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Un (nuovo) «Esopo» cinquecentesco: la «Vita di Esopo» del conte Giulio Landi

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Abstract

La volgarizzazione della Vita di Esopo a opera di Giulio Landi (1545) è stata caratterizzata da una lunga fortuna che ne ha fatto l’introduzione biografica “ufficiale” per secoli alle favole. Nondimeno, la traduzione del Landi era nata come testo autonomo, come chiaramente attestato dal paratesto. La Vita può essere letta su tre diversi livelli (comico, politico, filosofico-religioso) che per essere compresi debbono essere ricondotti tanto all’ambiente piacentino, specie con l’ambigua accademia degli Ortolani, quanto all’intera produzione del Landi e alla sua rete intellettuale. The translation into Italian of the Aesopus’ Life by Giulio Landi (1545) has enjoyed a centuries-long diffusion as the standard biographic introduction to the Aesop’s fables. Actually, the paratext clearly certifies that Landi’s work was born as an autonomous text. The Life proposes three different levels of reading: comical, political, religious-philosophical. All of them have to be read in the frame both of the Piacenza milieu (mainly with the ambiguous Accademia degli Ortolan) and of the whole Landi’s production and cultural network.
Carte Romanze 3/1 (2015): 223-77 – ISSN 2282-7447
http://riviste.unimi.it/index.php/carteromanze/index
UN (NUOVO) ESOPO CINQUECENTESCO:
LA VITA DI ESOPO
DEL CONTE GIULIO LANDI
1. UN LUNGO PERCORSO
e favole di Esopo hanno costituito – in Italia e di là dalle Alpi – un
corpus fortunatissimo; un corpus dai confini instabili e porosi, ma an-
che con destinatari, funzioni e statuti suscettibili di profonde escursioni.
A fianco delle favole ascrittegli nel corso del tempo, la figura del leg-
gendario fondatore del genere ha goduto però di un’esistenza propria,
soggetta a molteplici rielaborazioni. In primo luogo, infatti, il personag-
gio Esopo è protagonista di un vero e proprio “romanzo” millenario –
che copre la vita del leggendario autore da quando è ancora solo uno
schiavo balbuziente fino alla sua morte violenta –1 che, nella sua lunga
storia di contaminazioni riscritture adattamenti tagli, ha plasmato l’im-
maginario comune, visivo e culturale, del favolista frigio. Quello del ro-
1
Per
comodità
del
lettore
si
riassume
qui
succintamente
la
trama:
Esopo,
uno
schiavo
frigio
deforme
e
balbuziente,
è
vittima
di
inganni
e
calunnie
(come
l’accusa
di
avere
mangiato
dei
fichi
destinati
al
padrone)
da
parte
degli
altri
schiavi,
dai
quali
si
salva
solo
grazie
alla
sua
astuzia;
dopo
che
Diana
lo
ha
guarito
in
sogno
dalla
balbuzie
e
gli
ha
fatto
dono
della
capacità
di
raccontare
favole,
passa
sempre
irriso
per
la
sua
bruttezza
da
un
padrone
all’altro,
fino
a
che
un
mercante
di
schiavi
lo
vende
a
Samo
al
filosofo
Xanto;
questi
è
il
vero
antagonista
di
Esopo,
il
quale
lo
irride
costantemente
mettendone
in
luce
pressapochismi
linguistici,
superficialità
e
ignoranza,
spesso
provocandogli
seri
problemi
tanto
con
la
moglie
quanto
con
gli
amici.
All’astio
crescente
di
Xanto
e
della
moglie
contro
lo
schiavo
si
contrappongono
le
continue
richieste
di
Esopo,
sempre
disattese
per
l’ipocrisia
del
padrone,
di
essere
affrancato;
la
liberazione
viene
imposta
a
Xanto
solo
quando
Esopo
interpreta
di
fronte
ai
Samii
un
prodigio
avvenuto
durante
una
cerimonia.
Esopo
dapprima
difende
con
il
suo
senno
e
le
sue
parole
i
Samii
di
fronte
al
re
Creso,
con
il
quale
li
rappacifica
e
al
quale
lascia
in
dono
le
sue
favole,
e
successivamente
passa
al
servizio
del
re
babilonese
Licero.
Presso
quest’ultimo
ottiene,
grazie
alla
sua
saggezza,
un
grande
potere,
anche
se
per
le
calunnie
del
figlio
Enno
viene
condannato
a
morte
e
deve
nascondersi
a
lungo
in
un
sepolcro;
recuperato
il
proprio
ruolo
a
corte,
viene
inviato
dal
re
in
Egitto
come
campione
di
Babilonia
in
una
tenzone
di
quesiti
che
lo
vede
trionfatore.
Esopo,
che
ha
ripreso
a
viaggiare,
giunge
infine
a
Delfi
dove
però,
avendo
rimproverato
gli
abitanti
di
avidità
e
meschinità,
viene
prima
ingiustamente
accusato,
poi
arrestato,
e
infine
ucciso.
L
224 Carte Romanze 3/1 (2015
)
manzo è un Esopo chiaramente basso e popolaresco e in evidente po-
lemica con la cultura alta; un Esopo, inoltre, caratterizzato da tutti que-
gli elementi che costituiscono i tratti aneddotici della sua figura, dall’ec-
cezionale bruttezza alla furbizia, dalla condizione schiavile alla scurrilità.
Esopo, però, può anche uscire da questo antichissimo romanzo-
biografia e – traendo alimento un po’ da esso, un po’ da elementi de-
sunti dalle favole, un po’ dalla personale rielaborazione dei lettori che vi
si sono confrontati – divenire una figura dotata di vita propria e in co-
stante ridefinizione, caricata di profondi valori simbolici in risonanza
con i mutamenti sociali e culturali; davvero significativo, per fare un
unico esempio, è quel codice medioevale in cui si parla del favolista
come di un «santo uomo che ebbe nome Isopo»,2 facendone cosí il por-
tatore dei valori cristiani di umiltà e religiosità.
Veicolo della figura del favolista frigio, come ben noto, è quel «col-
lettore di tradizioni esopiche»3 che va sotto il nome di “Romanzo di
Esopo”4 e che si presenta come una sistemazione di materiali orali fissa-
tasi nel V secolo a.C. e diversificatasi in due redazioni di epoca ellenisti-
ca e non anteriori alla prima età imperiale (G «popolare e un po’ prolis-
so» e W che ne è la «rielaborazione corretta e abbreviata» dal «linguag-
gio epurato e piú sobrio» anche se con alcuni tagli che la rendono non
sempre perspicua).5 Dalle redazione W, poi, è derivata intorno al 1300
la redazione attribuita al dotto bizantino Massimo Planude che ha avvia-
to una trafila di passaggi traduttorii, con la versione latina approntata da
Rinuccio d’Arezzo intorno al 1448 su sollecitazione del papa umanista
Niccolò V e stampata a Milano nel 1474 da Antonio Zarotto6 e poi con
quella celeberrima a cura di Aldo Manuzio nel 1505 all’interno della Vi-
ta et fabellae Aesopi cum interpretatione latina. Tra queste si inserisce poi la
volgarizzazione napoletana di Francesco Del Tuppo nel 1485, giusta-
mente celebre come uno dei piú begli incubaboli italiani, profondamen-
te caratterizzata da una cupa superfetazione allegorico-morale ancora
ben lontana dalla cultura dei vivaci circoli umanistici napoletani.
2 Branca 1989: 15.
3 Luzzatto 1996: 1310.
4 Romanzo di Esopo (Ferrari); cf. anche Aesopica (Perry).
5 Cf. La Penna 1962: 265-6.
6 Si veda Lockwood 1913: 61-72.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 225
2. UNA NUOVA VITA DI ESOPO: ELEMENTI DI ROTTURA
Tappa conclusiva di questo percorso traduttorio, e oggetto specifico di
questo intervento, è nel 1545 la Vita di Esopo del conte piacentino Giu-
lio Landi (1498-1579), ristampata poi nel 1550 sempre da Giolito,7 la cui
fortuna non si arresterà fino al XIX secolo. Una traduzione-riscrittura,
si anticipa, che costituisce per certi versi l’esaurirsi del vivace sperimen-
talismo quattrocentesco, sostituito dal rispetto dei principi del classici-
smo volgare e delle logiche editoriali, ma forse anche – a livello piú pro-
fondo – da un sistema di idee che ne fanno un testo piú ambiguo e
compromesso di quanto possa parere a una prima lettura.
La volgarizzazione del Landi – per quanto il Poggiali ne attesti gli
studi di grammatica greca –8 segue fedelmente, episodio per episodio, la
struttura narrativa della fortunatissima traduzione latina di Aldo Manu-
zio, ma, nella dedicatoria, l’attenzione del conte si sofferma piuttosto
sulle volgarizzazioni e sulla circolazione bassa.
La
cui
vita
[di
Esopo],
per
quella
affettione,
et
amore,
ch’io
gli
portai
fin
da’
teneri
anni
grandissimo,
nato
dalla
disciplina
d’un
mio
precettore,
il
quale,
per
cinque
anni
intieri,
altro
che
le
favole
di
Esopo
et
il
Dottrinale
non
mi
lesse
giamai,
non
ho
voluto
lasciare
cosí
rozamente
et
cosí
poveramente
in
nostra
lingua
tradotta,
onde
ella
n’era
ridicola
tenuta
et
solo
da
qualche
vecchierelle
et
povere
Donnicciuole
al
foco
letta,
et
raccontata;
et
già
era
a
tal
condotta
che
con
fatica
trovavasi
libraio
che
la
tenesse,
o
vendere
la
volesse.9
Al netto di un’affettuosa ma sottile ironia contro le forme antiquate
dell’insegnamento, in cui Esopo si associava unicamente a un testo or-
mai attardato come il Doctrinale puerorum, l’immagine che affiora del fa-
volista è ben lontana da quella che potevano averne i fruitori della col-
tissima edizione greco-latina del Manuzio: una lettura-racconto da vec-
chiette accanto al fuoco, che può ricordare una celebre lettera del Cal-
mo con le sue «stupende panzane» raccontate mentre «va el bocal a tor-
7 Sul Landi si veda l’ancora fondamentale Poggiali 1789: II, 195-210, e oggi Beer
1996, che costituisce un denso ma vivacissimo profilo ricco di stimoli, e Cosentino
2004. Sulla Vita si rimanda in primo luogo a Bongi 1890-1895: I, 105-6; per la seconda
edizione giolitina del 1550, cf. Bongi 1890-1895: I, 279.
8 Poggiali 1789: 196.
9 La vita di Esopo tradotta et adornata dal signor conte Giulio Landi. in Vinegia,
appresso Gabriel Giolito de Ferrari, MDXLV: c. † iiiir. D’ora in poi Landi, Esopo. Si è
proceduto alla modernizzazione dell’interpunzione.
226 Carte Romanze 3/1 (2015
)
no e croste de pan» e tutti ascoltano le storie «de comare oca, de fraibo-
lan, de osel bel verde, de statua de legno, de bossolo de le fade, d’i por-
celeti, de l’asino che andete romito […]» alternate ai di poco piú colti
cantari;10 e la diffusa connotazione popolaresca di Esopo era ribadita
dalla cerchia delle Porretane allorché rifiutava la favola del lupo e della
scrofa gravida proposta, non a caso, da un fanciullo perché troppo ple-
bea («questa favola alli lettori del fabuloso Esopo lassiaremo») e propria
al «vulgo ignorante» come fa intuire l’immediatamente successivo rifiuto
dei cantari.11
È proprio questa dimensione bassa a essere rifiutata dal Landi, e in-
sieme il testo – non specificato ma da identificarsi probabilmente con la
volgarizzazione del Dal Tuppo – veicolo della circolazione in tali am-
bienti; un testo “rozzo” e “povero”, ormai introvabile proprio per la
sua bassa qualità stilistica.12 La Vita landina, però, non è solo l’aggiorna-
mento linguistico a uso commerciale di un fortunato testo popolare,
volto al contempo a fornire una traduzione piú alta e consona alle cer-
chie sociali del conte Landi. Già al primo sguardo, infatti, essa presenta
alcuni tratti che ne orientano la lettura distinguendola dalla prassi edito-
riale precedente: in primo luogo è priva di illustrazioni, cosí affrancan-
dosi da qualsiasi fruizione popolare;13 e soprattutto viene pubblicata se-
paratamente e non come apparato alle favole, sicché è senz’altro ridutti-
vo ricondurla al «novero delle traduzioni funzionali alle esigenze edito-
riali»14 come conferma il fatto che il suo apparato prefativo la tratta
10 Calmo (Rossi): 346-7.
11 Sabadino degli Arienti (Basile): 423-4. Il fanciullo in realtà racconterà una
favola, raccontatagli dalla sua nutrice, che incontrerà l’approvazione anche dei
personaggi piú seri del gruppo.
12
Per
altro
l’asserzione
è
senz’altro
polemicamente
estremizzata,
se
si
considera
che
dopo
che
nel
1493
si
ebbe
a
Venezia
per
Bonelli
la
prima
edizione
settentrionale
del
testo
della
sola
vita,
e
nel
1502
a
Milano
una
riedizione
associata
alle
favole
nella
traduzione
dello
Zucco
la
fortuna
del
Del
Tuppo
non
era
venuta
meno:
negli
anni
a
ridosso
del
Landi
si
erano
susseguite
nel
1533
due
edizioni
per
il
Guadagnino,
nel
1538
un’altra
per
lo
stesso,
nel
1541
una
per
Bindoni
e
Pasini,
e
in
data
non
specificata
ma
dopo
il
1542
una
per
Matthio
Pagan.
Cf.
Del
Tuppo,
Esopo
(De
Frede):
XI.
13
Si
osservi
che
Nuovo–Coppens
2005:
49
e
62,
n.
164
segnalano
nell’inventario
dei
materiali
torinesi
dodici
illustrazioni
esopiche
di
un’edizione
non
pervenuta;
se
si
trattasse
anche
di
immagini
della
vita,
si
confermerebbe
l’assenza
di
un
apparato
visivo
come
una
scelta
deliberata.
14 Baucia 1984: 176
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 227
chiaramente come opera a sé e con fine specifico.15 La dimensione au-
tonoma della vita landina, d’altronde, è evidente alla luce del modello
aldino, in cui non solo il latino è affrontato all’originale greco, ma so-
prattutto la vita è parte di un composito accessus alle favole di Esopo e
Babrio che comprende anche l’apologo dell’allodola in Gellio (II 29)16
ed estratti dalle Eikones di Filostrato e dai Progymnasmata, nonché testi di
dimensione simbolico-allegorica come le “Allegorie omeriche” del co-
siddetto Eraclide Pontico (le Questioni omeriche di Eraclito) e gli Hiero-
glyphica di Orapollo. Un’edizione “plurale”, dunque, che si ripromette di
raccogliere tutti i materiali classici sul genere, quasi vero strumento di
lavoro per dotti, ma anche di ricondurre le favole a una dimensione
iconico-allegorica, cosí ridimensionando ruolo e rilevanza della vita.
Lo statuto autonomo della vita del Landi la configura invece come
vera e propria biografia, assimilabile a quelle che, emancipandosi dalle
tradizionali vite di santi e fondatori di ordini, si stavano imponendo sul-
la scena editoriale; un genere certo ancora fluido, in cui la Vita et gesti
d’Ezzelino (1543) di Pietro Gerardo,17 autentica biografia, e la vita dello
Scanderbergh di Paolo Angelo per Bindoni, concepita come storia dei
conflitti tra il principe albanese e i Turchi,18 si affiancano alla boccaccia-
na Vita di Dante Alighieri poeta fiorentino per Francesco Priscianese fioren-
tino del 1544. La Vita di Esopo, infatti, pur precedendo i trattati rinasci-
mentali sulla biografia, ne rispetta i postulati che prevedono non solo
«azioni specifiche e caratteristiche fisiche, ma anche aneddoti, detti e
motti arguti»19 che contribuiscano a definire carattere e habitus di un per-
15
È
da
ricordare
che
l’editoria
esopica
è
infestata
dal
fantasma
di
un’edizione
gioli-
tina
del
1545,
segnalata
dal
Quadrio
ma
di
cui
non
resta
alcuna
altra
traccia,
che
avrebbe
accorpato
favole
e
vita
«con
l’interpretatione
et
figure»,
e
anzi
in
cui
la
vita
sarebbe
stata,
stando
al
frontespizio,
di
mero
supporto.
Al
di
dell’irreperibilità
di
tale
edizione,
è
dif-
ficilmente
contestabile
l’osservazione
già
del
Bongi
che
sembra
improbabile
che
il
Gioli-
to
abbandonasse
una
simile
edizione
di
facile
smercio
retrocedendo
poi
nel
1550
all’edizione
della
sola
vita
(Bongi 1890-1895:
I
106).
Resta
poi
irrisolto
il
problema
della
paternità
landina
della
traduzione
delle
favole
che
alla
Vita
di
Esopo
si
accompagnano
già
dal
Cinquecento.
16
Il
passo
troverà
spazio
autonomo
nelle
sezioni
paratestuali
di
molte
edizioni
di
favole,
come
quella
miscellanea
per
Gregorio
de’
Gregori
del
1526
e
poi
per
Pasini
e
Bindoni
del
1534,
entrando
cosí
nella
strumentazione
critica
applicata
alla
favolistica
in
età
volgare.
17 Giovanni de Farri 1543.
18 Bindoni 1539, 1541, 1544.
19 Caputo 2012: 144.
228 Carte Romanze 3/1 (2015
)
sonaggio che possa imprimersi con la massima evidenza. La particolari-
tà della Vita non è dunque nell’essere la biografia di un autore, come
poteva essere per il Petrarca nelle edizioni dei Fragmenta o la betussiana
vita del Boccaccio o piú tardi il Guicciardini del Nannini e il Sannazaro
del Porcacchi (per non dire gli storici greci del Porcacchi, che pure per
certi versi sarebbero il riferimento piú immediato); piuttosto Esopo si
impone come personaggio di interesse documentario, certo, ma soprat-
tutto come portatore di ethos e di un’esemplarità simbolica e universale.
Esopo, insomma, non viene biografato in quanto autore di un corpus piú
o meno definito di testi reali, ma per le sue azioni e le sue parole, ricon-
ducibili a un modello umano e comportamentale.
Certo è possibile che la riedizione del 1550 abbia goduto anche del-
la maggiore attenzione che già si imponeva nel mondo editoriale alla
pratica delle biografie paratestuali, in uno stadio anfibio tra genere au-
tonomo e testo di accompagnamento; resta però, quale evidente ele-
mento di diffrazione rispetto ad esse, che non si ha per il Landi quel
«processo di semplificazione del tutto funzionale all’“uso tipografico”»
che consiste in “brevità” e “essenzialità”.20 Il frontespizio giolitino della
Vita di Esopo, infatti, la indica come «tradotta, et adornata», ma si po-
trebbe piuttosto dire “locupletata”, poiché siamo di fronte a una tradu-
zione espansa, esito in primo luogo di un processo di innalzamento e di
retoricizzazione fatto di geminazioni, reiterazioni e amplificazioni che
facilitano l’individuazione dei generi e dei modelli a cui il Landi guarda
per la sua riscrittura.21 Agli elementi linguistici di amplificazione si af-
fiancano inoltre innovative espansioni rispetto alla traduzione aldina
che modificano o orientano significativamente il testo di partenza, tra-
sformando la Vita in qualcosa di diverso e che risente dell’epoca e degli
interessi del Landi: un testo ambiguo e a piú livelli di significato, soprat-
tutto per chi fosse stato in grado di decodificare determinati linguaggi.
Significativo indizio ne è, in fondo, proprio un passo della dedicatoria
del Landi:
20 Ibi: 20.
21
Beer
1996:
245
vede
una
«concezione
coerente
benché
angusta
della
copia
verborum»
e
un’amplificatio
meccanica
legata
a
una
retorica
“signorile”
che
producono
rigidità
e
prolissità.
Si
spera
qui
invece
di
poter
suggerire
al
netto
dell’indubbia
goffaggine
di
molti
passi
un
coerente
progetto
di
trasfigurazione
del
personaggio
Esopo.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 229
Però sonomi affaticato, il meglio che per me si è potuto, di rinovarla et ri-
staurarla in cosí fatta maniera che di Esopo non solo si conoscano le inven-
tioni, e i modi suoi faceti et ingeniosi, ma anco in parte si veda la sua gran
dottrina et somma gravità, et finalmente la sua divina sapienza sia appo i
nostri Piacentini, anco illetterati, conosciuta et chiara.22
Un Esopo, quindi, che può essere letto con lo sguardo volto agli episodi
comici e alle trovate facete che costituiscono il primo immediato livello
di fruizione, oppure alla sua dimensione filosofico-morale, significati-
vamente indicata come «dottrina» caratterizzata da «gravità», e come ul-
timo stadio («finalmente») alla «divina sapienza» di Esopo, sintagma
quanto mai denso in quel giro di anni. Per di piú, l’Esopo vuole essere
esplicitamente rivolto anche a coloro che non conoscono il latino, pa-
trocinando un accesso diretto al testo che a sua volta, forse, è espres-
sione ricca di ambigue implicazioni.
3. UNA MATRICE PIACENTINA
La Vita di Esopo, infatti, è probabilmente comprensibile appieno nei
suoi fini e nelle sue ragioni solo se ricondotta all’ambiente piacentino
che ne è il brodo di coltura e poi il canale di pubblicazione (lo stesso
Giolito è approdo naturale per i gruppi intellettuali piacentini) e solo se
inscritta nell’intera produzione di Giulio Landi, un personaggio la cui
complessa anomalia è spesso sfuggita.23 Il Landi non è solo autore eclet-
tico e piuttosto prolifico;24 né solo membro eminente della piú impor-
tante famiglia dell’inquieta aristocrazia piacentina, quei Landi di Bardi
che furono «principi sovrani dipendenti dal solo imperatore»25 e capofila
del tentativo della nobiltà locale di conservare culturalmente un’egemo-
22 Landi, Esopo: † iiiir.
23 Ancora in Garin 1971: 88 era definito «pressoché ignoto».
24 Formaggiata di Sere Stentato al Serenissimo Re della Virtú, stampata in Piasenza per
ser Grassino Formaggiaro, 1542 [Landi, Formaggiata (Capatti)]; La vita di Cleopatra Reina
d’Egitto dell’illustre S. Conte Giulio Landi. Con una oratione nel fine, recitata nell’Accademia
dell’Ignoranti; in lode dell’ignoranza, con privilegio, in Vinegia, [Gualtiero Scoto], 1551 [ri-
spettivamente Landi, Cleopatra e Landi, Ignoranza]; Attioni morali, I Venezia, Giolito,
1564 [Landi, Attioni morali] e II Piacenza, Conti e Ferrari, 1575; Descrittione de l’isola de la
Madera, Piacenza, Conti, 1574.
25 Fiori et alii 1979: 250. Per la famiglia Landi si vedano le pp. 250-60.
230 Carte Romanze 3/1 (2015
)
nia perduta politicamente;26 ma in quanto tale è anche fulcro di un milieu
piacentino segnato – negli anni che portano alla pubblicazione della Vita
di Esopo – da inquietudini religiose e dal gusto per la letteratura giocosa.27
Traccia fondamentale di questa rete relazionale è già il paratesto
della Vita di Esopo, aperta da una lettera prefatoria “All’illustre Signor
Conte Giulio Landi” del piacentino Domenichi; di là dal fatto che ciò
sancisce la dimensione piacentina dell’intera operazione, la menzione
del recente Carnevale come l’occasione in cui gli sarebbe stato conse-
gnato «a leggere» il manoscritto28 è forse episodio biografico, ma pure
lascia una traccia ermeneutica, come ascrizione a un genere e a un gu-
sto. Senza voler ricordare che Giulio Cesare Croce racconterà nella pro-
pria autobiografia di essere nato durante il Carnevale, è quantomeno da
citare la lettera del Caro al Varchi in cui si riconduce la Nasea al Carne-
vale del 1538 e all’Accademia della Virtú e alla sua prassi di nominare
ogni settimana un re, incaricato di fornire una cena e destinato a riceve-
re componimenti burleschi.29
A questa accademia romana – nata attorno al cardinale Ippolito de’
Medici presso il quale il Landi in gioventú aveva prestato servizio e che
ebbe come fulcro intellettuale Claudio Tolomei, il che spiega sia il recu-
pero del mondo classico sia il gusto comico-giocoso (nonché qualche
sospetta implicazione religiosa) – si lega la prima opera del Landi, la
Formaggiata pubblicata sotto lo pseudonimo di Sere Stentato nel 1542
(ma ascrivibile al 1538).30 Questo encomio paradossale del cacio piacen-
tino (ambiguo nella scelta dello pseudonimo, nell’incerta identità del-
26 Del Fante 1978: 151.
27 Non siamo di fronte a quella «città delle lettere» che l’amor di patria faceva ve-
dere al Poggiali 1789, I: XVI-XVII, ma l’addensamento a Piacenza di figure della cul-
tura e dell’editoria in un brevissimo torno di anni è di assoluto rilievo; fondamentale in
merito è Baucia 1997.
28 Landi, Esopo: iir.
29 Caro (Greco): I, 69-70. Sull’Accademia si vedano Maylender 1926-1930: V
478-80, Garavelli 2002, Ballone 2002 e soprattutto Cosentino 2002, nonché Longhi
1983: 1-56. Sui membri dell’Accademia si veda una lettera di Luca Contile, in Lettere
(Atanagi): 270-8.
30 Si veda il recente e ricchissimo Adorni Braccesi 2013, che traccia la complessa
rete di rapporti interpersonali e di richiami all’eterodossia che caratterizzerebbe della
Virtú e di conseguenza Ficheide e Nasea, sicché l’affine Formaggiata si profilerebbe come
un testo con significati religiosi “criptati” che farebbe del Landi un “libertino”. Ricco
di spunti Figorilli 2008: 118-23 che inserisce la Formaggiata nel sistema degli elogi
paradossali.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 231
l’autore della lettera “Il stampatore ai lettori” e del dedicatario re della
Virtú nonché nei dubbi sulla città di stampa e sullo stampatore) rientra
pienamente tra i testi di burlesco omaggio germinati nell’Accademia,
come la Nasea per il re Giovan Francesco Lione e probabilmente le era-
smizzanti Lodi della furfanteria al furfante re della furfantissima furfanteria eletto;
la connessione, d’altronde, è istituita dalla stessa lettera ai lettori che
menziona due testi nati nell’Accademia come la Ficheide del Molza31 e il
Commento di ser Agresto e non a caso la Formaggiata ebbe una singolare
fortuna editoriale all’interno di Delle lettere facete, et piacevoli di diversi grandi
huomini di Francesco Turchi, (Libro Secondo, Venezia 1575) in associa-
zione ad altri cinque elogi paradossali riconducibili ai Virtuosi: la Nasea
del Caro; Il Valore de gli asini del Doni o Cartari; l’Oratione in lode dell’Igno-
ranza dello stesso Landi; l’anonima Lode della pazzia (attribuita anche al
Tolomei); la Pelatina.
La “bizzarrissima Accademia de’ Vertuosi” (stante il colophon del Ser
Agresto) riporta però agli ambienti piacentini, in quanto pollone di quella
burlesca Accademia dei Vignaiuoli che sarebbe all’origine – non solo
onomasticamente – anche dell’esperienza culturale forse piú significati-
va di Piacenza, la controversa Accademia degli Ortolani, attiva tra il
1543 e il 1545, ossia gli anni che conducono alla Vita di Esopo.32 È la
“consanguineità” tra Virtú e Ortolani a spiegare come un’opera di ma-
trice romana come la Formaggiata fosse recuperata in un’accademia pia-
centina che ha agito da incubatrice di idee, temi, umori (inclusi anche
una polemica morale e sociale contro la Chiesa romana nonché qualche
costeggiamento filo-riformato)33 che le hanno guadagnato l’etichetta di
«fronda letteraria».34 Fisionomia e organicità dell’Accademia restano in-
certe, per non dire la sua esistenza;35 certo è che siamo di fronte a un
31 Landi, Formaggiata (Capatti): 35-6.
32 Sull’Accademia si veda in primo luogo Poggiali 1789: I, 244-5 che individua
proprio Domenichi e Doni come «promotori» e Maylender 1926-1930: IV, 146-9.
Monografici sul tema Del Fante 1978 e Braghi 2011.
33 La Formaggiata è esplicitamente accostata alle pulsioni filo-riformate della
Furfanteria del Bonfadio (le cui posizioni religiose sono peraltro ben note) in Bonfadio
(Greco): 37
34 Braghi 2011: 12. Anche Castignoli 1998: 9 riconduce gli Ortolani alle proble-
matiche religiose della società piacentina.
35 Baucia 1984 (e poi Baucia 1997), in particolare, ridimensiona fortemente l’ef-
fettiva esistenza dell’Accademia, nonché la stessa originalità dell’ambiente piacentino.
Una forte pregiudiziale gioca la nota immaginosa tendenza del Doni a elaborare fittizie
232 Carte Romanze 3/1 (2015
)
ambiente con chiari e interconnessi vincoli di amicizia e patronato, e
con una forte condivisione di orientamenti politici, gusti letterari, sensi-
bilità e interessi, e che ha tra i suoi letterati di spicco figure inquiete co-
me il Domenichi, già visto allacciato al Landi, il Doni e per certi versi
forse Ortensio Lando. Riferimento dell’Accademia sono le due grandi
famiglie dei Landi e degli Anguissola, tradizionali ridotte ghibelline in
terra piacentina con riflessi anche sulla grande politica europea, tant’è
che alle due casate è da ascrivere la congiura contro Pier Luigi Farnese
solo due anni dopo la pubblicazione della volgarizzazione esopica;36
ruolo di protettori e mecenati svolgono in particolare Girolamo Anguis-
sola – patrono del Doni che ne esaltò la generosità in quel “manifesto
ufficioso” degli Ortolani che è la Lettera di M. Antonfrancesco Doni Fioren-
tino, con Sonetti d’alcuni Gentili huomini piacentini in sua lode 37 e lo stesso
Giulio Landi, come attesta una probabilmente fittizia lettera del Betussi
al Doni contenuta nel Raverta in cui si ha una ricca descrizione dell’am-
biente socio-culturale piacentino:
Che piú volete, che godere la grata amorevolezza e la nobil generosità dei
molto illustri signori conti Giulio Landi e conte Agostino Landi? la reale
splendidezza del vostro e mio affezionatissimo signor conte Girolamo An-
gosciuola? […]38
L’Accademia (o quantomeno le figure ad essa riconducibili) è certo
connotata da una licenziosità bernesca e aretinesca,39 ma non è riducibi-
le a ciò e lo stesso Domenichi nel Dialogo delle imprese del 156240 ricorda
accademie a uso personale e autopropagandistico (si pensi alla fantomatica Accademia
dei Peregrini). Lo stesso Doni nel suo Discorso sopra l’Academie d’Italia riporta un breve
e criptato elenco di nomi e opere degli accademici Ortolani con chiare implicazioni
sessuali, cf. Doni, Libraria: II, 159-61.
36 Ideatori ed esecutori furono Agostino Landi (1500 ca.-1555), nipote di Giulio
(peraltro assente dal catalogo dei congiurati dovuto al Goselini e trascritto da Poggiali
1757-1766: IX, 199-200), e Giovanni Anguissola (1514-1578). Sugli Anguissola si ve-
dano Anguissola Scotti 1976 e Fiori et alii 1979: 93-111.
37 Doni, Lettera: 5-6. La stretta connessione con gli Ortolani è confermata dal
fatto che essa fu «pubblicata ad instanzia del S. Barbassoro Principe dell’Academia»,
da Simonetta a Piacenza 1543. L’esperienza “piacentina” d’altronde si deposita ancora
per qualche anno nelle dedicatorie e nelle lettere del Doni.
38 Betussi, Raverta: 80-2.
39 Maylender 1926-1930: IV 149 saetta un suo «priapismo impudico». Piú sobria-
mente il Poggiali parla di «graziosa, ma scandalosa Accademia» (Poggiali 1789: I, 244).
40 Domenichi, Imprese: 175.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 233
che, se fu fondata «piú per burla, che per altro fine», «vi si leggeva filo-
sofia, logica, rettorica, poesia latina e toscana, e vedavansi di spesso
comparire dottissime fatiche nell’una e nell’altra lingua», disegnando co-
sí una culla di discussioni in cui è facile inserire la vivacità intellettuale (e
il peso sociale) del Landi. L’intera produzione di quest’ultimo – il che
lascia intuire sia una vischiosità di legami interpersonali sia una costanza
di opzioni culturali e linee di lettura – è d’altronde associata alle piú im-
portanti figure dell’ambiente degli Ortolani: Domenichi per l’Esopo,
come già indicato, e il primo libro delle Azioni morali;41 Doni per la Cleo-
patra e la stessa Formaggiata, di cui è editore e forse autore della lettera al
lettore.42
La Formaggiata – al di là dell’occasione romana e del reale luogo di
stampa –43 è reimmessa nel crogiuolo piacentino e nelle sua dimensione
culturale dalla stessa burlesca e criptata nota tipografica “stampata in
Piasenza per Ser Grassino Formaggiaro 1542”.44 Non siamo di fronte
solo a una cicalata piena di doppi sensi sessuali;45 l’ambiguità si rivela nel
fatto che il sottotesto osceno si sviluppa sulla parodia del discorso filo-
sofico alto, con argomentazioni scolastico-analitiche volte a dimostrare
la superiorità del formaggio piacentino, e su una marcata critica antipe-
dantesca a cui si accosta anche una sottile polemica contro la curia ro-
mana, con l’uso giocoso, sulle soglie della blasfemia, di passi biblici e ri-
ferimenti liturgici.46
41 Il Domenichi è anzi il dedicatario, con il Caro, del settimo libro delle Attioni
morali sul tema “Della amicitia”.
42 Poggiali 1789: II, 199 e ancora l’introduzione di Capatti in Landi, Formaggiata
(Capatti): 16 e Baucia 1986. In Landi, Formaggiata (Capatti): 18, si ipotizza peraltro che
il Doni sia riconoscibile anche dietro la pubblicazione dell’Esopo.
43
Rhodes
1985
individua
nel
Grassino
Formaggiaro,
in
virtú
dell’identità
delle
ini-
ziali,
l’ombra
di
Giolito
de’
Ferrari,
e
in
conseguenza
di
questa
“depiacentinizzazione”
assegna
la
lettera
dello
Stampatore
allo
stesso
Landi.
Baucia
1986,
pur
riconducendo
l’o-
perazione
editoriale
a
Piacenza
e
all’intervento
doniano,
individua
comunque
i
torchi
veneziani
del
Giolito
come
matrice.
44 Una dimensione locale depositata anche nel passo «non voglia aggravarsi del
mio rozzo stile e dei miei non troppo suavi piacentini vocaboli», cf. Landi, Formaggiata
(Capatti): 40.
45 Forse riduttiva la definizione di «considerazioni scombiccherate e fortemente
allusive, ora sul piano politico ora su quello osceno» di Baucia 1997: 418.
46 Il riferimento al nunzio che distribuisce ai suoi un pezzo di formaggio perché
se ne avvalgano contro i topi cela forse un riferimento a un testo di Girolamo Riario,
234 Carte Romanze 3/1 (2015
)
4. UN ESOPO NOVELLISTICO
Proprio il gusto comico-burlesco degli Ortolani è l’evidente orizzonte in
cui si inserisce l’Esopo landino, e la Libraria del Doni (1550) corrobora
questa lettura, raccontando di una traduzione intrapresa per il piacere di
un «amicissimo dottore» solito citare Esopo e i suoi «tratti».47 Se l’identi-
ficazione dell’amico con il dedicatario Girolamo Anguissola è certa e,
come si vedrà, assume una esplicita connotazione politica, l’inciso del
Doni che tali citazioni avvenivano «et da dovero, et da beffe» basta già a
ricondurre l’Esopo a una immediata dimensione comica e di intratteni-
mento piacevole che presenta molteplici elementi formali e narrativi
propri alla novellistica cinquecentesca. Già un raffronto tra le descrizio-
ni fisiche di Esopo in Dal Tuppo, Aldo e Landi permette di cogliere al-
cuni elementi in tal senso:48
Dal
T
uppo
A
ldo Landi
Era
quisto
Esopo
de
una
f
a-
cie
multo
deforme
e
quasi
formata
contra
della
natura.
De
tanta
bruttura
parea,
perché
el
capo
suo
era
mul-
to
grosso
e
grande,
li
ochi
della
sua
fronte
erano
acu-
tissimi
ed
era
de
uno
nigro
colore,
semegliato
quasi
allo
carbone;
le
soi
maselle
era-
no
de
statura
assai
longe
e
lo
Fui
t
aute
non
s
o
lu
m
servus,
sed
et
deformissimus
omnium
suae
aetatis
hominum:
nam
acuto
capite
fuit,
pressis
nari-
bus,
depresso
collo,
prominen-
tibus
labris,
niger,
unde
et
nomen
adeptus
est
(idem
enim
Aesopus,
quod
Aethiops),
ventrosus,
valgus,
et
incurvus,
forte
et
homericum
Thersitem
turpitudine
formae
superans.
Ma quanto egli fu
di
leggia-
dra
e
bella
mente,
tanto
fu
egli
di
corpo
sopra
ogn’al-
tro
mortale
deforme
e
sgar-
bato.
Egli
hebbe
il
capo
lungo
in
guisa
di
zucca,
di-
stinto
quasi
a
fette,
come
uno
mellone;
il
naso
largo
e
schiacciato;
il
collo
corto
e
torto;
le
labra
molto
grosse,
rovesciate
e
pendenti.
Fu
di
come arguisce Adorni Braccesi 2013: 138, ma sembra difficile non cogliervi almeno
una pericolosa ombra “eucaristica”.
47 Doni, Libraria: I, 24r.
48 Sebbene la esplicita polemica della dedicatoria del Landi contro un testo a
stampa escluda dai testi di riferimento qualsiasi volgarizzamento solo manoscritto, si
riporta qui la descrizione contenuta nella traduzione quattrocentesca di area
napoletana pubblicata da Salvatore Gentile, in quanto ancor meglio chiarisce il lavorio
stilistico-formale, ma anche la dimensione sapienziale che sarà analizzata nel par. 6, del
Landi: «Esopo, el quale per omne soa età fo de la scientia studiosissimo, per fortuna
fo servo. Nacque in la Frigia, in un casal de quella dicto Ammonio. Fo sopra ad tucti
altri homini deforme, essendo con la testa grande, con l’occhi aguzi, con lo color
nigro, con le ganghe longhe, con lo collo corto, con le gambe grosse, con li pedi
grandi, con una bocca grandissima, scartillato et ventroto; et, quel che pegio era, era de
la lingua tardo et tartaglio, ma dotato de fraude, de astucia et de cavillatione sopra
mesura», cf. Volgarizzamento Esopo (Gentile): 7.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 235
suo
collo
ell’era
tanto
breve
che,
stante
le
maselle
longhi,
li
ochi
acuti,
lo
collo
corto,
lo
capo
grosso
e
la
carne
negressema,
en
el
guardare,
onne
persona
da
se
mede-
sma
possea
comprendere
essere
trasformatissimo.
Avea,
ancora,
le
gambe
grosse
e
li
piedi
grandissimi
e
una
bocca
ancora
grandis-
sima.
Era
gimberuso
e
ven-
troso,
e,
lo
peio
che
avesse,
era
tanto
tardo
in
della
lo-
quela
e
tartagliuso,
che
era
una
cosa
fora
de
mesura.49
Hoc ver
o
omniu
m
i
n e
o
pes
s
i
-
mum
erat,
tardiloquentia,
et
vox
obscura
simul,
et
inartico-
lata.50
color negro, onde
egli
fu
chiamato
Esopo,
che
tanto
vale
quanto
“ethiope”
o
“negro”.
Gran
ventre
ha-
vea,
le
gambe
torte
e
con-
trafatte
di
cosí
fatta
maniera
che,
dove
altri
sogliono
lo
schinco
avere,
ive
le
polpe
tenea.
Era
mostruosamente
gobbo,
e
di
statura
picciolo,
onde
egli
fu
tanto
spropor-
tionato
e
goffo
che
piú
brutta
e
mostruosa
cosa
non
si
sarebbe
potuto
vede-
re,
in
tanto
che
qualunque
inetto
e
malfatto
huomo,
a
paragone
di
lui,
sarebbe
sta-
to
bellissimo
e
gratiosissi-
mo
giudicato.
E
quello
che
piú
disgratiato
lo
faceva,
era
l’essere
lui
scilinguato
e
tan-
to
tardo
a
poter
sciogliere
la
lingua,
e
cosí
difficile
ad
isprimere
una
parola,
con
tanta
fiochezza
et
oscurità
di
voce,
che
da
lui
ad
un
mutolo
affatto
era
molto
poca
differenza.51
Non siamo evidentemente di fronte solo a un’amplificazione; anche il
confronto con la volgarizzazione napoletana del Del Tuppo indica co-
me il Landi abbia scelto di servirsi scientemente della tavolozza comico-
giocosa52. Rispetto al «capo […] grosso e grande» del Del Tuppo, e
all’acuto capite di Aldo, quella testa lunga come una zucca, e insieme simi-
le a un melone, attinge a un lessico basso che ha la sua matrice nel Dan-
te comico di «Ed elli allor, battendosi la zucca» (If XVIII 124) e poi in
«come colei che poco sale aveva in zucca» di Decameron IV 2, 39 e via via
«Al primo che trovò la zucca taglia» di Morgante III 53 (ma anche «il ca-
49 Del Tuppo, Esopo (De Frede): 6.
50 Aldo, Esopo: A1v.
51 Landi, Esopo: Aiir.
52 Va da sé che non si condividono le posizioni di Beer 1996: 245, che la
deformazione grottesca di Esopo non comporti una sua “comicità”.
236 Carte Romanze 3/1 (2015
)
po gli ha come una zucca fesso» di XXVII 10), o piú volte, pur con al-
tro senso, in Burchiello; un’area semantica presto inevitabilmente asso-
ciata con la stupidità di «zucca mia da sale» (Dec. VIII 9, 22), cosí come
accade, naturalmente, per il melone, e basta ricordare la «mellonaggine»
di Dec. VIII 9, 15. E le due cucurbitacee saranno significativamente af-
fiancate per esempio in Bandello: «Ser zucca senza sale, anzi mellone
senza sapore (I 34)». Un uso quindi che rimanda volutamente al segnale
comico dello sciocco da novella, pur destinato naturalmente ad essere
ribaltato.
Anche gli altri tratti fisici vengono comunque espressivamente de-
formati, e basta al riguardo notare come le labbra, semplicemente pro-
minenti nel latino (e rintracciabili al piú nella «bocca […] grandissima»
del Dal Tuppo), diventino qui «grosse, rovesciate e pendenti» (e anche
l’ultimo «pendenti» è di tradizione comica da If XVII 55 e, ancor piú, If
XXVIII 25), e il naso diventi «schiacciato» come era il «naso schiaccia-
to» della Ciutazza decameroniana (Dec. VIII 4, 21). Anzi, la vezzosa
Ciutazza offre buona parte del lessico del deforme: dalle stesse «labra
grosse», a “torto”, “contraffatto”, “brutto”. Altro elemento completa-
mente alterato dal Landi è il secco valgus, sostituito da un’analitica de-
scrizione che, aggiungendo elementi nuovi, marca la tinta del deforme,
sempre all’insegna di un lessico di risonanza comica (dagli «stinchi»
propri ad esempi dell’Orlando del Berni, alla «polpa» del «d’ossa e di pol-
pe» di If XVII). E, infine, l’incurvus cede a un «mostruosamente gobbo»
(piuttosto vicino al «gimberuso» del Del Tuppo) e alla piccolezza di sta-
tura, e da qui a uno «sproportionato» e «goffo». Esopo diventa quindi
una figura caricaturale ben piú di quanto non fosse in Aldo, o persino in
Del Tuppo: se senz’altro l’esito, e intenzione, è quello di accentuarne il
profilo di socratico sileno, su cui si tornerà, è indubbio che al contempo
si profili progressivamente di fronte agli occhi del lettore un vero per-
sonaggio basso da novella. E proprio all’esigenza di creare un sistema
linguisticamente organico si deve probabilmente la scelta di omettere il
raffronto con l’omerico Tersite, unico elemento tralasciato rispetto al
latino in un testo che ne è invece la forma enfiata ed estremizzata.
Questa dimensione novellistica affiora anche nel primo episodio
della vita, quello in cui due compagni di servitú di un Esopo ancora af-
flitto da un’inibente balbuzie riversano su quest’ultimo la colpa di avere
mangiato i fichi destinati al padrone. Il testo aldino è, al solito, asciuttis-
simo e breve. Il Landi, al contrario, costruisce una vera scena di novella,
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 237
dando largo spazio al discorso diretto con respiro e movenze piú agil-
mente orali, cosí che l’asettico e operativo invito di un servo all’altro a
cibarsi dei fichi53 diventa un piú suadente consiglio fraudolento:
e che ti pare fratello di questi bei fichi? Uno ne ho gustato, che a miei dí
non so havere la piú soave cosa mangiata; mangiamoli, e se ’l padrone gli ri-
cercherà, noi diremo che Esopo nascosamente gli ha mangiati; il che haverà
molto del verisimile percioché egli hor hora in casa è venuto, né potrassi
questa bugia riprovare, perché egli è solo, e noi siamo due; egli non sa, né
può parlare, e noi ben bene cicalando di parole vinceremo, e però al securo
possiamo mangiarli.54
Ancor piú l’isolato atomo di discorso diretto Vae tibi infelix Aesope, pro-
nunciato da uno dei due servi mentre si gusta i fichi, diventa un lungo
discorso diretto, totalmente di invenzione, o piuttosto una composizio-
ne di discorsi diretti, volti proprio a ricomporre una scena in svolgimen-
to di servi infedeli da commedia.
«Oh come son buoni, non ne beccherà già a questa fiata il padrone, che mai
non ci dà altro che pane ben tristo e pura acqua a bere, avenga che qualche
fiata qualche osso spelato (come a cani) ci lancia. Hora noi anche mangiamo
del buono; e sia poi alle spese del galante Esopo: o povero te!, o sventurato!,
quante busse haverai, e pur noi havremo i fichi mangiati; cosí va il mondo,
che altri godono, e non importa come, altri hanno il mal’anno e la mala pa-
squa; a tua posta Esopo; votiam’ pur’ il cestino che, poi habbiam’ comincia-
to, è bene l’opra finire» cotai parole dicendo, abondavano loro le risa.55
Peraltro non è in realtà da escludere che il Landi – nonostante il di-
sprezzo professato per la volgarizzazione Del Tuppo – gettasse un oc-
chio anche a quest’ultima. Qui, infatti, l’accordo preliminare tra i due
servi è sviluppato attraverso un pur breve scambio di battute anonime
(che qualche tessera linguistica sembra avere lasciato nel Landi) durante
il “banchetto” di fichi, anche qui innescato dall’irridente “povero Eso-
po”:
53 «Impleamur, si placet, ficibus, heus tu; ac si herus noster has requisierit, nos
vero contra Aesopum testificabimur ambo, quod in domum ingressus sit, et ficus clam
comederit, et super vero fondamento vide licet ingressione in domum, multa
mendacia inaedificabimus, et nihil unus ad duos fuerit, praesertim cum ne sine
probationibus quidem diducere unquam os queat»; cf. Aldo, Esopo: Aiv-Aiir.
54 Landi, Esopo: Aiiv-Aiiir.
55 ibid.
238 Carte Romanze 3/1 (2015
)
Guai a te, povero Esopo, e como serrai acconciato! Guai a te, Esopo, che
non magne fiche e serrai acconcio de bastonate alla pulita; e nui puro ma-
gnamo le fiche e trionfiamo allo nostro piacere!
[…] E cussí, cianciando e novellando, se mangiaro le fiche.56
Cosí, dopo l’intemerata del padrone ad Esopo (anch’essa comicamente
connotata con gli insulti «ve’ ceffo, ve’ bocchino da fichi»),57 il tono da
novella è confermato dall’inserimento della scena dei due servi che, sul-
lo sfondo, non riescono a trattenere le risa, e in fondo anche dallo stes-
so uso del termine «beffa» (cosa che, tecnicamente parlando, non è).
Gli accusatori non potevano delle parole del padrone, e della beffa per loro
fattali, contenere le risa; pur, quanto potevano, meglio il loro affetto dissi-
mulando, instavano il Signore a castigarlo […].
Ulteriore caso di “novellizzazione” è la vendita di Esopo al mercato di
Samo, in cui il padrone, per valorizzare gli altri due schiavi rimasti (un
grammatico e un cantore), veste il favolista «in guisa di buffone» (men-
tre nel Del Tuppo si aveva «de uno cilicio avillipato»58 e in Aldo veste ex
sacco ei circumposita).59 Anche qui il Landi sostituisce il secco unde haec ab-
hominatio quae et alios obscurat?60 aldino con una sorta di discorso colletti-
vo volto a una connotazione espressionistica di Esopo:
Correva ognuno al nuovo spettacolo, sí come gli uccelli al guffo volano; e
ciascuno da stupore preso rimaneva dicendo “Oh vedi che nuovo uccello”,
e chi diceva “Oh, che ridicula bertuccia”, altri “Oh, che contrafatta cosa”,
altri “Vedi che horribil mostro”, altri “Oh, ve’ fungo”, et altri dicevano esse-
re uno strano animale dalla terra produtto in guisa di tartuffo.61
Una differente impronta novellistica è data da una connotazione miso-
gina che va ben oltre quanto è pur presente nella traduzione di Aldo; ad
56 Del Tuppo, Esopo (De Frede): 10.
57 Cosí accade ad esempio anche in occasione del primo acquisto di Esopo da
parte di un nuovo padrone, dal quale viene appellato progressivamente «ceffo di
pignatta», «utre gonfiato», «vattene alle forche can mastino»; cf. Landi, Esopo: 6r. Forse
anche in questo caso con una sedimentazione della volgarizzazione Del Tuppo, in cui
compare un «utre inflato de vento», cf. Del Tuppo, Esopo (De Frede): 19.
58 ibi: 31.
59 Aldo, Esopo: Aiii.
60 ibid.
61 Landi, Esopo: 8r.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 239
esempio la scena dell’arrivo alla casa di Xanto (peraltro tra coloriti insul-
ti novellistici come «bel ceffo di simione»)62 si carica di allusioni – assen-
ti in Aldo – a mire sessuali della padrona su Esopo. Cosí la citazione del
frammento di Euripide non si conclude piú con un nihil aeque durum ut
mulier mala63 ma con «niuna cosa è cosí mala, pestifera et noiosa, come è
una falsa e rea femina»; allo stesso modo, se in Aldo la donna pare esse-
re effettivamente chetata dalla tirata di Esopo (cum nihil contradicere pos-
set),64 in Landi in realtà se ne adonta e solo dissimula il suo animo («La
donna hebbe per male quelle parole saggie d’Esopo, ma non potendo a
quelle senza qualche dimostratione di mal animo rispondere, et contra-
dire, finse di non alterarsi»).65
La dimensione narrativa della vita diventa forse ancora piú evidente
proprio nel finale della Vita, allorché Esopo – ingiustamente accusato
dai Delfi – racconta alcune favole (in realtà proprie al canone esopico)
che mostrano una corrispondenza della morale con la sua situazione. Il
caratteristico ampliamento landiano si sedimenta – non inevitabilmente
– anche nelle favole; l’effetto paradossale è che la brevità, che dovrebbe
essere un tratto caratterizzante del genere, cede invece a racconti non
soltanto di ampiezza non confacente a una favola (ad esempio la prima
favola, quella della vedova e dell’aratore, passa dalle dodici righe di Aldo
a due pagine e mezza in Landi),66 ma anche a dettagli, ambientazioni, di-
scorsi, esplicazioni che configurano delle vere e proprie novelle incap-
sulate in un testo-cornice. Rivelatrice è proprio la prima favola, in cui le
parole con cui l’aratore persuade la vedova a concederglisi riecheggiano
vistosamente toni decameroniani:
Tu sei giovane, et io, come tu vedi, non son vecchio; et siamo qui in luogo
che nessuno ci può guastare il fatto nostro: di’ pur di sí, fantoccia mia bella,
che ti giuro, per quanto bene voglio a’ me’ buoi, che farò tal prova che tu
dirai ch’io sono un valente amorosaccio.67
La complessiva dimensione burlesco-novellistica, d’altronde, affiora an-
che negli insistiti passaggi in cui, senza alcun riscontro con il testo lati-
62 ibi: 11v.
63 Aldo, Esopo: Aiiiir.
64 ibi: [A5r].
65 Landi, Esopo: 12v.
66 Rispettivamente Aldo, Esopo: Biiiir e Landi, Esopo: 49r-50r.
67 Landi, Esopo: 49v.
240 Carte Romanze 3/1 (2015
)
no, vari tipi di astanti ridono alle frasi e alle trovate di Esopo, ad esem-
pio «qui risero i convitati, dicendo ch’egli haveva ragione»68 quando lo
schiavo legittima sul filo della logica della morfologia la sua scelta di
cuocere una sola lenticchia; oppure «quegli amici suoi di cotai berte per
le risa smascellavanosi»69 allorché Esopo, dopo aver amputato una
zampa a un maialino, spiega che cinque zampe nella pentola e tre sul
maialino fanno otto, ossia quante dovrebbero averne due maiali, e dun-
que è tutto a posto.70 Inoltre, non solo – anche in questo caso senza fe-
deltà al modello latino – le imprese di Esopo sono quasi sempre conno-
tate come “burle”, “beffe”, “berte”, “giarde”,71 ma anche l’analisi del
dettagliatissimo indice in avantesto rivela come terminologia e immagi-
nario novellistico avessero plasmato la ricezione della Vita.72 Non solo
anche qui abbonda il lessico della novella di beffa, ma lo stesso termine
“novella” compare ben dieci volte, applicato in alcuni casi alle favole
esopiche contenute nella Vita (in concorrenza proprio con “favola”, a
indicare come i due termini si sovrapponessero), e in altri a episodi in
cui Esopo dimostra particolare sagacia e intelligenza, ad esempio pro-
prio il caso dell’eterodosso conteggio delle zampe di porco in cui Esopo
appare un Chichibio piú ardito e concettuale.
Questa ricerca di un’autonomia narrativa si cristallizza poi
nell’esplicita scelta di ricostruire e ampliare antefatti e risvolti del prodi-
gio dell’aquila che, interpretata da Esopo, porterà poi alla liberazione
del favolista. Qui il Landi, infatti, osserva che «Il prodigio narrano alcu-
ni tanto strettamente et sciuttamente che non si possono i Lettori sati-
sfare» e dunque «a satisfattione et diletto de gli ascoltatori» chiarirà ciò
che ha immaginato in merito.73 Un passaggio che – nella sua scelta di al-
lontarsi dal testo di riferimento – ben si accosta paradossalmente alla
68 Ibi: 15v.
69 Ibi: 16r.
70
Come
ultimo
esempio
tra
i
molti
si
porta
la
reazione
dei
filosofi
e
dello
stesso
Xanto
alla
spiegazione
di
Esopo
del
perché
non
avesse
fatto
entrare
al
convito
coloro
che
non
avessero
risposto
alla
domanda
su
“che
cosa
muove
il
cane”,
cf.
Landi,
Esopo:
30r.
Viene
data
una
dimensione
“burlevole”
persino
a
ciò
che
in
Aldo
è
esplicitamente
un
litigio
come
conseguenza
del
primo
banchetto
a
base
di
lingue,
cf.
Aldo,
Esopo:
[a7r].
71 Di particolare rilievo quella sorta di galateo della beffa che segue il litigio tra
Xanto e suoi invitati; cf. Landi, Esopo: 28v-29r.
72 Persino l’episodio del «curioso» invitato a pranzo (ibi: 24v) presenta un comico
«babuasso», e nell’indice un «cacapensieri».
73 ibi: 31v.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 241
puntualizzazione con cui il Landi introduce il modo in cui Esopo riesce
a risolvere l’enigma su come costruire una torre che non tocchi né terra
né cielo: a chi dubitasse della veridicità del racconto, si deve infatti ri-
spondere, con qualche infiltrazione romanzesca, che è meglio «starsene
a la scrittura, che gire la verità troppo sottilmente et con incommodità
cercando», tanto piú che l’antichità della vicenda impedisce di avere altri
testimoni.74 Un’argomentazione naturalmente ironica, ma che ribadisce
il gusto per il racconto in sé come forse conferma la conclusione «basta
che il testo de lo auttore dice come disopra è scritto».75
5. GIULIO LANDI, TRA POLITICA E LETTERATURA
Se l’Esopo elaborato dal Landi è dunque un prodotto tanto della grande
stagione editoriale di “massa” quanto della felice fortuna della novella
rinascimentale, specie quella di beffa con i suoi personaggi inventivi e
buffoneschi, il paratesto delinea però una seconda linea di lettura. Sem-
pre la lettera del Domenichi riconduce la scelta di pubblicare il testo
all’intenzione di privilegiare la «utilità publica» attraverso quei «docu-
menti d’Esopo»76 che la traduzione del Landi metterà a disposizione di
tutti: non un pubblico particolarmente colto e in grado di beneficiare
della traduzione aldina, quindi, e nemmeno un testo a uso scolastico,
ma piuttosto volto a veicolare “insegnamenti” e “morale”, che vengono
a prevalere sulla vita in sé e i suoi episodi comici. Tale dimensione pub-
blica si riflette nella lettera dedicatoria del Landi “al Molto Magnifico M.
Geronimo Anguissola”, il cui titolo di dottore utriusque legis già proietta
l’intento del traduttore in un ambito giuridico-politico, rafforzato dal
ruolo di guida di Landi e Anguissola nella vita politica-sociale piacentina
(e poi, come detto, nell’uccisione del Farnese).77
74 Ibi: 43r.
75 Ibidem.
76 Ibi: iiv.
77
È
necessario
puntualizzare
che
il
dedicatario
dell’Esopo
landino
non
è
il
conte
Girolamo
Anguissola
(1504-1546)
del
ramo
di
Podenzano,
Rivergaro,
Montechiaro
e
Rustigazzo
che
fu
protettore
del
Doni
(cf.
Anguissola
Scotti
1976:
I,
280-3);
a
escluderlo
è
l’assenza
(altrimenti
inspiegabile)
nella
dedicatoria
del
titolo
di
conte
(e
anzi
l’Anguissola
ricadrebbe
tra
quei
“signori
illustrissimi”
esplicitamente
esclusi
come
dedi-
catari),
sostituito
dalla
qualifica
«eccellente
dottore
ne
l’una
et
l’altra
legge»
(non
attribui-
le
all’ospite
del
Doni).
Il
destinatario
dell’opera
come
già
indicato
da
Anguissola
Scotti
242 Carte Romanze 3/1 (2015
)
La dedica all’Anguissola presenta peraltro una rassegna di possibili
dedicatari alternativi. In primo luogo «alcuna donna Illustre»,78 opzione
rigettata a causa di una certa misoginia esibita da Esopo (e in realtà co-
me già visto ulteriormente marcata dal Landi) ma che porta traccia
dell’idea che le favole siano tipologie testuali per lettori “in minore”
come conferma la successiva osservazione sulle vecchiette attorno al
fuoco; se l’idea di una nobildonna come dedicataria sembra rispondere
alla generale idea di un innalzamento rispetto alla volgarizzazione letta
solo dalle «donnicciuole», proprio il suo rifiuto, però, è il segnale di un
testo che ambisce a non essere di mero intrattenimento. L’opzione
«qualche Principe, o Signor Illustrissimo» è invece abbandonata per ra-
gioni di orgoglio aristocratico (per non dare l’impressione di mercan-
teggiare il favore altrui) e per ragioni stilistiche e di opportunità (l’opera
è «poca et bassa fatica» e si infrangerebbe il principio della convenientia
con il rischio di essere tacciato «di poco giuditio»).79 Ciò suggerirebbe
invece una dimensione popolaresca del testo, ma la figura
dell’Anguissola apre inattesi spiragli: non solo si ribadisce la stretta rela-
zione di amicizia e di «uffici» tra le due famiglie di cui l’Esopo vuole es-
sere «segno e memoria» (chiaro richiamo a una compattezza di cerchia e
interessi), ma soprattutto sono “integrità” e “piacevolezza”
dell’Anguissola a designarlo come ricettore ideale di un’opera che si
propone come comica e insieme morale.80 È l’elemento che piú legitti-
(ibi: I,
349
è
realisticamente
invece
da
identificare
con
il
Girolamo
del
ramo
d’Altoè,
ascritto
nel
1502
all’università
dei
Dottori
e
Giudici
di
Piacenza,
ambasciatore
al
papa
Adriano
VI
nel
1522
in
occasione
della
sua
elevazione
al
Pontificato
(con
l’onore
di
te-
nere
l’orazione
di
saluto),
membro
del
Consiglio
degli
Anziani
e
nel
1543
della
commis-
sione
per
riformare
gli
statuti
della
città.
Va
puntualizzato,
tuttavia,
che
nello
stesso
An-
guissola
Scotti
si
rileva
una
sospetta
parziale
sovrapposizione
di
dati
con
un
Girolamo
del
ramo
di
San
Damiano,
Cimafava,
S.
Giorgio,
Gropparello,
e
metà
Centovera,
anch’egli
ascritto
nello
stesso
1502
fra
i
Dottori
e
i
Giudici
di
Piacenza,
nel
1509
incluso
nell’elenco
dei
Magn.ci
Dottori
di
Piacenza,
lettore
emerito
nell’Università
degli
Studi
di
Piacenza
e
membro
della
Commissione
incaricata
di
correggere
gli
statuti
municipali,
e
anch’egli
membro
dell’ambasceria
del
1522
ad
Adriano
VI
(ibi: I,
221).
L’identificazione,
insomma,
resta
in
qualche
modo
sospesa.
78
Landi,
Esopo:
iiir.
79
Ibi:
iiiv.
80
Già
il
romanzo
greco
di
Esopo
si
configurava
d’altronde
come
un
testo
insieme
narrativo
e
sapienziale,
ponendo
il
favolista
a
fianco
dei
tradizionali
sette
saggi,
in
con-
trasto
con
la
cultura
religiosa
quali
«esempi
e
propagandisti
di
una
nuova
etica»;
cf.
La
Penna
1962:
297-8.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 243
ma la dedica – in base al postulato della congruità tra oggetto e dedica-
tario – quello che la rende piú interessante:
sempre vi conobbi osservatore di Esopo, onde molte volte osservai che ne’
vostri ragionamenti, et nelle congregazioni private et pubblice, voi solete at-
tamente addurre qualche bel detto o fatto del prudentissimo Esopo, et mas-
simamente ne’ consigli, c’hoggi chiamano generali della Comunità nostra,
imitando voi in ciò l’auttore istesso et Menenio Agrippa Romano, il quale,
vedendo la plebe di giudicio priva et ne le sue irragionevoli et dannose con-
tentioni ostinata, non potendola con la vera ragione rimovere, addusse quel-
la bellissima parabola de la unione et congiura de le membra de lhuomo
contra il ventre. Il che fu allhora a’ Romani di molta utilità et salvezza. Cosí
voi, alcuna volta, con gli essempi del sapientissimo Esopo mostrate a quelle
persone che per lor particolare interesse, o per qualche oscura affettione,
per mala volontà accecate, non si curarebbono travagliare la patria nostra et
porla sottosopra, mentre le lor torte et prave voglie adimpire potessero; mo-
strate (dico) lor con tali essempi il bene dal male, e il vero dal falso saper
conoscere et discernere.81
L’Anguissola, dunque, piú che un lettore, è un utilizzatore di Esopo, e
la stessa climax delle occasioni in cui si verifica il ricorso al favolista fri-
gio individua chiaramente la dimensione politica come lo scenario privi-
legiato della citazione esopica. Sigillo di tutto ciò è il riferimento al piú
noto impiego extra-genere della favola, quell’apologo di Menenio
Agrippa che, nel racconto di Livio, valse a scongiurare la secessione dei
plebei. L’immagine di Menenio Agrippa si trasla dunque sull’Anguissola
ritratto nei consigli generali piacentini, cosí come la plebe romana, stolta
e ostinatamente autolesionista, si proietta sui piacentini sempre prossimi
– per malizia, ottusità o irrazionalità – a mettere a repentaglio la stabilità
e l’unità cittadine. Esopo e i suoi apologhi, dunque, assurgono a una
dimensione maieutica, ma anche si inscrivono pienamente nel reperto-
rio degli instrumenta regni. L’intera sezione “orientale” della vita ambien-
tata alla corte del re Licero, ma con propaggini già nel confronto con il
re Creso, presenta d’altronde una dimensione politica latente che ha
particolare risonanza con la dedica “politica” all’Anguissola e in cui
Esopo si presenta come una sorta di politico, in grado di guidare le as-
semblee popolari con le sue favole e le scelte dei re con la sua saggezza,
facilitando – per un aristocratico e le sue cerchie – l’identificazione con
81 Landi, Esopo: iiiv-iiiir.
244 Carte Romanze 3/1 (2015
)
il favolista.82 Coerentemente con il principio di amplificazione che carat-
terizza tutta la “riscrittura”, il Landi innesta quindi massime di tenore
politico che non hanno riscontro in Aldo: cosí ad esempio Esopo di-
chiara al re lidio che «i grandi Signori piú di buoni et di saggi et fedeli
consiglii, che di thesoro et d’armi, hanno mistiere»83 e lo persuade a ri-
conciliarsi con i Samii contrappesando la rinunzia a un tributo con
l’utilità politica che gliene deriverebbe e concludendo con un significati-
vo «a’ veri Signori è piú utile et piú honore essere amato con riverenza,
che esser temuto con odio et malevolenza»84, la cui esortazione a evitare
l’odio dei sudditi ha un sapore vagamente machiavelliano.85 Particolare
declinazione come obbligo del cortegiano assumeranno poi le parole di
Ermippo al re Licero quando spiegherà al re per quale ragione ha di-
subbidito al primo impulsivo comando di giustiziare Esopo.86
Il ghibellinismo dei Landi riaffiora d’altronde in un interessante ca-
so di forzatura della traduzione in merito al rapporto tra le favole e la
figura di Creso: se Aldo infatti si limita a dire Et post haec [la riconcilia-
zione coi Samii] suas conscripsit fabulas quas in hunc usque diem extantes apud
regem reliquit,87 il Landi rimarca il dono al re come dimostrazione di de-
vozione: «volendo Esopo mostrare la gratitudine et l’amorevolezza de
l’animo suo ver sua maestà, donògli le sue maestrevoli et dotte favole».88
Il vero nucleo di questa dimensione politica – pur non presentando
marcati slittamenti rispetto ad Aldo – è però forse la tirata morale a
Enno,
in
cui
è
presentata
una
morale
scevra
da
elucubrazioni,
filosofemi
e
sovrastrutture,
e
che
insieme
ben
risponde
a
quella
delle
favole
esopi-
che
pur
inquadrandosi
nella
cultura
contemporanea
che
prevede
in
pri-
mo
luogo
di
amare
Dio,
e
in
secondo
di
onorare
e
amare
il
re,
per
poi
passare
al
rapporto
con
nemici
ed
amici
in
una
chiave
utilitaristica
e
82 Per Beer 1996: 246, anzi, il Landi rappresenterebbe «se stesso e i suoi compa-
gni di parte sotto la maschera esemplare di un “filosofo” che fu schiavo, ma molto piú
libero dei suoi padroni appunto perché filosofo».
83 Landi, Esopo: 38v. E, a detta del re Nectenabo, la sapienza di Esopo vale piú
«che tutti i regni et tutti i poderi del mondo» (47v).
84 Ibi: 39r.
85 Cf. Lenzi 1973, 201-12 per l’occultamento di Machiavelli in alcuni passi delle
Attioni morali.
86 Landi, Esopo: 41r.
87 Aldo, Esopo: Biir.
88 Landi, Esopo: 39r.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 245
quindi
procedere
a
una
serie
di
precetti
sociali
(dalla
creanza
nei
saluti
alla
distanza
dai
“sussurroni”,
dalla
discrezione
all’autonomia
economica).89
Se è riconoscibile una «dimensione politica e allusiva “a chiave”»90
dell’Esopo, di particolare interesse è allora la Vita di Cleopatra (1551), in
cui si collazionano i testi che «quasi smembratamente» raccontano la
biografia dell’ultima regina d’Egitto; questa assume la forma di una sor-
ta di romanzo femminile, come confermano la dedica a Costanza del
Carretto e quella «compassione» per gli errori e le sventure di Cleopatra
che la dedicataria dovrà provare:91 Landi disegna un affascinante ritratto
ricco di quadri d’effetto graditi al pubblico femminile ma la sua Cleopa-
tra è abissalmente distante da quella – «di tutto ’l mondo favola», come
dichiarato sin dalla prima riga – della volgarizzazione del De mulieribus
compiuta nel 1545 dal Betussi92 in cui si susseguono termini che riman-
dano a malizia, libidine e meretricio. Pur tra i suoi chiaroscuri, questa
nuova Cleopatra è infatti una figura dalle «eccellentissime qualitadi»,93
aprendo cosí un ulteriore versante critico confermato dalla dedica del
Doni a Lodovico Rangone, in cui l’argomento è identificato non in una
storia di amore morte e opulenza, ma nel «gran regno».94 Quello del
Landi è infatti l’encomio tragico di una donna «d’ingegno vivacissimo,
et di grandissimo animo»95 impegnata nell’ascesa al trono e poi nella
conquista di un impero tra omicidi intrafamigliari, esilii, lotte fratricide e
alleanze politiche, con in piú un evidente taglio machiavelliano, come
rivela il passaggio in cui si affrontano le cause della molteplicità di figure
incapaci tra gli ultimi Tolomei.96 Questa Cleopatra, «eroina della ragion
89 Ibi: 42r-43r.
90 Beer 1996: 246.
91 Landi, Cleopatra: vir.
92
Libro
di
M.
Gio.
Boccaccio
delle
Donne
Illustri,
Tradotto
per
Messer
Giovanni
Betussi.
Con
una
addizione
fatta
dal
medesimo
delle
donne
famose
dal
tempo
di
M.
Giovanni
fino
ai
giorni
nostri
in
Vinegia,
Comin
del
Trino
da
Monferrato,
1545.
L’eccezionalità
romanzesca
della
Cleopatra
del
Landi
è
rivelata
dall’ampia
premessa
di
apertura,
un
lungo
excursus
impostato
su
il
“meraviglioso”
e
lo
stupefacente
dell’Egitto,
la
sua
storia
antica
e
sanguinosa,
il
suo
Nilo
misterioso,
la
sua
frugacità
paradisiaca,
le
sue
piramidi
possenti.
93 Landi, Cleopatra: [vr].
94 Ibi: iiiir.
95 Ibi: 7r.
96 «Ma quando i successori pervengano per lunga heredità a i Reami, et a le
Signorie quieti, et pacifichi, et trovano i vassalli ubedienti, et per lunga servitú a
portare le some avezzi; et seguire tutti i voleri de’ loro signori, i quali essendo (come
sono quasi tutti gli huomini) inclinati piú al male che al bene operare, allora vogliono a
246 Carte Romanze 3/1 (2015
)
di stato e grande principessa»,97 è lodata per la capacità politica di tesse-
re trame e alleanze agendo come un uomo ma insieme – Armida ante
litteram – avvalendosi appieno del suo fascino «come instrumentum regni»,
per il quale viene quasi fornito un galateo della seduzione a uso politico.
Insomma, come aveva individuato il Tolomei, il Landi qui propone una
sorta di Ciropedia al femminile («ad esempio cui le gran donne, e Illustri
Signore debbian se stesse formare»), una figura ideale volta non a «rap-
presentar la verità dell’historia» ma a «fingere sotto una persona vera
uno esempio non del tutto vero».98
6. UNA NUOVA FORMA DI SAPIENZA
Proprio la Cleopatra conferma che l’Esopo è quindi ben altro che un
ammodernamento linguistico, una “riscrittura di riscrittura”, per non di-
re una mera volgarizzazione, quanto piuttosto un vero e proprio testo a
sé; un antico, in virtú della sua massima esemplarità, attualizzato nella
forma di una riscrittura “romanzata” e che possa fungere da modello di
comportamento attraverso l’azione, il pensiero e la parola; proprio pen-
siero e parola ricoprono però nella figura del favolista un ruolo partico-
lare, con una coloritura filosofica riconducibile, nuovamente, a posizio-
ni culturali particolarmente vivaci nell’ambiente piacentino. Alcuni tratti
sono riconoscibili già nella premessa che conduce alla descrizione fisica
del favolista: la distanza dalla concisa traduzione del Del Tuppo è netta
già quantitativamente:
Multo fo Esopo tutto el tempo della sua vita per propria virtú studiosissi-
mo, e del continuo alle littere greche donava lo intendimento. Pigliando le
vite de’ dottissime filosofi e morali, li argumenti e dottrine del continuo stu-
diando, devenne perfettissimo filosofo e discretissimo, con una mirabile
prudenzia, che poco delle cose naturale ad isso erano innote.99
Un cappello brevissimo, inglobato peraltro nel primo capitolo De condi-
tione et origine eiusdem, in cui Esopo appare come un assiduo studioso di
tutti i loro appetiti sodisfare, e tutte le voglie loro adempire; donde ne nasce, che
comunemente gli ultimi Signori sono peggiori de’ primi» (ibi: 6r).
97 Beer 1996: 249.
98 Tolomei, Lettere: 94r.
99 Del Tuppo, Esopo (De Frede): 5.
G. Barucci
Un (nuovo)
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o
cinquecentesco 247
filosofia morale (e si noti il rimando anacronistico e popolaresco alle vi-
te laerziane dei filosofi), tanto da divenire «perfettissimo filosofo» con
quasi totale conoscenza «delle cose naturale»; una premessa a cui se-
guono immediatamente la succinta indicazione del luogo di nascita
(«Nacque Esopo indella parte de Frigia […] de uno loco chiamato
Epamonio») e poi la descrizione dell’aspetto fisico. Il Landi invece,
prima di giungere all’indicazione del luogo natale, si distende per circa
una pagina e mezza sulla filosofia di Esopo e la sua funzione pedagogi-
ca. Un confronto con Aldo permette nuovamente di cogliere il lavoro
di trasposizione compiuto dal nobile piacentino.
A
Rerum humanarum naturam
persecuti sunt et alii, et posteris
tradiderint.
A
Molti furono quegli huomini i quali, desiderosi
d’intendere i segreti e la natura delle cose create, alla to-
tale et intrinseca cognitione di quelle hanno con somma
diligenza tutti i loro studi posti et indirizzati. E poscia,
ciò che da lor fu inteso e conosciuto, a gli altri maestre-
volmente insegnando, con molte lodi la scienza di quel-
le discipline a posteri scritta lasciarono.
B
Aesopus vero videtur non
absque divino afflatu cum mo-
ralem disciplinam attigerit, ma-
gno intervallo multos euorum
superasse.
B
Ma Esopo havendo, non senza gratia e inspiratione di-
vina, dato opera alle prudenti e virtuose attioni humane,
i belli e lodevoli costumi con la sincerità dell’animo ab-
bracciando, tutti gli altri filosofi che ne le morali dottri-
ne studiarono di gran lunga trapassò e vinse.
C
Et enim neque definiendo, ne-
que ratiocinando, neque ex hi-
storia, quam ante ipsius aeta-
tem tulit tempus, admonendo,
sed fabulis penitus erudiendo,
C
Gli cui ammaestramenti tanto piú furono facili e dilet-
tevoli, quanto che egli non con diffinitioni, non con ar-
gomenti e silogismi mostrò il bene et ottimo vivere agli
huomini, ma solo con belle parabole et utilissimi es-
sempi, quello che ragionevole et honesto fusse, con
molta utilità della conversatione humana, amorevol-
mente insegnava;
D
sic audientium, venatur animos,
ut pudeat ratione preditos face-
re, aut sentire, quae neque aves,
neque vulpes: et rursus non va-
care illis, quibus pleraque bruta
tempore prudenter vacasse fin-
guntur;
D
et al bene operare gli huomini cosí gentilmente attrahe-
va et incitava, che vergogna pareva loro di non essere
miglior de gli uccelli, e de’ quadrupedi, i quali con mora-
li fintioni mostrava Esopo agli ascoltatori essersi in un
certo tempo con ragione, e prudenza governati.
248 Carte Romanze 3/1 (2015
)
E
ex quibus aliqua, pericula im-
minentia effugerunt, aliqua
maximam utilitatem in oppor-
tunitatibus consecuta sunt.
E
Donde altri sonosi da presenti pericoli et infortunii pre-
servati; altri nelle occorrenti occasioni hanno non poca
utilità et honore conseguito.
F
Hic igitur, qui vitam suam phi-
losophicae reipublicae imaginem
proposuerat, et operibus magis,
quam verbis philosophatus, ge-
nus quidem traxit […]100
F
Havendo dunque Esopo la sua filosofia e tutto il suo
studio posto solo nel prudente et ottimo vivere umano,
volle piú con le buone opere che con le parole filosofa-
re. E però le sue attioni e documenti erano come una
imagine di quella filosofia che a ben governata repub-
blica appartiene, il che nella narratione della vita sua
ampiamente potrassi vedere.101
L’esordio del Landi è visibilmente piú ampio, ma non è solo questione
della geminazione sintagmatica presente in tutta l’opera. Già l’incipit al-
lenta la contrapposizione del latino tra Esopo e gli “altri” indagatori del-
le cose umane, da lui superati, per Aldo, magno intervallo. Non è l’esito
solo di una minore forza contrastiva rispetto al latino (alii [] Aesopus
vero), attenuata ancor di piú dalla notevole distanza tra i due elementi nel
testo volgare. Landi procede infatti a una chiara risemantizzazione del
testo: gli “altri” infatti non si limitano piú all’indagine delle “cose uma-
ne” – che è sostanzialmente lo stesso campo di Esopo, quello morale –
ma si rivolgono a «i segreti e la natura delle cose create», quindi spo-
standosi a un’investigazione che va ben oltre la dimensione umana. Al
contempo attività ed esperienza di queste prime figure ricevono una va-
lutazione positiva assente nel piú asettico latino, come rivela la termino-
logia adottata tanto per l’indagine quanto per la trasmissione dei saperi
[A]. Piú che su tali pensatori sulla natura, la superiorità di Esopo è inve-
ce
su
coloro
che
si
impegnarono
nelle
«morali
dottrine»
[B].
L’apparente
contrapposizione,
assente
in
Aldo,
tra
Esopo,
dedito
allo
studio
dell’uomo,
e
i
«molti
[…]
uomini»
rivolti
alle
«natura
delle
cose
create»,
è
invece
risolta
dal
fatto
che
tra
queste
ultime
rientra
anche
l’uomo
con
le
sue
«attioni
humane»,
sicché
Esopo
è
piuttosto
incluso
tra
le
grandi
figu-
re
degli
indagatori
che
subordinato
ad
esse,
risultandone
accresciuto
e
proiettato
in
una
dimensione
che
va
di
della
sfera
dell’azione
pratica.
100 Aldo, Esopo: [Aiv].
101 Landi, Esopo: A1r.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 249
Particolarmente significativo è il segmento successivo [C], dedicato
sostanzialmente al confronto delle metodologie. In primo luogo la dit-
tologia definiendo-ratiocinando, piuttosto asettica, degli altri filosofi cede a
«diffinitioni» e «argomenti e silogismi», elementi che, alla luce della cin-
quecentesca polemica contro il pedante e della cultura del Landi, si
marcano ancor piú negativamente. In secondo luogo si osservano alcu-
ne interessanti aggiunte e assenze. Landi chiarisce da subito la “facilità”
e la “piacevolezza” dell’insegnamento esopico, cosí richiamandosi a
quella che in fondo era la prospettiva critica dominante, ma soprattutto
il fabulae di Aldo viene sostituito da «belle parabole et utilissimi essem-
pi»: una dittologia che – insieme al favole da cui è innescata – ricrea la
topica triade boccacciana favole, parabole, istorie. Una triade qui priva
della complessa referenzialità originaria, ma che agisce già come indica-
tore del modello novellistico. Al contrario, ed è ancor piú significativo
in un testo in cui ogni elemento è passibile di enfiatura, manca in Landi,
tra le tecniche non usate da Esopo, il ricorso alla storia, che anzi po-
trebbe essere riconoscibile negli «utilissimi essempi» (e forse ha agito
anche il ruolo della storia nel sistema della cultura delle corti rinasci-
mentali, non certo passibile di essere connotato negativamente). Al con-
tempo, però, quelle parabole e quegli esempi si propongono come
espressioni quasi tecniche, ricche di risonanze religiose, e sulle quali si
tornerà.
Se poi il blocco [D] è sostanzialmente fedele (sebbene anche qui
l’esornazione produce i suoi effetti di lettura nobilitante), e lo stesso va-
le per quello [E] dedicato agli effetti sugli ascoltatori-lettori (ed anche
qui è significativo che l’utilità si sdoppi in «utilità» e «honore»), è note-
vole la differenza – prossima all’arbitrio – nella sezione successiva [F]
che costituisce in un certo senso la sintesi finale della premessa. In pri-
mo luogo si ha sintesi in realtà solo per il Landi, che sviluppa in un pe-
riodo a sé stante ciò che in Aldo è un’incidentale; soprattutto il Landi
produce una politicizzazione di ciò che in Aldo era solo una metafora
(la “repubblica filosofica”) volta a indicare l’insieme dei filosofi; anzi, vi-
ta e insegnamenti («documenti») di Esopo (e non solo le opere, come in
Aldo) incarnano in un certo senso la stessa filosofia politica che deve
guidare una «ben governata repubblica», cosí che il favolista passa da
uomo le cui azioni sono state il vero messaggio, a uomo che ha posto
«filosofia e studio» in una disciplina morale, per di piú – con altro ter-
mine proprio del linguaggio dell’agire politico – indicata come «pruden-
250 Carte Romanze 3/1 (2015
)
te» (cosí come le azioni umane erano state precedentemente indicate
come «prudenti e virtuose»). Non a caso la dimensione sociale delle fa-
vole era stata già in precedenza correlata ai suoi effetti su una «conver-
satione humana» guidata dai principi del «ragionevole» e dell’«honesto».
Nella sezione successiva – incentrata sul rapporto tra l’originale
condizione servile di Esopo e le sue caratteristiche interiori – Landi
procede a una consistente e coerente riscrittura del testo aldino; se que-
sto infatti, sulla scorta di un passo del Gorgia, si limitava a contrapporre
libertà interiore, di per sé immodificabile, e servitium,102 il Landi, svilup-
pando il richiamo al dialogo greco, crea una figura interamente “plato-
nica”:
E
benché
ei
fusse,
come
volle
fortuna,
per
molto
tempo
d’altrui
servo
e
schiavo,
nondimeno
fu
sempre
d’animo
libero
e
generoso,
laonde
e’
mi
pare
quel
detto
di
Platone,
nel
Gorgia
scritto,
essere
verissimo:
spesse
volte
adve-
nir
suole
che
le
leggi
humane
sono
contrarie
alla
natura,
percioché
ella
ad
Esopo
diede
l’animo
nobile,
grande
e
libero,
ma
le
leggi
de
gli
huomini
fecero
il
corpo
soggetto
e
schiavo.
Non
perciò
poté
la
generosità
dell’animo
suo
cor-
rompersi
o
in
parte
alcuna
guastarsi,
che
benché
il
corpo
a
varii,
vili
e
mecani-
ci
essercitii,
et
in
varii
luoghi
applicasse,
non
però
poté
mai
lo
’ntelletto
e
la
volontà
dalla
sua
libera
sede
rimovere,
dalla
ingenua
e
nobil
natura
levar-
la.103
Permane inevitabilmente il richiamo alla libertà, ma questa – in con-
trapposizione alle “vili arti meccaniche”, sviluppo ben cinquecentesco
del tema della servitú – è ampliata a generosità, “ingenuità”, grandezza,
nobiltà. L’Esopo sin qui delineato dal Landi pare dunque un vero per-
sonaggio spirituale, elaborato sul platonismo cinquecentesco e insieme
esito delle riflessioni rinascimentali di coloritura stoica sul rapporto tra
imperio della fortuna e interiorità umana.
102
«Quare
et
magnopere
mihi
videtur
Platonis
illud
in
Gorgia
pulchre
simul,
et
vere
dictum:
plerunque
enim
haec
inquit
contraria
inter
se
sunt,
natura
simul,
ac
lex.
Nam
Aesopi
animum
natura
liberum
redditit,
sed
hominum
lex
corpus
in
servitium
tradidit.
Potuit
tamen
ne
sic
quidem
animi
libertatem
corrumpere.
Sed
quamvis
ad
res
varias,
et
in
diversa
loca
corpus
transferret,
a
propria
tamen
sede
illum
traducere
non
potuit»;
cf.
Aldo,
Esopo:
[A1v].
103
Landi,
Esopo:
[Ai-ii].
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 251
7. GLI IGNORANTI E I FILOSOFI: UN PARADIGMA
Per meglio approfondire una possibile traccia filosofica dell’Esopo, è
però utile ricordare che tra le opere del Landi – associata alla Cleopatra e
introdotta da una lettera del Doni a Gregorio Rorario104 – compare, nel
solco erasmiano degli encomi della follia, una singolare orazione in lode
dell’ignoranza che appare un precipitato di posizioni filosofico-religiose
costeggianti l’eterodossia e insieme presenta alcune affascinanti connes-
sioni con la Vita di Esopo.105 L’orazione, che avrà larga e sotterranea for-
tuna,106 si presenta come il «progetto, giocoso anzi che serio, di
un’Accademia»107 (l’Accademia degli Ignoranti, stante il frontespizio),
proponendosi cosí come collegamento tra l’esperienza degli Ortolani e
quella della Virtú. Rispetto ai toni del Doni, l’orazione del Landi, trat-
104
La
dedica
del
Doni
a
Gregorio
Rorario
(Al
Signor
Gregorio
Rorario
da
Pordenone,
maggior
suo
honorando)
si
estende
da
49r
a
51r,
mentre
l’orazione
vera
e
propria
(Oratione
dell’ignoranza)
da
52r
a
62r.
È
bene
ribadire
che
benché
talora
nella
critica
si
incontri
qualche
confusione
l’orazione
è
indubbiamente
del
Landi,
e
non
un
testo
di
accompagnamento
del
Doni
come
esplicita
quest’ultimo:
«In
compagnia
della
vita
di
Cleopatra
Reina
d’Egitto
consacrata
al
S.
Conte,
ne
viene
un’Oratione
(de’l
medesimo
galante
huomo)
dedicata
anchora
da
me,
alla
vostra
gentilezza.
Il
suggetto
è
la
lode
dell’ignoranza:
et
è
stato
buon
principio
per
mostrarvi
la
sufficienza
mia,
idest
il
mio
cervello
da
rimpedulare»
(Landi,
Cleopatra:
49r).
105
Lo
stesso
dedicatario
Gregorio
Rorario
è
riconducibile
agli
ambienti
veneziani
eterodossi,
cf.
Adorni
Braccesi
2013:
107
e
138.
Tra
le
ragioni
menzionate
per
la
dedica
dell’orazione
al
Rorario
(già
di
per
peraltro
interlocutore
del
dialogo
“piacentino”
del
Domenichi
Dialogo
dell’amore
fraterno),
è
senz’altro
da
ricordare
la
parentela
con
Girolamo
Rorario;
questi
però
oltre
a
quanto
ricordato
in
Adorni
Braccesi
2013
era
anche
una
delle
principali
figure
della
fortuna
di
Luciano
(vale
la
pena
di
segnalare,
associato
a
Esopo
nello
Specchio
di
Esopo
di
Pandolfo
Collenuccio
e
insieme
antesignano
della
letteratura
paradossale)
nonché
autore
nel
1544
di
un
Quod
animalia
bruta
ratione
utantur
melius
homine
in
cui
si
contrappongono
le
storie
d’animali
a
esempi
di
ferocia
e
stupidità
umane
(testo
forse
di
qualche
interesse
per
il
Landi,
già
probabilmente
impegnato
sul
versante
esopico).
Per
la
biografia
di
Gregorio
Rorario,
si
veda
Liruti
1760-1830:
II,
279-81,
che
attribuisce
però
l’elogio
dell’ignoranza
al
Doni.
106
Sarà
recuperata
da
Francesco
Turchi
come
esempio
di
lettera
faceta
senza
indicarne
l’autore
(Lettere
[Turchi]:
441).
Figorilli
2008:
145-9
e
199-204
presenta
i
tagli
di
quest’ultima
edizione,
mentre
a
176-183
ricostruisce
il
plagio
compiuto
da
Cesare
Rao
dell’orazione
landina.
Precedentemente
si
veda
Falcone
1984:
109-11.
107 Poggiali 1789: 202. Il Doni conclude il suo Discorso sopra l’academie d’Italia
ricordando un’accademia dei Pedanti e una degli Ignoranti; di quest’ultima il Doni
dichiara che vorrebbe essere il Governatore se ciò non portasse ingiuria a un «valente
huomo» in cui è facile riconoscere il Landi; cf. Doni, Libraria: II, 166.
252 Carte Romanze 3/1 (2015
)
tandosi di un preteso discorso di fronte a un’Accademia, è linguistica-
mente mediana e soprattutto organicamente strutturata e filosoficamen-
te impostata con il ricorso anche a dimostrazioni sillogistiche. L’oratore
si propone di dimostrare tre presupposti: «che de l’ignoranza il significa-
to non sia cosa malvagia, né trista», che «altro non è ignoranza, che cosa
buona, et lodevole, et con la virtú congiunta», che «ignoranza è una
somma, et divina sapienza».108 L’elogio, improntato a uno scetticismo di
ascendenza cristiana, è incentrato sull’idea che sia l’ignoranza l’unica via
per pervenire alla piena conoscenza, ove è riconoscibile una dimensione
religiosa assai vicina alla sensibilità riformata.
Siamo chiaramente sulle orme di Corinzi I, per cui «non è bene gire
cercando di sapere quello che non è mestieri di sapere»,109 e della pole-
mica antipedantesca di Agrippa (per cui pedante è «chiunque erronea-
mente presuma di ricavare conoscenza dalla pratica delle scienze uma-
ne»)110 che nel De incertitudine et vanitate scientiarum procedeva a un siste-
matico smantellamento di tutte le discipline che ha il suo apice nella po-
lemica contro i teologi e, parole del Landi, la «presentuosa sapienza lo-
ro».111 È la lettera prefatoria del Doni, menzionandolo in apertura, a in-
dicare come chiave di lettura il pensiero di Agrippa112 e la sua esortazio-
ne «ad abbandonare la “scientia” per abbracciare la “sapientia”»113
all’interno di un orizzonte religioso volto alla rigenerazione interiore
contro aberrazioni e formalismi asfittici di filosofi, religiosi e teologi. È
il terzo punto affrontato dal Landi quello però con le piú evidenti im-
plicazioni religiose: l’ignoranza, infatti, è divina perché attraverso di essa
si giunge «in cognitione de l’altissima Divinità»,114 poiché l’uomo è spin-
to a fare come un bambino che non abbia mai conosciuto il padre, e ne
cerca i lineamenti per ritratti e somiglianze. Un’ulteriore prospettiva –
come già osservò Grendler – fortemente influenzata da Agrippa e dalla
sua idea che sia proprio il rifiuto della cultura a condurre alla vera fe-
de;115 auspicio del Landi nella sua orazione è infatti quello di «rimanerci
108 Landi, Ignoranza: 53r.
109 Ibi: 57r.
110 Falcone 1984: 109-10.
111 Landi, Ignoranza: 56v. Su Agrippa si rimanda in primo luogo a Nauert 1965.
112 Landi, Ignoranza: 49v.
113 Perrone Compagni 2005: 128.
114 Landi, Ignoranza: Hiiir-v.
115 Grendler 1969: 159: «Landi criticized theologians for attempting to know the
highest mysteries of God, and praised ignorance as morally beneficial».
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 253
con la nostra semplice e umana ignoranza, umanamente e virtuosamen-
te vivendo».116
Il De vanitate, per di piú, si richiamava al paradosso erasmiano come
copertura di «espressione di posizioni eretiche e radicali»117 ed è noto
come il genere paradossale fosse diventato un veicolo per temi e argo-
mentazioni di campo eterodosso,118 in primo luogo con la figura eslege
per eccellenza della cultura italiana, Ortensio Lando, i cui Paradossi era-
no stati pubblicati proprio durante il suo soggiorno a Piacenza (1543 e
1544) lasciandovi un segno profondo.119 La collocazione dei Paradossi
«in un filone preciso delle letteratura riformata»120 è confermata dalla
pubblicazione per i torchi del Bindoni – non certo alieno da edizioni
cripto-riformate tanto da pubblicare nel 1543 il Beneficio di Christo – e di
quell’Andrea Arrivabene che tanta parte ebbe nella diffusione della cul-
tura riformata in Italia (tra cui, nel 1547, proprio la volgarizzazione
dell’Agrippa a opera del piacentino Domenichi). Con i paradossi del
Lando siamo dunque di fronte a un sottile gioco, decriptabile solo da un
ristretto gruppo di lettori in grado di coglierne linguaggio e implicazioni,
tra una superficie bizzarra di apparente intrattenimento piacevole e una
dirompente verità occulta basata sull’idea che il basso e l’umile costitui-
scano vie d’accesso a una divinità inattingibile da una teologia razionali-
stica e astratta.121
Una strategia ipotizzabile per lo stesso Esopo del Landi, che dietro
la maschera di un popolaresco beffatore da novella celerebbe ben piú
complesse questioni elaborate nel crogiuolo degli Ortolani, i cui intellet-
tuali sono cosí strettamente associati alla circolazione delle opere del
116 Landi, Ignoranza: 56v. Su possibili, sebbene sfocati, contatti diretti tra l’Agrippa
e il Landi, cf. Adorni Braccesi 2013: 107.
117 Perrone Compagni 2005: 128. Sulla dimensione paradossale di Agrippa, cf.
Bowen 1972.
118 Figorilli 2008: 10.
119
Lo
stesso
Doni,
che
tanta
parte
ha
nell’edizione
dell’orazione
in
lode
dell’igno-
ranza,
in
una
sua
lettera
cita
con
approvazione
il
piú
celebre
dei
suoi
paradossi:
«O
quel
esser
meglio
trovarsi
ignorante,
che
letterato,
mi
quadra,
et
lo
confermo»
(Doni,
Lettere
I:
cxxxvi-cxxxvii);
cf.
Fahy
1982:
178.
Sui
rapporti
tra
Agrippa
e
Lando
si
veda
Adorni
Braccesi
2004.
Sui
problemii
di
censura
si
veda
Corsaro
1997.
120 Lando, Paradossi (Corsaro): 17.
121 Figorilli 2008: 8. Sul canone di encomi paradossali si veda anche ibi: 20 e Colie
1966: 33-4. Sul concetto di paradosso nel Rinascimento si vedano anche Daenens
1989 e Panizza 1997.
254 Carte Romanze 3/1 (2015
)
conte; è proprio Ortensio Lando a proiettare le ombre maggiori di in-
quietudine religiosa se non di filo-protestantesimo;122 anche se non di-
rettamente riconducibile agli Ortolani, il Lando era per parte di padre
originario di Piacenza123 (e anzi l’affinità di cognome ha fatto sí che fos-
se ricondotto proprio alla famiglia “Landa”)124 e i contatti con l’autore
dell’Esopo di questo affascinante promotore di idee cripto-riformate e
filo-erasmiane sono molteplici in tutta la sua opera. Già nel suo Commen-
tario il primo nome italiano citato è quello del Landi in associazione con
l’elogio del cacio piacentino della Formaggiata,125 con un’ambiguità rinvi-
gorita dal fatto che in tale descrizione dell’Italia si trova anche una po-
lemica contro le discipline filosofiche – riconducibile all’orazione in lo-
de dell’ignoranza – che insiste sullo stesso gioco filosofico-gastronomi-
co della “forma” del cacio che caratterizza la polemica della Formaggiata
contro la scolastica.126 Soprattutto, però, nei Cathaloghi del milanese si
menziona, e in primissima sede, lo stesso encomio del formaggio e
l’orazione in lode dell’ignoranza del quasi-omonimo nel catalogo di co-
loro che parlarono di cose basse.127 Riferimento piú denso di quanto
paia, poiché tale catalogo – costruito sulla rielaborazione del canone
sancito da Erasmo nella dedicatoria dell’Encomium moriae – innesca un
circolo di richiami interni a chi consideri che l’incipit dell’elogio landino
dell’ignoranza a sua volta recuperava lo stesso elenco erasmiano acco-
standovi il piú celebre e compromettente paradosso del Lando, quello
per cui “sia meglio essere ignoranti che dotti”.128
122 Si vedano Grendler 1969: 21-38, Fahy 1976: 360-82 e Lenzi 1981. Resta con-
troverso se il Lando debba essere accostato al luteranesimo o all’anabattismo.
123 «Ma quantunque di padre Piacentino nato io sia», in Lando, Ragionamento: 156.
124 Si veda Poggiali 1789: I, 171-220.
125 «ma felice te se giungi a quel cacio piacentino il quale ha meritato d’esser
lodato dalla dotta penna del conte Giulio da Lando e dal signore Ercole Bentivoglio»,
Lando, Commentario: 12.
126 «Vado alle scuole de’ filosofi, penso udir favellar di giustizia, di prudenza, di
modestia, di fortezza, di castità e altre simili cose; […] non odo favellare salvo che di
materia, della quale parevami che n’avessero pieno il cacio; di forma, non so se di ca-
cio o da informar stivalli […] » (ibi: 71-3).
127 «Il Conte Giulio Landi scrisse a dí passati la Formaggiata opra molto dilette-
vole et di piú le lodi dell’ignoranza», Lando, Cathaloghi: 478. Ulteriore attestazione, per
altro, della paternità di un’opera che molto spesso è stata ascritta al Doni.
128 Sull’elogio paradossale Longhi 1983: 139-81 e 281-6 per gli elenchi tipografici
cinquecenteschi di elogi paradossali, nonché Figorilli 2008: 23.
G. Barucci
Un (nuovo)
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sop
o
cinquecentesco 255
Proprio il Lando, peraltro, presenta un’attenzione alla figura di
Esopo, o a tematiche connesse, che merita una particolare attenzione e
che potrebbe essere ulteriore indizio di una riflessione coerente in parte
almeno dell’ambiente piacentino. Esopo, infatti, campeggia – e forte del
fatto che «Veggiamo anchora spesso, piú savi, et ingegnosi li brutti che
li belli» – in seconda posizione nel secondo dei Paradossi del Lando,
quello Che meglio sia l’essere brutto che bello. Il Lando colloca qui il favolista
in un elenco aperto da Socrate – a sancire un’affinità che avrà sviluppi
sui quali ci si soffermerà in seguito – e che prosegue con Zenone e Ari-
stotele (e si conclude significativamente con l’imperatore Galba, con
una trasposizione politica).
Esopo di Frigia favoleggiatore eccellentissimo, fu di figura quasi che mo-
struosa, di modo che qual si voglia de’ Baronzi, in comparazione di lui, seria
paruto un narciso, o vero un ganimede; non di meno (come ognuno sa)
abondò d’ogni vertú, et ebbe sopra ogn’altro acutissimo intelletto.129
Anche in questo caso il favolista si tinge di coloriture boccacciane, con
il riferimento ai Baronci, ma certo Esopo ne emerge come figura para-
dossale in sé, ed emblema di quella vera bellezza di cui il Lando si fa
promotore. E non a caso il paradosso immediatamente successivo Me-
glio è d’esser ignorante che dotto si pone proprio nel segno della polemica
della Vita di Esopo contro una falsa cultura formale di pedanti: «anzi
vego i litterati goffi, inetti, et come cavati gli hai da libri, esser, come il
pesce tratto dall’acqua».130 Il ritratto di Esopo torna, sebbene non in
prima posizione, anche nei Cathaloghi tra coloro «ch’ebbero nome
d’esser brutti» con una descrizione chiaramente derivata dalla vita:
Superò Esopo scrittore di Favole, quante ne furono mai al mondo. Fra le
sue molte bruttezze, egli era negrissimo: là onde Esopo fu chiamato; né dif-
ferenza alcuna è fra Esopo et Ethiopo: era anche scrignuto a guisa di Del-
phino; Vero è che la natura ricompensò tutti questi difetti, col dargli felicis-
simo ingegno, et tenacissima memoria.131
129 Lando, Paradossi (Corsaro): 98.
130 Ibi: 105. La polemica contro la filosofia, caratterizzata da una forte matrice
paolina, è ribadita dal fatto che ben due paradossi, inoltre, si appuntano contro
Aristotele (XXVIII, XXIX).
131 Lando, Cathaloghi: 15.
256 Carte Romanze 3/1 (2015
)
Ciò che però rileva è la connotazione altamente “filosofica” del catalo-
go, che si chiude infatti con la scheda di Socrate seguita da quella cumu-
lativa «d’altri philosophi» (una sorta di storia della filosofia classica che
include Arato, Zenone, Epicuro, Diogene, Aristotele, Xenocrate, Era-
clito, Democrito, Crisippo, Euclide, Cleante) e da una «dei moderni»
che si riduce a un solo personaggio, lo stesso Lando.
Ho cercato ai miei giorni molti paesi, sí nel Levante, come anche nel Ponen-
te, né mi è occorso vedere il piú difforme di costui, non vi è parte alcuna del
corpo suo che imperfettamente formata non sia, egli è sordo (benché sia piú
ricco di orecchie, che un asino), è mezo losco, piccolo di statura: ha le lab-
bra di Ethiopo, il naso schiacciato, le mani storte, et è di colore di cenere,
oltre che porta sempre Saturno nella fronte.132
Quindi un autoritratto – che ha elementi peraltro di contiguità formale
con quelli diffusi tra i poeti comici, sempre giocati sul contrasto tra
esterno e interno, tra corpo sgradevole e virtú133 – dai tratti insieme pa-
radossali, esopici e filosofici, come anche ribadisce il riferimento finale a
Saturno. Se il fatto che il Lando torni autobiograficamente anche tra gli
“infelici”134 «introduce elementi di amarezza dissacrante non riconosci-
bili in Esopo»,135 nondimeno, a mio giudizio, è possibile qui cogliere
un’autopresentazione di questo eterodosso letterato come “moderno
Esopo”, come figura in contrasto con la cultura accademica e le doxai
smantellate nei suoi paradossi, cosí confermando l’impressione di un
Esopo veicolo di idee “pericolose”.136 Potrebbe allora non essere un ca-
so che in quell’irriverente catalogo antifilosofico e antilibresco che è la
Sferza (1550), nella profluvie di 455 autori citati per essere demoliti
(molti, meno che ombre, e molto piú acre l’invettiva contro i classici
che contro i moderni), manchi – ed è assenza tanto piú stupefacente alla
132 Ibi: 18. «This was an unflattering but appropriate portrait for an author who
dealt in paradoxical criticism», Grendler 1969: 38.
133 Longhi 1983: 113-37.
134 Lando, Cathaloghi: 343.
135 Longhi 1983: 134-6, che vede nell’autoritratto del Lando il passaggio però dal
modello socratico a quello del Democrito ridente: «Il Lando dunque intende ridere
della vanità, della stoltezza e della follia che sono nella vita umana; vuole recitare la
parte di Democrito, e assumerne la maschera».
136 L’attenzione per Esopo è peraltro confermata anche dal fatto che Esopo è
citato anche nel catalogo di “quei che furono precipitati” dedicato interamente ai
diversi tipi di morte violenta; cf. Lando, Cathaloghi: 403.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 257
luce del ruolo giocato nell’immaginario e nell’educazione classica di
ogni epoca – proprio Esopo. E forse può avere un suo significato un
passo che si ritrova nella sezione polemica contro i giurisperiti, e che
sembra riproporre proprio la descrizione del ruolo delle favole
nell’insegnamento esopico:
Et
forsi
che
troverete
fra
queste
peccore
qualche
faceta
narratione
mescolata
con
philosophico
sapore?
Forsi
che
ci
troverete
alcun
bel
precetto
o
qualche
dotta
persuasione
che
vi
infiammi
il
cuore
et
ve
lo
indirizzi
a
vita
eterna?137
Infine, a chiudere il cerchio Landi-Lando, si può ricordare che il poli-
grafo milanese non solo scrisse favole esopiche («Posimi poi a scrivere
favole per imitare Esopo», dichiara nella dedicatoria che apre la sezione
favolistica dei Varii componimenti) ma anzi menziona quelle inedite del
conte Costanzo Landi, «d’inventione, e di stile» superiori alle sue,138 a
segno di un vivace interesse per la figura di Esopo negli ambienti pia-
centini.
D’altronde, tra le figure attive a Piacenza, non era certo il solo Lan-
do a essere mosso da inquietudini religiose piú o meno esplicite o coe-
renti. Ben note sono le frequentazioni ereticali del Domenichi, in un
percorso che lo porterà nel 1550 alla pubblicazione del De vitandis super-
stitionibus calviniano e alla condanna al carcere a vita (ridimensionata per
l’intervento di personaggi come Giovanni Anguissola e Isabella Brese-
gna, figura di riferimento dell’eterodossia piacentina).139 E se al Doni
non sono riconducibili le ramificate connessioni riformate del Domeni-
chi, già nella successiva stagione fiorentina la sua attività editoriale sarà
densa di testi a forte connotazione ereticale140 e di assoluto rilievo è poi
il catechismo eterodosso inviato nel 1546 al calvinista senese Basilio
Guerrieri in cui si riporta la professione di fede di un tessitore illettera-
to, in cui è evidente l’immediata consonanza con il tema paolino della
contrapposizione dei semplici a filosofi e sapienti.141
137 Lando, Sferza (Procaccioli): 67.
138 Lando, Favole: 271-2.
139 Su questo fondamentale episodio si vedano Garavelli 2001: 199 e Garavelli
2004.
140 Si veda Firpo 1997: 196-203.
141 Doni, Lettere: II, 50v-52v. La lettera è analizzata con riscontri da testi di
Calvino in Marchetti 1975: 107-13 e riportata a 260-3.
258 Carte Romanze 3/1 (2015
)
D’altronde, se un serpeggiare di «forme di dissenso religioso»
nell’aristocrazia piacentina è stato spesso riconosciuto, il Landi rivela
una vicinanza a figure dell’evangelismo,142 in primo luogo il cardinal Fe-
derico Fregoso, suo parente (Giulio era cognato della sorella Costanza)
nonché alfiere dell’erasmismo italiano e suspectus de fide post-mortem.143
Che gli interessi religiosi del Landi fossero assai vivi, lo suggerisce poi il
fatto che già nel 1543, quando aveva pubblicato solo un testo apparen-
temente burlesco come la Formaggiata, era stato scelto dal Contile come
personaggio di uno dei Dialoghi spirituali sul tema della vita contemplati-
va. Anche le tarde Attioni morali144 sono rivelatrici di alcune idee religiose
dell’aristocratico piacentino; pur caratterizzate da un irrigidimento ari-
stocratico etico-sociale e da una chiusura nell’ortodossia religiosa, evi-
dente è che ancora si paga un pegno alle antiche letture e agli antichi in-
contri. L’opera è infatti una libera parafrasi dell’Artificialis introductio per
modo epitomatis in decem libros ethicorum Aristotelis di Lefèvre d’Étaples (a
sua volta propedeutica all’etica nicomachea), in forma di dialogo tra
Lefèvre d’Étaples stesso, il suo allievo Jules Clichtove, e l’abate Lorenzo
Bartolini, intermediario a Parigi forse nel 1519 tra l’ancor giovane Landi
e il pensatore francese (nonché corrispondente di Erasmo e amico del
Longolio).145
Se
l’intento
del
Landi
è
quello
di
“normalizzare”
figure
co-
steggiate
in
gioventú,
senza
nascondere
peraltro
le
accuse
di
eresia
che
le
142 Cosentino 2004: 386. Particolarmente coerente nel sottolineare un’insistita
contiguità con esponenti riformati, seguita poi da un «revisionismo riparatore» è Casti-
gnoli 2008, 31-38.
143 Si pensi al suo Pio et christianissimo trattato della oratione, pubblicato da Giolito nel
1542 e 1544, tra i libri sequestrati all’editore veneziano nel 1555. Il Fregoso inoltre nel
1536 intervenne a favore del Landi durante una incarcerazione per ragioni sconosciu-
te, su cui si veda Adorni Braccesi 2013: 117-20. Senz’altro, inoltre, il Landi era in stret-
ti rapporti con il card. Ercole Gonzaga, a sua volta vicino a figure in vario modo ri-
conducibili al campo eterodosso. Tra le sospette conoscenze del Landi figura anche il
Carnesecchi, per quanto il ruolo pubblico della futura vittima dell’Inquisizione sugge-
risca cautela nell’applicare un principio di transitività delle idee; cf. Firpo–Marcatto
1998-2000: II, 1100.
144 Per il primo volume del 1564, cf. Bongi 1890-1895: II, 198-200.
145 La segnalazione dell’opera si deve a Garin 1971, che in tre sole densissime
facciate indicò le prospettive di lettura nel segno di Erasmo e Agrippa dell’intera
produzione del Landi (pur non menzionando la Formaggiata e la stessa Vita di Esopo e
attribuendo l’orazione in lode dell’ignoranza al Doni). Oltre a Lenzi 1973, si vedano i
piú recenti e specifici Dartora 2002 e Dartora 2003.
G. Barucci
Un (nuovo)
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sop
o
cinquecentesco 259
colpirono,146
ancora
in
età
avanzata
i
commenti
del
Léfevre
a
Vangeli,
epistole
paoline
e
salmi
(testi
naturalmente
al
centro
delle
attenzioni
dei
riformati)
sono
contrapposti,
nella
prefazione
del
Landi,
sia
a
«quei
mae-
stri
e
scolari»
dediti
a
una
«filosofia
abbreviata,
sminuita,
et
imbrattata»
sia,
e
soprattutto,
a
quei
teologi
che
intorpidivano
la
scienza
sacra
con
«quistioni,
contentioni,
et
silogismi»,147
dove
è
facile
riconoscere
il
perdu-
rare
di
idee
depositate
anche
nella
figura
di
Esopo.
Questo
sistema
di
contatti
personali
e
di
idee
spiega
perché
gli
ele-
menti
di
satira
contro
la
filosofia
e
la
retorica
presenti
già
nell’Esopo
gre-
co
siano
nel
Landi
risemantizzati
secondo
la
cinquecentesca
satira
di
era-
smiana
ascendenza
contro
il
pedante,
visto
come
«negazione
del
valore
stesso
dell’attività
intellettuale
e
conoscitiva
dell’uomo»148
e,
a
un
ulterio-
re
livello
religioso,
nel
segno
della
paolina
sapienza
degli
stolti
e
della
fol-
lia
cristiana
(1
Cor.
17-31).
Tutto,
però,
in
un
sistema
di
piú
livelli
inter-
pretativi
di
matrice
parodica
che
vede
la
dimensione
filosofico-religiosa
celata
sotto
la
superficie
novellistico-comica
di
un
personaggio
burlesco
e
sfrontato.
Certo
il
padrone-filosofo
è
colpito
costantemente
dall’irrisio-
ne,
e
sintomatico
è
l’epiteto
di
monna
Tessa
attribuito
a
sua
moglie,149
con
l’ovvia
conseguenza
che
Xanto
diviene
uno
sciocco
Calandrino
e
ovviamente
il
«cosí
gran
filosofo,
e
saputo»
con
cui
poche
righe
prima
Esopo
lo
aveva
definito
assume
un
fortissimo
valore
sarcastico.150
Ciò
però
nel
Landi
va
ben
oltre
il
conflitto
originario
«tra
lo
schiavo
acuto
e
il
padrone
sciocco»,151
per
coinvolgere
due
diverse
concezioni
di
sapienza,
una
delle
quali
è
il
paradossale
ribaltamento
dell’altra.
Che
Xanto
non
sia
solo
la
vittima
di
uno
schiavo
mercuriale
e
bertoldesco,
ma
il
simbolo
di
una
filosofia
ossificata
e
vacua
superata
da
una
sapienza
superiore,
è
ri-
conoscibile
nelle
molteplici
tenzoni
incentrate
sul
linguaggio,
la
prima
delle
quali
già
nell’episodio
dell’acquisto,
in
cui
Esopo
simula
di
frainten-
dere
sempre
le
domande
del
filosofo.
Episodio
che
il
Landi
ricalca
su
Al-
do,
ovviamente,
e
che
pure
presenta
un
«costui
dice
bene,
e
meglio
parla
146 Lenzi 1973: 208-9. Beer 1996: 244 anzi ritiene che le Attioni «si propongono di
coniugare, alla luce dell’etica aristotelica, i precetti della filosofia morale con quelli
della “filosofia evangelica”».
147 Landi, Attioni morali: 6-7.
148 Falcone 1984: 80.
149 Landi, Esopo: 13r.
150 In Aldo, Esopo: Aiiiir, si aveva un philosophus uxorius che in Landi, Esopo: Aiiiir
viene reso sottolineando la subordinazione di Xanto a una «feminuccia».
151 La Penna 1962: 276.
260 Carte Romanze 3/1 (2015
)
del
mastro
nostro
e
di
prontezza
molto
lo
vince»152
ben
piú
marcato,
e
“tecnico”,
rispetto
all’aldino
superavit
praeceptorem.153
Il Landi insiste in molti episodi sul linguaggio vacuo e improprio
del filosofo, in cui – a fianco della piú generale polemica contro i pe-
danti – si può forse riconoscere la polemica di Agrippa contro filosofi,
teologi e grammatici, che investigano sulle parole e non intendono il
senso delle scritture. Ad esempio, allorché Xanto chiede a Esopo di
portare da bere, con l’esito di vedersi portare l’acqua di scolo, se in Al-
do lo schiavo si limita ad agire,154 nel Landi prima si chiarisce che «volle
Esopo insegnare al filosofo di parlare chiaramente, percioché quello
detto gli era paruto oscuro et improprio» e poi Esopo pontifica «parla-
mi tu adunque chiaro, o padrone, e non isfiguratamente, se vuoi essere
inteso: io per me non fu’ mai poeta né oratore».155 E immediatamente
dopo, nell’episodio della proditoria cottura della singola lenticchia da
parte di Esopo, questi – ai circonvoluti e moralistici inviti a pranzo da
parte del filosofo – fa da controcanto con un pungente e concreto «se le
parole empiessero il ventre a la brigata, qui si cenarebbe molto bene».156
Di contro Xanto, difendendosi con la moglie perché il cibo destinato “a
colei che lo amava piú di tutto” era stato dato da Esopo alla cagnetta di
casa, bolla lo schiavo frigio come «servitore troppo sofistico, et troppo
de le parole osservatore»157 (osservazione totalmente assente in Aldo in
cui si ha solo vides, domina, non meam esse culpam, sed eius qui tulit?),158 ma
che è conseguenza di un’imprecisione linguistica del filosofo. Cosí suo-
na quantomeno ironico l’appello di Esopo alla capacità filosofica di
Xanto di discernere il vero e il falso («parmi anche la verità haverti det-
ta, et credo che tu, sendo filosofo et saputo, giudicarai essere il vero»)159
152 Landi, Esopo: 9v.
153 Aldo, Esopo: [Aiiiv].
154 Ibi: [A5v].
155 Landi, Esopo: 14v-15r. Anche in occasione degli stomacanti banchetti
“filosofici” a base soltanto di lingua, alla richiesta di Xanto di comprare “ciò che ci
fosse di meglio” Esopo risponde in Aldo solo ego docebo herum non stulta mandare; cf.
Aldo, Esopo: [a7r]; in Landi, Esopo: 20v, invece, si insiste maggiormente sulla precisione
linguistica e concettuale «ti converrà uscire da cotesti tuoi commandamenti et parole
generali: et insegnarotti sapere chiaramente et distintamente commandare».
156 Ibi: 15v.
157 Ibi: 19r.
158 Aldo, Esopo: avi-v.
159 Ibi: 25r.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 261
quando difende la propria asserzione che alle terme ci fosse un solo
uomo perché un solo cliente aveva provveduto a spostare il sasso in cui
tutti inciampavano.
Segni di questa contrapposizione sono riconoscibili d’altronde in
numerosi altri aspetti; esemplare è la condanna scatenata dall’imprigio-
namento di Esopo allorché gli era stata invece promessa la libertà per
aver svelato gli indizi che avevano portato al dissotterramento di un te-
soro: l’amara domanda retorica dell’Esopo aldino huiusmodi, inquit, sunt
promissa philosophorum160 innesca nel Landi una ben piú ampia e acre ora-
zione imperniata sull’ipocrisia non del solo Xanto, ma di tutti i filosofi
morali: «o morale filosofia, in che mani sei, come sei tu ben da questi
tuoi predicatori, dottori, et laudatori observata».161 Il contrasto, ovvia-
mente, va ben oltre il piano morale o della coerenza, per toccare in pri-
mo luogo la differenza tra la sapienza di Esopo e la vacuità di Xanto e
della sua filosofia; ciò peraltro trovava formulazione già in occasione
della prima favola raccontata da Esopo nella vita, ossia il racconto della
matrigna che destina ai figli naturali il cibo che spetterebbe ai figliastri e
che vale a spiegare all’“ortolano” come mai le erbacce siano piú rigo-
gliose delle piante coltivate.162 In Aldo, Esopo pone esplicitamente la
propria superiorità su Xanto (il quale non aveva saputo trovare altra
spiegazione che rimandare alla volontà di Dio), affermando di essere in
grado di chiarire la questione che il filosofo non ha saputo risolvere
(quae enim a divina providentia fiunt, haec a sapientibus viris solutionem sortiuntur.
Oppone itaque me, et ego solvam problema).163 Il Landi crea invece una con-
trapposizione, che è una forzatura rispetto ad Aldo, tra due diversi
campi del sapere: una formazione metafisico-teologica alta di Xanto e
una bassa e materiale di Esopo.
le cause et gli effetti, i quali solamente da la divina providenza procedono,
ricercano de gli huomini saggi, pari tuoi, essere intese e poscia agli altri inse-
gnate, dichiarando in qual modo, e perché cosí vuole, et fa l’alta mente
d’Iddio; ma tai cose basse, a te non convengono, perciò mi dà l’animo di
sapere meglio di te rissolvere […]»)164
160 Ibi: Br.
161 Landi, Esopo: 31r-v.
162 Ibi: 13v ss.
163 Aldo, Esopo: a5v.
164 Landi, Esopo: 13v.
262 Carte Romanze 3/1 (2015
)
Poiché in realtà era stato chiarito che la questione dell’ortolano era dav-
vero di pertinenza di Xanto («benché a la intelligenza de’ filosofi appar-
tenesse»), il sarcasmo è evidente; ciò che piú importa, però, è che in
Landi tale sarcasmo viene a coinvolgere la polarizzazione tra un sapere
che diventa astratto e fumoso in Xanto e la vera sapienza, reale perché
concreta e naturale, di Esopo. Non a caso, al termine della spiegazione,
mentre l’ortolano di Aldo è solo delectatus, a quello del Landi «piacque
questa risoluzione […] e molto gli entrò nel capo»,165 a sancire una su-
periore forza persuasiva, ma anche argomentativa, dell’apologo in virtú
della sua dimensione analogica.166
Nitida, sia pur “subdolamente”, è la contrapposizione tra la sfera di
interesse dei filosofi e quella di Esopo anche nell’orazione, imbeccata da
Esopo stesso, tenuta da Xanto di fronte all’assemblea dei Samii per
spiegare perché sarà il suo schiavo, e non egli stesso, a dare un’interpre-
tazione del prodigio dell’aquila.167 Nel discorso si pongono infatti in
contrasto (e, si ricordi, sono in realtà parole di Esopo di cui il filosofo è
una marionetta) l’alta speculazione di Xanto e il campo di azione di
Esopo, ossia «le cose da le bestie et da gli uccelli straordinariamente fat-
te». Un ambito che Xanto dichiara per lui di nessun interesse e sul quale
non ha mai voluto «rompersi il capo, et beccarsi il cervello», poiché gli
animali sono «senza alcuno discorso de l’intelletto», ragion per cui non
possono “significare” agli uomini alcunché di rilevante per loro.168
Un’asserzione la cui fallacia è ovviamente dimostrata vana dal fatto che
Esopo poi saprà dare una spiegazione del prodigio; d’altronde, proprio
perché contenuta nell’opera volta a narrare la vita di colui che ha com-
posto favole basate sulla corrispondenza tra uomini e animali, essa non
può che conferire una chiara connotazione negativa a chi la pronuncia,
ribadita dalla conclusione di Esopo – assente nel latino – quando sarà
lui a parlare direttamente di fronte ai Samii: «veramente è cosa molto
ingiusta, che s’io fossi piú saputo et dotto che non è il mio padrone, ra-
165 Ibi: 14r.
166 È interessante osservare che proprio questo episodio torna nella dedica al To-
lomei del quinto libro delle Attioni morali, allorché si fa menzione di quell’«Esopo, il
quale scioglieva i dubbii, che ’l Filosofo suo padrone non sapeva risolvere» come para-
digma di giudizio sulle virtú morali; cf. Landi, Attioni morali: 396.
167 Landi, Esopo: 33r-v.
168 La traduzione Aldo Esopo: [Bv] si limita ad asserire ego neque prodigia solvere didici,
neque augurari.
G. Barucci
Un (nuovo)
E
sop
o
cinquecentesco 263
gionevole non è che la virtú et la scienza mia stia soggetta, et soffocata
da la ignoranza sua».169
Ciò è riconoscibile anche in un elemento inserito dal Landi in occa-
sione di quello che, sostanzialmente, è l’episodio fondamentale della Vi-
ta, ossia il sogno in cui la divinità (Diana o Iside che sia) concede a
Esopo non solo la guarigione dalla balbuzie, ma anche la capacità di
raccontare favole. Se quest’ultimo, infatti, è tanto in Del Tuppo quanto
in Aldo l’unico dono (rispettivamente «e voglio che sei inventore de
multe e varie fabule»170 e fabularum […] doctrinam),171 nel Landi la dea
concede «anche la scienza, et interpretazione delle parabole, e degli
enigmi, e la inventione delle morali e prudenti fittioni». Già “favole”
viene sostituito significativamente da un sintagma che rimanda tanto a
un uso piú meditato e tecnico («fittioni») quanto a una chiave interpre-
tativa che rimanda alla sfera morale; in piú, a questa sfera “attiva” si as-
socia quella “passiva” di decriptatore di «parabole» e di «enigmi», un
aspetto che certo ha la sua matrice nella stessa vita di Esopo e
nell’immaginario vulgato, ma che anche (perché enunciato in un pas-
saggio fondamentale) proietta il favolista frigio in una sfera di cono-
scenze ermetiche e simboliche (facendone insieme però un solutore di
quei giochi di società tipici della cultura cinquecentesca).
8. UN AMBIGUO ESOPO SILENICO
L’Esopo landino, dunque, nell’insieme si colloca nel pieno della reazio-
ne anti-intellettualistica del Rinascimento piú inquieto e caratterizzato
da scetticismo ed empirismo. Il mondo di Esopo, infatti, è contraddi-
stinto dal procedimento analogico, e soprattutto da una correlazione tra
umano e naturale che riporta al magismo esemplificato in particolar
modo da Agrippa e al rigetto di speculazioni e sillogismi filosofici.172 Un
169 Landi, Esopo: 34v.
170 Del Tuppo, Esopo (De Frede): 15.
171 Aldo, Esopo: Aiir.
172 Non a caso nella lettera al lettore l’Agrippa attacca coloro che sprezzano le
Scritture «perché elle non hanno ornamenti di parole, forze di sillogismi, affettate
persuasioni, né peregrina dottrina di filosofi, ma semplicemente son fondate
nell’operazione della virtú e nella nuda fede»; si cita dalla traduzione di Ludovico
Domenichi, in Agrippa, De vanitate (Provvidera): 21.
264 Carte Romanze 3/1 (2015
)
ambito che, naturalmente, vede la compresenza di Erasmo, non solo
per la sua polemica contro i pedanti ma soprattutto per certe sue posi-
zioni religiose che avevano portato l’umanista olandese a quella reductio
ad Lutherum che ne aveva fatto, presso i polemisti cattolici, il brodo di
coltura dei protestanti.173 Se, come è stato osservato, per l’Ortensio
Lando paradossale è possibile parlare di un «duplice livello di predica-
zione» nel segno di «processi dissimulanti e nicodemitici della “doppia
verità”»,174 si può ipotizzare che lo stesso processo sia applicabile al
Landi, il cui Esopo, dunque, sarebbe un eccezionale veicolo per “con-
trabbandare” – a un livello profondo di letture – altre figure.
In particolar modo, Esopo si presenta come un’attualizzazione-
recupero del Socrate-sileno su cui si incardina uno dei piú ampi, affasci-
nati e polemicamente ambigui adagi di Erasmo, giocato sul ribaltamento
tra apparenza e realtà e che si conclude con l’invito a una radicale ri-
forma della spiritualità cristiana.175 Un nesso, quello tra il favolista e il fi-
losofo, che era peraltro già dato, nel Fedone platonico (60c-61b),
dall’episodio in cui Socrate, in attesa della morte, versificava le favole di
Esopo viste come miti filosofici, tanto da far supporre al filosofo ate-
niese che se il favolista frigio avesse considerato la stretta connessione
di dolore e piacere ne avrebbe tratto un apologo.
Ma il contatto tra il fortunato Socrate di Erasmo ed Esopo si inne-
sca in molti snodi del racconto: elementi già presenti nell’originale greco
ma spesso marcati nella versione landina, profilando cosí un Esopo che
condivide appieno la dimensione silenica. Il primo elemento comune è
naturalmente la bruttezza, giacché il sileno esemplare – sulla scorta delle
parole di Alcibiade nel Simposio – è notoriamente Socrate, simile a quelle
figure intagliate dalle grossolane fattezze ma costruite per aprirsi e sve-
lare l’immagine interna della divinità. Erasmo, all’inizio della sua lunga
glossa, accentua infatti – con il ricorso anche a molteplici fonti classi-
che176 – la bruttezza di Socrate:
173 L’acme delle traduzioni di Erasmo cade nel 1540-1554, il momento di massi-
mo livello raggiunto dalla riforma in Italia prima del riflusso, cf. Seidel Menchi 1987:
41-7. La figura dell’Esopo landino si colora di un aspetto «morale e spirituale di ispira-
zione erasmiana» anche per Beer 1996: 247.
174 Selmi 1998: 84.
175 Erasmo (Seidel Menchi 1981): 159-190.
176 Erasmo (Margolin): 17. La bruttezza di Socrate viene peraltro calcata rispetto
alla fonte immediata.
G. Barucci
Un (nuovo)
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cinquecentesco 265
Facies
erat
rusticana,
taurinus
aspectus,
nares
simae
muccoque
plenae.
Sannionem
quempiam
bardum
ac
stupidum
dixisses.
Cultus
neglectus,
sermo
simplex
ac
plebeius
et
humilis,
ut
qui
semper
aurigas,
cerdones,
fullones
et
fabros
haberet
in
ore».177
Una bruttezza apparente che cela una sapienza profonda, nel segno del
contrasto filosofico tra falsità e verità; è da osservare al riguardo da su-
bito la ribadita insistenza con cui nell’Esopo landino si sancisce la ne-
cessità di procedere oltre le apparenze; cosí, sulla piazza del mercato in
cui si trova per essere venduto, il favolista denuncia l’incapacità
dell’asfittica filosofia di Xanto di penetrare le apparenze: «non mirare, o
filosofo, le qualità del viso, anzi guarda pur bene e considera l’animo e
la mente».178
Né è solo la comune bruttezza esterna ad accomunare Socrate ed
Esopo, ma anche il dono della parola, una capacità di fare discorsi
all’apparenza “ridicoli”; Socrate, infatti, per Alcibiade tiene discorsi che
non fanno altro che parlare “di asini da soma, di fabbri, di sellai, di con-
ciatori” ma, a saperci guardare dentro, “sono i soli, fra tutti, ad avere un
senso profondo” e gli unici che debba avere presente chi voglia “diven-
tare un vero galantuomo”. E lo stesso socratico sermo simplex ac plebeius et
humilis menzionato da Erasmo è, naturalmente, formula pienamente ap-
plicabile alle favole esopiche, cosí come le facezie da buffone (Denique
iocus ille perpetuus nonnullam habebat morionis speciem)179 trovano facile corri-
spondenza nelle facezie di Esopo, e la già vista insistenza del Landi su
“burle” e “beffe” e “giarde” potrebbe trovare spiegazione anche nella
volontà di costeggiare maggiormente il Socrate erasmiano; e, ancora, se
è palese la corrispondenza tra la fortuna tenuis di Socrate e la marginalità
sociale di Esopo, persino il riferimento alla insopportabile Santippe
177 Erasmo (Seidel Menchi 1981): 162, 25-28.
178 Landi, Esopo: 10r. Particolarmente rilevante è che il Landi espliciti fin dal
ritratto iniziale la contrapposizione paradossale «Ma quanto egli fu di leggiadra e bella
mente, tanto fu egli di corpo sopra ogn’altro mortale deforme» (ibi: 2r), mentre in
Aldo il passaggio era piú sfumato: «Sed quamvis ad res varias, et in divera loca corpus
transferret, a propria tamen sede illum traducere non potuit. Fuit autem non solum
servus, sed et deformissimus omnium suae aetatis hominum»; cf. Aldo, Esopo: [A1v].
Particolarmente accentuata è anche l’espansione dell’ammonimento ai Samii a non
volerlo giudicare per l’aspetto rispetto alle tre righe di Aldo, Esopo: [B1v]; cf. Landi,
Esopo: 34r.
179 Erasmo (Seidel Menchi 1981): 162, 32-33.
266 Carte Romanze 3/1 (2015
)
(uxor qualem ne vilissimus quidem carbonarius ferre posset)180 potrebbe spiegare
l’ulteriore accentuazione negativa della moglie di Xanto. La stessa con-
trapposizione tra il non saper nulla di Socrate e la pretesa degli pseudo-
sapienti di sapere tutto181 non corrisponde in fondo solo a quella tra
Esopo e i filosofi, ma trova puntuale risonanza persino nell’episodio
della vendita al mercato, quando i suoi compagni di schiavitú, il “canto-
re” e il “grammatico”, interrogati sulle loro capacità rispondono di «sa-
pere ogni cosa fare» lasciando a Esopo solo la possibilità di non sapere
fare “nulla”.182
Allo stesso modo l’apparente inettitudine di Socrate per gli incarichi
politici, e l’irrisione da cui viene colpito in occasione di un discorso
all’assemblea,183 riaffiora facilmente nel lettore che si imbatte
nell’accoglienza, pur con differente esito, ricevuta da Esopo quando si
appresta di fronte ai Samii a decriptare l’episodio dell’aquila.
[…] risonò un gran pezzo il theatro per le gran risa del popolo, perché, rap-
presentatasi ne gli alti seggi del theatro quella rara deformità et singolare
bruttezza, furono i bisbigli infiniti; chi diceva “Oh ve’ viso di dottore”, altri
“ve’ bel vaso di scienza”, altri “oh vedi bocca da lasagne”, e “cotestui saprà
parlare?” […].184
Ma la dimensione del Sileno, è noto ed è qui che si innesta la pericolosa
radicalità dell’adagio, riguarda anche Cristo, mirificus quidam Silenus:185 co-
lui che – nel solco del carnevalesco cristiano medioevale e umanistico186
– svuota e ribalta le forme sociali facendosi «simbolo di un mondo
all’incontrario».187 Né solo gli apostoli sono poveri e incolti, senza cultu-
180 Ibi: 162, 29-30.
181 «Cum ea tempestate ad insaniam usque ferveret inter stultos profitendi
sapientiam ambitio nec unus esset Gorgias, qui se nihil nescire iactitaret, et ardelioni-
bus huiusmodi nusquam non referta essent omnia, solus hic hoc unum scire se dictita-
bat quod nihil sciret» (ibi: 162, 33-36).
182 Landi, Esopo: 8v-9v.
183 «Videbatur ineptus ad omnia reipublicae munia, adeo ut quodam die, nescio
quid apud populum adorsus agere, cum risu sit explosus», (Erasmo [Seidel Menchi
1981]: 162, 36-38).
184 Esopo (Landi): 33v. Anche in questo caso, naturalmente, ben piú marcata è
l’opzione del Landi rispetto a quella di Aldo.
185 Erasmo (Seidel Menchi 1981): 164, 67.
186 Selmi 1998: 77.
187 Erasmo (Margolin): 37.
G. Barucci
Un (nuovo)
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cinquecentesco 267
ra alta e formale, pauperes, inculti, illiterati, ignobiles, imbecilles, abiecti188 quali i
destinatari delle favole esopiche, ma Cristo stesso presenta una storia di
povertà, marginalità e fame, nonché l’abitudine a vivere con i semplici
in contrapposizione a cattedre e scuole, e infine un aspetto privo di bel-
lezza e decenza.
Tenues et obscuri parentes, domus humilis, ipse pauper et pauculos et pau-
perculos habuit discipulos, non e magnatum palatiis, non e phariseaeorum
cathedris, non e philosophorum scholis, sed a telonio et retibus ascitos.
Tam vita quam a voluptatibus omnibus aliena per famem, per lassitudinem,
per convicia, per ludibria, ad crucem denique pervenit. […] non erat […] ei
species neque decor.189
Cristo è dunque leggibile secondo un codice di paradossale ribaltamen-
to che avrà particolare fortuna presso le figure piú vivaci del dissenso
politico-religioso;190 davvero significativo in merito è un passo del para-
testo della volgarizzazione del Vangelo di Matteo uscita a Venezia nel
1547, due anni dopo l’Esopo, “per cura” di Bernardino Tomitano, i cui
problemi con l’Inquisizione sono ben noti. Con chiaro riferimento era-
smiano, il Vangelo è infatti presentato come il luogo del paradossale ri-
baltamento – silenico – dei valori mondani:
Quivi si insegna l’altezza dell’humiltà, la ricchezza della povertà, la sanità
delli infermi, la dottrina de gli ignoranti, la libertà della priggione, l’allegrezza
de i sconsolati, et la dolcezza delle persecuzioni. Al contrario si vede, quan-
to è bassa la gloria de i superbi, quanto mendica la felicità de i ricchi, quanto
inferma la prosperità de i sani, quanto oscura la sapientia dell’humane dot-
trine, quanto serva la libertà de i liberi, et quanto instabile la felicità de i beni
mondani.191
È
tutta
la
letteratura
paradossale
e
quella
eterodossa
del
“piacentiniz-
zante”
Lando
nella
sua
massima
evidenza
in
Italia
a
costituire,
d’altronde,
un
ribaltamento
dei
paradigmi
sociali
e
mondani,
asserendo
la
superiorità
di
disgrazie,
povertà,
prigione,
umili
origini,
esilio,
pianto,
188 Erasmo (Seidel Menchi 1981): 164, 102-3.
189 Ibi: 164, 71-7.
190 Erasmo (Seidel Menchi 1980): LIX.
191 Espositione letterale del testo di Mattheo evangelista di M. Bernardino Tomitano, in Ve-
netia, per Gio. dal Griffio, 1547, Dedicatoria, a2v-3r , citato in Lando, Paradossi (Cor-
saro): 23.
268 Carte Romanze 3/1 (2015
)
morte;192
eventi,
tutti,
riconoscibili
nella
biografia
di
Esopo.
Cristo
è
dunque
un
sileno
la
cui
povertà
è
in
realtà
ricchezza,
la
debolezza
gloria,
l’ignominia
gloria.193
La
stessa
sapienza
del
Cristo
erasmiano
si
contrap-
pone
a
quella
dei
filosofi
e
dei
sapienti
(e
si
noti
la
stilettata
ad
Aristotele)
giocata
su
“definizioni,
conclusioni
e
proposizioni”,
che
troppo
da
pres-
so
ricordano
il
«non
con
diffinitioni,
non
argomenti
e
silogismi»
che
ca-
ratterizzava
la
pratica
filosofica
di
Esopo
in
apertura
della
vita
landina.
Adeo ut non raro plus verae germanaeque sapientiae deprehendas in uno
quopiam homuncione […] quam in multis theologorum tragicis personis ac
ter quaterque magistris nostris, Aristotele suo turgidis, magistralium defini-
tionum, conclusionum et propositionum turba differtis.194
È l’occasione per attaccare il ribaltamento delle parole praticato dai sag-
gi e dai filosofi: Deinde ex praeposteris opinionibus praepostera rerum vocabula.
Quod excelsum est humile vocant, quod amarum dulce, quod preciosum vile, quod
vita mortem.195 Una polemica che trova ulteriore risonanza nelle accuse di
Esopo ai filosofi e a Xanto di “non sapere parlare”.
La parola di Socrate, invece, è semplice e umile, adatta a fabbri e
cocchieri; e cosí è il linguaggio di Cristo, le cui parabole sono rozze e
incolte, a loro volta silenicamente caratterizzate da un rozzo involucro
esterno e una sapienza interna.
Evangelicas parabolas, si primum estime corticem, quis non iudicet hominis
esse idiotae? Si nucem frangas, nimirium reperies arcanam illam ac vere
divinam sapientiam planeque quiddam ipsi Christo simillimum.196
Il nesso tra parola cristiana e auditorio di semplici era d’altronde al cen-
tro dei polemisti antierasmiani, specie italiani, che accusavano
l’intellettuale olandese di rendere la teologia cosa per ceti popolari: cer-
dones, coquos, rusticos et mulierculas per Alberto Pio, ad esempio, nel suo In
192 Ibi: 9.
193 «Quam ineffabilem reperies thesaurum, in quanta utilitate quale margaritum,
in quanta humilitate quantam sublimitatem, in quanta paupertate quantas divitias, in
quanta infirmitate quam incogitabilem virtutem, in quanta ignominia quantam gloriam,
in quantis laboribus quam absolutam requiem, denique in morte tam acerba perennem
immortalitatis fontem», Erasmo (Seidel Menchi 1981): 164, 81-5.
194 Ibi: 166, 124-30.
195 Ibi: 172, 253-5.
196 Ibi: 168, 177-80.
G. Barucci
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locos Erasmi retractandos;197 un abbassamento, dunque, sovrapponibile tan-
to a quello cercato dai riformati nel loro processo di traduzione delle
sacre scritture – il Brucioli nella dedicatoria della sua traduzione, para-
frasando lo stesso Erasmo, auspicava la conoscenza delle Scritture da
parte dell’aratore, il tessitore, il nocchiero, e sperava che «la reverenda
matrona, a’ servizi della casa intenta o alla roccha tirando la chioma, re-
citasse alcuna cosa dello Evangelio alle piccole nipote et figliuole»198
quanto a quello operato dallo stesso Socrate dei Sileni.
Ma una superficie popolaresca e un senso profondo interno hanno
le stesse favole esopiche – che, forse con voluta ambiguità, Landi aveva
designato «belle parabole» in una sede importantissima come la defini-
zione iniziale della sapienza di Esopo in contrapposizione ai filosofi –
istitutivamente rozze e rivolte ai semplici di cuore, fanciulli e incolti; né
forse è un caso che il Landi, nella programmatica presentazione dei fini
della sua volgarizzazione all’Anguissola, avesse parlato proprio di una
«divina sapienza» di Esopo, riecheggiando la divina sapientia reperibile
nelle parabole evangeliche; né forse è un caso che la metafora della noce
e del guscio usata da Erasmo per le “favole” di Gesú (chiara ipostasi
della contrapposizione tra rozzezza esteriore e dolcezza interna) sia cosí
simile a quella della castagna che, ne Lo specchio di Esopo di Pandolfo
Collenuccio, viene a essere correlativo tanto del favolista quanto dei
suoi apologhi, sicché sia il primo sia i secondi vengono a costituire in ta-
le ottica un efficacissimo emblema dell’innalzamento del basso e comi-
co a «significante sublime del discorso e del messaggio evangelico».199
Anzi, in un certo senso la figura di Esopo può essere letta come ve-
ra imitatio Christi,200 e può valere la pena ricordare un passo dell’Ochino,
contenuto in una lettera a Gian Matteo Giberti del 1542, in cui si rac-
comandava di «predicare Christo in maschera et parlare in gergo».201
Esopo, quindi, come maschera di Cristo? O persino come forma di ni-
codemismo? L’Esopo landino è d’altronde immediatamente a ridosso
della fuga di Ochino e Vermigli, e della prima convocazione del Conci-
lio e dell’istituzione del Sant’Uffizio romano, che costituisce il momen-
197 Seidel Menchi 1987: 53-4.
198 Ibi: 89.
199 Selmi 1998: 77.
200 Beer 1996: 248.
201 Si legge in Garavelli 2004: 15, n. 13 insieme a molte altre simili. Sulla
simulazione in ambito religioso si veda quantomeno Biondi 1974.
270 Carte Romanze 3/1 (2015
)
to dell’inabissamento di vaste aree di dissenso per un atteggiamento piú
prudenziale. Anche altri tratti “biografici” di Esopo, oltre a quelli già vi-
sti nella triangolazione indotta dall’Adagio 2201, potrebbero rafforzare
tale impressione, come ad esempio la costante tenzone di Esopo con fi-
losofi e dotti nella quale si potrebbe riconoscere quella di Cristo con
scribi e farisei.202 Entrambi, inoltre, muiono vittime innocenti di una
congiura provocata dall’ostilità nata in ambito sacerdotale contro chi ne
erodeva il potere e i fondamenti. E nell’acre polemica contro i sacerdoti
di Delfi un lettore cinquecentesco avrebbe potuto facilmente riconosce-
re una polemica contro il sacerdozio cattolico e il suo uso economicista
di pellegrinaggi e culti dei santi. Persino nel vociare contro Esopo co-
struito sui discorsi riportati tipici della novella contemporanea («tutti ad
una voce gridavano “moia il rubaldo”, “impichisi il ladrone”, “abbrugisi
il sacrilego”, “squartisi il traditore”, “assassino”»)203 potrebbe essere vi-
sto un dissimulato crucifige.
9. CONCLUSIONE: UN PARATESTO PER LA GIOVENTÚ
Se è questo l’ambiguo e non sempre coerente progetto del Landi, è da
osservare che la sua Vita godrà di una singolare fortuna che, facendone
un testo quasi istituzionale, ne tradirà al contempo gli intenti; nel solo
Cinquecento, infatti, si conteranno almeno quindici edizioni, in un flus-
so che non si arresterà fino al 1870, tanto da farne la “versione ufficia-
le” a uso della «studiosa gioventú» italiana, come detta il sintagma inseri-
tosi nel sottotitolo già nel 1574 e che sarà poi tratto caratterizzante della
tradizione. Siamo però ormai di fronte a un vero e proprio testo intro-
duttivo alle favole di Esopo, e dunque con un profilo ben diverso da
quello disegnato originariamente dal Landi, con la conseguenza di deru-
bricare la vita landina a una sorta di accessus all’autore come ormai im-
202
Agrippa
concludeva
il
suo
De
incertitudine
ac
vanitarum
scientiarum
richiamando
proprio
il
rifiuto
di
Gesú
dei
sapienti:
«Cosí
leggiamo
ne
gli
Evangelii
in
che
modo
Cristo
fu
ricevuto
da
gli
idioti,
dalla
roza
plebe
e
dalla
semplice
turba
de
i
popoli,
il
quale
da
principi
de
sacerdoti,
da
i
dotti
nella
legge,
da
gli
scribi,
da
i
maestri
e
da
i
rabini
era
sprezzato,
beffato
e
perseguitato
fino
alla
morte;
e
però
Cristo
anch’egli
non
elesse
i
suoi
apostoli
non
rabini,
non
scribi,
non
maestri,
sacerdoti,
ma
uomini
idioti
del
vulgo
ignorante,
privi
d’ogni
scienza,
indotti
et
asini»,
cf.
Agrippa,
De
vanitate
(Provvide-
ra):
508.
203 Landi, Esopo: 48v.
G. Barucci
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poneva la tradizione per gli autori canonizzati. Caso esemplare è già nel
1561, l’edizione per i tipi milanesi di Giovann’Antonio degli Antonii in
cui la vita viene accompagnata da un massiccio corpus di quattrocento
favole (La vita di Esopo tradotta et adornata dal S. Conte Giulio Landi, alla
quale di nuovo sono aggiunte le Favole del medesimo Esopo et di alcuni altri elevati
ingegni), in cui però manca qualsiasi forma di avantesto, dedica
all’Anguissola inclusa, che permetta di inquadrare meglio l’operazione e
il contesto culturale, disinnescando cosí ogni intento politico o polemi-
co o morale e riducendo la Vita a facile e godibile biografia di un autore
di favole.
Guglielmo Barucci
(Università degli Studi di Milano)
RIFERIMENTI
BIBLIOGRAFICI
LETTERATURA
PRIMARIA
Aesopica
(Ferry)
=
Aesopica.
A
series
of
texts
relating
to
Aesop
or
ascribed
to
him
or
closely
connected
with
the
literary
tradition
that
bears
his
name.
Collected
and
critically
edited,
in
part
translated
from
oriental
languages,
with
a
commentary
and
historical
essay,
by
B.E.
Perry,
Urbana,
University
of
Illinois
Press,
1952.
Agrippa,
De
vanitate
(Provvidera)
=
Henricus
Cornelius
Agrippa
von
Nettesheim,
Dell’incertitudine
e
della
vanità
delle
scienze,
a
c.
di
Tiziana
Provvidera,
Torino,
Aragno,
2004.
Aldo,
Esopo
=
Aldo
Manuzio,
Vita
Aesopi
in
Habentur
hoc
volumine
haec,
vide
licet
Vita,
et
fabellae
Aesopi
cum
interpretazione
latina
[…],
Venezia,
Aldus,
1505.
Betussi,
Raverta
=
Giuseppe
Betussi,
Raverta,
Venezia,
Giolito,
1544.
Bonfadio
(Greco)