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Léon Walras e l’economia walrasiana
Franco Donzelli
Dipartimento di Scienze economiche, aziendali e statistiche
Università degli Studi di Milano
Roberto Baranzini, Léon Walras e la moneta senza velo (1860-1886). Contributo analitico ed
epistemologico alla ricostruzione del modello monetario walrasiano, UTET, Torino, 2005. € 19,00.
ISBN: 88-7750-893-0
Donald A. Walker, Walrasian Economics, Cambridge University Press, Cambridge, 2006. ISBN-
13: 978-0-521-85855-7 hardback. ISNN-10: 0-521-85855-0 hardback.
1. Il lascito intellettuale di Walras
Léon Walras è universalmente riconosciuto come il fondatore della teoria dell’equilibrio
economico generale (d’ora innanzi indicata con TEG). Gli studi sulle origini della TEG condotti
negli ultimi cinquant’anni da numerosi ricercatori, sotto l’impulso delle affascinanti indagini
sviluppate inizialmente da Jaffé (1964, 1969, 1972, 1976, 1977b), hanno permesso di individuare
precursori di Walras, hanno ricostruito il faticoso percorso seguito da questo grande economista per
giungere alle proprie scoperte, e hanno anche portato alla luce i numerosi contributi esterni di cui
egli si è avvalso nel costruire a pezzo a pezzo il proprio edificio teorico, ma non hanno certamente
sminuito il ruolo centrale e insostituibile di Walras nell’elaborazione del sistema di pensiero che
viene oggi designato con il suo nome. La TEG, e il concetto di equilibrio concorrenziale walrasiano
su cui essa si fonda, costituiscono uno dei pilastri portanti dell’economia contemporanea: non solo,
com’è ovvio, della teoria microeconomica, ma anche, sia pure in maniera meno netta e indiscutibile,
di molti campi della teoria macroeconomica, dell’economia applicata e della politica economica.
Negli ultimi decenni la tumultuosa diffusione della teoria dei giochi e dell’associata nozione di
equilibrio di Nash ha parzialmente eroso il primato della teoria walrasiana in campo
microeconomico, senza tuttavia compromettere la centralità teorica che essa ha saputo conquistare
nei decenni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, anche a discapito di altre
tradizioni, come quella marshalliana e quella austriaca, in precedenza prevalenti nel pensiero
neoclassico o marginalista.
Il lascito di Walras è dunque enorme e ampiamente riconosciuto. Non c’è tuttavia universale
consenso sull’esatta natura del nucleo teorico trasmesso da Walras ai suoi innumerevoli eredi.
Questa incertezza interpretativa può essere ascritta a diverse cause.
In primo luogo va rilevato che, a partire dagli anni Trenta, e quindi, con rinnovato vigore, dagli
anni Cinquanta del secolo scorso, l’economia walrasiana ha conosciuto uno sviluppo portentoso,
tanto sul piano concettuale, quanto su quello formale. Sul piano formale, l’uso sempre più esteso e
consapevole, accanto all’algebra, alla geometria analitica e al calcolo infinitesimale elementare,
originariamente impiegati da Walras e da Pareto, di metodi e strumenti analitici tratti dalla teoria
degli insiemi, dalla teoria dell’ottimizzazione statica e dinamica, dall’analisi funzionale, dalla
topologia differenziale, e da molte altre branche della matematica moderna e contemporanea, hanno
permesso non solo di riformulare il corpo teorico ereditato in maniera sempre più precisa e rigorosa,
ma anche di rivelare aspetti che, pur impliciti nelle trattazioni originarie, non potevano essere colti
in assenza degli strumenti necessari: per esempio, l’equivalenza fra teoremi di esistenza
dell’equilibrio generale e teoremi del punto fisso, dimostrata negli anni Cinquanta e Sessanta,
rivela la natura profonda della TEG, e del concetto di equilibrio in essa impiegato, più di quanto
non potessero fare tutte le trattazioni letterarie o semi-formalizzate dei decenni precedenti. Sul
piano concettuale, poi, la straordinaria espansione del campo predicativo della teoria ha portato a
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quella che potrebbe legittimamente apparire come una trasformazione del suo stesso oggetto e del
suo significato ultimo: in effetti, chi avrebbe mai potuto immaginare, ai tempi di Walras o di Pareto,
che la teoria sarebbe stata formalmente estesa fino ad abbracciare i fenomeni dell’incertezza e
dell’informazione, dei mercati incompleti e delle attività finanziarie, delle forme di mercato non
concorrenziali e dei fondamenti strategici dei comportamenti concorrenziali, delle fluttuazioni
cicliche e della crescita economica, del commercio internazionale e della computabilità degli
equilibri economici?
Quindi è lo stesso successo della TEG che rende complicato, in ultima analisi, identificare con
certezza storiografica il percorso seguito dalla teoria nei suoi molteplici sviluppi, ricostruire il
processo evolutivo di idee sempre più diversificate, e infine risalire all’indietro, su su per li rami,
fino al comune progenitore Walras: in effetti, se si guarda alle sue innumerevoli applicazioni, la
TEG può ormai apparire come un patrimonio condiviso dell’intera professione economica, la cui
paternità è sempre più difficile da decifrare.
Ma a questa difficoltà di natura eminentemente teorica se ne associa un’altra, che riguarda
invece la sociologia della conoscenza e più specificamente deriva dalla sempre più marcata
specializzazione della professione economica, in questo non diversa da tutte le altre professioni
scientifiche in discipline mature. Proprio perché la TEG è divenuta via via più complessa, anche da
un punto di vista analitico, la ricerca di frontiera in questo campo è progressivamente divenuta un
terreno sul quale si esercitano in maniera quasi esclusiva economisti matematici altamente
specializzati, spesso costretti dalla difficoltà stessa della materia investigata a trascurare gli aspetti
della teoria non strettamente funzionali allo sviluppo dell’analisi formale. D’altro canto, lo studio
del processo di filiazione delle idee economiche, pur così rilevante per una reale comprensione non
solo della genesi, ma anche dell’intima natura di qualsiasi sistema teorico, viene oggi praticato da
un insieme sempre più ristretto di storici del pensiero economico, a loro volta in crescente difficoltà
nel comprendere gli sviluppi più recenti e formalizzati delle teorie investigate. Questa progressiva
incomunicabilità fra studiosi impegnati in campi affini, ma sempre più distanti, è ben esemplificata
dalle accorate parole scritte da Jaffé, l’insuperato cultore e interprete del pensiero di Walras, in una
lettera del 1980, riguardante i motivi del continuo rinvio della realizzazione di un suo progetto
relativo a un’opera biografica su Walras, opera che si sarebbe dovuta basare sull’immensa massa di
materiali bio-bibliografici raccolti da Jaffé nel corso di un’intera vita e che in realtà non avrebbe
mai visto la luce a causa della scomparsa di Jaffé stesso. La lettera in questione, spedita al collega e
amico Donald Walker, e da quest’ultimo pubblicata nel volume qui recensito (2006, pp. 203-204),
contiene le frasi seguenti:
I was afraid I lacked the literary capacity to turn these materials into readable account, to
penetrate their psychological and historical import, and to reveal their analytical
significance, at least in a manner acceptable to modern economists. If it was principally for
economists that I was writing, I felt technically inadequate: I tried then to make up for these
inadequacies by turning my attention to recent developments in theoretical economics, but
found I had neither the training nor the ability to keep up with it.
Tuttavia, per quanto importante, neppure la drammatica divisione del lavoro che caratterizza
ormai la professione economica è sufficiente a spiegare le difficoltà che si incontrano nel tentativo
di ricostruire gli esatti confini dell’influenza esercitata dal pensiero di Walras sull’economia
contemporanea. In effetti, al di là delle ragioni generali fin qui richiamate, di ordine sia teorico sia
sociologico e gnoseologico, vi sono anche ragioni specifiche che giustificano l’incertezza tuttora
prevalente al riguardo, ragioni connesse alle particolari difficoltà interpretative che presenta l’opera
stessa di Walras: infatti, se sussistono, come è facile mostrare, difformità di vedute circa la natura
ultima del contributo originario di Walras, è ovviamente impossibile che si formi un consenso
generale per quanto riguarda i rapporti fra economia di Walras ed economia lato sensu walrasiana.
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In realtà, sull’interpretazione del pensiero di Walras non vi è mai stato un punto di vista
realmente condiviso o prevalente. Su aspetti specifici della teoria di Walras (quali, in particolare, la
teoria del tâtonnement, la concezione dell’imprenditore e dell’impresa, la teoria della produzione e
della distribuzione del reddito, la teoria del capitale e dell’interesse, la teoria della moneta), la
controversia risale addirittura agli anni Ottanta dell’Ottocento, con i ben noti interventi critici di
Bertrand, Edgeworth, Auspitz e Lieben, Wicksteed, Wicksell, o con gli altrettanto eloquenti silenzi
(pubblici) di Marshall e di Pareto sulle caratteristiche dell’impostazione walrasiana che essi non si
sentivano di sottoscrivere. Risale agli albori dell’approccio, con la pubblicazione dei contributi
critici di Bertrand e di Lexis, e con le osservazioni critiche sviluppate da Wicksteed e altri in
corrispondenza privata con Walras, anche la controversia sulla determinatezza e sulla natura stessa
dell’equilibrio walrasiano, controversia che riprenderà poi, con rinnovato vigore, negli anni Trenta
(per opera di Hayek, Lindahl e Hicks) e quindi, con nuove connotazioni, dagli anni Settanta del
Novecento in avanti. Tuttavia, accanto a queste prolungate controversie che si sono concentrate su
problemi squisitamente teorici suscitati dalle riflessioni di Walras, sia specifici sia di ordine
generale, dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso si è sviluppato anche un dibattito accanito
non più riguardante solo aspetti teorici del pensiero walrasiano, ma anche i fondamenti
epistemologici e l’orientamento filosofico della ricerca di Walras, dai quali viene naturalmente fatta
dipendere la stessa ricostruzione o interpretazione della teoria strettamente intesa.
Il principale responsabile dell’avvio di quest’ulteriore controversia è ancora una volta Jaffé.
Dopo aver dedicato quarant’anni della propria esistenza all’analisi del pensiero di Walras e,
soprattutto, alla ricostruzione critica della teoria walrasiana dell’equilibrio generale, interpretata
essenzialmente come un elaborato tentativo di spiegare in maniera analitica ma “realistica” il
funzionamento di un insieme di mercati concorrenziali interconnessi, a partire dal 1974 Jaffé muta
in maniera rilevante il proprio punto di vista, sviluppando un’interpretazione radicalmente diversa
dell’opera walrasiana, e specificamente della teoria dell’equilibrio generale. La nuova
interpretazione suggerita da Jaffé è ben esemplificata dai due passi seguenti, tratti da lavori della
seconda metà degli anni Settanta, passi che riteniamo opportuno riportare per esteso, nonostante la
lunghezza, a causa del rilievo che le tesi in essi sostenute verranno ad assumere nel dibattito
successivo e, in particolare, nei due volumi qui recensiti:
Though the Eléments appears on the surface as a completely wert-frei synoptic view of the
interdependent operations of an economic system under a hypothetical regime of perfect
competition, it can be shown that the model is through and through informed and animated
by Walras’s moral convictions. His latent purpose in contriving his general equilibrium
model was not to describe or analyse the workings of the economic system as it existed, nor
was it primarily to portray the purely economic relations within a network of markets under
the assumption of a theoretically perfect regime of free competition. It was rather to
demonstrate the possibility of formulating axiomatically a rationally consistent economic
system that would satisfy the demands of social justice without overstepping the bounds
imposed by the natural exigencies of the real world. (Jaffé, 1977a, p. 105)
[T]he Eléments, instead of aiming to delineate a theory of the working of any real
capitalistic system, was designed to portray how an imaginary system might work in
conformity with principles of “justice” rooted in traditional law philosophy, though the
system remained subject to the same forces, the same “passions and interests”, and the same
material and technological constraints that govern the real world: The Eléments was
intended to be and is, in all but the name, a realistic utopia, i.e., a delineation of a state of
affairs nowhere to be found in the actual world, independent of time and place, ideally
perfect in certain respects, and yet composed of realistic psychological and material
ingredients. (Jaffé, 1980, p. 345)
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Da questi passi emerge con chiarezza una tesi molto netta, secondo la quale l’aspirazione alla
“giustizia sociale”, centrale nel pensiero di Walras fin dai suoi primi passi come ricercatore e
scienziato sociale e costantemente riproposta lungo tutto il suo percorso scientifico, indurrebbe
nelle sue ricerche una “distorsione normativa”, capace di piegare alle proprie esigenze ideali anche
le parti più strettamente teoriche della riflessione walrasiana, parti che solo in apparenza sono
“realistiche” e solo in superficie eticamente neutrali. Ciò che non è del tutto chiaro, tuttavia, è se
Jaffé ritenga che quest’orientamento normativo sia deliberatamente perseguito da Walras o penetri
invece in maniera inconsapevole nei suoi scritti teorici. Alcuni passi, come ad esempio il seguente,
farebbero propendere per la prima ipotesi:
Moral considerations did enter quite consciously and deliberately into Walras’s choice of a
perfect-competition model for his economic analysis. (Jaffé, 1977b, p. 86)
Tuttavia Jaffé è un conoscitore troppo profondo del pensiero walrasiano per non sapere che
Walras stesso, fin dagli esordi della sua carriera scientifica, suddivide la scienza economica in tre
parti, rispettivamente denominate “economia politica pura”, “economia politica applicata” ed
“economia sociale”, cui è richiesto di conformarsi a tre diversi criteri: il criterio del “vero”,
dell’“utile” e del “giusto”. Questa tripartizione della scienza economica, alla quale Walras resta
fedele per tutta la vita, è associata a un piano di lavoro che prevede la stesura di un trattato in tre
volumi, ciascuno dei quali specificamente dedicato a una delle tre parti della scienza. Il progetto
resta però parzialmente incompiuto: infatti, solo il primo volume, dedicato all’“economia politica
pura”, e cioè alla teoria economica in senso stretto, viene realizzato secondo il piano originario (si
tratta appunto degli Eléments d’économie politique pure); per quanto riguarda le altre due parti della
scienza, Walras, dopo aver continuamente rinviato la realizzazione delle trattazioni sistematiche a
lungo pianificate, e rendendosi infine conto, verso la fine della sua vita scientificamente attiva, di
non avere più le forze per portare a compimento il progetto originario, si deve accontentare di
pubblicare due semplici raccolte di saggi scritti in prevalenza nel corso degli anni precedenti (gli
Etudes d’économie sociale del 1896 e gli Etudes d’économie politique appliquée del 1898).
Questa elaborata costruzione sembra tuttavia comprovare che Walras, contrariamente a quanto
occasionalmente suggerito dall’ultimo Jaffé, si propone in realtà fin dall’inizio di distinguere nella
maniera più netta la teoria economica in senso stretto, che sarà poi formulata ed esposta negli
Eléments, dagli studi normativi, orientati al perseguimento della “giustizia” e dell’“ideale sociale”,
che saranno infine raccolti negli Etudes d’économie sociale. Conscio di questa difficoltà, Jaffé
sembra talvolta rinunciare alla sua tesi più forte, accontentandosi di asserire che la teoria economica
di Walras è inconsapevolmente pervasa da un orientamento etico-normativo che la condiziona e la
distorce, anche al di là delle intenzioni dichiarate di Walras:
In conclusion, it is worth remembering that from his very first book on economics,
L’économie politique et la justice published in 1860, Léon Walras’s dominant preoccupation
was with the problem of social justice. By osmosis, as it were, this paramount preoccupation
passed through the partition Walras himself erected to separate his normative economics
(“économie sociale”) from his pure economics. Thus Walras’s pure economics became
imbued with a distinctive moral content and was given a normative direction. (Jaffé, 1977c,
p. 340)
Senza apparentemente riuscire a risolvere questo dilemma interpretativo, Jaffé si dedica tuttavia
con entusiasmo ad applicare la propria tesi – non importa se nella versione debole o forte – alla
rilettura critica di alcuni specifici aspetti della teoria economica di Walras, che vengono
reinterpretati alla luce della presunta “distorsione normativa” che connoterebbe il suo approccio.
Questa operazione coinvolge sorprendentemente alcuni elementi ben noti della teoria walrasiana,
sui quali in precedenza non era mai stato fatto gravare alcun sospetto di condizionamento etico o
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normativo: ad esempio, la cosiddetta “legge dell’unico prezzo”, la condizione di equivalenza nello
scambio (la cosiddetta “clausola quid pro quo”), e persino la stessa ipotesi che ogni scambista sia
tenuto a rispettare il proprio vincolo di bilancio, in breve tutte le condizioni su cui si fonda in
maniera essenziale il modello walrasiano di puro scambio in concorrenza perfetta, e quindi
indirettamente tutta la teoria economica di Walras, vengono interpretate come manifestazioni
dell’ideale di “giustizia commutativa” perseguito da questo autore (Jaffé, 1977c, pp. 329-332).
La stessa teoria del tâtonnement viene riletta alla luce della nuova interpretazione del pensiero
di Walras. A proposito di questa teoria Jaffé aveva in precedenza (1967) scritto:
Walras’s underlying motive in framing this theory was to lend an air of empirical relevance
to his abstract mathematical model at each stage of its development. (Jaffé, 1967, p. 222)
Ma nel suo ultimo articolo, pubblicato postumo nel 1981, Jaffé rinnega la precedente lettura del
tâtonnement come un costrutto mirante a conferire rilevanza empirica alla teoria dell’equilibrio
generale. Questa interpretazione, peraltro pienamente conforme a quanto esplicitamente ripetuto
innumerevoli volte da Walras stesso, tanto negli Eléments quanto nella corrispondenza pubblicata in
Jaffé (1965), viene infatti sostituita dalla seguente:
In the light of L. W.’s ‘normative bias’ implicit in his model I am now more inclined to
consider that the underlying purpose of L. W.’s tâtonnement theory was to portray an
empirical possibility or feasible desideratum rather than an empirical fact (Jaffé, 1981, p.
246)
Pertanto, nella nuova visione dell’opera walrasiana suggerita da Jaffé, anche il costrutto del
tâtonnement cessa di essere la rappresentazione teorica, necessariamente astratta, ma empiricamente
fondata, del “meccanismo della concorrenza” che si sviluppa nei mercati del mondo reale, per
divenire un obiettivo desiderabile e realizzabile, ancorché non realizzato, un tassello di quella
“realistic utopia” che, a parere dell’ultimo Jaffé, Walras non smette mai di perseguire.
A partire dai primi anni Ottanta del secolo scorso le tesi dell’ultimo Jaffé suscitano la reazione
critica di Donald Walker, che raccoglie l’eredità di Jaffé, nel frattempo scomparso, come interprete
ed esegeta principe dell’opera walrasiana. Nel 1984 Walker sviluppa una critica serrata, ricca di
riferimenti ai testi di Walras, delle tesi sostenute da Jaffé negli anni immediatamente precedenti:
riproponendo un’interpretazione più tradizionale del pensiero di Walras, Walker difende
l’ispirazione “realistica” della teoria walrasiana e ribadisce con vigore la necessità di tener ben
ferma, ai fini interpretativi, la distinzione fra piano “positivo” e piano “normativo”, già sottolineata
con forza da Walras stesso, sia pure con linguaggio diverso.
Nonostante le critiche argomentate di Walker, riproposte anche in opere successive dello stesso
autore (Walker, 1996 e 1999), la tesi dell’ultimo Jaffé si fanno strada nel corso degli ultimi
vent’anni, favorendo una reinterpretazione in senso “razionalistico”, “essenzialistico” e “anti-
empiristico” delle posizioni filosofiche di Walras (si vedano, in particolare, Bridel (1987) e (1988),
Berthoud (1988), De Caro (1991) e (1992), Baranzini (1993), Dockès (1996) e (1999), Lendjel
(1998)), nonché una rilettura in chiave etica o normativa della sua teoria o di alcune sue teorie
speciali, fra le quali spicca, sulla scia di Jaffé, la teoria del tâtonnement (si vedano, in particolare,
Huck (2001), Bridel e Huck (2002)).
2. Due opere recenti su Walras ed economia walrasiana
In questo vivace dibattito si inseriscono due opere importanti, rispettivamente uscite nel 2005 e
nel 2006, che investigano da diversi punti di vista, e con risultati significativamente diversi, i
fondamenti epistemologici della costruzione scientifica di Walras, i contenuti analitici di vari aspetti
del suo sistema teorico e l’influenza esercitata dal suo pensiero sugli sviluppi successivi
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dell’economia walrasiana: si tratta del volume Léon Walras e la moneta senza velo (1860-1886) di
Roberto Baranzini, professore associato presso il Centre Walras-Pareto dell’Università di Losanna,
e del volume Walrasian Economics di Donald Walker, professore emerito dell’Indiana University
of Pennsylvania.
Come si evince dagli stessi titoli, le due opere si differenziano sia per l’ampiezza degli
argomenti trattati, sia per la lunghezza del periodo preso in considerazione: infatti, mentre il volume
di Baranzini si concentra in maniera prevalente sul modello monetario di Walras, con riferimento a
un periodo limitato di tempo (1860-1886) che non copre neppure l’intera durata della vita
scientificamente attiva di Walras, il volume di Walker esamina invece l’intera evoluzione del
pensiero di Walras, dagli esordi negli anni Sessanta del secolo diciannovesimo fino alla
pubblicazione della quarta edizione degli Eléments (1900) e oltre, riservando anche un’attenzione
esplicita ad alcuni economisti di scuola walrasiana e ad alcuni approcci teorici influenzati da
Walras, fino agli anni Settanta del ventesimo secolo.
L’opera di Baranzini, il cui orientamento è reso esplicito dal lungo sottotitolo Contributo
analitico ed epistemologico alla ricostruzione del modello monetario walrasiano, è articolata in
cinque capitoli, preceduti da un’Introduzione che fornisce anche una chiave di lettura generale del
lavoro. La struttura è singolare e di per sé interessante: i capitoli “filosofici” si alternano infatti a
quelli “teorici”, in un intreccio suggestivo; inoltre i capitoli dedicati alla teoria monetaria di Walras,
che si sviluppano in sequenza cronologica, sono cosparsi di utili riferimenti al contesto biografico e
storico-economico nel quale la teoria walrasiana evolve e si trasforma.
Il primo capitolo si sofferma estesamente sulla classificazione walrasiana delle scienze, che
percorre, con qualche modificazione, l’intero pensiero di Walras e che, a parere di Baranzini,
rappresenta un elemento molto importante per comprenderne l’evoluzione. Particolare rilievo viene
naturalmente dato alla tripartizione walrasiana della scienza economica, sulla quale ci siamo già
soffermati in precedenza. A parere dell’autore, tuttavia, il programma di ricerca walrasiano, pur
articolato nelle sue tre parti costitutive, resta fondamentalmente unitario. Dev’essere anzi
condannata la “distorsione interpretativa” prodotta dall’eccessiva concentrazione sulla “sola
economia politica pura, a scapito dell’economia applicata e dell’economia sociale” (pp. 3-4).
I capitoli 2 e 3 ripercorrono le tappe evolutive della teoria monetaria di Walras, dagli esordi
pubblicistici dei primi anni Sessanta fino al periodo di grande creatività degli anni Settanta
dell’Ottocento. Questo periodo culmina con la pubblicazione, nel 1880, del saggio “Théorie
mathématique du billet de banque”, opera dai contorni sorprendenti, in quanto sembra mettere in
crisi la fiducia, fino a quel momento professata da Walras, nella “teoria quantitativa della moneta” e
nell’associata “neutralità monetaria”.
Il capitolo 4 riprende e approfondisce le problematiche filosofiche già accennate nel primo.
L’autore parte dalle posizioni epistemologiche dell’ultimo Jaffé, proponendone tuttavia una lettura
più sofisticata. Di Jaffé Baranzini respinge la drastica semplificazione secondo la quale Walras
sarebbe stato mosso da intenti esplicitamente normativi nel costruire la propria teoria positiva del
sistema economico reale. In realtà, come già aveva argomentato in un saggio del 1993, Baranzini
nega che la contrapposizione di stampo positivistico fra piano “normativo” e piano “positivo” possa
rivelarsi utile per comprendere le problematiche che contraddistinguono il pensiero walrasiano: da
questo punto di vista, quindi, non solo le posizioni più radicali manifestate da Jaffé negli anni
Settanta del secolo scorso, ma anche le critiche mosse da Walker a tali posizioni nell’articolo del
1984 e negli scritti successivi appaiono, agli occhi di Baranzini, datate e superate (pp. 126-132).
Dell’ultimo Jaffé, invece, va accolto il suggerimento secondo il quale l’ispirazione morale di
Walras e il suo ideale di “giustizia sociale”, ispirazione e ideale che traspaiono in maniera evidente
sia dagli scritti di “economia politica applicata”, raccolti in Walras (1898), sia, e soprattutto, dagli
scritti di “economia sociale”, raccolti in Walras (1896), costituiscono un elemento essenziale per
comprendere gli stessi lavori di “economia politica pura” di Walras, fra i quali spiccano
naturalmente gli Eléments: sicché, alla fine, se si è disposti a prescindere da certi eccessi verbali e
da un uso talvolta inappropriato del linguaggio filosofico, bisogna riconoscere che Jaffé (1980, p.
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345) aveva fondamentalmente ragione quando affermava che “the Eléments was intended to be and
is, in all but the name, a realistic utopia”.
Nell’ultimo capitolo, infine, l’autore mette alla prova la propria rilettura dell’epistemologia
walrasiana, avvalendosene per spiegare alcuni episodi dell’accidentato percorso seguito dalla teoria
monetaria di Walras. La tesi centrale, in questo caso, è che solo una piccola parte delle multiformi
riflessioni sviluppate da Walras sui temi monetari può sopravvivere all’interno della teoria
economica walrasiana in senso stretto: a parere dell’autore, le parti destinate alla sopravvivenza
sono soltanto quelle che non confliggono con l’“ideale sociale” perseguito da Walras. La “teoria
quantitativa della moneta” e soprattutto l’ipotesi di “neutralità monetaria”, per quanto smentite dai
risultati raggiunti nel 1880, permangono nel corpus teorico walrasiano anche negli anni successivi
perché garantiscono quell’ideale di “giustizia commutativa” che Walras persegue e che guida la sua
lettura idealizzata della realtà: una realtà non già concreta e immanente, ma piuttosto da conseguire,
in un futuro più o meno remoto, con opportune politiche di riforma, come quella mirante a
introdurre un regime bimetallico regolato, che Walras non si stanca mai di proporre e propagandare.
Passando ora a considerare l’opera di Walker, dobbiamo innanzitutto rilevare che essa presenta
una duplice natura: da un lato Walrasian Economics costituisce la naturale prosecuzione della
precedente opera dello stesso autore su temi di teoria walrasiana, la monumentale e controversa
monografia Walras’s Market Models del 1996, che viene ripresa ed estesa in molteplici direzioni;
dall’altro, Walrasian Economics rappresenta anche il tentativo, da parte di Walker, di presentare in
forma sistematica le proprie riflessioni di natura epistemologica sul pensiero e sull’opera di Walras,
riflessioni che, come abbiamo visto, si erano venute formando in maniera relativamente occasionale
nel quarto di secolo precedente, nel fuoco della polemica contro le tesi dell’ultimo Jaffé e di alcuni
suoi seguaci ed epigoni.
L’opera di Walker si compone di due parti di lunghezza diseguale: la prima, di gran lunga la più
estesa, conta più di duecentocinquanta pagine; la seconda, molto più breve, conta meno di settanta
pagine, una decina delle quali occupate da una speciale sezione bibliografica. La prima parte è
dedicata a un esame accurato delle idee di Walras in campo metodologico, epistemologico e
teorico; la seconda contiene invece un’analisi piuttosto affrettata dell’influenza del pensiero di
Walras sugli sviluppi successivi della teoria dell’equilibrio economico generale di matrice
walrasiana e di altri indirizzi di ricerca che si richiamano comunque all’approccio walrasiano.
La prima parte, a sua volta, si suddivide in tre sezioni. Nelle prime due, dopo aver discusso in
maniera molto dettagliata i fondamenti filosofici e metodologici dell’opera di Walras, Walker
riespone più concisamente il proprio originale punto di vista sulla teoria economica di Walras e
sulla sua evoluzione temporale, punto di vista che era già stato argomentato con grande forza nel
lavoro del 1996. La terza sezione contiene invece la “bibliografia definitiva degli scritti di Léon
Walras”, il superbo risultato di due decenni di instancabile impegno profuso da Walker sui lavori
pubblicati e non pubblicati di Walras: nelle cinquanta pagine di bibliografia sono elencate ben
duecentosessantatre voci, tutte accuratamente annotate e commentate.
La seconda parte si compone invece di tre capitoli: il primo analizza brevemente i contributi di
alcuni fra i contemporanei e gli immediati successori di Walras (Pareto, Wicksell, Schumpeter, e
alcuni altri), che sono in vario modo e in diversa misura collegati alla tradizione walrasiana; il
secondo discute ciò che rimane dell’eredità walrasiana (ben poco, a parere di Walker) nel
programma di ricerca che si afferma a partire degli anni Trenta del secolo scorso e che sarà in
seguito occasionalmente denominato “programma di ricerca neo-walrasiano” (il periodo
esplicitamente preso in considerazione da Walker va dal 1930 al 1971); il terzo capitolo, invero
molto breve (quattro pagine in tutto), esamina il posto che le idee di Walras occupano
nell’economia moderna e contemporanea. A quest’ultimo capitolo è associata un’appendice
bibliografica che intende indirettamente fornire un’idea generale dell’enorme varietà di linee di
ricerca che sono state perseguite negli ultimi decenni e che presentano qualche legame con
l’approccio walrasiano.
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Come si ricava dalla precedente esposizione, le opere di Baranzini e di Walker, pur differendo
profondamente per contenuto ed estensione, presentano anche notevoli affinità d’impostazione, che
ne rendono una lettera congiunta particolarmente raccomandabile: entrambi gli autori sono infatti
convinti che l’opera di Walras debba essere studiata nella sua interezza, senza alcun cedimento alla
tentazione convenzionale di separare i lavori di “economia politica pura” da quelli di “economia
politica applicata” e di “economia sociale”, e condividono altresì l’idea che i fondamenti
epistemologici del pensiero walrasiano siano essenziali per comprenderne anche gli sviluppi più
strettamente teorici. Si deve però ricordare che i due autori assumono posizioni diametralmente
opposte in merito alla base epistemologica delle riflessioni scientifiche di Walras, il che forse
contribuisce a rendere ancora più interessante la lettura congiunta delle due opere.
Nei due paragrafi successivi esamineremo separatamente i volumi di Baranzini e di Walker.
L’ultimo paragrafo sarà invece dedicato ad alcune sintetiche considerazioni conclusive.
3. Moneta e “ideale sociale” in Walras
Nel limitato spazio a disposizione vale la pena di concentrarsi sulla tesi centrale del volume di
Baranzini che, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, tende a far discendere da una lettura
forte dell’epistemologia di Walras un’interpretazione altrettanto forte della teoria monetaria di
questo autore e della relativa evoluzione temporale.
Il nucleo fondamentale delle tesi di Baranzini per quanto riguarda l’epistemologia walrasiana è
riassunto dalle tre affermazioni seguenti, tratte rispettivamente dall’Introduzione e dal capitolo
filosofico centrale dell’opera:
[La] descrizione dell’economia concreta non è la preoccupazione principale di Walras e non
corrisponde al contenuto dell’economia politica pura. (p. 4)
Lo studio del metodo razionale walrasiano ci condurrà ad affermare che il suo prodotto
cognitivo non può che porsi come modello normativo per un reale necessariamente
imperfetto. (p. 110)
La particolarità dell’epistemologia walrasiana consiste nell’individuare nelle essenze –
presentemente incompiute – gli oggetti dello studio scientifico. Le contingenze concrete
sono tutt’al più il terreno delle riforme necessarie. La definizione stessa del contenuto della
scienza implica che non si tratta di una rappresentazione stilizzata della realtà concreta,
contingente, ma l’enucleazione della realtà in sé, che è, come abbiamo visto, perfetta. (p.
130)
Vale anche la pena di riportare un ulteriore passo, tratto dalle conclusioni del lavoro, nel quale
Baranzini, nel ribadire il carattere “non realistico” della teoria economica di Walras, dove “non
realistico” deve intendersi nel senso di “non descrittivo”, “non rappresentativo” o “non esplicativo
della realtà empirica concreta”, prende esplicitamente le distanze dall’opposta interpretazione della
teoria walrasiana fornita da Walker:
Altri interpreti hanno cercato di salvare il valore esplicativo dell’equilibrio economico
generale, la “realisticità”, introducendo, ad esempio, delle discontinuità nella produzione
scientifica di Walras (Walker, 1999). In quanto precede abbiamo dimostrato che il punto di
partenza di queste interpretazioni – l’ipotesi secondo la quale l’economia pura
rappresenterebbe un modello del funzionamento dell’economia concreta – è errato. (p. 148)
Da un punto di vista testuale, le affermazioni di Baranzini si fondano sull’interpretazione di
alcuni passi che si trovano sparsi nelle opere di Walras e nella sua corrispondenza. Fra questi
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assume particolare rilievo il passo seguente, tratto dalla Section I degli Eléments, “Objet et divisions
de l’économie politique et sociale”, e specificamente dalla 3e Leçon, dove Walras definisce fra
l’altro l’oggetto dell’“economia politica pura”:
La méthode mathématique n’est pas la méthode expérimentale, c’est la méthode rationnelle.
[…] les sciences physico-mathématiques, comme les sciences mathématiques proprement
dites, sortent de l’expérience dès qu’elles lui ont emprunté leurs types. Elles abstraient de
ces types réels des types idéaux qu’elles définissent ; et, sur la base de ces définitions, elles
bâtissent a priori tout l’échafaudage de leurs théorèmes et de leurs démonstrations. Elles
rentrent, après cela, dans l’expérience non pour confirmer, mais pour appliquer leurs
conclusions. (Walras, 1988, p. 53, passo invariato in tutte le edizioni)
Questo passo, citato da Baranzini, è stato oggetto di molteplici letture critiche, inclusa quella,
particolarmente caustica, proposta privatamente da Pareto in una lettera a Maffeo Pantaleoni del 19
dicembre 1908:
Per riguardi personali non ho mai detto che dal Walras ho solo preso il concetto
dell’equilibrio economico in un caso particolare; che non accetto in nessun modo il suo
modo metafisico di trattare la scienza; […] che non ammetto che ci sia, come dice lui, un
metodo razionale superiore al metodo sperimentale; che non ammetto che l’economia pura
dimostri come debbono seguire i fatti, mentre è l’inverso; che non accetto di studiare ciò che
deve essere, ma che invece studio ciò che è; che è da bambini figurarsi che si dimostra colle
formole dell’economia pura la convenienza per lo Stato di ricomprare le terre, di stabilire il
bimetallismo, ecc. ecc. ecc. (De Rosa (1960), Vol. III, pp. 49-51, Lettera 590)
Senza dubbio, alcuni fra i rilievi critici mossi da Pareto nel passo citato sembrano ben fondati.
In particolare, le osservazioni relative all’infantilismo ingenuo con il quale Walras ripropone
ossessivamente alcune misure di politica economica che gli sono particolarmente care appaiono più
che giustificate: in effetti, sia la proposta di acquisto delle terre da parte dello Stato, con
conseguente abolizione delle imposte, sia la proposta di introduzione di un regime bimetallico
regolato, benché sostenute da un imponente sforzo argomentativo di natura teorica, non sono
neppure lontanamente all’altezza dei contributi di Walras nel campo della teoria economica pura.
Tuttavia, altre osservazioni di Pareto non sono altrettanto condivisibili e sembrano piuttosto dettate
da un estremismo positivistico almeno altrettanto ingenuo quanto alcune fra le posizioni
epistemologiche sottoscritte da Walras.
Quando Pareto afferma di non ammettere, al contrario di Walras, “che ci sia […] un metodo
razionale superiore al metodo sperimentale”, egli finisce con l’attribuire alla distinzione walrasiana
fra i due supposti “metodi” un rilievo di gran lunga superiore a quello che tale distinzione
effettivamente merita. Nello stesso errore di sopravvalutazione cadono, a nostro avviso, sia pure per
ragioni e con intenti del tutto diversi da quelli di Pareto, anche Baranzini e altri interpreti recenti del
pensiero walrasiano. In realtà, le affermazioni metodologiche ed epistemologiche di Walras, del
tipo di quelle contenute nel passo citato, non sono altro che enunciati piuttosto banali, che Walras
ricava da letture non professionali (come lui stesso riconosce) delle opere di filosofi a lui
contemporanei, in particolare dagli scritti di Etienne Vacherot. Come giustamente osserva Baranzini
(pp. 119 e 174, n. 26), è proprio da Vacherot (1858, t. II, p. 95) che Walras trae quasi di peso la tesi
apparentemente più forte fra quelle enunciate nel passo riportato sopra, tesi secondo la quale la
teoria non può aspirare a “conferme” o “verifiche empiriche”, ma solo ad “applicazioni empiriche”.
Ma in realtà, anche se quest’affermazione dovesse essere intesa in senso letterale (operazione che,
come si vedrà fra breve, è comunque discutibile), essa farebbe di Walras un anti-verificazionista,
ma certamente non un anti-empirista, come pure talvolta è stato suggerito: in fondo, in tema di
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validazione delle teorie, non saranno proprio gli empiristi logici a pervenire, qualche decennio più
tardi, a una critica radicale del verificazionismo?
Come accennato sopra, tuttavia, ciò che Walras intende probabilmente dire è qualcosa di molto
più semplice e banale di ciò che spesso gli si tende ad attribuire: per Walras dalla realtà empirica si
traggono i “tipi reali” e da questi, attraverso un processo di astrazione, i “tipi ideali”; ma proprio a
causa di questa derivazione indiretta a due stadi non si può poi sperare che i “tipi ideali”, cui il
teorico infine perviene, trovino immediato riscontro o corroborazione nella realtà empirica, da cui
pure sono stati tratti. Il paragone con la “geometria”, che Walras sviluppa nelle righe
immediatamente successive, illustra perfettamente la sua concezione: solo in una “circonferenza
astratta e ideale” i raggi sono tutti uguali fra loro e solo in un “triangolo astratto e ideale” la somma
dei tre angoli interni è uguale a quella di due angoli retti. Come ben si sa, tuttavia,
[la] réalité ne confirme qu’approximativement [point, nelle prime tre edizioni] ces
définitions et démonstrations; mais elle en permet une très riche application. Pour observer
cette méthode, l’économie politique pure doit emprunter à l’expérience des types d’échange,
d’offre, de demande, de marché […]. De ces types réels, elle doit abstraire, par définition,
des types idéaux, et raisonner sur ces derniers, pour ne revenir à la réalité que la science une
fois faite et en vue des applications. Nous aurons ainsi, sur un marché idéal, des prix idéaux
qui seront dans un rapport rigoureux avec une demande et une offre idéales. (Walras, 1988,
p. 53)
Il paragone con la “geometria” chiarisce anche, in maniera conclusiva, per quale motivo è
infondata l’interpretazione dei “tipi ideali” di Walras come “essenze” che rispecchiano un ideale di
“giustizia sociale”: come la “circonferenza” e il “triangolo” della “geometria” sono “astratti e
ideali”, ma non certo in senso normativo, così pure il “mercato” e i “prezzi” dell’“economia politica
pura” sono “astrazioni ideali”, ma non certo nel senso della “giustizia sociale”.
Tutto ciò era già stato detto verso la fine dell’Ottocento da Wieser (1891, p. 108), un
economista austriaco certamente non sospettabile di eccessiva parzialità a favore di Walras, ed è
stato poi ribadito da molti altri interpreti, fra i quali si segnala Walker con il già citato lavoro del
1984 e con altri scritti successivi, nei quali viene mobilitata un’enorme massa di riferimenti testuali
alle opere di Walras al fine di demolire le tesi dell’ultimo Jaffé. Tuttavia, se Baranzini non è stato
convinto dalla lettura di queste opere, come non lo è stato (si vedano, in particolare, le pagine 126-
134), sicuramente non sarà convinto dalle poche righe che è possibile dedicare in questa sede agli
importanti argomenti epistemologici in discussione. Anche in poco spazio, però, si può provare a
mostrare che, a prescindere dalla sua correttezza o meno sul piano epistemologico, la chiave
interpretativa suggerita da Baranzini non lo aiuta in realtà a rendere conto delle tormentate vicende
della teoria monetaria walrasiana, che costituisce l’oggetto teorico principale del volume qui
recensito.
Il quesito fondamentale che Baranzini si pone è molto interessante e può essere sinteticamente
espresso mediante il seguente interrogativo: Per quale motivo Walras decide di preservare, dagli
esordi fino alla maturità, una qualche versione della “teoria quantitativa della moneta”, cui è anche
associato un qualche risultato di “neutralità monetaria”, pur avendo scoperto, o meglio ritenuto di
scoprire, a un certo punto del suo percorso, e precisamente nel 1880, che la creazione di moneta
bancaria può avere effetti non neutrali o addirittura può generare crisi?
La risposta che l’autore fornisce è molto articolata, ma può comunque essere riassunta, con
qualche semplificazione, nella maniera seguente. Innanzitutto per Baranzini l’analisi dei fenomeni
monetari è difficilmente compatibile, se non del tutto incompatibile, con la struttura logica della
teoria dell’equilibrio generale (p. 4): questo spiegherebbe perché Walras riesce a incorporare
formalmente la moneta nel suo modello più comprensivo di equilibrio generale solo nella quarta
edizione degli Eléments (1900), a quarant’anni dalle iniziali indagini monetarie e a quasi trent’anni
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dalla prima formulazione del modello di scambio, produzione e formazione del capitale, che risale
ai primi anni Settanta dell’Ottocento.
Per Baranzini, poi, la “teoria quantitativa” e l’ipotesi di “neutralità monetaria” s’impongono a
Walras in quanto quest’ultimo ritiene che solo una “moneta neutrale” possa assicurare quella
stabilità dei prezzi nel tempo che è a sua volta condizione necessaria affinché si affermi l’auspicata
“giustizia commutativa”. Quando Walras si rende conto che l’emissione di moneta bancaria oppure
un regime monometallico o bimetallico non regolato possono suscitare instabilità o generare crisi,
egli propone misure riformatrici e politiche di controllo statale, che ricadono nell’ambito
dell’“economia politica applicata”. Nell’“economia politica pura”, tuttavia, egli decide di preservare
l’ipotesi di “neutralità monetaria”, nonostante il suo riconosciuto irrealismo nelle circostanze
storiche date, proprio perché la teoria pura non descrive la realtà economica concreta, ma solo
l’ideale perfetto al quale l’economia convergerà in futuro, anche dal punto di vista della “giustizia
commutativa”, per effetto delle riforme proposte.
Questa tesi, per quanto affascinante e ben argomentata, non è però convincente. Innanzitutto la
premessa generale sull’inconciliabilità fra teoria della moneta ed equilibrio generale è
indimostrabile e non viene, in effetti, dimostrata. Bisogna anzi rilevare che l’autore si preclude fin
dall’inizio la possibilità stessa di provare a fornire una qualche dimostrazione di questo assunto
perché decide, senza adeguate motivazioni, di troncare la propria analisi alla data di pubblicazione
della Théorie de la monnaie (1886). Ma in realtà l’effettiva integrazione fra teoria monetaria e
modello di equilibrio generale avviene soltanto, ancorché molto imperfettamente, nel biennio 1898-
1900, quando Walras riesce finalmente a sviluppare una teoria del capitale circolante, cui è
assimilata la moneta, intesa esclusivamente – come sempre accade in Walras – come intermediario
degli scambi.
Fin dalla prima edizione del primo volume degli Eléments (1874) Walras intuisce che questa è
la strada da seguire per integrare la moneta nella TEG, ma gli ci vorranno poi venticinque anni per
riuscire a formalizzare in qualche modo l’intuizione originaria (si vedano Walras, 1988, pp. 276-
277, testo invariato in tutte le edizioni, e p. 439, testo introdotto nella quarta edizione). La difficoltà
principale in cui s’imbatte Walras, difficoltà che ritarda a dismisura il completamento del suo
progetto iniziale e che infine si riflette sul carattere sicuramente erroneo della teoria della moneta
che egli riesce a elaborare nella quarta edizione degli Eléments, risiede nella nozione stessa di
capitale circolante, e quindi di moneta: per il modo stesso in cui è definita, infatti, questa nozione
scardina una distinzione fondamentale nell’apparato concettuale e analitico di Walras, quella fra
“capitali” e “redditi”, su cui si basa tutta la teoria walrasiana dello scambio, della produzione e della
formazione del capitale, così come è esposta fino alla terza edizione degli Eléments (1896).
Questa, e non altra, è la ragione per la quale Walras dilaziona fino all’ultimo l’integrazione
formale della moneta nella TEG e produce infine un modello difettoso. Ma il fatto che il modello di
equilibrio monetario concretamente formulato da Walras sia incoerente e fallace non implica che
l’analisi della moneta (intesa come mezzo di scambio, come la intende Walras) sia necessariamente
inconciliabile con la teoria dell’equilibrio generale. Per verificare come effettivamente stiano le
cose sarebbe innanzitutto necessario provare a correggere gli errori commessi da Walras, sempre
che ciò sia realmente possibile: ma questo è un problema analitico, non certo filosofico, che
Baranzini si guarda bene dall’affrontare.
La questione dell’inconciliabilità dell’analisi dei fenomeni monetari con la TEG presenta in
ogni caso numerose ambiguità. Se Baranzini intende dire, come talvolta appare, che le “crisi
monetarie”, intese come “troubles subits et généraux de l’équilibre” (Walras, 1988, p. 580), sono
incompatibili con una qualsiasi teoria dell’equilibrio economico, allora le sue affermazioni sono
tautologicamente vere: infatti, se una teoria fonda le proprie spiegazioni sull’ipotesi che il sistema
economico sia in equilibrio o converga all’equilibrio, sia esso walrasiano o di altra natura, non potrà
poi ragionevolmente dar conto, in maniera formale, del verificarsi di “disturbi subitanei e generali
dell’equilibrio”, dato che ciò contraddirebbe le sue stesse premesse. Ma in realtà l’autore sembra
voler dire molto di più: precisamente, in molti casi egli sembra voler affermare che Walras deve
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salvare la “teoria quantitativa” e l’ipotesi di “neutralità monetaria”, anche contro l’evidenza o i
risultati teorici presuntivamente raggiunti, perché solo una “moneta neutrale” può garantire
quell’ordine monetario che è compatibile con la “giustizia commutativa”, di cui la TEG è
espressione. A nostro avviso, però, quest’ultima interpretazione delle motivazioni sottostanti
all’analisi monetaria di Walras è priva di reale fondamento: infatti, da un lato la “neutralità della
moneta” non costituisce un ingrediente essenziale della TEG, che ne può benissimo fare a meno;
dall’altro, la “neutralità della moneta”, di per sé, non garantisce affatto la stabilità dei prezzi in
un’economia sequenziale con prezzi relativi mutevoli nel tempo, qual è quella esplicitamente
studiata da Walras, e non può quindi risultare necessaria al fine di salvaguardare gli ideali di
“giustizia commutativa” che Walras stesso perseguirebbe.
Perché dunque Walras rimane ostinatamente legato all’ipotesi di “neutralità monetaria”? In
parte perché, in questa come in molte altre occasioni, egli non riesce mai a liberarsi del tutto dalle
concezioni ereditate dal passato (in primis dal padre), concezioni che precedono la faticosa
elaborazione della TEG e che riappaiono dappertutto, ma soprattutto nelle parti riguardanti
produzione e moneta, persino nelle formulazioni più mature della teoria. Ma in parte
l’atteggiamento di Walras è anche semplicemente dovuto al fatto che l’ipotesi di “neutralità
monetaria” è dopo tutto l’ipotesi più naturale da fare in un contesto nel quale la moneta è vista,
come sempre la vede Walras, come un mero intermediario degli scambi in un mondo privo di
incertezza. Quest’ultima affermazione, tuttavia, dovrebbe essere suffragata da un’ampia
argomentazione formale, che non può essere però sviluppata in questa sede e dev’essere
necessariamente rinviata ad altra occasione.
4. Equilibrio, aggiustamento e portata empirica della teoria in Walras e nell’economia
walrasiana
Walrasian Economics è un’opera molto ambiziosa, che si ripromette di colmare parecchie
lacune nella letteratura incentrata su temi walrasiani. In primo luogo il volume di Walker si propone
di individuare l’esatta relazione sussistente fra i molteplici ruoli ricoperti da Walras nel corso della
sua lunga attività scientifica: l’economista teorico, il metodologo, il filosofo delle scienze sociali,
l’economista applicato e il riformatore sociale. Questo è un argomento che, come abbiamo ricordato
nei paragrafi precedenti, è stato esplorato nell’ultimo quarto di secolo da un grande numero di
ricercatori specializzati nell’analisi del pensiero di Walras; ma Walker si dichiara in serio
disaccordo con le conclusioni raggiunte dalla maggior parte di questi studiosi. In secondo luogo il
volume intende anche dimostrare che una chiara comprensione delle idee originarie di Walras è
essenziale non solo per ricostruire le origini di gran parte della microeconomia moderna, ma anche
“to achieve a view of the present state of general equilibrium theorizing and the directions it appears
to be taking” (p. IX). In effetti, come abbiamo ricordato nel primo paragrafo, scarsa, o quasi nulla, è
stata finora la comunicazione fra il piccolo gruppo di storici del pensiero economico che hanno
reale familiarità con l’approccio originario di Walras e il vasto insieme di economisti che, nel corso
degli ultimi decenni, hanno contribuito alla crescita della TEG o hanno impiegato modelli di
equilibrio walrasiano nei rispettivi campi di indagine. Qualsiasi tentativo di migliorare l’interazione
fra questi due gruppi, come quello compiuto da Walker, dovrebbe quindi essere benvenuto.
Ora, tutte queste promesse sono o non sono soddisfatte? La risposta, sfortunatamente, è in
prevalenza negativa. Senza alcun dubbio, Walrasian Economics è un lavoro di ricerca con molti
meriti, che costituirà sicuramente un testo di riferimento per le future generazioni di studiosi
dell’economia walrasiana. Inoltre, la ricostruzione dei fondamenti filosofici del sistema teorico di
Walras è interessante e, almeno a nostro avviso, piuttosto convincente. Ma le argomentazioni
principali sviluppate da Walker per quanto riguarda sia l’evoluzione delle posizioni teoriche di
Walras, sia l’influenza di tali posizioni sugli sviluppi successivi della TEG, sono veramente poco
convincenti e, in alcuni casi, decisamente sbagliate. La mancanza di spazio ci impedisce di
esaminare in dettaglio non solo parecchie questioni rilevanti sollevate da questo libro, ma anche
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molti punti discutibili sui quali esso richiama l’attenzione del lettore. Nella necessità di scegliere,
concentreremo la nostra discussione sulla principale affermazione non convenzionale fatta
dall’autore, che riguarda il nucleo essenziale del contributo teorico di Walras e il presunto
deterioramento delle capacità intellettuali e specificamente teoriche di quest’ultimo nella parte più
tarda della sua vita scientificamente attiva. Riserveremo invece solo alcune righe da un lato
all’analisi delle idee filosofiche di Walras, sviluppata da Walker nella parte iniziale del suo volume,
e dall’altro alla ricostruzione delle tendenze dell’economia walrasiana dopo Walras, delineata per
rapidi cenni da Walker nella parte finale della sua opera.
Per quanto riguarda la posizione metodologica e filosofica di Walras, Walker è principalmente
interessato a contrastare il punto di vista “iperrazionalistico” di alcuni interpreti del pensiero di
Walras ricordati nei paragrafi precedenti: come abbiamo visto, questi studiosi, richiamandosi alle
posizioni espresse da Jaffé negli anni Settanta, hanno sviluppato nel corso degli ultimi decenni una
particolare tesi interpretativa, denominata da Walker “archrationalism thesis” (p. 29), secondo la
quale il sistema teorico di Walras sarebbe in ultima analisi “detached from empirical
considerations” (ibid.), essendo invece permeato da considerazioni etiche e intenti normativi. A
nostro avviso, nella sua polemica contro l’interpretazione del pensiero di Walras fatta propria dagli
“iperrazionalisti”, Walker si trova a svolgere un compito relativamente facile: egli, infatti, è in
grado di mostrare senza particolari difficoltà che, al pari di moltissimi altri economisti e scienziati
sociali del suo tempo, anche Walras si affida, nel costruire il proprio sistema teorico, a
un’epistemologia caratterizzata da un orientamento empirico e, perlomeno in senso lato,
fondamentalmente “realistico”. Per respingere la “tesi iperrazionalistica” Walker si avvale di
un’enorme quantità di conoscenze, tratte dalle fonti originali del pensiero walrasiano: in effetti, se si
prescinde da Walras stesso, che notoriamente era solito leggere e rileggere continuamente i propri
scritti, Walker è quasi certamente il miglior conoscitore di tutti i testi di Walras, pubblicati e non
pubblicati, inclusi i più oscuri e quelli apparentemente più insignificanti; ed egli è capace di mettere
a frutto questa sua enciclopedica conoscenza al fine di annientare le letture “ipperrazionalistiche”
del pensiero di Walras – obiettivo che, almeno a nostro avviso, egli è in grado di conseguire
appieno.
Giunti a questo punto, resta ancora da discutere un ulteriore problema, in qualche modo
connesso all’esame delle posizioni filosofiche di Walras. Persino un interprete molto benevolo del
pensiero walrasiano, come indubbiamente è Walker, è costretto a riconoscere che le idee filosofiche
e metodologiche di Walras sono tutt’altro che originali (p. 26). Inoltre, anche se né Walker né gli
“iperrazionalisti” sarebbero mai disposti ad ammetterlo, è legittimo dubitare che le posizioni
epistemologiche di Walras abbiano realmente esercitato un’influenza di qualche rilievo sulle sue
posizioni teoriche. Se così stanno le cose, tuttavia, ci si può chiedere se sia valsa realmente la pena
di dedicare uno sforzo così grande, come quello impiegato da Walker, per ricostruire i fondamenti
filosofici, poco originali e forse poco rilevanti, del pensiero walrasiano. Naturalmente Walker aveva
un motivo personale molto forte per dedicarsi a questa impresa: è certo, infatti, che egli intendesse
fare i conti una volta per tutte con gli studiosi “iperrazionalisti”, che si erano rifiutati di accogliere
le considerazioni su questo stesso tema da lui sviluppate più di vent’anni fa. Ma è anche possibile
che, alla fine di questa vicenda, lo stesso Walker sia finito per cadere, sia pure dalla parte opposta,
nella stessa trappola interpretativa nella quale erano già caduti i suoi avversari: infatti, insistendo in
maniera probabilmente eccessiva, per ragioni polemiche, sul carattere “realistico” della teoria
walrasiana, Walker si è trovato poi in difficoltà nello spiegare alcuni aspetti di quella teoria che
apparentemente non potevano proprio rientrare nello schema interpretativo proposto. E questa
difficoltà, come vedremo, l’ha spinto a ricercare giustificazioni inconsuete, e poco condivisibili, per
spiegare l’orientamento “anti-realistico” apparentemente assunto a un certo stadio dalla teoria
walrasiana.
Passiamo allora a esaminare in quale modo Walker interpreta il sistema teorico di Walras e ne
spiega l’evoluzione temporale. A questo riguardo, l’autore ribadisce e persino rafforza nel suo
nuovo volume la posizione non convenzionale ed estrema che aveva già fatto propria e argomentato
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in dettaglio nel suo lavoro del 1996. Il nucleo essenziale della posizione di Walker può essere
riassunto nella maniera seguente. Secondo Walker, la vita intellettuale di Walras può essere
facilmente suddivisa in stadi separati. Dopo un stadio iniziale di attività teorica preparatoria, nei
primi anni Settanta del secolo diciannovesimo si apre per Walras una “fase di grande creatività”,
che copre approssimativamente il periodo 1872-1877: è proprio in quegli anni che Walras sviluppa
il modello denominato da Walker “initial comprehensive model of general equilibrium”, modello
esposto nella prima edizione degli Eléments (1874-1877) e negli altri scritti dello stesso periodo.
Walras raggiunge quindi la maturità teorica nella fase successiva, che si protrae dal 1877 fino
all’incirca alla metà degli anni Novanta; durante questa fase vengono preparate la seconda edizione
degli Eléments (1889) e anche la terza (1896), quasi identica alla precedente: è in queste due
edizioni che si può trovare la formulazione più soddisfacente dell’approccio teorico di Walras,
formulazione che Walker tipicamente denomina “mature comprehensive model”. Dopo aver
raggiunto il culmine, tuttavia, le capacità intellettive di Walras declinano bruscamente. Questo
deterioramento è reso infine palese da una decisione che Walras prende nel 1899 e che, a parere di
Walker, è nello stesso tempo inaspettata e poco motivata: in quell’anno Walras decide di introdurre
un’ipotesi, detta “hypothèse des bons”, su cui si fonda una rappresentazione del processo di
aggiustamento all’equilibrio che, per Walker, non è nulla di più di un mero abbozzo, “a sketch of a
virtual process of equilibration”, usualmente indicato come “written pledge sketch”. Secondo
Walker, l’“hypothèse des bons” è introdotta da Walras per una ragione molto semplice: il suo scopo
è infatti
to eliminate the path dependency of equilibrium that was generated by the disequilibrium
transactions and disequilibrium production in his mature comprehensive model. (p. 11)
Pochi mesi più tardi Walras, senza modificare in maniera significativa le parti degli Eléments
già scritte in precedenza al fine di renderle coerenti con la nuova ipotesi, si limita a incorporare il
“written pledge sketch” nella quarta edizione degli Eléments (1900), con l’effetto di generare un
modello incompleto e incoerente, che Walker denomina “last comprehensive model” e giudica di
gran lunga inferiore al “mature comprehensive model”.
Questo modo di descrivere e interpretare l’evoluzione delle idee di Walras presenta numerose
peculiarità. Bisogna innanzitutto rilevare che, con l’espressione “mature comprehensive model”,
Walker intende riferirsi a qualcosa di completamente diverso da ciò che quasi ogni altro economista
sarebbe naturalmente indotto a ritenere. In effetti, come abbiamo già avuto modo di osservare nel
paragrafo precedente, nelle prime tre edizioni degli Eléments Walras presenta tre distinti modelli di
equilibrio, usualmente indicati come “modello di scambio”, “modello con produzione” e “modello
con formazione del capitale”. Nella quarta edizione, come abbiamo visto, Walras sviluppa un quarto
modello formale, che si occupa anche del “capitale circolante” e della “moneta”, oltre che dei
fenomeni già considerati in precedenza, e che sostituisce le analisi relativamente poco formalizzate
del funzionamento del mercato monetario presenti nelle altre edizioni. Tutti questi modelli sono
nidificati, nel senso che ciascuno di essi incorpora il precedente (sempre che esista, naturalmente).
A ciascun modello sono associati due sistemi di equazioni. Il primo sistema, costituito da equazioni
algebriche ordinarie, descrive le condizioni di equilibrio concorrenziale che risultano appropriate
per il modello in questione: per lo meno nel caso del “modello di scambio”, le equazioni di Walras
rappresentano effettivamente il fondamento diretto dell’analisi “statica” moderna dell’equilibrio
generale concorrenziale; nel caso degli altri modelli, invece, la corrispondenza con l’analisi
moderna sussiste sempre, ma è meno immediata. Il secondo sistema, costituito da equazioni
funzionali (si tratta, in ultima analisi, di rudimentali equazioni alle differenze), descrive invece il
processo di aggiustamento all’equilibrio, e cioè il celebre processo di tâtonnement walrasiano, che è
il remoto antenato di un certo tipo di analisi moderna della stabilità dell’equilibrio generale
concorrenziale (questo tipo di analisi della stabilità dell’equilibrio è ancor oggi indicato come
analisi del tâtonnement).
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Questi sistemi di equazioni, assieme ai commenti esplicativi a essi associati, occupano
letteralmente decine di Lezioni e centinaia di pagine in ogni edizione degli Eléments. Alla luce di
questo fatto, si sarebbe naturalmente portati a credere che proprio tali sistemi di equazioni, assieme
alle osservazioni e ai commenti che li accompagnano, dovrebbero costituire i materiali di cui si
compone il “mature comprehensive model” nel senso di Walker. Ma le cose non stanno così: per
Walker, infatti, il “mature comprehensive model” non è rappresentato da equazioni formali, ma
piuttosto da descrizioni letterarie non formalizzate di “institutions, technology, spatial features,
regulations, pricing procedures and conventions, and other structural characteristics of markets”,
descrizioni che si possono occasionalmente trovare in alcuni passi degli Eléments, e naturalmente
anche in molti lavori di “economia applicata” e di “economia sociale” di Walras, ma non si trovano
invece negli scritti dei teorici neo-walrasiani, come ad esempio negli scritti di Debreu (p. 140). In
particolare, una delle caratteristiche più rilevanti del “mature comprehensive model” di Walras,
forse la più importante di tutte per Walker, è che
irrevocable transactions, production, consumption, savings, and investment occur in
disequilibrium. (p. 313)
Il “mature comprehensive model”, quando sia interpretato nella maniera sopra vista, entra in
rotta di collisione con la parte formalizzata della teoria. La contraddizione principale è dovuta al
fatto che i sistemi di equazioni di Walras non prendono coerentemente in considerazione alcun tipo
di attività “irrevocabile” in disequilibrio: da un lato, le equazioni “statiche” non possono dar conto
di alcun processo in disequilibrio, sia esso “irrevocabile” o meno, precisamente a causa del loro
carattere “statico”; dall’altro, le equazioni “dinamiche” che descrivono il processo di tâtonnement
non possono dare correttamente conto di comportamenti “irrevocabili” in disequilibrio, dato che
esse non ammettono che si manifesti il principale effetto di tali comportamenti, che consiste, per
Walker, nel cambiamento dei dati dell’economia (pp. 162-163). Quest’ultimo difetto è così serio,
agli occhi di Walker, da screditare l’intera analisi walrasiana del tâtonnement: l’indignazione di
Walker è in effetti così forte da indurlo a bandire dalla sua esposizione persino l’uso della parola
originaria walrasiana “tâtonnement”, sostituita, in tutta questa discussione, dall’espressione neutrale
(o denigratoria) “exercise in mathematical iteration” (pp. 164-166).
Tuttavia, nonostante l’accertata, drammatica contraddizione fra il “modello” verbale e la sua
rappresentazione formale, Walker paradossalmente dichiara che il “mature comprehensive model” è
“almost complete and […] in most respects well constructed” (p. 171). Per trasformarlo in un
modello completo e pienamente soddisfacente, Walras avrebbe apparentemente dovuto riformulare
le sue equazioni in maniera tale da renderle coerenti con il suo “modello” verbale, cosa che
sfortunatamente e quasi inspiegabilmente egli “decide” di non fare (pp. 175-176). Ma, nell’avanzare
questo implicito suggerimento, Walker non sembra rendersi conto che una tale “semplice”
riformulazione delle equazioni avrebbe richiesto niente di meno che la costruzione ex novo di una
teoria formale del comportamento osservabile in disequilibrio, teoria della quale non c’è alcun
cenno negli scritti di Walras e neppure, se è per questo, negli scritti di alcuno dei suoi seguaci e
successori, inclusi gli economisti neo-walrasiani di qualsiasi orientamento; allo stesso tempo, una
simile riformulazione avrebbe anche comportato l’abbandono dell’intera teoria della scelta
individuale razionale di piani di azione (inosservabili) in condizioni concorrenziali, teoria che
invece è effettivamente sviluppata in grande dettaglio da Walras, almeno per quanto riguarda i
consumatori, dato che negli Eléments i produttori non sono considerati come agenti che
massimizzano i profitti prendendo i prezzi come dati. In breve, Walker non sembra rendersi conto
che ammettere formalmente (e non solo verbalmente) che possano verificarsi comportamenti
osservabili in disequilibrio comporterebbe conseguenze molto più distruttive per la teoria
dell’equilibrio economico generale di Walras, così come noi la conosciamo, di quanto Walker
stesso sarebbe disposto ad accettare o persino a riconoscere: per Walker, in effetti, ammettere che
nella TEG si possano verificare comportamenti osservabili in disequilibrio avrebbe apparentemente
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una sola conseguenza di rilievo, e precisamente produrrebbe un cambiamento nei dati, rendendo
l’equilibrio path-dependent (p. 11).
Dal momento che Walker non comprende le conseguenze dirompenti per l’approccio walrasiano
di qualsiasi tentativo di incorporare in esso una teoria formale del disequilibrio osservabile, la
decisione di Walras di accogliere l’“hypothèse des bons” nel 1899, e di introdurla nella quarta
edizione degli Eléments nell’anno successivo, giunge per lui come una sorpresa: ma in effetti non
dovrebbe essere così, per almeno due ragioni. In primo luogo, assumere l’“hypothèse des bons”,
sopprimendo in questo modo ogni residuo elemento di disequilibrio “irrevocabile” ancora
sopravvivente nel “mature comprehensive model”, e trasformando il processo di tâtonnement in un
processo puramente virtuale privo di implicazioni osservabili, fino a che un equilibrio non sia
finalmente raggiunto, era in realtà l’unico modo nel quale Walras poteva sperare di risolvere “the
contradiction between the model and the equations”, per usare l’espressione di Walker (p. 163): di
sicuro, la via d’uscita alternativa implicitamente suggerita da Walker (e cioè, riformulare le
equazioni in maniera tale da riconciliarle con il “modello” verbale) avrebbe comportato niente di
meno che l’abbandono di tutta la teoria di Walras!
In secondo luogo, è semplicemente non vero, contrariamente a ciò che Walker suggerisce, che
solo nel 1899 Walras finalmente riconosce “the implications of the contradiction between his
comprehensive model and the equations” (ibid.) In realtà, già dai primi anni Settanta, all’inizio della
sua “fase di grande creatività”, Walras è (vagamente) consapevole dell’esistenza di una tensione fra
il suo desiderio di rappresentare il processo di aggiustamento all’equilibrio come un processo di
disequilibrio osservabile in tempo “reale” e le esigenze poste dal suo apparato formale (cioè, dalle
condizioni di equilibrio “statico” e dalle equazioni del tâtonnement): nella prima edizione degli
Eléments, ad esempio, egli tenta goffamente di porre rimedio alle incoerenze che affliggono il
processo di tâtonnement nella produzione, precisamente dovute alla sua pretesa osservabilità,
formulando l’ipotesi, altrimenti inintelligibile, che esista un “mercato straniero” dei servizi dei
capitali che si fa carico di compensare gli eccessi di domanda e di offerta che si manifestano in
disequilibrio sul mercato dei servizi. Dopo la critica di Bertrand (1883), che riguarda
specificamente il “modello di scambio”, Walras (1885) si rende conto che non si può ammettere che
in quel modello abbiano effettivamente luogo transazioni in disequilibrio; pertanto, nella seconda
edizione degli Eléments (1889) egli introduce esplicitamente un’ipotesi di “assenza di scambi al di
fuori dell’equilibrio”, ipotesi che riguarda esclusivamente il “modello di scambio”, mentre mantiene
ferma l’ipotesi che nella produzione possano manifestarsi attività osservabili in disequilibrio e cerca
una nuova strada per risolvere le incongruenze che ne conseguono. Il risultato curioso è che,
contrariamente a quanto afferma Walker, il cosiddetto “mature comprehensive model”, lungi
dall’essere un modello coerente di disequilibrio osservabile, è un miscuglio incoerente di processi di
aggiustamento all’equilibrio di tipo virtuale (nel “modello di scambio”) e di tipo osservabile e
“irrevocabile” (nella produzione). Sicché, alla fine, l’adozione dell’“hypothèse des bons” nella
quarta edizione degli Eléments, generalizzando l’assunto di aggiustamento virtuale a tutti i tipi di
processi di aggiustamento all’equilibrio, inclusi quelli che riguardano le attività di produzione,
rimuove semplicemente un’incoerenza che aveva viziato tutte le precedenti edizioni.
L’interpretazione errata dell’evoluzione del pensiero di Walras che Walker sottoscrive porta
inevitabilmente con sé un’analoga interpretazione errata della storia successiva della TEG e, più in
generale, di tutta l’economia walrasiana. Nelle poche pagine dedicate all’impegnativo compito di
ripercorrere la storia dell’economia walrasiana dopo Walras, Walker suggerisce uno e un solo
criterio di demarcazione per separare gli economisti “buoni” da quelli “cattivi”, all’interno della
tradizione walrasiana intesa in senso lato: i successori di Walras, infatti, sono “buoni” o “cattivi”
interpreti dell’eredità walrasiana a seconda che essi considerino il processo di aggiustamento
all’equilibrio come un processo “irrevocabile” in tempo “reale” oppure come un processo “virtuale”
in tempo “logico”. Ora, questa distinzione, per quanto importante e indebitamente trascurata essa
sia, non esaurisce certamente tutto ciò che si può dire sull’economia walrasiana o sui recenti
sviluppi della TEG. In particolare, molte importanti distinzioni, sfortunatamente assenti nel libro di
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Walker, potrebbero e dovrebbero essere tracciate, per quanto riguarda i vari tipi di modelli
appartenenti all’una o all’altra delle due classi che possono essere ottenute mediante l’applicazione
dell’unico criterio di demarcazione proposto: per esempio, il modello di equilibrio temporaneo di
Hicks differisce profondamente dal modello Arrow-Debreu di equilibrio intertemporale, anche se i
due modelli condividono l’ipotesi di aggiustamento virtuale, che Hicks (1946, p. 337) interpreta
come “essenzialmente istantaneo”. Quest’ultima osservazione, d’altra parte, suggerisce la possibile
esistenza di una relazione fra l’assunto che il processo di aggiustamento all’equilibrio sia puramente
virtuale e l’impiego di una nozione di equilibrio “istantaneo”; analogamente, è possibile mostrare
che l’assunto che il processo di aggiustamento all’equilibrio sia osservabile è spesso associato
all’impiego di una nozione di equilibrio “stazionario”.
La distinzione fra la nozione di equilibrio “istantaneo” e quella di equilibrio “stazionario”,
distinzione che può essere fatta risalire alle originarie ambiguità di Walras circa la natura (virtuale o
meno) del processo di tâtonnement, è fondamentale per comprendere la successiva evoluzione
dell’economia walrasiana; ma, sfortunatamente, tale distinzione è quasi del tutto assente nel volume
di Walker. Questa insufficiente analisi può aiutare a comprendere alcune confusioni, altrimenti
inspiegabili, in cui incorre Walker, quando cerca di classificare singoli autori o linee di ricerca che
si collocano nella tradizione walrasiana sulla base del suo stesso criterio di demarcazione: per
esempio, Pareto è collocato fra i “buoni” economisti che ammettono il verificarsi di disequilibrio
“irrevocabile”, mentre in realtà egli è il primo teorico dell’equilibrio generale a impiegare in
maniera formale, nel suo trattato del 1896-97, una nozione di equilibrio “istantaneo”, che
presuppone un processo di aggiustamento all’equilibrio di tipo virtuale; Cassel è invece situato fra i
“cattivi” economisti che assumono un processo di aggiustamento all’equilibrio di tipo virtuale,
mentre in realtà il modello di equilibrio “stazionario” di Cassel discende direttamente dal “modello
con produzione” della seconda e terza edizione degli Eléments di Walras, modello che a sua volta
presuppone un processo osservabile di aggiustamento all’equilibrio in tempo “reale”; infine, il
saggio di Grandmont su “Temporary General Equilibrium Theory” (1982) è curiosamente collocato
fra i lavori che si occupano di “imperfectly competitive non-virtual equilibrium models” (pp. 338,
341), mentre in realtà la nozione di equilibrio temporaneo di Grandmont non è altro che una
versione aggiornata dell’omonima nozione di Hicks, la quale rappresenta forse oggi il più noto
esempio di un concetto di equilibrio “istantaneo” basato su un processo di aggiustamento
all’equilibrio di tipo virtuale.
Per concludere, quindi, l’esame delle idee originarie di Walras, e specialmente del suo sistema
teorico, può effettivamente rappresentare un passo essenziale per favorire una migliore
comprensione degli sviluppi successivi della TEG, inclusi i più recenti. Walker ha meritoriamente
aperto la strada a questo tipo di analisi, che è sfortunatamente trascurato nella letteratura corrente.
Ma la strada da percorrere è ancora molto, molto lunga.
5. Conclusioni
A quasi centocinquant’anni dalle sue prime embrionali manifestazioni, il contributo scientifico
di Walras continua a presentare aspetti controversi: ciò rende particolarmente difficile accertare
quale sia il lascito di questo grande economista e chiarire l’esatta natura del rapporto intercorrente
fra il fondatore dell’approccio che oggi chiamiamo walrasiano e la sua sterminata discendenza.
Nelle due opere qui recensite Baranzini e Walker si pongono interrogativi fondamentali sul
pensiero di Walras, cercando di fornire risposte articolate a molte questioni aperte. Entrambi gli
autori decidono innanzitutto di conferire un orientamento filosofico ed epistemologico alle proprie
indagini. In questo ambito essi affrontano in maniera esplicita parecchi problemi spinosi che sono
stati oggetto di accaniti dibattiti negli ultimi decenni, a partire dall’impulso in questa direzione
suscitato dagli scritti di Jaffé negli anni Settanta del secolo scorso. In entrambi i casi le analisi
sviluppate sono interessanti e illuminanti, anche se i risultati raggiunti sono per certi aspetti
antitetici: questa situazione fornisce una vivida testimonianza della complessità delle tematiche
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trattate, sulle quali non sembra ancora essersi formato un ampio consenso di vedute. A nostro
avviso, per quanto riguarda questi aspetti del pensiero di Walras, le argomentazioni di Walker,
anche se forse meno ampie e approfondite di quelle proposte da Baranzini, appaiono
complessivamente più convincenti: questo giudizio apparentemente paradossale trova una possibile
giustificazione nel fatto che il pensiero filosofico di Walras è in fondo piuttosto semplice e
immediato, oltre che privo di sostanziale originalità; in queste condizioni, pertanto, un’eccessiva
sofisticazione interpretativa rischia di distorcere il messaggio originario, risultando alla fine
controproducente.
Entrambi gli autori affrontano poi importanti questioni irrisolte che si annidano nel cuore della
teoria di Walras e dell’economia walrasiana: il problema teorico principale discusso da Baranzini è
quello dell’integrazione della moneta nella TEG; la questione teorica fondamentale esaminata da
Walker concerne invece l’interpretazione del tâtonnement e del concetto di equilibrio walrasiano. A
questo riguardo le risposte fornite dai due interpreti, per quanto acute e argomentate con vigore,
appaiono francamente inadeguate. Entrambi gli autori tendono a spiegare alcune scelte teoriche
controverse di Walras facendo appello a giustificazioni di ordine estrinseco: per Baranzini
l’orientamento etico e ideale che permea la visione di Walras trascina ineluttabilmente con sé anche
la teoria monetaria walrasiana, condizionandola e spiegandone l’evoluzione; per Walker è invece il
declino psico-fisico di Walras che ne ottunde le capacità di riflessione e ne spiega le oscillazioni
teoriche. Ma in realtà entrambi gli autori sembrano trascurare la spiegazione più ovvia dei fenomeni
sui quali si sofferma la loro attenzione: a nostro avviso, infatti, ciò che realmente spiega alcune
evidenti discontinuità e incongruenze del percorso teorico di Walras sono le molteplici difficoltà
analitiche, intrinseche alla TEG, in cui egli man mano si imbatte e che cerca di affrontare adottando,
con fatica e con ritardo, le uniche soluzioni che riesce a intravedere.
In evidente, anche se non esplicita, polemica con Schumpeter, Baranzini (p. 17) afferma che il
proprio lavoro intende collocarsi in un programma di ricerca che, in opposizione alla
schumpeteriana “Storia dell’analisi economica”, potrebbe essere denominato “Storia della teoria
economica”. Se con ciò Baranzini intende suggerire che lo storico dell’economia si deve occupare
di tutte le componenti del pensiero di un grande autore o di un gruppo di autori o di una scuola,
inclusi gli aspetti metodologici ed epistemologici e le problematiche di tipo concettuale, egli ha
senz’altro ragione. Ma se invece intende sostenere che lo storico delle idee economiche è
autorizzato a porre in secondo piano la logica interna di una teoria e le proprietà analitiche che la
contraddistinguono, allora a nostro avviso egli ha torto: in particolare, non si può certamente
comprendere Walras, né tanto meno l’influenza che Walras ha esercitato ed esercita sull’economia
walrasiana, se si trascurano i problemi squisitamente analitici che caratterizzano il suo sistema di
pensiero.
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Article
When Walras's Market Models was published, a friend wrote to me that he hoped that it would stimulate research on Walras's work. I am very pleased that his wish is coming true. A number of writers have reexamined it from new perspectives. It is, perhaps, inevitable that the quality and tone of the texts is uneven, and it is to be hoped that in the future all Walrasian research can be done carefully, in good taste, in a dispassionate fashion, and without rhetorical devices and patronizing remarks. In any event, I have presented in my book the results of 30 years of study of Walras's work, and I invite the reader to contrast what I have written with differing expositions. I have nothing to add to those results at this time, except the data which follow.
Article
[fre] Après la critique de Bertrand [1883], Walras introduit la règle de no trade out of equilibrium dans la théorie de l'échange pur. Toutefois, le tâtonnement de la théorie de la production des éditions 1-3 des Éléments comporte des transactions de déséquilibre. Malgré l'hysteresis liée à la redistribution de la richesse, Walras prétend démontrer la convergence du tâtonnement vers l'équilibre général.. Nous montrons que cette démonstration présuppose la neutralité du tâtonnement au regard de la répartition des richesses. Les hypothèses de fonctionnement du tâtonnement sont destinées à éliminer les effets redistributes des transactions de déséquilibre mais cette tentative vaine conduit Walras à sacrifier la cohérence interne de son modèle. [eng] After Bertrand's criticism [1883], Walras introduces the rule of no trade out of equilibrium in his pure exchange theory. But, in the production theory of editions 1-3 of the Elements, disequilibrium transactions occur in the course of the tatonnement. An endogeneous redistribution of wealth could result in a hysteresis phenomenon but Walras attempts to prove the convergence of tatonnement on general equilibrium.. We show that this demonstration implies the neutrality of tatonnement with respect to the distribution of wealth. The functioning hypotheses of the tatonnement are aimed at eliminating any distributive effect of desequilibrium transactions but this unfortunate attempt compels Walras to sacrifice the internal coherence of his model.