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Sostenibilità come parametro per la competitività industriale

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Abstract

Da più parti si sollevano dubbi sull’efficacia ambientale dell'ETS e sulla sua adeguatezza in un mercato globalizzato. Nell’articolo si analizzano pro e contro del sistema di mercato di quote europeo e di una carbon tax e si propone un differente meccanismo di detassazione per i prodotti sostenibili.
L’Energia Elettrica 13 gennaio-febbraio 2005
sviluppo sostenibile
L’Energia Elettrica 13 marzo-aprile 2018
Da più parti si sollevano dubbi sull’efficacia
ambientale dell'ETS e sulla sua adeguatezza in un mercato globalizzato.
Nell’articolo si analizzano pro e contro del sistema di mercato di quote
europeo e di una carbon tax e si propone un differente meccanismo
di detassazione per i prodotti sostenibili.
Introduzione
L’
EU-ETS, il sistema di scambio di quote
di emissione, è stato il “figlio” europeo
del Protocollo di Kyoto, adottato nel di-
cembre del 1997. Molti oggi ritengono che non
abbia stimolato la generazione da fonti rinnova-
bili, l’efficienza energetica e una cultura low car-
bon, ma se il sistema industriale europeo è com-
petitivo a livello mondiale come produttore a
basse emissioni si deve principalmente a politi-
che dedicate come gli incentivi alle rinnovabili
e all’efficienza e gli obiettivi associati. Ma, qua-
lunque sia la valutazione, l’impatto sulle emis-
sioni complessive globali è stato praticamente
nullo. A tal punto non ha prodotto risultati su
scala globale che l’ex presidente Obama lo eb-
be a definire un fallimento di mercato.
Nella COP 21 di Parigi, che dovrebbe rappre-
sentare il rinnovato impegno delle nazioni per
un futuro climatico sostenibile, il mercato inter-
nazionale delle quote dei diritti ad emettere non
viene nemmeno citato, come fosse ormai consi-
derata un’esperienza conclusa.
In compenso da più parti si levano voci per
sostenere una carbon tax alle frontiere europee
e statunitensi. Proposte che appaiono essere p
quantitative e protezionistiche dell’economia in-
terna che qualitative e selettive sulle emissioni.
Provvedimenti che, nei modi proposti, saran-
no destinati anche loro al fallimento sugli obiet-
tivi ambientali, come rappresentato di seguito.
Probabilmente questi approcci non riescono
a superare l’antica predisposizione territoriale
degli ordinamenti e non tengono conto che l’e-
conomia oggi è globale e che i cambiamenti
climatici e la CO2non hanno frontiere.
Il problema andrebbe affrontato da una pro-
spettiva radicalmente diversa proponendo l’in-
troduzione di un meccanismo di mercato in gra-
do di valorizzare le esternalità negative senza di-
scriminare da dove vengano prodotte. Una va-
lorizzazione diretta della materia prima CO2
emessa in funzione del vettore energetico uti-
lizzato per la fabbricazione, dei macchinari usa-
ti e dell’efficienza complessiva di processo.
In una economia globalizzata dove la pro-
duzione industriale emette CO2in maniera in-
versamente proporzionale al costo sul mercato
delle fonti energetiche utilizzate, l’inquinamen-
Sostenibili
come parametro per
la competitività industriale
Agime Gerbeti Università di Roma, Lumsa
to non è un’esternalità della produzione ma una
esternalità del consumo.
Livello di costo
L’Europa, nonostante i disimpegni di Austra-
lia, Canada e Giappone voleva dimostrare co-
munque, con un approccio “leading by exam-
ple”, che una transizione energetica si sarebbe
potuta attuare senza perdita di valore economi-
co ed ha dapprima implementato, quindi riaf-
fermato con sempre maggior decisione l’ETS, un
meccanismo cap & trade per la gestione e la com-
mercializzazione di quote di emissione equiva-
lenti a 1 t di CO2.
L’ETS avrebbe dovuto soddisfare almeno 3
obiettivi:
1. garantire, con un utile livello di prezzo e una
efficace allocazione delle risorse, la scelta tra
efficientare gli opifici soggetti allo schema o
acquistare sul mercato i titoli di emissione;
2. ridurre le emissioni globali;
3. creare le premesse per un’estensione di que-
sto mercato del carbonio ad aree geo-energe-
tiche e produttive esterne alla EU.
L’EU-ETS ha già affrontato 3 periodi regola-
tori e ha appena definito1il 4°. Il primo perio-
do regolato (2005-2007) fu un periodo di prova
e non pare intellettualmente onesto evidenziar-
ne i limiti. Si può solo ricordare che le quote gra-
tuite immesse sul mercato furono davvero trop-
pe e il prezzo crollò fino praticamente allo ze-
ro. Di fatto non era stato posto alcun cap sulle
emissioni.
Sul secondo periodo (2008-2012) le aspettati-
ve erano molto più alte: si parlava di una allo-
cazione più corretta e meglio profilata intorno
ai soggetti industriali sottoposti agli obblighi di
riduzione.
In questa seconda fase invece di un’alloca-
zione eccessiva di quote fu la produzione in-
dustriale che diminuì a causa della grande crisi
economica; molte industrie fallirono e altre scel-
sero di delocalizzare gli impianti produttivi in na-
zioni nelle quali la mano d’opera a basso costo,
minori imposizioni fiscali e un costo dell’energia
minore consentisse una maggiore competitivi
sul prezzo finale del prodotto.
Naturalmente, a fronte di una minore produ-
zione ci fu una minore richiesta di quote ad emet-
tere e il prezzo crollò di nuovo ai 3-4 /t CO2eq
invece di raggiungere i 30 /t CO2eq che la Com-
missione europea giudicava il prezzo “perfetto”,
ossia utile a stimolare l’approvvigionamento da
parte dell’industria di energia rinnovabile o l’ef-
ficientamento emissivo dei siti di produzione.
Per il terzo periodo (2013-2020) la Commis-
sione non volle farsi più prendere in contropie-
de e con determinazione cercò di profilare an-
cora meglio le emissioni industriali e previde una
riduzione lineare dell’1,74% annuo che avreb-
be portato a circa il 21% di riduzione delle emis-
sioni a livello europeo rispetto all’anno 2005.
Il meccanismo fallì ancora e le quote conti-
nuarono ad avere un prezzo troppo basso per
incentivare efficientamenti produttivi e il ricorso
alle fonti rinnovabili, e si decise di ricorrere al
back loading: cioè la Commissione europea ri-
tirò una significativa percentuale di quote spe-
rando che quelle rimaste sul mercato aumentas-
sero di prezzo. Cosa che, puntualmente, non è
avvenuta, perché in un mercato artificiale, cioè
non determinato da una domanda “naturale” ma
da obblighi di acquisto, gli squilibri tra doman-
da e offerta sono difficilmente predeterminabili
anche ricorrendo a una compensazione dinami-
ca dell’offerta di quote a “mercato aperto” come
il back loading.
Nonostante questi risultati di dubbia efficacia,
la pervicace Commissione europea ha già deciso
che, per il quarto periodo 2021-2030, il mecca-
nismo del back loading verrà istituzionalizzato,
chiamandolo market stability reservee che la ri-
duzione lineare delle quote sarà del 2,2% annuo.
Esiste una chiara perplessità in merito all’uti-
lizzo di un correttivo che non è di mercato co-
me il Market Stability Reserve (MSR) per uno stru-
mento asseritamente di mercato come l’ETS: o il
mercato funziona e quindi non necessita di con-
tinui correttivi dirigistici, oppure il mercato è con-
cettualmente male impostato e tanto varrebbe
imporre direttamente un costo amministrato al-
la CO2emessa in fase di produzione elettrica e
industriale. Se non altro gli imprenditori potreb-
bero calcolare con precisione i costi in fase di
programmazione di bilancio.
In ogni caso, la ripresa economica è stata trop-
po lenta e il prezzo della CO2non è stato so-
stenuto da un rilancio produttivo e industriale.
Tra i motivi di questo crollo dei prezzi c’è, come
detto, la crisi economica che ha spinto molte im-
prese europee a delocalizzare la produzione in
territori extra UE e l’ovvia tendenza dei consu-
matori europei ad acquistare beni d’importa-
zione a prezzi competitivi, delocalizzando di fat-
to l’accesso ai consumi.
La Commissione decidendo ex ante la quan-
tità di quote da mettere sul mercato ha ipotiz-
zato che l’industria europea proseguisse la pro-
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sviluppo sostenibile
1Il 27 febbraio 2018 il Consiglio ha approvato formalmente la riforma
dell’EU emissions trading system (ETS) per il periodo dopo il 2020.
bientali e obiettivi in termini di energie rinno-
vabili con un aggravio di costi industriali solo su
un’area economica geo-energetica, ossia l’Eu-
ropa, è ovvio che si favoriscano coloro che a que-
sti limiti non sono soggetti quali le produzioni
extraeuropee.
Il paradosso dell’ETS consiste proprio nel fat-
to che le emissioni che si vogliono scongiurare
sul territorio europeo con la limitazione dell’u-
tilizzo di vettori inquinanti, rientrano “dalla fine-
stra” attraverso l’importazione di beni prodotti
da industrie (anche di proprietà europea) situa-
te su territorio extra EU. Le regole del GATT-WTO
garantiscono dazi doganali molto limitati in in-
gresso sul mercato europeo, certamente inferio-
ri ai costi evitati dalle stesse imprese europee sui
limiti ambientali.
L’Europa sta delocalizzando la produzione dei
beni che le necessitano e i consumatori europei
di fatto incentivano l’aumento delle emissioni
globali acquistando beni prodotti in aree geo-
energetiche ad alta intensità emissiva. Infatti,
se per produrre in EU un determinato bene si
emette un kg di CO2, acquistando quel bene pro-
dotto in un paese in via di sviluppo (o statuni-
tense), si emettono, con buona approssimazio-
ne, 2 kg. di CO2.
Di fatto l’Europa, come gli Stati Uniti, sta adot-
tando una sorta di “Piano Marshall” finalizzato
al sostegno delle economie emergenti sia attra-
verso l’acquisto di beni prodotti con l’utilizzo di
vettori energetici inquinanti e a basso costo, sia
con un’industrializzazione indotta dalla crescente
delocalizzazione degli impianti e delle com-
messe industriali in territori non soggetti a limiti
di emissioni.
Mercati extra EU
In relazione alla capacità dell’ETS di coinvol-
gere altri soggetti internazionali, si segnala che
dopo l’entrata in vigore del protocollo di Kyo-
to3erano stati istituiti altri mercati del carbonio
in giro per il mondo, per esempio in California,
a Chicago e a Hong Kong4, ma erano solo mer-
cati finanziari senza obblighi sulle emissioni in-
dustriali. Conseguentemente, non potendo so-
stenere un ragionevole livello di prezzo, uno do-
po l’altro sono stati chiusi.
pria produzione in maniera più o meno preve-
dibile. In altre parole, se si deve stabilire antici-
patamente quanto sarà l’inquinamento, biso-
gnerebbe sapere in anticipo l’andamento eco-
nomico e industriale influenzato dagli stessi ob-
blighi ambientali che vogliono prevederlo.
Nella decisione (UE) 2015/1814 sul MSR si pre-
vede che la Commissione analizzi l’impatto del
MSR sulla crescita, l’occupazione, la competiti-
vità industriale dell’Unione e sul rischio di rilo-
calizzazione delle emissioni. Entro il 2021 e, suc-
cessivamente, ogni cinque anni, si prevede un
riesame della riserva alla luce dell’analisi del re-
golare funzionamento del mercato europeo del
carbonio. Quindi si deciderà sulla percentuale
di quote da integrare, da svincolare dalla riserva
e il numero totale di quote in circolazione.
La principale conseguenza di questa situazio-
ne è che a prezzi della CO2così esigui per le im-
prese è più conveniente pagare questa (bassa)
tassa sulle emissioni con l’acquisto di titoli, piut-
tosto che fare costosi investimenti nella ristrut-
turazione delle fabbriche che avrebbero rica-
dute positive oltre l’orizzonte quinquennale del-
la maggior parte dei piani industriali.
Emissioni globali
Il taglio delle emissioni previsto dall’ETS eu-
ropeo è pari a ca. lo 0,4% delle emissioni globali,
dunque, non decisivo. Soprattutto perché negli
ultimi 10 anni - ad eccezione del culmine della
crisi economica nel 2009 - le emissioni globali
sono cresciute regolarmente del 2,5% annuo,
quasi a dimostrazione della marginalità dell’in-
dustria e dell’impegno europeo nel contesto
mondiale.
Il punto centrale della questione è che il co-
sto energetico pesa sulla competitività industria-
le. Secondo la Commissione Europea l’aumento
dell’1% della parte costi dell’elettricità comporta
la riduzione del 1,6% dell’export2. E attualmen-
te, come detto, la produzione energetica con l’u-
tilizzo di vettori energetici fossili ha un costo mi-
nore rispetto all’utilizzo di vettori energetici rin-
novabili. In altri termini, il costo del vettore ener-
getico è inversamente proporzionale alle emis-
sioni che si producono.
Nel momento in cui si pongono limiti am-
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sviluppo sostenibile
2DG Trade 2014, Energy and competitiveness.
3Il trattato sarebbe entrato in vigore qualora fosse stato ratificato da non meno di cinquantacinque nazioni firmatarie, a patto che queste nazio-
ni producessero almeno il 55% delle emissioni inquinanti; la condizione è stata raggiunta solo il 16 febbraio 2005, quando la Russia ha ratifi-
cato la propria adesione.
4Con la Chicago Climate Exchange (CCX), borsa che operava sul mercato volontario delle emissioni dell’industria energetica statunitense, o
l’analoga borsa cinese, la Tianjin Climate Exchange, e California.
Alcuni ritengono che l’accordo raggiunto a Pa-
rigi durante la COP21 potrebbe porre le condi-
zioni per tornare a investire su questo strumen-
to, ma dall’Accordo, come detto, emerge indi-
rettamente anche che questi mercati sarebbero
esclusivamente funzionali al raggiungimento in-
terno degli obiettivi fissati dagli Stati nei propri
INDC (Intended Nationally Determined Con-
tributions), ossia gli obiettivi volontari dei singoli
paesi in materia di riduzione della CO2.
E questo perché il problema è più comples-
so di quanto gli osservatori hanno evidenziato
fino ad ora: il meccanismo emissions trading è
strutturato non a livello mondiale ma locale o,
al limite, al livello di aree geo-energetiche.
La Cina a fine dicembre 2017 ha annunciato
un proprio mercato ETS che includerà 1.700 im-
pianti del settore elettrico e con un volume pari
a circa 3,5 miliardi di tonnellate di CO2/anno, di-
ventando il primo mercato al mondo. La Com-
missione europea con grande entusiasmo ha an-
nunciato5per il tramite del commissario all’e-
nergia e al clima, Miguel Arias Cañete, che av-
vierà presto i negoziati per congiungere l’EU-ETS
con quello del Paese asiatico.
I vari mercati locali ETS, in considerazione del
differente mix energetico presente nei vari Pae-
si, non possono essere collegati. Ipotizziamo che,
per esempio, se la Cina imponesse alle proprie
imprese “dall’oggi al domani” di essere efficien-
ti come quelle europee o statunitensi, creerebbe
uno sforzo insostenibile sulle proprie industrie
per la diminuzione delle emissioni del 50 o for-
se del 70%. Presumibilmente e più realistica-
mente, se una imposizione dovesse avvenire pri-
ma del 2030, data indicata dal colosso asiatico
come picco delle proprie emissioni, sarà una di-
minuzione estremamente più morbida e lineare.
Nel raffronto dei mercati europeo e cinese i
costi marginali per ridurre della stessa percen-
tuale le emissioni di una inefficiente industria
cinese sono enormemente più bassi di quelli
necessari ad analoga percentuale di riduzione
per una ben più efficiente industria occidentale.
Dunque i livelli di prezzo delle emissioni nel
contesto industriale cinese saranno molto più
bassi delle equivalenti quote offerte in Europa
o in USA e, se i mercati fossero collegati, le
industrie occidentali andrebbero ad approvvi-
gionarsi di quote cinesi da far valere ai fini dei
loro obblighi di acquisto.
L’efficacia ambientale del mercato di quote ci-
nesi, come quello europeo, deriva da una allo-
cazione di quote puntuale e dovrebbe tener con-
to anche della richiesta degli imprenditori eu-
ropei che, con mercati collegati, potrebbero rifor-
nirsi di quote in Cina.
La Cina ha garantito di raggiungere il picco
delle proprie emissioni nel 2030, quindi per i
prossimi 12 anni il mercato di quote cinese sarà
soggetto alle valutazioni industriali del governo.
Se il governo cinese riterrà di non creare osta-
coli alla produzione industriale, allocherà mol-
te quote per mantenere il prezzo basso. Soprat-
tutto se la guerra dei dazi con gli USA dovesse
continuare.
Nel caso in cui il governo cinese imponesse
limiti stringenti e reali alle emissioni locali, que-
sto sarebbe comunque un approccio di gestio-
ne territoriale, seppur non solo europeo ma an-
che cinese, e se i costi del mercato cinese do-
vessero diventare troppo alti per l’industria ci-
nese, questa sposterebbe la produzione in India
o in Indonesia o in Africa. Un approccio chiuso
e territoriale non è funzionale e consente sem-
pre a qualche soggetto del mercato globale di di-
sallineare il sistema.
Ma se i mercati non sono collegati proprio per
il costo relativo all’efficientamento emissivo del-
le due aree industriali si ritorna al punto di par-
tenza: ossia un’asimmetria competitiva industriale
che indurrebbe le industrie europee agli stessi
fenomeni di delocalizzazione degli impianti ai
quali si è assistito anche in una fase di obblighi
solo in capo agli europei.
Oggi la competizione industriale si basa an-
che su dove fisicamente sono gli impianti pro-
duttivi, sul costo del lavoro, sulla fiscalità e sul
costo energetico; a voler tacere dei costi ammi-
nistrativi, degli obblighi ambientali di varia na-
tura e della burocrazia; le industrie saranno sem-
pre più tentate di spostarsi in quei “paradisi emis-
sivi” perché, associato alla mancanza di obblighi
ambientali c’è un costo energetico vantaggioso
a base carbone, dunque emissivo.
Seppur con riflessi non rapidissimi, l’industria
europea ha capito che i costi di efficientamen-
to energetico delle fabbriche, i costi di sistema
per la decarbonizzazione dell’economia hanno
pesanti ricadute sul costo finale del prodotto e
sulla competitività industriale.
La carbon tax
Da più parti si invoca una carbon border tax
ossia una tassa alla frontiera imposta sulla base
delle presunte maggiori emissioni dell’industria
esportatrice rispetto all’industria del mercato ri-
L’Energia Elettrica 16 marzo-aprile 2018
sviluppo sostenibile
5https://ec.europa.eu/clima/news/eu-welcomes-launch-chinas-
carbon-market_en
come anche a tutte le altre questioni considera-
te nei numeri 2 e 4 dell’articolo III10. In altri ter-
mini, le condizioni tariffarie, doganali, di tasse in
generale che vengono riconosciute per un pro-
dotto da un paese contraente a, per esempio, un
suo partner economico storico, sono immedia-
tamente e incondizionatamente applicate a tutte
le altre nazioni contraenti e partecipanti il GATT.
Quindi, il divieto de facto di imporre tasse ge-
neriche sull’import a Paesi grandi emettitori che
siano aderenti al GATT/WTO. Proprio il 23 gen-
naio 2018 Trump ha deciso di imporre un da-
zio all’importazione di pannelli solari e lavatri-
ci nei confronti di Cina e Corea del sud, la qua-
le ha prontamente fatto sapere che ricorrerà
presso il WTO per ingiustificato e discrimina-
torio aggravio. Il giorno successivo anche An-
gela Merkel si è pronunciata al World Econo-
mic Forum censurando il protezionismo del pre-
sidente americano.
Inefficacia
In merito al secondo punto ossia all’ineffica-
cia ambientale di una carbon tax alla frontiera
ipotizziamo che Stati Uniti ed Europa riescano,
magari di forza, a imporre una tassa alla fron-
tiera che tenga conto delle emissioni medie del
Paese di provenienza.
Il produttore cinese o indiano dovrebbe pa-
gare una tassa all’ingresso del mercato statuni-
tense o europeo pari non alle sue emissioni ef-
fettive ma alla media delle emissioni del Paese
nel quale ha prodotto. Evidentemente per lui è
impossibile incidere sul mix di approvvigiona-
mento energetico del Paese in modo da veder-
si ridotta la tassa sull’import.
Questa è una “flat tax”, o meglio, una “blind
taxsul prezzo finale nel mercato di esportazio-
ne. Se fosse una industria europea destinataria
di una tale limitazione per le esportazioni nel
mercato cinese, cosa farebbe?
cevente, finalizzate proprio a compensare quel-
la perdita di competitività tra sistemi produttivi
soggetti a limiti emissivi e produzioni non sog-
gette. Lakshmi Mittal, chairman and chief exe-
cutive of ArcellorMittal, il più grande produttore
mondiale di acciaio dice che c’è urgenza di ap-
provare una tassa sui beni importati in Europa
da paesi che non hanno un carbon price e che
questa è “the best answer on climate change6.
Dall’altra parte dell’oceano gli ex segretari di Sta-
to americani, Baker e Shultz e l’ex segretario del
tesoro Paulson, si sono recentemente fatti pro-
motori presso la nuova amministrazione di una
carbon tax interna e, ovvio corollario, di una
border adjustment tax7.
D’improvviso industriali, repubblicani e la stes-
sa amministrazione Trump sono diventati am-
bientalisti militanti? È più probabile che la car-
bon tax alla frontiera rappresenti una misura
protezionistica come le altre, anzi migliore per-
ché sembra essere etica, posta per il bene del
mondo.
Illegittima
In realtà, non solo una carbon tax alla fron-
tiera potrebbe non essere8, legittimamente ap-
plicabile nel contesto delle regole della World
Trade Organization ma, addirittura, potrebbe
paradossalmente incentivare le emissioni mon-
diali.
Per quanto riguarda il primo aspetto, il 97%
del commercio mondiale di beni e servizi – e 159
Paesi – sono sottoposti alle regole della WTO. La
normativa, mutuata dal trattato istitutivo GATT,
prevede di abolire o comunque di ridurre le bar-
riere tariffarie al commercio internazionale. Il
principio base, fondamentale – art. 1, comma 19
- sul quale è strutturato il GATT/WTO è quello
della most favored nation e si riferisce ai dazi do-
ganali e alle imposizioni di qualsiasi sorta che
gravano sulle importazioni o sulle esportazioni,
L’Energia Elettrica 17 marzo-aprile 2018
sviluppo sostenibile
6https://www.ft.com/content/8341b644-ef95-11e6-ba01-119a44939bb6 12 febbraio 2017
7International New York Times del 09/02/2017.
8“CO2nei beni e competitività industrial europea”, prefazione T. Fanelli, Editoriale Delfino, 2014, disponibile anche in inglese su ITunes.
91. Tutti i vantaggi, favori, privilegi o immunità, concessi da una Parte contraente a un prodotto originario da ogni altro Paese, o a esso desti-
nato, saranno estesi, immediatamente e senza condizioni, a tutti i prodotti congeneri, originari del territorio di ogni altra Parte contraente, o a
esso destinati.
10 2. The products of the territory of any contracting party imported into the territory of any other contracting party shall not be subject, direc-
tly or indirectly, to internal taxes or other internal charges of any kind in excess of those applied, directly or indirectly, to like domestic products.
Moreover,no contracting party shall otherwise apply internal taxes or other internal charges to imported or domestic products in a manner con-
trary to the principles set forth in paragraph 1.
4. The products of the territory of any contracting party imported into the territory of any other contracting party shall be accorded treatment no less
favourable than that accorded to like products of national origin in respect of all laws, regulations and requirements affecting their internal sale, offe-
ring for sale, purchase, transportation, distribution or use. The provisions of this paragraph shall not prevent the application of differential internal tran-
sportation charges which are based exclusively on the economic operation of the means of transport and not on the nationality of the product.
Innanzitutto aprirebbe un contenzioso inter-
nazionale con il WTO sostenendo che questa
tassa non è modulata sulle emissioni reali, ma
crea un ingiusto danno sulla base di un pre-
giudizio sulle emissioni specifiche. E, probabil-
mente, vincerebbe la causa. Ma soprattutto, sa-
pendo che pagherebbe comunque la tassa pa-
ri al mix energetico del suo paese, per com-
pensare la maggiore imposizione cercherebbe
di pagare meno le materie prime, tra cui l’ener-
gia, con un mix energetico ancora meno co-
stoso e, dunque, più emissivo.
Sarebbe, in altre parole, incentivata ad emet-
tere di più.
Inoltre, da un punto di vista politico, l’Europa
e l’America fornirebbero una straordinaria “fo-
glia di fico” ai Paesi inquinatori: a chi chiederà a
questi Paesi un maggior impegno alla limitazio-
ne delle emissioni, risponderanno che già paga-
no i costi di importazione nei “virtuosi” paesi oc-
cidentali. Pago, dunque posso inquinare. E si tor-
nerebbe a quelle “indulgenze” tipiche dell’emis-
sion trading.
Di fatto una carbon tax alla frontiera non
avrebbe alcuna ricaduta ambientale e si trasfor-
merebbe in un vantaggio solo economico ba-
sato sui maggiori introiti statali in forma di mag-
giori tasse.
L’ImEA – Imposta
sulle Emissioni Aggiunte
In un’economia globalizzata non è efficace im-
porre limiti ambientali solo ad alcune imprese
localizzate su un determinato territorio, soprat-
tutto se le imprese che producono fuori da quel
contesto di regole sono avvantaggiate sul mer-
cato in conseguenza dei minori costi energetici
e dei costi evitati – nel breve periodo11 – per l’ef-
ficientamento dell’opificio.
Per rendere l’idea di come in pochi anni sia
cambiata l’economia e il concetto di spazio fisi-
co di mercato, prendiamo a puro titolo di esem-
pio il commercio on line. Nel 1992 quando co-
minciarono i negoziati internazionali per l’am-
biente non esisteva Internet. Nel 2000 il Web ave-
va 360 milioni di utenti. Al 30 giugno 2017 era-
no tre miliardi e 885 milioni e il 50% di questi so-
no asiatici.
Nel 2016 le vendite on line hanno coperto un
mercato da 1.900 miliardi di dollari (nel 2010 era-
no $ 680 mld.) ed entro il 2020 dovrebbero rag-
giungere i 4.000 miliardi. Una crescita dei volu-
mi nonostante o forse grazie alla recessione per-
ché presumibilmente beni prodotti in parti del
mondo con costi del lavoro, amministrativi, in-
dustriali e, soprattutto, energetici inferiori, avran-
no prezzi finali più bassi anche includendo i co-
sti di trasporto.
Il mondo, le merci, gli affari sono globalizza-
ti, ciò che è prodotto in una parte del mondo
non verrà probabilmente consumato nel Paese
di produzione.
Nel 1990 i Paesi più industrializzati doveva-
no “far penitenza” della responsabilità del 68%
delle emissioni mondiali contro il 29% dei pae-
si in via di sviluppo. Già nel 2015 USA, EU28,
Giappone e Canada emettevano complessiva-
mente quanto la Cina, ossia 10,7 miliardi di ton-
nellate di CO2, e avevano la responsabilità di me-
no del 30% complessivo delle emissioni globali.
L’EU28, nello specifico, emette il 9,6% del tota-
le delle emissioni12.
L’Europa e gli USA stanno delocalizzando la
produzione dei beni di cui necessitano e i con-
sumatori occidentali incentivano di fatto l’au-
mento delle emissioni globali acquistando beni
prodotti in aree geo-energetiche ad alta intensi
emissiva.
Il Bene Obiettivo
Nell’acquisto del prodotto più economico an-
che perché più emissivo, l’esternalità di produ-
zione si traduce in esternalità di consumo. Ac-
quistando un bene prodotto in un Paese non sog-
getto a limiti ambientali si crea un’esternalità ne-
gativa al consumo in quanto espressione di mag-
giori emissioni.
Dunque, il punto focale non può che essere
il consumo, verso il quale qualunque produzio-
ne tende. E l’esternalità di consumo deve esse-
re trattata adeguatamente.
L’unica via percorribile è quella di riconosce-
re l’esternalità inquinamento, la CO2, come se
fosse un bene accessorio al prodotto acquistato,
come se fosse contenuto fisicamente nei beni.
Un Bene-Obiettivo, la CO2, il cui costo per ton-
nellata equivale al costo che si sarebbe dovuto
sopportare per evitare l’emissione di quella ton-
nellata di CO2.
L’Europa e gli USA possono porre limiti alla
produzione di anidride carbonica solo se la con-
siderano non un input per l’energia utilizzata per
L’Energia Elettrica 18 marzo-aprile 2018
sviluppo sostenibile
11 Perché nel lungo periodo l’efficientamento, abbassando i consumi, contiene i costi.
12 Trends in global CO2emissions: 2016 Report ©PBL Netherlands Environmental Assessment Agency. The Hague, 2017.
torto collo un’imposizione fiscale, questa sareb-
be esattamente uguale tra beni congeneri ovun-
que prodotti; ovviamente uguale come approc-
cio, non come peso. Evidentemente i costi sa-
ranno relativi alla quantità del Bene-Obiettivo
CO2utilizzato per fabbricare quel determinato
prodotto.
Chi dovesse sostenere che questa è una so-
luzione non liberista o anticapitalistica, non co-
glie nel segno, anzi, se il mercato è efficiente, im-
ponendo un costo amministrato (equivalente al-
l’esternalità inquinamento), sarà compito delle
imprese produttive utilizzare questa materia pri-
ma il meno possibile per massimizzare il profit-
to. Occorre agire sulla domanda, non sull’offer-
ta. Saranno dunque i consumatori che sceglie-
ranno il prodotto carbon free perché meno co-
stoso. E le imprese, ovunque localizzate, agiranno
per non utilizzare questa risorsa o utilizzandone
il meno possibile.
Dunque, perché vi sia, in un contesto di asim-
metria competitiva, una corretta ottimizzazione
del bene CO2venduto assieme al prodotto, oc-
corre che l’azione pubblica lo valorizzi come
un Bene-Obiettivo lasciando poi all’iniziativa
imprenditoriale privata in offerta e alla doman-
da in consumo trovare il punto di equilibrio ot-
timale.
Compatibilità con il GATT-WTO
Un tale approccio dovrebbe essere compati-
bile con il GATT/WTO e, specificatamente, con
l’art. II titolato “Elenchi delle concessioni” che, al
comma 2, prevede che: “Nessuna disposizione
del presente articolo impedirà una Parte con-
traente di riscuotere, in ogni tempo, su qualsia-
si prodotto che sia importato: a) un’imposizione
equivalente a una tassa interna, gravante in
conformità del numero 2 dell’articolo III, un pro-
dotto nazionale congenere o una merce in-
corporata nel medesimo”.
Se al bene prodotto è associata, come carat-
teristica, l’anidride carbonica emessa durante la
sua produzione potrà avere un senso l’imposi-
zione di un gravame, di una tassa, di un’imposta
aggiuntiva sui prodotti che contengano livelli
di CO2superiori a quelli che vengono prede-
terminati.
Ora è evidente che se si vogliono valorizza-
re i consumi di CO2, l’esternalità inquinamen-
la produzione ma un vero e proprio output, un
sottoprodotto associato al bene fabbricato, co-
me se la scarpa o il tegame lo contenesse o, più
correttamente, come se la CO2prodotta duran-
te il processo di fabbricazione del bene diven-
tasse una caratteristica intrinseca del prodotto,
una merce in esso incorporata.
In questo modo cambia la prospettiva, la geo-
grafia emissiva e, necessariamente, la politica eco-
nomica e ambientale.
Riconoscendo la CO2come esternalità di con-
sumo, con un costo certo e stabilito ammini-
strativamente13, si eliminerebbero le asimmetrie
competitive tra beni prodotti con differenti re-
gole ma venduti nel medesimo mercato. Questo
perché i costi sul prodotto contenente il Bene-
Obiettivo CO2verrebbero riconosciuti sia sui be-
ni europei/statunitensi che su quelli fabbricati in
Cina, Messico, India ecc.
E non dovrebbe avere importanza dove sia
stato fabbricato, se in Cina o in Italia, se in Olan-
da o in Canada, ma solo il contenuto di CO2do-
vrebbe essere caratterizzante per l’eventuale ag-
gravio e la possibile detassazione.
Un’imposta sul carbonio deve seguire tre prin-
cipi:
a. valorizzare da un punto di vista fiscale un co-
sto per tonnellata di carbonio che sia ade-
guato al costo ambientale e, in ogni caso, suf-
ficiente da rendere utili e vantaggiosi per il
produttore gli investimenti in efficienza ener-
getica e in fonti rinnovabili;
b. riequilibrare il maggior gettito fiscale deri-
vante dai prodotti ad alto contenuto di car-
bonio con un’analoga riduzione per i beni
low carbon, per evitare fenomeni inflazioni-
stici. Dunque, a neutralità fiscale;
c. quantificare la CO2con un metodo lineare e
non discriminatorio: occorre cioè rendere ef-
fettivo, a livello mondiale, il vantaggio per i
produttori cinesi, indiani ecc. di un reale ef-
ficientamento della produzione per l’impor-
tazione di prodotti in Europa senza l’aggra-
vio fiscale.
Il Bene-Obiettivo si potrà anche chiamare co-
me un’imposta, si comporterà come tale, ma non
è veramente una tassa: è la valorizzazione del-
la materia prima CO2percentualizzata in fun-
zione della quantità contenuta in un determi-
nato bene. Ma anche a volerla considerare ob-
L’Energia Elettrica 19 marzo-aprile 2018
sviluppo sostenibile
13 La tutela ambientale si è storicamente indirizzata, nell’ambito del diritto amministrativo, verso due 2 grandi filoni, da un lato l’imposizione di
limiti e obblighi, dall’altro una tutela ambientale attraverso il mercato con la creazione di mercati artificiali (certificati verdi, bianchi,ETS). In “CO2
nei beni e competitività industriale europea”,pubblicato con Editoriale Delfino, prefazioneTullio Fanelli,si rappresenta una “terza via (cit. Staffetta
Quotidiana 24/11/2016) rispetto ai due classici filoni, che valorizza la CO2nel processo produttivo e ne segue i percorsi nel commercio interna-
zionale.
to, l’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) sarebbe
l’alveo ideale dove agire: flessibile, di facile trac-
ciabilità e imposta al prodotto al momento del-
l’entrata delle merci nel mercato senza che que-
sta ricada nel generale divieto di condizioni sfa-
vorevoli imposte dal WTO. La soluzione più
adatta è, dunque, l’IVA, che sarebbe legittima e
non infrangerebbe il patto di libero commercio,
da utilizzare come una specie di camera di com-
pensazione, applicando cioè ai prodotti “puli-
ti” un valore più basso rispetto a quelli più “in-
quinanti”.
Un processo del genere non discrimina in
quanto qualunque impresa che produca beni in
accordo con gli standard fissati non sarebbe sog-
getta all’imposta aggiuntiva.
Ma vi sono due aspetti fondamentali da sot-
tolineare: il primo è che i processi produttivi e
il mix energetico nulla hanno a che fare con il
concetto duramente dibattuto di “Made in”. Non
si tratta di valutare se un determinato prodotto
possa o meno avere l’etichetta, con valenza an-
che commerciale, di essere stato prodotto in Ger-
mania, in Italia o in Tailandia, la questione è di
valutare effettivamente e sostanzialmente che
quantità di emissioni ha prodotto per la sua fab-
bricazione e per il suo smaltimento.
Il secondo è che quest’imposta non è un gra-
vame sui prodotti importati, ma un vantaggio
per le imprese che si efficientano, a prescinde-
re da dove producano i beni. Non sulla fron-
tiera, ma appunto sulla caratteristica CO2, carat-
teristica ora ineliminabile del bene prodotto.
Questo approccio consente di equiparare nel-
la competizione i prodotti occidentali con quel-
li dei Paesi emergenti, almeno dal punto di vi-
sta ambientale ed energetico; inoltre, la perce-
zione presso il pubblico di pagare la CO2sui be-
ni acquistati aumenterebbe la consapevolezza
di queste tematiche.
Infine un’ultima piccola eresia: le verifiche sul-
le emissioni devono avvenire su base volonta-
ria. Saranno le aziende localizzate in tutto il mon-
do ad avere un diretto interesse a chiedere agli
enti verificatori il certificato delle emissioni.
Conclusioni
Non si risolve il problema dei cambiamenti
climatici se non si introduce uno strumento che
renda economicamente sostenibile abbassare le
emissioni globali, non limitarsi a delocalizzarle,
come se la CO2si fermasse alla frontiera del
Paese produttore/emettitore.
In attesa della fusione fredda o di qualunque
altra produzione energetica non emissiva e a
basso costo, dobbiamo confrontarci con il con-
testo economico e tecnologico attuale.
Si possono fare grandi sforzi con un impe-
gno straordinario verso una green economy pi-
lotata ma questi sovraccarichi sono vanificati,
industrialmente e ambientalmente, da maggio-
ri importazioni da quei “paradisi emissivi” da
quei Paesi produttori che stanno competendo
e vincendo con l’industria manifatturiera occi-
dentale.
Se l’inquinamento è globale e non territoria-
le, la sua circolazione non sarà impedita dall’a-
dozione di regole nazionali, allora occorre por-
re le esternalità sui beni prodotti e fiscalizzare
la CO2sfruttando la forza dei consumatori oc-
cidentali.
L’unica strada per non svilire ulteriormente
l’industria occidentale, anzi facendole recupe-
rare competitività sul versante dei costi ener-
getici è quella di imporre un prezzo ammini-
strato alla CO2“contenuta” nei beni, sia che que-
sti vengano prodotti localmente o importati da
territori extra EU. Se noi europei dobbiamo ri-
durci al ruolo di consumatori, cerchiamo di es-
serlo in maniera intelligente, premiando quei
beni e quei processi che condividano i nostri va-
lori, la nostra etica industriale e, in definitiva tu-
telando il futuro di tutti. Siamo un “mercato glo-
bale libero” e in un “mercato globale” il cliente
ha sempre ragione.
Data la migliore efficienza dell’industria oc-
cidentale, temprata da oltre un decennio di po-
litiche e sensibilità ambientali, l’IVA sui prodotti
europei e statunitensi sarebbe presumibilmente
e generalmente più bassa dell’attuale imposi-
zione. A questo farebbe da contraltare una im-
posizione superiore per i beni fabbricati con
bassi standard ambientali e alte emissioni.
Quindi, come detto, una tendenziale neutralità
fiscale.
Un costo amministrato non risentirebbe delle
fluttuazioni del mercato del carbonio e le impre-
se potrebbero fare piani industriali sull’efficien-
tamento sicure di un orizzonte di costi stabile
nel tempo.
Per questo occorre utilizzare la leva del mer-
cato d’importazione per stabilire standard am-
bientali anche per le produzioni non soggette a
limiti emissivi e restituire nel frattempo compe-
titività all’industria europea.
Aprirci quindi alla possibilità di una compe-
tizione di mercato non solo sulla qualità dei pro-
dotti e il prezzo di acquisto, ma anche sull’ef-
ficienza emissiva nella produzione. La CO2co-
me nuovo parametro produttivo, competitivo
mondiale.
L’Energia Elettrica 20 marzo-aprile 2018
sviluppo sostenibile
L’Energia Elettrica 21 marzo-aprile 2018
sviluppo sostenibile
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[14] Commission Regulation (EU) No. 176/2014 of 25 February
2014 amending Regulation (EU) No. 1031/2010 in particular to
determine the volumes of greenhouse gas emission allowances
to be auctioned in 2013–20.
[15] European Commission (2012): Proportionate Impact Asses-
sment. Accessed 11 April 2016 at http://ec.europa.eu/clima/poli-
cies/ets/cap/auctioning/docs/swd_2012_xx2_en.pdf.
[16] European Commission (2016): Climate Action: Structural
reform of the European carbon market. Accessed 11 April 2016
at http://ec.europa.eu/clima/policies/ets/reform/index_en.htm.
[17] A long- term solution to be introduced as of 2016 to address
the current surplus of allowances and improve the system’s resi-
lience to major shocks by adjusting the supply of allowances to be
auctioned. See European Commission, “Climate Action: Structural
reform of the European carbon market”.
[18] European Council (2014): Conclusions on 2030 Climate and
Energy Policy Framework. 23 October, accessed 11 April 2016 at
http://www.consilium.europa.eu/uedocs/cms_data/docs/pressdata/
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[19] The Courchene/Allan/McClure debate can be followed in the
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http://irpp.org/wp- content/uploads/assets/po/obama-andclin-
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[20] McLure C.E.Jr (2010): The carbon-addedtax: a CAT that won’t
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[21] Courchene T.J., Allan J.R. (2011): Missing the bigger pic-
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[22] Hillman J.: Changing climate for carbon taxes: who’s afraid of
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[23] Direttiva (UE) 2018/410 del Parlamento Europeo e del Consiglio
del 14 marzo 2018 che modifica la direttiva 2003/87/CE per soste-
nere una riduzione delle emissioni più efficace sotto il profilo dei
costi e promuovere investimenti a favore di basse emissioni di car-
bonio e la decisione (UE) 2015/1814.
bibliografia
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Silvestrini G.: 2 C. Innovazioni radicali per vincere la sfida del clima e trasformare l'economia. Edizione ambiente, Milano, 2015.
L'accordo di Parigi e i "paradossi" delle politiche dell'Europa su clima ed energia
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Scalia F.: L'accordo di Parigi e i "paradossi" delle politiche dell'Europa su clima ed energia. Rivista diritto e giurisprudenza agraria e alimentare e dell'ambiente, n 6, 2016.
A good fact for Climate change mitigation
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Brandimarte C.: A good fact for Climate change mitigation. In: Green Fiscal Reform for a Sustainable Future: Reform, Innovation and Renewable Energy. Elgar UK, 2016.
Quali saranno gli impatti della presidenza Trump sul versante energetico-ambientale? In: Nextville, 14 novembre
  • G Silvestrini
Silvestrini G.: Quali saranno gli impatti della presidenza Trump sul versante energetico-ambientale? In: Nextville, 14 novembre 2016.
La lunga marcia per un accordo globale sul clima: dal Protocollo di Kyoto all'accordo di Parigi
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Nespor S.: La lunga marcia per un accordo globale sul clima: dal Protocollo di Kyoto all'accordo di Parigi. In: Rivista trimestrale di diritto pubblico, ISSN 0557-1464, n. 1, 2016, p. 81-121.
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