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The addicted mind : un approccio neuro-cognitivo ai comportamenti dipendenti

Authors:
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
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Tratto da:
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
a cura di: Vincenzo Russo
EDIZIONE: 2011
COLLANA: Cultura e linguaggi della comunicazione (3)
ISBN: 9788843052325
Versione pre-print
The addicted mind: un approccio neuro-cognitivo ai comportamenti dipendenti
Claudio Lucchiari, Gabriella Pravettoni
Introduzione
Lo studio psicologico dei comportamenti disfunzionali, come quelli di uso e abuso di sostanze, si è
classicamente confrontato con i modelli economici. Quest’ultimi, infatti, sono indirizzati a spiegare
un percorso comportamentale in base al rapporto costi/benefici ad esso sotteso. Se pensiamo al
comportamento di consumo, in generale, come a una tendenza naturale dell’uomo (come di
qualsiasi altro animale) verso elementi dell’ambiente che possano apportare un qualche beneficio o
soddisfare uno specifico bisogno, allora dovremmo chiederci come sia possibile che vengano messi
in atto comportamenti di consumo, e quindi di specifiche scelte, che sul lungo periodo si dimostrano
svantaggiose.
Secondo una prospettiva economica se al soddisfacimento di un bisogno corrisponde un rapporto
costi/benefici maggiore rispetto a un altro è prevedibile che quel comportamento sia abbandonato
e/o sostituito o compensato.
Se, ad esempio, il sig. Rossi è amante delle aragoste, ma le aragoste sono troppo care rispetto al
relativo budget è prevedibile che la dieta abituale del sig. Rossi non preveda le aragoste. Così il
bisogno “nutrirsi” verrà declinato in modo differente scalando, diciamo, il valore di piacere
associato a tale bisogno in modo da ritarare il rapporto costi/benefici a tale bisogno associato. Ciò
non significa che l’aragosta non verrà mai mangiata. Semplicemente la scelta dell’aragosta ver
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categorizzata come eccezione, associando così a tale scelta un alto valore di ricompensa (beneficio)
a cui può essere associato un altrettanto alto prezzo, senza mettere in pericolo l’equilibrio
economico del budget personale. Infatti, mangiare aragosta, diciamo, una volta al mese non
compromette né l’economia né il benessere del sig. Rossi. L’aragosta, infatti, rimane un’eccezione,
non modifica cioè la normale dieta.
Chiaramente l’esempio del sig. Rossi è un esempio semplice, che rappresenta la maggior parte delle
scelte di consumo di cui abbiamo esperienza. E pure esistono particolari domini in cui questo tipo di
schema logico non regge.
Pensiamo al tabagismo, probabilmente la forma di addiction
1
più diffusa nei paesi sviluppati. Gli
effetti negativi del comportamento di fumo sono evidenti sia sul piano scientifico che su quello
esperienziale. La correlazione fra tabagismo e alcune forme di tumore e con alcune malattie
cardiovascolari è ormai così consolidato da far considerare il fumo come un comportamento a
rischio. Vi sono poi vari effetti collaterali (ingiallimento dei denti, cattivi odori degli abiti e degli
ambienti frequentatori da fumatori, danni da fumo passivo e così via), che seppur non costituiscono
un pericolo reale per il fumatore, costituiscono comunque un evidente svantaggio personale. Il
tabagismo, infine, comporta un conflitto sempre più intenso con le norme sociali, che sempre più
rilegano la pratica del fumo ad ambienti aperti o privati e mettendo, spesso, così il fumatore in una
situazione in cui il bisogno rimane insoddisfatto, generando vissuti spiacevoli a volte anche intensi,
tanto da sfidare le norme stesse.
Per ultimo, il comportamento di fumo comporta una spesa notevole, cui non corrisponde un
beneficio effettivo, se non il soddisfacimento di un bisogno che il comportamento stesso
contribuisce ad alimentare in un circolo vizioso continuo.
Da un punto di vista psicologico molti modelli sono stati utilizzati per comprendere questo
comportamento, sia sul piano cognitivo che su quello dinamico. Tuttavia, in questo lavoro
prenderemo una prospettiva differente, partendo dai modelli propri della scienza della decisione e
appoggiandoci sui concetti dell’economia comportamentale. Termineremo dunque con un ampia
disamina sulla prospettiva neuro-economica, in grado di coniugare i modelli psicologici ed
economici con le metodologie di analisi delle neuroscienze.
1. La dipendenza come comportamento razionale
1
In questo capitolo useremo il termine addiction per intendere un comportamento di consumo associato a uno stato
dipendenza, inteso come quello stato in cui il consumo di un certo bene genera uno squilibrio della dinamica
comportamentale tipica di una certa persona. A differenza delle aragoste del sig. Rossi, che invece non determinano
dipendenza (non sono cioè “addicitive”).
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Secondo il modello dello studioso di economia Gary Becker (1996) i comportamenti correlati alla
dipendenza da sostanze (o meglio alla dipendenza in generale) possono essere descritti a partire da
un modello economico razionale: l’uso e l’abuso di sostanze, così, non comporterebbe l’attuarsi di
un comportamento razionale, bensì potrebbe essere descritto secondo le norme usuali che
definiscono la razionalità da un punto di vista economico.
Ma di che tipo di razionalità stiamo parlando ?
In sostanza ci stiamo riferendo a un modello di razionalità molto semplice basato sulla
massimizzazione dei benefici relativi a un certo comportamento (es. il consumo di un bene) in un
contesto di preferenze stabili.
Ma è davvero possibile descrivere il comportamento dipendente come un comportamento di
consumo razionale ?
Secondo il modello della dipendenza razionale, una persona dipendente rappresenta comunque un
individuo razionale, da un punto di vista economico, in quanto in grado di fare delle scelte che
tendono a massimizzare l’interesse personale o l’utilità attesa. Questo homo oeconomicus può
certamente cadere vittima di scelte sbagliate e potenzialmente dannose per e per gli altri, ma è
comunque in grado di correggersi.
In generale, dunque, i modelli economici descrivono il comportamento umano come un insieme di
valutazioni e conseguenti azioni mirate a raggiungere gli interessi personali per quanto possibile.
Dato, quindi, un insieme di credenze circa un certo contesto, gli individui dovrebbero orientare le
proprie scelte in modo da massimizzare l’utilità correlata. In questo modo un individuo si
mostrerebbe razionale in relazione alle proprie preferenze (e desideri) nel già citato insieme di
credenze circa ciò che è possibile e non è possibile ottenere in un certo contesto.
Tuttavia una serie di comportamenti, fra cui il consumo di sostanze (dal tabacco all’eroina) e il
gioco d’azzardo, mostrano tendenze comportamentali che non ricadono nel modelli di razionalità
descritto.
Vari modelli, come detto, sono stati sviluppati nel tentativo di far rientrare anche questi
comportamenti nella prospettiva economica nel modello della scelta razionale.
Ad esempio, secondo il modello di Suranovic e colleghi (1999), un comportamento o un bene per
dare luogo a un comportamento dipendente deve essere associato a un effetto detto di
complementarità adiacente, in quanto il consumo passato di una certa sostanza aumenterebbe
l’utilità marginale del consumo attuale. Ciò sembra legato a un processo di apprendimento per
rinforzo dovuto al fatto che l’uso di una certa sostanza in passato aumenta la probabilità che tale
comportamento si ripeta se in qualche modo ha ottenuto un rinforzo, cioè un esito apprezzabile (tale
esito può essere caratterizzato da uno stato di euforia, di energia, disinibizione, piacere; a volte,
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però, è meno facilmente descrivibile). Inoltre, sempre secondo questo modello, i comportamenti che
potenzialmente possono dare origine all’addiction sono associati a un costo di uscita, cioè a una
utilità negativa qualora l’abitudine comportamentale (come il fumo, il gioco d’azzardo o
l’assunzione di sostanze psicoattive) venga interrotta. Secondo questi modelli, che, almeno in parte,
si rifanno all’originale lavoro di Becker e Murphy (1988), continuare a usare sostanze psicoattive
piuttosto che perpetuare un comportamento dipendente rappresenta comunque una scelta, un
processo cognitivo, cioè, che chiama in causa la complessità dei sistemi cerebrali sottesi ai processi
decisionali. E’ quindi utile approfondire tali strutture, in quanto la validità di un modello relativo al
comportamento umano non può prescindere dal confronto con le scienze che ne studiano le basi.
In seguito, quindi, daremo una breve descrizione delle strutture principali implicati nei processi
decisionali, con particolare riferimento ai circuiti che soggiacciono alle scelte e ai processi di
rinforzo che danno luogo a preferenze stabili nel tempo (comportamenti ripetuti) nonché, in casi
disfunzionali, a veri e propri comportamenti compulsivi.
Quindi passeremo a una breve disamina sugli effetti neurofisiologici e cognitivi dell’uso di
specifiche sostanze. Infine si tenterà un lavoro di sintesi per mostrare come la neuro economia ci
può aiutare a comprendere, nel bene e nel male, il fenomeno dell’addiction ad ampio spettro e si
cercherà di comprendere fino a che punto il comportamento di abuso di sostanze o di altri
comportamenti dipendenti si possa considerare una scelta e, soprattutto, una scelta razionale.
2. La decisione umana
La natura fallacie della decisione umana è stata studiata negli ultimi 50 anni da una serie di studiosi
provenienti tanto dall’economia, quanto dalla psicologia e, più recentemente, dalle neuroscienze.
Questo interesse multidisciplinare ha portato, lungo i binari scientifici delineati principalmente dagli
studi di Tversky e Kahneman negli anni ‘70, a nuovi modelli di analisi del comportamento umano,
in generale, e della scelta in particolare. Fra questi, i paradigmi dell’economia comportamentale,
della psicoeconomia e delle neuro-economia. Quest’ultima, in particolare, ha portato negli ultimi
anni a un numero sempre maggiore di studi neuro-scientifici, che hanno gettato luce su alcuni punti
chiave relativamente alla decisione umana: la razionalità, il libero arbitrio, il ruolo della
competenza.
Infatti, da un punto di vista neuro-economico non è tanto importante comprendere quali sono i
centri nervosi interessati da un certo processo (come quello di scegliere un certo prodotto invece di
un altro); piuttosto è necessario indagare il funzionamento del cervello al fine di dare fondamento o
meno a modelli descrittivi e previsionali propri dell’economia. Infatti un modello economico per
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essere realmente utilizzabile al fine di comprendere il comportamento umano non può, in linea di
principio, contrastare con il funzionamento, anzi il fondamento, dell’essere uomo. Fondamento che
trova una sua collocazione specifica non più nell’intangibile mente, la cui profondità può essere più
o meno sondata a seconda del modello psicologico utilizzato, bensì nel sistema nervoso centrale. Un
sistema che grazie alle nuove tecnologie di indagine (neuro-visualizzazione in vivo, neuro-
modulazione e così via) può essere studiato e analizzato sempre più in dettaglio, seppure
affrontando non poche difficoltà metodologiche (Lucchiari, Leotta, Di Nuovo, 2007).
In questa prospettiva, dunque, la decisione umana viene ormai considerata in modo diverso da
quanto si faceva mezzo secolo fa.
In particolare si parte dal presupposto che per quanto l’uomo si possa dimostrare razionale (e lo
conferma ciò che è riuscito a realizzare nella propria storia, nel bene e nel male), la razionalità di un
singolo individuo è pur sempre limitata (Simon, 1956).
Soprattutto di fronte all’incertezza e al rischio, ma non solo, l’uomo mostra delle limitazioni tipiche
chiamate bias. La decisione umana risulta così contaminata da una serie di bias che possono
condurre a scelte sub-ottimali. Ciò a causa di un particolare modo di prendere le decisioni, che non
necessariamente chiama in causa il ragionamento, quanto piuttosto l’uso di euristiche. L’euristiche
sono dei procedimenti cognitivi in base ai quali è possibile prendere una decisione, o risolvere un
problema, utilizzando pochi indizi e attraverso processi semplici (come l’associazione fra situazioni
diverse ma simili, o l’uso della sola memoria per stimare la frequenza di un certo stimolo/evento e
così via). A volte, le euristiche sono definite scorciatoie cognitive, delle vie alternative, più brevi, a
volte immediate, per prendere una decisione e andare oltre. Tuttavia, come tutte le scorciatoie, si
possono mostrare pericolose, fuorvianti. Se infatti la maggior parte delle volte le euristiche
funzionano (per questo si sono evolute e stabilizzate come modalità di funzionamento tipica della
nostra mente), possono portarci a scelte sub-ottimali o addirittura a commettere errori clamorosi. Se
,ad esempio, fossimo un assicuratore e volessimo stimare il rischio di un certo comportamento in
base solo agli episodi relativi che ci vengono in mente, anziché consultare delle statistiche precise,
potremmo esporci a un grosso rischio. La memoria potrebbe introdurre un bias dovuto all’
esperienza personale, che potrebbe essere molto atipica rispetto alla diffusione di un certo
fenomeno. Potrebbe comunque andare tutto per il verso giusto, oppure potrebbe comportare una
grossa perdita di denaro.
Tuttavia i modelli della razionalità limitata e quelli della razionalità olimpica (cioè la razionalità
propria di un agente perfettamente logico), come quelli che vedono l’uomo come massimizzatore di
utilità (cioè dei propri interessi), non sono necessariamente in contrapposizione. Dipende dalla
natura dei modelli e dalla visione di uomo che ognuno di essi veicola.
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Se l’uomo tende ad usare scorciatoie cognitive per prendere decisioni rapide che il più delle volte
funzionano, anche se in modo inconsapevole (a volte irrazionale se visti a posteriori) ciò non
significa che la condotta umana non sia orientata a massimizzare una certa utilità e che il concetto
di utilità non sia utile a descrivere il comportamento umano. Anzi, si potrebbe obiettare, è proprio
la violazione del principio di massimizzazione che può aiutarci a comprendere la decisione reale,
quella situata nei contesti di tutti i giorni. Infatti, se pensiamo che l’uomo in quanto essere in
continua tensione adattiva al suo contesto o habitat (e in quanto necessariamente razionale), dal
quale impara come migliorare le proprie prestazione, minimizzando lo sforzo per raggiungere i
propri obiettivi (cioè soddisfare i propri desideri/bisogni); un uomo così descritto può comunque
essere pensato come a un massimizzatore della propria utilità, anche se non sempre tale processo
persegue i modi e i tempi propri dei modelli economici più precisi, o se vogliamo razionali, da un
punto di vista strettamente logico-matematico.
In questo senso l’uso delle euristiche sarebbe un modo per accelerare i processi cognitivi, le scelte,
anche a costo di correre il rischio di sbagliare. Tuttavia questo rischio non sarebbe irrazionale di per
sé. Infatti, in presenza di tempi limitati, di informazioni scarse e in situazione di incertezza (contesto
in cui non è possibile dare una stima precisa del rischio associato a una certa scelta), l’utilizzo di
euristiche decisionali non sarebbe meno conveniente rispetto ad algoritmi matematici (i cosiddetti
sistemi analitici), che in tali condizioni comunque non garantirebbero l’esclusione di un errore,
anche di grandi dimensioni.
Secondo questa prospettiva, dunque, l’uomo si sarebbe evoluto ottimizzando l’uso di processi
cognitivi attraverso un bilanciamento di schemi logici e euristici. In questo senso, l’utilizzo dei
modelli neuro-economici non sarebbe un mero esercizio matematico, in quanto permetterebbe di
comprendere le vie percorse dall’evoluzione per permettere all’uomo di adattarsi al proprio habitat,
modulando, attraverso l’apprendimento, il funzionamento del sistema cognitivo e, dunque, di ciò
che ne costituisce la base funzionale: il sistema nervoso centrale.
Seguendo questo linea di pensiero la neuro-economia può contribuire a comprendere la natura e
l’origine causale di comportamenti complessi, come quelli relativi al fenomeno dell’addiction.
Infatti, l’apporto delle neuroscienze permette di indagare lo sviluppo del rapporto fra uomo e
ambiente, attraverso l’analisi delle strutture biologiche che modulano un certo comportamento
osservabile. Grazie all’apporto delle neuroscienze, così, è possibile dare fondamento a modelli
economici realizzate su base teorica, come il caso del modello, inizialmente proposto da Becker e
Murphy (1988), definito dell’addiction razionale. Iniziamo questo breve viaggio descrivendo le
principali strutture nervose interessate dai processi decisionali chiamati in causa da tale modello e
sottesi, dunque, alla valutazione dei benefici (ricompense) e dei costi di un certo comportamento
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3. Il sistema meso-limbico/meso-corticale: la scelta economica.
4. L’effetto di alcune sostanze sul cervello
Il meccanismo d’azione delle droghe sul cervello varia non solo da droga a droga, ma anche in base
alla quantità e a una serie di fattori individuali. Nonostante ciò, esse hanno in comune la capacità di
stimolare i neuroni dopaminergici del sistema mesolimbico (si veda sopra). I meccanismi attraverso
cui stimolano i neuroni dopaminergici mesolimbici sostituendosi ai neurotrasmettitori sono vari e,
in tutti i casi, l’effetto finale è un accumulo della concentrazione di dopamina che viene a contatto
con i neuroni post-sinaptici, o perché ne viene rilasciata una maggiore quantità o, perché essa si
accumula intatta al di fuori del neurone.
I neuroni dopaminergici controllano le funzioni fondamentali per la sopravvivenza dell’individuo e
della specie (il cibo ed il sesso) e ne controllano le emozioni collegate a tali stimoli come
l’attenzione, il desiderio e il piacere. Questi neuroni contribuiscono normalmente anche alla
coordinazione motoria necessaria per il raggiungimento e la consumazione dell’oggetto desiderato.
Attraverso tecniche di neurovisualizzazione si nota, in oltre, che sia lo stato anatomico che il
funzionamento del cervello dei tossicodipendenti da cocaina, da amfetamina o eroina e sia la
somministrazione endovenosa di certi farmaci (procaina) che la presentazione di stimoli visivi
associati al ricordo della droga provoca modificazioni rilevanti dell’attivazione dei neuroni non
solo in aree del sistema limbico e nei gangli della base, ma anche in aree della corteccia associativa
e nel talamo.
Tali aree del cervello interessate da quest’attivazione patologica appartengono ai circuiti neuronali
implicati nella cosiddetta memoria procedurale. Da ciò deriva che la tossicodipendenza possa
essere interpretabile come una parafilia in quanto gli stimoli aberranti associati alla sostanza (o al
comportamento dipendente in generale) attivano gli stessi circuiti neuronali che sono normalmente
attivati da stimoli naturali di primaria importanza (come il cibo o il comportamento sessuale).
Di seguito verrà fornita una breve descrizione dell’azione neurofisiologica di alcune sostanze
psicoattive.
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4.1 Cannabis. Il principio attivo contenuto nella cannabis in grado di influenzare il funzionamento
del cervello è una molecola nota con il nome di THC (tetraidrocannabinolo) che impiega da 7 ai
10 minuti dopo l’inalazione per raggiungere il sistema nevoso centrale (Martin 1995).
L’apporto assiduo di THC porterebbe a squilibrio di vari sistemi di neurotrasmettitori. Nel tempo
questo si tradurrebbe in una perdita di capacità di ottenere gratificazioni da eventi quotidiani in
modo spontaneo e naturale. Ciò è mediato dalla capacità del THC di fissarsi su neuroni inibitori e
impedirne il normale funzionamento, producendo così una liberazione superiore del normale di
dopamina (Saemann 2004).
L’assunzione di marijuana influenza le funzioni sensoriali, psicomotorie e cognitive. In alcuni
individui il fumo di marijuana determina una compromissione dell’abilità con cui determinati
compiti, soprattutto se difficili ed impegnativi, sono risolti (Martin 1995).
La marijuana tuttavia non sembra avere alcun effetto sui tempi di reattività e sulla risposta motoria
ad uno stimolo visivo. Gli studi sugli effetti della marijuana a carico dei processi d’apprendimento e
memoria hanno sovente dato origine a risultati contraddittori:
Il D9-THC sembra poter danneggiare soprattutto la memoria a breve termine, deficit nella memoria
a lungo termine sono però stati rilevati in adolescenti che facevano uso cronico di marijuana. Il D9-
THC, inoltre, altera la percezione del tempo determinando una dilatazione del tempo trascorso.
Fumare una piccola e moderata dose di cannabis può produrre un senso soggettivo di benessere con
rilassamento, sonnolenza, lievi alterazioni della percezione e della distanza, deficit della memoria
recente, alterata coordinazione motoria, particolarmente di complesse risposte motorie.
Altre ricerche condotte sulla somministrazione di cannabis hanno dimostrato che, durante il periodo
di impregnazione (THC a dosi elevate) le facoltà di apprendimento sono leggermente alterate a
causa di un calo dell’ attenzione.
Si tratta di alterazioni della memoria a breve termine apparentemente senza ripercussioni sulla
memoria a lungo termine. Le leggere alterazioni sulla memoria di lavoro da parte della cannabis
assunta in modo cronico proverrebbero da perturbazioni nell’ organizzazione ed integrazione di
informazioni complesse, le quali mettono in gioco la corteccia frontale in cui il THC provoca
variazioni del flusso sanguigno e del metabolismo.
In un’ altra ricerca (Slikker et al. ) condotta su due gruppi indipendenti
2
si sono osservate
degenerazioni delle connessioni neurali fra le cellule della corteccia dell’ippocampo.
2
Gruppo A: condotto dal Dott. William Slikker Jrn e altri colleghi del National Center for
Toxicological Research in Arkansas sono stati esaminati 64 risultati di soggetti esposti per un
periodo di un anno al fumo di marijuana;
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4.2 Cocaina. Numerose ricerche si sono occupate di studiare il modo in cui la cocaina produce i
suoi effetti psicoattivi e la ragione per cui provoca dipendenza. Ciò avviene probabilmente
attraverso il suo effetto su alcune strutture profonde del cervello la cui attività è legata
all’esperienza del piacere.
Uno dei sistemi neurali che sembra sia più interessato dalla cocaina è l’area ventrale del tegmento
(AVT). Quest’area è sensibile al valore edonico di una certa azione. Quando un certo
comportamento provoca piacere, infatti, i neuroni nella AVT modulano la secrezione di dopamina
dei neuroni del nucleus accumbens, coinvolto come descritto prima nel circuito di ricerca e
valutazione delle ricompense.
La cocaina, dunque, interferisce con il processo di elaborazione dell’esperienza piacevole a livello
del sistema nervoso centrale, attraverso una modulazione del re-uptake della cocaina. In sostanza,
viene impedito ai neuroni di ricatturare nel terminale nervoso presinaptico la dopamina da loro
rilasciata e, quindi, di neutralizzarla, provocando in tal modo un accumulo di dopamina nella
sinapsi che continua, così, ad esercitare la propria azione oltre il tempo normale.
Gli effetti della cocaina a breve termine riguardano la sensazione di euforia, il sentirsi pieni di
energia, la distorsione delle sensazioni visive, uditive e tattili, una maggiore predisposizione alle
conversazione, nonché la diminuzione del sonno, della fame, del freddo, della fatica.
Alcuni consumatori riferiscono che il suo uso aiuta a compiere sforzi intellettuali e fisici più
rapidamente mentre altri parlano di effetti opposti. La durata degli effetti euforici di questa droga
dipende dal modo in cui è stata usata: più veloce è l’assorbimento nel sangue, più intenso è l’effetto
e più breve la sua durata. Uno studio condotto nel 1996 (Grand, Newlin e London) ha mostrato
come l’ assunzione di cocaina sia in grado di danneggiare la corteccia frontale, ma non i centri di
controllo della dopamina, che quindi, preservati, possono garantire il meccanismo che sembra
essere alla base del consumo della cocaina stessa. La cocaina, infatti, provoca una forte
assuefazione proprio a causa del meccanismo neurale che abbiamo descritto; per questo una volta
provata controllarne e limitarne l’uso è molto difficile.
4.3 Metilendiossianfetamina (MDMA). L’MDMA modifica la funzione e l’integrità del sistema
serotoninergico aumentando il rilascio di serotonina (5 HT), neurotrasmettitore utilizzato da diverse
Gruppo B: condotto da Gordon T. Pryor e Charles Reberal SRI International in Manlo Park
California ha esaminato 30 soggetti che hanno inalato marijuana per un periodo di 6-12 mesi per
uno o due volte al giorno
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strutture nervose che soggiacciono a una varietà di funzioni: il controllo del sonno, del tono dell’
umore, del comportamento sessuale e della fame (Granelli et al. 1998).
Dopo l’iniziale liberazione massiva di serotonina, l’MDMA provoca un effetto opposto , poiché
determina il blocco della sintesi di serotonina. Viene, infatti, inibito l’enzima triptofano-idrossilasi
deputato alla sintesi del neurotrasmettitore
Numerosi studi hanno evidenziato anche il coinvolgimento del rilascio di dopamina nel
meccanismo di neurotossicità da MDMA. L’MDMA, dunque, esplica la sua azione principalmente
sul rilascio di serotonina, ma determina, anche il rilascio di una certa quantità di dopamina.
L’assunzione di sostanze psichedeliche induce una distorsione nella percezione del tempo e dello
spazio dei fenomeni paradossali a carico della percezione visiva ed uditiva, causando vere e proprie
allucinazioni.
L’assunzione di MDMA oltre a determinare distorsioni sensoriali produce effetti sul sonno
caratterizzati da una rilevante diminuzione di sonno totale e Non-Rem, e gli effetti cognitivi sulla
memoria ed il ragionamento logico-matematico. L’assunzione di MDMA, inoltre, interferisce con il
ritmo dei comportamenti abituali, sia scolastiche che lavorative.
In questi soggetti, infatti, è rilevabile un’alterazione delle capacità decisionali, un diminuito
desiderio di svolgere attività fisiche, difficoltà nell’ eseguire operazioni matematiche, cui spesso si
associano crisi di panico, insonnia, disorientamento e confusione. (Gianelli et al. 1998).
Tra gli effetti a lungo termine di questa sostanza va segnalata la distruzione degli assoni e dei
terminali serotoninergici.
Uno di tali studi è stato pubblicato nel 2001 (Volkonet al., 2001) presenta dati a sostegno
dell’ipotesi che l’assunzione di metanfetamine può causare delle alterazioni cerebrali persistenti e
tali da danneggiare non solo la funzione mnestica, ma anche la coordinazione motoria.
Si è osservato, inoltre, che tali effetti possono manifestarsi clinicamente anche a distanza di molti
mesi dall’assunzione della sostanza.
Anche una ricerca condotta su animali da esperimento, è arrivata alle medesime conclusioni
dimostrando come l’esposizione prolungata alle metanfetamine possa danneggiare i neuroni
dopaminergici e ridurre i livelli cerebrali di dopamina.
Tale esperimento, successivamente, è stato eseguito sugli uomini attraverso l’ ausilio della PET
(tomografia ad emissioni di positroni) e della misurazione in vivo dei livelli cerebrali del
trasportatore della dopamina (DAT ) ottenendo gli stessi risultati.
Altri studi condotti con le tecniche di brain-imaging sugli esseri umani e con studi neuropsicologici
sugli animali hanno dimostrato che l’uso ripetuto di droghe è causa del danneggiamento della
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corteccia frontale la quale regola le attività cognitive come le decisioni, la memoria, la
pianificazione e le risposte inibitorie.
In uno studio tenuto presso il prestigioso Johns Hopkins Medical Center di Baltimora pubblicato nel
settembre dell’ 2002 si è osservato come la somministrazione ripetuta di MDMA, effettuata in un
gruppo di primati può causare una deplezione consistente di dopamina cerebrale.
Curran e Travil (1998) hanno mostrato, in uno studio da loro condotto, due tipi di deficit cognitivi
dei consumatori di MDMA rispetto ad un gruppo di controllo costituito da soggetti alcolisti.
Il primo deficit (calo della performance logico-matematica) fu rilevato tramite il test dei serial
sevens che consiste nel fornire un numero al soggetto e questi doveva sottrarre sette unità da tale
numero poi altre sette unità dal numero risultante e così via.
Il secondo deficit (calo della performance mnemonica) fu rilevato attraverso il test della memoria di
prosa, ossia il soggetto prima legge una breve storia e successivamente gli viene chiesto di ricordare
immediatamente o dopo un periodo di tempo o mentre è impegnato in un compito interferente di
ricordare la breve storia. Dato che l’MDMA interagisce con i neuroni serotoninergici che dai nuclei
del Rafe proiettano alla corteccia prefrontale è possibile che il calo della performance in compiti
cognitivi che coinvolgono il ragionamento logico-matematico e la memoria in realtà siano secondari
a problemi di pianificazione e di attenzione. E’, altresì, possibile che i deficit cognitivi siano
secondari alla sindrome di hangover caratterizzata da stanchezza, affaticabilità e insonnia. Tutto ciò
accade dopo la scomparsa del quadro sintomatico acuto.
In uno studio, condotto da Barman, Ostream et al. (1995) applicando il WCSC (WISCONSIS
CARD SORTING TEST che studia le funzioni esecutive e quelle di decisione e di pianificazione)
durante una sessione PET al fine di rilevare l’attivazione psicologica e il centro della memoria di
lavoro si osservò che le regioni coinvolte e quindi che risentivano in maniera negativa
dell’assunzione di droghe erano il lobo parietale inferiore, la corteccia visiva e la corteccia frontale.
Il WCSC è stato impiegato in un altro studio in cui erano coinvolti sia soggetti alcolisti che soggetti
dipendenti da sostanze stupefacenti, evidenziando che i deficit ottenuti nei test neuropsicologici non
erano dovuti ad iperattività, depressione, disturbi dell’attenzione, ma erano collegati all’ assunzione
specifica di tali sostanze. Lo studio, infatti, ha messo in evidenza la presenza di differenze
significative rispetto al gruppo di controllo per quanto riguarda la memoria, il problem solving,
compiti di astrazione ma non per quanto in relazione alla capacità attentive.
4.4 Oppioidi. I consumatori di oppioidi presentano differenze metaboliche molto evidenti in molte
delle aree associate alla ricerca e alla valutazione delle ricompense rispetto a soggetti di controllo
non dipendenti da sostanze. In particolare, la corteccia orbitofrontale, il giro del cingolo, il
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mesencefalo e lo striato mostrano modulazioni specifiche. In particolare, i consumatori di oppioidi
mostrano una iper-reazione in queste regioni durante l’elaborazione di ricompense monetarie, ma
non dai rinforzi non monetari. Inoltre, il cervello delle persone dipendenti da oppioidi mostra ipo-
reazione delle aree cerebrali non associati all’elaborazione di tali ricompense. In pratica, si mostra
una maggiore selettività nella risposta cerebrale dei consumatori di oppioidi in relazione a un tipo
specifico di ricompensa. Confrontando questi dati con una forma di dipendenza molto diffusa, ma
più socialmente accettata (e con effetti sulla vita quotidiana molto più mitigati), cioè il tabagismo, si
può notare subito una grossa differenza. La principale caratteristica neurologica tipica dei fumatori
rispetto ai non fumatori, infatti, riguarda il funzionamento del cervelletto, una regione non associata
al circuito di elaborazione delle ricompense. Tuttavia si mostrano alcune piccole differenze nel
funzionamento della corteccia orbito frontale sinistra e del giro del cingolo durante compiti in cui
sono implicate ricompense monetarie. In sostanza, anche nel caso dei fumatori vi sono alcune
alterazioni nel funzionamento del circuito di elaborazione delle ricompense, mail tratto che sembra
essenziale nei fumatori è la ricerca di una ricompensa immediata. Caratteristica che altera la
valutazione del valore di ricompensa associato alla sigaretta. Nel caso invece dei consumatori di
oppiacei si può parlare di una vera e propria alterazione del circuito, che non sembra funzionare in
modo efficace, il che non riguarda solo la sopravvalutazione delle ricompense immediate rispetto a
quelle ricordate, ma coinvolge il funzionamento del sistema dopaminergico nel suo complesso.
Infatti, il valore motivazionale delle ricompense e più in generale degli stimoli ambientali viene
profondamente alterato dall’uso della sostanza (Martin-Soelch et al., 2001).
5. Un modello neurobiologico del consumo di oppiacei
Fino a questo momento abbiamo descritto le basi neurali della ricompensa e quindi del potenziale di
dipendenza tipico di alcuni beni. Ora si cercherà di trovare un valore specifico a questo approccio
attraverso l’analisi di un modello che cerca di spiegare attraverso concetti neurobiologici un
comportamento di consumo dipendente in relazione ai derivati dell’oppio. Ciò ci permetterà di
analizzare la portata e i limiti di approcci simili, oltre che indagare ulteriormente la natura neuro-
cognitiva della dipendenza.
I modelli neurobiologici del fenomeno dell’addiction soffrono di un problema metodologico che si
muove sull’asse della generalità. Quando possiamo dire per un tipo certo comportamento
dipendente è generalizzabile ad altre tipologie di comportamento ?
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
31
La dipendenza dalla nicotina è assimilabile all’alcolismo ? Il gioco d’azzardo patologico è
paragonabile alla dipendenza da eroina ?
Da un punto di vista neurobiologico, come già illustrato in precedenza, sappiamo che questi
comportamenti chiamano in causa circuiti e strutture cerebrali simili, ma non identici. Inoltre, i
sistemi di neurotrasmettitori implicati possono variare, in basa alla natura della molecola che
effettivamente modula il comportamento dipendente agendo su specifici recettori cerebrali. Ciò che
sembra condiviso da tutte le forme di dipendenza (o almeno da quelle più studiate) è il meccanismo
finale di non gratificazione del singolo comportamento. In pratica, l’implementazione di un certo
comportamento orientato al raggiungimento di una certa ricompensa, altro non fa che mantenere
alto il livello di desiderabilità di questa ricompensa. E ciò sembra essere modulato da un
neurotrasmettitore specifico, la dopamina, il cui rilascio non viene inibito dall’ottenimento della
ricompensa stessa.
Ma se il meccanismo finale sembra essere lo stesso, i meccanismi biologici, gli effetti specifici
(compresa la neurotossicità) e le modalità evolutive possono essere essenzialmente diversificate fra
un comportamento e un altro, fra un bene “additivo” (cioè potenzialmente in grado di produrre
addiction) e l’altro.
Tuttavia, anche se tale limite di generalità è generalmente denunciato, gli studiosi tendono a
concentrare la loro attenzione su singole forme di dipendenza, sperando poi di poter generalizzare
alle altre.
Una categoria di sostanze particolarmente studiata in questo ambito è rappresentato dagli oppiacei i
cui derivati, in particolar modo l’eroina e la morfina, rappresentano fra le sostanze esogene
maggiormente responsabili di comportamenti d’abuso. Gli oppiacei rappresentano sostanze in
grado di interagire con il sistema degli oppioidi endogeno i cui recettori sono presenti in gran
quantità nel cervello e nel tratto gastrointestinale. Il loro effetto sul cervello è tale da produrre
sedazione, soppressione del dolore ed esperienze sensoriali di varia natura in cui viene fortemente
modificato il contatto fra organismo e ambiente.
Da un punto di vista economico, come già visto, l’uso di eroina, ad esempio, rappresenta un caso di
comportamento abituale in cui l’utilità marginale continua a crescere, esperienza dopo esperienza, a
causa dell’assuefazione. Ciò comporta l’instaurarsi di un comportamento dipendente molto forte,
con gravi ripercussioni sullo stato psico-fisico dell’individuo, oltre che sulla sua vita sociale e
lavorativa. Per indagare la razionalità di questo comportamento dobbiamo cercare di capire il
motivo neurobiologico che permette all’individuo di entrare in un circolo disfunzionale come
questo. Dobbiamo quindi chiederci:
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
32
- Perché esiste un meccanismo che può permettere all’uomo di utilizzare tali sostanze, in
quanto potenzialmente tossiche.
- Perché si evoluto un sistema in grado di renderci dipendente da tali sostanze.
Da un punto di vista neurobiologico il sistema degli oppioidi endogeno sembra essere strettamente
correlato al sistema di controllo e di modulazione dell’alimentazione. In particolare, tale sistema
risponde selettivamente a sostanze contenenti zuccheri semplici che in natura corrispondono ad
alimenti (come la frutta e il miele) ad alimenti con elevato valore nutrizionale. In pratica, il sistema
degli oppioidi sarebbe in grado di segnalare la presenza di una fonte di cibo prezioso attraverso un
apprendimento condizionato (per associazione) fra la reazione dell’apparato gustativo alla presenza
di zucchero durante il primo assaggio e la fonte di tale zucchero (ad esempio il miele). Il cervello,
così, attraverso la mediazione degli oppioidi endogeni registrerebbe un esperienza piacevole
associata non solo al gusto di una certa sostanza, ma anche al contesto in cui tale sostanza è stata
provata. In questo modo, prima ancora di assaggiare una sostanza condizionata, l’organismo
rilascerebbe una serie di sostanze (oppioidi endogeni) in grado di generare piacere e dirigere il
comportamento verso l’ottenimento di un certo stimolo e della relativa ricompensa. In un certo
senso, l’organismo sembra così predisposto a sviluppare una sostanziale dipendenza verso gli
alimenti contenenti zuccheri, che, lo ribadiamo, in natura, e solo in natura, corrispondono a alimenti
molto preziosi. Tuttavia, tale dipendenza avrebbe un carattere positivo per l’organismo perché
sarebbe in grado, in un ambiente comunque in cui le risorse non sono facilmente reperibili, di
orientarsi verso alimenti ricchi da un punto alimentare. Il discorso, tuttavia, non vale per un contesto
sociale, come il nostro, in cui gli alimenti ricchi di zuccheri sono in abbondanza e generalmente non
associati a particolare valore nutrizionale. In questo contesto, in effetti, è addirittura possibile
parlare di una vera e propria dipendenza da zucchero, non dissimile dalla dipendenza da sostanze
stupefacenti.
In natura, inoltre, non esistono solo gli oppioidi endogeni. In diverse piante sparse per il pianeta
sono contenute sostanze molto simili, da un punto di vista molecolare, probabilmente utilizzate
dalle piante stesse come difesa, gli oppiacei. Questi rappresentano delle sostanze molto tossiche la
cui assunzione può portare ad effetti organici gravi e anche la morte. Di conseguenza, la loro
presenza in una forma di vegetazione rende la stessa non commestibile. Tuttavia da esse è possibile
derivare delle forme di droga (come la morfina e l’eroina) che adeguatamente trattate possono
produrre effetti simili a quelli causati dagli oppioidi endogeni.
L’insieme di queste evenienze ha prodotto tanto il meccanismo neurobiologico quanto l’opportunità
ambientale affinché si sviluppasse un comportamento di dipendenza dagli oppiacei.
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
33
Il meccanismo di consumo di tali sostanze, dunque, non avrebbe nulla di irrazionale di per sé,
prestandosi, tra l’altro, a una spiegazione di carattere economico (si veda il concetto di
complementarità adiacente). Tuttavia, l’organismo andrebbe incontro a una sorta di errore o se
vogliamo di inganno. Infatti, l’assunzione della sostanza esogena e le relative conseguenze
biologiche, inizialmente associate a un meccanismo biologico di rinforzo positivo, verrebbero
interpretate da un organismo ingenuo che risponderebbe a una endovena di eroina come si trovasse
in un contesto molto diverso e connotato da una serie di benefici, che tuttavia verrebbero valutati in
modo del tutto automatico. Metaforicamente il nostro cervello sembrerebbe fare un ragionamento di
questo genere “visto che ci troviamo in un luogo assolutamente ricco di elementi essenziali alla
sopravvivenza e al benessere dell’organismo è meglio sfruttarlo il più possibile”. Attraverso un
apprendimento associativo, dunque, il cervello associa l’assunzione per via endovenosa dell’eroina,
ad esempio, all’ottenimento di una ricompensa di tipo alimentare, passando però attraverso paesaggi
percettivi e cognitivi assolutamente artificiosi.
Schematizzando il processo, il cervello agirebbe in questo modo:
- L’individuo è inserito in un contesto psico-sociale all’intero del quale ha sviluppato una
serie di credenze circa l’effetto di determinate sostanze (per es. l’eroina).
- L’individuo sviluppa uno stato motivazionale circa l’uso di tale sostanza (ad esempio per
affrontare una situazione problematica).
- All’interno del contesto psico-sociale dell’individuo scaturisce l’opportunità d’uso della
sostanza.
- Decisione: l’individuo deve scegliere se effettivamente provare o meno la sostanza.
- Se decide di assumere la sostanza, l’individuo presumibilmente avrà gli effetti
neurofisiologici ed esperienziali tipici dell’oppiacei. Il cervello, quindi, assocerà all’atto di
consumo una certa risposta fisiologica, già marcata da un punto di vista evolutivo come un
rinforzo positivo. In pratica il cervello attribuisce erroneamente all’eroina (nel nostro
esempio) il valore specie-specifico di un alimento prezioso da ri-cercare.
- A questo punto non si è ancora sviluppata una dipendenza, bensì una sorta di disposizione
positiva verso il consumo di eroina e, dunque, un potenziale piano motivazionale verso la
ricerca della stessa.
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
34
- Decisione: a questo punto l’individuo può decidere se continuare o meno ad utilizzare la
sostanza. Se sì, probabilmente si svilupperà una abitudine comportamentale.
- L’abitudine comportamentale con il passare del tempo a causa sia dell’effetto fisiologico
della sostanza, sia del meccanismo automatico di ricerca della soddisfazione associata
all’uso della sostanza stessa (aumento dell’utilità), può determinare una vera e propria
dipendenza, con tutti gli effetti fisiologici, psicologici e relazionali che sono ben noti e che
ovviamente sono relativi alla specifica sostanza utilizzata.
Da un punto di vista matematico la spiegazione del comportamento dipendente risulta
assolutamente coerente e consistente. Tuttavia, ciò che sembra meno spiegabile da un punto di vista
della razionalità è la scelta iniziale, l’assoluta fallacia del sistema nervoso centrale nel considerare il
contesto di una iniziazione assimilabile a un’esperienza bucolica.
Se come si diceva in precedenza l’assunzione di una droga è da considerarsi una scelta in grado di
garantire un guadagno in termini di utilità marginale, allora dobbiamo considerarla come un
processo deliberato che chiama in causa la conoscenza dell’ambiente, o meglio la presenza di un
insieme di credenze circa lo stesso (reperibilità della sostanza, effetti positivi associati e così via), in
un contesto psicologico in cui esiste una gerarchia di preferenze (ad esempio l’impellenza di
“evadere” da un certo contesto proprio in un certo momento, senza possibilità di alternative
percepite, rispetto ad altri interessi/preferenze).
Come è possibile affermare che un individuo sia razionale nel prendere una decisione di usare e
continuare ad usare una certa sostanza se ciò è frutto sostanzialmente di un inganno o di un auto-
inganno ?
In modelli come questo sembra evincersi una sorta di dissociazione fra l’uomo, il soggetto, e
l’organismo. Quest’ultimo avrebbe interessi e preferenze (e quindi un concetto di utilità) che non
coincidono con quelli del soggetto. La razionalità, dunque, si giocherebbe a un livello implicito,
inconscio, inconsapevole. Ma allora che ruolo avrebbe il soggetto consapevole, la coscienza ? Se
nella valutazione della razionalità di un comportamento essa non è chiamata in causa, quale può
essere il suo ruolo nel modulare il successo genomico di un organismo e di un’intera specie ?
Sembra quasi che la coscienza venga posta al limite della razionalità, quando invece essa
rappresenta il principio stesso dell’evoluzione umana che in quanto tale si distanzia da quella degli
animali proprio per la sua capacità intrinseca di portarci oltre il dato contestuale, oltre la necessità
intrinseca del corpo e, quindi, anche del sistema nervoso centrale. Capacità che è necessaria a uno
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
35
sviluppo come quello che ha osservato l’uomo e che non è presente in nessun altro animale, e che
viene in qualche modo obnubilata dall’uso di sostanze, ovvero da una scelta che per quanto
allettante possa essere in presenza di fattori psicologici e contestuali particolari, luogo a una
perdita di controllo della propria soggettività e in quanto tale a una perdita di razionalità (almeno
nel senso evoluto che nell’uomo questo termine ha assunto).
In questo senso non è possibile paragonare l’uomo all’animale, perché in questo passaggio ci si
dimentica di un pezzo del complesso puzzle dell’umanità. Un pezzo che non ci è dato di poter
dimenticare senza prezzo.
Nello schema proposto sopra si mette in evidenza la questione della scelta almeno due volte prima
che il processo dia luogo a una dipendenza. Che tipo di scelte sono ?
Da quanto abbiamo detto, una serie di fattori entrano in causa nel determinare il corso cognitivo di
queste scelte. Fattori che vanno dalle variabili contestuali, a quelle psicologiche, psico-sociali fino
ad arrivare alla disposizione biologico e quindi a una sorta di vulnerabilità genetica che espone
maggiormente l’individuo allo sviluppo di una certa dipendenza. Tuttavia, tale livello di
complessità è ben al di dei limiti di analisi di un modello neuro-economico. I metodi delle
neuroscienze hanno bisogno di costrutti semplici per poter dare risposte attendibili. E i modelli
economici hanno bisogno di variabili quantificabili per svolgere la propria funzione in modo utile.
Dal connubio di queste due necessità metodologiche nascono paradigmi di ricerca e, spesso,
modelli esplicativi basati sulla semplificazione. In particolare, il tipo di scelta che stiamo trattando
in questa sede viene spesso ridotta alla cosiddetta scelta implicita o inconscia. Vediamo di cosa si
tratta.
7. La decisione inconscia.
Una serie corposa di studi di carattere neuro-scientifico si è concentrata negli ultimi anni sul
rapporto fra scelta e coscienza. Questo interesse sembra nascere dalla contrapposizione fra l’uomo
competente, libero di decidere proprio della visione filosofica che premia la soggettività come tratto
saliente dell’uomo rispetto all’animale.
In realtà già nell’800, prima con i lavori sull’ipnosi di Puysegur (Ellebemberger, 1989) seguiti da
una serie di studiosi sia in campo neuropsichiatrico che filosofico avevano iniziato a mettere in crisi
la visione della coscienza come centro della soggettività e della vita dell’uomo. In particolare,
Sigmund Freud, proprio all’inizio del XX secolo, grazie allo sviluppo della psicoanalisi e a una
particolare capacità divulgativa, diede il via a una sorta di rivoluzione sociale: la rivincita
dell’inconscio. I sogni, i lapsus e molte altre esperienze iniziarono ad essere considerate come una
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
36
finestra su un modo profondo, nascosto nei meandri della nostra mente e di cui non abbiamo
esperienza diretta. L’inconscio è in grado di condizionarci, di guidare il nostro comportamento
senza che ne si sviluppi alcuna forma di consapevolezza.
I concetti freudiani e le prove portate a sostegno del ruolo dell’inconscio colpirono profondamente
la società del XX secolo, tale da diventare concetti basilari per la comprensione del comportamento
umano a tutti i livelli (individuale, sociale, politico e così via). A partire dalla rivoluzione
cognitivista, poi, l’inconscio, seppure con qualche decennio di ritardo, iniziò a diventare anche un
concetto scientifico in senso stretto. L’inconscio dinamico, pulsionale, problematico di Freud, fu
sostituito (o quanto meno arricchito) di molte altre funzioni: nacque l’inconscio cognitivo
(Kihlstrom, 1985). L’inconscio cognitivo rappresenta quell’insieme di funzioni che il nostro
cervello svolge in modo automatico e di cui non abbiamo consapevolezza. Rappresenta cioè tutto
quel lavoro che ci permette di camminare, di muovere gli occhi riga dopo riga mentre leggiamo, di
dirigere la nostra attenzione sui particolari importanti della strada su cui stiamo guidando e così via.
Chiaramente, se dovessimo pensare, cioè costruirci una intenzione consapevole, conscia, di ogni
attività non potremmo fare nulla. Basti pensare all’esperienza della guida. All’inizio siamo
impacciati perché dobbiamo pensare all’acceleratore, al freno, alla frizione, al cambio, alla
posizione delle mani sul volante, allo specchietto retrovisore, al tachimetro, alla riga bianca
(soprattutto quando l’esaminatore ci chiede di fare un’inversione a u). Tuttavia, con la pratica molte
di queste funzioni diventano automatiche e le eseguiamo senza nemmeno pensarci, almeno il più
delle volte, lasciandoci tempo e modo di fare altro.
Descritto in questo modo l’inconscio cognitivo appare del tutto aproblematico. Tuttavia, quando ci
spostiamo dai meccanismi cognitivi di base (come l’attenzione) ai processi più complessi, come
quelli decisionali, il discorso diventa più complesso. Il processo di scelta rappresenta un processo
inconscio ? La risposta a questa domanda sembra scontata. Eppure negli ultimi dieci anni le
neuroscienze hanno dato sempre più peso all’ipotesi secondo cui i processi decisionali
rappresentano dei processi sostanzialmente inconsci. Loewenstein (2000), uno degli esponenti
principali studiosi del decision-making moderna, arriva ad affermare che in effetti le nostre scelte
avvengono a un livello implicito, automatico e che, dunque, non ha nemmeno senso parlare di una
vera e propria scienza della decisione.
Riprendendo il discorso introdotto circa il ruolo delle euristiche nelle nostre decisioni, in effetti, ha
senso pensare che la maggior parte dei processi utilizzati nelle nostre decisioni si svolgano in una
dimensione implicita, automatica. L’uso delle euristiche, infatti, è perlopiù automatico, non ne
siamo consapevoli, eppure queste euristiche ci permettono di trovare la strada giusta senza che ne
siamo consapevoli, anche se volte ci conducono altrove, ancora una volta senza sapercelo spiegare.
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
37
Ciò accade nella vita di tutti i giorni, quando dobbiamo scegliere se prendere la porta di destra o
quella di sinistra. Ma capita anche in contesti professionali. Un medico può decidere una certa
terapia piuttosto che un’altra in modo del tutto automatico, per esempio attraverso l’associazione
semplicistica fra un caso particolare e la propria esperienza generale. Lo stesso varrebbe nel campo
sentimentale: quando scegliamo il nostro partner in realtà il nostro cervello sceglie per noi
attraverso l’analisi e l’integrazione di alcuni indici corporei (indici su cui le varie ricerche non
convergono completamente e che vanno dai feromoni prodotti, alla dimensione delle pupille, al
volume corporeo e così via). A supporto di questi modelli stanno tutte quelle ricerche che mostrano
come una decisione venga presa dal cervello ben prima che si compia la scelta stessa (l’atto di
scegliere). Alcuni studi mostrano latenze che vanno da qualche millisecondo a qualche secondo
prima dell’atto decisionale, mettendo in serio dubbio il costrutto di libero arbitrio.
Ora, seppure questa non sia la sede di approfondire queste tematiche, su cui si basa buona parte dei
modelli neuro-economici attuali, è opportuno fare almeno due precisazioni.
Primo, i metodi delle neuroscienze sono più adatti a studiare i processi di base del nostro cervello,
sostanzialmente si adattano meglio allo studio dell’inconscio cognitivo, che non dell’esperienza
cosciente. Di conseguenza le ricerche si indirizzano più alla ricerca dei processi inconsci, che
ovviamente stanno alla base del funzionamento del cervello e quindi del nostro comportamento.
Questo non rappresenta, come detto in precedenza, un elemento di novità scientifica, ma
semplicemente la constatazione neuro-scientifico di un dato di esperienza. Questa focalizzazione
della ricerca neuroscientifica sui processi inconsci, poi, è dettata anche dalle difficoltà e dai limiti
metodologi e tecnologici di queste ricerche. La validità ecologica è spesso molto bassa, così come
la validità esterna. Inoltre è spesso lasco il legame fra il dato empirico e l’interpretazione che se dà.
Infatti, di fronte a un problema decisionale, per esempio di carattere economico, il nostro cervello in
modo del tutto automatico inizia a raccogliere ed integrare informazioni e sviluppare dell’ipotesi
decisionali che probabilmente chiamano in causa non solo i sistemi sensoriali, mnestici e attentivi
ma anche i sistemi di programmazione motoria (le cortecce motorie). Questo processo rappresenta
un processo di elaborazione e di simulazione che il nostro cervello ha sviluppato nella propria
evoluzione al fine di fare fronte a situazioni complesse, minimizzando i rischi per l’individuo:
prima di lanciarci da una liana all’altra forse è meglio verificare che ci sia una certa possibilità di
successo. Il cervello ha imparato a fare questi calcoli autonomamente, senza bisogno della
coscienza, dando il via libera o meno alla successiva azione. Tuttavia, non significa che non
esistano altri processi che chiamino in causa il ruolo della coscienza, e qui arriviamo al secondo
punto.
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
38
Secondo. Gli studiosi chiamano spesso in causa il ruolo dell’evoluzione del cervello per spiegare
l’esistenza di processi inconsci. Il cervello si è evoluto per risolvere problemi complessi in breve
tempo e in modo parsimonioso. Non importa perché una ragazza o un ragazzo ci piace, l’importante
è scegliere il partner giusto e cercare di arrivare all’obiettivo. Lo stesso vale per tutti gli altri
processi decisionali. Non è importante che il cervello ci comunichi perché sto acquistando
obbligazioni della Fiat piuttosto che azioni della Porsche, l’importante è che ciò risponda agli
obiettivi impliciti del cervello (che a volte, ovviamente, possono essere anche sbagliati). Tuttavia,
ciò che ci si dimentica di spiegare, almeno da parte di alcuni studiosi, è il motivo dell’ evoluzione
della coscienza e quindi della soggettività. Come è vero che i processi inconsci del cervello hanno
seguito un certo corso evolutivo è anche vero che per qualche ragione a un certo punto del nostro
sviluppo mentale è sorta la potenzialità della coscienza. E con essa la potenzialità del libero arbitrio.
Seppure il discorso sia molto complesso tale da meritare ben altra trattazione, è evidente che la
funzione della coscienza sia quella di arginare, in qualche modo, la fallacia intrinseca di tutti i
processi inconsci. E in cosa consiste in primis questa fallacia se non nella loro rigidità ?
I processi inconsci per loro natura sono deterministici, orientati a risparmiare risorse, ottenere
soluzioni rapide e ridurre i rischi per la sopravvivenza dell’organismo. Certo anche i processi
inconsci vanno incontro ad apprendimento: possono infatti modificarsi secondo i ben noti processi
associativi. Ma ciò comporta tempo, esperienza e un continuo confronto con realtà fattuale, con le
contingenze dell’ambiente e i relativi feedback. La coscienza permette l’implementazione di una
mente capace di andare oltre queste difficoltà, oltre ai limiti del sistema nervoso centrale (in termini
di memoria, attenzione ed elaborazione). Se esistessero solo i processi inconsci l’addiction potrebbe
essere veramente un processo naturale, ma l’esistenza della coscienza, che almeno per il momento
nessuno studioso è riuscito a negare, pone seriamente in dubbio una tale interpretazione, se non in
alcune particolare circostanze. La dove cioè, per qualche motivo di carattere fisiologico, psicologico
e/o relazionale, l’intervento della coscienza venga meno, o ne venga menomata la relativa capacità
di intervento. Tale capacità, ovviamente, può essere messa in crisi sia da situazioni
psicofisiologiche particolari (stress cognitivo, stati emotivi negativi, affaticamento, condizioni
metaboliche anormali e così via) nelle fasi iniziali del consumo, per poi essere significativamente
compromessi dagli effetti specifiche delle varie sostanze in grado non solo di creare dipendenza
fisica e psicologica (quest’ultima particolarmente insidiosa almeno in alcuni forme di dipendenza),
ma anche di mettere in crisi il sistema neuro-cognitivo stesso di valutazione delle ricompense e dei
comportamenti relativi. Ciò pregiudica non solo una reale funzionalità della coscienza, ma anche
l’esistenza stessa di una radice razionale della dipendenza.
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
39
8. Conclusioni
In questa breve trattazione abbiamo cercato di sintetizzare alcuni approcci che cercando di
comprendere il funzionamento dei comportamenti dipendenti, di tutti quegli schemi
comportamentali, cioè, in grado di instaurare comportamenti ripetitivi associati a una continua
ricerca di aumento dell’utilità marginale derivante dall’uso di una certa sostanza e a un costo (utili
negativa) di abbandono del comportamento stesso. Vari modelli economici hanno cercato di
descrivere l’addiction come un comportamento non dissimile dalla logica razionale tipica dei
modelli comportamentali che potremmo definire quotidiani: ovvero quei comportamenti che
rientrano nella categoria abitudini piuttosto che in quella delle dipendenze.
Il modello definito del’addiction razionale si è sviluppato negli ultimi 20 anni per includere vari
concetti e avvinarsi, così, a un realismo descrittivo del comportamento dipendente. Le variabili
cognitive introdotte, di volta in volta, hanno portato a una diversa considerazione della persona
dipendente. Dall’iniziale modello della complementarità adiacente pura si è iniziato a pensare che il
ruolo delle informazioni e dell’uso delle stessa da parte di un sistema cognitivo per sua natura
imperfetto. Se pensiamo, ad esempio, all’uso dei derivati dell’oppio, potremmo pensare che
all’inizio la persona non abbia a disposizione tutte le informazioni circa le conseguenze potenziali
di un loro consumo. E dato che l’effetto positivo (ricompensa) è subito palese mentre gli effetti
negativi si presentano in modo più velato e dilatati nel tempo, non ci sarebbe nulla di irrazionale nel
sopravvalutare il primo a discapito dei secondi. Tuttavia, queste considerazioni si scontrano con la
difficoltà della comunicazione sociale nel contrastare i comportamenti di uso di sostanze. Basti
pensare, poi, ai casi più eclatanti relative alle cosiddette droghe legali. Se per l’alcol ci si limita, ad
esempio, ad invitare un uso moderato, per le sigarette è orami consuetudine divulgare notizie
drammatiche relative ai loro effetti, fino ad arrivare all’etichetta che ogni pacchetto riporta circa i
pericoli per la salute: “il fumo uccide”. Eppure l’informazione non uccide l’industria del tabacco, né
elimina il tabagismo (e ogni successo in questo senso comporta in realtà un grande sforzo
collettivo). Queste considerazioni mettono in evidenza la natura complessa di quel sistema di
elaborazione che chiamiamo cervello, che molto difficilmente può essere assimilabili a un computer
o a un elaboratore di funzioni matematiche, come quella sottesa al calcolo dell’utilità.
Si è pensato allora di introdurre nuove variabili esplicative, come quella relativa alla differenza fra
passione e cognizione, introducendo così una sorta di gerarchia di preferenze riallacciandosi alla
tradizione filosofica e, in un certo senso, anche psicologica, in cui cognizione ed emozione
venivano considerate sfere motivazionali in qualche modo distinte. Tuttavia, qualsiasi modello
economico non sembra cogliere la pregnanza del significato del comportamento dipendente, che
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
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chiama in causa sia una scelta la cui natura è tutt’altro che semplificabile in base a meri fenomeni
istintivi (o passionali, se si vuole) sia una serie di fattori relazionali, cognitivi e neurofisiologici che
ne determinano le peculiari caratteristiche, che di seguito verranno brevemente descritte.
Innanzitutto è doveroso distinguere un comportamento dipendente dal comportamento abituale.
Inoltre, relativamente al prodotto di consumo è importante anche distinguere fra l’uso abituale di
certe sostanze e l’uso dipendente delle stesse.
In questo modo, il comportamento dipendente non si identifica né come un particolare tipo di
consumo che riguarda sostanze in grado di alterare la coscienza o l’esperienza del soggetto,
come un comportamento che si ripete abitualmente nel tempo e che procura un sostanziale effetto
positivo, almeno nel bilancio psico-fisico a breve termine che il soggetto è in grado di elaborare.
Una dipendenza può essere definita tale solo quando il soggetto che la manifesta ne risulta anche, in
qualche modo vittima. La dipendenza rappresenta, così, un comportamento acquisito in certo lasso
di tempo, in grado di instaurare una necessità comportamentale con una forte valenza simbolica,
psicologica. La persona sente di poter fare affidamento su questo comportamento (ad es.
l’assunzione di cocaina) per affrontare i propri problemi e manifesta spesso un consumo
compulsivo legato al cosiddetto craving, cioè non conseguente a una formulazione razionale del
proprio bisogno, bensì a un bisogno impellente, profondo. Inoltre, un comportamento dipendente ha
sempre un suo riflesso negativo, che può essere evidente sia a livello fisico (come nell’abuso di
alcool), che a livello psicologico e interpersonale. Pensiamo al gioco d’azzardo. Uno scommettitore
patologico può mettere a rischio non solo la propria solidità economica, ma anche l’intera rete
familiare che lo sostiene, mettendone in pericolo l’avvenire e spesso generando conflitti insanabili.
Se partiamo da une definizione di dipendenza che chiami in causa almeno questi fattori, è difficile
sostenere una visione razionale della stessa
3
.
I modelli neuro-economici, finora, hanno mostrato che alcuni costrutti economici e matematici
possono essere applicati allo studio della dipendenza. E in questo, in effetti, può risiedere un
principio di razionalità, in quanto non si può utilizzare uno schema logico per inquadrare ciò che
non è logico. Ed in effetti, tali modelli hanno trovato un fondamento forte alla relativa base logica
dalla neurobiologia e dalle neuroscienze in generale. L’uomo in fatti possiede dei meccanismi
naturali (da qui la locuzione spesso usata di “natural addiction”) che potremmo definire additivi. La
ricerca di una ricompensa “importante” (in qualche modo marcata geneticamente in modo differente
da altre ricompense) attraverso una modulazione specifica di un sistema (il sistema dopaminergico
già descritto) sviluppato proprio per permettere all’uomo di cercare e ricerca le ricompense
3
Tra l’altro tutti i questi modelli non trattano il fenomeno del craving, che pure rappresenta un tratto tipico di molte
dipendenze
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41
ambientali. Da qui a dire che la base della dipendenza (razionale) dipenda da una dissociazione fra
strutture fisiologiche, naturali, sviluppatosi per raffrontarsi con un ambiente molto diverso da quello
in cui l’uomo vive oggi (cioè la società consumistica attuale), il passo è breve, ma, forse, azzardato.
Infatti, alla base di questa considerazione, che meriterebbe ben altra trattazione, risiede una visione
riduzionistica della vita mentale, che non si confronta con le enormi capacità adattive dell’uomo e
con le dinamiche coscienti, che chiamano in causa fenomeni economici ben più complessi di quelli
di solito utilizzati.
Inoltre, i vari modelli razionali difficilmente si confrontano con gli effetti tossici (come abbiamo
descritto in precedenza) di molte sostanze additive
4
, che un sistema nervoso “economico” (e quindi
razionale) dovrebbe imparare ad evitare. Ad esempio il modello che abbiamo descritto in
precedenza in relazione alla scelta di consumare, ad esempio, l’eroina, non considera quanto
dannosa possa essere tale sostanza proprio rispetto al circuito di valutazione degli stimoli esterni,
delle ricompense rispetto alle punizione, e della capacità di attivare e mantenere un piano
motivazionale. In pratica, se pensiamo che il cervello in qualche modo elabori l’interazione con
l’ambiente esterno per aumentare l’utilità marginale, sembrerebbe che proprio l’uso dell’eroina ne
impedisca tale elaborazione. In questo senso si può parlare della dipendenza dall’eroina come un
disturbo del sistema dopaminergico e non già di un meccanismo naturale, per quanto vizioso, di
ricerca di una utilità marginale sempre maggiore (Martin-Soelch et al., 2001).
Un altro approccio, psicoeconomico, all’addiction tende invece a pensare in modo opposto: la
dipendenza, cioè, vista come un caso emblematico di razionalità limitata (Tomer, 2006). Tuttavia
anche questo approccio mostra dei limiti. Infatti se è vero che la persona dipendente si difende da
pressioni insopportabili attraverso l’uso di una certa sostanza e se è vero che la persona dipendente
mostra tipicamente un sé debole, non formato, falso (come descritto da molti studiosi della
dipendenza), allora la dipendenza non potrebbe mostrarsi come l’unica scelta razionale, data
l’impossibilità di costruirsi, almeno da soli, almeno nel contesto dove effettivamente si collocano,
delle opzioni alternative che abbiamo un valore atteso superiore e comunque associati a una
probabilità di successo, o a una funzione di ponderazione quanto meno considerabile accettabile (o
addirittura sopra lo zero ?).
Forse è un problema di gradazione. In questo caso non sarebbe opportuno considerare tutte uguali le
dipendenze e le persone che ne sono vittima. In alcuni casi può trattarsi di una vera e propria
patologia neurologica, in cui le basi stesse della razionalità sono minate. Altre volte, invece, ci
4
In relazione ai danni che le sostanze psicoattive si parla in genere di neurotossicità. Tuttavia, le varie forme di
dipendenza danno luogo anche ad altre forme di tossicità, che riguardano tanto l’organismo nel suo complesso,
quanto il danneggiamento del tessuto relazionale della persona, una forma di danno che potremmo chiamare socio
tossicità, che non può essere trascurata.
Comunicazione e strategie di intervento nelle tossicodipendenze
42
troviamo di fronte a contesti psicologici in cui la persona è spinta verso un comportamento di
evasione, in quanto scelta razionale, in quanto scelta di sopravvivenza (utilità attesa massima). E’
probabile, tuttavia, che l’interazione dei due fattori, o meglio delle due prospettive, ci aiuti ad
inquadrare e comprendere il comportamento della maggior parte delle persone dipendenti. In questo
caso, l’approccio psicoeconomico e quello neuro-economico possono essere di aiuto per guidare i
comportamenti di supporto. Tali supporti possono contribuire, inseriti un contesto più ampio, a dare
luogo a un contesto di vita più salutare in cui è possibile raccogliere e integrare informazioni e
realizzare, così, opzioni alternative adeguate a uscire dallo stato di vittima e di dipendenza e iniziare
a vedere alternative di vita sul medio/lungo termine, piuttosto che perseguire obiettivi sempre e
comunque di breve o brevissima durata che si sono mostrati già in passato non certo funzionali alla
propria felicità o a ciò che gli economisti chiamano la “true utility”, la vera utilità (Caplin, Schotter,
2008).
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Article
What roles do mesolimbic and neostriatal dopamine systems play in reward? Do they mediate the hedonic impact of rewarding stimuli? Do they mediate hedonic reward learning and associative prediction? Our review of the literature, together with results of a new study of residual reward capacity after dopamine depletion, indicates the answer to both questions is 'no'. Rather, dopamine systems may mediate the incentive salience of rewards, modulating their motivational value in a manner separable from hedonia and reward learning. In a study of the consequences of dopamine loss, rats were depleted of dopamine in the nucleus accumbens and neostriatum by up to 99% using 6-hydroxydopamine. In a series of experiments, we applied the 'taste reactivity' measure of affective reactions (gapes, etc.) to assess the capacity of dopamine-depleted rats for: 1) normal affect (hedonic and aversive reactions), 2) modulation of hedonic affect by associative learning (taste aversion conditioning), and 3) hedonic enhancement of affect by non-dopaminergic pharmacological manipulation of palatability (benzodiazepine administration). We found normal hedonic reaction patterns to sucrose vs. quinine, normal learning of new hedonic stimulus values (a change in palatability based on predictive relations), and normal pharmacological hedonic enhancement of palatability. We discuss these results in the context of hypotheses and data concerning the role of dopamine in reward. We review neurochemical, electrophysiological, and other behavioral evidence. We conclude that dopamine systems are not needed either to mediate the hedonic pleasure of reinforcers or to mediate predictive associations involved in hedonic reward learning. We conclude instead that dopamine may be more important to incentive salience attributions to the neural representations of reward-related stimuli. Incentive salience, we suggest, is a distinct component of motivation and reward. In other words, dopamine systems are necessary for 'wanting' incentives, but not for 'liking' them or for learning new 'likes' and 'dislikes'.
Article
To determine the neural circuitry engaged by performance of the Wisconsin Card Sorting Test (WCST), a neuropsychological test traditionally considered to be sensitive to prefrontal lesions, regional cerebral blood flow was measured with oxygen-15 water and positron emission tomography (PET) while young normal subjects performed the test as well as while they performed a specially designed sensorimotor control task. To consider which of the various cognitive operations and other experiential phenomena involved in the WCST PET scan are critical for the pattern of physiological activation and to focus on the working memory component of the test, repeat WCST scans were also performed on nine of the subjects after instruction on the test and practice to criteria. We confirmed that performance of the WCST engages the frontal cortex and also produces activation of a complex network of regions consistently including the inferior parietal lobule but also involving the visual association and inferior temporal cortices as well as portions of the cerebellum. The WCST activation in the dorsolateral prefrontal cortex (DLPFC) remained significant even after training and practice on the test, suggesting that working memory may be largely responsible for the physiological response in DLPFC during the WCST and, conversely, that the DLPFC plays a major role in modulating working memory.
Article
The anterior cingulate cortex (ACC), on the medial surface of the frontal lobes, has frequently been hypothesized to make critical contributions to the function of neural systems involved in the executive control of cognition. Three principal theories have been developed to account for this role. The first, 'motivated attention', emphasizes the limbic identity of the ACC and the effects of lesions to this area of the brain. The second, 'attention allocation', emphasizes the fact that during functional neuroimaging studies activation of the ACC is seen during tasks that elicit incompatible response tendencies that must be resolved for correct performance. The third theory, 'error detection', reflects the observation of a negative scalp potential occurring during incorrect responses which appears to have a medial frontal generator. The first and last theories suggest evaluative functions by the ACC in the service of control, while attention allocation suggests a strategic function. We have proposed that the data supporting all three theories can be reconciled if the ACC were detecting conflicting processes during task performance that might be associated with errors. In support of this hypothesis we describe results using event-related fMRI which confirm that the ACC does show error related activity but that the same region of the brain also shows increased response related activity during correct responses associated with response competition. This suggests a re-conceptualization of the contribution of the ACC to executive processes that support an evaluative role, specifically the on-line detection of processing conflicts that may be associated with deteriorating performance. Unresolved questions related to the contribution of this region to executive processes and potential future directions for research on the function of this region of the brain are discussed.
Article
We used functional magnetic resonance neuroimaging to measure brain activity during delay between reward-related decisions and their outcomes, and the modulation of this delay activity by uncertainty and arousal. Feedback, indicating financial gain or loss, was given following a fixed delay. Anticipatory arousal was indexed by galvanic skin conductance. Delay-period activity was associated with bilateral activation in orbital and medial prefrontal, temporal, and right parietal cortices. During delay, activity in anterior cingulate and orbitofrontal cortices was modulated by outcome uncertainty, whereas anterior cingulate, dorsolateral prefrontal, and parietal cortices activity was modulated by degree of anticipatory arousal. A distinct region of anterior cingulate was commonly activated by both uncertainty and arousal. Our findings highlight distinct contributions of cognitive uncertainty and autonomic arousal to anticipatory neural activity in prefrontal cortex.
Article
Certain classes of stimuli, such as food and drugs, are highly effective in activating reward regions. We show in humans that activity in these regions can be modulated by the predictability of the sequenced delivery of two mildly pleasurable stimuli, orally delivered fruit juice and water. Using functional magnetic resonance imaging, the activity for rewarding stimuli in both the nucleus accumbens and medial orbitofrontal cortex was greatest when the stimuli were unpredictable. Moreover, the subjects' stated preference for either juice or water was not directly correlated with activity in reward regions but instead was correlated with activity in sensorimotor cortex. For pleasurable stimuli, these findings suggest that predictability modulates the response of human reward regions, and subjective preference can be dissociated from this response.
Article
Neural responses accompanying anticipation and experience of monetary gains and losses were monitored by functional magnetic resonance imaging. Trials comprised an initial "prospect" (expectancy) phase, when a set of three monetary amounts was displayed, and a subsequent "outcome" phase, when one of these amounts was awarded. Hemodynamic responses in the sublenticular extended amygdala (SLEA) and orbital gyrus tracked the expected values of the prospects, and responses to the highest value set of outcomes increased monotonically with monetary value in the nucleus accumbens, SLEA, and hypothalamus. Responses to prospects and outcomes were generally, but not always, seen in the same regions. The overlap of the observed activations with those seen previously in response to tactile stimuli, gustatory stimuli, and euphoria-inducing drugs is consistent with a contribution of common circuitry to the processing of diverse rewards.
Article
Advances in neurobiology permit neuroscientists to manipulate specific brain molecules, neurons and systems. This has lead to major advances in the neuroscience of reward. Here, it is argued that further advances will require equal sophistication in parsing reward into its specific psychological components: (1) learning (including explicit and implicit knowledge produced by associative conditioning and cognitive processes); (2) affect or emotion (implicit 'liking' and conscious pleasure) and (3) motivation (implicit incentive salience 'wanting' and cognitive incentive goals). The challenge is to identify how different brain circuits mediate different psychological components of reward, and how these components interact.
Article
For a long time philosophers and psychologists have been intrigued by the question of the self. More recently, this has become a topic of discussion in neuroscience. In this article, we suggest that the processing of self-referential stimuli in cortical midline structures (CMS) is a fundamental component in generating a model of the self. Drawing from neuroimaging studies, we distinguish between representation, monitoring, evaluation and integration of self-referential stimuli. All of these subfunctions are related to distinct regions within the CMS. This relationship between self-referential processing and CMS might provide novel insight into the neural correlates underlying the constitution of the self.
  • S Carpenter
Carpenter S. (2001) Cognition is central to drug addiction. Monitor on Psychology, 32, 34-45
Sources of mathematical thinking
  • S Dehaene
  • E Spelke
  • P Pinel
  • R Stanescu
  • S Tsivkin
Dehaene S., E. Spelke, P. Pinel, R. Stanescu and S. Tsivkin, Sources of mathematical thinking