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La psicoterapia come scambio comunicativo. Prospettive di ricerca sul processo clinico (Psychotherapy as a communicational exchange: Research perspective on clinical process)

Authors:
  • La Sapienza Università di Roma
  • Azienda Sanitaria Locale Roma 2

Abstract

This work describes the three main research perspectives of the authors on psychotherapy process research: (1) conceptual analysis of theoretical and methodological premises founding research on clinical exchange; (2) definition of a general model of clinical process; (3) development of strategies of analysis of clinical exchange coherent with such a general model. Each research perspective is presented and discussed with reference to its conceptual premises and to empirical evidence, as well as to future research directions.
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Ricerca in Psicoterapia / Research in Psychotherapy 2010; 2(13): 241-286
http://www.researchinpsychotherapy.net
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La psicoterapia come scambio comunicativo.
Prospettive di ricerca sul processo clinico
Sergio Salvatore,
1
Alessandro Gennaro,
1
Andrea Auletta,
1
Rossano
Grassi,
1
Stefano Manzo,
1
Mariangela Nitti,
1
Ahmed Al-Radaideh,
1
Marco
Tonti,
1
Nicoletta Aloia,
1
Grazio Monteforte,
1
Omar Gelo
1
Sommario
Il lavoro illustra le 3 linee di lavoro nell’ambito della process research su cui
si concentra l'interesse degli autori: a) l’analisi concettuale delle premesse
teoriche e metodologiche che fondano la ricerca sullo scambio clinico; b) la
definizione di un modello generale del processo clinico; c) lo sviluppo di
strategie di analisi dello scambio clinico coerenti con tale modello generale.
Ciascuna linea di sviluppo viene presentata e discussa in ragione dei suoi
presupposti concettuali, di alcuni dei risultati rilevanti che ha prodotto, così
come delle prospettive future a essa associata.
Parole chiave
Ricerca di processo, teoria dei sistemi dinamici, idiografico-nomotetico,
abduzione, analisi testuale, Discursive Flow Analysis
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1
Università del Salento
Corrispondenza: Sergio Salvatore
E-mail: sergio.salvatore@unisalento.it
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Introduzione
La process research è in fase di transizione. Un numero crescente di
ricercatori, consapevoli dei limiti concettuali e metodologici degli
impianti di ricerca tradizionali, sono impegnati nello sviluppo di
proposte innovative, tanto sul piano della teoria che dei modelli di
analisi. Questi movimenti testimoniano la vitalità dell’ambito di ricerca;
essi tuttavia non sembrano essere giunti a un punto di maturazione
tale da permettere l’emergere di una nuova prospettiva, capace di
ricostruire su basi rinnovate la ricerca clinica sul processo terapeutico.
Il nostro gruppo di ricerca si inserisce in questa fase di transizione,
con tre linee di ricerca. In primo luogo, l’analisi concettuale delle
premesse teoriche e metodologiche che fondano la ricerca sullo scambio
clinico. In secondo luogo, la definizione di un modello generale del
processo clinico. In terzo luogo, lo sviluppo di strategie di analisi dello
scambio clinico coerenti con tale modello generale.
Questo lavoro si propone di passare in rassegna queste tre linee di
ricerca, illustrandone i presupposti concettuali, i principali risultati e le
prospettive verso le quali si indirizzano.
Analisi concettuale della ricerca di processo
La process research ha prodotto, e continua a produrre, una massa
imponente di risultati empirici, frutto di una varietà di approcci (studi
single case, analisi cliniche intensive, studi naturalistici, etc.) e strategie
di analisi (applicazione di strumenti standardizzati, approcci
ermeneutici, analisi del discorso, etc.). Un simile patrimonio di dati non
sembra tuttavia offrire risposte soddisfacenti agli interrogativi generali
che ne motivano la produzione, vale a dire: perché e come la
psicoterapia funziona.
Diversi ricercatori alcuni già diversi anni fa hanno evidenziato
una serie di criticità concettuali e metodologiche cui attribuire simile
situazione di debolezza euristica (Greenberg, 1991; Laurenceau, Hayes,
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& Feldman, 2007; Russel, 1994; Stiles & Shapiro, 1994). Queste analisi
hanno il merito di aver chiarito come lo sviluppo della process research
non passi per il solo accumulo di dati e per la definizione di procedure
di analisi sempre più sofisticate. È necessario anche un ripensamento
dei presupposti paradigmatici taciti che fondano, regolano e al
contempo vincolano la produzione empirica e l’interpretazione dei
risultati. La ricerca di processo necessita, in altri termini, di uno sforzo
di analisi concettuale che permetta ai ricercatori di ridefinire gli
interrogativi che la guidano (Dazzi, Lingiardi, & Colli, 2006).
In questa direzione, alcuni di noi hanno focalizzato la propria
attenzione su alcune questioni di fondo la definizione dell’oggetto, la
teoria del significato di riferimento, il problema della generalizzazione —
usualmente assunte per default la cui esplicitazione ed elaborazione
concettuale è invece a nostro modo di vedere essenziale per uscire dalle
secche dell’empirismo acefalo in cui molta della process research e
più in generale della psicologia empirica (cfr. Smedslund, 1987) si
ritrova (Salvatore, 2006a). Dedichiamo a ciascuna di queste questioni
uno dei successivi sottoparagrafi.
Che cosa è il “processo terapeutico”? Lo statuto concettuale dell’oggetto di
analisi
Due persone stanno giocando alla roulette su due diversi tavoli. La
prima ha raggiunto il casinò per riprendersi da un congresso di ricerca
in psicoterapia alquanto noioso. L’altra è un giocatore professionista,
che fa delle vincite al tavolo verde la fonte del proprio reddito.
Come è facile constatare, i due giocatori sono portatori di scopi molti
diversi e tale differenza si rifletterà nelle rispettive modalità di gioco
(organizzazione delle puntate, livelli di attenzione, reazioni al risultato,
etc.). Sarebbe tuttavia inverosimile concludere che anche il meccanismo
di funzionamento del gioco vari, in ragione della differenza tra gli scopi
dei due giocatori.
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In realtà l’esempio mette in evidenza una prospettiva ampiamente
condivisa nell’ambito della process research. I ricercatori di questo
campo, infatti, tendono in modo tanto implicito quanto tendenzialmente
unanime, a considerare il processo terapeutico come un oggetto
specifico, dotato di un proprio modo di operare, distinto da altre forme
di relazione umana, da comprendere nei termini della definizione di un
modello peculiare del suo funzionamento. A ben guardare, questa
prospettiva sostiene che una determinata forma di relazione umana
acquista una specifica modalità di funzionamento in ragione degli scopi
— ad esempio la psicoterapia — che la motivano.
Alcuni di noi hanno approfondito in una serie di lavori le implicazioni
epistemologiche e teoriche connesse a simile impostazione (Salvatore,
2006a; Salvatore & Valsiner, 2006, 2009; Salvatore, Valsiner, Strouth,
& Clegg, 2009; Salvatore, Valsiner, Travers Simon, & Gennaro, 2010a,
2010b), evidenziando i problemi che derivano per la ricerca clinica, e
più in generale per la psicologia — dall’adesione alla definizione di senso
comune dei fenomeni assunti a oggetto di investigazione. A tali lavori
rimandiamo per un approfondimento di questa linea di argomentazione,
che in questa sede, per ovvi motivi di spazio, ci limitiamo a richiamare
nei termini di un paradosso: se gli scopi socialmente definiti che
motivano e orientano una determinata forma di relazione umana fossero
in grado di configurarne il funzionamento, sarebbe allora necessario
pensare a un’area di studi e ricerche distinta per ciascuna pratica
socialmente definita. Dovremmo ad esempio avere teorie relative a:
andare in pizzeria, visitare un museo, partecipare alle riunioni
condominiali, implicarsi in una relazione sentimentale, giocare a golf,
andare allo stadio, e così via. Certo, si potrebbe obiettare che non tutti
questi processi sono rilevanti al punto da giustificare un settore di
ricerca dedicato. Ma tale obiezione complicherebbe ancora di più la
faccenda, in quanto, senza negare il carattere modello-specifico del
fenomeno, implicherebbe, in aggiunta, che sia la gerarchia dei valori e
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degli interessi socialmente definiti a dettare l’agenda di ciò che va
considerato meritevole di interesse scientifico.
Secondo la nostra tesi, la messa in discussione della specificità del
processo psicoterapeutico non riduce, ma amplifica le possibilità
euristiche della process research. Secondo questa prospettiva, il
processo clinico si declina come manifestazione locale di un oggetto
generale: lo scambio comunicativo (Salvatore, 2006a; Salvatore, in
press). Questa concezione si basa su una distinzione tra la dinamica di
un determinato oggetto e il processo che la invera (Salvatore & Valsiner,
2010). La dinamica ha a che fare con il modo in cui funziona l’oggetto.
In quanto tale, essa segue una modalità atemporale ed invariante si
ripete sempre uguale a se stessa; conseguentemente, si presta a essere
modellizzata in termini di regole astoriche ed universali. D’altra parte, lo
scambio comunicativo si realizza necessariamente entro specifici
contesti socio-culturali, che qualificano gli scopi, dunque le condizioni e
i vincoli di felicità dello scambio comunicativo. Tali condizioni e vincoli
definiscono i termini entro, e attraverso i quali, la dinamica della
comunicazione si invera. La stessa dinamica dunque luogo a
processi diversi, in ragione dei parametri contingenti che definiscono le
modalità del suo inveramento.
L’analogia con la fisica torna utile per illustrare il punto. Tale scienza
si occupa di oggetti generalizzati, astratti dal loro contenuto empirico
contingente ad esempio: l’attrazione gravitazionale. Il modo del
funzionamento (nei termini da noi sopra adottati: la dinamica) di tali
oggetti è modellizzato nei termini di leggi universali invarianti — ad
esempio, la teoria della relatività generale. Anche se la dinamica è
invariante, essa luogo a processi tra loro molto diversi, in ragione
delle condizioni di campo (nei termini da noi sopra adottati: in ragione
dei parametri contingenti) in gioco. La traiettoria di un proiettile, lo
slalom tra i paletti dello sciatore, il volo di un uccello, l’orbita di un
pianeta e così via, sono esempi di fenomeni che riflettono la stessa
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fondamentale dinamica e al contempo si qualificano come processi
diversi, in ragione dei parametri che intervengono nel loro inveramento.
I diversi processi possono essere studiati localmente, vale a dire in
ragione del loro contenuto empirico contingente. Ciò è quanto fanno
discipline come la balistica, l’astronomia, l’idraulica, che si occupano di
specifici campi fenomenici. Tuttavia, il funzionamento di tali campi
fenomenici è sempre e comunque il riflesso della stessa dinamica
generale. Il che equivale a dire che la traiettoria di un proiettile non è
un oggetto che segue regole proprie e idiosincratiche rispetto alla
traiettoria di uno sci. Ciò che rende tali processi diversi, lo ribadiamo,
sono i parametri di campo. Conseguentemente, l’analisi della traiettoria
del proiettile non può prescindere dalla comprensione della dinamica
che qualifica il proiettile in quanto istanza dell’oggetto generalizzato
“massa”. Il che in altri termini significa che la modellizzazione della
dinamica generale definisce il fondamento concettuale ed euristico per
lo studio dei processi locali.
Quanto sopra detto porta a concludere che la psicoterapia è uno dei
possibili processi che invera la comunicazione umana in ragione di
parametri derivati in parte dal contesto culturale e istituzionale (il
format professionale, il valore socialmente definito degli scopi, le forme
organizzative) e in parte della teoria clinica (i parametri tecnici). Tali
parametri rendono la psicoterapia una versione particolare dell’oggetto
scambio comunicativo, differenziabile dalle infinite altre versioni dello
stesso oggetto — corteggiamento, scrivere articoli scientifici, partecipare
a una riunione, educare i figli, etc. La psicoterapia funziona in un certo
modo non in quanto è un oggetto dotato di una propria modalità di
funzionamento, ma perché riflette, in ragione di specifici parametri di
campo, la dinamica fondamentale della comunicazione umana.
Comprendere la psicoterapia, di conseguenza, richiede: a) la
modellizzazione di tale dinamica; b) la comprensione dei parametri di
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campo che la inverano; c) la descrizione dell’organizzazione del processo
che deriva da tale inveramento.
La distinzione dinamica/processo e la tesi della non autonomia della
psicoterapia non è una questione da delegare alla discussione filosofica.
Al contrario, è immediatamente rilevante per la process research in
quanto da essa derivano implicazioni cogenti di ordine concettuale e
metodologico. Ci limitiamo di seguito a richiamare, in estrema sintesi,
due di queste implicazioni. In primo luogo, tale tesi implica che i
meccanismi che rendono clinicamente rilevante lo scambio clinico siano
gli stessi che sottendono le altre forme di comunicazione umana. Ciò
equivale a dire che la risposta all’interrogativo del perché un
determinato aspetto del processo terapeutico (ad esempio, la durata del
trattamento, una caratteristica del paziente, una modalità di intervento
del terapeuta, la qualità della relazione, etc.) incide nel modo in cui
incide, vada ricercata nel modo con cui lo scambio comunicativo, in
quanto tale, funziona.
Per inciso, quanto appena detto implica una rivisitazione della
classica distinzione tra fattori aspecifici e specifici. In definitiva, gli
aspetti del processo che incidono sul trattamento — siano essi prescritti
o meno dalla tecnica — funzionano comunque in ragione di meccanismi
fondamentali. Ciò significa reinterpretare l‘opposizione specifico-non
specifico nei termini della coppia specifico-generale.
In secondo luogo, dal punto di vista metodologico, la tesi proposta
suggerisce la possibilità di una più estesa e sistematica adozione di
metodi e strumenti di analisi elaborati in domini di ricerca diversi dalla
clinica.
Quale concezione del significato?
Il processo terapeutico è una situazione di scambio comunicativo. Per
chi come noi concepisce la relazione terapeutica in chiave dialogica
(Gennaro & Salvatore, 2010), lo scambio comunicativo è la sostanza
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stessa del processo clinico. Tuttavia, anche chi non condivide questa
concezione non dovrebbe avere difficoltà a riconoscere nello scambio
comunicativo il vettore del fattore clinico vale a dire il veicolo di ciò
che rende terapeutica la psicoterapia. In definitiva, il terapeuta opera
nei termini di atti (linguistici, ma non solo) che possono avere una
qualche incidenza sul paziente nella misura in cui quest’ultimo in
qualche modo li raccoglie e interpreta nella loro dimensione di eventi
comunicativi (Austin, 1962).
Quest’ordine di considerazioni ha spinto alcuni di noi ad approfondire
la concezione del significato che si assume, generalmente in modo
implicito, a fondamento del modo con cui si intende lo scambio
comunicativo e dunque il processo terapeutico. Tale sforzo si muove su
un piano generale e fondativo, dunque trasversale a una pluralità di
domini di ricerca (per quanto più strettamente riferibile agli interessi di
chi scrive: la ricerca clinica, ma anche la teoria generale della mente,
l’analisi psicosociale del comportamento economico, dei setting
formativi, organizzativi e socio-istituzionali; cfr. Forges Davanzati, Potì,
& Salvatore, 2008; Salvatore, in press; Salvatore, Forges Davanzati,
Potì, & Ruggeri 2009; Salvatore & Freda, 2010; Salvatore, Freda,
Ligorio, Iannaccone, Rubino, Scotto di Carlo, Bastianoni, & Gentile,
2003; Salvatore, Tebaldi, & Potì, 2006/2009; Salvatore & Venuleo,
2008; Salvatore & Zittoun, in press; Venuleo & Salvatore, 2008).
Obiettivo centrale e qualificante di questa linea di ricerca è lo
sviluppo e validazione empirica di una teoria dinamica del significato e
della significazione (sensemaking). Tale modello si discosta dalla visione
di senso comune, condivisa comunque anche da molta ricerca
psicologica e psicologico clinica, che assume i significati come entità
statiche, invarianti, proprietà fisse e discrete che si applicano agli
oggetti rappresentati. Una pluralità di sviluppi del pensiero psicologico
contemporaneo, in particolare i riscontri prodotti da un’ampia gamma
di teorizzazioni che possiamo far rientrare entro la cornice concettuale
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del socio-costruttivismo (cfr. inter alia Bruner, 1990; Cole 1996; Gergen,
1999; Edwards & Potter, 1992; Valsiner & Rosa, 2007), hanno
evidenziato la necessità di centrare l’analisi dei processi psicologici
sull'attività interpretativa degli attori, processo entro e per mezzo del
quale il significato viene co-costruito, piuttosto che meramente
applicato. Il socio-costruttivismo ha messo in discussione la visione dei
significati come entità fisse dell’universo simbolico, opponendo a essa
l’idea secondo la quale essi non preesistono allo scambio sociale e
comunicativo, ma sono costruiti e continuamente ridefiniti attraverso e
in funzione di tale scambio. I significati sono un prodotto contingente
della negoziazione intersoggettiva; tali negoziazioni, d’altra parte,
piuttosto che rispondere esclusivamente a regole astratte, sono esse
stesse atti sociali, orientati e organizzati da intenti pragmatici e retorici
di regolazione dello scambio sociale.
In altra sede (Forges Davanzati et al., 2008; Salvatore, Forges
Davanzati et al., 2009) alcuni di noi hanno discusso alcune
caratteristiche del significato che il modello sopra accennato porta a
evidenziare. Le richiamiamo brevemente di seguito, segnalando di volta
in volta le implicazioni per la clinica.
Contestualità. Il sensemaking non è il prodotto di operazioni mentali
chiuse e concluse entro la testa degli individui. Al contrario, esso è un
processo intrinsecamente sociale, che si dispiega entro e attraverso lo
scambio comunicativo. Le strutture semantiche (i frame, gli schemi
mentali, i copioni di azione, le matrici decisionali) che organizzano il
funzionamento mentale non vanno intese in senso kantiano — cioè
come forme a priori inscritte nella struttura della mente degli esseri
umani; piuttosto, esse vanno concepite come prodotti storici, artefatti
simbolici che la cultura di un determinato gruppo sociale configura e
mette a disposizione dei propri membri (Cole, 1996). Dal punto di vista
clinico, ciò significa che quanto accade entro il processo terapeutico va
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considerato sempre e comunque in ragione del contesto socio-simbolico
in cui si inscrive, piuttosto che espressione immanente di una mente
isolata e in se stessa autonoma.
Situatività. I significati non risiedono in una sorta di universo
ubiquitario, dal quale condizionano i pensieri e i discorsi delle persone.
Al contrario, sulla scorta della lezione di Wittgenstein (1958), siamo in
condizione di riconoscere come essi si definiscano attraverso il modo
con cui le persone usano i segni dunque, in definitiva: del modo con
cui agiscono (Harrè & Gillet, 1994). Ciò vuol dire che i significati vanno
considerati come circolarmente connessi alle circostanze della
comunicazione e dell'agire. I significati, da un lato, permettono agli
attori di comunicare e agire; dall’altro, sono sistematicamente e
ricorsivamente ridefiniti da tale agire e comunicare. È in questo senso
che parliamo di situatività dei significati ai discorsi: per evidenziare
come i modelli simbolici non preesistono alla comunicazione ed
all'azione, ma sono proprietà emergenti di tali processi (Salvatore,
Tebaldi, & Potì, 2006/2009; Salvatore & Freda, 2010), precipitato delle
forme situate di regolazione dello scambio sociale (Gergen, 1999;
Grasso, Salvatore, & Guido 2004; Salvatore, Ligorio, & De Freanchis,
2005). Il riconoscimento del carattere situato del significato ha una
conseguenza rilevante sul piano clinico e della process research. Le
strutture di significato sovraordinate (frame) che regolano il pensiero si
definiscono localmente, cioè all'interno ed attraverso le dinamiche
micro-sociali in cui vengono utilizzate. Conseguentemente, per
comprendere il senso di ciò che accade e viene comunicato entro il
processo clinico non ci si può limitare a prendere in considerazione le
singole unità della comunicazione, come se fossero entità in
significative; va tenuto necessariamente in conto il qui ed ora della
dinamica micro-sociale che sostanzia lo scambio clinico. È questo il
principio metodologico dell'indessicalità della comunicazione (Salvatore,
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Gennaro, Grassi, Manzo, Melgiovanni, Mossi, Olive, & Serio, 2007). Tale
principio afferma che il significato di un atto nel nostro caso, di un
atto prodotto entro il processo clinico può assumere una pluralità di
significati, diversificati in ragione del contesto intersoggettivo ove si
esercita; ad esempio, la stessa frase può risultare in un'offesa, una
affermazione priva di senso, un apprezzamento - in ragione delle
circostanze discorsive e relazionali entro cui è prodotta.
Pragmaticità. Il modo di pensare non è mai un’operazione neutrale; al
contrario, è sempre e comunque un atto sociale, animato da una
qualche forma (comunicativa, espressiva, argomentata che sia) di
intenzionalità. In altri termini, il modo con cui gli attori danno
significato all’esperienza è una delle leve fondamentali attraverso cui
essi salvaguardano e promuovono reciprocamente le proprie prospettive,
versioni del mondo, sistemi di interessi; in ultima istanza, il proprio
ancoraggio identitario. Il che significa che le persone quando pensano e
discutono non si limitano ad applicare schemi di significato in modo
asettico, orientate da criteri di verità ciechi rispetto alle conseguenze. Al
contrario, esse organizzano i pensieri, adottano strategie retoriche,
assumono posizionamenti discorsivi ed intraprendono percorsi di
costruzione di senso per accreditare/affermare un punto di vista,
dunque per regolare lo scambio sociale in cui sono inscritti. In questo
senso, pensare e parlare sono atti intrinsecamente sociali. Da ciò
consegue una fondamentale implicazione euristica e metodologica: la
necessità di considerare la dimensione pragmatica del significato.
Aspetto per certi versi ovvio, ma non sempre tenuto in debito conto
entro la process research, dove è ancora prevalente il focus esclusivo
sulla componente semantica e/o sintattica del linguaggio (Manzo,
2010).
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Modalità di costruzione della conoscenza. Il problema della
generalizzazione
Il processo terapeutico è per definizione un evento singolare, che vede
implicate due (o più) persone per un periodo di tempo più o meno lungo.
Lo studio scientifico, d'altra parte, richiede che le conoscenze relative ai
singoli fatti travalichino i confini della singolarità in modo da rendersi
generalizzabili.
Questa dialettica tra unicità e generalità è stata affrontata da alcuni
di noi nei termini di una rilettura critica della classica opposizione
nomotetico-idiografico (Salvatore, 2006b; Salvatore & Valsiner, 2009;
Salvatore, Valsiner, Strout, & Clegg,, 2009; Salvatore, Valsiner, Travers-
Simon, & Gennaro, 2010a, 2010b; si veda anche Molenaar & Valsiner,
2009). Secondo l'originaria tesi di Windelband (1904/1998; cfr. anche
Lamiell, 2003), i due termini sono in rapporto di complementarietà,
piuttosto che di opposizione, come invece generalmente si ritiene. Data
la loro natura dinamica (intesa come dipendenza temporale) e
contestuale, gli oggetti psicologici sono singolari, nel senso che la
relazione tra il loro modo di funzionare e le occorrenze fenomeniche nei
termini delle quali tale modo si esprime, è mediata dalla contingenza
delle condizioni di campo. Conseguentemente, la psicologia scientifica
non può che essere idiografica, nel senso che non può che prendere in
considerazione fenomeni unici e irreversibili (su questo punto, si veda
anche Toomela, 2009, 2010). Allo stesso tempo, tuttavia, gli obiettivi di
qualsiasi disciplina scientifica, dunque anche della psicologia, sono
necessariamente nomotetici, volti cioè a costruire conoscenze generali,
che trascendano l’ambito fenomenico specifico entro cui sono elaborate.
Il problema che dunque si pone alla psicologia, e quindi alla ricerca di
processo, è quale modello logico di generalizzazione sia coerente con la
natura idiografica del suo oggetto. In una serie di lavori recenti
(Salvatore & Valsiner, 2009, 2010) si è argomentato in favore della
abduzione quale fondamentale forma della conoscenza psicologica.
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Secondo la tesi proposta, l'unicità degli oggetti psicologici invalida la
possibilità di fondare su base induttiva la generalizzazione, vale a dire
in termini di accumulo di occorrenze empiriche provenienti da una
pluralità di casi individuali (Peirce parla dell'induzione nei termini di
acquisizione di una abitudine: se un evento occorre n volte, allora se ne
induce che si tratta di una regolarità che ci si abitua a considerare
valida anche in futuro). Infatti, se i casi individuali sono per definizione
incommensurabili, se ne deve inevitabilmente concludere l'impossibilità
di assimilare tra loro le occorrenze relative a casi differenti. Questo
stesso principio è stato concettualizzato in chiave psicometrica da
Molenaar (2004; Molenaar & Valsiner, 2009), nei termini del carattere
non ergodico dei processi psicologici (su questo punto si rimanda a
Salvatore, 2006b).
L'alternativa alla generalizzazione induttiva è l'abduzione (Di Nuovo,
2010). La generalizzazione fondata su tale logica parte, come
l'induzione, dal dato, ma si orienta alla costruzione di un modello teorico
locale, vale a dire un modello che interpreta (abbraccia in una totalità,
secondo l'immagine di Peirce) le occorrenze fenomeniche del caso. Il
modello teorico locale viene prodotto in ragione, ed entro i vincoli della
teoria generale che guida l'investigazione abduttiva. È la relazione tra
teoria locale e teoria generale a essere oggetto della generalizzazione. Ciò
equivale a dire che la generalizzazione abduttiva concerne la costruzione
di un modello locale che rifletta la teoria generale e sia allo stesso tempo
sufficientemente astratto (cioè non espresso in termini dipendenti dal
contenuto empirico contingente al singolo caso
1
), per poter interpretare
(abbracciare in una totalità) una pluralità di casi.
1. Si prenda come esempio il caso di un processo caratterizzato dalle occorrenze: a, b, b, a, b, b, b, a, b, b,
b, b, a. Il contenuto empirico di tale processo è unico per definizione, per cui non sarebbe possibile
generalizzazione se fosse tale contenuto a essere assunto come oggetto di analisi. Al contrario, il pattern
che caratterizza la relazione a-b può essere studiato oltre il (ma non indipendentemente dal) suo contenuto
empirico — ad esempio come tendenza del secondo elemento della diade (b) ad aumentare la propria
incidenza nel tempo. Ora, questo modello — che può anche essere formalizzato — è una mappatura
astratta del caso, una sua rappresentazione priva di contenuto empirico. In questo modo diviene possibile
creare una generalizzazione tra diversi casi attraverso un’operazione di astrazione — ad esempio si potrà
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Approfondiamo brevemente quanto fin qui detto. Si consideri una
serie C di casi (1, 2, 3, ..., n). Si assuma i
x
come l’insieme di occorrenze
espresse dal singolo caso. La generalizzazione induttiva definisce
l’insieme (I
C
) degli insiemi di occorrenze, i
x
relativi ad ogni esemplare
della serie C, che sono (secondo gli standard e i presupposti
dell'osservatore) descrittivamente tra loro simili. L'insieme I
C
è preso
come indicativo della regola generale, valida per ogni caso di C.
Al contrario, nel caso della generalizzazione abduttiva, l’insieme i
1
(vale a dire: le occorrenze empiriche espresse dal caso 1 vengono
modellizzate in quanto espressione di un fenomeno singolare e
irripetibile, dunque non assimilabili alle occorrenze del caso 2.
Conseguentemente, non si procede alla costituzione di I
C
, ma si assume
come base dati i
1
. La modellizzazione delle occorrenze i
1
genera il
modello locale L
1
. Per inciso, L
1
è sviluppato a partire, in ragione ed
entro i vincoli di una teoria generale (T
C
). Il modello L
1
viene
successivamente utilizzato per interpretare le occorrenze i
2
, vale a dire
le occorrenze espresse dal caso 2. In tale processo interpretativo, L
1
viene inevitabilmente sottoposto ad astrazione, al fine di contemplare la
specificità locale del nuovo caso. Ciò lo trasforma nel modello L
(1,2)
: un
modello più generale di L
1
che, senza perdere la valenza di interpretante
della relazione tra T
C
e i
1
, sarà allo stesso tempo in grado di interpretare
anche i
2
. Nella misura in cui L
(1,2)
si mantiene compatibile con T
C
, allora
esso può essere considerato un’estensione generalizzata di L
1
.
L’applicazione ricorsiva di tale procedura abduttiva alla successione di
casi C (1, 2…n) produrrà il modello L
(1, 2, ..n)
, che costituirà il modello
locale generalizzato, dotato del livello di astrazione necessario per
interpretare la specificità della serie dei singoli casi.
2
La differenza fondamentale tra induzione e abduzione, in sintesi, sta
nel fatto che la prima punta a rilevare ciò che è comune tra i casi,
dire che il caso che evidenzia il pattern m, n, n, m, n, n, n, m, n, n, n, n, m, pur avendo contenuto empirico
differente, segue lo stesso modello di funzionamento del primo caso.
2
Un esempio di modalità di ricerca che richiama questa procedura logica è dato dalla Task Analysis (cfr.
Pascual-Leone, Greenberg & Pascual-Leone, 2009).
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mentre la seconda ricerca il potenziamento della teoria attraverso
l’accomodamento della stessa, alimentato dal confronto con la
variabilità locale dei singoli casi.
Un esempio può aiutare a illustrare la differenza tra i due modelli di
conoscenza sopra richiamati. Prendiamo in considerazione due
ricercatori interessati a studiare la relazione tra l’andamento della
sintomatologia e gli interventi del terapeuta. Poniamo ora che il primo
ricercatore, Indut, segua la logica induttiva. Indut prende in esame il
caso, da un lato verificando la presenza di interventi del terapeuta
(poniamo, per semplicità, la frequenza degli interventi per seduta),
dall’altro rilevando il livello di sintomatologia in determinati punti
temporali (ad esempio, al termine di ogni seduta). Immaginiamo che
Indut riscontri che il livello della sintomatologia sia minore nelle sedute
dove si registra un numero più elevato di interventi del terapeuta. A
questo punto, Indut passa a studiare una successione di ulteriori casi,
trovando nella maggior parte delle circostanze (o in tutte, la differenza è
qui irrilevante) risultati che considera tra loro simili e che dunque
assimila nella seguente rappresentazione: “Nei casi analizzati ho
osservato sistematicamente che quando aumenta la frequenza degli
interventi del terapeuta diminuisce il livello di sintomatologia”. Avendo
accumulato un numero consistente di osservazioni che ribadiscono tale
associazione, Indut si sente legittimato indotto) a concludere che la
relazione tra la frequenza degli interventi del terapeuta e la riduzione
della sintomatologia sia una regola universale, valevole nella totalità dei
casi. Indut ha operato così una generalizzazione induttiva. Per dirla nei
termini sopra utilizzati, Indut ha estratto dai casi dell’insieme C
l’insieme ridondante di occorrenze i
x
(andamento sintomatologia e
frequenza interventi) presenti in tutti (o la maggior parte) dei casi C, e
ha generalizzato I
C
, dando a tale insieme il valore di rappresentazione di
una legge valida per la generalità dei casi: S = f(Int), che mappa la
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Sintomatologia (S) come funzione della frequenza degli Interventi (Int)
del terapeuta.
Da quanto sopra osservato se ne ricava che la generalizzazione
induttiva è una forma di conoscenza estensionale: una conoscenza che
consiste nella possibilità di ampliare il numero di casi per i quali si
considera valida una affermazione ricavata da — e originariamente
riferibile a — un numero ristretto di casi.
Poniamo ora che Abdut, il secondo ricercatore, segua la logica
abduttiva. Abdut assume come riferimento una teoria generale (T
C
), che
precede (e dunque guida) l’osservazione empirica. Poniamo che Abdut
sia una intersoggettivista e che dunque, assumendo la contingenza
della mente del paziente alla relazione clinica, abbracci la teoria
generale S = f(R): il livello della sintomatologia S è una funzione della
relazione R che si instaura tra paziente e terapeuta. Come si può
osservare, il punto di partenza di Abdut è il punto di arrivo di Indut: la
teoria generale (la T
C
da cui parte Adbut è tuttavia più astratta di quella
a cui giunge Indut). Sulla scorta della T
C
di riferimento, Abdut avvia
l’analisi, prendendo in esame il caso 1. La T
C
la guida tanto nella
selezione delle occorrenze pertinenti — la frequenza di interventi del
terapeuta e il livello della sintomatologia che nella modellizzazione
delle relazioni tra esse. Abdut è così in condizione di formulare un
modello interpretativo (L
1
) del caso: S = f(Int). Vale la pena evidenziare
che tale modello, per quanto non differisca nel suo contenuto dal
risultato dell’analisi di Indut, è prettamente locale, vale a dire è relativo
e di validità circoscritta al caso 1: è una forma di conoscenza
idiografica. Abdut procede nella sua analisi esaminando il caso 2,
impegnandosi a interpretarlo nei termini del modello locale (L
1
), così
come precedentemente definito. Nel caso di 2, tuttavia, Abdut osserva
un pattern che non si presta a essere assimilato a L
1
: in un certo
numero, limitato, di sedute la maggiore frequenza degli interventi si
associa a un incremento, piuttosto che a una riduzione del livello della
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sintomatologia. Tenendo conto dell’insieme delle occorrenze esaminate,
questo pattern rappresenta un dato marginale, un’eccezione; ma è
proprio su di esso che Abdut si concentra, “costringendosi” ad
accomodare L
1
in modo che tale modello sia in grado di “abbracciare”
anche il pattern apparentemente divergente. Analizzando le occorrenze
nella loro totalità, Abdut giunge così a formulare un nuovo modello
locale L
(1,2)
, più generale del primo, in grado di interpretare 2 e allo
stesso tempo di offrire una reinterpretazione del caso 1. Poniamo che
tale modello sia S = F(Int
rel
): il livello della sintomatologia dipende dalla
proporzione di interventi del terapeuta rispetto agli atti linguistici
prodotti dal paziente (Int
rel
). Come si può osservare, il modello L
(1,2)
si
colloca a un livello di astrazione maggiore di L
1
, nel senso che: a)
concerne un pattern maggiormente distante dal dato empirico
contingente (ad esempio, lo stesso valore di Int può corrispondere a due
valori di Int
rel
differenti e viceversa); b) si traduce nella selezione di un
aspetto maggiormente circoscritto, frutto di un incremento del livello di
selezione degli elementi ritenuti pertinenti (sul concetto di astrazione
come pertinentizzazione si rimanda a Bühler (1934/1990); si veda
anche Salvatore & Valsiner, 2009). Abdut passa dunque al terzo caso, e
poi ai successivi, di volta in volta accomodando il modello locale in
ragione dei pattern divergenti. Ciò fino a quando il modello locale non
risulti sufficientemente generalizzato da offrirsi come criterio
interpretativo dei successivi casi senza necessità di ulteriori
accomodamenti. Parallelamente, a mano a mano che il modello locale si
generalizza e acquista progressivi livelli di astrazione, esso sottopone a
“pressione” la teoria generale. Lo sviluppo del modello locale
generalizzato, dunque, lavora come fattore di validazione o di
ridefinizione della teoria generale, a seconda se quest’ultima sia in
grado di “reggere” la pressione o si renda necessario il suo
accomodamento. Possiamo così concludere che se la generalizzazione
induttiva è una forma di conoscenza estensionale, la generalizzazione
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abduttiva ne è il contraltare intensionale: una forma di conoscenza
consistente nel progressivo sviluppo (articolazione/astrazione) della
teoria.
Anche in questo caso vale la pena evidenziare, sia pure in estrema
sintesi, alcune implicazioni che rendono la discussione intorno
all’abduzione di immediato interesse per la ricerca clinica. In primo
luogo, la logica abduttiva restituisce il primato alla teoria sull’empiria;
ciò senza tuttavia negare il valore dei dati, dunque della ricerca
empirica. Al contrario, la ricerca empirica viene valorizzata come volano
della costruzione teorica. Quanto sopra detto dovrebbe aver reso
evidente, infatti, come la generalizzazione abduttiva sia guidata dalla
teoria. Secondo tale modello, la conoscenza è un processo ricorsivo di
sviluppo della teoria, precipitato dello sforzo sistematico di fondare
interpretazioni locali di fenomeni (dunque di dati).
In secondo luogo, la logica abduttiva sollecita una strategia (e una
cultura) di ricerca per certi versi opposta a quella canonica, basata sulla
induzione. Lo sviluppo abduttivo della teoria richiede di mettere in
tensione la valenza euristica della teoria. Conseguentemente, la scelta
dei fenomeni da studiare si indirizza in ragione della ricerca dell’evento
marginale, del dato divergente e sorprendente, quello che mette in
discussione l’interpretazione acquisita, costringendo il ricercatore a
rimodulare, rielaborare, astrarre la teoria. Insomma, i casi marginali
che la logica induttiva considera rumore ostacolante la ricerca di
regolarità, sono dalla logica abduttiva valorizzati come la fonte primaria
di conoscenza.
Infine, la logica abduttiva rende evidente l’utilità in psicologia di
pervenire a modalità di formalizzazione della conoscenza. Se la
generalizzazione si esprime, secondo questa logica, nella progressiva
astrazione del modello, allora è evidente che i linguaggi formalizzati si
offrono come un utile strumento di sviluppo della teoria psicologica.
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Per una teoria generale del processo
In precedenti lavori alcuni di noi hanno evidenziato la necessità di
distinguere due diversi obiettivi e focus di analisi: la ricerca nel processo
versus la ricerca sul processo (Manzo, 2010; Salvatore, 2006b;
Salvatore, Gelo, Gennaro, & Manzo, 2009). Il primo tipo di ricerca si
focalizza su specifiche dimensioni-costrutti ritenuti rilevanti dal punto
di vista clinico (ad esempio: l’alleanza terapeutica, gli interventi del
terapeuta, i meccanismi di difesa, il funzionamento metacognitivo). Il
processo, secondo questa prospettiva, è il contenitore entro cui tali
variabili si dispiegano. In definitiva, in quanto tale, il processo clinico
non costituisce l’oggetto di analisi di questo tipo di ricerca, quanto il
suo presupposto: lo scenario entro e grazie al quale la dimensione-
costrutto target opera. Il secondo tipo di processo riflette un diverso, più
generale, obiettivo: lo sviluppo di una teoria del processo clinico, inteso
come un fenomeno in sé, da modellizzare nella sua globalità (Salvatore,
Mossi, & Gennaro, 2007). Simile teoria concerne interrogativi del tipo:
in che cosa consiste lo scambio clinico? Come funziona? In che cosa
consiste il cambiamento clinico? Quale dinamica lo sostanzia? Quali
sono i vettori e i regolatori di tale dinamica?
In realtà, non sono molti i ricercatori che si sono proposti di definire
una teoria generale del processo in grado di dare risposta a tale ordine
di questioni (ad esempio, Mergenthaler, 1996; Bucci, 1997; Gonçalves,
Matos, & Santos, 2009). Cper certi versi è comprensibile: la ricerca
sul processo è impresa complicata; data la pluralità delle forme e dei
modelli psicoterapeutici, tale tipo di ricerca richiede l’elaborazione di
modelli astratti generalizzati, tuttavia in grado di non disperdere la
specificità del fatto clinico. D’altra parte, la definizione di una teoria
generale del processo clinico è una priorità per la process research, che
ha necessità di riferirsi a una cornice meta-teorica in grado di orientare
e rendere reciprocamente commensurabili le analisi focalizzate sugli
aspetti specifici dello scambio clinico.
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Sulla base di tali considerazioni, il nostro gruppo di ricerca si è in
questi anni impegnato nella elaborazione e validazione di un modello
generale del processo terapeutico (Gennaro, Al-Radaideh, Gelo, Manzo,
Nitti & Salvatore, 2010; Salvatore, Gelo, Gennaro, & Manzo, 2009),
basato su una concezione della mente di matrice dialogica e
culturalista: il Two Stage Semiotic Model (TSSM).
Il Two Stage Semiotic Model (TSSM)
Il TSSM si basa su un postulato fondamentale e su tre assunti
derivati da tale postulato.
Postulato fondamentale. La psicoterapia come dinamica di
sensemaking. Lo scambio clinico è una dinamica intersoggettiva di
costruzione di significato, finalizzata a modificare le modalità affettive e
cognitive utilizzate dal paziente nell’interpretare le sue esperienze. I
pazienti arrivano in psicoterapia dispiegando un sistema più o meno
rigido di assunti dichiarativi e procedurali (concezioni di sé e degli altri,
schemi affettivi, modalità metacognitive, strategie relazionali e di
attaccamento, piani inconsci, etc) che fungono da significati
sovraordinati, vale a dire da premesse di senso che regolano
l’interpretazione dell’esperienza (Valsiner, 2007). Tali assunti
rappresentano la fonte del problema che spinge in psicoterapia; allo
stesso tempo essi sono la base e al contempo il vincolo all’attività di
sensemaking. I sintomi, così come i conflitti intrapsichici e relazionali,
sono concepibili come il sostrato e/o la conseguenza di tali significati
sovraordinati. In ultima analisi, i significati sovraordinati sono il motivo,
l’oggetto e l’obiettivo — così come il mediatore — della psicoterapia.
Assunto 1: Articolazione in due fasi. In un primo momento della
psicoterapia il dialogo clinico (dunque l’incontro con un sistema di
assunti altro, definito dal setting clinico) funge da limite al sistema di
assunti del paziente. Se così non fosse il paziente non potrebbe che
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generalizzare le proprie modalità interpretative dell’esperienza alla
relazione con il terapeuta, e così facendo riprodurre in modo assoluto
all’interno del setting clinico quegli elementi critici per trattare i quali lo
stesso setting clinico è stato disposto. Ciò comprometterebbe la capacità
del dialogo clinico di introdurre aspetti innovativi nell’attività di
sensemaking. Ad esempio, un paziente paranoico che considera l’altro
pericoloso per default, avrebbe poche possibilità di usufruire della
psicoterapia se, assimilando completamente il setting allo schema
paranoico, fosse totalmente e assolutamente convinto che il terapeuta
intenda danneggiarlo. In questa prospettiva, quindi, la prima fase dello
scambio clinico si configura come un processo fondamentalmente
decostruttivo, in cui il dialogo terapeutico funge da limite esterno
all’attività regolativa dei significati sovraordinati (prevalentemente
problematici) del paziente (Salvatore & Valsiner, 2006).
L’indebolimento dei significati sovraordinati risultante dalla prima
fase dello scambio clinico apre a un secondo momento, di tipo
costruttivo, caratterizzato dall’elaborazione di nuovi assunti da parte del
paziente. In questa seconda fase il dialogo paziente–terapeuta ha la
possibilità di precipitare nella costruzione di nuovi significati
sovraordinati, che possano fungere da regolatori innovativi nell’attività
di sensemaking.
Ovviamente, le due fasi non sono totalmente separabili; tuttavia, a un
livello macro-analitico, è possibile, in una psicoterapia a esito positivo,
distinguere tra un primo momento caratterizzato da un processo di
decostruzione e un secondo momento caratterizzato da un processo
costruttivo, dove l’attività clinica funge da sostegno e impulso
all’esplorazione, da parte del paziente, di nuovi significati.
Assunto 2: Non linearità del processo terapeutico. L’articolazione
bifasica prospettata dal primo assunto del TSSM implica che lo scambio
clinico svolge funzioni differenti in momenti differenti del processo
clinico (fase decostruttiva e fase costruttiva). Conseguentemente, a
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differenza di quanto implicato nella visione tradizionale del processo
terapeutico, la dinamica di sensemaking non segue un andamento
lineare nel corso della psicoterapia: il sensemaking ha a che fare con il
cambiamento di pattern di funzionamento, piuttosto che con un
cambiamento cumulativo di elementi discreti tra loro indipendenti [sulla
non linearità del processo clinico si veda, ad esempio, Russel (1994)].
Assunto 3: Quasi periodicità del sensemaking. Questo terzo assunto
ha a che fare con il meccanismo micro-semiotico che istanzia la
dinamica di sensemaking. In linea con la visione non lineare del
processo clinico (Lauro-Grotto, Salvatore, Gennaro, & Gelo, 2009), il
TSSM assume un meccanismo quasi-periodico alla base dello scambio
comunicativo. Tale meccanismo si qualifica per un andamento a
strappi, simile al battito cardiaco, caratterizzato da momenti basici,
rappresentativi del funzionamento del sistema di assunti del paziente,
che vengono interrotti da momenti circoscritti di “irruzione” di
variabilità semiotica, ovverossia di ricombinazione tra i diversi
significati.
Evidenze relative al TSSM
Il nostro gruppo ha sviluppato un metodo di analisi del processo
clinico coerente con il TSSM: il Discourse Flow Analysis (DFA),
utilizzandolo nell’analisi di una successione di casi, secondo il modello
della generalizzazione abduttiva descritto in precedenza. Rinviamo al
prossimo paragrafo per la presentazione del metodo e l’illustrazione di
alcuni risultati ottenuti tramite il suo uso. Qui ci limitiamo ad
anticipare che i riscontri fin qui ottenuti si prestano ad essere
interpretati nei termini del modello teorico, in questo modo offrendosi
come elementi a sostegno della validità di costrutto del TSSM. In
particolare:
a) Per ciascuno dei casi analizzati, l’andamento dell’incidenza dei
significati sovraordinati segue una curva a U. Tale traiettoria è
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interpretabile alla luce del TSMM, come successione di una fase
decostruttiva, quando lo scambio clinico opera in modo da ridurre i
significati sovraordinati di cui è portatore il paziente, seguita da una
fase costruttiva, quando la psicoterapia si caratterizza per la
capacità di sviluppare nuovi significati.
b) le analisi dei casi evidenziano come alle due fasi previste dal TSMM
corrispondano pattern di funzionamento differenti. Ad esempio,
svariate correlazioni tra le variabili rilevanti si modificano sia in
termini di entità che di direzione — nel passaggio da una fase
all’altra.
c) Le analisi hanno messo in evidenza un andamento a strappi della
dinamica di sensemaking. Questo tipo di andamento è interpretabile
in ragione del terzo assunto del TSSM secondo il quale il
sensemaking procede secondo un meccanismo caratterizzato dalla
irruzione di momenti circoscritti di innovazione semiotica.
Questioni di metodo
Tra i ricercatori sta progressivamente diffondendosi la consapevolezza
circa la necessità di tenere maggiormente in conto la complessità del
processo clinico (Dazzi, 2006; Grasso, 2010).
3
Tale consapevolezza sta
3
In realtà il tema non è per nulla nuovo. Circa un quarto di secolo fa, Stiles e Shapiro (1994, pag. 37)
proposero un critica radicale del paradigma di ricerca tradizionale che assimilava la ricerca in psicoterapia
alla ricerca in campo farmacologico. Gli autori chiamarono tale assimilazione “drug metaphor”,
descrivendola nei termini seguenti. “[…] Un paradigma investigativo […] [che] guarda alla psicoterapia
come un composto di principi attivi forniti dal terapeuta al paziente […] Tali supposti ingredienti attivi
sono componenti di un processo tecniche terapeutiche come l’interpretazione, la confrontazione , la
riflessione, la self disclosure, la focalizzazione sulle emozioni, lo sforzo per dare supporto, o (più
astrattamente) l’empatia, il calore o la genuinità. Se un componente è un ingrediente attivo allora una sua
forte somministrazione è ritenuta un portare verso un esito positivo, in caso contrario l’ingrediente viene
ritenuto inerte [...]” (ndr. traduzione nostra).
La drug metaphor è un esempio classico di processo lineare, molecolare e additivo. In linea con tale
prospettiva: a) processo ed esito sono distinguibili, giacchè il primo causa il secondo; b) gli ingredienti
del processo sono elementi conosciuti, sostanziali, isolabili, alla stregua di elementi discreti che vengono
via via implementati in linea con procedure tecniche indipendenti e che hanno sempre lo stesso effetto sul
paziente, nel corso del processo (Stiles & Shapiro, 1994).
Questi assunti rappresentano un modello chiaramente ipersemplificato di psicoterapia, che scotomizza la
natura contestuale, olistica, contingente e non lineare del setting clinico. Lo scambio clinico è
caratterizzato da un numero elevato di fattori, molto superiore al numero di aspetti che la ricerca in
psicoterapia è in grado di isolare (cfr. Contestualità, cfr. Bickhard, 2009). Inoltre, ciò che è rilevante non
sono gli elementi in se stessi, ma la loro interazione, ovvero il modo in cui lavorano come parte di un
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facendo emergere una domanda di strategie e metodi di analisi
innovativi, in grado di sostituire gli approcci tradizionalmente adottati,
implicanti una visione statica, molecolare e lineare dello scambio
clinico. Il nostro gruppo di ricerca si propone di contribuire a questa
prospettiva di innovazione metodologica. Tre sono in particolare le linee
di ricerca, tra loro inevitabilmente intrecciate, che stiamo in questa
direzione percorrendo.
In primo luogo, in una serie di lavori di rassegna (Gelo & Salvatore,
submitted;; Lauro-Grotto, Salvatore, Gennaro, & Gelo, 2009; Salvatore,
Lauro-Grotto, Gennaro, & Gelo, 2008; Salvatore, Lauro-Grotto,
Gennaro, & Gelo, 2009; Salvatore & Tschacher, submitted) e di analisi
empiriche (Gennaro, Al-Radaideh, Gelo, Manzo, Nitti, & Salvatore, 2010;
Salvatore, Gennaro, Auletta, Grassi, & Rocco, submitted; Auletta,
Salvatore, Metrangolo, Monteforte, Pace, & Puglisi, submitted), abbiamo
proposto argomenti, esempi e dati a favore della Teoria dei Sistemi
Dinamici come fonte di metodologie maggiormente coerenti con la
natura di campo dello scambio clinico. In secondo luogo, stiamo
lavorando allo sviluppo di sistemi automatici di analisi dei trascritti di
seduta (Nitti, Ciavolino, Salvatore, & Gennaro, 2010; Salvatore,
Gennaro, Auletta, et al., submitted; Salvatore, Gennaro, Auletta, Tonti,
et al., submitted). In terzo luogo, la concezione dinamica e contestuale
del processo clinico delineata nelle pagine precedenti si è tradotta in un
metodo di analisi il DFA (Discourse Flow Analysis) volto a
permetterne la validazione.
tutto (Olismo, cfr. Valsiner, 2007; Salvatore & Valsiner, in press). Di conseguenza nessun elemento può
essere pensato come portatore di una valenza clinica invariante. Piuttosto, il suo impatto sul processo è
mediato dal campo, inteso come l’insieme delle co-occorrenze di elementi (Non linearità; cfr. Barkham,
Stiles, & Shapiro, 1993). Inoltre l’idea di ingredienti tecnici implementati dal processo, ma
indipendentemente dal processo, contrasta con l’ovvia osservazione clinica che il paziente non è soltanto
il bersaglio ricettivo dell’azione del terapeuta ma anche un agente che a sua volta stimola l’azione del
terapeuta (Contingenza, cfr. Goncalves, Ribeiro, Matos, Santos, & Mendes, 2010). Infine come il dibattito
sull’alleanza terapeutica evidenzia (Colli & Lingiardi, 2009), l’unidirezionalità del legame tra processo ed
esito non è più sostenibile: processo ed esito si associano in modo circolare il primo causa ed è causato
dal secondo (Circolarità; Greenberg & Pinsof, 1986).
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Proprietà dello scambio clinico e nuove strategie di analisi
Il punto di partenza della nostra argomentazione è il riconoscimento
della valenza di campo del significato (Salvatore, in press). Come già
osservato, diversi approcci nel campo della psicologia, della semiotica,
della linguistica, della filosofia hanno evidenziato come il significato sia
un processo dinamico e situato che si snoda attraverso l’uso delle
parole (e altri segni), piuttosto che una qualità invariante inerente i
segni (inter alia, Andersen, 2001). Le parole acquistano significato in
funzione delle specifiche circostanze socio-discorsive in cui vengono
prodotte. Il riconoscimento del carattere di campo del significato ci ha
portato a evidenziare due proprietà fondamentali dello scambio clinico
la sistematicità e la dinamicità — e a derivare da esse altrettante
basilari indicazioni metodologiche: studiare le configurazioni; analizzare
le sequenze.
Sistematicità. Il significato dei segni dipende dal modo in cui vengono
utilizzati, da come si combinano con altri segni, all’interno delle
circostanze discorsive (Greenberg & Pinsof, 1986; Harré & Gillett, 1994;
Fornari, 1979). In questa prospettiva ciò che diviene rilevante non è
tanto l’occorrenza dei segni, quanto la loro relazione. Freud
(1900/1953) ha già sottolineato questo aspetto mettendo in guardia dal
fornire interpretazioni semplicistiche dei simboli del sogno in termini di
corrispondenza uno a uno tra simbolo e significato (ad esempio, sigaro =
pene). Similmente, il sensemaking è una attività di sistema in cui
l’intera rete di relazioni tra elementi è diversa dalla loro composizione
additiva: i significati sono come elementi chimici che producono entità
diverse in ragione di piccole modifiche nella loro combinazione (Grassi,
2008).
Dinamicità. Sottolineare la valenza sistemica del sensemaking implica
sottolinearne anche la sua natura intrinsecamente dinamica, ovvero la
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sua dipendenza temporale. Il linguaggio è per sua natura sequenziale; le
relazioni tra i segni linguistici sono necessariamente relazioni temporali.
Il tempo non è solamente il contenitore all’interno del quale il significato
si dispiega; esso esercita un ruolo costitutivo nella costruzione del
significato (Lauro-Grotto, Salvatore, Gennaro, & Gelo, 2009; Nitti,
Ciavolino, Salvatore, & Gennaro, 2010; Salvatore, Lauro-Grotto,
Gennaro, & Gelo, 2009). Il sensemaking non ha a che fare solo con ciò
che è detto e con come è detto; ma anche con quando ciò che è detto è
detto, ovverossia prima o dopo che cosa. Si prendano ad esempio le
seguenti affermazioni, che potrebbero caratterizzare la produzione
narrativa di due ipotetici pazienti:
Paziente 1
“Quando perdo al gioco mi arrabbio molto e desidero essere aiutato da uno
psicoterapeuta”
Paziente 2
“Quando desidero essere aiutato da uno psicoterapeuta mi arrabbio molto e
perdo al gioco”
Le due frasi sono composte dalle stesse parole e sul piano del
contenuto sono identiche; eppure il loro significato è notevolmente
diverso, in ragione dell’ordine con cui le parole compaiono: mentre la
prima frase riferisce del bisogno di supporto terapeutico associato
all’esperienza di gioco, la seconda connota il gioco come dimensione di
acting out, reattiva al riconoscimento del desiderio di aiuto.
Studiare le configurazioni. La natura sistemica del sensemaking porta a
spostare il focus delle analisi dalle occorrenze di categorie discrete di
significato alla loro combinazione in termini di pattern (von Eye, Mum,
& Mair, 2009; Greenberg, 1994; Matos, Santos, Gonçalves, & Martins,
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2009; Salvatore, Lauro-Grotto, Gennaro, & Gelo, 2009; Salvatore,
Tebaldi, & Potì, 2006/2009). Prendiamo ad esempio la presenza di tre
categorie semantiche: a, b, e c, che occorrono rispettivamente 3, 5, e 2
volte. Se il nostro studio si limitasse all’analisi della loro distribuzione
concluderemmo che a e b sono le più frequenti. Ciò tuttavia non
necessariamente implica che queste categorie siano le più rilevanti.
L’analisi del loro ruolo, infatti, richiede una mappatura di come le
categorie si combinano l’una con l’altra. Ed è facile osservare come la
stessa distribuzione complessiva possa corrispondere a una pluralità di
scenari di combinazione (ad esempio, scenario 1: a-a-b-b, c-c-a, b-b-b;
scenario 2: a-a-a-b, -b-b-b, b-c-c), dunque a una pluralità di significati
globali.
Analizzare le sequenze (di configurazioni). La dipendenza temporale del
sensemaking porta a focalizzare l’analisi sui pattern diacronici, oltre che
sincronici, di combinazione dei contenuti. Ciò significa porre attenzione
alle transizioni tra i significati: quale contenuto segue o precede quale,
con quale probabilità e in ragione di quali condizioni elicitanti. La
transizione assume la funzione metodologica di marcatore della
dinamica di sensemaking.
Diversi lavori del nostro gruppo di ricerca hanno adottato modalità di
analisi ispirate ai due criteri metodologici appena richiamati. Ad
esempio, Nitti e colleghi (2010) hanno utilizzato una procedura
integrante l’analisi markoviana delle sequenze (cfr. anche Salvatore,
Gennaro, Grassi, Manzo, Melgiovanni, Mossi, Olive, & Serio, 2007;
Salvatore, Lauro-Grotto, Gennaro, & Gelo, 2009) e l’implementazione di
una rete neurale; così facendo sono stati in grado di distinguere sedute
clinicamente positive versus sedute non positive così definite sulla
base di un criterio clinico indipendente. Salvatore, Tebaldi e Potì
(2006/2009) hanno adottato un metodo di analisi basato sullo studio
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della dimensionalità dello spazio delle fasi
4
utilizzato per rappresentare
l’andamento nel tempo della variabilità lessicale caratterizzante lo
scambio comunicativo durante una psicoterapia. In particolare, gli
autori hanno riscontrato come la dimensionalità dello spazio si riduca
drasticamente nel periodo immediatamente successivo all’inizio della
psicoterapia, per poi conservare un andamento stabile fino al termine
della terapia. Tale risultato è stato interpretato come indicativo
dell’emergenza e successivo mantenimento di una cornice di senso
condivisa entro lo scambio clinico, espressione di un accordo discorsivo
tra terapeuta e paziente, che si riflette nella riduzione della libertà di
associazione tra le parole (per un’analisi simile, basata sul riferimento
teorico-metodologico alla sinergetica, si veda Gelo, Ramseyer,
Mergenthaler, & Tschacher, 2008).
Santos, Gonçalves, Matos e Salvatore (2009) hanno studiato la
dinamica del cambiamento nelle narrazioni di una paziente, attraverso
una procedura di analisi multidimensionale (Analisi delle
Corrispondenze e Analisi dei Cluster) volta a estrapolare configurazioni
narrative indicative di momenti di cambiamento nelle modalità
discorsive del paziente (gli Innovative Moments secondo la terminologia
del metodo utilizzato, cfr. Gonçalves, Ribeiro, Matos, Santos, & Mendes,
2010). In questo modo l’analisi è andata oltre la mera rilevazione
dell’incidenza delle singole categorie narrative, per concentrarsi sulla
identificazione di combinazioni di occorrenze e sulla loro evoluzione
lungo l’arco temporale del processo terapeutico analizzato.
Recentemente, Gelo & Salvatore (submitted) e Salvatore & Tschacher
(submitted) hanno presentato una serie di strategie di analisi ispirate
alla Teoria dei Sistemi Dinamici [analisi di Montecarlo, differenza mobile
4
Lo spazio delle fasi è lo spazio ciascun punto del quale rappresenta uno e un solo stato del sistema
descritto. Ad esempio, un punto di uno spazio delle fasi a due dimensioni, descriverà uno stato del
sistema nei termini delle coordinate di tale punto. In generale, lo spazio delle fasi ha una dimensionalità
corrispondente ai gradi di libertà del sistema che descrive. Ad esempio, se un corpo si muove
esclusivamente su un piano, serviranno due dimensioni per descrivere la sua traiettoria; se invece si
muove in uno spazio tridimensionale, serviranno tre dimensioni. La dimensionalità dello spazio delle fasi
è dunque un indicatore della variabilità del comportamento dei sistema.
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(Salvatore, Serio, & Manzo, 2006); modellizzazione delle traiettorie;
studio delle probabilità di transizione; analisi univariata dei trend
(Molenaar & Valsiner, 2009)], argomentandole sul piano teorico-clinico
ed illustrandole con esempi tratti da una varietà di ricerche.
Infine, Gelo e Salvatore (submitted), hanno discusso dati clinici e di
ricerca che evidenziano il carattere dinamico, disomogeneo, non
lineare, discontinuo e multi-direzionale del cambiamento terapeutico. Il
riconoscimento di tali caratteristiche comporta la necessità di ripensare
criticamente molti degli assunti che sono attualmente alla base della
ricerca in psicoterapia, così come di sviluppare strategie di analisi
focalizzate sullo studio intensivo dei casi.
L’analisi dei trascritti
Una delle fondamentali fonti della ricerca di processo è data dalle
trascrizioni delle sedute. Lo sviluppo della process research passa
dunque inevitabilmente per il potenziamento della validità e efficienza
dei modelli e delle procedure di analisi testuale. In ragione di questa
prospettiva, stiamo lavorando alla validazione di un metodo
automatizzato di analisi del contenuto dei trascritti di seduta (Nitti,
Ciavolino, Salvatore, & Gennaro, 2010; Salvatore, Gennaro, Auletta,
Tonti, & Nitti, submitted)
A oggi i metodi automatizzati nella ricerca clinica sono pochi e limitati
all’analisi della dimensione lessicale. Si tratta di metodi che implicano
una concezione a-contestuale del significato, in ragione della quale ogni
segno (una parola, una frase) viene associato a un set prefissato di
parametri di valore, implementato tramite algoritmi automatizzati (ad
esempio, si veda il TCM, Merghentaler, 1996). La contestualità del
significato rende evidentemente poco praticabile l’estensione di tale
strategia metodologica al piano semantico, la cui analisi, almeno nel
campo clinico, è rimasta co affidata al lavoro interpretativo del
ricercatore.
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Il ricorso al giudizio umano solleva tuttavia problemi organizzativi e
metrici non indifferenti. Da un lato, nonostante l’assoggettamento del
giudizio umano a regole di codifica estensibili e sistematiche, l’inferenza
dei rater rimane comunque soggetta a una irriducibile valenza
soggettiva. In conseguenza di ciò, i metodi per l’analisi semantica
soffrono di bassi livelli di attendibilità, vincolo che riduce non
marginalmente la loro capacità di rivelare relazioni significative. Non
meno importante, l’analisi di contenuto è solitamente molto laboriosa:
richiede tempo e risorse umane. E ciò rappresenta un ulteriore ostacolo
all’applicazione dei metodi semantici allo studio del processo clinico.
Diversi criteri sono stati proposti per rispondere ai problemi che pone
l’uso di tali metodi. Molti sforzi sono stati fatti per definire regole di
codifica chiare e specifiche, che vincolino i giudici all’uso di procedure
di validazione consensuale (Lutz & Hill, 2009; Lambert, 2004); tuttavia,
dato il livello di inferenza implicato in tali metodi, queste soluzioni non
possono essere pienamente risolutive; esse, inoltre, rendono l’uso di
metodi di analisi semantica ancora più dispendiosi.
La Automated Co-occurrence Analysis for Semantic Mapping (ACASM)
Sulla base di quest’ordine di considerazioni abbiamo deciso di avviare
un programma di lavoro finalizzato a sviluppare una procedura
automatizzata di analisi semantica (ACASM), in grado di ridurre il ruolo
giocato dall’inferenza umana; ma allo stesso tempo in grado di prendere
in considerazione la dimensione contestuale del significato, dunque la
sua indessicalità. Il nostro gruppo di ricerca è solo all’inizio di questo
programma. Di seguito, richiamiamo brevemente la logica alla base del
metodo sviluppato e i primi incoraggianti risultati di validazione ottenuti
(Salvatore, Gennaro, Auletta, Tonti, & Nitti, submitted)
L’Automated Co-occurrence Analysis for Semantic Mapping (ACASM) è
un adattamento al campo della ricerca clinica di un modello di analisi
testuale elaborato nel campo della statistica lessicale e già utilizzato in
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altri ambiti della ricerca psico-sociale (Carli & Paniccia, 2002; Lancia,
2002). Il metodo si focalizza sulle co-occorrenze di parole, ovvero sul
modo con cui le parole si combinano tra loro nelle unità di analisi in cui
il testo viene scomposto (solitamente frasi o gruppi di frasi). La co-
occorrenza di parole viene utilizzata quale espressione di un criterio di
somiglianza per la clusterizzazione delle unità di analisi. In altre parole,
le unità di analisi vengono ricomposte in cluster in base alle co-
occorrenze di parole: le unità di analisi che tendono a contenere le
stesse co-occorrenze di parole vengono considerate simili e quindi
raggruppate.
L’idea alla base del metodo assume che un insieme di co-occorrenze
determina uno specifico nucleo tematico; quindi, le unità che hanno un
certo insieme di parole co-occorrenti condividono lo stesso nucleo
tematico. In questo modo la procedura di analisi è in grado di fornire un
livello di rappresentazione semantica del testo che codifica ogni unità di
analisi nei termini di un determinato nucleo tematico.
L’ACASM si basa su algoritmi invarianti operazionalizzati da specifici
software (Alceste, T-LAB). In particolare noi utilizziamo la procedura
implementata da T-LAB (Lancia, 2002), nella versione T-LAB_PRO_XL2.
Gli algoritmi implementano le diverse fasi del metodo nel seguente
modo:
1) Segmentazione del testo in unità di contesto (sostanzialmente
equivalenti alle frasi).
2) Costruzione del vocabolario delle unità lessicali presenti nel testo.
3) Rappresentazione digitale del testo, nei termini della matrice
avente in riga le unità di contesto, in colonna le unità lessicali,
nella cella ij-esima il valore 0/1 indicativo della presenza/assenza
della unità lessicale della colonna j-esima nella unità di contesto
della riga i-esima.
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4) Analisi multidimensionale volta alla definizione di cluster di co-
occorrenze di unità lessicali (e delle unità di contesto
corrispondenti a tali co-occorenze).
5) Il lavoro interpretativo del ricercatore si focalizza su tali cluster e si
dedica alla individuazione del nucleo tematico di cui ciascun
cluster è, secondo la logica del metodo, marcatore.
È opportuno notare come la ACASM sia un metodo bottom up di
analisi del contenuto: esso infatti non parte da un repertorio prestabilito
di contenuti tematici in base ai quali vengono classificate le unità di
testo; piuttosto, il repertorio di contenuti che funge da sistema di
codifica è prodotto dal’analisi stessa, come risultato dell’identificazione
di insiemi di parole co-occorrenti presenti nel testo. Da un punto di
vista concettuale, il riferimento alle parole co-occorrenti all’interno della
stessa unità di analisi può essere considerato un modo per prendere in
considerazione la dimensione contestuale del significato, nella sua
componente intratestuale.
La validazione di ACASM ha adottato un impianto di analisi ispirato
al criterio di Turing. Si è assunto che sarebbe stato possibile
considerare valido il metodo automatizzato di codifica del contenuto,
nella misura in cui i risultati della sua applicazione non fossero risultati
distinguibili da quelli prodotti da codificatori umani. Il confronto tra
ACASM e giudici esperti è avvenuto sui trascritti di una psicoterapia
(Gennaro & Salvatore, in press; Salvatore, Gennaro, Auletta, Tonti, &
Nitti, submitted). Conformemente alle aspettative, i risultati hanno
evidenziato come la ACASM produca una mappatura del contenuto
tematico dei trascritti delle sedute di psicoterapia non differenziabile da
quella prodotta da giudici indipendenti e ciechi.
Il DFA: la mappatura della dinamica dello scambio clinico
Da alcuni anni (Gennaro, 2008; Gennaro, Melgiovanni, & Serio,
2007; Gennaro, Al-Radaideh, Gelo, Manzo, Nitti, & Salvatore, 2010;
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Nitti, Ciavolino, Salvatore, & Gennaro, 2010; Salvatore, Grasso, &
Tancredi, 2004; Salvatore, Gennaro, Manzo, Melgiovanni, & Serio,
2007; Gennaro et al., 2010; Salvatore, Gennaro, Lis, Di Riso, Laghezza,
& Sbabo, 2006) siamo impegnati nello sviluppo di un metodo di analisi
del processo terapeutico in termini di dinamica discorsiva (Discursive
Flow Analysis, originariamente denominato RIFLUD: Rivelatore dei
Flussi Discorsivi). Tale metodo riflette i principi teorici e metodologici
(ricerca sul processo, approccio contestuale e dinamico,
generalizzazione abduttiva) che abbiamo illustrato nella prima parte di
questo scritto. Potremmo dire che, coerentemente con la logica di
generalizzazione abduttiva, l’elaborazione di tali principi ha alimentato
ed al contempo è stata alimentata dal progressivo sviluppo del metodo e
dal suo uso nell’analisi di casi di psicoterapia.
Il DFA si inscrive nella cornice teorica del TSSM, che qualifica la
psicoterapia quale dinamica tesa alla produzione di innovazione
semiotica. Il DFA adotta una procedura di analisi semi-automatizzata
che combina tecniche di analisi del testo e di statistica
multidimensionale. Sulla base di tale procedura, il DFA identifica i
principali significati attivi nel discorso tra paziente e terapeuta e mappa
la struttura e la dinamica della loro combinazione. Più in particolare, il
DFA descrive la dinamica delle interconnessioni tra i significati attivi
nello scambio clinico in termini di Rete Discorsiva. La Rete Discorsiva
può essere analizzata sia quantitativamente che qualitativamente.
L’analisi quantitativa si basa su una serie di indici (Attività,
Connettività, Nodi sovraordinati) che permettono di stimare la forza
dinamica della rete (la sua capacità di generare significati innovativi),
così come la sua struttura (il livello e la natura delle connessioni tra i
significati attivi nel flusso discorsivo). L’analisi qualitativa concerne
l’interpretazione clinica del contenuto dei significati corrispondenti ai
nodi della rete (Gennaro, 2008).
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Il DFA è stato applicato all’analisi di casi di psicoterapia di diversa
lunghezza e diverso orientamento, con lo scopo di studiarne la validità,
sia di costrutto, sia relativa a un criterio. Per quanto riguarda la validità
di costrutto, gli indici dinamici e strutturali del metodo si sono mostrati
capaci di offrire una rappresentazione dello scambio comunicativo tra
paziente e terapeuta sensata dal punto di vista clinico e coerente con il
TSSM, che ne costituisce la cornice concettuale. Per quanto riguarda la
validità di criterio, i risultati principali sono così sintetizzabili:
a) Salvatore, Gennaro, Grassi e colleghi (2007) hanno applicato il DFA
a una psicoterapia a esito positivo (caso di Katja; Dimaggio &
Semerari, 2001; Dimaggio, 2007) di 124 sedute. Gli indici del DFA
risultano correlare con gli indici IVAT (Indice di Valutazione
dell’Alleanza Terapeutica; cfr. Colli & Lingiardi, 2002) e con alcune
delle scale della DMRS (Defense Mechanism Rating Scale; Perry,
1990) — per l’applicazione di ambedue gli strumenti al caso Katja si
veda Lingiardi, Colli, & Gazzillo, 2007). Tali correlazioni sono state
interpretate come un elemento a riscontro della capacità del DFA di
cogliere specifici andamenti clinici (alleanza terapeutica e modifica
dei pattern difensivi).
b) Un successivo lavoro, basato sull’analisi di un caso di psicoterapia
breve (caso di Lisa, 15 sedute; Gennaro, Melgiovanni, & Serio, 2007)
ha verificato la capacità del DFA di discriminare tra le sedute
ritenute clinicamente positive e non positive — definite tali sulla
base di un criterio esterno indipendente: la presenza o l’assenza di
un ciclo terapeutico individuato attraverso il TCM (Merghentaler,
1996). L’interpretazione degli indici del DFA in termini di pattern ha
permesso di discriminare tra le due categorie di sedute con una
percentuale di successo del 100%.
c) Gennaro, Gonçalves, Mendes, Ribeiro e Salvatore (in press) in uno
studio di convergenza tra il DFA e l’Innovative Moment Coding
System (IMCS; Goncalves, Ribeiro, Matos, Santos, & Mendes, 2010)
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hanno trovato una forte correlazione tra le caratteristiche formali e
funzionali dello scambio clinico, così come misurate dal DFA, e il
contenuto delle narrazioni, così come interpretato alla luce
dell’IMCS.
Prospettive
Nelle pagine precedenti abbiamo illustrato le principali linee di ricerca
sul processo psicoterapeutico che ci hanno visto impegnati nell’ultimo
lustro. Come è ovvio che sia, il nostro è un percorso in fieri. Ogni passo
in avanti è foriero di ulteriori sollecitazioni e aperture: tre sono le
principali aree sulle quali stiamo attualmente concentrando la nostra
attenzione.
Sul piano teorico, alcuni di noi sono impegnati nell’approfondimento
della linea di pensiero che ruota intorno alla generalizzazione abduttiva,
nella prospettiva di fondare su tale modello di costruzione della
conoscenza una rivisitazione in chiave idiografica della psicologia,
dunque della psicologia clinica e della ricerca in psicoterapia (Salvatore,
Gennaro, & Valsiner, 2011).
Sul piano metodologico, riteniamo strategico il radicamento entro il
campo della ricerca di processo della logica, dei modelli e degli
strumenti di analisi derivanti dalla Teoria dei Sistemi Dinamici. Non si
tratta di importare procedure di analisi e tecnicalità mutuate da altri
campi, ma di sviluppare modelli dinamici coerenti con la natura dei
fenomeni clinici (Salvatore & Tschacher, submitted; Gelo, Ramseyer,
Mergenthaler, & Tschacher, 2008).
Infine, una parte rilevante dei nostri sforzi è indirizzata all’ulteriore
sviluppo e validazione delle strategie di ricerca su cui abbiamo lavorato
negli ultimi anni. Richiamiamo di seguito brevemente i programmi di
lavoro su cui stiamo investendo.
1. Il primo è rappresentato dal DFA. Stiamo progettando una serie di
ulteriori studi di casi, in ragione dei seguenti scopi:
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a) testare ulteriormente la validità di costrutto e convergente del
metodo, in relazione ad altri metodi di analisi e nel contesto di
una varietà di psicoterapie, terapeuti, pazienti, setting, esiti,
caratteristiche del processo;
b) approfondire il significato clinico del metodo, analizzando il
contenuto clinico associato agli andamenti degli indici dinamici e
strutturali definiti dal metodo;
c) usare il DFA per differenziare gli aspetti della costruzione
intersoggettiva del significato che operano come dimensioni
costitutive dello scambio clinico rispetto agli aspetti che si
caratterizzano come specifici gli aspetti, cioè, che riflettono le
caratteristiche associate alla efficacia ed efficienza del processo,
e/o ad un tipo o altro di psicoterapia, così come agli aspetti
contingenti e particolari dei diversi casi.
2. Il secondo programma di lavoro, avviato di recente, è l’elaborazione
di un sistema di codifica degli interventi interpretativi del terapeuta:
il GMI Grid of Models of Interpretation (Auletta, 2010; Auletta &
Salvatore, 2008; Auletta, Salvatore, Metrangolo, Monteforte, Pace, &
Puglisi, submitted). Il nostro scopo è di pervenire a uno strumento di
analisi focalizzato sulla funzione di regolazione dei processi di
significazione esercitata dal terapeuta. Per questa ragione, il GMI è
stato pensato come uno strumento trasversale ai diversi modelli di
psicoterapia, complementare al DFA: attraverso di esso contiamo di
rilevare il ruolo dell’attività regolativa (di negoziazione e di
elaborazione dei significati) che il terapeuta esercita sulla dinamica
dello scambio clinico.
Dal punto di vista metodologico, il GMI adotta un impianto
coerente con l’approccio generale discusso nei precedenti paragrafi.
La codifica si articola su 5 dimensioni (Contenuto dell’attività
interpretativa, Dominio della attività interpretativa, Orientamento
temporale, Orientamento spaziale, Forma), ciascuna organizzata in
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modalità specifiche mutuamente escludentesi (il Contenuto si articola
nelle modalità: Rappresentazione, Difese, Impulsi, Meccanismo di
funzionamento, Affetti, Motivazione; il Dominio si articola nelle
modalità: Intrapsichico Relazionale; Orientamento temporale in:
Presente, Passato, dal Presente al Passato, dal Passato al Presente;
Orientamento Spaziale in: Interno ed Esterno al setting; Forma in:
Assertiva, Soggettiva, Dimostrativa). Il GMI, dunque, non prende in
esame l’intervento interpretativo del terapeuta in modo globale. Al
contrario, esso opera analiticamente, focalizzandosi su 5 aspetti
paralleli, ognuno dei quali preso in considerazione in quanto
riconosciuto come una specifica dimensione/caratteristica
dell’interpretazione. Successivamente, tramite una procedura di
analisi multidimensionale, il GMI estrapola i pattern nei termini dei
quali le diverse modalità si combinano nella concreta attività
interpretativa sottoposta a investigazione.
Tale procedura presenta due vantaggi. In primo luogo, potenzia
l’attendibilità della codifica, come conseguenza della specificità e del
basso livello di inferenza implicato nella applicazione di ciascuna
dimensione. In secondo luogo, questo tipo di approccio, grazie alla
sua logica bottom-up permette di evitare il ricorso a griglie
predefinite, pensate indipendentemente dal caso analizzato. Grazie a
queste caratteristiche metodologiche, il GMI sembra essere in grado
di offrire una descrizione del processo psicoterapeutico
(specificamente, del processo interpretativo) sensibile al contesto dello
scambio clinico (Greenberg & Pinsof, 1986; Jones, Parke, & Pulos,
1992; Lauro-Grotto, Salvatore, Gennaro, & Gelo, 2009; Pascual-
Leone, Greenberg & Pascual-Leone, 2009).
Un primo studio ha applicato il GMI a 4 psicoterapie, 2 a indirizzo
cognitivo e 2 a indirizzo psicodinamico (Auletta, 2010; Auletta,
Salvatore, Metrangolo, Monteforte, Pace, & Puglisi, submitted). I
risultati ottenuti depongono in favore dell’attendibilità e della validità
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di costrutto del metodo. Il GMI ha messo in luce un livello
soddisfacente di accordo tra giudici esperti, non influenzato
dall’orientamento della terapia. Inoltre, le dimensioni e le categorie
che costituiscono il sistema di codifica si sono dimostrate in grado di
descrivere in maniera efficace le caratteristiche dell’attività
interpretativa del terapeuta. Infine, sia a livello di singole categorie
sia a livello di pattern aggregati, il GMI si è mostrato in grado di
discriminare le psicoterapie analizzate in base al loro orientamento
teorico e secondo criteri significativi da un punto di vista clinico.
3. Il terzo programma riguarda lo sviluppo di un metodo di analisi
semantica delle narrazioni del paziente — il DMSC (Dynamic Mapping
of the Structures of Content in Clinical Settings (Salvatore, Gennaro,
Auletta, Grassi, & Rocco, submitted). Tale metodo si focalizza su un
livello generalizzato di significato concernente gli aspetti di base che
organizzano le narrative (ad esempio, narrative relative al vs
narrative relative ad altro da sé). Questa scelta è stata dettata da due
fondamentali ragioni: da un lato, per ridurre la dipendenza
dell’analisi dagli aspetti contingenti della comunicazione; dall’altro,
anche in questo caso per fare del DMSC uno strumento trasversale ai
diversi modelli di psicoterapia.
Il DMSC viene applicato da giudici ai trascritti delle sedute di
psicoterapia e, secondo la stessa strategia metodologica del GMI
(analisi dei pattern), è finalizzato a identificare le combinazioni
(definite Pattern di contenuto) delle categorie che caratterizzano le
narrative del paziente. Inoltre, coerentemente con le indicazioni
metodologiche derivanti dalla Teoria dei Sistemi Dinamici, il DMSC
non considera i pattern in sé, ma le loro transizioni: la probabilità che
un determinato Pattern di contenuto succeda a un altro Pattern di
contenuto.
Una prima ricerca (Salvatore, Gennaro, Auletta, Grassi, & Rocco,
submitted) ha applicato il DMSC ad un campione di 13 sedute
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estratte casualmente dalle 124 sedute del caso di Katja. I risultati di
tale studio offrono sostegno alla validità di costrutto del metodo. In
linea con il modello teorico su cui esso si basa, è stato riscontrato
come: a) il DMSC delinea una rappresentazione significativa delle
narrative del paziente in termini di Pattern di contenuto; b) alcune
probabilità di transizione tra i pattern di contenuto (vale a dire la
probabilità che ad un determinato pattern segua un certo altro
pattern) sono associate in modo significativo alla qualità clinica delle
sedute (definita indipendentemente sulla base di un criterio esterno).
Attraverso il DMSC intendiamo analizzare il contributo del paziente
alla costruzione del dialogo terapeutico. Nelle nostre intenzioni il
DMSC integra il repertorio degli strumenti grazie ai quali sviluppare
un’analisi del processo terapeutico coerente con il quadro teorico
definito dal TSSM. Riteniamo che l’applicazione congiunta del DFA,
del GMI e del DMSC ci metterà nelle condizioni di analizzare il
rapporto di reciproca regolazione tra la dinamica intersoggettiva di
costruzione di senso e le operazioni discorsive prodotte dai
partecipanti a tale dinamica (paziente e terapeuta).
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Abstract
The paper presents the three main lines of work on the process research the
Authors' interest is focused on: a) the conceptual analysis of the theoretical
and methodological assumptions grounding the research in the field; b) the
definition of a general model of the clinical process; c) the development of
strategies of analysis of the clinical exchange consistent with that general
model. The conceptual framework, the main results and the future directions
of each line are discussed.
Keywords
Process research, theory of dynamic systems, idiographic science, abduction,
textual analysis, Discursive Flow Analys
... The study of clinical processes, due to its complexity and multifactoriality, requires a wide range of points of view and perspectives (Greenberg, 1994;Russell, 1994;Stiles and Shapiro, 1994;Salvatore et al., 2010). In literature, many tools have been developed in order to analyze specific aspects of the clinical psychotherapy process. ...
... 187), and that the authors propose as a process that can promote new expectations and constitute a mode of therapeutic action. In other terms, an intermediate synchrony in patient and therapist SRs could represent a condition allowing the developing of the intersubjective sense-making dynamic paving clinical process (Salvatore et al., 2010). Moreover, such view is consistent with that of Rocco et al. (2017). ...
Article
Full-text available
Objective: The present work aims to detect the role of the rate of speech as a mechanism able to give information on patient's intrapsychic activity and the intersubjective quality of the patient–therapist relationship. Method: Thirty clinical sessions among five patients were sampled and divided into idea units (N = 1276) according to the referential activity method. Each idea unit was rated according to referential activity method and in terms of speech rate (syllables per second) for both patient and therapist. A mixed-effects model was applied in order to detect the relationship between the speech rate of both the patient and the therapist and the features of the patient's verbal production in terms of referential activity scales. A Pearson correlation was applied to evaluate the synchrony between the speech rate of the patient and the therapist. Results: Results highlight that speech rate varies according patient's ability to get in touch with specific aspects detected through referential activity method: patient and the therapist speech rate get synchronized during the course of the sessions; and the therapist's speech rate partially attunes to the patient's ability to get in touch with inner aspects detected through RA method. Conclusion: The work identified speech rate as a feature that may help in the development of the clinical process in light of its ability to convey information about a patient's internal states and a therapist's attunement ability. These results support the intersubjective perspective on the clinical process.
... Our thesis, which will have to be tested in further analysis, is that such a semantic opposition goes beyond the process/outcome distinction, and more generally concerns the dialectics between an interest focused on the scientific legitimation of the psychotherapy and an interest focused on the understanding/empowering of psychotherapy as a device for addressing clinical issues. These two foci are historically found throughout the scientific cultures and practices within the psychotherapy field; they are not conceptually alternative—yet it is hard to act as if they were immediately complementary (Salvatore et al., 2010). Fourth, the relationship between topics and Journals lends itself to being interpreted as supporting the distinction we adopted between specialized and transversal Journals. ...
... Rather, it has to be seen as an interpretative device useful for deepening the understanding of the semantic organization underpinning the current status of research in the field. This is so because content analysis, like any kind of analysis concerning meanings, is inherently abductive and interpretative, also when, as in the case of the current study, it adopts a quantitative method (Salvatore, Gennaro, Auletta, Tonti, & Nitti, 2012). ...
Article
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A content analysis of the representative Journals in the field of psychothera-py research has been performed. The analysis focused on the articles’ keywords. We ana-lyzed 7,086 works published in 17 Journals, in the period 2005-2011, using a two-step multidimensional procedure. Firstly, a cluster analysis led to the extrapolation of 4 groups of keywords, each of them interpreted as the marker of a topic active within the literature. Secondly, a factorial analysis was carried out in order to picture the thematic orientation of the most representative Journals, namely the main topics they focus on and how they differ from each other in this respect.
Article
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A content analysis of the representative Journals in the field of psychothera-py research has been performed. The analysis focused on the articles’ keywords. We ana-lyzed 7,086 works published in 17 Journals, in the period 2005-2011, using a two-step multidimensional procedure. Firstly, a cluster analysis led to the extrapolation of 4 groups of keywords, each of them interpreted as the marker of a topic active within the literature. Secondly, a factorial analysis was carried out in order to picture the thematic orientation of the most representative Journals, namely the main topics they focus on and how they differ from each other in this respect.
Article
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This work intends to provide a conceptualization of the power of signs to produce the sense of reality of the world to which they refer. To this end, a dynamic field model of sense-making is proposed that is based on the central idea of the bivalence of meaning-the meaning of X entails what is being interpreted by the meaning-maker (the in presentia meaning) but also the whole gestalt working as conditional context that sets the stage for the interpretability of the sign (the in absentia meaning). In metaphoric terms, the latter can be considered the "semiotic silicone"- as it allows the closure of the Gestalt grounding any interpretation. This model is meant to deepen the understanding of how sense-making works as well as establish the link between semiosis and social life.
Article
Questo studio preliminare è un primo contributo ad una revisione critica relativa alla ricerca di processo in psicoterapia. Lo scopo del lavoro mira a comprendere in quante forme si declina la ricerca di processo, come essa si diversifica, in ragione di quali dimensioni. Attraverso una griglia costruita ad hoc, sono stati segmentati gli studi di processo (sia di processo che di processo-esito) estrapolati da 13 riviste di settore relativi al decennio 1998–2007. Gli obiettivi erano: a) quantificare e classificare la produzione scientifica relativa agli ultimi dieci anni; b) esplorare le principali modalità che ne diversificano e organizzano il campo. Sono emersi due modelli epistemologici: il modello d’analisi e quello interpretativo. Questi organizzano tre principali approcci alla ricerca sul processo che abbiamo definito: Approccio Congetturale, Sperimentale e Misto; questi sollevano differenti interrogativi riguardo alla significatività, alla scelta delle unità d'analisi e al rapporto tra oggetto della ricerca e metodologia adottata.
Book
In short, Culture in Minds and Societies: Foundations of Cultural Psychology presents a new look at the relationship between people and society, produces a semiotic theory of cultural psychology and provides a dynamic treatment of culture in human lives. This book makes a decisive break from the post-modernist theoretical framework that considers knowledge as local and situation-specific. It restores the goal of construction of general knowledge to the social sciences. While recognizing the uniqueness of all human personal experience from birth to death, it emphasizes the universality of cultural organization of human minds and societies.
Book
Beyond Individual and Group Differences: Human Individuality, Scientific Psychology, and William Stern’s Critical Personalism examines the history of psychology’s effort to come to terms with human individuality, from the time of Wundt to present day. With a primary emphasis on the contributions of German psychologist William Stern, this book generates a wider appreciation for Stern’s perspective on human individuality and for the proper place of personalitic thinking within scientific psychology. The author presents an alternative approach to the logical positivism that permeates traditional psychological thought and methodology making this an innovative, ground-breaking work. Beyond Individual and Group Differences is a dynamic book for academics and scholars in the areas of personality psychology, individual differences, and the history of psychology.
Article
Karl Bühler (1879-1963) was one of the leading theoreticians of language of the twentieth century. Although primarily a psychologist, Bühler devoted much of his attention to the study of language and language theory. His masterwork Sprachtheorie (1934) quickly gained recognition in the fields of linguistics, semiotics, the philosophy of language and the psychology of language. This new edition of the English translation of Bühler's theory begins with a survey on 'Bühler's legacy' for modern linguistics (Werner Abraham), followed by the Theory of Language, and finally with a special 'Postscript: Twenty-five Years Later …' (Achim Eschbach). Bühler's theory is divided into four parts. Part I discusses the four axioms or principles of language research, the most famous of which is the first, the organon model, the base of Bühler's instrumental view of language. Part II treats the role of indexicality in language and discusses deixis as one determinant of speech. Part III examines the symbolic field, dealing with context, onomatopoeia and the function of case. Part IV deals with the elements of language and their organization (syllabification, the definition of the word, metaphor, anaphora, etc).The text is accompanied by an Introduction (Achim Eschbach); Translator's preface (Donald Fraser Goodwin); Glossary of terms; and a Bibliography of cited works.