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Blu, l'artigiano che deindustrializza i desideri

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Abstract and Figures

Blu genera un doppio movimento, verso l’alto con le sue sole forze per far toccare all’impresa della pittura altezze vertiginose e allo stesso tempo verso il basso, portando il suo lavoro nel tempo mai opportuno degli ultimi e dei bisognosi.
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Antonelli, S. Blu, l’artigiano che deindustrializza i desideri, 2018
Blu, l’artigiano che deindustrializza i desideri!
di Stefano Antonelli!
19/07/2018!
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Da tre mesi Blu sta lavorando a questo spettacolare dipinto murale a Roma. Lo sta
realizzando appeso a delle corde in forma delle tutto autonoma e indipendente.
E si rimane sbalorditi dalla visione di cosa può fare un uomo solo.
L’edificio si trova al centro di un quartiere popolare di Roma Est, è sede di un’occupazione
abitativa di lungo corso, fa sorridere il pensiero che l’edificio è stato a lungo la sede del
commissariato di quartiere.
Da tempo l’artista di Senigallia ha scelto di collocare i suoi lavori a presidio di istanze
sociali, di non operare nel mercato e di disappartenere al mondo e al sistema dell’arte, al
punto che il suo agire è oramai ascrivibile esclusivamente al politico. !
Blu si interessa a luoghi non amministrati, ne riflette la componente emotiva, ne intercetta
e interessa la medialità delle superfici per innescare processi di deflazione
dell’immaginario. È critico, curatore, artista, filosofo e scalatore. È anche un Dio dell’arte e
io ho assistito alla sua nascita al Pac di Milano un paio di anni fa, ma questa è un’altra
storia.
Blu è l’artista italiano più importante del nostro tempo, un inventore e esploratore di libertà,
indipendenza e possibilità, in un ambito - quello artistico contemporaneo - dove il
paradigma dominante è l’impossibilita del nuovo, l’autocondanna alla ricorsività e quando
si parla di arte, per nuovo si intende sempre e solo una cosa: uno spazio di libertà.
Per Hannah Arendt (1958), la libertà si esprime come la capacita di dar vita a qualcosa di
nuovo che, senza un gesto umano, non inizierebbe mai. La Arendt si riferisce a quel gesto,
quell’azione, quel fare capace di rompere la routine di un mondo solo amministrato, quel
gesto capace di introdurre qualcosa di imprevisto. Blu è autore di molti gesti arendtiani,
primo fra tutti: mettere il pennello su un’asta. Potrà sembrarvi banale oggi, ma è stato lui il
primo a sistematizzare questa pratica nella pittura contemporanea.
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In questa opera, ancora incompiuta per via della pausa caldo che si è preso l’artista, Blu
sembra voler proporre una lettura simbolica della civiltà occidentale abbandonando le
strutture a cui si è dedicato a lungo e mettendo al centro il soggetto. Per descrivere la
civiltà occidentale usa solo tre colori: bianco, nero e oro. Il lavoro mostra un impianto
classico già sperimentato sulla facciata dell’Ex Cinodromo di Roma, sede del centro
sociale Acrobax. In questa rappresentazione le due grandi pareti laterali dell’edificio
razionalista ospitano due nicchie, in quella di sinistra una Venere di Milo nella solita forma,
indossa una Chanel 2.55, cinta Gucci, buste di Versace, Gucci, Prada e Louis Vuitton. Al
collo una collana d’oro bella ed elegante non griffata ma evidentemente costosa. Ai piedi
un barboncino taglio leoncino con collare e guinzaglio in catena d'oro "en pendant" con la
catena della borsa Chanel. A destra la nicchia ospita un David di Michelangelo che invece
è leggermente sovrappeso, catenone con crocifisso al collo, osserva un iPhone 8 con
custodia. Orologio e anello d'oro, tiene in mano una generica bottiglia di birra. Ai piedi la
sentenza più grave: le Hogan. Il David parrebbe farsi un selfie, é una critica sul costume?
Antonelli, S. Blu, l’artigiano che deindustrializza i desideri, 2018
No, il selfie ci parla di sorveglianza, è il carattere pervasivo che ha assunto la sorveglianza
nei sistemi democratici che ha dato luogo a questo fenomeno ossessivo e patologico di
auto-osservazione. La mano che per Michelangelo brandisce un’arma, per Blu brandisce
uno smartphone. Simbolismo della condizione, soggetti re-informati da oggetti.
I due elementi principali della composizione sono due immagini simbolo della cultura
occidentale e della sua continuità con la cultura classica. La venere è una statua attribuita
ad Alessandro d’Antiochia che si trova al Louvre. Venne ritrovata da un contadino nell’isola
di Milo in Grecia nel 1820, sequestrata dai turchi e comprata dai francesi per il Louvre, il
grande laboratorio dove è stata sintetizzata la superiorità culturale occidentale. È un
simbolo di bellezza greca, dove “bello” voleva dire “buono”. Il David invece si trova a
Firenze, scolpito da Michelangelo Buonarroti su commissione della Repubblica Fiorentina
quando i Medici furono cacciati da Firenze. Il David di Michelangelo non è un’opera per
celebrare la bellezza - la bellezza in Michelangelo è uno strumento di seduzione dello
sguardo - il David del Buonarroti è un protester, è un giovane con una fionda in una mano
e un proiettile nell’altra, come i ragazzi di Gaza. Il David di Michelangelo è un giovane
armato per difendere la res publica, quello di Blu per difendere se stesso. Il primo David
proietta l’esteriorità del corpo sul nemico, il secondo proietta l’interiorità degli oggetti sul
suo stesso corpo, indicandoci così chi è il nemico. L’artista sostituisce il proiettile nella
mano destra con una bottiglia di birra e la fionda nella mano sinistra con il dispositivo di
sorveglianza del potere.
E Michelangelo è in risonanza con Blu perché è con Michelangelo che l’artista diventa
quello che conosciamo oggi, una “star” popolare, un essere superiore agli uomini proprio
come il divino Blu che star popolare è, proprio in forza al suo talento e ancor di più in forza
alla sua volontà di sottrarsi a questo status usando la contemporaneità con un paradigma
culinario: q.b., quanto basta, e su questo ritaglio di necessità dispiegando le sue geometrie
del pensiero. Ma questi sono tempi complessi, nel progetto incompiuto della modernità
vige la regola - allo stesso tempo etica ed estetica - del paradosso e della contraddizione e
in questi casi per cercare la verità occorre intercettare il suo opposto o la sua hyperbolé, il
suo eccesso. In questa prospettiva Blu genera un doppio movimento, verso l’alto con le
sue sole forze per far toccare all’impresa della pittura altezze vertiginose e allo stesso
tempo verso il basso, portando il suo lavoro nel tempo mai opportuno degli ultimi e dei
bisognosi.
Nel selezionare queste immagini Blu opera una scelta precisa sulla quale costruisce un
détournement manipolandone le forme a aggiungendo elementi, oppure, come direbbe
Nicolas Bourriaud (2002), operando una post-produzione, creando un oggetto informato
da un altro oggetto. Tuttavia il risultato non è nuovo, artisti come Banksy con la sua Happy
shopper (2009) oppure Ozmo con il suo San Sebastiano (2014) hanno lavorato sulla
stessa idea e dunque l’immagine potrebbe apparire semplice o anche banale o
semplicemente già vista. Attenzione però, perché il punto è proprio questo. Come ci
suggerisce Boris Groys «il pubblico oggi trae le sue nozioni sull’arte dalla pubblicità, dai
video di MTV, dai videogiochi e dai film hollywoodiani» (Groys, 2012, p. 24). Per Groys
inoltre, «la crescente estetizzazione della politica offre allo stesso tempo la possibilità di
analizzare e criticare le performance politiche in termini artistici» (Ivi p. 23), ovvero la
politica guidata dai media opera, in definitiva, nel campo dell’arte. Con quale mezzo opera
dunque la politica oggi? Con le immagini. E chi le produce? L’industria culturale. Già
Adorno e Horkeimer (1947) ci avevano informato del problema, nella Dialettica
Antonelli, S. Blu, l’artigiano che deindustrializza i desideri, 2018
dell’illuminismo (ivi) ci mettono in guardia da quell’industria che avrebbe ridotto la cultura
in merce.
A questo sembra opporsi l’intera opera di questo artista, ridurre la cultura in merce.
L’industria culturale è un enorme Transformer che genera inflazione dell’immaginario
attraverso un flusso continuo di immagini artificiali in diretta competizione con la
produzione di immagini artigianali prodotte degli artisti, gli ultimi artigiani del presente. Se
oggi la vita associata è in fin dei conti uno stato per soddisfare i bisogni, un’industria per
fabbricare desideri e un mercato per soddisfarli, Blu sembra lavorare per deindustrializzare
desideri, illusioni, sogni, e futuro. Si rintracciano queste istanze dell’agire di Blu, elaborare
strategie per produrre immagini attive e militanti nello spazio pubblico in grado di resistere,
sovvertire, confondere, distogliere se non invertire il potere del flusso di immagini
industriali. Immagini semplici, come un bambina che lascia andare un palloncino a forma
di cuore, o un David sovrappeso involgarito dall’oro, saranno capaci di farsi strada nella
corteccia prefrontale della collettività e sostituire l’immagine industriale? Non lo sappiamo,
o forse si, nel dubbio, come sostiene Foucault: ripetere è dimostrare (1971).
A questa opera si assiste in due modi, portandosi dove si trova oppure riprodotta in una
immagine. Mi sono portato dinanzi all’opera, la prima opzione é un sorriso, un posto
sicuro, la verità di questo lavoro di Blu è avvolgente. La seconda opzione, la sua
riproduzione è imprevedibile, epistemologia da nuovi media. Osservare l’arte richiede
sempre più una dotazione prospettica in grado di scomporre e ricomporre le grammatiche,
le sintassi e le semantiche frammentate del dialogo tra l’arte e il mondo.
Se guardassimo il lavoro di Blu dalla prospettiva di Elias Canetti (1960), ogni opera di Blu
sembra avere il potere di staccare una spina del comando, a noi e a lui stesso. Ogni opera
di Blu sembra voler liberare una muta di caccia, una muta di guerra, una muta del
lamento, una muta di accrescimento. Di nuovo a presidiare una rivendicazione forte,
un'altra occupazione diventa un supporto per spostare l’attenzione dalle strutture ai
soggetti, per aggiungere materiale ad una letteratura che a Roma potete leggere sui muri,
tra gli atri, dell'Ex Caserma Aeronautica di via del Porto Fluviale, dell'Ex Cinodromo,
dell’Alexis di via Ostiense. Scritti politici, di impegno e testimonianza radicale che ci
restituiscono, gratuitamente, un repertorio di immagini e opere straordinarie radicate nelle
strutture per far resistere i soggetti. Testimoniamo e sosteniamo l’impegno politico di Blu,
non ce la sentiamo tuttavia di alienare il suo agire dall’essere un “artista”, l’arte è sempre
politica. Colpisce un giovane che con la sola forza del corpo riesce ad ottenere parità
dialettica con il potere, ogni potere, per questo non riusciamo a non pensare a
Michelangelo guardando cosa sta facendo questo artista.
BIBLIOGRAFIA
Arendt H. (1958) The human condition, Chicago, University of Chicago press (trad. it. Vita
activa. La condizione umana, Milano, Bompiani 1989).
Antonelli, S. Blu, l’artigiano che deindustrializza i desideri, 2018
Bourriaud N. (2002) Post production. La future comme scénario: comment l’art
reprogramme le monde contemporain, Dijon, La presse du réel (trad. it. Post
production, come l’arte riprogramma il mondo, Milano, Postmedia 2004)
Groys B. (2008) Art Power, Cambridge, MIT press (trad. it. Art power, Milano, Postmedia
2012)
Horkeimer M., Adono T. (1947) Dialektik der Aufklärung. Philosophische Fragmente
(trad."it. Dialettica!dell'illuminismo,"a"cura "di"R."Solmi,"Einaudi, Torino"1997)
Foucault M. (1971) L’ordre du discours, Paris, Édition Gallimard (trad."it. L’ordine del
discorso,"Einaudi, Torino"2004)
Canetti E. (1960) Masse und Macht, Claassen Verlag, Hamburg 1960 (trad. it di F. Jesi,
Massa e potere, Milano, Adelphi,1981.)
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AUTORE
Stefano Antonelli, 1966. È un curatore d’arte che opera nella ricerca delle relazioni tra arte
e ordinario. Fondatore e direttore artistico di 999Foundation, é stato tra i pionieri in Italia
delle pratiche curatoriali urbane. Ha curato la realizzazione di opere pubbliche di alcuni tra
più importanti artisti italiani e internazionali. E' ideatore e curatore di progetti di progetti
come il M.A.G.R., Museo Abusivo Gestito dai Rom negli spazi dell’Ex Mira Lanza di Roma,
il Museo Diffuso di Ostiense, il Museo Condominiale di Tor Marancia che ha rappresentato
l’Italia presso la Biennale di Venezia, 15° Mostra di Architettura. E’ curatore di mostre
galleristi che e museali tra cui Urban Legends, i giorni della street art presso il Macro,
Museo d’Arte contemporanea di Roma, Codici Sorgenti, Visioni Urbane contemporanee
presso il Museo Platamone di Catania e Banksy, Guerra Capitalismo e Libertà presso la
Fondazione Roma. Consulente culturale di amministrazioni pubbliche e imprese, è attivo
nella diffusione e divulgazione culturale attraverso pubblicazioni, conferenze, seminari,
laboratori e docenze presso istituzioni e università tra cui Luiss Guido Carli, La Sapienza,
IULM, Roma Tre, Macro e PAC di Milano. E’ è inoltre autore di saggi critici e cataloghi
d’arte, oltre ad essere regista, autore, scrittore e drammaturgo.
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Contatto: curator@999contemporary.com
ARTICOLO
Data invio: 18/07/2018!
Data accettazione: 19/07/2018
Data pubblicazione: 19/07/2018!
Italian Factory Magazine - Link
Antonelli, S. Blu, l’artigiano che deindustrializza i desideri, 2018
COME CITARE QUESTO ARTICOLO
Antonelli, Stefano, Blu, l’artigiano che deindustrIalizza i desideri, Italian Factory magazine
(2108), http://www.italianfactory.info
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