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L’Italia compie 150 anni. E gli italiani? Una riflessione sul senso di appartenenza, sull’identità e sull’insuperata asimmetria tra Italia e italiani

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Abstract

If Italy in 2011 becomes 150 years old, than how old are Italians? So to paraphrase the title of this paper, we introduce mischievously the idea that Italians have a different age. Obviously, we will try to respond, reflecting on the sense of belonging to a collective identity, in our case the Italian one, in times of globalization or, better, glocalization. The reflexion about Italian identity, or Italic as we are going to call it, comes from the extraordinary and special change due to the global processes that deconstruct the socio-political systems of nation-state created by the Treaty of Westphalia in 1648, which ended the Thirty Years' War. In conclusion, what interests us is the cultural identity is increasingly characterized by processes of human, objects and symbols mobility that no longer recognize, as they did for a long time, territorial barriers and boundaries.
SOCIETÀmutamentoPOLITICA, ISSN 2038-3150, vol. 2, n. 3, pp. 53-66, 2011
www.fupress.com/smp – © Firenze University Press
L’Italia compie 150 anni. E gli italiani?
Una riessione sul senso di appartenenza, sull’identità
e sull’insuperata asimmetria tra Italia e italiani.
Riccardo Giumelli
If Italy in 2011 becomes 150 years old, than how old are Italians? So to paraphrase the title of this paper,
we introduce mischievously the idea that Italians have a different age. Obviously, we will try to respond,
reecting on the sense of belonging to a collective identity, in our case the Italian one, in times of globalization
or, better, glocalization. The reexion about Italian identity, or Italic as we are going to call it, comes from
the extraordinary and special change due to the global processes that deconstruct the socio-political systems of
nation-state created by the Treaty of Westphalia in 1648, which ended the Thirty Years’ War. In conclu-
sion, what interests us is the cultural identity is increasingly characterized by processes of human, objects
and symbols mobility that no longer recognize, as they did for a long time, territorial barriers and boundaries.
«La democrazia presente non contenta più gli animi degli onesti. Essa non
rappresenta ormai che un abbassamento d’ogni limite, per far credere d’aver
innalzato gli individui: mentre non si è fatto che l’interesse dei più avidi e più
potenti. Da per tutto è lo stesso fenomeno. Si veda, ad esempio, nel campo
degli studi, la minore severità di criteri intellettuali.[…] La severità per il mi-
nimo necessario di coerenza e di onestà in politica è pure decresciuta. Nelle
elezioni trionfa il danaro, il favore, l’imbroglio; ma non accettare tali mezzi è
considerato come ingenuità imperdonabile.[…]
Tutto cade. Ogni ideale svanisce. I partiti non esistono più, ma soltanto
gruppetti e clientele. Dal parlamento il triste spettacolo si ripercuote nel paese.
Ogni partito è scisso.[…] Tutto si frantuma. Le grandi forze cedono di fronte
a uno spappolamento e disgregamento morale di tutti centri d’unione. Oggi
uno è a destra, domani lo ritrovi a sinistra; ma questa vecchia scena della
politica vien complicata dal fatto che, se indaghi, ci vedi del brutto sotto, ed
è più grave perché nessuno ha più sensibilità per accorarsene e criterio per
conoscerne il valore».
Così scriveva Giuseppe Prezzolini in un editoriale intitolato Che fare?, alla
vigilia delle celebrazioni dei cinquant’anni dall’Unità d’Italia, nella rivista let-
teraria “La Voce”, di cui era fondatore e direttore. Parole quanto mai attuali,
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situazioni senza tempo da sempre al anco degli italiani . Una domanda alla
quale provare continuamente a rispondere: Che fare?
Ed oggi, nel momento in cui si scrive1, sembra che poco sia cambiato. L’I-
talia non è cresciuta, o meglio non è maturata. Probabilmente, a partire dal-
le parole di Prezzolini, alquanto lontane nel tempo, essa rimane uguale a se
stessa nella sua incompiutezza: un’ Italia clientelare, trasformista, dalla scarsa
coscienza nazionale, dove prevalgono gli interessi particolari ecc.
Tuttavia, riteniamo sia lecito guardare ai fatti italiani anche in altro modo.
Le verità raccontate dal grande giornalista possono essere afancate da altre,
che presuppongono, al contrario, un’Italia radicalmente trasformata, e con lei
gli italiani, nel corso dei decenni. Verità che non entrano necessariamente in
conitto tra loro.
Introducendo uno degli argomenti chiave di questo scritto, possiamo affer-
mare, con ragionevole decisione, che quello che non è cambiato da allora è
il rapporto tra governanti e governati, tra chi si fa rappresentante dal potere
politico democratico e i rappresentati. Un rapporto difcile, complesso, fatto
di mutua sospettosità, di reciproco sfruttamento per il proprio interesse, di
logiche che sfuggono a quelle idealtipiche della rappresentanza politica di uno
stato moderno.
Ciononostante, dicevamo di un’Italia, intesa come spazio geograco e socio-
politico, mutata profondamente da quel 1911 raccontato da Prezzolini. Alcuni
momenti diventano fatali per il paese, successivi al 17 marzo 1861, quando si
proclama il Regno d’Italia o al 1870, quando, con la presa di Roma, la città
viene annessa e ne diventa capitale l’anno successivo. Innanzitutto, la prima
guerra mondiale, che non aveva raccolto del tutto e diffusamente gli entusiasmi
patriottici degli italiani che combattevano per la nuova patria. Molti morirono
(oltre 800.000) per quella penisola, per renderla ancora più forte ed unita, di
fronte al nemico straniero; anche se in molti restava il dubbio se valesse la pena
cessare di vivere per essa. Quel momento fu fatale, come lo fu il ventennio fa-
scista e ancora più gli eventi del post 8 settembre 1943. Una data quest’ultima
che assume un’importanza in grado di trascendere gli eventi storico-politici.
La questione identitaria nazionale, infatti, sembra svelarsi nella distinzione del
popolo italiano dallo straniero, cioè dagli eserciti degli Alleati e tedesco che
nel territorio italiano si muovono. In altre parole gli italiani colgono la loro
1
Nell’anno delle celebrazioni dei centocinquant’anni dall’Unità d’Italia. Tuttavia, andando a
guardare gli anniversari dell’Unità d’Italia nel 1911 e nel 1961, al di là dello scritto di Prezzolini
con il quale abbiamo iniziato, hanno avuto decisamente intendimenti diversi rispetto a quello
attuale, caratterizzati dal contesto socio-culturale nel quale si svolgevano: nel cinquantesimo
l’orgoglio nazionalista la faceva da padrone, nelle celebrazioni del secolo, indubbiamente la
crescita economico e lo sviluppo industriale.
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differenza, si sentono essi stessi stranieri rispetto a chi sta percorrendo il “loro”
territorio. Tutto ciò appare come un’identità di contrasto: sono in quanto non sono
come loro (Bechelloni 2003). Questo elemento lo si può ritrovare nel corso del-
le guerre di indipendenza, caratterizzate più da un sentimento di liberazione
dallo straniero austro-ungarico, che da una forte volontà di unione nazionale.
Gli eventi della Resistenza, la formazione dei grandi partiti di massa dopo la
ne della Seconda guerra mondiale e successivamente il miracolo economico
mutano il paese. L’Italia cresce come pochi altri. È attraversata da straordinari
processi di modernizzazione. La produzione e i consumi aumentano enorme-
mente e nel contempo diviene meta turistica per eccellenza. Nel 1957 entra
in vigore la Comunità economica europea, di cui l’Italia è paese fondatore.
In quegli anni di entusiasmi il paese sarà spaccato da due partiti principali: la
Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, che però non incarnano idee e
sentimenti di natura nazionalista. Il partito fascista viene, infatti, bandito dalla
stessa Costituzione, in quanto portatore delle disgrazie del passato, relegato
ad errore di percorso nella costruzione dell’Italia unita; fatto che genera una
sorta di confusione, mescolata all’oblio, sui motivi reali che lo hanno legato,
negli anni di più ampia diffusione popolare, agli italiani, come ben descritto
da Sergio Romano (1994).
Gli italiani cambiano, ovviamente, si alfabetizzano sempre più, aumenta
la classe media e con essa il tempo dedicato al consumo. La lingua italiana si
diffonde, la produttività cresce rapidamente, nuovi attori sociali come le don-
ne e i giovani assumono grande rilevanza. Aumenta il pluralismo ideologico-
politico e culturale. Insomma gli italiani mutano mutando l’Italia e viceversa,
come è normale che sia, in un processo continuo ed intrecciato.
Abbiamo detto però che la relazione tra la classe politica e quella dei citta-
dini elettori rimane invariata. Cioè, la relazione alla base del processo di State
building sembra immutare nel corso del tempo, con un carico di conseguenze
negative per la percezione della coscienza nazionale e civile e nel sentimen-
to di appartenenza degli stessi italiani. Sembrerebbe logico e sincero pensare
gattopardianamente che anche se l’Italia e gli italiani sono cambiati, poi alla
ne “tutto cambia per non far cambiare niente”, facendo in modo che quella
distanza tra italiani e Italia rimanga immutata.
È per questo che molti pensano e affermano che gli italiani non abbiano
un’identità, o meglio che ne abbiamo troppe, quindi nessuna, sostenendo te-
stardamente che essi, oggi, dopo centocinquant’anni non siano stati ancora
fatti. Ma è da questo punto che bisogna partire, o meglio ripartire, per meglio
comprendere quella relazione così difcile, provando ad inquadrarla sotto uno
sguardo nuovo.
A D’Azeglio, non sappiamo se per lui fortunatamente o meno, è stata attri-
buita la frase storica «abbiamo fatto l’Italia, adesso facciamo gli italiani». Sen-
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za voler sviscerare momenti, fatti, situazioni topiche del Risorgimento, quello
che a noi interessa è il signicato profondo di tali parole, che ancora riverbe-
rano sulla maggior parte degli articoli dei quotidiani, i cui autori continuano a
domandarsi furiosamente come mai, a così tanti anni dall’Unità, non si possa
ancora dire di aver “fatto gli italiani”.
In tutto questo sta un equivoco di fondo, dimenticato, o meglio che molti,
a nostro avviso, non vogliono vedere perché altrimenti salta tutto, cade l’im-
palcatura costruita prima di aver architettato l’edicio. Tutto deve essere rove-
sciato, l’Italia ancora non è stata fatta e gli italiani ci sono sempre stati, cioè un’identità
ce l’avevano. Non si tratta presuntuosamente di proporre astrazioni critiche
decostruttive, quanto rivelare errori di natura epistemologica che purtroppo
sono diventati di senso comune anche nei più esperti. Il punto di vista è che nel
1861, nalmente, gli “italiani” avevano fatto, in un modo o nell’altro, l’Italia.
Gli architetti dell’Italia unita sono, piuttosto che diffusi movimenti collettivi
sparsi sul territorio italico, ambiziosi individui che riconoscono le condizioni
adatte in un momento particolarmente favorevole. Si comprende che è giunta
l’ora di scacciare il nemico/straniero austro-ungarico da terre che si sareb-
bero rese libere per la borghesia illuminata, in particolare, del Nord. Cavour
e Napoleone III a Plombiers decidono arbitrariamente, secondo interessi di-
plomatici strategici, i conni tra Francia e futura Italia, attraverso promesse
d’intervento e concessioni in termini di territori come il nizzardo.
L’Italia nasce dall’alto e, così, come marchiata a fuoco, verrà vista e per-
cepita. Ad un Risorgimento caldo, come lo intende Giorgio Ruffolo nel suo
libro Un paese troppo lungo (2010), fatto di passioni, di movimenti popolari dif-
fusi, di sentimenti di partecipazione, prevale un Risorgimento freddo, frutto
del calcolo, dell’interesse e della contingenza. L’Italia diventerà Stato senza
essere effettivamente una nazione, come molti si apprestano a dire; cioè senza
quel sentimento di destino comune che avrebbe dovuto caratterizzare gli ita-
liani. Lo stesso signicato originale di Risorgimento, viene traviato. La parola,
utilizzata per la prima volta dal gesuita Saverio Bettinelli nel suo Risorgimento
d’Italia negli studi, nelle arti e nei costumi dopo il Mille che risale al 1775, rimanda
non tanto ad una genesi politica, strategica e militare, come poi alla ne sarà,
ma ad una dimensione esistenziale/religiosa come la Resurrezione. A questo
signicato se ne accompagna un altro dalla natura più letteraria, come quello
descritto da Gioberti, Aleri e da Leopardi nella sua poesia Il Risorgimento.
Non solo, ma l’Italia diventa l’incarnazione di modelli politico-culturali
diffusi nel XIX secolo che, a parte una ristretta élite borghese ed illuminata,
non le appartengono del tutto. Si tratta di modelli che provengono soprattutto
dalla Francia e dagli Stati Uniti: quello del centralismo amministrativo, che
si manifesta nell’idea di un popolo, una nazione, un territorio governato da
istituzioni rappresentative dei cittadini. E poi il modello economico liberale-
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capitalistico di impronta anglosassone, anch’esso importato, via via diffusosi
con i nuovi processi industriali e di modernizzazione.
L’Italia appare conformarsi a quanto succede da altre parti, assecondando
modelli vincenti che si pensa avrebbero potuto portare maggiore benessere nel
territorio peninsulare. Tuttavia, le cose non stanno esattamente così.
Il paradigma dello Stato-nazione, come uscito dal Trattato di Westfalia
(1648) e consolidatosi nei secoli successivi, pare non adattarsi a situazioni e
persone della penisola.
Il regno sabaudo, promotore dell’Unità, viene visto, specialmente nel Mez-
zogiorno, come un padrone che ne sostituisce un altro, cioè un potere stra-
niero, costituitosi nazionalmente e che presto impone nuove tasse, la leva e la
scuola. Si tratta di situazioni che daranno vita al brigantaggio come forza di
resistenza a costrizioni che niente hanno a che vedere con il senso di appar-
tenenza delle popolazioni meridionali al nuovo Stato. Le guerre al brigantag-
gio, dal 1860 al 1865, procureranno un numero di vittime elevatissimo: quasi
9.000 le fucilazioni2. Di questo Gramsci scriveva nel 1920: «lo stato italiano è
stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e
le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori
salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti». Certo si stava facen-
do gli italiani in senso moderno, secondo le indicazioni forestiere, ma di essi,
di chi fossero stati no a quel momento, poco interessava. La spaccatura tra
governanti e governati non poteva che aumentare, con la conseguenza di le-
gittimare la formazioni di poteri parastatali, come le mae, in grado di gestire
più efcacemente le situazioni locali.
È pertanto ingenuo pensare che le istituzioni italiane non siano riuscite
a fare gli italiani nel modo nel quale avrebbero voluto perché non ne han-
no avuto le capacità, oppure perché non se ne sono interessate. È piuttosto
l’opposto: se ne sono interessate troppo, facendo diventare l’azione di Stato
eccessivamente pedagogica.
Gli italiani hanno ben imparato, forse anche troppo, la lezione. Sanno
come si dovrebbe essere italiani nel senso moderno, anzi, quando intravedono
nel comportamento dei connazionali gli atteggiamenti che contrastano con
quanto è stato loro insegnato, sono in grado di dimostrare una vis polemica e
critica eccezionale. Lo stesso non si può dire per quanto riguarda il mettere in
pratica le regole: vivono come se fossero italiani ma in fondo non lo sono. Lo
sport preferito di tutto un popolo non è il calcio, ma quello di parlarsi male
addosso, attraverso forme di auto-denigrazione che non conoscono eguali.
Sembrano, quindi, gente che sa come dovrebbe comportarsi ma che per un
2
Un numero assolutamente superiore alle vittime delle guerre d’Indipendenza.
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motivo o per l’altro non pratica quanto sostiene. Sarebbe semplicistico dire
che succede anche in altri paesi, e può darsi che sia in parte vero, ma le punte
di massima auto-critica e auto-delegittimazione vengono raggiunte soprat-
tutto in Italia, come anche ci ricorda il Presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano, seppur sotto un’ottica più ottimista, «non bisogna prendere alla
lettera e sopravvalutare una tendenza alla critica eccessiva, una certa forma di
autodenigrazione che forse fa parte del carattere degli italiani»3.
Eppure gli italiani presi singolarmente sono straordinari individui, come
pure ci ricorda il grande giornalista Luigi Barzini: «le virtù necessarie per
divenire il capo di qualsiasi cosa in Italia, capo di un convento, di un canile
municipale, di una cosca maosa, di un mercatino di frutta e verdura, di una
stazione ferroviaria, o il sindaco di un villaggio di montagna, sono tali che,
in quasi ogni altro paese, potrebbero fare facilmente di un uomo un ministro
degli Esteri, il favorito nell’alcova della regina, il capo di stato maggiore o il
presidente della repubblica», ma come in molti non smettono di dire, insieme
proprio non riescono a starci. Oppure anche come ironicamente ricorda Gior-
gio Gaber: «secondo me gli italiani sono più intelligenti degli svizzeri. Ma se si
guarda il reddito medio procapite della Svizzera, viene il sospetto che sarebbe
meglio essere un po’ più scemi». Prevalgono l’interesse particulare, le invidie,
le gelosie. Si preferisce lo straniero lontano al vicino rivale, al quale, citando
Manzoni, «meglio far torto che patirlo».
Tutto questo fa pensare che un’identità nazionale italiana non ci sia, o
meglio che il progetto sia malamente compiuto. C’è chi4 intende rilanciare,
a partire da un fallimento evidente, magari costituendo una sorta di “Partito
della nazione” con scopi etici, legalitari, di sobrietà, con l’intento quindi di eli-
minare difetti e vizi cronici degli italiani. Oppure c’è chi sostiene che non è più
possibile continuare testardamente su questa strada, come Aldo Schiavone nel
suo testo Italiani senza Italia (1997): «l’idea, ripetuta no a diventare un luogo
comune, che il nostro compito sarebbe di ricostituire proprio adesso, con tanto
ritardo e dopo tanti appuntamenti mancati, nel cuore di una crisi mondiale
di quest’esperienza, una vera nazione – nel senso forte, storico, della parola
– mi sembra completamente insensata: un anacronismo illogico. La riprova
(se ve ne fosse bisogno) è che, al di là di qualche esercitazione retorica, questa
prospettiva non riesce a mobilitare energie né pensieri. Bisogna rassegnarsi:
quel treno è perduto, e per sempre. Il destino dell’Italia e della sua unione
dipende da come sapremo sottrarre la nostra identità allo scacco dello Stato
che avrebbe dovuto rappresentarla e proteggerla. Da come sapremo impedire
3
“Napolitano: un’Italia divisa sarebbe insignicante”, America Oggi, 12 marzo 2011.
4
Ferdinando Adornato “Partito della Nazione per costruire l’Italia”, 21/05/2010 da Il Gazzettino
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ad un fallimento così grave – che ci appartiene, perché esprime il lato debole e
oscuro del nostro passato – di trascinare con sé anche la parte migliore di noi,
quella che è stata capace di imprese intellettuali e civili uniche nell’itinerario
dell’Occidente, e forse dell’intera umanità. In altri termini: se riusciremo ad
utilizzare ancora una volta in modo vantaggioso quell’insuperata asimmetria
fra italiani e Italia, autentica croce della nostra storia».
L’insuperata asimmetria fa pensare che forse dovremmo cominciare a ve-
dere le cose da un diverso punto di vista.
Abbiamo detto che gli italiani ci sono sempre stati, certo sono cambiati nel
farsi dell’Italia, ma ciò che li caratterizza profondamente è una forma mentis,
una visione delle cose del mondo, un’attitudine verso la realtà, che non può
essere ricercata a partire soltanto dal 1861. Gli italiani un’identità ce l’avevano
e ce l’hanno tutt’oggi: un’identità costruitasi sulle differenze, sui pluralismi,
sui rapporti personali, su una visione estetica della vita, sull’intraprendenza
commerciale, sull’universalismo romano e cattolico, ecc. È lo stesso Ruffolo
che ci ricorda, nel suo bel libro Quando l’Italia era una super potenza (2004), che
gli italiani sono gli del loro passato e dei grandi cicli vincenti (Roma antica,
le Repubbliche Marinare, i Comuni e le Signorie) e perdenti (il periodo mo-
derno) che hanno attraversato la penisola. Ancora nel 1600 il reddito medio
dei vari Stati italiani era superiore di più della metà di quello degli altri Stati
europei. Duecento anni dopo e più era relativamente lo stesso, se non diminu-
ito mentre quello degli Stati europei era più che triplicato.
Non vogliamo qui approfondire ipotesi economiche su tale crisi, quanto
mettere l’accento su un altro fattore, a nostro avviso, ben più determinante.
Gli italiani e l’identità italiana si contraddistinguono innanzitutto cultu-
ralmente, perché, è necessario ricordarlo, l’identità nazionale non coincide
necessariamente con quella culturale. Gli italiani colgono il loro senso dell’ap-
partenenza non tanto alle istituzioni ma ad un modo di essere, che ha radici
millenarie, straordinariamente complesso che da sempre li caratterizza. Ma
proprio per questo tutto appare più sfuggente. Il fatto che gli stessi italiani
dicano di non avere un’identità è il sintomo di essere dominati da quel come
se di cui dicevamo, perché l’identità è riconoscibile solo se cristallizzata con il
sentimento nazionale. Non sentono di averla perché utilizzano un paradigma,
continuamente pedagogizzato, quello dello Stato-nazione, che a loro non ap-
partiene, indipendentemente, è necessario ricordarlo, dalle posizioni ideolo-
giche di riferimento. E pertanto se tale architrave della modernità non viene
praticato, si genera frustrazione, rassegnazione e oblio.
Il contesto odierno non è più lo stesso nel quale il paradigma westfaliano ha
avuto luogo. Si tratta di ripartire da un passaggio d’epoca, nei termini del socio-
logo italiano Alberto Melucci, verso un nuovo paradigma, quello dettato dai pro-
cessi culturali della globalizzazione, che ridenisce identità collettive, individuali
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e senso di appartenenza. Un passaggio che necessita di essere compreso, seppure
nella sua difcoltà, attraverso sforzi cognitivi ed intellettuali faticosi e sancanti.
È alla luce di tutto questo, senza voler approfondire i signicati della glo-
balizzazione, i quali possono essere chiariti da un’ampia bibliograa, che una
riessione più attenta sul tema dell’identità italiana, la cosiddetta italianità,
diventa indispensabile.
L’idea di fare gli italiani, abbiamo detto, seguiva modelli forestieri, secondo
teorie sociologiche di natura funzionalista che tentavano, nalmente, di porre
la collettività su assetti razionali e positivistici, sotto il controllo della legge e
verso un progresso luminoso, che non poteva che portare maggior benessere
e prosperità. La storia ci ha insegnato che così non è stato, nuovi fenomeni
sono apparsi mostrando società meno impermeabili, più incerte, frammentate
e insicure. Finché il mondo è stato diviso dai due blocchi: liberale e comu-
nista, tali problemi sono rimasti come sepolti dalla stessa contrapposizione,
cioè dalla presenza del nemico che compattava. Caduto il muro di Berlino e il
comunismo, il mondo cambia, come pure le nuove congurazioni identitarie
che lo abitano. La globalizzazione diventa fatto evidente, alimentata dai nuovi
mercati sempre più globali, da una nanza senza limiti territoriali, da nuove
tecnologie della comunicazione, da sistemi di trasporto sempre più efcaci. A
poco valgono le speculazioni intellettuali: globalizzazione sì o globalizzazione
no, si tratta di un evento che esiste e che non bussa alla porta chiedendo di
entrare, ma piuttosto che elimina gli ostacoli che incontra. La globalizzazione
è, esiste e con essa bisogna confrontarsi.
In questo senso diventa sempre meno chiaro quale possa essere il ruolo de-
gli Stati-nazione, e lo stesso internazionalismo viene messo in crisi da processi
transnazionali, che modicano gli assetti di partenza ma che procedono verso
nuove entità a prescindere degli stessi Stati-nazione (formazione di nuovi enti
sub-nazionali e sovranazionali, processi migratori, ONG, nanza e specula-
zioni creative, social network, ecc).
Se così è, come noi crediamo, si tratta di comprendere, partendo dalle tesi del
politologo americano Samuel J. Huntigton che le nuove identità si aggregheran-
no culturalmente e trasnazionalmente. Scrive infatti: «l’accresciuta importanza
dell’identità culturale è in larga parte il risultato della modernizzazione socioe-
conomica vericatasi sia a livello individuale, dove alienazione e disorientamen-
to creano il bisogno di più strette identità, sia a livello sociale, dove l’accresciuta
forza e le maggiori potenzialità delle società non occidentali stimolano il risve-
glio delle identità e delle culture autoctone» (Huntington 1997)5.
5 Per un’ulteriore spiegazione di questo fenomeno si rimanda anche al testo di chi scrive,
(2010), Lo Sguardo Italico. Nuovi orizzonti del cosmopolitismo, Liguori, Napoli.
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La deterritorializzazione e la costruzione reticolare, attraverso forme co-
municative tecnologicamente più avanzate, sono sempre più situazioni diffuse
(Castells 2009).
Il rapporto stretto tra territorio, istituzioni e popolo, che si condensa nel
concetto di nazione, di quel sentimento di un comune destino, in Italia non ri-
esce ad attecchire. I propositi elitisti, come abbiamo visto, si sono scontrati con
quelli più popolari. L’Italia è quindi stata fatta, per quanto possibile, da con-
sapevolezze che emergevano dal basso anche e soprattutto, come detto, nella
relazione con lo straniero, nel sentimento di comunanza nelle difcoltà, nelle
famiglie che si fanno imprenditrici e danno luogo al miracolo economico.
Se oggi, come ci dice Wolfgang Reinhard (2010), lo Stato moderno ha qua-
si cessato di esistere, in quanto ha “delegato” gran parte, volente o nolente,
dei suoi poteri ad istanze intermedie, regionali, sub-regionali oppure a livello
sovranazionale, in un modo oltretutto difcilmente riconducibile ad una go-
vernabilità che deriva dalle vecchie categorie del diritto, allora esso diviene, in
quanto ancora sopravviverà – anche se non si sa per quanto tempo – un ente in
concorrenza con altre istanze perché: «in n dei conti, c’è ovunque una classe
statale la cui esistenza dipende dalla sopravvivenza dello Stato» (ivi: 105-106).
Riassumendo quanto n qui scritto, il senso dell’appartenenza non è tanto
quello denito dal modello dello Stato-nazione ma da uno pensato cultural-
mente. In questo senso potremmo vedere l’Italia e la sua identità con altri
occhi, attraverso una ridenizione stessa delle categorie del tempo e dello spa-
zio. Innanzitutto, l’Italia e la sua cultura nel corso della lunga storia, senza la
cesura risorgimentale, che pone un prima e un dopo. Ma anche l’Italia e la sua
cultura presente nelle culture del mondo, frutto non solo di segni e signicati
che si muovono ormai globalmente, ma anche del lavoro degli italiani all’este-
ro: residenti, emigrati, oriundi, che nel corso degli anni hanno trasformato il
contesto nel quale sono andati a vivere portando in dote elementi culturali di
grande valore.
Ecco allora un grande tema, importante pezzo di un puzzle che stiamo
provando a costruire: quello che emerge dai fortissimi fenomeni di mobilità
italica nel mondo. Non intendiamo quindi, visto che utilizziamo uno sguardo
lungo sulla storia, solo gli eventi della grande emigrazione post-unitaria, sep-
pur fondamentali, ma una mobilità pensata in un arco di tempo più ampio e
che comprende segni, simboli e non solo persone.
Se tuttavia guardiamo al tema dell’emigrazione italiana, con gli occhi del
paradigma Stato-nazione, nei cosiddetti nodi di diaspora – Stati Uniti, Ca-
nada, Brasile, Argentina, Francia, Germania, Svizzera, Australia, ecc. –, esso
assume una rilevanza debole. Con questo vogliamo dire che il tema dell’emi-
grazione ha sempre poco interessato le istituzioni politiche ma anche gli italia-
ni d’Italia, più propensi a pensare che uno Stato debba occuparsi soprattutto
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di loro e non di chi sta fuori dai conni. Lecito e legittimo se consideriamo
che di questo si deve occupare uno Stato moderno. Ed è oltremodo com-
prensibile, se non giusticabile, che la classe dirigente italiana, al tempo delle
grandi emigrazioni tra la ne ’800 e gli inizi del ’900, si sia voltata dall’altra
parte. Abbia cioè fatto nta di niente, come si trattasse di un effetto collaterale
inevitabile, da nascondere, in quanto indizio poco promettente per un nuovo
paese che voleva imporsi a livelli internazionale tra quelli che contavano. Così
gli italiani spesso vennero lasciati soli al loro destino di emigranti. Le epopee
transoceaniche sono raccontate e documentate in ogni salsa, ma di loro, di
questi emigranti ci si occupava al massimo no al momento dell’arrivo. Dopo
non interessavano più, c’erano altri italiani da fare in Italia.
Non è necessario in questa sede ripercorrere storicamente e sociologica-
mente le relazioni tra governanti e chi, mosso dal desiderio di una vita mi-
gliore, era emigrato. Tuttavia, oggi non si può prescindere dall’oblio nel quale
quegli eventi importanti sono niti e con loro le conseguenze straordinarie
sulla costruzione dell’Italia stessa: le rimesse che tornavano e il dinamismo
culturale che le partenze e i ritorni davano a territori ancora poco percepiti,
come ad esempio il Mezzogiorno, da un assente Stato italiano.
In sintesi, se guardiamo quello che siamo non solo a partire da quanto av-
venuto dopo il 1861 ma anche da quanto accadde e accade fuori dai conni
nazionali, ormai divenuti straordinariamente permeabili, è perché riteniamo
che un’identità italiana nella sua rappresentazione culturale non può essere
delimitata dalle frontiere di Stato. Essa è più ampia, mobile, reticolare, glocale
perché ovunque nel globo in grado di rideterminarsi localmente, formando
nuclei di diversa grandezza sparsi nel mondo. Le identità sono culturali perché
rinnegano la concentrazione nazionale, ma si fanno in divenire, sono processo.
Si può essere anche d’accordo con l’idea espressa dall’asserzione «là dove
arriva la sua cultura, ecco i veri conni di un paese», frase proiettata presso
l’Archivio di Stato di Torino in occasione dell’ottantesimo Congresso Interna-
zionale della Società Dante Alighieri, promotrice della lingua italiana a tutte
le latitudini. Ciononostante, bisogna stare attenti a non sovrapporre tale idea
con quella “vecchia maniera” di uno Stato o meglio di un impero fortemente
ancorato ad un territorio, comprendente uno o più centri e poi delle periferie,
che si espande attraverso un’irradiazione culturale dal centro no a conni
chiari e segnati. Le frontiere, a nostro avviso, non risultano facilmente distin-
guibili e più che parlare di direzioni centro-periferia e viceversa, dovremmo
pensare i dinamismi culturali nel concetto più ampio e complesso di rete, fatta
di nodi in grado di dare il loro apporto in relazione con altri.
È per questo allora che forse la debolezza italiana diventerà la sua forza.
La mancanza strutturale di Stato-nazione diventerà l’abilità di sapersene
sbarazzare facilmente. Non ha corazze addosso da togliersi ma solo vestiti,
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magari rafnati, che possono tornare utili nelle più varie occasioni. L’Ita-
lia, seppure dicono non avere un’identità, non ha bisogno, come ha fatto
la Francia, di un ministero sull’identità stessa, in previsione di una possibile
crisi dettata da spinte globalizzatrici. Benché i due paesi abbiamo culture e
lingue non troppo dissimili, per quanto riguarda il senso di appartenenza
al proprio Stato partono da assunti diversi. I francesi hanno una consape-
volezza della loro cittadinanza nazionale, si riconoscono nel sentimento di
comunanza che in Italia è sempre mancato. È per questo che non hanno
avuto bisogno di emigrare, la Francia li aggrada. Agli italiani forse l’Italia
sta stretta in quanto mossi da idee universalistiche, oppure, all’opposto, sta
grande perché già appagati da identità localmente denite come quelle che
garantivano Comuni e Signorie.
Allora, se il contesto è questo, non possiamo più parlare semplicemente di
italianità, nel senso di una identità riferita ad un modello paradigmatico na-
zionale. Essa non c’è o almeno è deludente. È, come poc’anzi è stata denita,
un treno perso. È per questo che, muovendo da un punto ad un altro del no-
stro percorso, abbiamo bisogno di nuove parole per denire nuovi paradigmi.
Il termine Italicità6 ci viene incontro. Il suo signicato ha a che vedere con
quanto scritto nora. Implica un’idea culturale che tiene in considerazione
non solo, ovviamente, gli italiani d’Italia e i residenti all’estero ma anche gli
oriundi, gli italoli (cioè coloro che con la cultura italica hanno a che fare e ne
sono stati o ne vengono socializzati) per non parlare poi degli immigrati, che
cominciano ad agire e pensare italicamente.
L’Italicità è un modo di interpretare le cose del mondo, perché le sue radici
sono straordinariamente profonde e pervadenti, perché hanno intriso con la
loro ricchezza gran parte dei territori di tutto il globo. Essa non avrebbe niente
da invidiare ad una “francité” o altro. Per meglio far capire riportiamo questo
esempio signicativo. Una volta una signora di Montreal, durante un con-
vegno organizzato da Globus et Locus e dalla Fondazione IULM, disse: «mi
vesto italiano, ho una casa ricca di arredamenti italiani, ma non parlo italiano.
Posso ritenermi italiana o no?». La risposta è stata ovviamente che non era
italiana, ma italica. Allo stesso tempo un collega francese, ascoltando la frase
«vesto francese, ho cultura francese, mangio francese ma non parlo francese»
avrebbe risposto «lei non è francese» e a nessuno sarebbe venuto in mente di
fare la differenza tra francese e “franco” o “franciliano”7.
6 Termine coniato da Piero Bassetti ed adottato nei termini che qui argomentiamo anche
dall’Accademia della Crusca.
7
Atti del Seminario, Glocalismo e lingua italiana: sde e prospettive. Non l’italiano degli italiani, ma l’ita-
liano degli “italici”, Università IULM, Milano, 6 luglio 2006.
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Esiste nel mondo una community di 250.000.000 di italici8, che spesso, sep-
pur agendo localmente, fanno rete tra di loro, piuttosto che con l’Italia, attra-
verso un’innita serie di siti internet, che rappresentano associazioni di italiani
all’estero, spesso divisi per zona di provenienza o di arrivo (Giumelli 2010). Gli
italici fuori dai conni nazionali hanno ben altra consapevolezza della cultura
italica. E ce l’hanno a prescindere dalla loro conoscenza linguistica dell’italia-
no che forse hanno appreso come seconda e terza lingua.
Una volta, proprio visionando, alcuni di questi siti, all’interno di un forum,
c’era scritto «non si sa mai dove si possono trovare gli italiani con sicurezza.
Dipende da chi li cerca, quando e perché: io devo ammettere che li trovo sem-
pre altrove. Forse si ha la necessità di un altrove per diventare italiani». Molti
italiani si sentono, o meglio scoprono di essere italici, proprio fuori dai conni
nazionali. L’ambito nazionale diventa di ostacolo, con le sue leggi, le sue rego-
le, il suo normativismo regolatore di natura razionale-tecnicistica.
Ma esiste un’“ortodossia” italica? Cioè ne esiste una come per l’italianità,
che abbiamo imparato, come detto, ma che non sappiamo mettere in pratica?
È molto difcile sostanziare l’identità italica come qualcosa di chiaro, limpido,
solido, perché, al contrario, essa si muove, muta, benché mantenga delle pro-
prie peculiarità. Gli italiani sono tradizionalmente legati a un tipo di organiz-
zazione di stampo comunale-rinascimentale, oltre ad una solida ed esauriente
esperienza compiuta nell’ambito delle città-Stato. Il modello regionalista del
Rinascimento trova espressione anche per mezzo di una tensione verso l’uni-
versale e quindi verso il cosmopolitismo. Si pensi all’universalismo cattolico, a
quello di Lorenzo de’ Medici, oppure a quello di Machiavelli, di Leonardo da
Vinci, ma anche di Mazzini. Gli italiani, unici forse in Europa, fanno fatica,
ancora oggi, a riconoscersi in una cultura che loro percepiscono come una
“cultura arretrata”: quella appunto creata nel dopo Westfalia. È tutto questo,
e naturalmente altro, che fa pensare ad elementi distintivi e caratteristici.
L’Italia post-moderna potrebbe sembrare migliore di quella moderna, ma
anche qui tutto pare muovere dal fatto che gli esseri umani sono i soli costruttori
della loro storia. Si potrebbe anche pensare che l’Italia sia divenuta essenzial-
mente post-moderna senza essere moderna. Gli esseri umani, tuttavia, devono
scorgere le possibilità negli interstizi, comprendere quando le situazioni sono ri-
sorse e quando problemi, cogliere i momenti propizi per fare le scelte necessarie.
Certo, lo fece Cavour, malgrado gran parte della popolazione non fosse poi così
partecipe, né quanto meno interessata. Ma il risultato politico della modernità
italiana, a centocinquant’anni, pone forti interrogativi. E la riessione è oggi più
necessaria che mai, proprio in un momento nel quale forze disgregatrici sembra-
8
Dati stimati da Globus et Locus (www.globusetlocus.org).
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no smembrare il progetto dell’Italia unita, preferendo localismi difensivi, barrie-
re erette contro la complessità dilagante, per ristabilire quell’ordine pacico che
caratterizzava le società non contaminate dalla mobilità, dal caos esistenziale e
sistematico della vita quotidiana al quale opporre un ordine da creare e ricreare.
L’Italia post-moderna e italica oltrepassa i localismi impermeabili e oltre-
passa l’Italia stessa, ma progetti politici chiari non emergono, quanto piuttosto
la consapevolezza della loro difcoltà. Il grido “Italici uniamoci”, appare an-
cora lontano, gli echi si spengono in fretta. Ma da qui possiamo partire.
E a chi nel 2011 festeggia i 150 anni dell’Italia unita, bisogna ricordare che
gli italiani ne compiono molti di più.
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... Объединение Италии произошло вокруг главенства политического объединения, но оно выступало в роли формы, содержанием же было объединение культурное [14]. Культура -ценности, нормы, верования и символы, средства выразительности, образ мыслей, восприятие мира, отношение к жизни, т. е. «way of living» -привычки и практики, составляющие поведенную культуру, которая и составляет основу единства нации, на которой строится её идентичность [15]. ...
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Parole chiave Italicità, identità, appartenenza, cultura, migrazione 1. 2011: sono 150 anni di unità Il 2011 è stato l'anno delle celebrazioni dei 150 anni dall'unità d'Italia. Molto si è detto e scritto, spesso polemicamente e strumentalmente secondo gli interessi in gioco. Sono stati pubblicati, nell'occasione, molti testi, come a tirare le fila di questi anni di vita, rivisitando e divulgando gli eventi risorgimentali, oppure seguendo la linea, magari nostalgica, del come eravamo e del come siamo diventati. Altri (Dardano 2011, Della Loggia Schiavone 2011, Gentile 2010, Montanari 2011, Patriarca 2010, Ruffolo 2009), invece, hanno adottato uno sguardo, a nostro avviso più ampio, un orizzonte esteso caratterizzato da aspetti socio-culturali che non si limitano ai 150 anni, ma oltrepassan-doli vanno a riconfigurare un percorso di costruzione identitaria allargato agli eventi e alle vicende che hanno visto protagonista la Penisola italica ben prima del 1861. Si tratta, se volessimo riassumere, di provare a non farsi trarre in inganno dalle cesure temporali, alle quali molto spesso storici, e soprattutto giornalisti, per semplicità o semplicismo, ricorrono. È il peso o il timore della complessità che può portare a definizioni standard, con conseguenze devianti, nel nostro caso, sul tema dell'auto-riconoscimento collettivo, rispondendo alla domanda «chi siamo». «Abbiamo fatto l'Italia, facciamo gli italiani», la frase attribuita al marchese D'Azeglio, oltre ad essere alla base delle nostre riflessioni è uno di quei classici temi che, per faciloneria, può far nascere tutta una serie di percezioni sbagliate. Certamente il nobile italiano affermò che erano «gli italiani […] i più pericolosi nemici dell'Italia unita». Fatto che ci trova più concordi. Ma perché esprimiamo dubbi su quel «fare gli italiani», che anche durante la copertura mediatica per il 150° è tornato ad essere * Università degli studi di Firenze.
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