La ricerca biomedica ha compiuto notevoli e rapidi progressi negli ultimi anni grazie al sequenziamento del genoma umano ed alla disponibilità di tecnolo-gie quali i DNA array: la rappresentazione di ogni gene umano in un singolo chip, infatti, permette, al-meno teoricamente, la quantificazione dell'espres-sione genica in ogni tessuto (1). In questo contesto, la proteomica è figlia naturale della genomica poiché, se da un lato i DNA array dipendono dalla retrotrascrizione dell'RNA messaggero, dall'altro gli array proteici permettono una misurazione diret-ta dei prodotti genici, con gli obiettivi dichiarati di definire la quantità, le modificazioni, l'attività, la localizzazione e le interazioni di tutte le proteine del campione in esame. Attualmente le tecnologie disponibili limitano le nostre analisi alla valutazione contemporanea di uno o due di questi parametri e soltanto in relazione ad una frazione proteica. Esistono, perciò, array che permettono una pro-teomica quantitativa ed altri che sviluppano invece una proteomica funzionale, volta a definire la fun-zione di ogni proteina di un dato organismo (2). Proprio grazie alle sue caratteristiche ed alla sua versatilità, la tecnologia dei microarray proteici si inserisce sia nella valutazione quantitativa che fun-zionale del proteoma. Un microarray proteico è cos-tituito da un supporto solido (slide) sul quale diversi reagenti (proteine purificate, peptidi, anticorpi, al-lergeni,…) sono depositati ("spottati", in gergo tec-nico) in maniera ordinata e ad una specifica e definita densità (fino a 500 molecole/spot di 150 mm). Ognuno di questi agenti cattura la propria pro-teina target, isolandola così da una miscela comp-lessa, quale può essere, per esempio, un lisato cellu-lare, e le proteine catturate vengono successiva-mente evidenziate e quantificate o valutate per quanto concerne la loro attività, le modificazioni, le interazioni proteina-proteina. Nonostante l'esistenza di diversi microarray proteici e di differenti approcci per la loro generazione, un comune passaggio critico nella loro produzione è legato alla distribuzione del set proteico che deve avvenire senza provocare la denaturazione delle proteine ed in modo che le quantità depositate siano sufficienti per la realizzazione del test. A questo scopo, recentemente sono comparsi array proteici costruiti su supporti di vetro, d'oro, di polistirene, al fine di minimizzare la perdita di materiale proteico (soprattutto anticorpi) durante le procedure di legame e di lavaggio. Inoltre, attraverso sofisticate tecniche di microingegneria, sono stati costruiti chips la cui superficie risulta modificata dalla pre-senza di micropozzetti, microcanali e mi-crochiusure, la cui funzione è quella di ridurre l'e-vaporazione e la denaturazione degli agenti "spot-tati" sul supporto, di aumentare la capacità di bind-ing-protein e di prevenire la cross-contaminazione tra i vari agenti depositati (proprio perché fisica-mente separati) (3-5). Cimentato il campione con il microarray e bloccata la proteina target, è necessario rivelare la sua pre-senza sulla slide e, possibilmente, quantificarla. Generalmente, la visualizzazione di un microarray proteico è affidata all'utilizzo di fluorocromi coniu-gati allo stesso target o ad un anticorpo. I fluorocro-mi attualmente più utilizzati sono Cy3, Cy5 ed Alexa. Cy3 e Cy5 sono gli stessi fluorocromi mag-giormente utilizzati anche nei DNA microarray. La fluorescenza emessa in seguito all'eccitazione viene raccolta da un apposito apparato scanner o da un microscopio a fluorescenza o da un microscopio confocale. L'immagine ottenuta da un array proteico è innanzi-tutto una conferma qualitativa dell'avvenuto legame tra l'agente sulla slide ed il suo target proteico. La quantificazione del target è un aspetto più comp-lesso sia per l'analisi statistica necessaria per at-tribuire una corretta significatività al segnale ac-Corrispondenza a: Dott.