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Buon governo

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ITALIAN ABSTRACT In questa voce di dizionario mi concentrerò sulla storia del concetto di Buon governo soffermandomi soprattutto sulla reinterpretazione di esso da parte di alcuni studiosi appartenenti alla storia del liberalismo Italiano. In particolare analizzerò: 1) Il buon governo come problema e come ricerca; 2) Significati classici del buongoverno; 3) Reinterpretazioni del buon governo nella modernità; 4) Il problema del buon governo in Cattaneo, Mosca e Rossi; 5) Einaudi: buon governo, liberalismo, libertà. ENGLISH ABSTRACT In this dictionary entry I will focus on the history of the concept of Good Governanment focusing especially on its reinterpretation by some scholars (loosely) belonging the history of Italian liberalism. In particular I will analyze: 1) Good government as a problem and as a re-search; 2) Classic meanings of good government; 3) Reinterpretations of good government in modernity; 4) The issue of good government in Cattaneo, Mosca and Rossi; 5) Einaudi: good government, liberalism, freedom.
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Buon governo
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PAOLO SILVESTRI
SOMMARIO: 1) Il buon governo come problema e come ricerca; 2)
Significati classici del buongoverno; 3) Reinterpretazioni del buon governo
nella modernità; 4) Il problema del buon governo in Cattaneo, Mosca e
Rossi; 5) Einaudi: buon governo, liberalismo, libertà
1. La ricerca del buon governo (o buongoverno) attraversa tutta la
storia del pensiero occidentale, a tal punto da essere giudicata «uno dei
grandi temi, se non il più grande, della riflessione politica di tutti i tempi.
[…] non c’è grande opera di teoria politica che non abbia tentato di
rispondere alla domanda: “come si distingue il buon governo dal
malgoverno?”, e non possa essere ricondotta tutta quanta, nelle sue interne
articolazioni, alla ricerca di una risposta a questa domanda» (Bobbio 1983:
236).
Invero, la ricerca del buon governo ha investito non solo la riflessione
politica, ma anche quella teologica, etica, giuridica, economica, nonché
artistica. Di qui l’interdisciplinarietà e complessità del buon governo,
oggetto di continui slittamenti semantici, “traduzioni” e riscritture. Esso è
stato anche rappresentato visivamente nel famoso ciclo pittorico affrescato
tra il 1338 e il 1340 da Ambrogio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena e
intitolato agli Effetti del Buono e del Cattivo Governo nella campagna e
nella città. Un affresco che tuttavia, rappresentando la tematica con diversi
registri (teologico, politico, giuridico, economico, simbolico, allegorico,
narrativo, musicale) che ne testimoniano ulteriormente la complessità, più
che fornire una risposta definitiva al problema del buon governo sembra
riproporlo in continuazione, quasi fosse un’inesauribile risorsa di senso,
sempre aperta all’interrogazione dell’uomo. Ciò che del resto è confermato
dalle divergenti e sempre nuove reinterpretazioni del suo significato
(Rubinstein 1958, 1997; Skinner 2002).
Come un mito che affonda le sue radici nella notte dei tempi e di cui è
impossibile individuarne la paternità, la tematica del buon governo è tanto
diffusa quanto sfuggente. Tra coloro che si sono dedicati alla ricerca del (o
anche solo richiamati al) buon governo, troviamo pensatori molto diversi, se
1
The present entry is a preprint version of P. Silvestri, Buon governo, in F. Grassi Orsini,
G. Nicolosi (Eds.), Dizionario del liberalismo italiano, 2 voll., Rubbettino, Soveria
Mannelli 2011, vol. I, pp. 152-162.
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non antitetici: dal mitico buon governo (eunomia) dei saggi legislatori
Solone e Licurgo, passando per Platone, Aristotele, Polibio, Cicerone,
Machiavelli, Milton, Sidney, Neville, Bolingbroke, Lord Acton, Muratori,
gli illuministi riformatori italiani, Montesquieu, Jefferson, Washington,
Smith, Rousseau, J.S. Mill, sino ad arrivare a Cattaneo, Mosca, Rossi ed
Einaudi.
Se nell’economia di questa voce l’analisi sarà prevalentemente rivolta
ai pensatori italiani tra Otto e Novecento (§§ 4 e 5), nondimeno bisogna fare
luce, in via preliminare, sulle declinazioni e i significati che i classici
attribuirono all’ideale del buon governo 2), per poi chiarire alcune
interpretazioni storiografiche che hanno ostacolato la comprensione tanto
del modo in cui questo ideale venne rielaborato nella tradizione di pensiero
italiana, quanto del nesso tra buon governo e liberalismo (§ 3).
2. Onde cominciare a mettere a fuoco una tale eterogeneità di richiami
e tematizzazioni, occorre muovere dal significato più ampio del buon
governo che, nonostante le diverse e particolari declinazioni, è rimasto
pressoché invariato: “tipo ideale di comunità politica organizzata in vista del
bene comune”.
Sotto l’egida di questo significato generale si possono ritrovare almeno
tre delle declinazioni più ricorrenti del buon governo, ereditate dai classici,
in primis da Platone e Aristotele: 1) Governo della legge; 2) Governo dei
buoni governanti; 3) Governo misto.
Per chiarire i primi due significati può essere utile, almeno in prima
approssimazione, l’analisi ideal-tipica approntata da Bobbio. Vi sono «due
criteri principali di distinzione tra buongoverno e malgoverno […] Il primo:
buongoverno è quello del governante che esercita il potere in conformità di
leggi prestabilite e inversamente malgoverno è il governo di colui che
esercita il potere senza rispettare altra legge che quella del proprio capriccio.
Il secondo: buon governo è quello del governante che si vale del proprio
potere per perseguire il bene comune, malgoverno è quello di colui che si
vale del potere per perseguire il bene proprio. Ne derivano due figure tipiche
di governante odioso: il signore che legge a se stesso, l’autocrate nel
senso etimologico della parola, e il tiranno che usa il potere per soddisfare i
propri piaceri» (Bobbio 1983: 237).
Questi criteri di distinzione possono essere schematizzati nelle due
coppie: “governo delle leggi”/“governo degli uomini” e “governo in vista
del bene comune”/“governo in vista del bene privato”. Il primo criterio è
prevalentemente (e ancora oggi) associato al problema dei limiti al potere.
In quest’ottica si comprende perché il costituzionalismo moderno sia spesso
considerato il più illustre discendente dell’ideale classico del governo della
legge (Mc Ilwain 1940); anche se non bisogna dimenticare che sussistono
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profonde differenze tra lo stato di diritto continentale e il Rule of law
anglosassone (Leoni 1961; Zolo, Costa 2002). Il secondo criterio, che ha a
lungo rappresentato il grande discrimine tra forme rette e forme corrotte di
governo, è transitato nel medioevo cristiano con la diffusione della metafora
pastorale o del buon pastore, inteso come modello di buon governante, ed è
stato solitamente riferito al problema della legittimità del potere.
Ciononostante, questi due criteri ideal-tipici non devono
necessariamente considerarsi separati e contrapposti. In primo luogo perché
un governo può essere ritenuto legittimo proprio in quanto limitato.
Secondariamente, come precisa Bobbio ricordando il celebre topos
aristotelico secondo il quale, più che dagli “uomini migliori”, è meglio
essere governati dalle “leggi migliori” perché «la legge non ha passioni che
necessariamente si riscontrano in ogni anima umana» –, le due
interpretazioni del buon governo sono collegate l’una all’altra giacché «il
governo delle leggi è buono se le leggi sono buone e sono buone le leggi che
hanno di mira il bene comune. D’altra parte il modo migliore, più sicuro,
che ha il governante di perseguire il bene comune è di seguire le leggi che
non hanno passioni o di fare egli stesso buone leggi» (Bobbio 1983: 238).
Se in entrambi i criteri summenzionati il referente del discorso sul buon
governo sono i governanti più che i governati, nondimeno il buon governo,
in quanto modello ideale di comunità politica, fa anche riferimento alla
struttura o “costituzione” della società, configurandosi come ricerca di un
principio di armonia o di equilibrio sociale. Non a caso la fenomenologia
del malgoverno ha spesso individuato nella divisione sociale, nella discordia
tra le fazioni o nelle grandi disuguaglianze economiche, il terreno più
propizio a fecondare la tirannia.
La risposta a questo problema è stata individuata nel buon governo
come governo misto (o costituzione mista), anch’esso tematizzato nel
pensiero dei classici, e spesso riproposto nella modernità attraverso la
mediazione della metafora del bilanciamento o equilibrio dei poteri. Con la
progressiva emersione della sfera pubblica moderna, e in vista di un nesso
più stretto tra governati e governanti, questa metafora è stata ulteriormente
estesa dai poteri statali all’intera società, sotto forma di equilibrio delle
forze sociali. In questo senso, e secondo l’idea sette-ottocentesca di
“civilizzazione” che individuava un circolo virtuoso tra borghesia e
progresso, il ceto medio era chiamato a svolgere un ruolo cruciale
nell’ideale del governo misto. L’idea di “civilizzazione” supponeva che
nella misura in cui lo sviluppo economico-sociale avrebbe allargato i fianchi
del ceto medio (inteso come fulcro della società civile), a sua volta
l’espansione del ceto medio avrebbe dovuto assorbire e mediare la lotta
sociale e l’antagonismo fra le classi, anche in virtù di una maggiore osmosi
tra sfera della proprietà e sfera pubblica. Quest’idea divenne un topos
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particolarmente diffuso – seppur con differenti chiavi di lettura fra diversi
pensatori: da Montesquieu, Hume e Smith, a Dicey e Constant, passando per
i dottrinari francesi, sino ad arrivare a De Ruggero, Croce, Mosca ed
Einaudi.
3. Il buon governo, specialmente nell’accezione classica di governo dei
buoni governanti, è stato spesso ritenuto incompatibile con i principi di
libertà propri della modernità e della tradizione liberale (Passerin d’Entrèves
1967: 321). Le ragioni addotte chiamano spesso in causa alcune letture
consolidate (ma non meno criticate) dei presupposti fondamentali del
pensiero greco, antico e medievale, fra i quali: l’ideale di vita buona,
l’assoluta centralità del bene comune e la superiorità ontologica di ciò che è
comune su ciò che è individuale. Al di là della bontà o meno di queste
letture, non bisogna tuttavia commettere l’errore di ridurre la complessità e
le successive rielaborazioni del buon governo al solo problema dei buoni
governanti, concepiti altresì come i depositari della verità o del bene
comune.
Inoltre, secondo alcune ricostruzioni la tematica del buon governo
inizierebbe una fase di declino con l’emersione del paradigma moderno di
razionalità formale e del giusrazionalismo che avrebbero investito la
riflessione sulla società e il potere politico (Strauss 1977) sino alla riduzione
di quest’ultimo nei termini di “potere legal-razionale”. Secondo altri, il
declino della tematica del buon governo comincerebbe allorquando «il
rapporto governanti-governati verrà letto più alla luce dell’idea di sovranità
che a quella, ontologicamente molto più ricca, del governo». Fra le cause di
questo passaggio bisognerebbe mettere in conto la progressiva
equiparazione del «governo al dominio [Machiavelli] e la trasformazione
cui il buon governo va incontro all’interno della ragion di stato». Un
secondo fattore di declino sarebbe dovuto alla tesi della «completa
autonomia e autosufficienza della società civile che postula una riduzione
dell’attività del governo e la convinzione che il bene comune abbia natura
razionale». In quest’ottica, la «tradizione liberale» avrebbe ridotto «la
vastità del tema sia spostando l’attenzione alle garanzie formali espresse
dallo stato di diritto, sia insistendo sulla correttezza dell’amministrazione
finanziaria dello stato» (Taranto 2000: 93-94).
Questo tipo di ricostruzioni, che accomunano sotto l’etichetta della
“modernità” esperienze storiche piuttosto diverse, paiono tuttavia non tenere
nel debito conto quella svolta epocale che l’umanesimo impresse alla
tematica del buon governo. Tra Cinque e Seicento il buon governo fu
progressivamente riassorbito e rielaborato dall’antica “economica” europea,
che concepiva la «“Casa” come complesso» (Brunner 1970), e soprattutto
dalla trattatistica italiana sull’oikonomia. In questa trattatistica vi era la
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profonda convinzione che l’“economica” costituisse «un valido strumento di
regolazione familiare e civile: di qui il frequente accostamento, che
ritroviamo pressoché costante in tutti i trattati, fra casa e città, governo
domestico e governo politico, padre e principe» (Frigo 1985: 68). «La
visione che l’economica ci restituisce dell’antico regime e dei sistemi di
pensiero in esso operanti è dunque ben più ampia di quella domestica e
viene a toccare strutture mentali profonde. Siamo infatti in presenza di un
tipo di assetto politico e sociale che non si definisce in opposizione
all’ambito privato, ma bensì a partire da quest’ambito stesso: diviene perciò
possibile teorizzare il “buon governo” della città, o della “repubblica”, solo
nella misura in cui sia stato già delineato e attuato il “buon governo” della
casa». Da questo punto di vista l’“economica” fa parte «di un progetto di
“costituzione” [o “istituzione”] generale dell’antico regime; in essa si
riflettono e si visualizzano ulteriormente alcune delle regole “non scritte” su
cui si regge tutta l’organizzazione dei primi secoli dell’età moderna» (ivi,
200). Secondo questa prospettiva i mutamenti che segnarono la fine
dell’“economica” andrebbero ricercati nei due seguenti passaggi: a)
«dall’autorità naturale all’ipotesi contrattualistica», passaggio che in Italia si
realizzò solo a Settecento inoltrato e non senza reazioni violente e attacchi
aperti contro giusnaturalismo e contrattualismo; b) «dalla felicità domestica
al benessere pubblico», passaggio segnato dalla nascita della scienza
economica e delle scienze dell’amministrazione.
Entrambi questi passaggi configurano un momento storico che
meriterebbe ulteriori approfondimenti e precisazioni. Innanzitutto perché
queste ricostruzioni eludono la persistenza, in parte del liberalismo
ottocentesco, della tematica dell’élites quali peculiari (anche se non meno
problematiche) figure di autorità. In secondo luogo perché si può
ragionevolmente ipotizzare che le istanze del buon governo, attraverso gli
illuministi riformatori italiani, siano transitate in quella che all’epoca era
chiamata «economia civile», ove la correlativa idea di «felicità pubblica»
non deve necessariamente essere interpretata in chiave paternalistica (Bruni,
Zamagni 2004).
Infine, la stessa nascita dell’economia politica moderna, più che
“causa” del declino del buon governo, ne costituisce una peculiare
riscrittura. La scienza economica infatti, nella misura in cui andava
istituendosi come «savoir» e additando il mercato quale peculiare «luogo di
veridizione» delle pratiche di governo, assurgeva ad «arbitro della
governamentalità». È il mercato «a far sì che un buongoverno non sia
semplicemente un governo che procede secondo giustizia […]. È ancora il
mercato a far sì che ora il governo, per essere un buongoverno debba
funzionare secondo la verità. L’economia politica […] non deve dunque il
suo ruolo privilegiato al fatto di prescrivere al governo una buona condotta.
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Già nella sua formulazione teorica, l’economia politica è stata importante
nella misura in cui […] ha indicato al governo il luogo in cui andare a
cercare il principio di verità della sua pratica specifica» (Foucault 2005: 39-
40). Ciò significa anche che le “verità di questo nuovo sapere erano
destinate a fungere come “legge” e “limite” alle pratiche dei governanti.
In altri termini, si potrebbe anche dire che la nuova economia politica si
candidava ad essere, secondo la celebre formulazione di Smith, «a branch of
the science of a statesman or legislator» (Smith 1976: 428) o, come avrebbe
detto più tardi Einaudi, la scienza del buon governo.
4. Il problema del buon governo è stato variamente rielaborato e
reinterpretato dal pensiero politico, giuridico ed economico italiano
sviluppatosi tra Otto e Novecento. Se la speculazione einaudiana merita una
trattazione a parte, poiché in essa il buon governo assume la portata di una
vera e propria Weltanschauung, è qui invece necessario prendere in conto le
riflessioni di Carlo Cattaneo, Gaetano Mosca ed Ernesto Rossi, tre pensatori
che, nella misura in cui muovono da prospettive completamente diverse,
testimoniamo la fecondità della ricerca del buon governo e delle sue
possibili declinazioni.
Non è mancato chi ha sostenuto, provocatoriamente, e contro certe
letture stereotipate volte a rappresentare l’Italia quale peculiare “regno del
malgoverno”, che la storia politica italiana, specialmente quella post-
risorgimentale, può essere letta come un vero e proprio «laboratorio del
buon governo» o laboratorio di «disegni costituzionali alternativi», se per
ricerca del buon governo deve intendersi il «tentativo di edificare istituzioni
forti, efficaci e responsabili» (Sabetti 2004: 4). Secondo questa prospettiva,
e per quanto il buon governo non possa essere ridotto a un problema di
«performance» o «rendimento» istituzionale, gli scritti sul federalismo di
Cattaneo, elaborati in vista del problema dell’unità d’Italia, contengono uno
dei progetti istituzionali più interessanti.
La riflessione di Cattaneo si fonda sul principio dell’autogoverno
individuale, inteso sia come fonte della sovranità popolare che come base di
un’architettura costituzionale che proceda “dal basso” delle istituzioni
locali, in primis dalle realtà politiche comunali. Il comune, quale cifra
caratteristica della storia e della cultura civica italiana, svolge pertanto un
ruolo primigenio nell’innervare la vita politica del territorio. Cattaneo
auspicava una federazione di popoli che avrebbe dovuto assumere «la forma
di un sistema policentrico di governo caratterizzato da giurisdizioni
sovrapposte, dando luogo a una repubblica multicostituzionale, ossia una
“repubblica composita”». Il progetto di un sistema federale elaborato da
Cattaneo era dunque concepito come un disegno costitutuzionale per un
buon governo, ossia, da quest’ottica interpretativa, come una «teorica della
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libertà in atto, in quanto riconciliava, preservava e sosteneva l’ordine con la
libertà, l’unione con la diversità e l’auto-governo con il governo condiviso»
(ivi, 49-50).
Nella speculazione di Gaetano Mosca il problema del buon governo
emerge in un contesto affatto diverso da quello di Catteneo, e con ben altri
problemi all’orizzonte. Dopo aver perorato a lungo, sin dalla fine
dell’Ottocento, la causa dell’obiettività scientifica, ponendo ad esempio
sullo stesso piano stati autocratici e stati liberali, a seguito dell’avvento del
regime fascista, Mosca avvertì l’esigenza di difendere strenuamente lo stato
liberale e la «superiorità del regime rappresentativo». In virtù della
pubblicità della discussione, del pluralismo delle forze sulla scena politica,
in specie nel parlamento, e della possibilità del ricambio della classe
governante senza ricorrere alla violenza, il regime rappresentativo è,
secondo Mosca, il sistema istituzionale meglio atto a limitare l’arbitrio e
l’abuso del potere: la «superiorità dei regimi rappresentativi […] ha potuto
incanalare verso fini di interesse collettivo una somma immensa di energie
individuali e nello stesso tempo non le ha schiacciate e soppresse; e ha
perciò lasciato ad esse una vitalità sufficiente per conseguire altri grandi
risultati» (Mosca 1982: 1094). In questo equilibrio istituzionale e sociale, il
ceto medio era chiamato a giocare un ruolo decisivo. Esso era concepito sia
come ago della bilancia o mediatore tra le diverse forze sociali, sia come
quel ceto da cui sarebbe dovuta emergere la (buona) classe politica o la
classe dei (buoni) governanti: «il principio liberale trova le condizioni
migliori per la sua applicazione quando il corpo elettorale è composto in
maggioranza da quel secondo strato della classe dirigente che forma la spina
dorsale di tutte le grandi organizzazioni politiche» (Mosca 1966: 261). Il
buon governo difeso da Mosca è dunque una riformulazione dell’antico
ideale del governo misto. Nondimeno, nella riflessione moschiana permane
una certa confusione tra costituzione mista e divisione dei poteri (Bobbio
1966: 203).
All’indomani della costituzione dell’Italia repubblicana il problema del
buon governo era stato riproposto in negativo, cioè come mal governo, da
Ernesto Rossi. Nello stesso torno di tempo in cui andava curando la
pubblicazione di saggi einaudiani intitolata Il buongoverno, Rossi pubblica,
quasi a mo’ di controcanto, Il malgoverno (1954). Per Rossi il malgoverno
dipende dalla difficoltà a ricomporre gli interessi privati con quelli pubblici.
Il problema è spiegato attraverso un aneddoto raccontatogli quando era in
carcere, e realmente successo in uno stabilimento metallurgico: «se una
squadra di arabi doveva trasportare a spalla una longarina, appena la
squadra si muoveva, sempre uno di loro si abbassava un poco, per scaricare
il peso sui compagni; un altro seguiva subito il suo esempio, poi un altro,
poi un altro. Dopo essersi curvati tutti più che potevano, per abbassarsi
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ancora di più, andavano con le gambe piegate. Alla fine erano tutti
ginocchioni, quasi schiacciati sotto la longarina. Quegli arabi feci allora
osservare al mio compagno di cella si meritavano la cittadinanza italiana.
Erano “furbi” come noi. Per aver cercato di scaricare sugli altri il peso
relativamente lieve della cosa pubblica, che ognuno di noi doveva portare, ci
troviamo ora schiacciati da una banda di avventurieri senza scrupoli, che ci
fanno stare tutti quanti ginocchioni» (ivi: III). Tuttavia, è possibile notare
uno spostamento d’accento allorché Rossi, senza ulteriori precisazioni,
sembra far dipendere il problema del malgoverno dalle inefficienze e dalle
ingiustizie della «pubblica amministrazione» (ivi: XI). Di qui l’importanza
della «democrazia [che] non è tanto il regime della sovranità popolare
quanto il regime del controllo sulla classe governante» (ivi: 4). dove il
controllo è inteso sia come controllo dell’opinione pubblica sul bilancio
dello stato, sia come ricambio della classe politica attraverso le elezioni.
Per quanto si possa legittimamente dubitare dell’affinità tra l’allievo
Rossi e il maestro Einaudi, se si intende il buon governo einaudiano come
visione del mondo, è più facile comprendere come entrambi condividessero
«la credenza che la libertà è un fatto etico, è una pratica individuale e
sociale nella vita quotidiana e nella storia. Affinché essa possa affermarsi, la
lotta, la diversità, la discordia, la discussione sono indispensabili. La vita è
libertà e la libertà è varietà e contrasti. Esser liberi significa potersi muovere
in una fitta rete d’interrelazioni tra uomini e tra gruppi, tra vincoli naturali e
sociali, tra norme, valori e segni che fissano limiti ed indicano direzioni
forzate. Muoversi tra tanti ostacoli, per vivere ed agire da uomo libero, esige
la loro conoscenza esatta, concreta, comporta l’elaborazione di mezzi idonei
per affrontarli. Agire, conoscere, essere liberi sono inscindibili. Senza la
libertà la civiltà non vive» (Busino 1988: 6-7).
La scienza economia diviene infatti in Einaudi una sorta di “scienza del
limite” e, in quanto tale, scienza del buongoverno, la cui funzione operativa
era da lui compendiata nel motto «conoscere per deliberare». D’altro canto,
rielaborando la tematica del buon governo nei termini di una teoria del
massimo benessere collettivo (Forte 1982), Einaudi prefigura il «paradigma
costituzionale marginalista di scelte pubbliche», sia nel senso della ricerca
di una «costituzione economica ottimale» che di un’«ottima costituzione
fiscale» (Forte 2009: 101).
Il tentativo di Einaudi di riattualizzare il buon governo risulta allora
particolarmente interessante perché permette di fugare i dubbi circa il nesso
tra buon governo e liberalismo. Di più, permette di rilevare uno dei
principali limiti delle ricostruzioni interpretative summenzionate 3), vale
a dire l’assenza di una presa in conto della portata figurale, simbolica e
metaforica del buon governo che, se adeguatamente compresa, si pone come
“argine” al paventato riduttivismo razionalistico della modernità.
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5. Il discorso einaudiano sul buon governo deve anzitutto essere inteso
come ricerca di un modello ideale di società. Un modello che tuttavia non
era pensato come un ideale di società perfetta, bensì perfettibile.
Riprendendo e riaggiornando questo mito, Einaudi cominciò a riferirsi al
buon governo, spesso in maniera allusiva, soprattutto quando i suoi sforzi
intellettuali si concentrarono nel tentativo di ricostruire le istituzioni liberali
distrutte prima dalla guerra e poi dal fascismo.
Pur incorporando le classiche declinazioni di questa tematica rule of
law o «impero della legge» (Einaudi 1942-43), governo dei buoni
governanti, governo o costituzione mista, ove il ceto medio è, idealmente,
“mediatore” e “ago della bilancia” (Einaudi 1949: 242-244) –, il buon
governo einaudiano si carica di un significato affatto peculiare in virtù del
richiamo alla ricordata analogia dell’umanesimo: “buon governo della
casa”-“buon governo della città” (microcosmo-macrocosmo). Nel tentativo
di comprendere le cause della disgregazione del tessuto sociale, Einaudi
rileggerà il passato per rifondare le future istituzioni liberali. In uno snodo
cruciale della sua riflessione, riportando alla memoria l’ethos e il modus
agendi dei componenti del ceto medio, egli scrive che era una grande
fortuna che nel periodo anteguerra «le classi veramente rappresentative
dell’Italia, composte di medi e piccoli industriali proprietari fittavoli
mercanti ed artigiani operosissimi e […] di professionisti retti e di burocrati
devoti al bene pubblico fornissero ancora allo stato un buon numero di
uomini di governo. Probi e laboriosi essi riponevano la somma dell’arte di
stato nel “governar bene” la cosa pubblica, intendendo per “buon governo”
quel modo saggiamente prudente di amministrare che usavano nelle
faccende private» (Einaudi 1933: 400). Per intendere la portata e il
significato di questo passo, bisogna accostarlo a un altro scritto,
profondamente autobiografico, ove Einaudi rievoca l’ethos e narra le
“gesta” della sua famiglia: «questo che io osservavo nella casa avita erano le
abitudini universali della borghesia piemontese per gran parte del secolo
XIX». Quelle abitudini formavano «una classe dirigente che lasciò tracce
profonde di onestà, di capacità, di parsimonia, di devozione al dovere nella
vita politica ed amministrativa del Piemonte che fece l’Italia». A
quell’epoca, prosegue Einaudi, «l’uomo, la famiglia non si concepivano
sradicati dalla terra, dalla casa, dal comune; e sono questi sentimenti che
partoriscono anche l’attaccamento e la devozione alla patria e lo spirito di
sacrificio, in cui soltanto germogliano gli stati saldi» (Einaudi 1922: 32-34).
Fra le righe di queste due citazioni si possono ritrovare condensati
alcuni dei problemi più ricorrenti nella filosofia politica, giuridica ed
economica: il problema dell’ordine, della legittimità e dell’obbligazione, il
problema della classe politica, del rapporto tra privato e pubblico, tra società
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civile e governo, tra mercato e stato, il problema del rapporto tra “etico”,
“economico”, “giuridico” e “politico” (Silvestri 2008).
Nondimeno, il problema che diverrà un vero e proprio rovello della
ricerca einaudiana di un buon governo liberale è il problema delle relazioni
invisibili individuali, familiari, affettive e sociali –, dei valori, delle
tradizioni e delle virtù civiche su cui si regge ogni ordinamento,
“costituzione” o “istituzione” sociale. Come si evince dalle citazioni
summenzionate, Einaudi chiama in causa: parsimonia, laboriosità, onestà,
professionalità, lealtà, fiducia, spirito di sacrificio e, soprattutto, la
«prudenza». È questa virtù a configurasi come una sorta di ethos, minimo
comun denominatore e snodo cruciale di un principio di riconoscimento tra
governati e governanti (ove è la sfera pubblica a svolgere un ruolo
fondamentale di mediazione), ma anche come criterio di razionalità pratica
del buon governante. In questo senso il governante è “buono” sia se agisce
in riferimento ad un mondo di valori condiviso – di cui il “buon governo” è,
a un tempo, sintesi, rappresentazione e “visione” –, sia e soprattutto se, in
quanto esperto di scienza economica, è in grado di (ri)attualizzare in
concreto questa Weltanschauung e di tradurre le istanze emergenti dalla
società (Einaudi 1941), assumendosi i rischi e le responsabilità della scelta
politica (Einaudi 1961). D’altra parte, il problema dei buoni governanti era
stato riletto da Einaudi per il tramite del riformista sociale francese Le
Play muovendo alla ricerca di quelle «autorità sociali» (vale a dire
socialmente riconosciute come «modelli della vita privata»), pre-giuridiche
e pre-politiche, pensate come emergenti “dal basso” o dal sostrato delle
relazioni sociali (Einaudi 1936). In quest’ottica Einaudi intendeva criticare
sia le teorie dell’èlite e della “formula politica” (o principio di
legittimazione del potere) di Mosca e Pareto, sia quella corrente di pensiero
detta “sociologia fiscale”, anch’essa di matrice paretiana, che aveva negato
un qualsivoglia principio di razionalità all’agire dei governanti. Più tardi,
quando Einaudi nella fase costituente cercherà di fare i conti con
l’emergente ordinamento democratico, il problema dei buoni governanti e,
più in generale, del buon governo quale “città ideale”, verrà riformulato
anche come ricerca di un principio di legittimità che non si riduca alla mera
legalità e alle regole procedurali del voto di maggioranza, nella piena
consapevolezza che le «formazioni politiche» stabili «poggiano sulla base
granitica di miti giuridicamente indefinibili, di alcune parole il cui
significato è probabilmente impossibile precisare; di miti e parole nelle
quali però si incarna la volontà del passato ed il consenso dei viventi».
Questi miti sono spesso condensati in una «formula inavvertita […] a cui
nessuno obietta». In quanto collanti del legame sociale, queste «formule»
e/o «rituali» sono «stati d’animo» che costituiscono la «base della
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legittimità». È così che le istituzioni sono accettate dalle «generazioni
venture» (Einaudi 1946: 223-26).
Il riferimento einaudiano alla tradizione del buon governo e alla
situazione anteguerra non deve far pensare che perseguisse l’obiettivo di
ricostituire il “buon ordine antico”. Accompagnando «con il proprio
commento il grande processo di trasformazione» conosciuto dall’Italia,
Einaudi aveva infatti costruito «al tempo stesso un modello di società ideale,
meno lontano dalla società italiana di quanto si potrebbe pensare» (Faucci
1986: 417).
D’altra parte, cche conta dal punto di vista del buongoverno come
“modello ideale”, non è tanto il suo grado di realismo, quanto il significato
dello (e che si produce dallo) scarto tra modello e realtà. Un significato
dunque sempre aperto all’interrogazione umana. In altri termini, se il buon
governo è la “risposta” che Einaudi fornisce, in quel particolare contesto
storico, all’Italia martoriata dalla guerra e dal fascismo, similmente, il buon
governo “risponde” al bisogno vitale che ha ogni comunità di condividere
un dover essere, una rappresentazione-visione della giustizia e del bene che
doti di un senso comune l’agire degli uomini in società. In questo senso il
buon governo può essere paragonato a una «teoria-figura» “sintetico-
allusiva” (Di Robilant 1976) da cui promana una normatività in virtù dello
scarto tra virtuale e reale, tra teoria e portata allusiva e figurale della teoria.
È possibile allora precisare il senso della ricerca einaudiana di un buon
governo liberale e il suo riferimento alla tradizione umanistica parafrasando
la citazione sopra menzionata a proposito della trattatistica italiana
sull’oikonomia: si tratta di una ricerca mossa dall’esigenza di comprendere
le dinamiche di quelle «strutture mentali profonde», di quelle «regole “non
scritte” su cui si regge tutta l’organizzazione» sociale. Il buon governo
einaudiano è quindi un «progetto di “costituzione”», sempre in itinere e mai
del tutto “istituito” o positivizzato. È un ideale costellato di metafore,
narrazioni e immagini per mezzo delle quali «si riflettono e si visualizzano»
quelle regole “invisibili” e fondanti l’ordine sociale. A questo proposito non
può essere trascurato il fondamentale ruolo che ebbe Einaudi in qualità di
“ministro dell’opinione pubblica” e predicatore appassionato di “miti” ed
“eroi” quali peculiari collanti del legame sociale. D’altronde, non è un caso
che Einaudi inserì nella raccolta Il buongoverno alcuni particolari del
celebre affresco del Lorenzetti. In altri termini, come i governanti di Siena
lo vollero “visibile” sulle pareti del Palazzo “Pubblico”, così Einaudi lo
addita quale peculiare riferimento fondatore di una tradizione che, attraverso
il lavorio della critica, può e deve essere sempre riattualizzata (Silvestri
2009).
Più nello specifico, il modello ideale di società liberale ricercato da
Einaudi consta di due momenti essenziali, che rappresentano i due momenti
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della “lotta” o, per così dire, i due “fuochi” del buon governo: la
concorrenza e la discussione, o più in generale, il mercato e la sfera
pubblica, in cui il liberale piemontese intravede il principio del progresso
materiale ed intellettuale. Se la concorrenza è concepita come un
meccanismo di selezione dei migliori e in vista del meglio e del nuovo, allo
stesso modo, la discussione funge da principio che opera in vista della
verità. Ad accomunarli è la condizione necessaria della lotta, e cioè la
varietà e la diversità (di azioni e di opinioni) o, in una parola, il pluralismo.
La sfera pubblica ha quindi un ruolo cruciale, sia per la sua funzione di
critica al potere, sia come luogo “terzo” di mediazione tra governati e
governanti, ma anche come luogo in cui è possibile cooperare, attraverso
l’azione e la discussione, muovendo da (o in vista di) valori condivisi.
Quest’ultimo punto permette di comprendere meglio la differenza tra
Pareto ed Einaudi, differenza che non riguarda solo la critica einaudiana alla
teoria dell’élites ma ha a che fare, più radicalmente, con la stessa possibilità
del buon governo. Per Pareto, il «buongoverno», riduttivamente declinato
come problema dei “buoni governanti”, è semplicemente impossibile
(Pareto 1904: 411). Tale impossibilità è imputabile alla mancanza nel
pensiero paretiano di una qualsivoglia accezione positiva della sfera
pubblica. Quest’ultima non sarebbe altro che il luogo in cui si scontrano,
senza alcuna possibilità di mediazione, ideologie e valori dettati da
sentimenti, per loro essenza irrazionali. Da quest’angolatura, i valori
soggettivi, in quanto incommensurabili, sarebbero anche incomparabili. Al
contrario, la concezione einaudiana della sfera pubblica muove dall’idea che
attraverso un confronto fra idee e valori si possa raggiungere una
mediazione. Di più, in quanto fautore de «La bellezza della lotta», Einaudi
auspica lo scontro-incontro di idee affinché si lasci sempre aperta la ricerca
della verità, del meglio e del nuovo. La teoria politico-sociologica di Pareto
muove invece da una visione estrema dell’«eterogeneità sociale» e della
lotta, specialmente della lotta per il potere, a tal punto che secondo Pareto
non può esservi alcuna forma di mediazione tra governanti e governati: la
lotta per il potere è una lotta senza posa, la storia non è che «un cimitero di
élite» e la «libertà è un lusso» (Ibidem). A differenza di Pareto, per Einaudi
il male non è un dato necessario e ineluttabile che si ripete nella storia
secondo la logica dell’eterno ritorno: la storia non è ciclica, e il futuro è
aperto. Se per Pareto il buongoverno è impossibile, per Einaudi il
buongoverno è un altro mondo (ancora e sempre) possibile.
Nel corso del tempo, il principio della fecondità della lotta assurse a
“metodo di libertà”, e, nelle ultime Prediche inutili (1955-1959), ripensò i
due fuochi del buon governo nei termini di un «perenne tentare e
sperimentare» (ivi: 241), operante sia nella «discussione» che nell’«azione».
«Il metodo “di libertà” precisa Einaudi si fonda sul principio del
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tentativo e dell’errore». Chi applica questo metodo «riconosce sin dal
principio di poter versare nell’errore ed auspica che altri tenti di dimostrare
l’errore e di scoprire la via buona alla verità […]. Solo attraverso l’errore si
giunge, per tentativi sempre ripresi e mai conchiusi, alla verità […]. La
libertà esiste sinché esiste la possibilità della discussione, della critica. Trial
and error; possibilità di tentare e di sbagliare; libertà di critica e di
opposizione; ecco le caratteristiche dei regimi liberi» (ivi: 57-58). In
definitiva, «il grande merito dei governi liberi in confronto a quelli tirannici
sta appunto nel fatto che nel regime di libertà discussione e azione
procedono attraverso il metodo dei tentativi e degli errori. Trial and error è
l’emblema della superiorità dei metodi di libertà su quelli di tirannia. Il
tiranno non ha dubbi e procede diritto per la sua via; ma la via conduce il
paese al disastro» (ivi: 345-46).
Dunque, la società liberale auspicata da Einaudi, «si fonda» in ultima
istanza, cioè si regge o cade, su un duplice «riconoscimento» che deve
essere concesso «sin dal principio»: il riconoscimento della propria
fallibilità e il riconoscimento delle ragioni degli «altri». Ciò che implica, di
fatto, la disponibilità all’ascolto e, soprattutto, la disponibilità al
cambiamento. Riconoscere questa fallibilità significa anche riconoscere i
propri limiti. Nondimeno, questi limiti per Einaudi non sono solo quelli
legati alla carenza o fallibilità umana ma rinviano anche a
quell’“istituzionale” o “costituzionale” che “istituisce” (e su cui si regge) la
buona società.
La “città ideale” vagheggiata da Einaudi, a metà tra cielo e terra, è
pertanto un modello non perfetto ma perfettibile, che cioè procede per
tentativi ed errori sulla via del meglio e del nuovo, e che si sforza di
mantenere e allargare quegli spazi di libertà affinché gli uomini possano
continuamente «rompere la frontiera del noto, del già sperimentato, e
muovere verso l’ignoto ancora aperto all’avanzamento materiale e morale
dell’umanità» (ivi: 192). Conseguentemente, proprio in virtù del rapporto
istituito da Einaudi tra libertà e possibilità, il buon governo può anche essere
inteso come una peculiare figura del nesso legge-libertà. Il buon governo è
una “meta-norma” che, tra “interno” ed “esterno”, interiorizzazione e
rappresentazione, ethos e legge, rimane aperta al cambiamento se e nella
misura in cui si sappia mantenere aperto lo scarto tra cielo e terra, possibilità
e realtà.
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Italian Abstract: Con questo saggio intendo fare luce sulla presenza e la rilevanza teoretica dell’idea del buongoverno nel pensiero di Einaudi, attraverso un confronto con il pensiero di Mosca basato su identità e differenze tra le loro concezioni del governo della legge, l'opinione pubblica, il governo misto, il ruolo del ceto medio, la teoria delle élites e il modo in cui fecero i conti con le istanze democratiche. Mostrerò come il buon governo sia una nozione chiave per comprendere il liberalismo di Einaudi. English Abstract: With this essay I aim to shed light on the presence and the theoretical relevance of the idea of good government in Einaudi's thought through a comparison with Mosca's thought based on similarities and differences between their conceptions of the rule of law, public opinion, the mixed government, the role of the middle class, the theory of elites and the way in which they faced the nascent democratic demands. I will show how good government is a key concept to understand Einaudi's liberalism.
Article
Full-text available
Italian Abstract: Scopo di questo saggio è interrogare il dibattito Croce-Einaudi sul rapporto tra liberismo e liberalismo in termini categoriali: a che cosa pensano quando si riferiscono a ciò che del liberalismo è l’economico, l’etico, il giuridico e/o il politico? Cosa si sta difendendo quando si sostiene l’unità e/o la distinzione e/o la separazione tra liberalismo e liberismo? Qual è la posta in gioco? Tale interrogazione permette di mostrare che: 1) nel dibattito sono in gioco visioni dell’uomo e della libertà; 2) tali “antropologie” sono (a) a monte delle concezioni dell’economico, etico, giuridico e/o politico; (b) fondamentali per chiarificare le diatribe e le incomprensioni che questo dibattito continua ancora ad alimentare. In conclusione si mostrerà che la domanda “qual è il rapporto tra liberismo e liberalismo?”, nasconde un’istanza normativa che rappresenta la vera posta in gioco del dibattito: “quale deve essere il rapporto tra liberismo e liberalismo affinché sia preservata o attualizzata una determinata visione dell’uomo?”. English Abstract: The purpose of this essay is to problematize the Croce-Einaudi debate on the relation between “liberism and liberalism” in conceptual terms: what is the “economic”, the “ethical”, the “legal” and/or “political” aspect of liberalism they talk about? What are they defending when they maintain the unity and/or the distinction and/or the separation between liberism and liberalism? What is at stake? This inquiry allows me to show that: 1) visions of man and freedom are at stake in the debate; 2) such “anthropologies” (a) constitutes the background of their conceptions of the economic, ethical, legal and/or political; (b) clarify the fundamental disputes and misunderstandings that this debate still continues to feed. In conclusion, I show that the question “what is the relationship between liberism and liberalism?” hides a normative issue, which represents the true stakes of the debate: “what ought to be the relationship between liberism and liberalism in order to preserve or implement a certain vision of man?”
Article
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In questo articolo alcuni snodi della vita e del pensiero di Luigi Einaudi vengono riletti ed elaborati in cinque variazioni, ognuna delle quali individua una figura emblematica del nesso Legge-Libertà. La tesi dell’autore è che nel pensiero di Einaudi emerge fenomenologicamente la consapevolezza che la questione della libertà ha a che fare sia con il problema della relazione di un individuo o di una comunità con i propri limiti, sia con il problema del superamento di questi limiti in vista del nuovo e del meglio. I limiti sono qui intesi come fondamento o condizioni di possibilità tanto delle istituzioni (economiche, politiche e giuridiche) quanto del pensiero e dell’azione umana. Di conseguenza, la «Legge» è declinata – lato sensu e tenendo presente il rapporto necessariamente ambivalente che essa intrattiene con la libertà – come una figura del limite.
Chapter
Of the Division of LabourOf the Principle which Gives Occasion to the Division of LabourOf the Natural and Market Price of CommoditiesNote
Book
What is good government? Why do some governments fail? How do you implement political accountability in practice? What incentives do you need to put in place to ensure that politicians and public servants act in the public interest and not their own? These questions and many more are addressed in Timothy Besley's intriguing Lindahl lectures. Economic analyses of government usually divide into two broad camps. One which emphasizes government as a force for public good that can regulate markets, distribute resources and generally work towards improving the lives of its citizens. The other sees government as driven by private interests, susceptible to those with the power to influence its decisions and failing to incentivize its officials to act for the greater public good. This book adopts a middle way between the two extremes, the Publius approach, which recognizes the potential for government to act for the public good but also accepts the fact that things often go wrong. It shares the view that there are certain institutional preconditions for effective government but then proceed to examine exactly what those preconditions are. Timothy Besley emphasises that it is not just about designing an appropriate institutional framework but also about understanding the way incentives work and the process by which the political class is selected.