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Evoluzione, Cambiamento e Progresso: Tra Metafora e Frame

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METAFORE
DEL VIVENTE
Linguaggi e ricerca scientifica
tra filosofia, bios
e
psiche
a cura di
Elena Gagliasso, Giulia Frezza
FrancoAngeli
Milano, 2010
3. Evoluzione, cambiamento
e progresso tra metafora e frame
Vito Evola*
1. Evoluzione: dalla scienza alla vita quotidiana
L'evoluzione è una di quelle nozioni che è uscita dal mondo scientifico
ed è entrata nella cultura popolare e nel parlato comune, grazie al fatto che
se pure la teoria presenta dei fenomeni altamente strutturati a livello concet-
tuale. essi sono facilmente intuibili a livello generico. "Evoluzione" è di-
ventata in effetti una metafora semplice da sfruttare per parlare del cam-
biamento o del progresso di un'entità, per cui per esempio si sente parlare
dell'evoluzione di un pensiero, dell'economia o di Internet. A differenza
della teoria formale e scientifica, si ha comunemente solo una vaga idea,
seppure sufficiente, di cosa sia l'evoluzione, e quest'idea costituisce un
Modello cognitivo idealizzato (Mci), ossia un dominio esperienziale alta-
mente strutturato e socio-culturalmente condiviso che definisce la cono-
scenza propria di una categoria (Lakoff, 1998; Evola, 2010).
In questo capitolo si presentano alcune metafore utilizzate da Charles
Darwin nella sua formulazione della teoria dell'evoluzione; si focalizzerà
poi l'attenzione sulle modalità con cui la teoria stessa è divenuta un Mci e
una metafora anche utilizzata in ambiti diversi dalla biologia. Si ipotizza, in
seguito, che nel concetto comune di evoluzione vi siano almeno due frame
semantici che influenzano il concetto stesso, e che sono fortemente connes-
si al modo di concepire sia il tempo nel quale avviene la variazione che la
causa diretta della variazione stessa: a) il frame di cambiamento, usato nel-
l'ambiente biologico-scientifico e b) quello di progresso nell'uso popolare.
Quest'ultimo implica il riferimento alla teleologia, e quindi anche a memo-
ria, volizione e intenzionalità: tutte proprietà comunemente concepite in
* Dipartimento di Scienze filologiche e linguistiche, Università di Palermo; Department
of Linguistic, University of California, Berkley; vito.evola@gmail.com.
via i migliori da adottare affinché il pubblico naturalista lo faccia proprio (Wallace,
cit. in Al-Zahrani, 2008, p. 54)3.
Altri naturalisti hanno accusato Darwin di ingenuità, in quanto «la sele-
zione naturale richiede un'osservazione costante da parte di un "essere" in-
telligente che compie delle scelte, come nel caso della selezione che opera
l'uomo» (Al-Zahrani, 2008, p. 55); inoltre la sua tattica retorica di personi-
ficare la Natura rendendola un essere intelligente non era ritenuta scientifi-
ca. Nonostante ciò, Darwin continuò a sostenere che vi fossero molti van-
taggi nell'uso dell'analogia tra selezione naturale e artificiale4. In difesa
della sua scelta di usare l'espressione "selezione naturale", e con tono deri-
sorio, egli scrisse altrove: «se debba essere rifiutato o meno dipende dalla
"sopravvivenza del più adatto"» (Darwin, 1964).
Questa metafora è un esempio di una theory-constitutive metaphor
(Boyd, 1979), la cui funzione è di fissare il referente, suggerire delle strate-
gie per la ricerca futura e invitare il lettore a trovare somiglianze e analogie
tra i due soggetti, incluse quelle ancora non pienamente scoperte.
Esiste un'importante classe di metafore che svolge un ruolo nello sviluppo e
nell'articolazione di teorie in riferimento a scienze relativamente mature. La loro
funzione (è di) espletare il compito di conciliare la lingua alle strutture causali del
mondo. Con ciò mi riferisco al compito di introdurre una terminologia e modificare
l'uso di una terminologia già esistente, sicché sono disponibili delle categorie lin-
guistiche che descrivono causalmente e spiegabilmente gli elementi significativi
del mondo (Boyd, 1979, pp. 482-3).
A prima vista sembrerebbe che la metafora scelta da Darwin sia basata sulla
personificazione della natura, ovvero sulla metafora concettuale di tipo ontolo-
gico la natura è una persona e in particolare un'allevatrice. Occorre ricordare
il valore semantico molto più profondo degli elementi lessicali come il termine
3 Questa e le successive traduzioni sono mie.
4 Nella terza edizione della sua Origine, infatti, Darwin aggiunse: «Indubbiamente, nel sen-
so letterale della parola, il termine selezione naturale è erroneo; ma chi ha mai criticato i chimici
quando parlano di affinità elettive dei vari elementi? Tuttavia non si può dire in senso stretto che
l'acido elegga la base con cui si combina meglio. Si è detto che io parlo di selezione naturale
come di una potenza attiva o di una divinità, ma chi mai muove obiezioni a un autore che disser-
ta sull'attrazione della gravità, come della forza che regola i movimenti dei pianeti? Tutti sanno
che cosa significano e implicano tali espressioni metaforiche, che sono quasi necessarie per
ragioni di brevità. È altresì molto difficile evitare di personificare la natura, ma per natura io
intendo soltanto l'azione combinata e il risultato di numerose leggi naturali, e per leggi la se-
quenza di fatti da noi accertati. Per chi ha un minimo di familiarità con l'argomento tali obie-
zioni superficiali sono del tutto trascurabili» (Darwin, 1964, pp. 92-3; corsivo aggiunto).
"allevamento", che seguendo la terminologia di Black (1983b) è di per sé una
metafora "dormiente". Per mezzo delle sue qualità naturali, infatti, la madre fa
nascere la sua prole e la fa crescere, appunto allevandola. Per estensione meto-
nimica, la parola viene usata per indicare la custodia di animali al fine di ripro-
durne altri tramite la selezione degli accoppiati. In ogni caso la metafora con-
cettuale che soggiace alla metafora dormiente la natura è un'allevatrice è la
metafora l'allevatore è madre. Darwin ha saputo sfruttare la struttura della me-
tafora concettuale, anche grazie alla già diffusa espressione metaforica "madre
natura", per cui la natura è al contempo madre e allevatrice.
3. La natura antropomorfizzata: ambiguità, inferenze e implicazioni
della metafora
Una delle implicazioni più pericolose nelle metafore darwiniane è pro-
prio che la natura sembri risultare animata da motivi teleologici in quanto
concepita come allevatrice. Una prima inferenza a partire da tale impiego
metaforico è che la natura si prende cura dei suoi "piccoli", cercando il me-
glio per loro, facendoli crescere nel miglior modo possibile, per cui ogni
creatura tende a svilupparsi per il suo proprio beneficio. La natura, come
l'uomo che alleva, o come una madre, risulterebbe così avere uno scopo in-
telligente: selezionare gli individui in base alle proprie qualità, affinché la
specie (o nella compressione metonimica, l'individuo) possa "perfezionar-
si". Nella metafora della selezione naturale, secondo cui la madre natura è
allevatrice, quindi, viene messo in risalto il ruolo selettivo e teleologico del-
la natura stessa quasi come fosse una "forza causale": questa è una chiara
inferenza che nasce dall'uso della metafora.
Gli esseri umani tendono a concettualizzare il mondo in due modi oppo-
sti: da un lato si tende a de-umanizzare aspetti particolari di se stessi, per
cui vi è un'inclinazione a concettualizzare, per esempio, le proprie emozio-
ni così come gli animali o gli oggetti con cui si interagisce; dall'altro lato,
invece, si tende ad antropomorfizzare la natura, le forze altrimenti inspie-
gabili o gli strumenti con i quali si interagisce. L'arte della scrittura scienti-
fica risiede nel sapere creare quell'equilibrio tra (a) usare l'animatezza - sia
per motivi pragmatici che metalinguistici - e (b) controllarla in modo tale
che non si infiltri nel processo che si sta descrivendo (Low, 2005, p. 133).
Forse è ciò che ha voluto fare Darwin nell'apologia precedentemente de-
scritta, proprio perché, così come i suoi contemporanei, si era reso conto
che le metafore che lui stesso impiegava avevano dei vantaggi, ma poteva-
no anche creare pericoli non sempre prevedibili.
A nostro parere il rischio più grosso insito in queste metafore potrebbe
essere proprio la concettualizzazione della natura in termini antropomorfici.
L'essere umano, come tutte le altre specie del regno animale è dotato di in-
telligenza, memoria, intenzionalità e volizione, ma solo a livello individuale
o ontogenetico. Però tramite compressione concettuale, la filogenesi è vista
in termini ontogenetici. Come ha notato Darwin stesso è un'assurdità dire
che la natura possa individuare delle qualità particolari in una specie, sele-
zionarle e guidarle: la natura non ha capacità di previsione, né può essere
teleologica. È un argomento fallace dire, quindi, che ci possa essere progres-
so evoluzionistico5 e, anche se Darwin parla di "progresso" e di "miglio-
ramento di ciascuna creatura", aggiunge subito che è "in relazione alle sue
condizioni organiche e inorganiche di vita". L'evoluzione, strido sensu, non
è progressiva, ma adattativa. Ogni specie e ogni creatura vive in un eco-
sistema definito e il perfezionamento di cui Darwin parla va inteso nel senso
di adattamento e non in modo assoluto.
4. Cambiamento e progresso come due modelli cognitivi idealizzati
Il Mci di evoluzione riguarda maggiormente il concetto di progresso,
mentre il modello scientifico-biologico è connesso al cambiamento. Questi
ultimi due termini possono sembrare simili e, di fatto, molti dizionari li
considerano sinonimi, ma in realtà qui si assume che ogni distinzione for-
male sia indice di una distinzione semantica.
Nella nostra vita quotidiana assistiamo sia al cambiamento sia al pro-
gresso. Una cosa può cambiare e diventare un'altra, ma per mettere due co-
se in rapporto di cambiamento, dobbiamo identificare delle caratteristiche
simili e dissimili tra i due elementi. Nelle favole, la rana può cambiare e di-
ventare Principe Azzurro, ma solo se entrambi i termini vengono espressa-
mente associati. Ma pensiamo anche ad altri esempi, come il cambiamento
di lavoro; risulta evidente come esso sia soggetto a miglioramento o a peg-
gioramento. Frasi come "cambiare idea, cambiare discorso" o l'uso di verbi
simili (scambiare, differire, sostituire, rimpiazzare ecc.) necessitano concet-
5 È importante sottolineare che nella sua teoria evoluzionistica, Darwin usa la parola "evo-
luzione" solo una volta nel paragrafo conclusivo delle sue Origini perché già a quei tempi
era una parola carica di significati. La parola, infatti, compare negli scritti del naturalista
svizzero Charles Bonnet che l'usava nel senso di "progresso delle specie". Darwin, invece,
preferisce parlare di "discendenza con variazione". Nell'età vittoriana l'idea di progresso
prevalse e studiosi come Herbert Spencer contribuirono a fissare quest'accezione positiva di
"evoluzione".
tualmentc di tre argomenti: chi causa il cambiamento, chi lo subisce e il ri-
sultato di esso.
Allo stesso modo osserviamo le cose che crescono, che maturano, che
migliorano e subentra il progresso, come nel caso degli studenti che studiano,
o la speranza che l'economia si riprenda. Di conseguenza, con il concetto di
progresso (sviluppo, avanzamento, miglioramento, maturazione ecc.) il cam-
biamento è fenomenologico: il quid, seppure sembra diverso, è tale e quale. Il tempo gioca un ruolo fondamentale in entrambi i casi: con il cambia-
mento c'è una continuità segmentata, dove una cosa smette di essere quello
che era e inizia a essere quello che è; invece con il progresso, i confini di
questi segmenti sono più fuzzy, indistinti, meno netti. A nostro avviso il
rapporto vitale (Fauconnier, Turner, 2002) che sottostà al concetto di pro-
gresso è quello di identità, mentre il rapporto di analogia-disanalogia sot-
tostà all'idea di cambiamento, là dove non c'è identità. Il motivo per cui
diremmo di un bruco che diventa farfalla è che attraversa un cambiamento
e non un progresso.
5. Cambiamento e rapporto di analogia-disanalogia
Il concetto di cambiamento è legato a quello di "movimento" in senso
filosofico (Mortensen, 2006), in quanto una cosa cambia a) nel tempo e b) a
causa di qualcosa. Un cambiamento può essere osservabile solo tra interval-
li di tempo, e non in uno stesso tempo (altrimenti si negherebbe l'idea di
cambiamento, come per esempio sostenevano gli eleatici), e avviene perché
"mosso" causalmente e dinamicamente per mezzo dell'interazione con il
proprio ambiente. Si può cambiare nome, lavoro, moglie o marito, ma la
persona non può cambiare quanto a identità; cioè in virtù di quel rapporto
in cui un individuo è in relazione solo con se stesso. Tutt'al più c'è un rap-
porto di analogia e disanalogia, dove vi sono degli elementi comuni e delle
varianti osservabili solo nel tempo. La compressione da causa-effetto verso
l'unicità è un'esperienza radicata in tutti gli esseri umani e questa virtualità
è definibile come "vivere nel blend", dove il reale e il virtuale si confondo-
no (Fauconnier, Turner, 2002).
Il cambiamento può avvenire per vari motivi, ma è sempre l'effetto o il
prodotto di una causa. Come hanno sostenuto studiosi del l'integrazione
concettuale (Fauconnier. Turner, 2002; Evans, Green, 2006; Tobin, 2010), il
cambiamento tra due oggetti si "comprime" concettualmente in unicità, e
vorremmo sostenere che non sempre unicità è sinonimo di identità. Più
semplicemente, se una cosa cambia, non è più la stessa, sebbene sia possi-
bile creare delle analogie tra quello che c'era e quello che c'è, e dietro a
questo cambiamento c'è una forza. In questo contesto quindi l'unicità va
distinta dall'identità.
6. Progresso e il rapporto di identità
Se per molti versi l'idea di cambiamento è simile all'idea di progresso,
nel concetto di progresso si ha, invece, effettivamente un mantenimento di
identità benché avvenga una variazione. Come indica la parola stessa "pro-
gresso" (prō-gredi, "avanzare o procedere in avanti"), c'è un processo line-
are e continuo rappresentato tramite lo schema basico di sorgente-percorso-
meta (source-path-goal), schema-immagine molto forte, in cui il movimen-
to in avanti rappresenta un movimento positivo, ovvero un avvicinamento
allo scopo sottinteso. L'idea di tempo è implicita anche qui, ma quello ine-
rente al progresso appare un costrutto temporale più fluido e lineare rispetto
a quello che si osserva nel cambiamento, che è maggiormente segmentato.
Infatti, perché si verifichi un qualsiasi tipo di progresso ci deve essere un
ideale verso il quale tende l'oggetto cambiato, altrimenti non sarebbe valu-
tabile l'esistenza di una progressione, di una regressione o di una stasi.
Questo ideale si potrebbe definire come la perfezione o l'assoluta compiu-
tezza dell'oggetto. Oltre al rapporto di causa-effetto, al concetto di progres-
so è inerente anche un giudizio di valore e l'idea di teleologia, implicita-
mente o esplicitamente: senza questo punto di
ri ferimento
ideale - dettato
da qualche autorità (morale o etica) che in qualche modo motiva (o causa)
il progresso - l'oggetto è semplicemente diverso o cambiato. Quindi il pro-
gresso è uno sviluppo, una crescita, un divenire, ma non un cambiamento in
senso stretto. Una cosa che cambia si muove all'interno della stessa catego-
ria, ma solo una cosa che progredisce si muove su un continuum lineare
modificandosi solo in senso positivo. Un cambiamento sembra evidenziare
più le disanalogie, mentre il progresso conserva soprattutto l'essenza, così
legittimando la differenza tra quello che c'era e quello che c'è da un lato e,
dall'altro, tra quello che era e quello che è.
7. Evoluzione: tra cambiamento e progresso
Seguendo questo ragionamento e quanto detto prima, è possibile proporre
quindi almeno due varianti dell'idea di evoluzione: la prima, quella scientifi-
co-biologica, o di evoluzione in senso stretto, che sottostà all'idea di cam-
biamento, e la seconda, quella popolare, che si basa sul modello
di
progresso.
Del resto gli scienziati come Darwin non fanno altro che notare somiglianze
e differenze tra gli animali, appunto l'evoluzione nel senso del cambiamento.
Di contro, l'idea popolare di evoluzione come progresso, con l'inerente rap-
porto di identità - il pensiero che, per quanto in un remoto passato, fossimo
scimmie - suscita disagio in molti, emozione che invece se si segue il model-
lo scientifico risulta priva di senso, poiché manca l'implicazione di identità
individuale. Inoltre se c'è uno scopo, come nel caso del progresso, c'è teleo-
logia e, come si è detto, antropomorfismo. Forse per questo chi concepisce
l'evoluzione in questi termini vede la natura come scienza che va a sostituire
il ruolo di agente proprio del divino, vedendo l'evoluzione e la scienza come
se dovessero spiegare il "perché" siamo, mentre il modello scientifico si limi-
ta a volere spiegare il "come". Dunque, parlare di evoluzione scientifica rien-
tra nei termini del cambiamento. Se si pensa all'evoluzione di una specie, tut-
tavia, è opportuno ricordare che non è il singolo animale che "evolve": in ef-
fetti, l'animale è identico solo a se stesso, ma ciò nonostante l'animale con il
suo genitore e la sua prole è categorizzato in modo unitario.
Da un lato si ha, quindi, l'idea scientifica di evoluzione, di variazione, di
modificazione e di cambiamento, che è reattiva, e dall'altro l'idea più popo-
lare dell'evoluzione che sottolinea il progresso, che è proattiva, cioè fina-
lizzata al raggiungimento di un obiettivo. Quest'ultimo è diventato un Mci,
forse anche perché è potenzialmente più antropomorfico rispetto al primo e
concettualmente più economico e semplice.
Evoluzione come cambiamento (x
-->
y) Evoluzione come progresso (x
-->
x+1)
Reattivo
Rapporto: analogia-disanalogia
Tempo: segmentato seriale
Implicazioni:
Connotazione: né positiva, né negativa
Uso: scientifico-biologico
Proattivo
Rapporto: identità
Tempo: continuato
Implicazioni:
Connotazione: positiva
Sorgente-percorso-meta (teleologia)
Intelligenza, memoria, volizione, intenzione
(antropomorfismo)
Uso: popolare (Modello cognitivo idealizzato)
8. Conclusioni
Concludiamo con un aneddoto che riguarda il professor Cesare Sacchi,
ecologo presso l'Università di Pavia, il quale chiede a uno studente: «Se-
condo lei, è più evoluto l'uomo o l'ape?». Lo studente sempliciotto rispon-
de: «L'uomo, di certo!». Ma il professore osserva in tono ironico: «Ma allo-
ra, perché lei non sa fare il miele e non sa volare?». Ecco: sarebbe stato
giusto rispondere che non si può parlare di un animale più o meno evoluto
di un altro; gli animali si sono tutti evoluti al meglio, ciascuno secondo la
sua specie e in determinato tipo di ambiente, e non ha senso in zoologia fa-
re paragoni tra le diverse specie. L'etologo Konrad Lorenz nel suo saggio
Natura e destino ha scritto:
Il fatto che nell'evoluzione individuale di un essere vivente si attui un autentico
processo finalistico, la realizzazione di un piano prestabilito, porta fin troppo fa-
cilmente all'erronea opinione che nell'ambito dell'evoluzione filogenetica valga lo
stesso principio (Lorenz, 1985, p. 31).
È più opportuno parlare di "sistemi" e di perfezione nell'adattamento al
proprio ambiente. Sebbene la metafora dell'evoluzione possa essere utile
per molti versi nell'esposizione di altri concetti, bisogna stare attenti a qua-
le frame potrebbe essere reclutato da chi si trova a interpretare: quello del
cambiamento o quello del progresso. Le specie, la cultura, le arti, le menta-
lità cambiano, ma non è detto che nel cambiamento debba essere forzata-
mente implicato un giudizio di valore. In questo caso non può essere appli-
cata la logica binaria cui si è finora fatto riferimento, ma è possibile soltan-
to individuare analogie e disanalogie. Ci sono altre cose, invece, che comu-
nemente sono considerate come orientate verso una progressione e un a-
vanzamento verso il meglio, eppure non sempre funziona così: l'in-
telligenza, per esempio, potrebbe essere contro l'evoluzione stessa in quan-
to ha creato un animale incapace di vivere omeostaticamente con l'am-
biente, cioè l'uomo.
... Questa posizione (Evola, 2010a;2010b;2008) implica che la mente umana sia in corpore (embodied) in un corpo fenomenologico e strutturata dalle nostre esperienze, e gli stimoli esterni quotidiani offerti dall'ambiente in cui si è situati (embedded) formino dinamicamente il modo di pensare degli esseri umani. La mente -costrutto più filosofico che "scientifico" -è il locus di formazione di concetti quali il Sé e il Mondo, il Reale e il possibile; è il prodotto dell'interazione delle proprie introspezioni con le interazioni quotidiane; è influenzata, e in una certa misura persino condizionata, dalla lingua parlata e da come è usata. ...
... La propria lingua impone dei frame che condizionano in un modo o in un altro il proprio modo di pensare (Evola, 2010a), ad esempio, a proposito dello spazio. In alcune lingue come l'italiano o l'inglese, ma non in altre come il coreano, esiste una distinzione codificata tra contenimento e supporto, cioè tra ciò che è posto dentro un contenitore ("la mela nella ciotola, " "la lettera nella busta") e ciò che è posto sopra una superficie ("la mela sul tavolo, " "il quadro sul muro"). ...
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One of the fundamental premises of contemporary cognitive linguistics and psychology is that human perception and expression are intimately coupled with human biology, to a much greater degree than linguists and psychologists had previously thought. In this essay I provide an overview of contemporary literature from cognitive linguistics and psychology that posits language-thought independence. I also highlight the theoretical problems and the further empirical research specific to these issues which make this position problematic. I then provide evidence for the counter-theory, that thinking in fact involves natural language and that language and thought influence one another. This position indexes the supposition that our minds are embodied in a phenomenological body built on our everyday experiences, and daily external stimuli dynamically form our way of thinking. The mind is the product of the interaction of introspections and daily interactions; it is influenced, and to a certain extent even conditioned, by language and how it is used. Understanding the dynamic nature of language and thought will guide us in better understanding figurative language in general and metaphor in particular as well as how they motivate our way of reasoning about our world. Keywords: Sapir-Whorf, language-thought, language and culture, embodiment, cognition
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Traditionally, spiritual experiences have been considered «ineffable», but metaphors pervade the representations of certain concepts of the transcendental in people's attempts to talk about such abstract ideas. Whether it be during the description of a vision or simply talking about morality, people use conceptual metaphors to reason and talk about these concepts. Many representations of God, spirits or the afterlife are culturally based, but whereas some may differ based on individual experiences, others seem to have a more universal character. From a phenomenological point of view, it seems that the descriptions are contingent and not necessary, that is, the language a believer is exposed to may influence, but not condition a priori, his or her own spiritual experience as Constructivists have thought. How do today's common believers relate to certain metaphors about spiritual concepts transmitted by their faiths? What do these metaphors say about the individuals' concept of themselves and their world? After presenting a general overview of Multimodal Cognitive Semiotics, this paper draws some conclusions concerning conceptual metaphors and figurative language based on data collected in various sacred texts and during a series of interviews of believers with various backgrounds in terms of religious systems, in particular two Christian street preachers and a Satanist. The data includes linguistic expressions as well as coverbal gesture. The interviewees were also asked to draw on a piece of paper certain experiences of a religious nature and then to describe their drawings. Finally, I analyze what happens when new frames and metaphors are introduced into believers' habitual conceptual systems and the conceptual phenomenon of «source domain lamination». My investigation aims to shed new light on the phenomenology of religious experiences and personhood, through the analysis of multimodal metaphors and using cognitive linguistics as a primary tool of analysis.
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