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Mind The Gap: aspetti cognitivi del decision making

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Abstract

Uno dei concetti-chiave del libro è quello di “rappresentazione mentale”, che di volta in volta potrà essere incluso in un costrutto o in un altro, ma che sempre sta a indicare il modo particolare con cui entriamo in contatto con quanto ci sta attorno; sul modo in cui questo incontro dà luogo a una specifica traccia, più o meno precisa, più o meno utile. Potremmo pensare alla rappresentazione come a una sorta di quadro impressionista: le pennellate danno vita a un’immagine subitanea, quasi apparisse dal nulla di una tela invisibile, ma che sappiamo esserci; un po’ come la nostra mente. Bene, anche le nostre rappresentazioni mentali sono spesso impressioni, a volte così ricche di sfumature da sembrarci dettagliate anche quando non lo sono. E basta guardare da vicino per rendersene conto. Una cattedrale di Monet che cosa sarebbe, vista sotto la lente del particolare? Basta prestare attenzione, cambiare la nostra prospettiva d’osservazione, per comprendere come le nostre rappresentazioni non siano poi così precise. O, quantomeno, non lo sono sempre, e nemmeno spesso. Cosa dire allora delle decisioni che prendiamo grazie a esse? Mind the gap. Questa semplice frase potrebbe aiutarci a comprendere i nostri limiti, invitandoci a riflettere su quanto il nostro modo di decidere possa essere limitato. Allo stesso tempo, tuttavia, vuol essere anche un richiamo alle nostre capacità. Laddove molti vedono solo la mano ferma, per quanto oscura, dell’inconscio, noi vediamo anche il ruolo di un soggetto, di un uomo, che non è solo un burattino appeso ai fili che quella mano muove, per quanto abilmente. E così, a differenza dell’auriga di Platone, crediamo che l’uomo possa decidere, almeno in certe condizioni, da che parte andare, quale strada seguire, chetando ora l’una ora l’altra di quelle pulsioni che ci animano, e che Freud già aveva pensati essere come cavalli da tenere al giogo. Altre volte, poi, è sufficiente lasciarsi guidare fidandosi, come insegnava Milton Erickson, di chi ci accompagna, del nostro intuito. In ogni caso, è importante prendere consapevolezza dei processi che ci conducono verso una decisione, sia quella giusta o quella le cui conseguenze avremmo voluto evitare. Questo libro parla essenzialmente di decisioni, o meglio della scienza della decisione. Infatti, è nostro intento indagare le basi cognitive, esperienziali e neurobiologiche dei processi decisionali. Tuttavia il nostro obiettivo è sia quello di fornire una trattazione scientifica e critica della materia sia permettere al lettore d’apprendere dei modelli d’analisi (si vedrà in seguito cosa intendiamo con questo concetto) delle scelte umane e, naturalmente, delle loro conseguenze. Vuol essere, quindi, una trattazione sia teorica che pratica, nel tentativo di coniugare due esigenze tipiche dell’uomo: sapere e saper fare. Negli ultimi anni una serie di libri si sono interessati ai processi decisionali. Si va dalle decisioni razionali a quelle inconsce; dalle decisioni emotive al sesto senso; dalle scelte economiche a quelle di consumo. Dal marketing alla politica. Molti studiosi, e non studiosi, si sono occupati, si occupano e, molto probabilmente, nel momento stesso in cui state leggendo queste righe si stanno occupando di processi decisionali. Perché allora un altro libro? Il motivo è semplice, se volete, auto-evidente. Non pretendiamo di offrire al lettore qualcosa che nessun altro è in grado d’offrire loro. Semplicemente, quando una serie di libri concernente lo stesso tema viene pubblicata in un tempo così ristretto, significa che il tema rappresenta non solo un’opportunità, ma anche una necessità. Evidentemente è necessario esprimere più prospettive, guardare all’oggetto attraverso lenti specifiche, perseguendo diversi obiettivi, al fine di chiarire un tema che, per quanto trattato, sembra richiedere ancora molto lavoro al fine di chiarirne la complessità. “Complessità”. Questa è la parola-chiave, che in realtà pare essere una chiave senza serratura. Con questo libro, troverete spesso questa parola. Riconosciamo che questo è un limite del nostro approccio. Infatti, dire che si tratta di una “questione di complessità” è quasi un modo per denunciare, in modo onesto e pretenzioso allo Premessa. Perché Mind the gap? stesso tempo, la propria resa di fronte alla natura e alle sue leggi. Certo, potreste obiettare, esiste una teoria della complessità e una serie di modelli fisico-matematici che la trattano. Eppure, quando uno psicologo parla di “complessità”, ci troviamo spesso di fronte a un tentativo di elusione. Bene, ammetteremo allora che in questo libro tenteremo di eludere la semplicità e il riduzionismo. Cercheremo, tuttavia, di non eludere il problema della soggettività, della coscienza, mettendone in luce i punti deboli e i punti di forza. Parleremo dell’uomo alle prese con i propri limiti, ma parleremo anche della natura alle prese con l’uomo e con la sua forza, l’intrinseca resilienza che almeno per il momento ne permette la sopravvivenza. Affronteremo dunque il problema della scelta a 360 gradi, fermandoci laddove le nostre conoscenze arrivano, senza pretendere che alla prima difficoltà una risonanza magnetica funzionale ci venga in aiuto. Tuttavia, cercheremo di dare un ordine alla mole di dati che negli ultimi decenni è stata prodotta, senza la pretesa di una descrizione completa, ma con l’obiettivo preciso d’offrire utili punti di riferimento a chi voglia comprendere meglio perché si decide in un certo modo, imparando a migliorare il proprio modo di muoversi nell’ambiente, d’interagire con esso (sia esso un ambiente naturale, sociale, tecnologico o di altra natura), per raggiungere una performance decisionale, se non ottimale, quanto meno consapevole. Consapevolezza: è questo il nostro punto d’origine. Laddove alcuni vedono solo un punto d’arrivo e altri solo una parola di scarsa utilità scientifica, noi vediamo un punto d’origine. L’O del nostro piano cartesiano, dove gli assi si incontrano per dar origine a quello spazio bidimensionale che costituisce la potenzialità stessa della complessità. Di questa complessità, come detto, noi descriveremo e voi vedrete solo una proiezione su un piano bidimensionale, che non può dare ragione del fenomeno nella sua interezza. Eppure può costituire un luogo di riferimento, un modus operandi, per approcciare la realtà di tutti i giorni attraverso quei dati empirici e quei modelli teorici che troppo spesso stridono con essa, se non a patto di una sostanziale semplificazione. Consapevolezza, dunque, sarà la parola-chiave da cui inizieremo questo viaggio e con cui cercheremo di descrivere ogni tappa dello stesso. Perché laddove la logica e la matematica si arrestano, per gli ineludibili limiti della nostra razionalità, la consapevolezza può aiutare ad andare oltre i limiti della decisione umana. Il risultato sarà dunque utile tanto a chi intende approfondire le tematiche teoriche della scienza della decisione quanto a chi, per curiosità o per necessità professionali, è intenzionato a indagare la propria mente alla ricerca dei propri limiti e, soprattutto, delle modalità attraverso le quali superarli.
... System 1 has also been described having a phase-locked activation while system 2 shows a more tonic activity [25]. Roughly speaking, we may describe the human mind to use intuition or analytical processes to solve a problem, to formulate a judgment or to take a decision. ...
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Diagnostic reasoning is a critical aspect of clinical performance, having a high impact on quality and safety of care. Although diagnosis is fundamental in medicine, we still have a poor understanding of the factors that determine its course. According to traditional understanding, all information used in diagnostic reasoning is objective and logically driven. However, these conditions are not always met. Although we would be less likely to make an inaccurate diagnosis when following rational decision making, as described by normative models, the real diagnostic process works in a different way. Recent work has described the major cognitive biases in medicine as well as a number of strategies for reducing them, collectively called debiasing techniques. However, advances have encountered obstacles in achieving implementation into clinical practice. While traditional understanding of clinical reasoning has failed to consider contextual factors, most debiasing techniques seem to fail in raising sound and safer medical praxis. Technological solutions, being data driven, are fundamental in increasing care safety, but they need to consider human factors. Thus, balanced models, cognitive driven and technology based, are needed in day-to-day applications to actually improve the diagnostic process. The purpose of this article, then, is to provide insight into cognitive influences that have resulted in wrong, delayed or missed diagnosis. Using a cognitive approach, we describe the basis of medical error, with particular emphasis on diagnostic error. We then propose a conceptual scheme of the diagnostic process by the use of fuzzy cognitive maps.
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