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Aveva ragione Whorf?: La lingua embodied / embedded

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Abstract

One of the fundamental premises of contemporary cognitive linguistics and psychology is that human perception and expression are intimately coupled with human biology, to a much greater degree than linguists and psychologists had previously thought. In this essay I provide an overview of contemporary literature from cognitive linguistics and psychology that posits language-thought independence. I also highlight the theoretical problems and the further empirical research specific to these issues which make this position problematic. I then provide evidence for the counter-theory, that thinking in fact involves natural language and that language and thought influence one another. This position indexes the supposition that our minds are embodied in a phenomenological body built on our everyday experiences, and daily external stimuli dynamically form our way of thinking. The mind is the product of the interaction of introspections and daily interactions; it is influenced, and to a certain extent even conditioned, by language and how it is used. Understanding the dynamic nature of language and thought will guide us in better understanding figurative language in general and metaphor in particular as well as how they motivate our way of reasoning about our world. Keywords: Sapir-Whorf, language-thought, language and culture, embodiment, cognition
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1. Introduzione1
Uno degli assunti fondamentali della linguistica e psicologia
cognitive è che ogni percezione ed espressione è connessa alla
nostra biologia. Dopo una panoramica della letteratura cogniti-
vista orientata per l’indipendenza tra linguaggio e pensiero, evi-
denzierò punti problematici di questa posizione avvalendomi di
ricerche empiriche da un lato condotti in ambito neuro-cogniti-
vista e dall’altro di tipo psicolinguistico. Proporrò degli spunti a
favore della contro-tesi’ per cui il pensiero implica la lingua natu-
rale: linguaggio e pensiero, cioè, si inuenzano l’un l’altro.
Questa posizione (Evola, 2010a; 2010b; 2008) implica che la
mente umana sia in corpore (embodied) in un corpo fenomeno-
logico e strutturata dalle nostre esperienze, e gli stimoli ester-
ni quotidiani oerti dall’ambiente in cui si è situati (embedded)
formino dinamicamente il modo di pensare degli esseri umani.
La mente – costrutto più losoco che “scientico – è il locus di
formazione di concetti quali il Sé e il Mondo, il Reale e il possibile;
è il prodotto dell’interazione delle proprie introspezioni con le in-
terazioni quotidiane; è inuenzata, e in una certa misura persino
condizionata, dalla lingua parlata e da come è usata. Conoscere
la natura dinamica del rapporto tra linguaggio e pensiero per-
mette una migliore comprensione della natura del linguaggio
e di come la lingua motivi il modo in cui si ragiona del proprio
mondo.
Il nesso tra linguaggio e pensiero ha tormentato loso, lin-
guisti e psicologi nel corso della storia, non solo dell’Occidente
(e.g. Boas, 1911; Whorf, 1956; Vygotsky; 1962; Chomsky, 1968 e
2000; vedi anche Katz, 1998; Lako & Johnson, 1999; Cacciari,
1991) ma anche dell’Oriente (si pensi, ad esempio, ai grammatici
indiani dell’antichità, Bhartrhari e Pānini). Sebbene si asserisca
che il linguaggio ha una funzione socio-comunicativa, molti stu-
diosi mostrano forti riserve nei confronti di aermazioni come
quelle in Jackendo (1992: 7): “Meaning, of course, is presumably
the reason for there being such a thing as language at all, since
the language faculty is at bottom a device for externalizing and
communicating meaning”. Eppure, per dirla con Katz (1998: 5):
“[this] seeming ‘obvious’ relation […] has not proven so obvious
to others, and one can discern several relations in the literature.
1. Questa ricerca è stata in parte  nanziata dalla Bonn-Aachen Interna-. Questa ricerca è stata in parte nanziata dalla Bonn-Aachen Interna-
tional Center for Information Technology e dalla Excellence Initiative
(DFG) dei governi federale e statali tedeschi. Un ringraziamento partico-
lare va a Luisa Brucale, Marco Casonato, Mara Green e Gina Joue per i loro
commenti e preziosi consigli.
Nelle pagine seguenti si riassumerà (e criticherà) la letteratu-
ra cui Katz (1998) si riferisce, ricapitolando la sua revisione della
letteratura precedente e integrandola con altri casi studio (cfr.
infra) relativi alle due tendenze costituenti e opposte nelle scien-
ze linguistiche (indipendenza versus dipendenza nel rapporto
linguaggio-pensiero) riutando le prove comunemente usate a
favore dell’idea secondo cui il pensiero si produce indipendente-
mente dal linguaggio.
2. Pro e contro di una visione funzionalmente
indipendente del linguaggio e del pensiero
Esistono molte prove e riessioni teoriche che sostengono
la posizione dell’indipendenza funzionale del linguaggio e del
pensiero. Vygotsky (1962) propone che una simile indipendenza
possa essere riscontrata nei bambini più piccoli, dal momento
che i loro primi tentativi di risolvere problemi (problem-solving)
mostrano un pensiero privo di linguaggio e i loro enunciati olo-
frastici rappresentano delle manifestazioni di un linguaggio pri-
vo di comunicazione ed espressione del pensiero o di processi
ad esso relativi. Chomsky (1965, inter alia) propone una versione
più forte di questa tesi anche negli adulti, evidenziando, all’inter-
no del sistema lingua, l’indipendenza delle funzioni speciche di
sintassi (sistema produttivo) e semantica (sistema comprensivo)2,
considerando il linguaggio una facoltà autonoma distinta dagli
altri processi cognitivi (come il pensiero). Seguendo Chomsky,
Fodor (1983) ipotizza che il linguaggio sia innato e risieda nelle
strutture del cervello umano, composto da un sistema centrale e
da moduli specializzati per varie funzioni (come il linguaggio o il
riconoscimento delle facce, ad esempio)3. Ogni modulo è carat-
terizzato da informational encapsulation che consiste in un’attivi-
tà quasi istantanea, cioè non ostacolata da altri processi cognitivi
2. Più recentemente Chomsky (1995) ammette anche un terzo e distinto
sottosistema della facoltà linguistica, ovvero un sistema inferenziale, che
consentirebbe la rappresentazione solo in forma logica, cioè indipen-
dentemente da quanto prodotto fonologicamente. Si veda Carruthers
(1998: 48-49).
3. La medicina del Novecento condivideva una prospettiva del cervello
analoga, secondo la quale le formazioni craniali presumibilmente indi-
cavano la qualità di certe facoltà cognitive “sottostanti”. Secondo questa
prospettiva, il “modulo” del linguaggio, ad esempio, risiedeva sotto
l’occhio sinistro. Questa pseudo-scienza, sviluppata da Franz Joseph Gall,
prese il nome di frenologia, e ha inuenzato, più che verosimilmente, le
neuroscienze moderne sotto questo aspetto.
Aveva ragione Whorf?
La lingua embodied/embedded
Vito Evola - evola@humtec.rwth-aachen.de
Natural Media & Engineering, HumTec, RWTH Aachen University
Bonn-Aachen International Center for Information Technology (B-IT)
Abstract
One of the fundamental premises of contemporary cognitive linguistics and psychology is that human perception and expression
are intimately coupled with human biology, to a much greater degree than linguists and psychologists had previously thought. In this
essay I provide an overview of contemporary literature from cognitive linguistics and psychology that posits language-thought inde-
pendence. I also highlight the theoretical problems and the further empirical research specic to these issues which make this position
problematic. I then provide evidence for the counter-theory, that thinking in fact involves natural language and that language and
thought inuence one another.
This position indexes the supposition that our minds are embodied in a phenomenological body built on our everyday experiences,
and daily external stimuli dynamically form our way of thinking. The mind is the product of the interaction of introspections and daily
interactions; it is inuenced, and to a certain extent even conditioned, by language and how it is used. Understanding the dynamic
nature of language and thought will guide us in better understanding gurative language in general and metaphor in particular as well
as how they motivate our way of reasoning about our world.
Keywords
Sapir-Whorf, language-thought, language and culture, embodiment, cognition
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elaborati negli altri moduli individuali, quasi fosse un riesso. Il
modulo del linguaggio elabora l’informazione e i risultati sono in
seguito analizzati dal sistema centrale; gli aspetti semantici del
linguaggio elaborati nel modulo linguistico, quindi, secondo al-
cune teorie modulariste, non sono inuenzati né da conoscenze
empiriche, euristiche ed enciclopediche (viz. esperienze passa-
te), né dalla contestualizzazione dell’informazione, provenienti
dagli altri moduli.
Pinker (1994) sviluppa la tesi della modularità e della scissio-
ne netta tra linguaggio e pensiero usando esempi provenienti
da casi clinici relativi alle sindromi di Down e di Williams. Nella
sindrome di Down l’esecuzione linguistica è in ritardo rispetto
al resto dello sviluppo cognitivo. Se il linguaggio dipendesse
dall’insieme dei processi cognitivi, secondo l’autore, si dovrebbe
prevedere uno sviluppo parallelo per cui il soggetto Down do-
vrebbe utilizzare un linguaggio appropriato alla sua età mentale
(adando la valutazione di tale appropriatezza a test cognitivi
non-linguistici); ma ciò non si verica. Pertanto, si potrebbe so-
stenere che le capacità cognitive non siano subordinate alle ca-
pacità linguistiche. La dissociazione inversa è stata descritta nei
soggetti aetti dalla sindrome Williams; questi manifestano delle
buone competenze linguistiche (come l’uso della diatesi passiva
e del periodo ipotetico), ma esibiscono grosse lacune in campi
ragionativi, relazionali, e in altre funzioni cognitive più comples-
se. Ad esempio, questi soggetti non superano regolarmente dei
compiti piagetiani tradizionalmente tesi ad indicare ragiona-
menti di tipo transitivo e categoriale.
Un’altra contestazione contro la teoria che postula l’associa-
zione di linguaggio e pensiero nasce dall’ipotesi che il linguag-
gio sia innato, cioè che ci siano delle funzioni linguistiche spe-
ciche biologicamente “hard-wired” nel cervello umano insieme
a un sistema di regole atte a strutturare la lingua (la cosiddetta
“grammatica universale”). Un’ampia letteratura psicologica e
psicolinguistica ha teso a dimostrare che esistono delle zone
del cervello specicamente dedicate al linguaggio: esperimenti
condotti su soggetti destrimani cerebrolesi e sani, ad esempio,
hanno mostrato che entrambi presentano asimmetrie nel fun-
zionamento cerebrale motivate, in questi soggetti, dal controllo
da parte dell’emisfero sinistro di buona parte delle attività lin-
guistiche. (Hellige, 1990). Lo stesso fenomeno è presente anche
nei segnanti, cioè coloro che comunicano con il linguaggio dei
segni (Poizner, Klima & Bellugi, 1987), implicando l’esistenza di
un’area cerebrale specializzata per il linguaggio in sé e non solo
per quello parlato.
In particolar modo due aree dell’emisfero sinistro sono state
chiamate in causa: l’area di Broca e l’area di Wernicke; lesioni a
quest’ultima producono un’afasia in cui i soggetti producono
uidamente enunciati ma palesano problemi legati alla seman-
tica, come l’utilizzo di pronomi privi di riferenti evidenti. Al con-
trario, i soggetti aetti da cosiddetta afasia di Broca producono
enunciati semanticamente appropriati al contesto, ma mostrano
dicoltà a produrre espressioni sintatticamente corrette. Queste
due forme di afasia sembrano orire prove a favore dell’ipote-
si della modularità e, quindi, dell’indipendenza tra linguaggio e
pensiero.
Per quanto riguarda l’asimmetria cerebrale degli emisfe-
ri, sono stati condotti studi che hanno fornito prove crescenti
dell’importanza dell’emisfero destro nel processo lingui-stico. Ad
esempio, sono stati condotti studi relativi al priming semantico
sull’emisfero destro (Chiarello, Burgess, Richards, & Pollock, 1990)
che hanno mostrato come le lesioni a suo carico comportino dif-
coltà nella comprensione del linguaggio gurativo (Burgess &
Chiarello, 1996). Ciò potrebbe implicare un forte impegno dell’e-
misfero sinistro nell’elaborazione fonologica e sintattica, ma non
necessariamente in quella pragmatica, per cui quest’autonomia
del linguaggio da altri aspetti cognitivi sembra ancora meno pro-
babile (Gardner, 1983). Gli studi di Kimura (1993), inoltre, hanno
messo in evidenza la specializzazione dell’emisfero sinistro nella
motricità dei muscoli della bocca e della mano, e hanno ricon-
dotto l’afasia ad alcune dicoltà motorie di esecuzione.
Controversa può essere considerata anche la descrizione del- può essere considerata anche la descrizione del-
la dissociazione tra linguaggio e pensiero nelle sindromi di Down
e di Williams, soprattutto perché tra le due la sindrome di Wil-
liams è relativamente poco documentata. Maratsos e Matheny
(in Katz, 1998: 8) sottolineano alcuni dei problemi succitati legati
a questa tesi, citando l’uso difettoso di compiti piagetiani per
misurare le capacità cognitive, i cui risultati negativi potrebbe-
ro implicare la presenza di problemi legati all’attenzione e alla
memoria e non essere necessariamente connessi con l’incapacità
relativa ad alcuni compiti cognitivi. Inoltre, la presenza di compe-
tenze grammaticali, tra cui l’uso del passivo e del condizionale,
non è considerata dirimente dal momento che tali competenze
si riscontrano anche in bambini neurologicamente tipici.
I soggetti aetti da afasia di Wernicke mostrano una mino-
re ‘asemanticità’ (Heeschen, 1985) ma manifestano problemi di
ordine sintattico più radicati di quanto si ipotizzasse negli studi
precedenti (cfr. Kolk, Van Grunsven, & Geyser, 1985). D’altro can-
to, a proposito dell’afasia di Broca, essa potrebbe essere meglio
caratterizzata come un disturbo dell’esecuzione piuttosto che
della competenza linguistica (Linbarger, Schwartz, & Saran,
1983). Inoltre, gli studi di Kimura (1993) indicano che pazienti
con lesioni all’area di Broca o a quella di Wernicke si comportano
in modo analogo nei compiti di produzione o di comprensione,
ma in modo nettamente divergente per quanto attiene ai movi-
menti orali o motori. Sembra che non basti una lesione all’area
di Broca per sorire di afasia (Mohr, 1976) e, al contrario, sono
documentati dei casi di afasia di Broca senza il coinvolgimento
dell’area di Broca (Dronkers et al., 1992). Discrepanze simili esi-
stono anche per gli afasici di Wernicke (Dronkers, Redfern, &
Ludy, 1995). Verosimilmente i processi linguistici sono prodotti
da reti di zone individuali che danno un contributo specico e
interattivo; tali reti sono diverse per uomini e donne, per mono-
lingui e bilingui, per mancini e destrimani (Dronkers et al., 1992).
La teoria della modularità è stata modicata negli ultimi anni
da scoperte rese possibili da nuove tecniche non-invasive e da
metodi di indagine elaborati negli studi psico- e neuro-linguistici
(ad esempio, eye-tracking, modellazione computazionale, fMRI,
MEG, TMS, gli ERP, etc.). Tali studi tendono a spostare l’attenzio-
ne su alcune “zone di convergenza” connesse con l’attivazione
di funzioni caratterizzanti, ma nelle quali tali funzioni non sono
propriamente eseguite (Casonato, 2003: 7; si veda in particolare
Damasio, 1994). L’ipotesi di una doppia dissociazione, cioè di una
visione funzionalmente indipendente del linguaggio e del pen-
siero, ha bisogno di ulteriori prove prima di potere essere accet-
tata; al contrario, l’ipotesi secondo cui il pensiero sia dipendente
dal linguaggio appare più convincente.
3. Casi studio a sostegno del rapporto linguaggio-
pensiero:ilNeowhoranismo
Una seconda prospettiva sul rapporto linguaggio-pensiero è
quella per cui il pensiero è condizionato dal linguaggio, almeno
ad alcuni livelli. Un’implicazione fondamentale di questa tesi è
quella secondo cui le diverse comunità linguistiche pensano in
modo diverso perché parlano lingue diverse. Sebbene vada oltre
gli obiettivi di questo articolo una documentazione diacronica
delle varie versioni della cosiddetta ipotesi di Sapir-Whorf, è suf-
ciente dire che la sua sostanza non è nuova, ma già presente in
Aristotele (Retorica, III), Vico (Scienza nuova), Humboldt (Über das
vergleichende Sprachstudium), e negli studi antropologici di Franz
Boas (1911). L’ipotesi (meglio denita come assioma) che oggi
prende il nome dai suoi due fautori, Edward Sapir e Benjamin
Lee Whorf, è stata scartata da molti studiosi perché poco convin-
cente; negli ultimi anni si è assistito ad una sua ripresa operata
soprattutto da un’area della linguistica cognitiva che ne ha licen-
ziato una versione “debole”.
L’ipotesi Sapir-Whorf ha due varianti principali: a) il deter-
minismo linguistico, ovvero la convinzione per cui la struttura
di una lingua determini il modo in cui il parlante percepisce e
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ragiona sui fatti e sul mondo, e b) la relatività linguistica, per la
quale membri di comunità linguistiche diverse hanno visioni
diverse della realtà, inuenzate dalla propria lingua nativa. L’e-
sempio classico proviene dalla lingua degli Inuit i quali hanno
un maggior numero di nomi per descrivere il fenomeno cono-
sciuto genericamente in italiano come “neve”, come aput “neve-
sul-terreno”, qana “neve-che-cade”, piqsirpoq “neve-a-vento”, and
qimuqsuq “valanga-di-neve” (Boas, 1911). Secondo l’interpreta-
zione di Whorf (in Lucy, 1992: 148-149), ciò manifesta linguistica-
mente che per eschimesi il lessico riferito al concetto ‘neve’ indica
una ragurazione senza attributi, mentre per un parlante inglese
dovrebbe avvenire una classicazione, cioè il parlante inglese o
italiano, al contrario dell’inuit, percepirebbe questi riferenti come
varietà di neve. To an Eskimo, this all-inclusive word [‘snow’]
would be almost unthinkable; he would say that falling snow,
slushy snow, and so on, are sensuously and operationally dier-
ent, dierent things to contend with; he uses dierent words for
them and for other kinds of snow” (Whorf, 1956: 216). Secondo
la versione deterministica dell’ipotesi Sapir-Whorf, un inuit “per-
cepisce” un fenomeno sico quale la neve in modo diverso, ad
esempio, di un tunisino.
In un mondo di viti spaccate, si potrebbe dire, un cacciavite a
croce è inutile. Perché una comunità linguistica che non ha alcu-
na interazione con un mondo (reale o immaginario) dove esiste
la neve dovrebbe avere bisogno di distinzioni cosi dettagliate? In
una prospettiva funzionalista (o usage-based) come quella che si
propone qui, si sostiene che avere tante espressioni per un con-
cetto come neve sia utile per alcuni e inutile per altri. L’interazione
tra gli oggetti, l’esperienza percettiva, la dimensione sociale del
linguaggio formano sì la percezione della realtà del parlante, ma
non la forgiano di certo indenitamente.
4.Illinguaggiocomestrumentosemiotico-cognitivo
Vorrei proporre piuttosto una variante della metafora: viviamo
in un mondo di viti a croce con un cacciavite spaccato. Lo stru-
mento che abbiamo (la lingua come parole e non come langue)
non è quello adatto specicamente per quel tipo di lavoro (la
rappresentazione), e potrebbe non esserci sempre un t perfet-
to, ma con un po’ di impegno il lavoro può essere portato a termi-
ne. Un vento molto comune nelle estati siciliane è lo scirocco, un
vento caldo che si origina secco dal Sahara e che diventa umido
passando sopra il Mediterraneo. Il vento è presente nella lingua
quotidiana, e quando si dice “c’è scirocco”, non si vuole solo indi-
care la presenza del vento, ma anche di uno stato di sconforto,
inerzia e ouscamento causato dal calore e dall’afa. Eppure chi
non ha mai esperito il vento di scirocco può, tuttavia, averne un’i-
dea attraverso la lingua e attraverso il ricordo di altre esperienze
(la percezione dell’aria calda sulla pelle, la necessità costante di
procurarsi aria fresca, l’esperienza del caldo-umido, la sensazio-
ne di apatia e di disorientamento) anche se non possiedono il
lessema adatto nel loro repertorio linguistico o la sua conoscen-
za empirica nel loro repertorio esperienziale. Un turista in Sicilia
probabilmente lo percepirebbe come un semplice vento caldo,
mentre il siciliano l’ha categorizzato perché è saliente nella sua
vita quotidiana. Le nuance di una lingua non sono sempre perce-
pibili da parte di chi non usa quella lingua, e per questo motivo è
dicile trasferirle in un altro codice, ma non impossibile. È come
usare uno strumento non specico per svolgere un determinato
lavoro: ci vorrà più sforzo, più creatività per compiere quel lavoro.
La lingua, come altri processi cognitivi, tende verso uno stato
economico ed ecologico così da operare quasi istantaneamente
e inconsciamente, e ciò che si richiede nei casi dove bisogna es-
sere “creativi” è un investimento cosciente e volizionale da parte
di chi usa la lingua. In questo senso la lingua è “user-friendly”: è
stata progettata da e per gli esseri umani (Deacon, 1997). Così
come cambia l’uso della lingua, cambia anche la lingua per av-
vicinarsi all’uso, e il locus di questi cambiamenti è nelle comuni-
tà (e sub-comunità) linguistiche. Sarebbe troppo riduttivo dire
che, poiché in alcune lingue non ci sono le parole “adatte” per
esprimere le diverse sottigliezze di una nozione, questa non è, o
potrebbe non essere, presente: una versione così forte di quest’i-
potesi tradirebbe le capacità poetiche e la creatività lessicale de-
gli esseri umani.4 Lesistenza di un concetto non dipende dalla
pre-esistenza della parola che lo designi: è la rappresentazione
che precede logicamente e governa la comunicazione e, come
ci si augura di dimostrare in questo lavoro, gli individui tendono
a percepire diversamente la realtà non a causa della lingua che
usano, ma a causa delle proprie esperienze culturali situate (em-
bedded) all’interno di interazioni sociali e linguistiche.
5. Relatività Linguistica
Una versione più moderata dell’ipotesi whorana come la
relatività linguistica è più convincente e ha più prove empiri-
che a supporto. Questa versione più debole (conosciuta come
“Neowhoranismo”) ritiene che il linguaggio non determini il
pensiero, ma possa facilitarlo o inibirlo. Il genere grammaticale, il
lessico, e altri elementi linguistici hanno la capacità di alterare il
modo in cui si pensa.
5.1. Spazio
La propria lingua impone dei frame che condizionano in un
modo o in un altro il proprio modo di pensare (Evola, 2010a), ad
esempio, a proposito dello spazio. In alcune lingue come l’italiano
o l’inglese, ma non in altre come il coreano, esiste una distinzione
codicata tra contenimento e supporto, cioè tra ciò che è posto
dentro un contenitore (“la mela nella ciotola,” “la lettera nella bu-
sta”) e ciò che è posto sopra una supercie (“la mela sul tavolo,
“il quadro sul muro”). In coreano invece esiste una distinzione lin-
guistica relativa al grado di contatto/adesione più o meno stretti
tra due oggetti. In coreano, dunque, come termine di rapporto
per esprimere che una mela è dentro una ciotola si usa nehta”,
ma volendo parlare di una lettera dentro una busta dovremo usa-
re “kitta” in quanto quest’ultima espressione veicola un rapporto
di contatto più stretto. Lo stesso kitta verrebbe usato anche per
dire che il quadro è sul muro perché c’è lo stesso rapporto di con-
tenimento/adesione. McDonough et al. (2000; si veda Boroditsky,
2001) hanno studiato come questi due modi per rappresentare
i rapporti spaziali si manifestino anche nel modo di pensare di
parlanti nativi coreani o inglesi a cui sia stato assegnato il compi-
to di identicare scene di contenimento o di supporto. I parlanti
coreani hanno mostrato tempi di reazione più rapidi rispetto a
quelli degli inglesi quando veniva loro chiesto di scegliere l’im-
magine che rispetto alle altre fosse “dissimile” relativamente al
parametro di contatto/adesione (ad esempio l’immagine di un
oggetto con un alto livello di inclusione/adesione collocato tra
vari oggetti con un livello più basso rispetto allo stesso parame-
tro ). Ancora più rimarchevole sono i risultati degli esperimenti
condotti su bambini in età prelinguistica provenienti da famiglie
di parlanti coreani e inglesi, i quali, in test di preferential looking
(ssazione preferenziale), erano ugualmente capaci di distingue-
re oggetti dell’uno e dell’altro tipo. I bambini in età prelinguistica
sembrano, quindi, non avere costrizioni per quanto riguarda le
rappresentazioni spaziali, pertanto è possibile concludere soste-
nendo che le distinzioni spaziali si apprendono con la lingua e
sono raorzate da essa (Choi & Bowerman, 1991; Choi & Gopnik,
1995; Boroditsky, 2001).
Prove di restrizioni sulla rappresentazione spaziale sono pre-
senti anche nelle ricerche di Stephen Levinson (1996) che ha
studiato il sistema di riferimento assoluto in tzeltal, una lingua
parlata nella regione messicana del Chiapas da un popolo autoc-
tono discendente dai Maya. A dierenza dell’italiano e dell’ingle-
se, lingue in cui la posizione di un oggetto può essere codicata
4. Per un resoconto su come alcuni individui religiosi descrivono le loro
esperienze mistiche e su come questi fenomeni si manifestino linguisti-
camente, si veda Evola (2010b).
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come “a destra” di o “davanti” a un’altra cosa, in tzeltal questi con-
cetti non sono lessicalizzati e si usano invece termini propri di
un sistema di referenza assoluta (analogo al sistema di direzioni
cardinali nord/sud). Un parlante tzeltal direbbe che qualcosa si
trova “in salita” o “in discesa” rispetto a un’altra cosa, ponendo la
collina della comunità come punto di riferimento assoluto. Ciò
vale per qualsiasi tipo di oggetto, anche piccolo, e anche in una
stanza chiusa o su un terreno piano. Secondo Levinson, i parlan-
ti tzeltal sono fortemente inuenzati dalla loro lingua anche in
compiti non prettamente linguistici come la creazione di mappe
mentali (si veda anche Levinson, 2003).
5.2.Oggetti
John Lucy, antropologo dell’Università di Chicago, ha notato
invece che i Maya dello Yucatec tendono a parlare delle cose nei
termini della materia di cui sono costituite, quindi una “candela”
è “cera lunga e sottile”. In uno studio (Lucy & Gaskins, 2001) veni-
va chiesto a parlanti Yucatec-Maya di associare oggetti ritenuti
simili; quando veniva mostrato loro, ad esempio, un pettine di
plastica con il manico, veniva facilmente associato ad esso un
pettine di plastica senza manico, mentre i parlanti inglesi pre-
ferivano fare un’associazione per forma, abbinando un pettine
di legno con il manico. Per i Maya dello Yucatec, la somiglianza
si trova nella materia e non nella forma, proprio perché, come
l’esperimento vuole suggerire, nella loro lingua, diversamente da
quanto accada in italiano o in inglese, predomina un sistema di
categorizzazione per materia e non per forma.
5.3. Tempo
Le ricerche di Lera Boroditsky al MIT hanno fornito prove
delle costrizioni che il linguaggio impone al pensiero. Concetti
astratti come quello di tempo sono fortemente inuenzati dalla
rappresentazione dello spazio per mezzo di metafore (cfr. Lako,
1993; Haspelmath, 1997; Casonato, 2004; Evola, 2008; inter alia).
In uno studio (Boroditsky & Ramscar, 2002) si chiede ai soggetti
dell’esperimento di immaginare una situazione in cui un incon-
tro previsto per un giorno preciso della settimana, il mercoledì,
sia stato spostato in avanti di due giorni. Viene poi chiesto ai sog-
getti di rispondere ad una domanda: “Che giorno è l’incontro, ora
che è stato riprogrammato?” I soggetti, reclutati ad una stazione
dei treni, sono stati divisi in due categorie: chi viaggiava come
passeggero e chi aspettava un passeggero. I risultati hanno mo-
strato che coloro che hanno concepito il tempo come in movi-
mento verso di loro (cioè, chi aspettava) hanno percepito che “in
avanti” fosse più vicino, rispondendo quindi al quesito con “lu-
nedì”. Invece coloro che hanno percepito il proprio muoversi nel
tempo (i viaggiatori) tendevano a sentire “in avanti”5 più lontano,
rispondendo quindi “venerdì”. Questa è un’ulteriore indicazione
di quanto contesto, linguaggio e cognizione siano intimamente
interconnessi. Il contesto dei parlanti – o meglio, la loro interazio-
ne fenomenologica con il loro mondo – condiziona il loro modo
di incarnare (embody) i loro percetti (in questo caso il Tempo per-
cepito nei termini dello Spazio), e quindi la percezione della loro
stessa realtà.
In un altro studio Boroditsky (2001) analizza la categoria del
tempo in inglese e in mandarino. L’italiano esibisce un comporta-
mento analogo a quello inglese in quanto il tempo è considerato
come qualcosa di lineare nello spazio, quindi il futuro è davanti e
il passato è dietro di noi.6 In mandarino, vengono usati sistema-
5. “Next Wednesday’s meeting has been moved forward 2 days. What day
is the meeting, now that it has been rescheduled?” In inglese, move for-
ward” è ambiguo, lecitando delle risposte in inglese forse improponibili
in italiano.
6. Fino a poco tempo fa, si riteneva che in tutte le culture esistesse sola-. Fino a poco tempo fa, si riteneva che in tutte le culture esistesse sola-
mente un modello del Tempo, in cui il passato era concettualizzato come
‘dietro al concettualizzatore e il futuro davanti a lui. Ricerche sul campo
recenti sugli Aymara, un popolo indigeno delle Ande, condotti da Rafael
Núñez (Núñez & Sweetser, 2006) hanno mostrato che per i parlanti ay-
ticamente anche dei termini che indicano la verticalità spaziale,
quindi qualcosa che temporalmente è successivo è indicato con
xià (“giù”), antecedente con shàng (“su”). Ad esempio i parlanti
mandarini dello studio erano più propensi a ragionare a propo-
sito del tempo in termini di verticalità quando si chiedeva loro
se “marzo viene prima di aprile” mentre i parlanti inglesi ragiona-
no in termini di orizzontalità. A seconda della metafora spazio-
temporale usata durante la concettualizzazione, l’idea del tempo
è rappresentata spazialmente secondo il modello linguistico del
parlante nativo.
5.4. Attributi
Uno degli studi più interessanti in cui si cerca di provare un
certo determinismo linguistico è stato condotto ancora da Bo-
roditsky et al. (2003). I soggetti dello studio sono, in questo caso,
dei bilingui tedeschi-inglesi e spagnoli-inglesi ai quali sono state
mostrate delle immagini di oggetti seguite dalla richiesta di attri-
buire degli aggettivi in inglese a ciò che vedevano. Nell’esempio
dell’immagine di una chiave, che ha come genere grammaticale
il maschile in tedesco (der Schlüssel) e il femminile in spagnolo
(la llave), gli attributi erano prettamente relativi al genere della
lingua madre. Per il madrelingua tedesca, la chiave era “dura,
“pesante,“metallica” mentre per lo spagnolo era “piccolissima,”
“adorabile,” e “dorata”, rispettivamente attributi “maschili” e “fem-
minili”. Oggetti inanimati che hanno il genere grammaticale
sono percepiti come aventi attributi coerenti con quel genere.
Jakobson (1966) riferisce qualcosa di concettualmente simile a
proposito dei parlanti russi cui viene chiesto di personicare i
giorni della settimana; tale personicazione avviene coerente-
mente col genere grammaticale: i giorni codicati con genere
grammaticale maschile (lunedì, martedì, giovedì) sono perso-
nicati come maschi, gli altri (mercoledì, venerdì, sabato) come
femmine.
6. Conclusione: Interazione con il mondo e la lingua
embedded
La lingua che si usa condiziona il modo di percepire, ma an-
che di interagire, con il proprio mondo. L’uso della forma di corte-
sia come allocutivo di seconda persona singolare in molte lingue
(come l’italiano o il francese) è dicile da acquisire per un par-
lante nativo inglese il cui sistema linguistico non richiede questa
distinzione sociale categoriale, e viceversa, uno studente italia-
no che visiti un’università americana potrebbe sentirsi a disagio
a parlare in una lingua straniera e non avere gli strumenti per
mostrare questo tipo di formalità. Questo fenomeno comune po-
trebbe essere letto appunto nella chiave di lettura di questo sag-
gio: la lingua saliente di un parlante bilingue inuisce su come
questi percepisce la realtà immediata e interagisce con essa.
Se il linguaggio di per sé fornisce la motivazione al pensiero
del mondo e di sé stessi, in un modo più o meno condizionato,
in questo contesto è necessario rivalutare il ruolo del linguag-
gio gurativo, e in particolare della metafora. Un aneddoto ben
conosciuto nel campo dell’antropologia (Katz, 1998: 33-34) può
servire da esempio di come una metafora possa condizionare il
nostro modo di pensare. Tra i primi europei che sono stati in con-
tatto con gli Inuit c’erano dei missionari che hanno voluto tradur-
mara il paradigma è invertito e manifestato anche nella loro gestualità
coverbale con la quale codicano il passato come davanti a loro e il fu-
turo dietro. Secondo (Sweetser, 1991) questa rappresentazione si fonda
sulla metafora conoscere è vedere e pertanto ciò che è stato visto (il passato)
sta davanti agli occhi, al contrario del futuro che è ancora da esperire.
Queste nozioni sono talmente radicate che anche nella gestualità, par-
lando di un evento passato, i parlanti tendono a portare avanti la mano,
e al contrario il futuro può essere espresso facendo un gesto con la mano
che tende verso la parte posteriore del corpo. È importante rilevare che,
anche in questo caso, il tempo è organizzato in termini spaziali, il che
sembra essere un universale, e il modello linguistico usato condiziona la
cognizione (Casonato, 2004).
42 RETI, SAPERI, LINGUAGGI | ANNO 4 | N. 2 | 2012 | ISSN 2279-7777
re la Bibbia per il popolo indigeno. Uno dei problemi che hanno
incontrato riguarda la traduzione del Salmo 23 il cui incipit è “Il
Signore è il mio pastore”. L’immagine del buon pastore insieme
al suo gregge era dicile da tradurre, perché gli Inuit erano di
cultura nomade fondata sulla caccia. I missionari hanno quindi
tradotto la frase con qualche cosa di più vicino alla cultura di quel
popolo e hanno deciso di parlare de “il cacciatore e i suoi cani.
Quest’immagine metaforica comunque non aveva la resa espres-
siva desiderata dai missionari cristiani perché un cacciatore Inuit
in stato di necessità potrebbe anche picchiare, nonché mangiare,
i propri cani, e quindi l’idea del Dio cristiano per gli Inuit era quel-
la di un potente e terribile cannibale.
Sembra quindi che il linguaggio condizioni il pensiero (e la
cognizione umana in genere) molto più di quanto si pensasse in
precedenza. Sebbene gli esempi qui elencati si riferiscano a ca-
tegorie come spazio e tempo, oggetti e attributi, esistono nume-
rosi altri esempi concernenti il condizionamento nel campo dei
colori e dei numeri (e.g. Brown & Lenneberg, 1954; Lucy, 1992;
Berlin & Kay, 1999; Levinson, 2003). Il modo in cui si rappresenta
il mondo attorno a sé è eettivamente inuenzato dall’interazio-
ne di processi linguistici e non-linguistici, e i modi di pensare di
comunità linguistiche diverse sono più eterogenei di quanto non
si pensasse.
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Article
Full-text available
This study presents a microanalysis of what information performers “give” and “give off” to each other via their bodies during a contemporary dance improvisation. We compare what expert performers and non-performers (sufficiently trained to successfully perform) do with their bodies during a silent, multiparty improvisation exercise, in order to identify any differences and to provide insight into nonverbal communication in a less conventional setting. The coordinated collaboration of the participants (two groups of six) was examined in a frame-by-frame analysis focusing on all body movements, including gaze shifts as well as the formal and functional movement units produced in the head–face, upper-, and lower-body regions. The Methods section describes in detail the annotation process and inter-rater agreement. The results of this study indicate that expert performers during the improvisation are in “performance mode” and have embodied other social cognitive strategies and skills (e.g., endogenous orienting, gaze avoidance, greater motor control) that the non-performers do not have available. Expert performers avoid using intentional communication, relying on information to be inferentially communicated in order to coordinate collaboratively, with silence and stillness being construed as meaningful in that social practice and context. The information that expert performers produce is quantitatively less (i.e., producing fewer body movements) and qualitatively more inferential than intentional compared to a control group of non-performers, which affects the quality of the performance.
Article
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Traditionally, spiritual experiences have been considered «ineffable», but metaphors pervade the representations of certain concepts of the transcendental in people's attempts to talk about such abstract ideas. Whether it be during the description of a vision or simply talking about morality, people use conceptual metaphors to reason and talk about these concepts. Many representations of God, spirits or the afterlife are culturally based, but whereas some may differ based on individual experiences, others seem to have a more universal character. From a phenomenological point of view, it seems that the descriptions are contingent and not necessary, that is, the language a believer is exposed to may influence, but not condition a priori, his or her own spiritual experience as Constructivists have thought. How do today's common believers relate to certain metaphors about spiritual concepts transmitted by their faiths? What do these metaphors say about the individuals' concept of themselves and their world? After presenting a general overview of Multimodal Cognitive Semiotics, this paper draws some conclusions concerning conceptual metaphors and figurative language based on data collected in various sacred texts and during a series of interviews of believers with various backgrounds in terms of religious systems, in particular two Christian street preachers and a Satanist. The data includes linguistic expressions as well as coverbal gesture. The interviewees were also asked to draw on a piece of paper certain experiences of a religious nature and then to describe their drawings. Finally, I analyze what happens when new frames and metaphors are introduced into believers' habitual conceptual systems and the conceptual phenomenon of «source domain lamination». My investigation aims to shed new light on the phenomenology of religious experiences and personhood, through the analysis of multimodal metaphors and using cognitive linguistics as a primary tool of analysis.
Chapter
This chapter discusses the parallelism between production and comprehension in agrammatism. Until 1916, the term agrammatism was used to refer to any disorder in the production of sentence. Since then, agrammatism has been referred to the simplification of sentence form, chiefly reflected in the omission of function words and inflectional endings, and paragrammatism to a failure to produce a correct sentence form, manifesting itself in the incorrect use of sentence form elements. On the basis of different studies, it is now taken for granted that in agrammatism, the productive deficits are always accompanied by parallel deficits in comprehension. The three most recent approaches to agrammatism have all assumed that some processing component shared by production and comprehension processes is disrupted.
Chapter
This chapter presents the difference between agrammatism and pargrammatism. Throughout the 123 years of systematic aphasiological research, there have been two remarkably constant methodological features characterizing this research, which survived the last 10–15 years of a more psycholinguistically and experimentally oriented approach to aphasia. The first is an unshakeable belief in the strength of the so-called spontaneous speech of the patients and the second is a strong dependence on terms and notions that get their meaning only as members of a dichotomy. The raison d’être of agrammatism and of almost every theory about it is that it can be contrasted with the other type of aphasic spontaneous speech.