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Historical notes and current practice of "wedge form" implants used in implant prosthetic rehabilitation of edentulous atrophic jaws.

Authors:
  • Private Clinic Milan Italy

Abstract

The severe atrophies of the edentulous jaws require surgical bone restorations where to place root form implants of adequate diameter so as to achieve fixed, functionally and temporally valid prosthetic rehabilitations. In past years, in the presence of atrophic crests, “wedge form” (blade) implants have been found to be effective in consideration of their reduced thickness compatible with the one of edentulous ridges. Currently this technique has found new consents thanks to the use of the ultrasonic piezoelectric scalpel that makes the osteotomy easier.
Elementi storici e pratica attuale
di impianti “wedge form” per la
riabilitazione implantoprotesica
delle edentulie in mascellari
atrofici
Historical notes and current practice of “wedge form
implants used in implant prosthetic rehabilitation of
edentulous atrophic jaws
dott.marcopasqualini@gmail.com
24 OTTOBRE 2 019 XXX 08
CAS0 CLINICO
Marco E. Pasqualini*
Franco Rossi*
Luca Dal Carlo*
Pierangelo Manenti*
Domenico Colombo*
Michael Shulman**
Benedetta Manenti*
Giulia Pasqualini*
Zeno D al Car lo***
Giorgio Co mo la****
*
Odontoiatra libero
professionista
**
School of Oral Health -
Kingston, Jamaica, Private
practice, Clifton, NJ USA
***
Studente Odontoiatria UIC
Barcellona
****
DDS Università Alfonso X
El Sabio Madrid
SCOPO DEL LAVORO
Le gravi atrofie dei mascellari edentuli necessit ano di interventi
chirurgici ricostruttivi al fine di rendere possibile l’inserzione di
impianti root form di diametri adeguati per la realizzazione di
riabilitazioni protesiche fisse, funzionalmente e temporalmen-
te valide. Negli anni passati, in presenza di creste atrofiche,
hanno trovato fattivo utilizzo impianti “wedge form” (a lama) in
considerazione dei loro ridotti spessori compatibili con quelli
esigui delle creste edentule. Attualmente, tale tecnica ha ritro-
vato nuovi consensi grazie all’utilizzo del bisturi piezoelettrico
ad ultrasuoni che rende più agevole l’osteotomia.
MATERIALI E METODI
Il procedimento chirurgico classico prevede la preparazione
del solco osteotomico con fresa “a fessura” 700XL montata
su turbina sotto raffreddamento con soluzione fisiologica.
Oggigiorno, la breccia chirurgica può essere realizzata con
il bisturi piezoelettrico ad ultrasuoni. Il solco chirurgico deve
avere i seguenti requisiti:
1) una lunghezza pari o leggermente maggiore alla lunghezza
mesio-distale dell’impianto selezionato;
2) una larghezza, in senso vestibolo linguale, lievemente
inferiore alla larghezza del bordo superiore dell’impianto
scelto, così da inserirlo passivamente nel solco solo per
qualche millimetro;
3) dopo l’inserimento a percussione (press-fit), si ottiene
una stabilità primaria immediata;
4) la profondità deve essere almeno pari all’altezza della
lama misurata dal suo margine inferiore fino alla base del
moncone protesico avvitabile;
5) la spalla dell’impianto deve affondare di almeno 2 mm al
di sotto del margine della cresta ossea. La sovrastante
mucosa va suturata con punti staccati.
RISULTATI E CONCLUSIONI
Vengono presentati 4 casi. Primo caso: ponte inferiore destro
(1998) con follow up di 21 anni. Secondo caso: monoedentu-
lia del 24 con grave atrofia ossea (1988) con follow up di 25
anni. Terzo caso: full arch inferiore su impianti con due lame
distali 36,46 (1987) con follow up di 31 anni. Quarto caso:
due ponti mandibolari con lame in posizione 37,47 (2010) con
follow up di 9 anni. Per l’inserzione delle lame nei primi tre
casi è stata utilizzata la tecnica classica, nel quar to caso il
piezobisturi.
Tenuto conto di quanto sopra, la tecnica descritta può essere
considerata di successo ed af fidabilità in tutti quei casi clinici
dove si vogliono evitare inter venti di chirurgia ossea di incre-
mento volumetrico.
Le gravi atrofie dei mascellari edentuli necessi-
tano di interventi chirurgici ricostruttivi al fi-
ne di rendere possibile l’inserzione di impian-
ti root form di diametri adeguati per la realizzazione
di riabilitazioni protesiche fisse, funzionalmente e
temporalmente valide.
Chirurgia piezoelettrica,
impianto a lama, atrofia
posteriore mandibolare,
nervo alveolare inferiore
Piezo surgery; wedge
form implant; posterior
mandibular atrophy;
Inferior alveolar nerve
CASO CLINICO
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Le tecniche di incremento osseo (GBR, split-
crest e innesto) che rappresentano, attual-
mente, l’opzione terapeutica più proposta
dagli operatori sanitari, spesso, però, non
vengono accettate dai pazienti per gli impor-
tanti costi biologici, economici e per la dila-
tazione dei tempi di intervento e guarigione.
Negli anni passati, in presenza di creste atro-
fiche, hanno trovato fattivo utilizzo impianti
“wedge form” (a lama) in considerazione dei
loro ridotti spessori compatibili con gli esi-
gui diametri trasversi delle creste edentule.
L’utilizzo di tale tipo di impianto risale ai
lontani anni sessanta, quando, per la pri-
ma volta, ne fu proposto l’uso da Leonard I.
Linkow. Da allora, a seguito di uno specifi-
co percorso di formazione, la loro applicazio-
ne si è diffusa in tutto il mondo. Linkow di-
mostrò con interventi eseguiti in pubblico (1)
che, nelle creste ossee sottili, il mantenimen-
to dell’integrità delle corticali permette il ca-
rico immediato.
In Italia, un’importante rielaborazione tecni-
ca dell’impianto a lama fu proposta da Ugo
Pasqualini.
Attualmente, tale tecnica ha suscitato rin-
novato interesse grazie all’utilizzo di nuo-
vi strumenti chirurgici, tra cui i martelletti
pneumatici e meccanici ed il bisturi piezoe-
lettrico ad ultrasuoni, che semplifica la rea-
lizzazione dell’osteotomia.
Gli impianti a lama (wedge concept, profilo
cuneiforme) e plate form (2) rientrano nelle
innovazioni implanto-protesiche degli anni
’60 e, per un certo periodo, hanno rappresen-
tato l’impianto endosseo di maggiore utiliz-
zo. (fi g.1)
Furono presentati alla comunità scientifica
internazionale da Leonard Linkow nel 1968,
che già nei primi anni cinquanta ne propo-
neva l’utilizzo (3-6), previa realizzazione di
un’osteotomia longitudinale sulla cresta os-
sea edentula che necessitava di riabilitazione
funzionale. In particolare, l’intervento preve-
deva l’apertura di un lembo a tutto spesso-
re tale da consentire la completa scheletriz-
zazione della parte superficiale della cresta
sulla quale, poi, veniva praticato un solco
sagittale, su misura, per alloggiare la parte
sommersa della lama. Secondo le sue linee
guida (7), i solchi vanno preparati con frese
a fessura, montate su trapano ad alta velocità
e sotto abbondante raffreddamento. Quindi,
la lama viene appoggiata con la parte basale
all’interno del solco e fatta affondare con uno
apposito battente tramite un martelletto chi-
rurgico (tecnica press-fit). In tal modo si ot-
tiene l’approfondimento del dorso della lama
stessa di circa 2 millimetri al di sotto del bor-
do osseo, così da garantire la completa rico-
pertura da parte del tessuto osseo riparativo.
Una volta allocata la lama all’interno della
compatta ossea, ciò che emerge da questa e
dalla relativa mucosa di copertura è il mon-
cone protesico.
La presenza di tale moncone emergente espo-
sto, si è visto, nel tempo, essere causa di in-
completa osteointegrazione per la continua
azione di disturbo della lingua durante le fa-
si della deglutizione durante il periodo dell’o-
steogenesi riparativa (8).
Per ovviare a tale situazione, nel 1972 Ugo
Pasqualini realizzò una modifica della la-
ma e, in particolare, dell’emergente monco-
Fig. 1 Alcune delle molteplici morfologie della lama wedge
form di Linkow.
Fig. 2 Il disegno
originale e la metodica
del moncone avvitabile
della lama wedge form
di Pasqualini.
CASO CLINICO
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ne protesico, facendolo realizzare di ridotta
altezza e filettato (9). (fig. 2)
Ciò consentì di ovviare a quei micromovi-
menti sostenuti dalla lingua, causa di alcu-
ni fallimenti. Tali fallimenti sostanzialmen-
te erano dovuti ai micromovimenti (superiori
a 150 micron) prodotti dalla lingua (10, 11).
Altra problematica riscontrata era la rara
frattura da fatica del collo della lama (11, 12),
responsabile di fallimenti tardivi della riabi-
litazione implantoprotesica. Attualmente il
possibile insuccesso è stato superato poten-
ziando la resistenza del collo stesso. (fig. 3)
Gli impianti a lama possono presentare la
versione emergente, semi-sommersa e som-
mersa (13).
In merito alla preparazione del letto osseo, la
metodica originale richiede una particolare
abilità chirurgica. L’utilizzo del bisturi piezo-
elettrico ad ultrasuoni ha semplificato la tec-
nica di preparazione del solco di inserimento
aumentando, nel contempo, nelle zone parti-
colarmente critiche, la sicurezza di non lede-
re i tessuti molli in profondità e, nello specifi-
co, la componente vascolo-nervosa (14).
Da quanto sopra si evidenzia, l’impianto a la-
ma, dato l’esiguo spessore, trova elettiva ap-
plicazione nelle creste edentule atrofiche e
sfrutta gli ancoraggi dati dalle corticali con-
tigue laterali che garantiscono la stabilità
primaria, facilitando l’osteointegrazione (15,
16). Dal punto di vista istologico, il compor-
tamento del tessuto osseo includente la la-
ma nelle sue varie morfologie è lo stesso di
quello di tutti gli impianti endoossei in tita-
nio (16-19). (fig. 4)
Nonostante ciò, ancor oggi, solo pochi opera-
tori usano l’impianto a lama e, cosa che an-
cora più fa riflettere, è che tale tecnica sia
poco studiata e per nulla insegnata da gran
parte del mondo accademico, più indirizza-
to, invece, verso soluzioni rigenerative del
tessuto osseo per l’inserimento di impianti
root-form.
MATERIALI E METODI
Salvo casi eccezionali, la tecnica di inserzio-
ne di un impianto a lama richiede l’anestesia
locale, che è più che sufficiente a garantire il
confort utile ad eseguire l’intervento.
Può essere eseguita sia iniettando una dose
ridotta di articaina con adrenalina 1:100.000,
vestibolarmente e lingualmente alla cresta
ossea. È anche possibile eseguire un’aneste-
sia intraligamentosa lungo tutto il tratto api-
cale della cresta edentula stessa.
Questo tipo di anestesia, consentendo di
mantenere la sensibilità del tronco del nervo
alveolare inferiore, garantisce la conserva-
zione da parte del paziente di una sufficien-
te sensibilità, tale da permettere la verifica
continua, durante l’intervento, dell’avvicina-
mento alla struttura vascolo-nervosa.
Fig. 3 Frattura da fatica del collo della lama per decementazione della protesi.
Si osservi il moncone fratturato e la completa integrità del tessuto osseo includente.
Fig. 4 Block-section di lame. In alt: visione
macroscopica. In basso: prima figura a sinistra,
sezione istologica nella quale è visibile la zona
circolare corrispondente a un braccio della lama
in cui si dimostra la completa osteointegrazione
senza interposizione di tessuto fibroso. Blu di
toluidina 15X. In basso a destra dettaglio degli
straordinari lavori istologici osso-impianto
eseguiti dal Prof. Karl Donath in cui l'osso
perimplantare appare come una massa compatta
e ben mineralizzata.
CASO CLINICO
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Una volta eseguita l’anestesia viene scolla-
to un lembo muco periosteo a tutto spessore:
questo va eseguito in cresta senza la creazio-
ne di svincoli laterali per non sottrarre nutri-
mento all’osso già di per sé di ridotto spesso-
re e, quindi, atrofico.
Il procedimento chirurgico classico prevede
la preparazione del solco osteotomico con fre-
sa “a fessura” montata su turbina sotto raf-
freddamento con soluzione fisiologica. I sol-
chi vengono realizzati per una profondità
pari a garantire l’inglobamento di tutta la
porzione endoossea della lama che viene al-
loggiata in profondità con la citata tecnica
press-fit.
Dopo un periodo di almeno 3 mesi, ad oste-
ointegrazione completata, si rimuovono le
cappette di guarigione, si posizionano i mon-
coni (gli abutment) definitivi e si procede al-
la protesizzazione.
In alcuni casi, quando non è possibile colle-
gare la lama con altro impianto, la riabilita-
zione protesica fissa può essere realizzata
con un elemento naturale come pilastro por-
tante (11).
Come precedentemente riportato, oggigior-
no, la breccia chirurgica può essere realizza-
ta con il bisturi piezoelettrico ad ultrasuoni
con montata una fresa di metallo “a punta se-
ghettata a 5 denti” (tipo ES071).
Il solco chirurgico deve avere i seguenti re-
quisiti: una lunghezza pari o leggermen-
te maggiore alla lunghezza mesio-distale
dell’impianto selezionato; una larghezza, in
senso vestibolo linguale, lievemente inferio-
re alla larghezza del bordo inferiore dell’im-
pianto scelto, così da rendere impossibile
l’inserimento passivo dello stesso nel solco se
non per qualche millimetro, in modo che, do-
po l’inserimento a percussione (press-fit), si
ottenga una stabilità primaria immediata; la
profondità deve essere almeno pari all’altez-
za della lama misurata dal suo margine in-
feriore fino alla base del moncone protesico
avvitabile.
La spalla dell’impianto deve affondare di al-
meno 2 mm al di sotto del margine della cre-
sta ossea. La sovrastante mucosa va suturata
con punti staccati.
L’utilizzo del bisturi piezoelettrico ha reso
più fruibile l’esecuzione dell’osteotomia, pas-
saggio tecnico che ha sempre costituito un
ostacolo per i meno esperti.
Anche in considerazione della “riscoperta”
delle lame e di un loro “ripristino in uso” nel-
la pratica clinica routinaria ad opera di di-
versi autori, la Food and Drug Administra-
tion (FDA) ha riqualificato l’impianto a lama
portando il rischio chirurgico dal grado 3 al
grado 2 alla stregua di tutti gli altri impianti
normalmente utilizzati (20).
CASISTICA CLINICA
Primo caso
Paziente di sesso femminile, razza caucasi-
ca, anni 51, con edentulia del settore mola-
re mandibolare di destra. Dopo l’inserimento
della lama con tecnica classica e la succes-
siva osteointegrazione, il caso è stato risolto
con una protesi fissa “a ponte” in metallo ce-
ramica ancorato ad un elemento naturale de-
vitalizzato (anno 1998).
Allo stato attuale la paziente presenta lo stes-
so dispositivo protesico funzionalmente vali-
do in assenza di patologie a carico di tessuti
molli ed osseo. (fig. 5)
Secondo caso
Giovane paziente di sesso maschile, razza
caucasica, anni 19, con monoedentulia iatro-
gena del primo premolare superiore sinistro
risolta nell’anno 1988 con inserzione di un
impianto a lama. In questo caso si è utilizza-
to un impianto a lama perché questo è parti-
colarmente adatto a sopportare forze vestibo-
larizzanti, sia perché la sua superficie piatta
distribuisce le forze su una maggiore area di
tessuto osseo, sia perché può essere inserito
con un’inclinazione in senso palatale mino-
re rispetto a quella di un impianto di spesso-
re maggiore.
Al 2013 (ultimo check up), non si sono evi-
denziati segni di infiammazione dei tessuti
Fig. 5 Il solco chirurgico e la lama inserita correttamente nella zona edentula e atrofica della mandibola dopo fallimento di innesto con osso autologo e la
radiografia a caso ultimato 1998. Il ponte in metallo ceramica ed il controllo radiografico dopo 21 anni di funzione 2019.
Fig. 6 La grave atrofia post estrattiva: il solco chirurgico e la lama inserita con il moncone preprotesico
avvitato nel 1988.
CASO CLINICO
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ti due impianti a lama nei settori distali della
mandibola. (fig. 10, 11)
DISCUSSIONE E CONCLUSIONI
L’impianto a lama cronologicamente fa par-
te delle novità implantoprotesiche della fi-
ne degli anni ‘60. Il suo utilizzo ebbe il suo
massimo sviluppo nel decennio successi-
vo durante il quale fu modificato e migliora-
to assumendo per un certo periodo il ruolo
dell’impianto più diffuso nel mondo. In se-
guito all’avvento degli impianti root form,
l’utilizzo delle lame è andato in progressivo
disuso. Solo pochi operatori, anche in consi-
derazione delle richieste competenze chirur-
giche elevate, hanno mantenuto l’uso di que-
sta tecnica, riservandone l’elettivo utilizzo
alle zone atrofiche edentule dei settori dista-
li della mandibola e, talvolta, anche ai setto-
ri con grave deficit di spessore osseo del ma-
scellare superiore.
La tecnica chirurgica classica costituisce la
base operativa per questo tipo di impianti,
anche se necessita di particolare perizia per
evitare eventuali errori, specie nella fase di
preparazione del letto implantare e di inser-
zione del dispositivo.
Per i colleghi che iniziano ad inserire le la-
me, le difficoltà operative sono diminuite con
molli e particolari problematiche di tipo este-
tico. (fig. 6-8)
Terzo caso
Paziente di sesso maschile, razza caucasica,
anni 40, con lame inserite nel 1987 nei setto-
ri distali della mandibola e viti di scuola ita-
liana, bicorticali, nei settori frontali. Il con-
trollo eseguito nel 2018 non mostra segni di
sofferenza ossea. (fig. 9)
Quarto caso
Paziente di sesso femminile, razza caucasi-
ca, anni 48, con edentulia multipla. Nel 2010,
con tecnica piezoelettrica, sono stati inseri-
Fig. 7 Il moncone preprotesico rimosso e la radiografia dell'impianto in sede.
Fig. 8 La corona in metalloceramica ed il controllo radiografico a distanza di 25 anni (2013).
Fig. 9 L'edentulia totale di una mandibola risolta
con due lame di Pasqualini e 6 viti bicorticali
di scuola italiana elettrosaldate (1987-2018).
Dopo 31 anni di funzione si nota un modesto
riassorbimento mucoso nel settore frontale
pur nell’ottima tenuta del tessuto osseo (foto
inferiori).
CASO CLINICO
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OTTOBRE 2 019 XXX 08
AIM OF THE WORK
The severe atrophies of the edentulous jaws requi-
re surgical bone restorations where to place root
form implants of adequate diameter so as to achie-
ve fixed, functionally and temporally valid prosthe-
tic rehabilitations. In past years, in the presence of
atrophic crests, “wedge form” (blade) implants have
been found to be effective in consideration of their
reduced thickness compatible with the one of eden-
tulous ridges. Currently this technique has found new
consents thanks to the use of the ultrasonic piezoe-
lectric scalpel that makes the osteotomy easier.
MATERIALS AND METHODS
The classical surgical procedure involves the pre-
paration of the osteotomic groove by a 700XL fis-
sure bur mounted on a turbine under cooling with
physiological solution. Nowadays the surgical inci-
sion can be realized with the piezoelectric ultrasonic
scalpel. The surgical groove must have the following
requirements:
1) a length equal to or slightly greater than the me-
sial-distal length of the selected implant;
2) a lingual-buccal width slightly less than the wi-
dth of the upper edge of the chosen implant, so
as to passively place it in the groove for a few
millimeters;
3) after percussion insertion (press-fit), immediate
primary stability is achieved;
4) the depth must be at least equal to the height of
the blade measured from its lower edge to the
base of the screw-retained prosthetic abutment;
5) the shoulder of the implant must sink at least
2 mm below the margin of the bone crest. The
overlying mucosa must be sutured with detached
points.
RESULTS AND CONCLUSIONS
4 cases are presented. First case: lower right bridge
(1998) with 21-years follow-up. Second case: single
tooth loss of 24 with severe bone atrophy (1988) wi-
th 25-years follow-up. Third case: lower full arch on
implants with two distal blades 36.46 (1987) with
31-years follow-up. Fourth case: two mandibular bri-
l’introduzione in campo chirurgico del bistu-
ri piezoelettrico, i cui vantaggi sono la minor
invasività, la facilità di tagli micrometrici e
selettivi, l’effetto cavitazione, la riduzione del
riscaldamento dei tessuti, l’estrema precisio-
ne e sicurezza con pieno rispetto dei tessuti
molli (in particolare il nervo alveolare infe-
riore); il tutto per garantire una buona visio-
ne del campo operatorio, una migliore toilet-
te chirurgica e, soprattutto, una maggiore
tranquillità lavorativa.
Il bisturi piezoelettrico è importante soprat-
tutto nelle prime fasi dell’esecuzione dell’o-
steotomia, le cui rifiniture possono essere
eseguite utilizzando frese multi-lame mon-
tate su turbotrapano, secondo la tecnica
classica.
Tenuto conto di quanto sopra, la tecnica de-
scritta può essere considerata di successo
ed affidabilità in tutti quei casi clinici dove
si vogliono evitare interventi di chirurgia os-
sea di incremento volumetrico.
Fig. 10 Atrofia mandibolare risolta con la chirurgia piezoelettrica e implantologia a lama (2010).
Fig. 11 L'aspetto della mucosa attorno al moncone preprotesico della lama di sinistra e il ponte definitivo in metalloceramica. L'OPT del caso a 9 anni.
CASO CLINICO
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ars follow-up. In the first three cases the classic te-
chnique was used for the insertion of the blades, as
well piezoelectric ultrasonic scalpel was in the four-
th case . Given the above, the described technique
can be considered successful and reliable in all tho-
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ne surgery is to be avoided
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Full-text available
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/books/NBK409628/ This book has been written to do justice to all those who contributed to the evolution of implant dentistry, from its origins to the present day. For every technique, we will provide useful information, also offering opinions, reservations and recommendations. We will begin with the history of the first implant attempts, reporting it - where possible - with the same words and enthusiasm of the authors who followed one another in this long journey toward progress. We will continue with detailed and analytical descriptions of all modern implant techniques, examining the causes of their success or failure from a comprehensive standpoint. We will also emphasize that those who are about to rehabilitate an edentulous region should have a full understanding of the underlying causes that led to the condition in the first place, since this is the only way to avoid repeating the same mistakes, which will endanger the ultimate success of the procedures. We are referring mainly to causes related to alteration of static or dynamic occlusion, pointing out that implantation is only the first stage of rehabilitation, which will be completed by prosthetic functionalization of the implants.
Article
Full-text available
The Origin of the Blade Implant The blade was originally designed due to the need for an implant for knife-edge and extremely shallow ridges, which presented problems for root-form implants and tripodal pins. Linkow1-5 recognized that the time had come to move completely from trying to duplicate or simulate the roots of teeth with implant designs. It is the very nature and morphology of natural teeth that, in time, they may have to be extracted because of periodontal conditions. The roots are lost at the expense of the labial and buccal plates of bone, seldom due to loss of the palatal or lingual bone. Nature made a mistake—it provided a maximum amount of bone on the lingual and palatal cortices, where it is not needed, and a minimum amount of bone flanking the teeth labially and buccally, where it is needed to resist lateral forces, anterior thrusts of the tongue, and premature contact of the teeth during lateral and eccentric movements of the mandible. When the teeth are lost, periodontal stimulation to the bone terminates, so it resorbs due to hypofunction. A venous, arterial, and capillary stasis takes place, causing swelling, engorgement, and edema of the blood vessels, which creates pressure to the bone beyond its physiologic capacity, causing resorption. How could one expect to reenter the severely resorbed edentulous ridge five or ten years after the teeth were lost with an implant resembling the root of a tooth when most of the depth and width of bone needed for support has been lost?
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Aim of the work. Implant's immobility alter insertion in bone tissue is necessary to reach the osseointegration in oral implantology, independently from loading times and the implant being submerged or not. The purpose of this work is to make professionals aware of the importance of the destabilizing action of the tongue. by proposing some solutions to improve the therapeutic safety. Materials and methods. From the analysis of the tongue functions and from clinical considerations obtained by the author's survey, it emerges that, during the oro-pharyngeal phase of swallowing, the tongue pushes with a oressure that may bring the implant to failure. Results and conclusions. Some ways to prevent the problems, deriving from the tongue's action ore: to use submerged implants, to sold the non-submerged implants together, to protect the implants with a temporary prosthesis and to apply the immediate loading.
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Aim :Severe atrophies of edentulous jaws require major reconstructive bone surgery in order to allow the placement of root-form implants with standard diameter. These bone augmentation techniques represent the best option reported in the literature, but they are often rejected by patients because of their high economic and biological costs in addition to the possibility of failure in the short and/or long term. In the maxilla regenerative methods (onlay, inlay, and distraction) have high success rates, whereas in the mandible, especially in the distal atrophic area, they are not so predictable. In such situations an alternative technique for fixed prosthethic rebilitation is the insertion of platform blade implants, which have their elective indication for atrophic bone ridges with reduced width, owing to their reduced thickness. The aim of this study is to assess the effectiveness of the use of piezoelectric ultrasonic handpieces, in order to simplify the placement of blade implants, making it safer and less traumatic than with conventional surgical procedures. Materials and methods: Platform blade implants are extension implant functionally and aesthetically reliable, even if they require a more difficult surgical technique compared with the one currently in use for screw implants. A minimally invasive procedure by means of piezosurgery that was performed on 142 subjects is presented and a case is reported which highlights the successful results. Results: and conclusion The use of piezoelectric ultrasonic handpieces simplifies the surgical procedure for the placement of blade implant, making it safer and less traumatic.
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This paper deals with the treatment of an atrophied toothless mandible with a fixing bridge carried by two nonstandard implant systems. Four bicortical screws were implanted into the frontal part of the mandible and one implant on each side was placed into the distal area of the mandible as a support for a fixing bridge. During the years 2002 - 2007 the authors placed a total of 256 bicortical screw and 84 blade implants. During this period only four bicortical screws and one blade implant failed. The primary and secondary surgical success rate was therefore above 98%, while the prosthetic success rate was 100%. (Bridges which had to be re-fabricated due to implant failure were not taken into account.) This approach is recommended as a highly successful and affordable option for a wide range of patients.