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Il Serventese del Dio d’Amore e il suo contesto letterario e editoriale

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Abstract

L’articolo ricostruisce la storia di un testo italiano del XIII secolo, il Serventese del Dio d’Amore, nelle vicissitudini editoriali, nell’analisi delle fonti, nella nuova strutturazione. Derivato da una celebre pagina di André le Chapelain, il testo, composto forse a Bologna, si trova oggi affidato a due importanti testimoni, lo Zibaldone da Canal (Venezia, 1311) e le Rime dei Memoriali Bolognesi (1309). Subjects discussed includes material manuscripts and intertextual patterns of a short thirtheenth-century work fragmentary preserved in the Zibaldone da Canal (Venice, 1311) and in the Rime dei Memoriali Bolognesi (Bologna, 1309). A folk-motif (the ‘Purgatory of Cruel Beauties’) is seen as model that both set a pattern for individual successors in verse and provided the groundwerk for the interlace and amplification (the Novel of Nastagio degli Onesti, Decameron, VIII, 5).
Cuadernos de Filología Italiana ISSN: 1133-9527
2007, vol. 14, 87-100
Il Serventese del Dio d’Amore e il suo contesto
letterario e editoriale
Margherita LECCO
Università di Genova
Dipartimento di Italianistica, Romanistica, Arti e Spettacolo
Margherita.Lecco@lettere.unige.it
RIASSUNTO
L’articolo ricostruisce la storia di un testo italiano del XIII secolo, il Serventese del Dio d’Amore, nelle
vicissitudini editoriali, nell’analisi delle fonti, nella nuova strutturazione. Derivato da una celebre pagi-
na di André le Chapelain, il testo, composto forse a Bologna, si trova oggi affidato a due importanti te-
stimoni, lo
Zibaldone da Canal (Venezia, 1311) e le Rime dei Memoriali Bolognesi (1309).
Parole-chiave: Serventese, fonti narrative, Cruel Beauties, tecniche narrative, Zibaldone da Canal.
The Serventese del Dio d’Amore
A Study of Sources, Context and Setting
ABSTRACT
Subjects discussed includes material manuscripts and intertextual patterns of a short thirtheenth-cen-
tury work fragmentary preserved in the
Zibaldone da Canal (Venice, 1311) and in the Rime dei
Memoriali Bolognesi
(Bologna, 1309). A folk-motif (the ‘Purgatory of Cruel Beauties’) is seen as
model that both set a pattern for individual successors in verse and provided the groundwerk for the
interlace and amplification (the Novel of
Nastagio degli Onesti, Decameron, VIII, 5).
Key-Words: Serventese, Sources, Cruel Beauties, Narrative techniques, Zibaldone da Canal.
Sommario: 0. Introduzione – 1. Manoscritto, datazione, «Gattungsgeschichte» – 2. Il travisamento del
«Lai du Trot» – 3. Volgarizzamenti e volgarizzazione.
0.
INTR
ODUZIONE
Nel 1946, nel dare conto dell’edizione critica condotta da Vittore Branca all’Amo-
rosa Visione
di Boccaccio, in cerca dei possibili intertesti, Gianfranco Contini ren-
deva nota quella che si sarebbe potuta definire una sua personale scoperta: un breve
testo di tematica amorosa e cortese, che l’illustre filologo decise, in base alla versi-
ficazione ed all’argomento, di intitolare
Serventese del Dio d’Amore (1946: 69-99).
Noto da tempo agli studiosi, il poemetto era stato pubblicato una prima volta da
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Giosué Carducci (1876: 145), e successivamente da Adriana Caboni, secondo la
lezione dell’unico esemplare conosciuto, riportato nelle
Rime dei Memoriali
Bolognesi
, che lo avevano tramandato in forma parziale, limitata alle prime nove
strofi (1941: 83-85). Per un caso fortunato, Contini era invece venuto a conoscenza
di una copia recante un maggior numero di versi, benché sempre mutila, numero
forse «non di molto» lontano da quello che si sarebbe potuto ipotizzare per la lezio-
ne archetipica (1946: 93)
1
. Il ritrovamento, avvenuto grazie alla biblioteca luganese
dell’amico Giuseppe Martini, che aveva descritto il manoscritto nel
Catalogo di ser-
vizio alla medesima, contribuì a riportare alla luce il testimone di una valente tradi-
zione, da tempo dimenticata. Il testo, tuttavia, rimase per poco tempo all’attenzione
che gli era stata restituita, per ricadere presto nell’oblio. Al quale fu invece sottrat-
to, forse in modo definitivo, diversi anni più tardi, nel 1967, quando venne pubbli-
cato, insieme con il contiguo
Serventese dello Schiavo di Bari, da Alfredo Stussi, in
quanto parte del manoscritto noto come
Zibaldone da Canal, oggi appartenente alla
Yale University (Ms 327), di cui occupa i ff. 65r-67r (Stussi 1967: 112-117). Il testo
appare, per più ragioni, degno di interesse, a causa anche di una rinnovata specula-
zione sui suoi tramiti tematici. Su di esso si vorrebbero quindi avanzare alcune con-
sider
azioni, vòlte a tracciar
ne, sia pure in breve sintesi, la vicenda testuale.
1. MANOSCRITTO, DATAZIONE, «GATTUNGSGESCHICHTE»
Come è noto dall’importante edizione Stussi, nello Zibaldone da Canal, mano-
scr
itto di area v
eneta da
tabile intorno alla prima metà del XIV secolo (1311), sono
raccolte in prevalenza composizioni di carattere pratico: vi sono contenute prose di
carattere mercantile (computi, transazioni commerciali), medico (ricette, pozioni
farmaceutiche), scientifico (note di astronomia e astrologia), e sono presenti anche
pr
overbi,
for
mule di scongiur
o, una corta
Cr
onica
su f
atti della storia v
eneziana fino
al 1257,
e qualche oper
a (anche frammentaria) di letteratura: i due
Ser
ventesi
, l’ini-
zio di un romanz
o di mater
ia tristaniana e qualche v
erso del sonetto
Tempo v
ene
,
scritto a Bologna da re Enzo
2
.
Nella forma in cui è contenuta nello
Zibaldone, la stesura del Serventese (d’ora
in poi citato come
SDA) non si pone quindi oltre gli inizi del XIV secolo, né, sotto
il r
ispetto linguistico,
risulta esterna all’area veneta. Come sembra probabile (in base
alle indicazioni continiane), l’archetipo da cui
SDA discende dovrebbe risalire alla
seconda metà del secolo precedente, e provenire da una zona non eccessivamente
distante
. A suggerire la datazione e la (probabile) localizzazione contribuiscono i
1
Nella recensione di Contini, SDA era detto «contenuto in un manoscritto della sua [di Martini] splendida
collezione in Lugano» (1946: 69). L’illustre filologo ne ricostruì parzialmente la vicenda, iniziando da un’anti-
ca appartenenza veneziana, sino all’ultima stazione allora conosciuta, presso Sotheby’s di Londra, che, nel
1903, lo aveva venduto a due antiquari viennesi, dai quali Giuseppe Martini lo aveva comprato nel 1921.
2
Il Serventese del Dio d’Amore è inserito a seguito di una serie di proverbi, che hanno come tema sag-
gezza
e follia (cc. 64-65):
in par
ticolar
e
,
segue il proverbio che dice: «Lloda lo matto e fallo sallire».
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dati della versione ‘breve’ (cioè frammentaria) del Serventese, il testimone contenu-
to tra le
Rime dei Memoriali Bolognesi, che ne rappresenta forse la forma seriore
(Caboni 1941: 83)
3
. Questa, che per indicazione del manoscritto non risale a data
anteriore al 1309, trova indicatori di definizione nel contributo dell’esame linguisti-
co, che rimanda ad una localizzazione in area emiliana, ad un volgare da riconosce-
re come settentrionale di nord-est, e in alcuni elementi inerenti al genere stesso del
serventese, diffuso sul territorio italiano a partire dal XIII secolo. Elementi che si
rinvengono, anzitutto, nel metro usato: trattandosi di quello che (per dirla ancora con
Contini 1960: 846, ed accanto a lui, più di recente, con Ciociola 1979) «il più anti-
co metricista italiano, Antonio da Tempo, chiamerà
sermontesius caudatus»
4
: verso
scandito dalla misura di tre endecasillabi seguiti da un versetto di 4/5 sillabe in rima
con la strofe successiva: tipologia che appare caratteristica del serventese italiano,
genere popolare, o semi-popolare, inteso a ricalcare modelli d’Oltralpe, il cui più
antico esemplare sembra essere proprio il
Serventese dello Schiavo di Bari, e che
ebbe fra XIII-XIV secolo una piccola, ma ben rappresentata, campionatura.
A tale compagine appartiene il
Serventese dei Lambertazzi e dei Geremei (SLG),
composto a Bologna dopo il 1274, per narrare, con voce giullaresca, le faide tra
Guelf
i e Ghibellini della città (Contini 1960: 844-897). Questo testo si rivela
anch’esso importante per isolare il contesto da cui proviene SDA:lincipit
Altissimo Dio padre [re] de gloria,
Prie
gote che me di’ senno e memoria
Che possa contare una bella istoria
De recordança
suona pr
essoc
hé identico in entrambi i testi
5
, ma lasciando SLG come f
or
ma derivati
-
va e di scrittura più popolare, tanto da far supporre l’ esistenza di
SDA come modello
e for
ma di rif
erimento
6
. Questo fatto può indurre a ritenere che il capostipite di SDA
provenisse dalla stessa area geografica emiliana (e forse bolognese) da cui venne poi
3
SDA si ferma al v. 36, strofe 9. La versione dei Memoriali (datati 1309) appare diverse volte lacunosa,
e almeno in un caso, forse mancante di una parola, v. 35: «per soa gran[de] et de bon core», dove la lacuna
colmata dalla Caboni (la sillaba inserita tra parentesi quadra) potrebbe rivelare la presenza di un termine com-
piuto. Ma solo un esame diretto sul manoscritto consentirebbe una revisione adeguata.
4
Questa definizione si legge a riguardo del Serventese dei Lambertazzi e dei Geremei, vol. II, t. I: 846.
L
’ar
ticolo di Ciociola (1979) inter
viene sulla questione del genere, del suo metro e dei suoi testimoni con
indicazioni complementari, molto esperte, sulle affermazioni continiane: si veda specialmente quanto ripor-
tato alle pp. 46-48 e ss. Per una storia del
Serventese nella lirica provenzale, ed alcune interferenze con la
storia del genere italiano, vedi anche Rieger (1976).
5
Per SDA vedi sotto. Si tratta di un incipit comune a molti Serventesi, e che verrà ripreso dai Cantari, di
origine tipicamente performativa; Ciociola (1979: 47-48, n.3).
6
Contini (1946: 95): «L’identità quasi perfetta [della versione SDA dei Memoriali] dell’inizio con i primi
tre versi del Serventese dei Lambertazzi è senz’altro intenzionale: in quale direzione? Già a priori sarebbe più
verisimile che il verseggiatore politico intonasse la sua storia su un modello del repertorio corrente; ma la
congettura riesce confermata dal fatto che, se il nostro testo [SDA] può dirsi rimato, l’altro offre spesso asso-
nanze molto generiche – e usiamo ancora un eufemismo; perciò non si scenderà oltre il 1280, data di quei
casi in Romagna».
V
edi ancor
a Ciociola (1979:
48),
prosieguo della n. 3.
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Margherita Lecco Il Serventese del Dio d’Amore e il suo contesto letterario e editoriale
SLG, fatto che parrebbe suffragabile anche attraverso alcune forme linguistiche
7
, e che
l’autore dovesse appartenere alla stessa schiera di scrittori professionisti del verso,
benché con migliore, più compiuta, capacità di elaborazione.
In effetti, la qualità popolare si rileva in
SLG più nettamente di quanto non acca-
da per
SDA. Contini dedusse anche da questo ‘tono’ minore la filiazione di SLG da
SDA, la ragione che lo convinse a situare la composizione di SDA anteriormente alla
presumibile data di composizione di
SLG. Tale datazione si precisa allora meglio
come riferibile al 1280 circa, qualche anno dopo lo svolgimento di quegli avveni-
menti della politica bolognese (Contini 1960: 82). Certamente, la natura cortese di
SDA ha un peso non indifferente nel postularne la nascita in un luogo letterariamen-
te più sorvegliato di quello che dovette dare la luce a
SLG. Lo stesso tipo di argo-
mentazione dice però che, se la formula incipitaria di
SDA si modella su quella tipi-
ca di un g
enere di facili compromissioni stilistiche, la posizione di
SD
A
sia da situa
-
re in rapporto ad un utilizzo di ‘fonti’ forse non di primissimo livello. Il problema,
appunto, delle connessioni testuali di
SDA, delle sue fonti, insomma, è l’oggetto su
cui soprattutto ci si vorrebbe qui soffermare.
SDA consta di 192 ver
si, distribuiti in 48 strofe, ciascuna composta di tre ende-
casillabi, più un verso di cinque sillabe, non immuni da incertezze di misura, né
dalla presenza di assonanze, per quanto la lezione dello
Zibaldone sembri (come per
altre cose) più corretta di quella fornita dai
Memoriali Bolognesi. Sotto questo ri-
spetto,
SDA (e forse il suo archetipo) si conforma con qualche riserva alla fattura
della maggior parte dei Serventesi italiani, per lo più assegnati da Contini alla poe-
sia «popolare e giullaresca». Ma è così anche per la materia che informa il testo?
Rammentiamo l’argomento per sommi capi. SDA è narrazione dell’incontro che il
Poeta, che se ne v
a
sollo sença compa
gnia
(v
. 14), fa di uno str
aor
dinario corteo: aper-
to da una
schiera di belle donçelle (v. 21), che cantano una ballata sulla nobiltà
dell’
allto dio d’amore (v. 34),
infoltito da altre schiere, di
belli donçelli (v. 41),
di
done
maritate
(v. 45), di duchese (v. 46), raine e contesse e de grande principate (v. 48), ed
ancora di
belli chavallieri (v. 56); tutti insieme, essi aprono il corteo del Dio, signore
potente (v. 70) ed abbigliato con sfarzo. Segue ancora una
maxenata (v. 87) di donne
malvestite e in gran tormento, dalle quali si stacca una fanciulla, che si rivela come la
donna amata dal Poeta (
Ma çerto la dona mia quella era, v. 109), pentita per non avere
acconsentito alle sue richieste amorose. La compagnia si raduna in un
bel prado (v.
158), dove il Dio si assiede su un
bello sedio (v. 170), ed ognuno dei convenuti si ferma
in
so logo ordenato (v. 173): solo le povere infelici d’amore sono fatte vestire d’erbe
ponçente
(v
. 182),
poste a seder
e
so
vr
a un canf
in de carbone ar
dente
(v
. 183),
ed esc
lu
-
se dal r
icco banc
hetto che si prepara per gli amanti felici.
7
Contini (1946: 95): «Il luogo di composizione sia, anche qui, l’Emilia, più probabilmente Bologna stes-
sa, sembra risultare dalle rime». Contini si riferisce qui all’analogia tra versione
SD
A
dei Memor
iali
e SLG.
L’area linguistica della versione Martini, poi
Zibaldone, viene invece da lui caratterizzata con elementi indub-
biamente riportabili ad area veneta: per es.
z lunga come ç. Per altre osservazioni linguistiche vedi Stussi
(1967: XXVIII e quanto osser
v
a
to per la lingua del Ser
v
entese dello Sc
hia
v
o di Bar
i
,
p. XXIV).
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La tematica di SDA immette dunque, senza dubbio, in piena tradizione cortese.
Essa rientra in quel complesso narrativo che si conviene di intitolare, con felice
intuizione dell’ormai lontano John L. Neilson, al «Purgatorio delle Belle Crudeli»
(Neilson 1900; Sinicropi 1989; Watanabe 1999)
8
. E’ Contini stesso a citare il sag-
gio di Neilson, nel 1946 vecchio di soli 46 anni, per ripercorrerne le principali
attestazioni, da considerare come premessa e sfondo all’
Amorosa Visione: rassegna
estesa a comprendere, fra XII e XIV secolo, il
De Amore di André le Chapelain, gli
oitanici
Lai du Trot e Conseil d’amour di Richart de Fournival (XII-XIII sec.), un
Salut d’Amor catalano (XIII sec.) e la Confessio Amantis di John Gower (XIV sec.),
più qualche altra testimonianza, d’ambito romanzo e germanico. Neilson termina-
va il suo regesto con la versione, molto modificata rispetto alle precedenti, della
novella decameroniana di
Nastagio degli Onesti. A fronte dell’Amorosa Visione,la
novella sarà da tenere ovviamente distinta. Per
SDA, per la definizione dei suoi tra-
miti costitutivi, la rassegna dei modelli e delle interferenze deve essere ancora più
ristretta. Espunti per ragioni cronologiche e territoriali,
Salut e Confessio (e quasi
di sicuro Richart de Fournival, testo di circolazione per lo più francese), restano
come possibili antecedenti ed ispiratori
De Amore e Trot: a prima vista, si direbbe
anzi c
he alcune scelte strutturali di
SD
A
siano sta
te desunte sia dall’uno che dall’al-
tro testo.
2. IL TRAVISAMENTO DEL «LAI DU TRO
Sia consentito f
are, su questo punto, una breve digressione, per rammentare alcu-
ni indispensabili da
ti di r
if
er
imento. Il tema del
Purgator
y of Cr
uel Beauties
è ver
-
sione cortese di un tema, o meglio motivo, di
longue durée e molteplici narrazioni
del territorio europeo, il motivo del
Wild Hunt o Exercitus Mortuorum (noto anche
come
Caccia Selvaggia, Mesnie Hellequin, e con altra denominazione ancora). Su
di esso sono stati scritti, negli ultimi venti anni, molti saggi, che ripercorrono, con
aggiornamenti e rinnovati appoggi testuali, itinerari di ricerca impostati, con accu-
ratezza e sapienza deduttiva, dalla critica positivistica del XIX secolo
9
. Dai saggi
recenti, sono stati evidenziati specialmente i tramiti di collegamento con matrici
appartenenti al mito, e l’attualizzazione compiuta, a partire dall’XI secolo ad opera
della cultur
a clericale con valore di e
xemplum
,
in relazione all’omiletica ed ai pre-
cetti penitenziali: sorta di ‘Inferno in terra’ per servire come paurosa esortazione e
convertire i meno virtuosi.
8
Il saggio di Neilson (1900) costituisce una forma tra le più remote su questo argomento, che tuttavia
aveva avuto qualche trattazione già nel XIX secolo. Il lavoro di Sinicropi (1989), benché impostato in manie-
ra non particolarmente innovativa, si qualifica come ampliamento del tema ed incremento di nuova biblio-
grafia. Con diversa prospettiva, e minore originalità, anche Watanabe (1999) merita di essere letto.
9
La già notevole, e sfruttata, bibliografia sull’argomento si è venuta arricchendo in questi ultimi anni di
indagini metodologicamente innovative: cfr. Ginzburg (1989); Schmitt (1994); Walter (1998); Lecouteux
(1999); Walter (1999). Mi per
metto di r
in
viar
e anche ai miei: Lecco (2000) e (2003).
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La quasi totalità di questi studi tuttavia, proponendosi nel campo dell’analisi sto-
rica e/o folclorica, ha pressoché ignorato (forse doverosamente, visto il suo raggio
d’azione) altre specificazioni dell’immenso patrimonio narrativo sull’argomento.
Una prospettiva in chiave di ricostruzione narrativa e filologica si trova invece di
fronte a varianti di grande importanza dal punto di vista della mitopoiesi e della tipo-
logia letteraria. Tra queste, ne esiste una a sfondo amoroso. La notevole duttilità
narrativa del tema ha, vale a dire, operato in modo che, alla metà del XII secolo, una
branche del materiale narrativo relativo all’Exercitus venisse de-contestualizzata
dall’ambito clericale, e ri-contestualizzata in chiave cortese: la prevalente compo-
nente maschile dei partecipanti viene sostituita con una componente femminile, e
posta sotto l’imperio di un Signore che, un tempo Guida dei Morti, si trova a gover-
nare la prassi del sentire amoroso, a farsi Signore e Personificazione di Amore. Nella
nuova figura si confondono con evidenza lascito folclorico ‘barbarico’ e memoria
classica di una divinità d’Amore, la cui natura si dimostra comunque prescrittiva e
prevaricante, perché intenta al castigo di coloro che peccano: questa volta non con-
tro la castità, ma contro l’etica d’amore, che mette al bando chi rifiuti di concedersi
all’amore, anche come attiva pratica fisica
10
.
Tra le più antiche testimonianz
e dell’introduzione di questa nuova figura nella
letteratura medievale si trovano appunto il passo del XV capitolo del I Libro del
De
Amor
e
di
André le Chapelain ed il
Lai du
Trot
11
. I due testi sono all’incir
ca contem-
poranei, risalenti alla fine del XII secolo. Tanto che questa contemporaneità ha insi-
nuato l’ipotesi di una nascita parallela, quando non l’attribuzione di una priorità al
Lai. Eppure, tra i due testi, i rapporti di posizione, di reciproca relazione, sono
impostati in modo più che evidente.
La tr
asmutazione della posta in gioco, infatti, quanto dire il passaggio da una
ragione r
eligiosa ad una laica (nella n
uova versione, il peccato è di chi non ama car-
nalmente), e la trasformazione dei codici culturali e semantici, sono state pensate e
condotte a f
ine sotto l’impulso di una posizione intellettuale altamente e
voluta ed
attenta alle convenzioni culturali e letterarie cortesi. Va da sé, poi, che un’operazio-
ne di tale rilie
vo e novità non avrebbe potuto mancare di essere adeguatamente regi-
strata e fissata attraverso la scrittura,
medium indispensabile dell’espressione corte-
se. Né, ancora, si può pensare che l’onere di questa transizione culturale così impeg-
na
tiva non necessitasse dell’intervento di una personalità provvista d’intelletto, eru-
dizione, e perfetta conoscenza e maîtrise delle regole cortesi.
È dunque probabile che la responsabilità dell’operazione di trasferimento del
moti
v
o dell’
Ex
er
citus Mor
tuor
um
dall’ambito c
ler
icale a quello cor
tese sia da a
ttr
i
-
10
Sulla figura del Dio d’Amore come personificazione, trasmessa alla letteratura medievale dall’epitala-
mio latino tardo, trasformata con la sovrapposizione di elementi cortesi, cfr. Lewis (1969: 73 ss.), Jauss
(1971), Jung (1971), Ruhe (1974), Strubel (1989: 104-108).
11
Il De Amore o De Arte honeste amandi, è edito con l’intitolazione: Andreae Capellani Regii Francorum
De Amore libri tres
da Trojel (1972). E anche l’ed. a cura di Battaglia (1947), nonché l’ed. a cura di Ruffini
(1980). Per il
Lai du
T
r
ot
v
edi le edizioni di Gr
imes (1935),
e di
T
obin (1976).
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buire a colui presso il quale si trova la formulazione sistematica ed elaborata della
dottrina d’Amore in chiave cortese, appunto l’ignoto André le Chapelain, che con il
De Amore scrive una delle opere più dotte, profonde, e irridenti di tutta la precetti-
stica cortese: André che, per il passo che descrive il Dio d’Amore come Signore di
questo nuovo
Exercitus Mortuorum, si è servito della citazione da una delle pagine
più severe della parenesi medievale, estratta dalla
Visione del presbiter Walchelinus
contenuta nell’Historia Ecclesiastica dell’anglo-normanno Orderic Vital (primo XII
sec.): di questa, laddove è descritto il passo sulle donne dannate per
carnalitas, man-
tiene la forma letterale, ma per volgerne la sostanza in parodia sottile
1
2
.
Il
Lai du Trot opera invece in altra maniera. Sulle donne dannate, esso mostra
un’evidente incongruenza testuale: perché riduce a due (le donne felici e le infelici)
le schiere che il
De Amore, sull’esempio delle tassonomie dei Penitenziali, aveva tri-
plicato (donne felici, e doppia tipologia di donne infelici, per eccesso e per difetto),
reinserendo però, successivamente, una terza schiera; la quale risulta, con evidenza,
superflua, e pare inserita quasi a conseguenza di un segreto senso di colpa nei riguar-
di di un modello (quello di André le Chapelain) sentito come cogente, ma ormai
inutile nella categorizzazione definitiva (Lecco 2003).
Il
Lai du
Trot
richiede dunque la pr
ioritaria conoscenza della lettura cortese del
motivo, e non può venire se non
dopo il De Amore, così come accade ad un insieme
di testi,
che prendono vita toccati dal fascino del trattato di André: i testi raccolti da
Neilson e da Contini, che si dimostrano versioni di discendenza diretta da André
nella pr
oposizione di coerenti spunti di una teoria d’Amore, come se fossero varian-
ti adiafore di un’unica lezione dettata dalla Cortesia. Così accade anche per altri testi
meno titolati dal punto di vista di una teoria d’Amore, i quali, all’apparenza, si
accontentano di r
ifarsi all’
exemplum a causa dell’elemento paur
oso, e tornano così,
per via tr
aver
sa, a ricollegarsi al primitivo mito di morte. Si veda, a conferma, il
La
y
medio-inglese di Sir Orfeo, che riprende alla lettera la narrazione del De Amore, per
applicar
la di nuo
vo al regno degli Inferi in cui precipita la regina Euridice
13
. E in
effetti anche
Trot fraintende e confonde il dettato del De Amore, dal momento che,
attir
ato dalle potenzialità, tipicamente medievali, del
contrasto, finisce per ridurre la
portata teorica del messaggio di André, dandone, con la soluzione binaria (donne
felici e infelici), una lettura semplificata.
C’è tutta
via un’altra precisazione da fare. Nell’ampio processo di ricezione
dell’episodio del Dio d’Amore, andranno anche computate le versioni che si trova-
no in volgarizzamenti e adattamenti del
De Amore. Tra questi vanno ricordati quelli
c
he fur
ono condotti in Italia,
fr
a XIII e XIV secolo,
cinque dei quali sono a
ttualmen-
te conser
v
a
ti, appartenenti ad un’originaria area toscana, indicativi di una buona dif-
12
Il passo è contenuto nell’Historiae Ecclesiasticae Libri Tres di Orderic Vital, storico e cronista, § VIII:
17 (Chibnall 1979:
IV
, 236-50). Per un commento al passo cfr. Schmitt (1994: 114-22).
13
Sull’origine celtica del tema, si veda in particolare il bel saggio di Brouland (1996), alla cui bibliogra-
fia rimando. Sul
Sir Orfeo, che ha suscitato un alto numero di studi, oltre alle Introduzioni alle rispettive edi-
zioni, in Bliss (1994) e Sisam (1970),
si v
edano Kittr
edg
e (1886),
Burke Severs (1961), e Lecco (2004a).
94 Cuadernos de Filología Italiana
2007, vol. 14, 87-100
Margherita Lecco Il Serventese del Dio d’Amore e il suo contesto letterario e editoriale
fusione del testo dell’autore francese e molto produttivi di ulteriori riletture e ibri-
dismi
14
. Il De Amore, che in Italia influenza profondamente la Scuola Siciliana e il
Dolce Stil Novo, non manca di lasciare tracce anche sulla letteratura di più umili
natali: come il padovano
Frammento Papafava, nel conformarvi gli spunti di una
morale cortese; o come, più tardi, il
Cantare di Bruto di Brettagna di Antonio
Pucci
1
5
. Caso singolare quello di Pucci, e molto istruttivo per SDA, perché l’autore
vi riprende un ulteriore racconto fantastico tratto dal
De Amore, il secondo dei due
(il primo essendo quello appena esposto) nei quali le Regole teoriche sull’amore
vengono espresse con il viatico di una narrazione fantastica, intitolata ad un Re
d’Amore, che, in questa seconda occasione, viene fatto coincidere con il re Artù dei
romanzi cavallereschi
16
.
3. VOLGARIZZAMENTI E VOLGARIZZAZIONE
Che cosa si vuole dire con questo excursus? Che, intorno alla metà del XIII seco-
lo, esiste
vano diversi testi che avrebbero potuto essere avvicinati al tema di
SDA.
Che se, dell’intero patrimonio successivo alla diffusione del
De Amore, alcune ver-
sioni sono f
or
se di difficile accesso e rimangono allo stato di pure ipotesi, come
visto da Contini, o come antecedenti della sola
Amorosa Visione, dove si sono con-
tamina
te, per Boccaccio, con presenze ulteriori (
Roman de la Rose); v
e ne sono però
altre, forse minori, che potrebbero avere influenzato
SDA. Da presenze presumibili,
ed assenze quasi certe, si può tentare di tirare qualche conclusione, sia pure non defi-
niti
va per la definizione dello
sta
tus
nar
rativo di
SD
A
.
All’appar
enza,
come si è detto,
SDA presenta almeno un elemento simile a Trot:
confonde il numero delle schiere che fanno parte del corteo, riducendole da tre, le
donne che hanno amato in giusta misura, quelle che hanno ceduto a troppi amanti,
quelle che non hanno ceduto a nessuno, a… A quante, di preciso? In Trot, sono due
le schiere delle donne coinvolte: le
felici, vale a dire, coloro che non hanno peccato
contro Amore (perché si sono concesse agli amanti), e le
infelici, coloro che hanno
peccato contro il Dio (perché hanno serbato la castità); a queste due categorie,
Trot
aggiunge però, maldestramente, una schiera a seguito della prima (cfr. a partire dal
v. 140), che presenta le medesime caratteristiche positive, lasciando comprendere
c
he l’incongruo complemento (in pratica una reduplicazione della prima schiera) è
frutto di una cattiva lettura del De Amore. Analogamente, in area italiana, anche SDA
fraintende la tripartizione di André: esso fa (come sembra) degli intervenuti al cor-
14
Si veda per questo argomento Battaglia (1947), e specialmente le Note e Tesi di Insana e Avalle, aggiun-
te alla traduzione italiana del De Amore (1996: 183-200).
15
Sull’episodio ‘arturiano’ (contenuto nel Libro II, 8) e l’utilizzo da parte del poeta Antonio Pucci, si veda
Lecco (2004b): il testo dei
Cantar
i
(per cui v
edi Ben
ucci, Manetti, Zabagli (2002: I, 107-127) dipende diret-
tamente da una delle versioni toscane. Il
Frammento Papafava, poemetto d’ambiente «genericamente pado-
vano», si può leggere in Contini (1960: 41-47).
16
Mi permetto di r
imandar
e a Lecco (2006).
Cuadernos de Filología Italiana 95
2007, vol. 14, 87-100
Margherita Lecco Il Serventese del Dio d’Amore e il suo contesto letterario e editoriale
teo un unico corteo, riunendo insieme le donne (e gli uomini che, nel De Amore,le
seguono) del primo e del secondo gruppo, congiunto senza distinzione gerarchica né
di sesso: l’aggettivo
oltra che, al v. 37, inserisce accanto al primo un secondo grup-
po appare infatti aggiunta più labile (come se fosse la parte di un tutto) rispetto alla
netta compagine delle «.IIII.XX. dames tot alsi » -
ancora ottanta dame, di cui parla
Trot, v. 141.
Si tratta, per
Trot come per il Serventese italiano, dell’effetto di una tendenza
semplificatrice, che si osserva anche in altri casi: ad esempio nel citato
Lay medio-
inglese di
Sir Orfeo: travisamento che si produce o per mancata comprensione del
testo di partenza, o per voluta azione riduttiva, o che, anche, viene effettuato dagli
autori stessi per ragioni di maggiore comprensibilità; ripartire drasticamente la scel-
ta tra
fedeli al Dio d’Amore e infedeli, sul principio generale che oppone buoni vs
cattivi, significa scegliere una soluzione più immediata e semplice. Scelta che non
investe, significativamente, un autore che conosce bene la teoria d’amore, e che pos-
siede intelletto sofisticato, come Richard de Fournival, il quale, nel suo
Consaus
d’Amour
, rispetta adeguatamente (ed anzi incrementa, nella descrizione dei tormen-
ti) la tripartizione del
De Amore.
Dietr
o
SD
A
si de
ve pensare attiva una riflessione in qualche modo analogamen-
te semplificante, per intenzione voluta o per non totale intendimento. La riduzione
non ha a
vuto esiti troppo cattivi. Sotto questo aspetto,
SD
A
con le sue modeste r
isor-
se retoriche figura, forse incidentalmente, meglio di
Trot, poiché la reductio ad
un
um
masc
hera con maggiore efficacia la confusione delle schiere: perché le mi-
schia insieme e perché immette una presenza maschile che, motivata in André, nel
testo italiano sembra dettata da puri effetti di convenienza cortese, come se istituis-
se un r
uolo di cavalieri serventi, invece che di obbligati complici nel castigo.
Vor
rei dir
e con questo, che personalmente escluderei la possibilità del ricorso, per
SDA, ad un testo come il Trot, postulando per il testo italiano la sola conoscenza del
De
Amor
e
. La copia unica c
he ha tr
amandato
Trot non inf
or
ma, na
turalmente, circa
la diffusione antica del testo, e lascia intendere che il manoscritto che la ritiene, il ms.
fr. 3516 della
Bibliothèque de l’Ar
senal
di Par
igi, anche come testimone di una più
larga diffusione non dovesse oltrepassare un raggio d’azione che si estendesse oltre i
confini della lingua
d’oïl
17
. Nel contempo, andrà considerato il problema della cono-
scenza dei
Lais sul ter
ritorio italiano, che lascia ancora molte zone d’ombra, e, al
momento, pare concludersi sul versante negativo. Non si può, ad esempio, accettare
senza alcuna riserva che il
Lai de Lanval, uno dei più compiuti di Marie de France,
sia sta
to f
onte dir
etta del Cantar
e di
P
onz
ela Gaia
,
se si pensa c
he una tr
a
ttazione
della stessa ser
ie di moti
vi (
l’amor
e della f
a
ta
) si pote
v
a r
iscontrare nel
P
ar
tonopeus
de Blois
, testo che si sa invece ben noto ai letterati italiani (Bendinelli Predelli 1984).
Consider
azioni simili andr
anno f
a
tte anc
he per il
Lai de Pir
am
us et
T
isbé
inteso come
17
Il ms. Arsenal fr. 3516 (Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi), che contiene in copia unica il Trot, venne
redatto intorno al 1267-68, con molta cura ed un’antologizzazione cospicua di testi narrativi e religiosi (bibli-
ci), e non sembr
a a
v
er mai lascia
to la z
ona del Nord-est francese in cui venne redatto; vedi Tobin (1976: 13-15).
96 Cuadernos de Filología Italiana
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Margherita Lecco Il Serventese del Dio d’Amore e il suo contesto letterario e editoriale
fonte diretta per il Cantare omonimo
18
. In questi due casi, però, ci si trova pur sem-
pre di fronte a due
Lais di ampia e provata notorietà, ricordati da molte testimonian-
ze, ed utilizzati anche in via secondaria, da autori che ne fruivano per fama anche
indiretta. È quasi sicuro invece che non si possa fare la medesima affermazione per
Trot, la cui notorietà rimane sovrastata dalla versione fornita prioritariamente dal De
Amore
. Ragioni di probabilità, più che di possibilità, inducono ad ipotizzare che il
Serventese derivi esclusivamente dal trattato di André, anche in ragione del buon
numero e della notevole diffusione dei testimoni italiani dello stesso.
Una prova potrebbe essere offerta dal fatto che, per la restante parte del proprio
dettato, SDA dimostra maggiori timori e meno osa, rispetto a Trot: il quale, focaliz-
zando l’attenzione sulle dame, tagliava via gran parte della suggestiva cornice
ambientale che era offerta del
De Amore, limitandosi a riferire il momento della
cavalcata, situata sullo sfondo di un paesaggio di iconografia gotico-cortese (il
pré
accanto alla rivier
e,
disseminato di flors a grant plente blanches e
vermeilles e
bloies
, vv. 65-67). SDA, invece, si attiene, nel complesso, alla compagine del De
Amore
, con la conseguenza di aderirvi anche sotto altro rispetto. Riferisce così della
presenza del Dio e di quella del suo giardino
faé, di cui però non intende (a giudi-
care da quello che resta) la motivazione né la funzione. La scenografia del giardino
del Dio, anch’essa, nel
De Amore, triplicata in corrispondenza alle diversità compor-
tamentali delle dame (Trannoy 1999), pare ridursi in
SDA alla topica del locus
amoenus
, lasciando se mai trasparire il riferimento al verziere della poesia cortese.
Dello scenario del
De Amore, dame a parte, sono rimaste intatte in SDA la pre-
senza del Dio e del giardino. La presentazione del Dio d’Amore resta prossima a
quella della pagina d’origine, benché limitatamente ai dati esteriori: il Dio-re (la
regalità feudale del De Amor
e
si conforma meglio alla compagine ideale del testo)
compare nell’atto di guidare il corteo dei sudditi d’amore (vv. 63-66 ss.); è poi visto
nel momento in cui viene a insediarsi sul trono posto all’interno del giardino e a si-
gnoreggiarvi (vv. 169-172). Ma se tale duplice indicazione è rispettata, s’individua-
no anche elementi di variazione operanti in profondità rispetto al testo di André.
Nell’evocazione del giardino, è andata perduta la ragione di essere che costituiva la
novità radicale nel
De Amore: la tripartizione degli spazi del giardino del Dio, alla
quale corrispondeva una precisa valutazione dei comportamenti amorosi; in seguito
alla quale si perde anche la necessità di dare un
centro al giardino, che era in André
focus dell’universo amoroso, luogo di ricompensa, dove si insediavano gli amanti
perfetti, coloro che avevano saputo mantenere la giusta misura del concedere, dando
di sé
non tr
oppo
tr
oppo poco
.
All’intorno, i cerchi concentrici che chiudevano la zona centrale, erano delegati, in
André, alla punizione, ma anche al rispecchiamento visivo e materiale delle mancan-
18
Il Cantare di Piramo e T
isbe
si può leggere egualmente nella recente ediz. Benucci, Manetti, Zabagli
(2002: I, 165-192) l’edizione è a cura di R. Manetti. Il
Lai de Piramus et Tisbé si può leggere nell’edizione
Branciforti (1959), che riferisce con ampio commento la storia dei rifacimenti latino-medievali e romanzi,
ed anche nella recente traduzione commentata di Noacco (2005).
Cuadernos de Filología Italiana 97
2007, vol. 14, 87-100
Margherita Lecco Il Serventese del Dio d’Amore e il suo contesto letterario e editoriale
ze operate contro Amore: l’umiditas degli eccessi amorosi, che connotava il primo cer-
chio quasi come sotto l’effetto di un’inondazione sentimentale-sessuale; la
siccitas,
che, nel secondo cerchio, puniva con l’aridità del terreno l’arida ritrosia delle dame
inutilmente virtuose. In
SDA anche i cerchi esterni del giardino vengono a mancare. In
tal modo, la sofisticata divisione descritta da André le Chapelain, che risponde, a voler
seguire la puntualizzazione del più accorto esegeta del
De Amore, Alfred Karnein,
all’applicazione di una
Sündentheorie, di una meditata classificazione dei peccati de-
sunta da un qualche ideale
Penitenziale corretto in senso cortese (1972 e 1985: 84-85),
viene sostituita dalla bellezza di un luogo indistinto, uniformato ad una sola dimensio-
ne, dove vige l’applicazione dei medesimi piacevoli privilegi. La pena, quando esiste,
è confinata alla privata situazione delle dame, che vengono punite
ad personam, con
il sedile ardente e la cattiva qualità del cibo (
e sovra un canfin de carbon ardente/è
poste a sedere
, vv.183-184).Il Dio stesso, in SDA, scomparsa ogni altra attitudine,
appare simile ad un qualunque nobile signore medievale che sia guida e padrone di una
compagnia cortese di giovani allegri e belle dame.
In sostanza, in
SDA il motivato décor del De Amore lascia il posto, molto più che
nel
Trot, agli esiti di una scena cortese, vicina se mai alla pratica tematica e forma-
le del
plaz
er
, con le scelte, che sono proprie a questo genere minore, di un’ambien-
tazione con elementi di pregio, che si riscontra puntualmente nella bellezza sceno-
grafica, nella profusione di gemme, nell’eleganza degli abiti e dei gioielli, persino
nella materiale qualità dei cibi (vv. 190-192): un’affinità, con questo genere, di rap-
pr
esentazione ‘tardo-cortese’ alla quale, ad esempio, nelle
Rime dei Memor
iali
Bolognesi
, rimandava un testo che fu forse, per SDA, materialmente disponibile, il
sonetto
Dugento scudelline di diamanti (Caboni 1941: 65).
La c
hiusa del
Ser
ventese
, come parve probabile a Contini (cfr. sopra), non dove-
va tr
ovarsi molto oltr
e. Le ipotesi restano circoscritte: si può ritenere che vi fosse
enunciata un’ulteriore deplorazione della donna-locutrice (che
SDA, in questo rive-
lando un tr
atto orig
inale, aveva tradotto in amante del personaggio locutore, a diffe-
renza di
Trot), forse seguita da un giudizio, più o meno esteso, espresso dal Dio, e
dall’incremento di qualc
he considerazione moralistica, impostata naturalmente in
senso cortese, sull’opportunità di rispettare appieno gli insegnamenti di Amore nella
consequenzialità dei dettami ad essi inerenti.
SDA ripercorre le modalità di compor-
tamento de
gli epigoni della pagina del
De
Amore
nei casi in cui questa v
enisse ripre-
sa da autori in senso lato ‘popolari’: dove l’attributo copre il processo di divulgazio-
ne pratica di una precettistica amorosa, con l’intento di trasferire la narrazione in
r
acconto di sollecitazione più o meno f
antastica,
in
v
ece c
he in ragionata e prescrit-
ti
v
a dida
ttica del comportamento amoroso.
L’impressione, insomma, è che
SDA debba, in qualche modo, essere riportato ad
una n
uo
v
a consider
azione
,
intendendo con questo una ripresa dello studio sui suoi
v
ar
i elementi testuali (la v
este linguistica, ad esempio, che situando il testo nell’a-
rea veneta, lascia tuttavia trasparire in qualche tratto una volontà di arrivare ad un
linguaggio connotato meno localmente, vedi la sporadica alternanza di forme con
[t] intervocalica non sonorizzata, non appartenenti agli esiti settentrionali), ma an-
98 Cuadernos de Filología Italiana
2007, vol. 14, 87-100
Margherita Lecco Il Serventese del Dio d’Amore e il suo contesto letterario e editoriale
che una valutazione delle sue componenti. Si potrebbero così comprendere meglio
le dinamiche di alcuni fattori. Come a proposito della diffusione del
De Amore, fino
ad ora esaminata quasi solo negli effetti di una ricezione elevata, dai poeti siciliani
al Cavalcanti. O della consistenza del
corpus dei Serventesi italiani, in qualche caso
almeno da connettere più da vicino ai modelli francesi, e sottrarre invece, in parte,
alla definizione, che suona a volte quasi come una condanna, di «genere popolare
e giullaresco», quando taluni casi (ivi compreso il
Serventese dello Schiavo di Bari,
almeno per argomento e fonti) presuppongono legami più complessi. O per la stes-
sa definizione del terreno di diffusione dei temi cortesi e della trattatistica
d’Amore, anche quando, in ogni senso, volgarizzati. Perché è, in fondo, da qui, da
questo sostrato fertile di scambi fra livelli letterari di grande dottrina e di accoglien-
za semi-dotta, che germina, più che dall’
Amorosa Visione, testo di indubbia e forse
unidimensionale collocazione, la bella invenzione della novella decameroniana di
Nastagio.
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TRANNOY, P. (1990): «Le jardin d'amour dans le De Amore d'Andre le Chapelain», in Vergers et jardins dans l'Univers médiéval, Senefiance 28, Aix-en-Provence, Publications du CUER.MA, pp. 375-88.
De Amore in volksprächlicher Literatur Untersuchungen zur Andreas Capellanus-Rezeption in Mittelalter und Renaissance
  • K Winter
  • G L Kittredge
KARNEIN, A. (1985): De Amore in volksprächlicher Literatur. Untersuchungen zur Andreas Capellanus-Rezeption in Mittelalter und Renaissance, Heidelberg, K. Winter. KITTREDGE, G. L. (ed.) (1886): «Sir Orfeo», American Journal of Philology, 7, pp. 176-202
Analisi delle fonti e considerazioni comparative su un Cantare del XIV secolo»
LECCO, M. (2004b): «Bruto di Brettagna e Andrea Cappellano. Analisi delle fonti e considerazioni comparative su un Cantare del XIV secolo», Forum Italicum, 2, pp. 1-17.
«Fonti e struttura Il caso del Cantare fiabesco " italiano»
  • Bendinelli Predelli
BENDINELLI PREDELLI, M. (1984): «Fonti e struttura. Il caso del " Cantare fiabesco " italiano», in PICONE, M.A. e BENDINELLI PREDELLI, M. (eds.): I Cantari. Struttura e tradizione, (Atti del Convegno Intern. di Montréal 19-20 marzo 1981), Firenze, Olschki, pp. 127-41.
Trattato d'amore. Andreae Capellani Regii Francorum " De Amore " (Con due traduzioni toscane del sec
  • S Battaglia
BATTAGLIA, S. (ed.) (1947): Trattato d'amore. Andreae Capellani Regii Francorum " De Amore " (Con due traduzioni toscane del sec. XIV), Roma, Perrella.
  • Margherita Lecco Il Serventese Del Dio D 'amore E Il Suo Contesto Letterario E Editoriale
Margherita Lecco Il Serventese del Dio d'Amore e il suo contesto letterario e editoriale NEILSON, J. (1900): «The Purgatory of Cruel Beauties. A Note on the Sources of the 8 th Novel of the 5 th Day of the Decameron», Romania, 29, pp. 85-93.
«The Antecedents of Sir Orfeo» Studies of Medieval Literature in Honour of A
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BURKE SEVERS, J. (1961): «The Antecedents of Sir Orfeo», in Leach, Mc. E. (ed.): Studies of Medieval Literature in Honour of A. C. Baugh, Philadelphia, University Press, pp.187-202.