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LE NUOVE IDENTITÀ CULTURALI GLOCALI: DAGLI ITALIANI AGLI ITALICI

Authors:

Abstract

Globalisation is constantly redefining the processes of individual and collective identity construction. We are experiencing a profound change of era. As many important sociologists have said, we are facing a change of our identity and our social relations in everyday life. Time and space are changing, proximity is our local dimension , but we are immersed in the global flows. Processes of deterritorialization and virtualisation are widespread and characteristic of this new era, profoundly different from the modern era, where territory was so strongly linked to sovereignty and citizenship. Nowadays the crisis of the idea of the modern nation state is reflected by the difficulty in keeping the same meanings to the same expressions. This creates consequences for the Italian community in the world and their changes-the fundamental theme of our research-which take on new identities and functions. In particular we face the new idea of a glocal and cultural identity called Italicity, a sort of Italic commonwealth.
ISSN 2283-7949
GLOCALISM: JOURNAL OF CULTURE, POLITICS AND INNOVATION
2017, 2, DOI: 10.12893/gjcpi.2017.2.7
Published online by “Globus et Locus” at www.glocalismjournal.net
Some rights reserved
LE NUOVE IDENTITÀ
CULTURALI GLOCALI:
DAGLI ITALIANI AGLI ITALICI
RICCARDO GIUMELLI
Dipartimento di culture e civiltà
University of Verona
riccardogiumelli@univr.it
Abstract: Globalisation is constantly redefining the processes of individual and collec-
tive identity construction. We are experiencing a profound change of era. As many
important sociologists have said, we are facing a change of our identity and our social
relations in everyday life. Time and space are changing, proximity is our local dimen-
sion, but we are immersed in the global flows. Processes of deterritorialization and
virtualisation are widespread and characteristic of this new era, profoundly different
from the modern era, where territory was so strongly linked to sovereignty and citi-
zenship. Nowadays the crisis of the idea of the modern nation state is reflected by the
difficulty in keeping the same meanings to the same expressions. This creates conse-
quences for the Italian community in the world and their changesthe fundamental
theme of our researchwhich take on new identities and functions. In particular we
face the new idea of a glocal and cultural identity called Italicity, a sort of Italic com-
monwealth.
Keywords: Glocalism, Nation-State, Postmodernity, Culture, Network.
DALLE IDENTITÀ DELLO STATO-NAZIONE ALLE
IDENTITÀ GLOCALI
Possiamo pensare le identità collettive come qualcosa che
non siano riconducibili ad una mera sovrapposizione con lo
Stato-nazione? In altre parole, possiamo pensare ad identità
culturali collettive transnazionali, sovranazionali o subnaziona-
li, quindi più precisamente di natura glocale, (Robertson 1992,
1995; Bauman 2005; Appadurai 1996, 2013, et al.) in grado di
avere, nel caso, più riconoscimento e valorizzazione di quella
definita dagli Stati-nazione? La risposta, anche a chi non ha
mai approfondito questi temi, apparirà ovvia: certamente. Tut-
tavia, questo non significa che si tratti di un processo sponta-
neo, che la consapevolezza transnazionale dellappartenenza
sia un fatto evidente solo perché siamo in un mondo connesso.
Anzi c’è il problema di unappartenenza che può nascere per
affiliazione, per scelta nel mare magnum delle possibilità, dove
l’uomo si fa homo eligens “luomo che sceglie, ma non che ha
scelto” (Bauman 2008), e paradossalmente soggetto alla tiran-
nia della scelta (Salecl 2011), dove la piccola comunità confor-
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ta nel non dover affrontare la scelta illimitata. Questo significa
che i legami sociali hanno subito una profonda trasformazione
e che quello tipico dello Stato-nazione, seppur ancora forte e
riconoscibile, sta allentando la propria capacità di definizione
identitaria, dando luogo ad altre forze spesso caotiche, non
ordinate e dalla natura diversa. A partire da questo, qui inten-
diamo ripercorrere sociologicamente, nel breve spazio a di-
sposizione, un cammino di cambiamento proponendo anche
un modello idealtipico, usando unespressione di Max Weber,
in grado di raccontarci, come direbbe Edgar Morin (1962),
l’esprit du temps.
Il racconto che va da una società caratterizzata da un or-
dine di tipo tradizionale ad uno nuovo, moderno, è quello su
cui si basa la nascita del punto di vista sociologico. È
l’applicazione del positivismo scientifico in ambito sociale at-
traverso un processo inevitabilmente evolutivo e di progresso
così come lo intende Auguste Comte, colui che per primo de-
finisce e conia il termine sociologia. I processi di organizzazio-
ne sociale si fanno via via più complessi e di difficile interpre-
tazione, dovuti anche ad una percezione allargata degli oriz-
zonti possibili, intesi come spazi di costruzione identitaria po-
liticamente governati. È così che nel XVIII e nel XIX secolo le
identità collettive si cristallizzano intorno ad un sentimento
la nazione – e in unorganizzazione politicalo Stato di diritto
sulla base delle riflessioni e interpretazioni, tra le altre, di
Montesquieu e Rousseau e delle conseguenze della pace di
Vestfalia (1648), che mise fine alla guerra dei trentanni.
Abituati a far risalire l’inizio delletà moderna con la sco-
perta dellAmerica, dobbiamo dire che dal punto di vista poli-
tico sociale europeo quanto deciso nei quattro anni che porta-
rono al trattato di Vestfalia segnarono un prima e un dopo,
quello della nascita dello Stato moderno, senza il quale non
sarebbero stati superati conflitti di natura religiosa, sarebbe
stato possibile costruire un sistema di relazioni internazionale
europeo (Schiera 2000). Nasce una nuova fase istituzionale
sulle rovine degli universalismi dellImpero e del Papato, un
nuovo ordine creato dal pluralismo degli Stati nazionali, terri-
toriali e sovrani. È il tema determinante della sovranità eserci-
tata internamente nel territorio amministrato, nei confronti dei
propri cittadini; ma anche verso l’esterno, attraverso l’idea di
unindipendenza internazionale, stabilendo che nessuno Stato
può immischiarsi negli affari interni di un altro. La sovranità
nazionale si definisce quale suprema potestas superiorem non
recognoscens, non riconoscendo valore giuridico a soggetti
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esterni al territorio controllato. Distingue pertanto quello che
è un sistema politico di Stato da quello locale di famiglie, clan,
tribù, comunità che al primo devono essere sottomesse. Sep-
pur il tema della legittimazione dello Stato diventi fondamen-
tale si tratta di Stati territorialiefficiente mescolanza di “ter-
ra” e “potere” grazie ad un crescente sviluppo e acquisizione
di nuove capacità tecniche di ordine interno (polizia, ragion di
stato, mercantilismo) e di relazione con l’esterno (diritto in-
ternazionale, definizione di pace e guerra).
Si tratta dello spirito repubblicano che contraddistingue i
principi della Rivoluzione Francese, che prevedono l’originarietà
del potere, nel senso che non discende da concessioni divi-
ne, monarchiche per eredità familiare. Lo Stato-nazione è
quindi una sorta di costruzione artificiale, una “comunità im-
maginata” come la chiamerà Benedict Anderson (1982), e au-
toreferenziale del potere sovrano. La concezione razionalista
istituzionale post-rivoluzionaria si sposa poi con l’intraprendenza,
in particolar modo, della corrente positivista, che progressi-
vamente secolarizza la società, scalzando i determinismi teolo-
gici. La scienza, attraverso il metodo scientifico infallibile, di-
venta paradigma di riferimento, come nel caso di Comte e del
suo approccio sociologico.
Il discorso sociologico passa poi, rimanendo nella scuola
francese, a Durkheim; ma anche da Spencer a Weber, da
Tonnies a Marx e Simmel, ecc. È il passaggio che muove da
identità fortemente localizzate ad altre caratterizzate nazio-
nalmente.
È tuttavia, nei termini durkheimiani, che tale passaggio si
chiarisce verso una nuova forma di solidarietà, detta organica.
L’industrializzazione di massa, la concezione del progresso
dellattività umana diventano i motori della modernizzazione e
pertanto i legami sociali mutano. Non più forme di solidarietà
costituite da elementi, più o meno, simili ed egualmente sotto-
posti a poteri superiori, ma attori sociali via via sempre più
differenti, divisi dalla collocazione nel nuovo mondo del lavo-
ro. La divisione e la specializzazione delle mansioni lavorative,
tipiche poi del sistema fordista e taylorista, determinano le dif-
ferenze della modernità. Il sistema sociale si fa più complesso,
ognuno vi svolge ruoli specifici in relazione a quelli degli altri.
Ossia, la modernità costruisce equilibri di convivenza più am-
pi di quella previsti da forme di solidarietà meccanica, auto-
matica perché i ruoli sociali sono sempre gli stessi nel corso
del tempo. Ogni individuo si specializza ma per il proprio be-
nessere necessita di un numero sempre maggiore di altri indi-
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vidui specializzati in altri settori. La divisione del lavoro im-
pone forme di società allargate. Esse vengono definite masse,
tipiche della modernità, si contraddistinguono per un aumen-
to voluminoso di scambi sociali, economici, culturali e
dallanomia dei singoli individui, dalla spersonalizzazione dei
rapporti, dalla distanza delluno dallaltro. Tutto questo per
dire che le vecchie forme tradizionali della gestione del potere
vengono a sbriciolarsi. Sono necessarie nuove istituzioni: un
potere ampio che trascenda il loco, che sappia essere moder-
no, democratico, centralizzato, autonomo; che si fondi sul
consenso delle masse e che soprattutto sappia dare loro appar-
tenenza. Allo stesso modo questa nuova concezione del potere
deve riconoscere i nuovi individui moderni, nuovi cittadini,
consapevoli della loro unicità ma che vivono la nuova appar-
tenenza allinterno di una visione più impersonale e contrat-
tualistica. L’uomo moderno, nelle parole del sociologo tedesco
Simmel (1995), è come le cifre delle casseforti, composto da
elementi simili ma che insieme e mescolati formano una preci-
sa e inconfondibile combinazione. Scrive a tal proposito Ton-
nies (2002): “La teoria della società riguarda una costruzione
artificiale, un aggregato di esseri umani che solo superficial-
mente assomiglia alla comunità, nella misura in cui anche in
essa gli individui vivono pacificamente gli uni accanto agli al-
tri. Però, mentre nella comunità essi restano essenzialmente
uniti nonostante i fattori che li separano, nella società restano
essenzialmente separati nonostante i fattori che li uniscono”.
La gestione di quei fattori appartiene allo Stato-nazione. Si
tratta del grande monopolio centralizzato, non più disgregato
localmente in unità territoriali piccole come nel periodo feu-
datario, ma come strumento dellintera società in cui le fun-
zioni sono suddivise. Questo potere si definisce e si autoali-
menta, innanzitutto, attraverso il monopolio della violenza, le
istituzioni che crea e le forme di legittimazione come grado di
riconoscimento dei propri cittadini (Castells 2009). L’organo
centrale è lo Stato, che assume il ruolo di coordinamento e re-
golamentazione di tutto il complesso dei processi.
L’apparato politico nazionale, allora, prende in carico il
compito, attraverso gli strumenti di socializzazione che gli so-
no propri (la scuola, la leva, la cittadinanza, il lavoro, ecc.) di
ricollocare l’individuo ed i gruppi allinterno di un noi più al-
largato ma che non sempre appare chiaro, almeno per i singo-
li, a causa dei processi impersonali delle società con questo ti-
po di ordine. Essi, gli individui, possono percepirsi distanti,
sconosciuti, diversi e irraggiungibili. Lo Stato, in termini so-
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ciologici, guida la missione funzionalista della società. Come
un organo, ogni settore sociale concorre a far sopravvivere il
corpo nel suo complesso.
In ogni caso, stabilizzatosi nel corso del XVIII e del XIX
secolo, il paradigma dello Stato-nazione diviene universale,
senso ad ogni forma di costruzione identitaria collettiva che in
esso si riconosce. È per questo che, seppur concepito in Euro-
pa, lo Stato diventa un modello esportabile, accolto, con tutte
le differenze del caso, ovunque nel globo.
Tuttavia la globalizzazione continua il suo gioco. Essa,
sappiamo bene, non è un fatto una situazione aprioristica,
ma un processo. È normale pensare che la scoperta del nuovo
mondo determini una percezione più ampia dellorizzonte
identitario umano rispetto alla limitatezza dei confini delle co-
lonne d’Ercole. E se intendiamo questo processo come apertu-
ra e connessione, che non significa necessariamente disponibi-
lità e cooperazione, ma anche conflitto e guerre, lo stesso trat-
tato vestfaliano può essere inquadrato come una tappa di un
processo di allargamento degli orizzonti cognitivi ed identitari.
La globalizzazione nella sua progressione subisce rallentamen-
ti e accelerazioni. Sembra irrompere sulla scena con la prima
e, soprattutto, con la seconda guerra mondiale, per non parla-
re delle tensioni della guerra fredda. Si moltiplicano gli studi e
le analisi scientifiche insieme a quelle giornalistiche e mediati-
che. L’11 settembre ci “sbatte in faccia” la globalizzazione.
Sembra dirci che non è più un fatto elitario ma di tutti, perché
chiunque poteva trovarsi in quel momento in quel posto.
Ognuno di noi, vittima del massacro, andava bene per lanciare
un messaggio allAmerica e al mondo. L’accelerazione si veri-
fica quindi con la globalizzazione dei mezzi di comunicazione
di massa, come già tutta la scuola di Chicago aveva discusso
(Innis 2008; Mcluhan 1967 e al.) e dei nuovi media che trova-
no ampi spazi e audience allargate alle quali offrire i propri
prodotti: social network, comunicazioni in mobilità, connes-
sione continua. In tutto questo il capitalismo sente di non ave-
re grandi ostacoli alle proprie dinamiche: non la Cina, non le
autocrazie, non le democrazie instabili. È la globalizzazione
dei prodotti ma anche dei simboli, delle culture, delle idee che
travalicano confini mobili. Ma non solo, è la globalizzazione
delle grandi emigrazioni di massa, dal Sud del mondo verso il
Nord, l’Europa e gli Stati Uniti, e del turismo dalle dimensioni
straordinarie, un via via facilitato da trasporti aerei e ferroviari
sempre più efficienti.
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La globalizzazione non è il fenomeno che molti intendo-
no, almeno inizialmente, come quello dellomogeneizzazione
globale; definito Macdonaldizzazione (Ritzer 1997) oppure
globalismo (Beck 1999). Al contrario, è un processo disconti-
nuo, polivalente, difficilmente controllabile, discontinuo, mu-
tevole. Il tema dellomogeneizzazione culturale ha destato una
percezione diffusa di un potere calato dallalto, specie delle
multinazionali (Klein 2000) tanto da creare delle forme di resi-
stenze a livello localistico. Preservare l’unicità e l’identità del
luogo diventa una prerogativa, negli anni90, di molte attività
culturali ma soprattutto politiche e amministrative. Si chiudo-
no, metaforicamente o meno, le porte ai flussi globali perché
portano quel disordine, destabilizzano ordini e comportamen-
ti acquisiti nel tempo. È proprio qui, nel rapporto tra locale e
globale, che si crea un attrito in grado di evidenziare la tra-
sformazione in atto. Alla prospettiva pessimista se ne aggiunge
una positiva che ha cercato di integrare in modo funzionale
locale e globale, come due tensioni inesorabili, compresenti, in
continua interazione. Fu Roland Robertson a coniare il termi-
ne di glocalismo, alla metà degli anni90 del secolo scorso.
L’idea era quella che le due situazioni non fossero in contrasto
tra loro ma che potessero, al contrario, cooperare insieme. Si
tratta, piuttosto, di farle lavorare bene. Tuttavia, noi sappiamo
che questo è un lavoro dispendioso. La difficoltà nasce dal fat-
to che è difficile mantenere il controllo su questi flussi. È im-
possibile governarli perché si muovono ad una velocità straor-
dinaria, sono quantitativamente incalcolabili, non tutti sono
accessibili, verificabili, sono di difficile interpretazione ma so-
prattutto pongono il problema di chi deve assumersene la re-
sponsabilità e l’autorità, e di come legittimare tale autorità
(Ornaghi 2017).
Il tema della globalizzazione, della decostruzione del pa-
radigma dello Stato-nazione (Spivak, Butler 2007; Reinhard
2010) e di una sua ridefinizione a favore di altre istituzioni so-
vra, sub e paranazionali si incrociano con i processi di natura
socioculturale della deterritorilizzazione e della virtualizzazio-
ne. Si creano problemi di organizzazione delle competenze
istituzionali sul controllo dei processi globali perché è cogniti-
vamente impensabile delegarle ad un ente che non abbia gli
Stati-nazione come corpus promotore. Ma soprattutto si defi-
nisce la globalizzazione come un fenomeno culturale (Tomlin-
son 2001) dettato da un sistema di connettività complessa.
Deterritorializzazione e virtualizzazione dei processi pon-
gono il problema dellorganizzazione delle competenze (istitu-
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zionali, economiche, culturali) nei processi globali. I flussi in
andata e ritorno dal locale al globale non sono più solo moti-
vati da fenomeni di radicamento e migrazione in un paese
estero, ma sono sempre più connotati dal concetto di mobilità,
che valorizza pertanto alcuni fattori collegati alla globalizza-
zione.
La globalizzazione diventa pertanto un asset da persona-
lizzare e “localizzare” con degli strumenti e degli elementi che
vengono ridefiniti dalle comunità locali. La condivisione di
questi elementi definisce la comunità, ma non la rende statica.
Questo è il vero e più profondo aspetto della globalizzazione:
l’appartenenza dinamica.
E per alcuni la cartina geografica politica non è più la
stessa. Thomas L. Friedman sostiene che Il mondo è piatto
(2005). Con questa espressione l’economista ha indicato un
mondo senza barriere, dove ogni luogo e informazione è fa-
cilmente raggiungibile, a disposizione di chiunque. Una piat-
tezza che sembra creare corridoi fluidi di incontro, opportuni-
tà, novità. Un vento che soffia senza ostacoli. Eppure quello
stesso vento si incontra con altri, dando origine a correnti tra-
volgenti difficilmente controllabili. Si tratta di nuove zone di
incroci, frontiere di un mondo che potrà anche sembrare,
nellefficace similitudine di Friedman, piatto, ma capace, nel
medesimo tempo, di generare situazioni ambigue, di difficile
identificazione. Situazioni ibride che rimettono in gioco le no-
stre coordinate abituali d’interpretazione del reale. Scaturi-
scono improvvisamente dalla vita quotidiana, non dai labora-
tori o dagli esperimenti indotti. Si cristallizzano in un prodot-
to, in un pensiero, in un comportamento, in un volto,
nellarchitettura di un luogo, nelle parole. Per altri come Parag
Khanna (2016) la mappatura che abbiamo imparato fin dai
primi anni di scuola con gli Stati colorati, i confini tracciati da
linee nere, come un grande puzzle, non è più in grado di rac-
contarci il mondo così come lo viviamo. Khanna decostruisce
l’idea che “la geografia sia un destino”. È l’idea di un futuro
già scritto, determinato dalle condizioni ambientali e territoriali
che contraddistinguono un singolo o un gruppo determinati:
La geografia è un destinoè una massima ben nota in tutto il
mondoscrive Khanna Peccato che stia diventando obsoleta. Ar-
gomenti vecchi di secoli su come clima e cultura condannino alcune
società al fallimento, o su come le piccole nazioni siano destinate a
essere intrappolate e soggette ai capricci di quelle grandi, si stanno
ribaltando. Grazie ai trasporti, alle comunicazioni e alle infrastruttu-
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re energetiche globali-autostrade, ferrovie, aeroporti, pipeline, reti
elettriche, connessioni Internet e tanto altro, il futuro ci riserva una
nuova massima: “La connettività è destino”.
Il paradigma è cambiato. Dobbiamo rendercene conto.
Stiamo costruendo un nuovo ordine mondiale. Il percorso si
muove da una struttura territoriale ad una relazionale caratte-
rizzata dalla connettività. Nello specifico l’autore definisce il
passaggio da unorganizzazione del mondo secondo lo spazio
politico (cioè l’idea di come suddividiamo il mondo) ad
unorganizzazione di tipo funzionale (cioè nel modo in cui lo
usiamo attraverso connessioni). Stiamo passando dalla geogra-
fia politica a quella funzionale dei processi di scambio com-
merciali, comunicativi, simbolici, di persone, finanziari, archi-
tettonici, ingegneristici. È un mondo che assomiglia sempre
più ad un social network con i suoi difetti e pregi. È l’età della
Iperglobalizzazione.
Stiamo entrando in una nuova epoca dove tutto è da gio-
care, sostiene Khanna: “ci stiamo muovendo verso unera in
cui le città avranno più peso degli Stati e le supply chain costi-
tuiranno una fonte di potere più importante delle forze armate
il cui obiettivo principale, del resto, sarà sempre più proteg-
gere quelle anziché le frontiere. La competizione per la con-
nettività sarà la corsa agli armamenti del XXI secolo”, dove il
tempo presente viene definito come neomedioevalismo, in
quanto gli Stati nazioni perdono parte del loro potere a favore
di altri attori sociali: aziende, società civile, ma soprattutto le
nuove megacities, grandi agglomerati urbani in relazione con
altri nel mondo.
Lo avvertiamo poi nel passaggio ormai sempre più eviden-
te dalle comunità territoriali alle comunità relazionali (Gri-
swold 2005). Le identità collettive si slegano dal territorio e
assumono significato nella relazione, legate da reti di comuni-
cazione glocale, amicizia sostegno reciproco, in grado di crea-
re nuove appartenenze indipendentemente dal territorio dove
si risiede. Sono comunità nelle quali si entra per affiliazione,
per scelta, non per destino.
Non è il territorio, inteso come lo Stato nazione nel quale
si nasce e definisce la nostra cittadinanza, indipendentemente
dalla nostra volontà, ma la partecipazione attiva nelle reti ver-
so le quali sentiamo appartenenza e riconoscimento.
Un tempo la rete relazionale si sovrapponeva a quella ter-
ritoriale. Esse rappresentavano un tuttuno. In questo senso
territorio e relazioni sociali raccontavano una stessa identità,
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quella di un popolo in uno Stato-nazione, ben compresa dal
funzionalismo di Durkheim. Oggi c’è sempre meno identità
tra le comunità relazionali e quelle territoriali. Esse stanno
procedendo verso la disgiunzione. Lo strumento sono ovvia-
mente i social network che permettono la disaggregazione del
territorio, o meglio non ne fanno il fattore determinante, a fa-
vore di nuove forme di aggregazione dettate dallinteresse e il
sentimento comune.
In questo senso lo Stato-nazione perde la sua forza di col-
lante. “Una comunità può essere tenuta insieme dalla geogra-
fia o da legami di network, ma i membri di entrambi i tipi di
comunità sono uniti dalla cultura”, scrive la stessa Griswold
(2005).
Stiamo riaggiustando il tiro sui processi di riflessività con-
temporanea (Giddens 2001) in termini relazionali. Una rifles-
sività relazionale (Paccagnella 2016) che diventa tale nella co-
struzione identitaria del attraverso forme di autorappresen-
tazione ed eterorappresentazione e non tanto o solo, come lo è
stato per gran parte della modernità, una pratica individuale
(Boccia Artieri 2012).
Questa appartenenza ha come sue prerogative di non de-
finirsi più sul concetto di identità, in cui l’individuazione,
l’imitazione e l’interiorizzazione di elementi costituitivi sono
definiti per creare l’appartenenza a una entità collettiva defini-
ta come “noi” (famiglia, patria, gruppo di pari, comunità loca-
le, nazione fino ad arrivare al limite allintera umanità) in sen-
so esclusivo. Le entità collettive che si creano, non aggregano
più una polis ma si sommano e polarizzano verso comunità a
tema. Nelle comunità a tema una delle cose che certamente ne
possono garantire l’emersione e la sopravvivenza sono il me-
todo, le tecniche e relativi ruoli del lavoro sulla comunità. Es-
sendo attività di community building sempre più artificiali, sia
nellattivazione dei processi che negli esiti, la questione della
governance assume un aspetto centrale.
Riassumendo, il glocalismo può, allora, diventare una ri-
sorsa perché è un bacino di opportunità infinite: di relazioni,
business, conoscenza. È il riflesso di una condizione nella qua-
le vivere. Si vive la tensione del quotidiano su base regionale o
urbana interagendo, al tempo stesso, con quanto accade a li-
vello più globale. Act locally, think globally è un motto diffuso
che ben sintetizza quanto descritto. Agire localmente ma al
tempo stesso ascoltare, riflettere e porsi come attore a livello
globale.
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EMERGE L’ITALICITÀ
La globalizzazione ridefinisce ogni forma di identità col-
lettiva, in primis e soprattutto quella degli Stati-nazione, pro-
tagonisti assoluti dellera moderna, ma che in quella postmo-
derna vanno via via destrutturandosi. Visto l’insieme di flussi
globali spesso incontrollabili, capaci di determinare identità,
dovremmo chiederci cosaltro ci sia di così determinante.
A nostro avviso nei processi di socializzazione ciò che più
conta è la cultura. Essa è, nella definizione di Peterson (1979),
composta da valori, norme, credenze e simboli espressivi. È,
quindi, forma mentis, visione delle cose del mondo, attitudine
verso la realtà, modus operandi, sensibilità e comportamento
che contraddistingue. La cultura come way of living. Ma que-
sto way of living, in tempi di globalizzazione, non può essere
prerogativa di un popolo dentro il suo stato. Esso si muove
per tutto il globo. È un processo dinamico e continuo.
Se i nostri oggetti di analisi sono l’identità e la cultura ita-
liana e il quadro di riferimento è questo, noi possiamo pensare
ad un paradigma in grado di andare oltre la suddivisione iden-
titaria creata dallo Stato-nazione, ma che corrisponda a forme
di appartenenza generate da comportamenti, visione del mon-
do, valori condivisi, che nascono da una comune cultura di ri-
ferimento, seppur sfaccettata. Quindi, non più italianità e ba-
sta. Non più e solo gli italiani d’Italia. Ma un mondo che tenga
conto anche di chi è portatore della cultura italiana fuori dai
confini. Possiamo, quindi, riflettere su un paradigma in grado
di ricomprenderli globalmente: non più italiani o italiani
allestero ma tutti Italici, secondo le linee di pensiero tracciate
da Piero Bassetti (2015, 2008). È l’Italicità, il nuovo paradigma
(dAquino 2014; Giumelli 2010), il nuovo sguardo che rimette
tutto insieme, ma che al contempo distingue perché esistono
gli italici del Venezuela, ma poi anche quelli, per esempio, di
Caracas e quelli di Maracaibo, quelli dellArgentina, quelli del-
la Francia e poi quelli di Parigi e quelli di Nizza, ecc. Gli italici
e l’identità italica si contraddistinguono innanzitutto cultural-
mente, perché, è necessario ricordarlo, l’identità nazionale non
coincide necessariamente con quella culturale. Quella cultura-
le la trascende, i suoi confini non sono certi.
Il termine Italicità, ci racconta questo cambiamento. Esso
implica unidea che tiene in considerazione non solo, ovvia-
mente, gli italiani d’Italia e i residenti allestero ma anche gli
oriundi; gli italiani d’Istria, del Ticino, di Malta; gli italofili
(cioè coloro che con la cultura italica hanno a che fare e ne so-
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no stati o ne vengono socializzati) per non parlare poi degli
immigrati in Italia, che cominciano ad agire e pensare italica-
mente. Si tratta di una sorta di Commonwealth, però non delle
nazioni, ma di persone che riconoscono una cultura condivisa,
condivisibile e mescolabile, dove si mescolano senso di appar-
tenenza e, come dice il termine, benessere comune. Si ritiene
che nel mondo esista una community di 250.000.000 di italici,
che spesso, seppur agendo localmente, fanno e potrebbero an-
cor più fare rete tra loro, piuttosto che con l’Italia, attraverso
uninfinita serie di siti internet, che rappresentano associazioni
di italiani allestero, spesso divisi per zona di provenienza o di
arrivo.
Gli italici fuori dai confini nazionali hanno ben altra con-
sapevolezza della cultura italica. Ma cosa intendiamo con que-
sto? Il processo di ibridazione, caratteristico di ogni fenomeno
di mobilità, si riconosce in tutta quella serie di comportamenti
e simboli, nel nostro caso italici, che incrociano forme di ap-
partenenza diverse: dalla gastronomia alla lingua parlata,
dallorganizzazione di eventi alle attività di istituzioni di asso-
ciazioni locali, regionali dalle origini italiane. Avviene, in altre
parole in un Habitus, per dirla alla Bourdieu, caratterizzato da
una forte mobilità delle persone, delle relazioni e dei simboli
in un contesto glocale. I processi di socializzazione allidentità
culturale avvengono non tanto e solo in ambiti idealtipicamen-
te definiti (le istituzioni moderne), ma attraverso agenzie dove
prevale la riflessività relazionale (Giddens 1995). Vivono un
comune sentire attraverso un particolare percorso di socializ-
zazione, quello che Beck (2005) definisce l’ee identitario del
cosmopolitismo metodologico, piuttosto che l’o...o tipico del
nazionalismo metodologico. Si tratta di una socializzazione
sotto la lente delle sempre più diffuse sociologie relazionali.
Sintetizzando, essa nasce in un contesto di reti migratorie
(Massey 1988; Ambrosini 2006), dove si incontrano una di-
mensione micro, quella del singolo (i rapporti personali fami-
liari e amicali), con una macro (la rete), definita originariamen-
te come etnica, e che noi sostituiamo con culturale. In questo
“gioco” tra le due dimensioni, alla quale si affianca quella in-
terculturale, si definiscono nuovi processi di socializzazione
che alimentano, a loro volta, progetti di associazionismo socia-
lizzanti, in quanto le reti diventano dei veri e propri “ponti so-
ciali” tra luoghi diversi (Portes 1995). Tutto incisivamente e
sinteticamente descritto nella spesso citata affermazione “gli
individui non emigrano, i network sì” (Tilly 1990: 84). Il pro-
blema, o forse il bello di questo discorso, è che i network non
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sono più gli Stati-nazione, ma le civilizzazioni che si caratteriz-
zano per una non chiara sovrapposizione territoriale e una so-
cializzazione orizzontale (bottom up) piuttosto che verticale
(top down). Gli italici riconoscono l’esistenza di un problema
identitario, che si crea nellibridazione, anche se con caratteri-
stiche differenti secondo luogo, modalità di integrazione o as-
similazione e periodo storico dellemigrazione.
Il paradigma italico, che si basa sullidea di network, non
comprende solo gli oriundi o coloro che lasciano l’Italia per la
prima volta, ma anche quelli che vengono socializzati dalla re-
te culturale italica senza avere un goccia di sangue italiano. Per
questo sosteniamo che italici si può diventare per affiliazione,
pur non avendo la nazionalità italiana. Si tratta degli italofili,
coloro che si espongono, volontariamente, o vengono esposti,
involontariamente1, alla socializzazione italica.
Lo fanno perché consumano2 prodotti italiani e/o italici,
oppure vivono esperienze italiane e/o italiche. Si può, ad
esempio amare gli spaghetti alla carbonara (italiani) e gli spa-
ghetti con le meatballs (italici). Si può vivere una meravigliosa
esperienza in gondola a Venezia e, sempre in gondola, nei ca-
nali di Fort Lauderdale in Florida. Il prodotto e l’esperienza
italici identificano una presenza culturale al di dei confini
italiani. Per capire meglio riportiamo questo esempio significa-
tivo. Una volta una signora di Montreal, durante un convegno
organizzato da Globus et Locus e dalla Fondazione IULM,
disse: «mi vesto italiano, ho una casa ricca di arredamenti ita-
liani, ma non parlo italiano. Posso ritenermi italiana o no?».
La risposta è stata ovviamente che non era italiana, ma italica.
Allo stesso tempo un collega francese, ascoltando la frase «ve-
sto francese, ho cultura francese, mangio francese ma non par-
lo francese» avrebbe risposto «lei non è francese» e a nessuno
sarebbe venuto in mente di fare la differenza tra francese e
“franco” o “franciliano”3. È questo il percorso culturale e di
socializzazione che ci interessa e che costruisce appartenenza e
senso d’identità.
Questa situazione emerge ancora più chiaramente nella
partecipazione di italofili a gruppi sui social network, dei più
vari tipi (gastronomici, sportivi, turismo, arte, lingua, ecc.)
cioè la virtualizzazione dei network di cui abbiamo accennato.
Essi raggiungono, già quantitativamente un numero molto im-
portante, che può aumentare. Basta scorrere le pagine di un
gruppo facebook come Italicos4 e leggere i commenti per
comprendere quanto andiamo dicendo: “Io non sono discen-
dente di italiani pero come amo e mi piace il loro paese. Un
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giorno vorrei conoscere tutta la penisola italica. Mi sento ita-
liana”5. E non è il solo esempio. Si continua: “Amo l’Italia
senza essere italiana. Mi identifico pienamente con la sua cul-
tura e la sua gente”. “Mi sento italica per tutta la cultura e la
storia che l’Italia ha apportato, con i suoi costumi, la sua im-
migrazione in Argentina, la sua musica, i suoi sapori e l’allegria
de tutti i tanos, come diciamo qui. Sono innamorata di Firen-
ze, ma anche di tutta l’arte e storia italiana. Se sento l’Italia
come parte della mia vita, allora sono italica”. E si potrebbe
continuare. Tuttavia, l’Italicità necessita di essere palesata,
tratta fuori. In altre parole, c’è bisogno di un lavoro di consa-
pevolezza diffusa in grado di renderla un potenziale da utiliz-
zare per i più svariati scopi: business, scambi culturali, rela-
zioni interpersonali, tradizione e innovazione, possibilità di
lavoro, informazioni pratiche ecc. Per questo divengono ne-
cessarie delle forme di Italpolicies6 in grado di dirigere il pro-
cesso di sveglia (Bassetti 2015) e consapevolezza italica. Capi-
tale politico e culturale insieme a segnare il cammino della go-
vernance glocale, in altre parole una governance delle civilizza-
zioni. Consapevoli del lato storico e rivoluzionario della pro-
posta, ma senza velleità di provocazione o di critica fine a se
stessa, ipotizziamo, quindi, uno spostamento da un paradigma
internazionale a uno intercivitas, sulla base delle intuizioni di
S. Huntington (1996), che modificherebbe, ad esempio,
l’essenza stessa dellONU: da organizzazione delle nazioni uni-
te a organizzazione delle civilizzazioni unite (OCU). Non si
tratta di una proposta avanguardista ma di un riconoscimento
fenomenologico dei processi in atto.
Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’approccio ermeneuti-
co al tema dellitalicità è quello, più astrattamente parlando,
della rete (Castells 2009; Di Nicola 2015), fatto di nodi in gra-
do di dare il loro apporto in relazione con altri. La rete, in
senso più astratto, è la situazione che contraddistingue questi
processi. Lo stesso sociologo spagnolo Castells (2009) sostiene
perentoriamente che “noi siamo reti in connessione con un
mondo di reti”. L’unità è la rete, non il nodo. I nodi, le cui
funzioni dipendono dal sistema più complesso attraverso il
quale agisce la rete e soprattutto dalla capacità di dare il pro-
prio contributo allefficienza della rete, non sono centri auto-
nomi ma assumono la funzione di nodi proprio perché in rela-
zione con gli altri.
I confini di un paese non sono mai quelli tracciati da una
frontiera o da una linea su una carta geografica, ma quelli dove
giungono la sua cultura e gli uomini e donne che lo rappresen-
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tano. Con parole simili la Società Dante Alighieri, promotrice
della lingua italiana nel mondo, proiettava, presso l’archivio di
Stato di Torino in occasione del suo ottantesimo congresso in-
ternazionale, la seguente frase: dove arriva la sua cultura,
ecco i veri confini di un Paese”.
Questo percorso ci porta, quindi, ad identificare l’identità
italica come culturalmente determinata attraverso un processo
che nasce dal sentirsi parte di una comunità, o meglio civiliz-
zazione, piuttosto che unaltra, o ancor più di percepire
l’incontro di diverse appartenenze, quello che i sociologi, e
non solo, definiscono diffusamente pluriappartenenza. Non c’è
bisogno di studi approfonditi, di analisi sociologiche minuzio-
se per comprendere come questa identità si fonda sul ricono-
scimento di un comune sentire. Basta chiedere ai singoli indi-
vidui che vivono tra culture: “Da dove vieni?”, per capire che
la risposta sta diventando complessa. Non è più identificabile
oggettivamente ma necessita di una riflessione individuale, di
una scelta del singolo nel suo percorso di socializzazione. Ed è
per questo che nella maggior parte dei casi dirà: “Io mi sen-
to…” e non tanto “Io sono di”.
L’identità italica, come abbiamo avuto modo di scrivere in
altre occasioni (Giumelli 2010) si avvale di due dimensioni che
la contraddistinguono: una lunga memoria nel tempo attraver-
so un processo di sedimentazione costante, per quel che con-
cerne la costruzione dellidentità collettiva nella penisola itali-
ca, che non può essere ridimensionato ad un fatto prettamente
burocratico di cittadinanza. In altre parole, la storia del paese,
e del suo diventare Italia, non può nascondere sotto la facciata
politico-istituzionale il particolare tessuto culturale che ha
contraddistinto questa porzione di terra. L’altro elemento de-
terminante è la grande presenza globale di cultura italiana e
italiani nel mondo, dovuto alle grandi emigrazioni di massa ma
anche a precedenti mobilità elitarie. In altre parole una strut-
tura culturale ibrida delle sue diverse componenti, nei luoghi
più diversi: in Argentina, negli Stati Uniti o in Francia, danno
luogo a identità formatesi allincrocio di nuove traiettorie cul-
turali. Appunto, unidentità italica, che si deve avvalere anche
di una sua definizione linguistica nuova, per avvalorare la sua
distinzione.
Ecco perché, volendo applicare una terminologia presa a
prestito dallambito del marketing, di cui esiste unimportante
e densa letteratura, gli italici, come i prodotti, non hanno tanto
una country of origin (CoO) ma innanzitutto una Cultural ori-
gin (CO). Molti oriundi sparsi nel mondo, in seguito alla gran-
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de emigrazione post-unitaria, condividono più che lItalia co-
me spazio fisico, che forse alcuni di loro non hanno visto o più
rivisto, una cultura che è stata tramandata e risocializzata at-
traverso processi di rilocalizzazione e indigenizzazione (Appa-
durai 1996) della stessa, generando situazioni particolari e
nuove.
L’identità italica si rappresenta come un oltre. Oltre l’idea
dalla natura più definita internazionale nella quale puoi essere
identificato solo come appartenente ad uno Stato, tramite una
carta di identità. Oltre l’idea diffusa di essere considerato
l’italiano nel paese di arrivo, e l’argentino o l’americano in Italia.
Oltre il trattino che separa, italo-americano, italo-canadese. Ed
anche oltre la definizione senza trattino, sempre ad evidenzia-
re due mondi come parti contrapposte che non si incastrano,
si integrano ma si bloccano in una giustapposizione di parole.
Un poe un poe forse niente. L’italicità è oltre ma è già una
realtà non solo di riflessione ma con iniziative che si stanno
attivandosi nel mondo: start up (italicos.com), giornali on line
(La Voce di New York)7, gruppi sui Social (Italici, Italicos, e
tanti altri), eventi (Paseo Italicos)8, dibattiti, incontri, seminari
che sono facilmente rintracciabili on line, a partire prima di
tutto dal grande lavoro svolto dallAssociazione di Globus et
Locus e del suo presidente Piero Bassetti.
L’italicità è quindi, dal lato teorico, un possibile modello,
un paradigma di riferimento nel riconoscimento delle nuove
identità globali. Ma dal lato pratico è un working progress. La
si comprende, facendola, stimolandola, raccogliendola in tutta
quelle enorme serie di situazioni che la creano spontaneamente.
In questi anni di lavoro e di ricerca sul paradigma italico
non sono mancate difficoltà, ambiguità e ostacoli, a partire
dallaccettazione dellespressione italicità. Quello che ci è
sembrato più evidente è stato, ed è tuttora, una sorta di scetti-
cismo proveniente anche da chi avrebbe tutto da guadagnarci.
Il riferimento è alla politica e alle imprese italiane. Sappiamo
bene che gli italici hanno una forza, perlomeno quantitativa,
assolutamente più considerevole di quella degli italiani in stric-
tu senso, che potrebbero trarre giovamento, soprattutto in
unidea di business, da una rinnovata connessione e reciproco
riconoscimento. Il problema è che le istituzioni e le stesse im-
prese mostrano una difficoltà a ricollocare questi nuovi feno-
meni allinterno delle competenze relative ai loro ruoli. In altre
parole, lo scetticismo è alimentato da una sorta di timore di
perdita di identità del ruolo e dei relativi pregi che porta a una
ulteriore rigidità di comportamenti. Le istituzioni politiche, a
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parte quei parlamentari eletti allestero che hanno riconosciuto
l’humus culturale italico dal quale provengono e soprattutto
l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (2017)
che ha usato in varie occasioni l’espressione italicità, hanno
mostrato una certa indifferenza, non tanto nella volontà di
ascolto e di dialogo, ma sui successivi passi concreti da intra-
prendere. D’altra parte discutono con un mondo che le dele-
gittima, o meglio oltrepassa le fondamenta dello Stato sulle
quali risiede il proprio potere. In questi anni sono stati molti i
confronti e i momenti di discussione che, purtroppo, non han-
no portato a reali attivi o investimenti. Anche nellambito delle
imprese, ad esempio nella promozione del Made in Italy
(Giumelli 2016), prevale unidea conflittuale e di ostilità con
tutto quello che non viene prodotto nel territorio italiano ma
che si richiama allItalia, il cosidetto italian sounding. Consa-
pevoli di tutti i casi di frode e falsi che riguardano i prodotti,
l’eccesso di attenzione alla territorializzazione, che si traduce
in richieste di barriere e protezionismi, ostacola una vera con-
sapevolezza della complessità della produzione transnazionale
di quelli che oggi vengono definiti “prodotti ibridi” (Han e
Terpstra 1988; Hamzaoui e Merunka 2006). Senza scendere
nei particolari di questo specifico tema, evidenziamo la diffi-
coltà delle attuali istituzioni politiche ed economiche a tra-
scendere la dimensione territoriale che caratterizza il loro ruo-
lo definito dai processi tipici della modernità.
L’italicità ha la difficoltà, proprio per la sua dimensione
aterrittoriale, o perlomeno transterritoriale, di potersi chiara-
mente identificare con delle istituzioni tangibili, come nel caso
dello Stato-nazione che detiene il potere della cittadinanza.
Questo perché l’italicità viaggia glocalmente oltre il senso del
luogo (Meyrowitz 1993) e si configura più distintivamente
come un processo 2.0. L’italicità è rete.
Il tema sembra sposarsi spontaneamente con quanto so-
stenuto recentemente da Mark Zuckenberg in quello che può
essere considerato un suo manifesto sul mondo del futuro e
che sottolineiamo con una frase, che andando a chiudere,
condensa il contesto nel quale inseriamo questo testo: “Pro-
gress now requires humanity coming togeteher not just as ci-
ties or nations, but also as a global community. This is espe-
cially important right now. Facebook stands for bringing us
closer together and building a global community”.
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NOTE
1 Con “volontariamente” e “involontariamente” ci riferiamo a due forme di so-
cializzazione differenti. La prima è una socializzazione di secondo grado, riflessiva,
caratterizzata, nell’individuo maturo, dalla scelta di “lasciarsi” socializzare da una cul-
tura che piace, che si ama, che si desidera. La seconda, definita primaria e involonta-
ria, è caratterizzata da processi di minore o assenza di riflessività individuale e di scel-
ta, perché le agenzie di socializzazione primarie, come la famiglia, la scuola, i pari tra-
smettono quegli elementi culturali contestuali e di riferimento (valori, norme, creden-
ze) che non possono non essere appresi per vivere in società. Spesso la socializzazione
primaria riguarda i minori o comunque fino a gran parte dell’infanzia.
2 Il consumo, come ci ha mostrato Baudrillard (1974), è una dimensione identi-
taria, di appartenenza e relazionale piuttosto che legata al valore d’uso. In altre parole
il consumo è un processo postmoderno di socializzazione.
3 Atti del Seminario, Glocalismo e lingua italiana: sfide e prospettive. Non l’italiano
degli italiani, ma l’italiano degli “italici”, Università IULM, Milano, 6 luglio 2006.
4 Si tratta del gruppo di italici presente su Facebook più numeroso al mondo,
con quasi 128000 utenti nel momento in cui si scrive: https://www.facebook.com/
italicosenelmundo/
5 Nostra traduzione dallo spagnolo.
6 Questo termine lo riporto come utilizzato da Piero Bassetti (2017) durante una
delle nostre diverse conversazioni sul tema.
7 www.lavocedinewyork.com
8 https://www.youtube.com/watch?v=0O98VSNko4Q
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This major collection of essays, a sequel to Modernity at Large (1996), is the product of ten years' research and writing, constituting an important contribution to globalization studies. Appadurai takes a broad analytical look at the genealogies of the present era of globalization through essays on violence, commodification, nationalism, terror and materiality. Alongside a discussion of these wider debates, Appadurai situates India at the heart of his work, offering writing based on first-hand research among urban slum-dwellers in Mumbai, in which he examines their struggle to achieve equity, recognition and self-governance in conditions of extreme inequality. Finally, in his work on design, planning, finance and poverty, Appadurai embraces the "politics of hope" and lays the foundations for a revitalized, and urgent, anthropology of the future.
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Parole chiave Italicità, identità, appartenenza, cultura, migrazione 1. 2011: sono 150 anni di unità Il 2011 è stato l'anno delle celebrazioni dei 150 anni dall'unità d'Italia. Molto si è detto e scritto, spesso polemicamente e strumentalmente secondo gli interessi in gioco. Sono stati pubblicati, nell'occasione, molti testi, come a tirare le fila di questi anni di vita, rivisitando e divulgando gli eventi risorgimentali, oppure seguendo la linea, magari nostalgica, del come eravamo e del come siamo diventati. Altri (Dardano 2011, Della Loggia Schiavone 2011, Gentile 2010, Montanari 2011, Patriarca 2010, Ruffolo 2009), invece, hanno adottato uno sguardo, a nostro avviso più ampio, un orizzonte esteso caratterizzato da aspetti socio-culturali che non si limitano ai 150 anni, ma oltrepassan-doli vanno a riconfigurare un percorso di costruzione identitaria allargato agli eventi e alle vicende che hanno visto protagonista la Penisola italica ben prima del 1861. Si tratta, se volessimo riassumere, di provare a non farsi trarre in inganno dalle cesure temporali, alle quali molto spesso storici, e soprattutto giornalisti, per semplicità o semplicismo, ricorrono. È il peso o il timore della complessità che può portare a definizioni standard, con conseguenze devianti, nel nostro caso, sul tema dell'auto-riconoscimento collettivo, rispondendo alla domanda «chi siamo». «Abbiamo fatto l'Italia, facciamo gli italiani», la frase attribuita al marchese D'Azeglio, oltre ad essere alla base delle nostre riflessioni è uno di quei classici temi che, per faciloneria, può far nascere tutta una serie di percezioni sbagliate. Certamente il nobile italiano affermò che erano «gli italiani […] i più pericolosi nemici dell'Italia unita». Fatto che ci trova più concordi. Ma perché esprimiamo dubbi su quel «fare gli italiani», che anche durante la copertura mediatica per il 150° è tornato ad essere * Università degli studi di Firenze.
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This chapter points out that by the early 19th century, evolving capitalist economic and property relations-notably the spread of wage labor, the separation of households from the means of production, and the rising productivity of commercial agriculture-had combined with diminishing land resources and an expanding demand for labor in urbanindustrial areas to make long-distance migration a logical choice for many Europeans. Recent scholars of European emigration generally agree that local conditions, including land-tenure patterns, agricultural requirements, and resource management, profoundly influenced rates of emigration and return as well as the kinds of people who emigrated. Those from regions, such as certain parts of southern Italy, where land ownership was still possible hoped to use American wages to purchase land upon their return. The sons of west Norwegian cattle farmers, shut out from ownership, along with fairly-well-off farmers seeking larger farms, also left Europe. © 1990 by The Statue of Liberty Ellis Island Foundation. All rights reserved.
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Development and migration are related because the processes of capital substitution, enclosure, and market penetration destroy the foundations of the peasant economy and create a pool of displaced persons who seek better opportunities elsewhere. Given the cyclical nature of economic growth, the persistence of international wage differentials, and the decline of transport costs, some movement abroad is inevitable. The extent of emigration is determined by the degree of economic integration between countries, but once begun, international migration tends to feed on itself and grow rapidly. Historically, among European countries in the nineteenth and early twentieth centuries, emigration was extensive and reliably linked to the onset of industrialization. As a contemporary example, Mexico conforms closely to expected patterns and its level of emigration is not exceptional by historical standards.
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In recent days, the referendum in the United Kingdom and the alleged attempted coup d’état in Turkey has placed in center stage the problem of every nation-state’s internal democracy as well as its relationship with the international dynamics that in- volve processes of integration such as those seen in the European Union. Once again, the relationship between the formation of public opinion in a given political community and the expression of the will of the majority of its citizens seems to be at the heart of the problem. A consideration of the relationship between local de- mocracy and global democracy, even under this lens, is therefore even more apt; with the goal of understanding the different per- spectives that present themselves to those interested in reasoning in terms of globalization of democracy and in terms of the democ- ratization of globalization. Amongst the published essays in this edition of “Glocalism”, some interesting assessments are expressed on two of the crises that are linking the political experiments being conducted through the institutions of the European Union: on one hand, the difficulty in handling the influx of refugees and on the other hand the shortfalls of democracy which characterize these institutions.