6% per quelli del Centro.
Lo stesso MIUR, con l’introduzione del parametro di perequazione territo-
riale (che però pesa pochissimo), mostra di aver chiaro che questi criteri, in pre-
senza di tempi di completamento degli studi così diversi come quelli esistenti fra
le circoscrizioni territoriali italiane, possono generare profonde e ingiusticate
disparità fra le sedi. Vi sono evidenti fattori di contesto territoriale.
Che cosa succederà con la prevista estensione del metodo del costo standard
all’intera quota base dell’FFO? Si determinerà un rilevante shock al sistema. È
possibile vericarlo considerando ciò che sarebbe avvenuto per il 2014 appli-
cando il metodo del costo standard all’intera quota base. Ban e Viesti (2015)
eettuano una simulazione confrontando due scenari: a) l’attribuzione dell’in-
tera quota base 2014 senza applicare il costo standard; b) l’attribuzione dell’in-
tera quota base applicando integralmente il costo standard27. Le dierenze fra
le due ipotesi sono molto sensibili, e mostrano una profonda redistribuzione
delle risorse fra le sedi. Ciò dipende da quattro fattori: a) le notevoli disparità
esistenti nel nanziamento storico degli atenei, che viene superato; b) il peso
degli studenti in corso sul totale; c) le disparità nel ‘costo standard per studente
in corso’; d) la dinamica delle immatricolazioni degli ultimi anni. Complessiva-
mente gli atenei del Nord avrebbero avuto – dall’applicazione integrale del costo
26 Insieme a qualche caso di università del Centro (Roma Tor Vergata, Siena, Roma Tre, Ancona,
Urbino, Tuscia) e ad una del Mezzogiorno (Chieti-Pescara).
27 Tecnicamente la simulazione viene eettuata a partire dai dati contenuti nella tabella ministeri-
ale ‘Assegnazione FFO 2014’. L’ipotesi a) viene simulato applicando le percentuali implicite di riparto
dell’80% della quota base (pari a 3.929 milioni, e allocata con criterio ‘storico’) all’intero importo della
quota base (pari a 4.911 milioni); l’ipotesi b) viene simulata applicando invece le percentuali di riparto
del 20% della quota base (pari a 982 milioni) all’intero importo della quota base.
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standard – un aumento di oltre il 5% della quota base del FFO; anche per gli
atenei del Sud ci sarebbe complessivamente un sensibile miglioramento (8,3%).
Viceversa, si sarebbe avuta una contrazione forte per gli atenei del Centro (oltre
il 7%), e drastica per le università delle Isole.
Questi dati consentono alcune considerazioni. In primo luogo appare es-
senziale che l’ammontare totale del FFO allocato a titolo di quota base alle
università italiane sia signicativamente incrementato, per consentire loro di far
fronte a costi ssi (in primis di personale) dicilmente modicabili nel breve
periodo. In secondo luogo se appare condivisibile che la quota base non sia più
ripartita sulla base dei dati storici, una maggiore graduazione temporale delle
modiche pare opportuna, per dare tempo alle sedi penalizzate di far fronte alla
riduzione relativa dei nanziamenti. Inne, e soprattutto, il criterio di calcolo
dovrebbe essere modicato: dovrebbe essere notevolmente incrementato il peso
del coeciente di perequazione territoriale, per tener conto della circostanza
che gli immatricolati nelle università italiane hanno un assai diverso bagaglio
di competenze (il coeciente dovrebbe rispecchiare questi divari); dovrebbero
essere considerati (con un peso inferiore rispetto agli studenti regolari) almeno
gli studenti al primo o ai primi due anni fuoricorso.
5. I risultati delle modifiche del FFO e delle sue regole di allocazione
Tutto ciò ha prodotto un impatto molto profondo sulla allocazione delle risor-
se pubbliche per il funzionamento ordinario degli atenei. È possibile rendersene
conto semplicemente confrontando le assegnazioni del FFO del 2008 e del 2015.
L’impatto territoriale è molto forte: la riduzione è assai più contenuta per le uni-
versità del Nord, assai sensibile per quelle del Centro e del Sud, e fortissima per gli
atenei delle Isole, che perdono più di un quinto del loro nanziamento.
Contemporaneamente, è diverso l’impatto per dimensione dell’ateneo. Le
nuove regole hanno penalizzato particolarmente le università più grandi, rispet-
to alle medie e alle piccole, anche se le dierenze sono assai inferiori a quelle in
chiave territoriale. Le istituzioni universitarie ad ordinamento speciale hanno
invece registrato un aumento del FFO.
Il sistema universitario delle due Isole è quello colpito più duramente, con
una contrazione nominale del FFO pari a 178 milioni. La riduzione è molto
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Il finanziamento delle università italiane (2008-2015)
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forte in tutti gli atenei, va da un massimo del –22,7% a Messina ad un minimo
del –17,8% a Sassari; è del –21,4% per la Sicilia e del –18,9% per la Sardegna.
In valore assoluto, va da 40 a 54 milioni per le tre università siciliane, più gran-
di. I cinque atenei isolani sono tutti fra i primi otto per riduzione percentuale
del FFO fra il 2008 e il 2015, i tre siciliani ai primi tre posti. La riduzione del
nanziamento per le università del Mezzogiorno continentale è, come detto,
sensibile, ma il quadro più diversicato. Le riduzioni più consistenti si hanno
per gli atenei di maggiore dimensione; alcuni medio-piccoli hanno risultati mi-
gliori. Nove università del Sud (la metà del totale) hanno una riduzione supe-
riore alla media nazionale; fra di esse vi sono le tre più grandi (la Federico II,
Bari e la Seconda Università di Napoli); in questi tre casi (oltre che per Salento,
Basilicata, Politecnico di Bari e Orientale), la contrazione in termini percentuali
va dal –13,8% al –18,8%. La Federico II vede il nanziamento contrarsi di
66 milioni, Bari di 38. Vi sono poi 5 atenei che hanno una riduzione inferiore
alla media nazionale: fra di essi Calabria e Salerno. Inne, quattro atenei, tutti
medio-piccoli, hanno un incremento nominale 2008-15 del FFO. Da un punto
di vista regionale, ci sono dati molto negativi per Puglia (–16,2%), Basilica-
ta (–15,4%) e Campania (–13,7); intermedi per Calabria (–7,6%) e Molise
(–7,1%), positivi per l’Abruzzo (+2,5%).
Il quadro delle università del Centro Italia è simile. Otto università hanno
una riduzione più intensa della media nazionale. Fra di esse, quasi tutte le mag-
giori, a cominciare dalla Sapienza, che ha il taglio più elevato in valore assoluto
(106 milioni, cioè il 18,2%); poi Perugia, Pisa, Firenze, Siena e Roma Tre. In
sei casi c’è una riduzione, ma inferiore in percentuale alla media nazionale; fra
TAB. 4. Fondo di Finanziamento Ordinario per circoscrizione territoriale, 2008 e 2015,
milioni di euro
FFO 2008 % FFO 2015 % VARIAZIONE VAR. %
Nord 2.895 39,7 2.770 42,1 –125 –4,3
Centro 1.978 27,1 1.746 26,6 –232 –11,7
Sud 1.556 21,4 1.376 20,9 –181 –11,6
Isole 860 11,8 681 10,4 –178 –20,8
Italia 7.289 100 6.572 100 –717 –9,8
Fonte: Elaborazioni su dati MIUR
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di essi Roma Tor Vergata. Inne in cinque casi c’è un incremento: ma si tratta
esclusivamente di piccole istituzioni ad ordinamento speciale. Da un punto di
vista regionale, molto male l’Umbria (–16,5%) e il Lazio (–13,7%), mentre la
Toscana è nella media nazionale (–9,4%) e le Marche un po’ sopra, ma sempre
con una signicativa riduzione (–6,1%)
Del tutto diverso il quadro al Nord. Ci sono quattro atenei con riduzioni
piuttosto sensibili: a partire da Trieste (–17,9%), poi IUAV di Venezia, Geno-
va e Parma. In ben 13 casi vi è una riduzione inferiore alla media nazionale:
essi includono Padova (–5,5%), Bologna (–5,1%), Milano Statale (–5,4%) e
Politecnico (–2,6%), Torino (–4%). Inne ci sono sei università che vedono au-
mentare il proprio FFO in termini nominali: oltre alla SISSA, Insubria, Ca’ Fo-
scari, Milano-Bicocca; sensibile è l’aumento per Politecnico di Torino (+11,3%)
e Bergamo (+15,9%). Interessanti le dierenze regionali. Le variazioni sono
molto negative per Liguria (–13,3%) e Friuli Venezia Giulia (–10,8%); assai
più contenute per Emilia (–6,3%), Veneto (–3,9%) e Lombardia (–1,8%). Il
FFO per le università piemontesi invece si incrementa, seppur molto lievemente
(+0,6%).
Le nuove regole di nanziamento dell’università hanno quindi prodotto im-
portanti eetti allocativi, in un quadro in cui tutto il sistema appare fortemente
sottonanziato. La tendenza principale che si può scorgere è quella di concen-
trare in misura maggiore le limitate risorse disponibili in un limitato numero di
atenei, principalmente localizzato nelle quattro più grandi regioni del Nord. Il
sistema universitario della Sardegna e della Sicilia appare in crisi gravissima. Nel
Centro-Sud vi sono alcuni atenei di medio-piccola dimensione, per i quali la
riduzione delle risorse è stata più contenuta; ma ciò che rileva maggiormente è
che tutti i grandi atenei, dalla Toscana alla Calabria, hanno avuto una riduzione
del FFO molto sensibile. Al Nord è invece in corso una tendenza diversa, con
la tenuta del nanziamento per gli atenei di Piemonte, Lombardia, Emilia e
Veneto, incluse le università di maggiore dimensione, e con una forte riduzione
per le sedi più periferiche, a partire da Genova e Trieste. Si tratta di cambiamenti
profondi. Vigenti le attuali regole, tenderà a proseguire, e ad approfondirsi una
trasformazione strutturale del sistema universitario italiano.
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... The feeling is that the reform is still in its infancy and that its measures need fine tuning based on an unprejudiced assessment of both the positive and the negative results achieved thus far. For Banfi and Viesti (2017), the inefficiencies are consequences of the underfunding of university research and teaching. This is a problem that must be overcome throughout the country. ...
... For the base quota calculation, a highly discussed algorithm has been used (seeBanfi and Viesti, 2016; Cappelletti Montano, 2016). The irregular students who are over a year late in their Southern Italy decline much more than in the rest of the country(MIUR, 2016). ...
Article
Full-text available
In the last decade, the tertiary education system in Italy has shrinked and a larger heterogeneity has emerged among universities located in different areas of the country, with a strong concentration of increasingly scarce resources in a narrow and geographically concentrated number of institutions. The less developed areas, such as those in Southern Italy have been hit the most, in terms of enrolled students, academic staff, financial resources, courses offered.In this work we investigate these issues by adopting a cartographic approach. We highlight these polarizing dynamics, disentangling the possible causes. We focus, particularly, on the role of new regulatory policies and the funding mechanisms based on performance indicators as producers of inequalities.
... For Banfi and Viesti (2017) the inefficiencies are a consequence of the under-funding of university research and teaching throughout the country, which must be overcome. To sum up, the policy suggestions formulated by Carillo and Pastore (2017) to correct the perverse effects of polarisation of resources are as follows: a) evaluation of universities not on the basis of past performance, but on the basis of what has been done in the post-reform period, taking into account the different starting points; b) criteria which do not change continuously over time so as to allow planning of activities; c) assess universities on the basis of factors that depend on the universities themselves and not on the context in which they operate; d) definition of safeguard clauses to prevent excessive fluctuations in the distribution of funds; e) use of a larger number of the 22 indicators used by MIUR in the past and no use of indicators such as the VQR which was not conceived to measure quality, but to achieve minimum standards; f) taking into account the quality of teaching and research, since the former has an important impact on skills training, which is one of the main aims of universities. ...
Preprint
Full-text available
The Italian economy performs well below the EU average. The reason is a dramatic and persistent low rate of investment, always invoked but never supported by national and supra-national institutions. However, investment to increase the quantity and quality of human capital is key to boost economic growth and cannot be achieved without adequate financial resources. At the same time, the educational system needs to relaunch university reforms (including the Gelmini and 3+2 reforms) which have been unsuccessful so far because they were poorly implemented. Last but not least, more and better ties between the educational system and the labor market should be developed as soon as possible.
Article
Full-text available
Based on the findings of the Magna Charta Universitatum established during the Conference held in Budapest and Vienna on 11 and 12 March 2010, with a view to the creation of a European Higher Education Area (EHEA-European Higher Education Area) and as also provided in the Bologna Declaration (1999), that of education represents the highest value to influence the future of humanity, university autonomy, the indissolubility between teaching and research, the freedom of teaching. In the first decade of 2000 the Italian university has been invested by several measures aimed to introduce major changes in our higher education system. In the light of these principles and in accordance with the most recent rules, the aim of this article is to define a link between the degree courses currently present in the Italian higher education system and those defined at the legislative level and define guidelines and future perspectives.
Chapter
The reforms of the Italian universities implemented during this period were characterized by two unique features that were to condition their outcome. On the one hand, a favourable policy window made it possible to reform the university curricula, following the Bologna Declaration, of which Italy had been one of the promoters. On the other hand, the implementation of that reform suffered significant shortcomings and raised the perception of ineffectiveness and inefficiency. Consequently, governments started to include a number of restrictions on the universities’ autonomy, and to establish standards which the universities were called upon to conform to, while reintroducing a logic of centralized bureaucratic control. Moreover, the universities’ behaviour contributed towards creating mistrust in the academic world, which was to be of key importance as a basis for subsequent legislative measures.
Article
Full-text available
We develop a new dataset using UNESCO source materials on the location of nearly 15,000 universities in about 1,500 regions across 78 countries, some dating back to the 11th Century. We estimate fixed effects models at the sub-national level between 1950 and 2010 and find that increases in the number of universities are positively associated with future growth of GDP per capita (and this relationship is robust to controlling for a host of observables, as well as unobserved regional trends). Our estimates imply that a 10% increase in a region's number of universities per capita is associated with 0.4% higher future GDP per capita in that region. Furthermore, there appear to be positive spillover effects from universities to geographically close neighbouring regions. We show that the relationship between GDP per capita and universities is not simply driven by the direct expenditures of the university, its staff and students. Part of the effect of universities on growth is mediated through an increased supply of human capital and greater innovation. Furthermore, we find that within countries, higher historical university presence is associated with stronger pro-democratic attitudes.
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p>Performance-based funding of universities is often perceived as a useful tool by policy makers, both to increase the transparency of public spending by linking it to measurable indicators, as well as to incentivize and reward the achievement of certain policy goals. However, the analysis reveals that the expectations towards performance-based funding are often too high and that it should be used with caution due to the various effects that are difficult to control. </p
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Il presente lavoro ha l’obiettivo di analizzare le decisioni e le regole che hanno determinato tanto l’ammontare del finanziamento del sistema universitario nazionale quanto i criteri di allocazione fra le singole sedi universitarie; nell’ultimo ventennio, ma con un’attenzione particolare agli anni successivi al 2008, anni nei quali si sono registrati notevoli cambiamenti. Al tempo stesso si intende valutare – almeno in parte - l’impatto di queste regole. In particolare si cercherà di discutere se e in che misura tali regole rispondano effettivamente a criteri che premiano il “merito” dei soggetti coinvolti e quanto siano in grado di soddisfare il notevole “bisogno” di istruzione terziaria nel nostro paese.
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In this article, I critically examine calls for reform of public higher education. I construct a counter-intuitive alliance between the conservatism of twentieth-century philosopher Michael Oakeshott and the more recent thinking associated with post-structuralism. It is argued that in Oakeshott and post-structuralism, we find a similar critique of the idea behind these reforms as imposing instrumental or productivist values on higher education. What is produced is a type of person organized to produce more and to demand of herself greater production. This critique is associated with a broader criticism of liberalism found both in Oakeshott and post-structuralism that the liberal order produces a normalized and docile individuality. Conversely, it is argued that theories of higher education in Oakeshott and post-structuralism inform a broader positive idea of individuality, enacted in a “style,” having intrinsic worth, and never reducible to any finished form.
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A college education has long been acknowledged as essential for both personal success and economic growth. But the measurable value of its nonmonetary benefits has until now been poorly understood. Walter W. McMahon, a leading education economist, carefully describes these benefits and suggests that higher education accrues significant social and private benefits. McMahon's research uncovers a major skill deficit in the United States and other OECD countries owing to technical change and globalization. Yet a college degree brings better job opportunities, higher earnings, and even improved health. Higher education also promotes democracy and sustainable growth and contributes to reduced crime and lower state welfare and prison costs. These social benefits are substantial in relation to the costs of a college education. Offering a human capital perspective on these and other higher education policy issues, McMahon suggests that poor understanding of the value of nonmarket benefits leads to private underinvestment. He offers policy options that can enable state and federal governments to increase investment in higher education.
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We analyse how the labour market implicitly evaluates Italy's higher education system by estimating differences in employment and earnings across universities. We use our estimates to produce three rankings of universities based, respectively, on employment, earnings and employment-weighted earnings. By controlling for a large set of covariates, we isolate each university effect on employment and earnings from additional components influencing graduates' labour market outcomes, namely the university's field of specialization, the graduates' observable characteristics and their local labour markets. To account for the latter, we include graduates' employment rate in the region of residence among the covariates but we instrument it with prior residence in order to correct for endogenous sorting. We discuss pros and cons of our methodology and compare our results with other available university rankings.
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The growth of technological and scientific knowledge in the past two centuries has been the overriding dynamic element in the economic and social history of the world. Its result is now often called the knowledge economy. But what are the historical origins of this revolution and what have been its mechanisms? In The Gifts of Athena, Joel Mokyr constructs an original framework to analyze the concept of "useful" knowledge. He argues that the growth explosion in the modern West in the past two centuries was driven not just by the appearance of new technological ideas but also by the improved access to these ideas in society at large--as made possible by social networks comprising universities, publishers, professional sciences, and kindred institutions. Through a wealth of historical evidence set in clear and lively prose, he shows that changes in the intellectual and social environment and the institutional background in which knowledge was generated and disseminated brought about the Industrial Revolution, followed by sustained economic growth and continuing technological change. Mokyr draws a link between intellectual forces such as the European enlightenment and subsequent economic changes of the nineteenth century, and follows their development into the twentieth century. He further explores some of the key implications of the knowledge revolution. Among these is the rise and fall of the "factory system" as an organizing principle of modern economic organization. He analyzes the impact of this revolution on information technology and communications as well as on the public's state of health and the structure of households. By examining the social and political roots of resistance to new knowledge, Mokyr also links growth in knowledge to political economy and connects the economic history of technology to the New Institutional Economics. The Gifts of Athena provides crucial insights into a matter of fundamental concern to a range of disciplines including economics, economic history, political economy, the history of technology, and the history of science.
«Research Evaluation: Improvisation or Science?
  • G Abramo
  • C Angelo
Abramo, G. e D'Angelo, C. (2014), «Research Evaluation: Improvisation or Science?», in L. Engwall, W. Blockmans e D. Weaire (eds.), Bibliometrics Use and Abuse in the Review of Research Performance, London, Portland Press, 55-63.
«Reclutamento: la classifica dei migliori atenei? La decide l'arbitro M… inistro
  • Cappelletti Montano
Cappelletti Montano, B. (2015), «Reclutamento: la classifica dei migliori atenei? La decide l'arbitro M… inistro», 2 settembre, http://www.roars.it.
What Are Universities for?
  • S Collini
Collini, S. (2012), What Are Universities for?, London, Penguin.