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Contratto di agenzia, cessione di azienda e indennità di fine rapporto

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CORRIERE GIURIDICO N. 5/2008
636
GIURISPRUDENZA•OBBLIGAZIONI E CONTRATTI
.Omissis
Motivi della decisione
..Omissis…
12. Il quarto ed il quinto motivo del ricorso principale,
strettamente connessi, possono essere esaminati con-
giuntamente.
Le censure sono fondate.
Se non può essere configurato un obbligo sistematico di
chi cede una azienda di informare preventivamente i
propri agenti della cessione dell’azienda e dell’identità
del cessionario (anche perché un obbligo simile, se sus-
sistesse, non potrebbe logicamente che estendersi a tut-
ti i soggetti con cui l’azienda da cedere intrattiene rap-
porti di durata), è anche vero che ai sensi dell’art. 1175
c.c. le parti di un rapporto obbligatorio “devono com-
portarsi secondo le regole della correttezza”, e che ai
sensi dell’art. 1375 c.c. “il contratto deve essere esegui-
to secondo buona fede”.
Queste regole di carattere generale sono applicabili an-
che al contratto di agenzia, come a qualsiasi altro con-
tratto, ed alle obbligazioni che ne derivano.
Ciò significa che già prima che il nuovo testo dell’art.
1749 c.c. (introdotto con l’art. 4 d.lgs. 15 febbraio
1999, n. 65, e perciò in epoca successiva ai fatti di cau-
sa) lo sottolineasse espressamente, il preponente dove-
va agire con lealtà e buona fede nei confronti dell’agen-
te (e che, allo stesso modo, l’agente doveva, e deve, agi-
re con lealtà e buona fede nei confronti del preponen-
te).
La violazione di questi obblighi di lealtà e buona fede
comporta la responsabilità per i danni, che eventual-
mente possano esserne derivati, e, con specifico riferi-
mento al contratto di agenzia, può comportare, se la sua
gravita lo giustifica, una giusta causa di soluzione del
rapporto.
L’applicabilità dell’istituto della giusta causa al contrat-
to di agenzia (sia quando il comportamento o la circo-
stanza che integrano la giusta causa siano dovute al pro-
ponente sia quando, invece, siano dovute all’agente) è
stata riconosciuta da questa Corte che ha affermato che
“al rapporto di agenzia si applica l’istituto del recesso
per giusta causa, previsto dall’art. 2119 c.c., per l’evi-
dente analogia che sussiste tra la disciplina del recesso
nel contratto di agenzia e quella dello scioglimento del
rapporto di lavoro subordinato, fondati entrambi su di
un rapporto fiduciario; pertanto, il concetto di giusta
causa di cui all’art. 2119 ben può essere utilizzato, pur
nella sostanziale diversità delle rispettive prestazioni e
della configurazione giuridica dei due contratti, per sta-
bilire se lo scioglimento del contratto di agenzia sia av-
venuto o non per un fatto imputabile all’agente, tale da
precludere la possibilità di prosecuzione anche tempo-
ranea del rapporto” (Cass. civ., 5 novembre 1997, n.
10852; nello stesso senso, 14 gennaio 1999, n. 368; 1
febbraio 1999, n. 845; 28 marzo 2000, n. 3738; 12 di-
cembre 2001, n. 15661; 16 novembre 2004, n. 21678).
II recesso per giusta causa da parte dell’agente comporta
il diritto di quest’ultimo alle indennità che conseguono
alla cessazione del rapporto.
L’art. 1751 c.c. (rimasto per la parte che ora interessa
invariato anche dopo le modifiche del 1999) stabilisce
che l’indennità non sia dovuta quando l’agente recede
dal contratto a meno che si verifichino alcune circo-
stanze espressamente indicate dalla norma, e, tra l’altro,
“a meno che il recesso sia giustificato da circostanze at-
tribuibili al preponente.” Questo significa, a contrario,
che l’indennità e dovuta in caso di giusta causa addebi-
tabile al preponente e, più ampiamente, in tutti i casi in
cui il recesso dell’agente sia giustificato da circostanze
attribuibili al preponente.
13. Anche la cessione dell’azienda, con conseguente su-
bingresso nel rapporto del cessionario, può integrare
una ipotesi di giusta causa di recesso, se attuata con mo-
dalità tali da comportare violazione degli obblighi di
correttezza e buona fede nei confronti dell’agente.
Questo vale del resto, più ampiamente, per tutti i con-
tratti che proseguono con il cessionario dell’azienda.
L’art. 2558 c.c. dispone, al comma 1, che l’acquirente
dell’azienda subentra nei contratti, anche se di durata,
Contratto di agenzia
CASSAZIONE CIVILE, sez. lav., 12 ottobre 2007, n. 21445 - Pres. Mattone - Rel. Monaci - P.M. Fuzio
(parz. diff.) - E.D. (avv.ti Gentili, Monteverde) c. FIAT AUTO V.A.R. s.r.l. (avv.ti De Luca Tamajo,
Favalli, Trifirò)
Contratto di agenzia - Obblighi del preponente - Indennità in caso di cessazione del rapporto di agenzia - Azienda -
Successione nei contratti.
(c.c. artt. 1749, 1751, 2119 e 2558)
La cessione dell’azienda può integrare una giusta causa di risoluzione del rapporto di agenzia se il
cessionario non offre una sufficiente sicurezza di solidità finanziaria e, quindi, non garantisce il ter-
zo contraente del regolare adempimento delle obbligazioni derivanti dalla prosecuzione del contrat-
to di durata.
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stipulati per l’esercizio dell’azienda ceduta, a meno che
non abbiano carattere personale, ma precisa, al comma
2, che il terzo acquirente possa “recedere dal contratto
entro tre mesi dalla notizia del trasferimento, se sussiste
una giusta causa, salva in questo caso la responsabilità
dell’alienante”, confermando cosi che anche la cessione
d’azienda può in determinate circostanze comportare
una giusta causa di recesso dei terzi contraenti (e perciò
anche degli agenti) dai rispettivi contratti, e comporta-
re responsabilità a carico del cedente. Come già sottoli-
neato da questa Corte “l’interesse del terzo è espressa-
mente preso in considerazione dall’art. 2558 comma 2
c.c. in esame laddove, appunto, si prevede il suo diritto
al recesso dal contratto per giusta causa, ovvero come la
dottrina più autorevole ha sempre ritenuto, nel caso in
cui per ragioni estrinseche al contratto la sostituzione
dell’acquirente all’alienante realizza una situazione in
vista della quale il terzo, se l’avesse conosciuta a tempo,
si sarebbe rifiutato di contrarre” (Cass. civ., 12 aprile
2001, n. 5495)
14. L’agente, dunque, ha diritto di recedere dal contrat-
to per giusta causa nel caso in cui per ragioni estrinse-
che al contratto, non inerenti direttamente ad esso, la
sostituzione del cessionario al cedente quale contropar-
te del rapporto contrattuale realizza una situazione in
vista della quale si sarebbe rifiutato di contrarre se l’a-
vesse conosciuta in tempo utile.
Queste ragioni possono riguardare l’identità, e le qua-
lità, del nuovo soggetto, che subentra nel contratto co-
me imprenditore cessionario, e in particolare la sua affi-
dabilità economica.
La cessione dell’azienda può integrare una giusta causa
di risoluzione del rapporto di agenzia se il cessionario
non offre una sufficiente sicurezza di solidità finanziaria,
e che quindi non garantisce il terzo contraente del re-
golare adempimento delle obbligazioni derivanti dalla
prosecuzione del contratto di durata (tanto più se relati-
ve ad importi già maturati, ma non ancora esigibili, co-
me quelli delle indennità da corrispondere alla fine del
rapporto), e, più ampiamente, della regolare prosecuzio-
ne dell’attività dell’azienda cui è connessa l’attività del-
l’agente.
Il signor D. ha invocato appunto questa ipotesi come
giusta causa di risoluzione del contratto di agenzia in-
tercorso con la V.A.R. ritenendo che la cessionaria In-
termotors non offrisse adeguate garanzie di affidabilità
economico-finanziaria, tali da garantire l’aspetto fidu-
ciario del rapporto.
A tal fine si è basato sulle risultanze del bilancio di eser-
cizio al 31 dicembre 1992, e sulla allegata relazione del
collegio sindacale (trascritta nel ricorso per cassazione)
rilevando che il bilancio riportava un passivo rilevante
e sostenendo che da esso e dalla relazione risultava che
la Intermotors versava in precarie condizioni economi-
che.
Se effettivamente la cessionaria Intermotors non offriva
sufficienti garanzie di solvibilità e di consistenza econo-
mica e patrimoniale, non solo il recesso del signor D.
era legittimo e giustificato, ma sussisteva la responsabi-
lità della cedente, a titolo di risarcimento danni ai sensi
dell’art. 2558, comma 2 c.c. per le indennità derivanti
dalla cessione del contratto.
15. In concreto la sentenza della Corte di Torino ha ri-
tenuto che non sussistesse una giusta causa di recesso.
Ha richiamato su questo punto la motivazione della sen-
tenza di primo grado, secondo cui non poteva “attribuir-
si rilievo ai soli dati emergenti dal bilancio della Inter-
motors al 31 dicembre 1993 e dalla allegata relazione”.
Il bilancio di una società di capitali e la relazione del
collegio sindacale hanno carattere ufficiale e devono ri-
ferire esattamente quale sia la situazione economica e
finanziaria della società stessa.
Per la verità, i principi generali in materia e la stessa di-
sciplina di base sono rimasti invariati, ma ai fini di cau-
sa occorre, per precisione, fare riferimento al testo delle
norme quale era in vigore all’epoca dei fatti, prima che
venisse modificato dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6.
Al comma 2 (rimasto invariato), l’art. 2423 c.c., sulla
“relazione del bilancio”, stabiliva esattamente che “il
bilancio deve essere redatto con chiarezza e deve rap-
presentare in modo veritiero e corretto la situazione pa-
trimoniale e finanziaria della società e il risultato eco-
nomico dell’esercizio”, mentre, sempre nel testo vigente
all’epoca dei fatti, i successivi articoli precisavano in
dettaglio i criteri di redazione del bilancio e quelli di
valutazione delle singole voci.
In particolare l’art. 2429 c.c. disponeva che “il collegio
sindacale deve riferire all’assemblea sui risultati dell’e-
sercizio e sulla tenuta della contabilità, e fare le osserva-
zioni e le proposte in ordine al bilancio e alla sua appro-
vazione”.
In sostanza il bilancio e la relazione sindacale descrivo-
no la situazione economica e patrimoniale della società
per darne la necessaria pubblicità all’interno e all’ester-
no della struttura.
Costituiscono la prima fonte di informazione ed il pri-
mo indice di riferimento sia per i soci sia per i terzi che
intrattengano, o vogliano instaurare, rapporti negoziali
con la società.
Non si vede perciò come possano essere pretermessi -
così come ha fatto, in realtà, la Corte di Appello di To-
rino - un loro esame ed una loro valutazione in detta-
glio nonché una indagine sulla consistenza patrimonia-
le e sulla solidità economico finanziaria della società
cessionaria.
La sentenza afferma che non può attribuirsi rilievo ai
soli dati di bilancio, e sembra presupporre che sussiste-
vano altri dati diversi, tali da smentire le risultanze del
bilancio e della relazione sindacale, e dimostrare che,
invece, la situazione della società non era negativa, e
non poteva costituire una valida fonte di preoccupazio-
ni per terzi contraenti.
La sentenza non indica, però, quali potessero essere
questi elementi, necessariamente di particolare consi-
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stenza probatoria, superiore a quella di atti ufficiali,
quali sono appunto il bilancio di esercizio e la relazione
del collegio dei sindaci, né dimostra (e, per la verità,
neppure afferma) che la situazione risultante dal bilan-
cio e della relazione non era effettivamente grave.
Sotto questi profili la motivazione della sentenza è asso-
lutamente insufficiente, e perciò sono fondati, e debbo-
no essere accolti, il quarto ed il quinto motivo del ricor-
so principale.
Omissis
CONTRATTO DI AGENZIA, CESSIONE DI AZIENDA
E INDENNITÀ DI FINE RAPPORTO
di Valerio Sangiovanni
La sentenza in commento si occupa della questione
se l’agente sia legittimato a recedere dal contratto
nel caso in cui il preponente ceda l’azienda. La Cor-
te di cassazione risponde positivamente a questo
quesito per l’ipotesi in cui l’intermediario verrebbe
altrimenti obbligato a continuare il rapporto con
un cessionario di scarsa affidabilità finanziaria.
Fatti di causa e contesto normativo
Una s.r.l. vende prodotti tramite un agente. A un
certo punto il preponente cede l’azienda a un terzo.
L’acquirente dell’azienda non gode di una buona situa-
zione finanziaria e l’agente recede pertanto dal contrat-
to di agenzia. Le parti di questo contratto litigano sulla
validità del recesso e, in particolare, sulla spettanza al-
l’intermediario dell’indennità di fine rapporto.
Quattro sono le disposizioni del codice civile di cui
si occupa la sentenza in commento: gli artt. 1749, 1751,
2119 e 2558. A mente dell’art. 1749 c.c., “il preponen-
te, nei rapporti con l’agente, deve agire con lealtà e
buona fede”. Ai sensi dell’art. 1751 comma 1 c.c., “al-
l’atto della cessazione del rapporto, il preponente è te-
nuto a corrispondere all’agente un’indennità” al ricor-
rere di certe condizioni. L’indennità non è dovuta, fra
gli altri casi, “quando l’agente recede dal contratto, a
meno che il recesso sia giustificato da circostanze attri-
buibili al preponente” (art. 1751 comma 2 c.c.). L’art.
2119 comma 1 c.c. prevede, nel contesto dell’estinzio-
ne del rapporto di lavoro, che ciascuno dei contraenti
può recedere dal contratto “qualora si verifichi una cau-
sa che non consenta la prosecuzione, anche provviso-
ria, del rapporto”. Secondo l’art. 2558 comma 1 c.c., in-
fine, “se non è pattuito diversamente, l’acquirente del-
l’azienda subentra nei contratti stipulati per l’esercizio
dell’azienda stessa”. “Il terzo contraente può tuttavia re-
cedere dal contratto entro tre mesi dalla notizia del tra-
sferimento, se sussiste una giusta causa” (art. 2558 com-
ma 2 c.c.).
In via d’introduzione giova osservare che la mate-
ria dell’indennità di fine rapporto riveste considerevole
rilevanza pratica (1). Chi intende distribuire i propri
prodotti frequentemente si affida ad agenti per rifornire
i mercati e numerose delle controversie che sorgono in
materia di agenzia riguardano proprio tale indennità.
Al termine della relazione contrattuale può emergere
una conflittualità fra i contraenti che durante l’esecu-
zione del contratto è generalmente rimasta sullo sfon-
do. Durante il rapporto le parti hanno interesse a man-
tenere buoni rapporti proprio per il fatto che la relazio-
ne continua ed è interesse comune non avvelenare il
clima. Quando il contratto non è più in forza, prepo-
nente e agente tendono invece ad assumere posizioni
più rigide. Ciascuno vuole trarre i massimi benefici dal-
la cessazione della relazione contrattuale, ignorando o
minimizzando le aspettative della controparte. Le di-
scussioni sull’indennità di fine rapporto rappresentano
normalmente l’argomento più critico, anche perché la
somma che il preponente deve all’agente può essere
d’importo considerevole (2).
È altresì utile rilevare che la normativa italiana in
materia di agenzia trova il proprio fondamento nel di-
ritto comunitario (3). In particolare l’art. 18 direttiva
86/653/CEE prevede che l’indennità non è dovuta “a)
Note:
(1) Fra i più recenti precedenti di legittimità in materia d’indennità di
fine rapporto cfr. Cass. 3 ottobre 2006, n. 21309, in questa Rivista, 2007,
5, 669 ss., con nota di G. De Marzo, Contratto di agenzia, norme imperati-
ve a tutela dell’agente e nullità di protezione; in Arg. dir. lav., 2007, II, 135
ss., con nota di A. Miscione/A. Nicoli, Indennità per cessazione del rap-
porto di agenzia: primi orientamenti della Suprema Corte dopo la sentenza
della Corte di Giustizia, nonché in Foro it., 2007, I, 1205 ss., con nota di
A. Palmieri. Nella giurisprudenza di merito v. Trib. Pistoia 2 marzo
2007, in Foro it., 2007, I, 1206 ss., con nota di A. Palmieri. In dottrina
cfr. E. Barraco, Indennità di scioglimento del contratto di agenzia: la ratio
meritocratica europea prevale sulla (piatta) garanzia generalizzata degli a.e.c.
italiani, in Riv. it. dir. lav., 2006, II, 469 ss.; A. Palmieri, Cessazione del
rapporto di agenzia e diritti sanciti dalla normativa comunitaria: inammissibi-
lità di deroghe pattizie astrattamente peggiorative anche per un solo agente, in
Foro it., 2006, IV, 574 ss.
(2) Sui problemi relativi alla quantificazione della somma dovuta a tito-
lo d’indennità di fine rapporto cfr., da ultimo, A. Venezia, Calcolo del-
l’indennità di fine rapporto nel contratto di agenzia, in I Contratti, 2007, 274
ss.
(3) Direttiva 86/653/CEE del Consiglio del 18 dicembre 1986 relativa
al coordinamento dei diritti degli Stati membri concernenti gli agenti
commerciali indipendenti.
quando il preponente risolve il contratto per un’ina-
dempienza imputabile all’agente commerciale, la quale
giustifichi, in virtù della legislazione nazionale, la riso-
luzione immediata del contratto; b) quando l’agente
commerciale recede dal contratto, a meno che il reces-
so sia giustificato da circostanze attribuibili al prepo-
nente” (4).
Al fine di una corretta qualificazione della fattispe-
cie bisogna considerare due distinte ipotesi: quella in
cui la disdetta del contratto di agenzia proviene dal pre-
ponente e quella in cui la disdetta del contratto provie-
ne dall’agente. Nel caso in commento i fatti si sono
svolti in questo modo: il preponente ha comunicato la
cessione dell’azienda. L’agente ha però dichiarato di
non accettare il trasferimento dell’azienda e di ritenere
che la lettera del preponente avesse valore di recesso.
L’origine della dichiarazione di voler porre termine al
rapporto contrattuale è fondamentale per stabilire quali
diritti competano alle parti ed è su questo aspetto che ci
si soffermerà.
La risoluzione del contratto di agenzia
da parte del preponente
L’agente ha diritto all’indennità di fine rapporto
quando il contratto è risolto dal preponente (art. 1751
comma 2 c.c.).
Un’esclusione di tale diritto si verifica tuttavia
quando la risoluzione del rapporto contrattuale, pur
provenendo dal preponente, è stata determinata da
un’inadempienza dell’agente. Più precisamente la legge
stabilisce che l’indennità non è dovuta “quando il pre-
ponente risolve il contratto per un’inadempienza impu-
tabile all’agente, la quale, per la sua gravità, non con-
senta la prosecuzione anche provvisoria del rapporto”
(art. 1751 comma 2 c.c.). Il meccanismo si articola in
tre passaggi: 1) l’agente pone in essere delle inadem-
pienze; 2) di conseguenza il preponente risolve il con-
tratto; 3) l’intermediario non può pretendere l’inden-
nità. Con questa regola si vuole evitare che l’agente de-
termini, con inadempienze, l’interruzione del rapporto
contrattuale al fine di percepire l’indennità.
La disposizione richiama il rimedio della risoluzio-
ne del contratto (letteralmente: il preponente “risolve”
il contratto). Secondo i principi “nei contratti con pre-
stazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non
adempie le sue obbligazioni, l’altro può a sua scelta
chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto”
(art. 1453 comma 1 c.c.). È poi altra regola di carattere
generale che “il contratto non si può risolvere se l’ina-
dempimento di una delle parti ha scarsa importanza,
avuto riguardo all’interesse dell’altra” (art. 1455 c.c.).
Nel caso del contratto di agenzia, dice la legge (art.
1751 comma 2 c.c.), si deve verificare una “inadem-
pienza”. La terminologia del legislatore in questo conte-
sto è dunque diversa da quella utilizzata nell’art. 1453
c.c. (“inadempimento”). La differenza fra “inadempien-
za” e “inadempimento” deve tuttavia ritenersi di carat-
tere terminologico ed è probabilmente da ascriversi al
fatto che l’art. 1751 comma 2 c.c. è attuazione dell’art.
18 direttiva 86/653/CEE, in cui si fa appunto uso del
termine “inadempienza”. Non pare, invece, che vi sia-
no differenze di sostanza fra “inadempienza” e “inadem-
pimento”.
L’inadempienza dell’agente deve essere particolar-
mente grave: si deve trattare di una inadempienza “la
quale, per la sua gravità, non consenta la prosecuzione
anche provvisoria del rapporto” (art. 1751 comma 2
c.c.). Di questa terminologia il legislatore fa uso anche
nell’art. 2119 comma 1 c.c. Nel disciplinare l’estinzione
del rapporto di lavoro si prevede difatti che ciascuno
dei contraenti può recedere dal contratto “qualora si
verifichi una causa che non consenta la prosecuzione,
anche provvisoria, del rapporto”. Il legislatore italiano
pone dunque un chiaro limite al potere del preponente
di risolvere il contratto con diniego all’agente del dirit-
to all’indennità di fine rapporto: solo un’inadempienza
particolarmente grave permette il rifiuto dell’indennità.
È ragionevole ritenere che non sia possibile prevedere
contrattualmente casi “lievi” d’inadempienza dell’agen-
te che hanno per conseguenza il diritto del preponente
di rifiutare di corrispondere l’indennità. In particolare
non dovrebbe essere legittimo inserire nel contratto,
per ipotesi del genere, delle clausole risolutive espresse
le quali prevedano - a danno dell’intermediario - il ve-
nir meno del diritto all’indennità di fine rapporto (5).
Nel caso deciso dalla Cassazione non è peraltro ri-
scontrabile alcun inadempimento dell’agente. La dispo-
sizione appena illustrata non è dunque applicabile.
Il recesso dal contratto di agenzia
da parte dell’agente
La direttiva comunitaria stabilisce che l’indennità
non è dovuta “quando l’agente commerciale recede dal
contratto, a meno che il recesso sia giustificato da cir-
costanze attribuibili al preponente” (art. 18 lett. b diret-
tiva 86/653/CEE).
Si noti anzitutto che il legislatore comunitario par-
la in questa disposizione di “recesso” dal contratto,
mentre con riferimento alla cessazione del contratto da
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GIURISPRUDENZA•OBBLIGAZIONI E CONTRATTI
Note:
(4) La direttiva 86/653/CEE è stata attuata anche negli altri Paesi del-
l’Unione Europea. Sul contratto di agenzia nel diritto tedesco sia con-
sentito il rinvio ad alcuni miei articoli: V. Sangiovanni, Esclusione del-
l’indennità di fine rapporto dell’agente nel diritto comunitario, italiano e tede-
sco, in I Contratti, 2007, 1029 ss.; Id., I diritti delle parti alla cessazione del
contratto di agenzia nel diritto tedesco, ivi, 2007, 153 ss.; Id., Contratto di
agenzia e presupposti dell’indennità di fine rapporto nel diritto tedesco, ivi,
2006, 405 ss.; Id., Contratto di agenzia e nozione di “agente commerciale”.
Una comparazione con il diritto tedesco, in Giur. it., 2005, 1987 ss.; Id., Il
concetto di “agente commerciale” nel diritto tedesco, in Riv. dir. priv., 2005,
327 ss.; Id. Il patto di non concorrenza postcontrattuale tra preponente e
agente nel diritto tedesco, in Contratto e impresa/Europa, 2004, 121 ss.
(5) Cfr. M. Miscione, Commento all’art. 1751, in G. Cian/A. Trabucchi
(a cura di), Commentario breve al codice civile, VIII ed., Padova, 2007,
1833.
parte del preponente il termine utilizzato è quello di “ri-
soluzione”. Lo stesso legislatore italiano, nell’art. 1751
comma 2 c.c. utilizza, rispettivamente, “recede” in rela-
zione all’agente e “risolve” in riferimento al preponen-
te. Sempre dal punto di vista terminologico il legislato-
re comunitario distingue chiaramente fra due ipotesi, a
seconda che la disdetta del contratto provenga dal pre-
ponente oppure dall’agente. Nel primo caso (art. 18 lett
a direttiva 86/653/CEE) occorre una “inadempienza”
dell’agente per legittimare l’esclusione dell’indennità di
fine rapporto, mentre nel secondo caso (art. 18 lett b
direttiva 86/653/CEE) per il recesso dell’agente con
mantenimento dell’indennità bastano “circostanze” at-
tribuibili al preponente. In altre parole sono sufficienti
fatti meno gravi per permettere all’intermediario di por-
re fine alla relazione contrattuale (mantenendo il dirit-
to all’indennità) rispetto a quelli che consentono al-
l’imprenditore di porre termine al contratto (senza do-
ver pagare l’indennità).
Nel diritto italiano si prevede che se l’agente rece-
de dal contratto di agenzia non ha diritto all’indennità
di fine rapporto, salvo in alcuni casi eccezionali (art.
1751 comma 2 c.c.).
Ricostruire la ratio di questa disposizione non è
agevole. Non è nemmeno del tutto chiaro quali siano
le reali finalità dell’indennità di fine rapporto. L’inden-
nità probabilmente mira: 1) a premiare l’agente per
aver creato un portafoglio-clienti da cui non può più
trarre benefici una volta cessato il rapporto contrattuale
con il preponente e 2) a dare un sostegno economico
all’intermediario nel caso d’interruzione della relazione.
Il legislatore prevede tuttavia che l’indennità non spet-
ta quando è lo stesso agente a terminare il rapporto. La
ratio di questa esclusione non è chiara poiché le finalità
appena illustrate sussistono anche nel caso in cui l’in-
terruzione della relazione provenga dall’intermediario.
Se l’agente è stato capace - nel corso del tempo - di co-
struire un portafoglio-clienti, di questo avviamento il
preponente continuerà a beneficiare comunque, indi-
pendentemente da chi prenda l’iniziativa per porre ter-
mine al contratto. Inoltre se l’intermediario cessa di la-
vorare per l’imprenditore, l’agente ha - in linea di prin-
cipio - bisogno di sostegno economico, indipendente-
mente da chi termina il rapporto contrattuale.
Il contratto di agenzia può avere durata determina-
ta oppure indeterminata. Questa distinzione si riflette
anche in tema di recesso (6). La legge stabilisce che “se
il contratto di agenzia è a tempo indeterminato, ciascu-
na delle parti può recedere dal contratto stesso dandone
preavviso all’altra entro un termine stabilito” (art. 1750
comma 2 c.c.). Nel caso tipico di un contratto a tempo
indeterminato, l’agente può dunque recedere in ogni
momento. L’unica accortezza alla quale è tenuto è quel-
la di rispettare il termine di preavviso. Questo termine
serve al preponente, il quale deve avere tempo suffi-
ciente per trovare un sostituto dell’agente oppure per
organizzare in altro modo la rete di vendita. L’art. 1750
comma 3 c.c. prevede poi la durata dei termini di
preavviso. La legge stabilisce infine che “le parti posso-
no concordare termini di preavviso di maggiore durata,
ma il preponente non può osservare un termine inferio-
re a quello posto a carico dell’agente” (art. 1750 comma
4 c.c.) (7). Indipendentemente dalla durata del rappor-
to contrattuale, rimane fermo il principio che l’agente
che recede dal contratto non può esigere l’indennità di
fine rapporto dal preponente.
Per completezza si noti che la risoluzione da parte
del preponente e il recesso da parte dell’agente vanno
tenuti distinti dalla risoluzione consensuale del rappor-
to contrattuale. La risoluzione consensuale non è una
disdetta che provenga dall’una oppure dall’altra parte; si
tratta semplicemente di un accordo con il quale si pone
fine al contratto.
La nozione di “recesso giustificato
da circostanze attribuibili al preponente”
La legge italiana considera dunque il recesso dal
contratto da parte dell’agente come ragione che esclude
l’indennità di fine rapporto.
Il legislatore prevede tuttavia un’eccezione alla re-
gola secondo cui l’agente che recede dal contratto non
ha diritto all’indennità di fine rapporto, quando il re-
cesso è giustificato da circostanze attribuibili al prepo-
nente. Ma cosa intende la legge con l’espressione “cir-
costanze attribuibili al preponente”?
Rispetto al caso della risoluzione da parte dell’im-
prenditore per inadempienze imputabili all’intermedia-
rio, si nota anzitutto una differenza terminologica. In
capo al preponente non occorrono vere e proprie “ina-
dempienze”, bastano invece delle “circostanze” (anche
se il loro contenuto non viene specificato dalla legge).
Questa differenza terminologica pare giustificare un re-
cesso dell’agente, con mantenimento del diritto all’in-
dennità di fine rapporto, anche per ragioni meno gravi
di quelle che possono giustificare la risoluzione da parte
dell’imprenditore (8). In particolare sono ipotizzabili
circostanze diverse dall’inadempimento che possono
autorizzare l’intermediario a recedere conservando il di-
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GIURISPRUDENZA•OBBLIGAZIONI E CONTRATTI
Note:
(6) Sul recesso dal contratto di agenzia cfr. anche K. Schurig, Rechtsfra-
gen des italienischen Handelsvertreterrechts mit kollisionsrechtlichen Bezügen,
in E. Jayme/H-P. Mansel/T. Pfeiffer (a cura di), Neuerungen im italieni-
schen Wirtschaftsrecht, Heidelberg, 2007, 121 ss.
(7) Da ultimo Cass. 14 novembre 2006, n. 24274, in Arg. dir. lav., 2007,
II, 539 ss., con nota di V. Beghini, Sui limiti all’autonomia individuale nella
regolamentazione del recesso dal contratto di agenzia, ha stabilito che l’art.
1750 comma 4 c.c., nel porre la regola inderogabile secondo cui i termi-
ni di preavviso devono essere gli stessi per le due parti del rapporto,
esprime un precetto materiale che vieta pattuizioni che alterino la pa-
rità delle parti in materia di recesso, con la conseguenza che è nullo per
frode a detto precetto (art. 1344 c.c.) il patto che contempli, in aggiun-
ta all’obbligo di pagare l’indennità di mancato preavviso, una clausola
penale a carico del solo agente che si renda inadempiente all’obbligo di
dare preavviso.
(8) In questo senso M. Miscione, op. cit., 1832 s.
ritto all’indennità. Fra di esse rientra, come nel caso de-
ciso dalla sentenza in commento, la cessione d’azienda.
La tematica della disdetta del contratto di agenzia
da parte dell’agente per circostanze attribuibili al prepo-
nente è stata oggetto, nel 2004, di una sentenza della
Corte di cassazione (9). In questo caso l’intermediario
disdettò il contratto per il fatto che l’imprenditore gli
aveva inibito la vendita di certi materiali. Nella senten-
za la Corte esclude che il comportamento del prepo-
nente abbia legittimare il recesso dell’agente e giustifi-
chi la richiesta dell’indennità di fine rapporto. Secondo
la Corte di cassazione, nel caso di specie non si è rag-
giunta la prova che il recesso sia stato giustificato da
circostanze attribuibili all’imprenditore. È richiesto un
inadempimento colpevole e non di scarsa importanza
del preponente, tale da ledere in misura considerevole
l’interesse dell’agente. Va poi segnalato un altro prece-
dente della Corte di cassazione, del 1999 (10). Anche
secondo questa sentenza è richiesto un inadempimento
colpevole e non di scarsa importanza del preponente
tale da ledere in misura considerevole l’interesse dell’a-
gente.
Ad avviso di chi scrive queste due precedenti sen-
tenze della Corte di cassazione non distinguono in mo-
do sufficientemente chiaro fra la nozione di “inadem-
pienza” e la nozione di “circostanza attribuibile” di cui
all’art. 1751 comma 2 c.c. Mentre all’agente deve esse-
re contestata una vera e propria “inadempienza”, il pre-
ponente è obbligato a corrispondere l’indennità anche
in presenza di mere “circostanze” che gli sono attribui-
bili. Se questa interpretazione è corretta, sussistono al-
lora i margini per ritenere - per esempio - che anche
una riduzione del portafoglio-prodotti a disposizione
dell’intermediario possa costituire una circostanza che
consente all’agente di recedere dal contratto senza per-
dere il diritto all’indennità di fine rapporto. Ovviamen-
te va effettuata, di volta in volta, una valutazione di
proporzionalità e occorre chiedersi in che misura i dirit-
ti dell’intermediario vengono compressi dalle iniziative
del preponente.
Analisi critica della decisione
Tornando alla decisione in commento, la doman-
da da porsi - allora - è la seguente: la cessione dell’a-
zienda da parte del preponente è una circostanza attri-
buibile al preponente che giustifica il recesso dell’agen-
te dal contratto ai sensi dell’art. 1751 comma 2 c.c.
(vale a dire mantenendo il diritto all’indennità di fine
rapporto)?
La risposta data dalla Corte di cassazione è positi-
va. Ripercorriamo l’iter argomentativo della Corte.
Il punto di partenza è l’art. 1749 c.c., il quale im-
pone al preponente - nei rapporti con l’agente - di agire
con lealtà e buona fede (11). In realtà questa disposizio-
ne non è applicabile al caso di specie in quanto adotta-
ta solo con il d.lgs. n. 65 del 1999. La Corte di cassazio-
ne si richiama però ai principi generali in tema di obbli-
gazioni e di contratti. Più specificamente vengono ri-
chiamati l’art. 1175 c.c., secondo cui il debitore e il cre-
ditore devono comportarsi secondo le regole della cor-
rettezza e l’art. 1375 c.c., ai sensi del quale il contratto
deve essere eseguito secondo buona fede. È curioso se-
gnalare al riguardo delle differenze linguistiche: l’art.
1749 c.c. in tema di contratto di agenzia parla di “lealtà
e buona fede”, l’art. 1175 c.c. si riferisce alla “correttez-
za”, mentre l’art. 1375 c.c. utilizza il termine “buona fe-
de”. Prima facie pare tuttavia che i termini “lealtà” e
“correttezza” debbano considerarsi sinonimi. Esclusa per
ragioni temporali l’applicazione dell’art. 1749 c.c., la
Corte di cassazione ritiene che si applichino le disposi-
zioni generali degli artt. 1175 e 1375 c.c. La Corte spe-
cifica che tali norme non obbligano il preponente a co-
municare preventivamente all’agente la cessione dell’a-
zienda.
La Corte di cassazione si richiama poi a propri pre-
cedenti in materia di cessione di azienda, ricordando
Cass. 16 novembre 2004, n. 21678, in cui si afferma
che nel rapporto di agenzia è configurabile un trasferi-
mento dell’azienda preponente - i cui effetti sono disci-
plinati dalla normativa generale dell’art. 2558 c.c. e
non dall’art. 2112 c.c. relativo al lavoro subordinato -
ove ricorra il requisito obiettivo della continuità dell’a-
zienda come entità economica organizzata dall’impren-
ditore e il requisito soggettivo della modificazione nella
titolarità dell’azienda, quale che sia il mezzo tecnico-
giuridico attraverso cui tale sostituzione si realizza.
Secondo la Corte di cassazione la violazione degli
artt. 1175 e 1375 c.c. può configurare una giusta causa
di scioglimento del rapporto. La Corte si richiama poi
all’art. 2119 c.c., riproducendo fra virgolette quanto de-
ciso nella propria precedente sentenza n. 21678 del
2004.
Bisogna tuttavia rilevare che l’art. 2119 c.c. è di-
sposizione prevista in ambito normativo diverso, e se-
gnatamente in materia di estinzione del rapporto di la-
voro. Chi scrive non condivide l’interpretazione della
Corte di cassazione: non è necessario richiamarsi all’art.
2119 c.c. per determinare i casi in cui il recesso dell’a-
gente è giustificato. L’art. 1751 comma 2 c.c. va inter-
pretato, nei limiti del possibile, autonomamente. Non
vi è necessità di equiparare la nozione di “circostanze
attribuibili all’agente” di cui all’art. 1751 comma 2 c.c.
alla nozione di “giusta causa di recesso del contratto” di
cui all’art. 2119 comma 1 c.c. Si noti, fra l’altro, la pos-
sibile contraddizione in cui cade la Corte, la quale -
nella sentenza n. 21678 del 2004 - da un lato ritiene
applicabile l’art. 2119 c.c., dall’altro nega l’applicabilità
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GIURISPRUDENZA•OBBLIGAZIONI E CONTRATTI
Note:
(9) Cass. 24 aprile 2004, n. 7855.
(10) Cass. 1° febbraio 1999, n. 845.
(11) In materia di buona fede nel contesto dei contratti di agenzia cfr.
A. Maniàci, Agenzia, procacciamento d’affari e buona fede contrattuale, in I
Contratti, 1999, 1016 ss.
dell’art. 2112, nonostante entrambe le disposizioni sia-
no dettate in materia di rapporto di lavoro.
La non pertinenza del richiamo, operato dalla Cor-
te di cassazione, all’art. 2119 c.c. si coglie esaminando
con attenzione il tenore letterale dell’art. 1751 comma
2 c.c. Questa disposizione distingue nettamente fra “ri-
soluzione da parte del preponente” e “recesso da parte
dell’agente”: il primo è possibile per un’inadempienza la
quale, per la sua gravità, non consenta la prosecuzione
anche provvisoria del rapporto; la seconda è possibile
per non meglio specificate circostanze attribuibili al
preponente. La nozione di non proseguibilità anche
provvisoria del rapporto rileva solo nel caso di risoluzio-
ne del preponente non nel caso di recesso dell’agente.
La prima nozione è meno ampia della seconda: il pre-
ponente può interrompere il rapporto con l’agente solo
in casi gravissimi (che non consentono, appunto, la
prosecuzione nemmeno provvisoria del rapporto), men-
tre l’agente è più tutelato, in quanto può porre fine alla
relazione anche in casi meno gravi (in presenza di non
meglio specificate “circostanze attribuibili al preponen-
te”). Su questa distinzione, che trova il proprio fonda-
mento nell’art. 18 direttiva 86/653/CEE, la Corte non
si sofferma.
La Corte di cassazione richiama inoltre Cass. 12
dicembre 2001, n. 15661. Anche in questo precedente
ritiene possibile fare riferimento all’istituto del recesso
per giusta causa previsto dall’art. 2119 c.c., sulla base
dell’analogia sussistente fra il rapporto di agenzia e il
rapporto di lavoro subordinato, entrambi presupponen-
ti una relazione fiduciaria fra le parti. Tale approccio
non ci sembra condivisibile, non essendo necessario il
richiamo all’art. 2119 c.c.. Solo in riferimento alla riso-
luzione del preponente (e non anche al caso di recesso
dell’agente), l’art. 1751 comma 2 c.c. parla di un’ina-
dempienza che, “per la sua gravità, non consenta la
prosecuzione anche provvisoria del rapporto”. Questa
terminologia è pressoché identica a quella utilizzata dal
legislatore nell’art. 2119 c.c. Ma l’art. 2119 comma 1
c.c. si riferisce a entrambi i contraenti (datore di lavoro
e prestatore di lavoro), mentre l’art. 1751 comma 2 c.c.
- per la parte che qui interessa - si riferisce esclusiva-
mente alla risoluzione da parte del preponente. Per il
diverso caso del recesso da parte dell’agente basta molto
meno di una inadempienza, la quale - per la sua gravità
- non consenta la prosecuzione anche provvisoria del
rapporto: è sufficiente una qualche “circostanza attri-
buibile al preponente”. Dunque, quando ne va del re-
cesso dell’intermediario, non è corretto il richiamo al-
l’art. 2119 c.c. Ciò che i giudici devono fare è esclusiva-
mente chiedersi se sussista una “circostanza attribuibile
al preponente” ai sensi dell’art. 1751 comma 2 c.c.
La Cassazione prosegue sostenendo che anche la
cessione dell’azienda può integrare una giusta causa di
recesso. A tal fine occorre tuttavia, secondo la Corte,
che essa sia attuata con modalità tali da comportare
violazione degli obblighi di correttezza e buona fede. Il
sostanza il ragionamento svolto è nel senso che bisogna
effettuare una differenziazione sulla base dei singoli casi.
Vi possono essere cessioni di azienda giustificate che
non attribuiscono all’agente il diritto di recedere dal
contratto. Vi sono invece cessioni di azienda che non
sono giustificate e che consentono all’intermediario di
porre fine al rapporto contrattuale. L’elemento che di-
scrimina le cessioni è la finalità che viene perseguita.
Se il fine è conforme a correttezza e buona fede, allora il
recesso dell’agente non è giustificato, altrimenti è giu-
stificato. Tale tesi non ci appare condivisibile in quanto
correttezza e buona fede non rilevano in questo conte-
sto. È diversa la circostanza che rende una cessione d’a-
zienda tale per cui l’agente può legittimamente recede-
re dal contratto: si tratta della precarietà finanziaria del
cessionario.
Appare invece corretto il richiamo che la Corte di
cassazione effettua all’art. 2558 comma 2 c.c. La giusta
causa di recesso è la precarietà finanziaria del cessiona-
rio. Il contratto di agenzia è un contratto di durata. L’a-
gente percepisce dal preponente, in costanza di rappor-
to, le provvigioni e - al termine della relazione - l’in-
dennità finale. Se l’imprenditore sostituisce a sé un’al-
tra persona, l’aspettativa di soddisfazione dell’interme-
diario può essere messa in pericolo. Ciò si realizza, in
particolare, quando il cessionario è debole finanziaria-
mente. Per l’agente non è indifferente avere la società
Alfa oppure la società Beta come preponente. Se Alfa
sostituisce sé stesso con Beta, l’intermediario potrebbe
essere non più interessato alla continuazione del rap-
porto. Una riflessione analoga, del resto, vale al mo-
mento della conclusione del contratto: per un agente
non è la stessa cosa distribuire i prodotti di una società
piuttosto che di un’altra. Se l’intermediario avesse sapu-
to di dover distribuire per la società Beta e non per la
società Alfa non sarebbe addivenuto alla stipula del
contratto.
Osservazioni conclusive
Fra le righe delle argomentazioni della Corte di
cassazione si legge il timore che lo strumento della ces-
sione di azienda possa essere utilizzato per finalità elusi-
ve degli obblighi che incombono sul preponente. La
posizione dell’agente non è equiparabile a quella di un
lavoratore dipendente. D’altro canto non si può ritene-
re che le funzioni svolte dall’intermediario siano identi-
che a quelle di un qualsiasi collaboratore esterno del-
l’impresa. La posizione dell’agente è intermedia: si trat-
ta di un soggetto indipendente, legato peraltro da vin-
coli tali con il preponente che l’ordinamento gli rico-
nosce particolari diritti, fra cui quello all’indennità.
Ai sensi dell’art. 1751 comma 6 c.c., le disposizioni
sull’indennità di fine rapporto sono inderogabili a svan-
taggio dell’agente. Si tratta, dunque, di una forma di tu-
tela dell’intermediario a carattere inderogabile. La ces-
sione di azienda potrebbe costituire un meccanismo
che consente al preponente di aggirare l’obbligo di cor-
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rispondere l’indennità di fine rapporto. La società che
volesse terminare il rapporto con un certo agente senza
pagare l’indennità potrebbe avere gioco facile nel cede-
re l’azienda a un soggetto che non è in grado di svolgere
l’attività imprenditoriale. È per far fronte a questo ri-
schio che la Corte di cassazione, se la cessione di azien-
da è dannosa per l’intermediario, ritiene legittimo il re-
cesso dell’agente.
Questo timore sulla possibile natura elusiva della
cessione di azienda trova conferma in Cass. 16 novem-
bre 2004, n. n. 21678. In questa decisione è stato rite-
nuto che la cessione di azienda non configurasse giusta
causa per il recesso, per il fatto che il passaggio dell’a-
zienda alla nuova società poteva costituire una soluzio-
ne capace di consentire il superamento delle difficoltà
connesse alla società cedente. Si tratta, in altre parole,
del caso opposto a quello affrontato nella sentenza in
commento. Mentre nella decisione che qui si annota
l’azienda è stata ceduta a una società in difficoltà, nel
caso del provvedimento n. 21678 del 2004 l’azienda
venne ceduta a una società florida. In definitiva i giudi-
ci sono chiamati ad analizzare le finalità della cessione
di azienda. Se queste ragioni consistono nell’intento di
danneggiare l’agente, sussiste una giusta causa di reces-
so. Altrimenti l’intermediario non può invocare la giu-
sta causa.
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