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Tesi UNIFI

Goal: Questo progetto intende dare visibilità agli elaborati di tesi degli studenti.

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Marco Tanini
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Indagine sulla conoscenza delle Malattie Infiammatorie Cronico Intestinali e sulla metodica di Trapianto Microbiota Fecale. Obiettivo dello studio. Il microbiota intestinale umano è il termine usato per indicare la popolazione microbica presente nel tratto digestivo che comprende all’incirca 1014 microbi e la cui composizione varia da persona a persona. L’equilibrio del microbiota intestinale svolge un ruolo principale nella regolazione della salute e delle malattie negli esseri umani. Le strategie per la modulazione terapeutica del microbiota intestinale dovrebbero quindi dare un contributo rilevante nella gestione dei disturbi associati alla sua compromissione. Il trapianto di microbiota fecale (TMF) è una terapia promettente per la gestione di diversi disturbi non trasmissibili, comprese le malattie infiammatorie intestinali e le malattie metaboliche. In Italia il TMF è una metodica approvata soltanto per il trattamento della colite pseudo membranosa da Clostridium Difficile (CDI) resistente alle comuni terapie. Tuttavia, esistono studi in letteratura che propongono il TMF quale trattamento per le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI). Lo studio si propone di indagare il livello di conoscenza delle MICI e della metodica di TMF, sia in ambito sanitario che sulle associazioni di pazienti. Materiali e Metodi: Nel periodo compreso tra 1°Gennaio e 31 Luglio 2020, sono stati somministrati due questionari self-made a personale infermieristico ed a persone iscritte presso associazione di volontariato di pazienti e familiari di pazienti affetti da MICI, reclutati tramite web (Google moduli). Il primo questionario, relativo ai pazienti, è composto da 21 domande totali, di cui 2 a risposta aperta, 15 a risposta multipla e 5 con l’utilizzo della scala Likert. Il secondo questionario, relativo al personale sanitario, è composto da 19 domande totali, di cui 2 a risposta aperta, 11 a risposta multipla e 6 con l’utilizzo della scala Likert. L’adesione al questionario è stata libera e anonima e sottoposta all’accettazione di un consenso informato espresso direttamente sulla piattaforma. Sono stati presi in considerazione solo i soggetti che hanno sottoscritto il consenso informato. Sono stati inclusi nell’indagine solo i questionari a cui l’intervistato ha risposto alla totalità dei quesiti. Sono stati raccolti un totale di 170 questionari dal personale sanitario ed 85 questionari dai pazienti, che sono poi stati analizzati con foglio di calcolo Excel e programma SPSS per la statistica. Principali risultati di interesse infermieristico. Abbiamo riscontrato che la maggioranza degli intervistati, 52 persone (61,9%), sono a conoscenza diretta di persone affette da queste patologie. Abbiamo riscontrato che 20 persone (24%) non sono a conoscenza delle MICI. Vi è una buona propensione alla donazione di organi. 48 persone (57,1%) hanno dichiarato che, nel caso in cui avessero bisogno di una donazione d’organo, preferirebbe che il donatore sia anonimo. Vi è una scarsa conoscenza della tecnica TMF, tuttavia vi è una apertura mentale verso questo trattamento e viene giudicata una metodica “accettabile” e “sicura” 29 perosne (34,1 %) ritengono che il trattamento TMF sia giusto da utilizzare per tentare nuove terapie. Secondo il 27,1 % (23 persone) questa metodica può essere una terapia migliore delle cure standard, il 28,2 % (24 persone) sostengono che l’utilizzo della metodica sia da utilizzare solo nel caso di fallimento di terapie standard. Infine, la maggioranza degli intervistati, 57 persone (67,1 %) ritengono che tale metodica sia meno costosa rispetto alle terapie standard. Conclusioni. Le risposte ai questionari hanno mostrato la mancata conoscenza della metodica di TMF contrastante con la voglia di informarsi e di essere propensi a promuovere la conoscenza di TMF. Dai questionari emergono dati che meritano approfondimenti. In primo luogo, gli operatori sono favorevoli alla promozione della metodica. In secondo luogo, credono che non sia molto difficile da far accettare questa metodica agli eventuali pazienti. E, così, anche dal questionario destinato ai pazienti emerge che la maggioranza non è a conoscenza della metodica di TMF, eppure, la stessa maggioranza vorrebbe promuovere la metodica. In conclusione, si può ragionevolmente dire che il nostro studio ha evidenziato che se le finalità e la procedura della metodica del TMF vengono spiegate in modo chiaro e comprensibile, senza imbarazzo, vi è una ampia disponibilità ad accettare la metodica ed a diventare potenziale donatore. È quindi importante formare i professionisti con eventuali corsi di aggiornamento, al fine di far arrivare maggiore informazione e promozione della metodica TMF.
Marco Tanini
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Razionale dello studio: Lo scopo della mia ricerca è quello di individuare i benefici del gioco nei bambini ospedalizzati e in particolare se è possibile ridurre l’ansia dell’ospedalizzazione attraverso l’approccio della play-therapy. Ho inoltre voluto effettuare un’indagine conoscitiva sulle conoscenze degli operatori riguardo alla play-therapy. L’indagine è stata effettuata attraverso un questionario somministrato sia attraverso la piattaforma di Google moduli e sia in modalità cartacea agli infermieri dei reparti pediatrici degli ospedali di Pistoia e Prato. Materiali e metodi: Nel periodo compreso tra il 01/02/2020 e il 31/07/2020, è stato somministrato un questionario self-made composto da 24 items di cui 17 domande a scelta multipla, 4 domande a risposta aperta e 3 scale Likert. La somministrazione è avvenuta tramite la piattaforma Google Moduli ed ha raccolto l’adesione di 294 infermieri. Nel periodo compreso tra il 30/07/2020 e il 31/08/2020 è stato somministrato lo stesso questionario nei reparti di pediatria degli ospedali di Prato e Pistoia. La somministrazione è avvenuta nella modalità cartacea. Sono stati raccolti un totale di 20 questionari di cui 1 da Prato e 19 da Pistoia. L’analisi dei questionari e i relativi grafici sono stati ottenuti inserendo i diversi dati in fogli di calcolo Excel. Analisi e discussione dei principali risultati di interesse infermieristico: Allo studio hanno partecipato un totale di 314 operatori sanitari, di cui gran parte donne (272 donne e 41 uomini) di un’età media di circa 43 anni. E’ emersa una discordanza di risultati, tra i questionari somministrati a Pistoia e quelli somministrati sulla piattaforma Google, riguardo alla conoscenza da parte degli operatori della play-therapy. Gran parte degli intervistati dei questionari di Google (il 68%) non è a conoscenza della play-therapy e solo pochi (18%) l’hanno vista attuare, mentre dai questionari di Pistoia è emerso che gran parte degli intervistati ne sono a conoscenza (68%) e l’hanno vista applicare (58%). E’ inoltre degna di nota un'altra discordanza riguardo ai risultati ottenuti da Google, come detto prima molti degli intervistati hanno dichiarato di non essere a conoscenza della play-therapy, ma nella domanda che indagava riguardo all’attuazione di tale metodica nell’esperienza lavorativa degli intervistati è emersa una maggioranza di risposte (71%) che dichiarano di essersi trovati a dover applicare tale metodica. Le emozioni che provano quando devono utilizzare il gioco con i bambini: la gratificazione è l’emozione prevalente a seguire abbiamo anche un gran numero di intervistati che ha dichiarato di non provare particolari emozioni nell’utilizzare il gioco. Le figure professionali più adatte all’attuazione della play-therapy risultano essere l’infermiere e l’animatore, ma una piccola minoranza di intervistati (6% degli intervistati Google, 16% degli intervistati di Pistoia) ha scelto come figure adatte anche i genitori. E’ stato poi chiesto agli intervistati se secondo loro in un reparto pediatrico ci dovrebbero essere fasce orarie destinate al gioco, emerge che ci dovrebbero essere delle fasce orarie. Successivamente è stato chiesto agli intervistati di esprimere un numero di ore al giorno da dedicare al gioco ed è emerso un ulteriore dato discordante con le risposte date alle domande di cui abbiamo precedentemente parlato in quanto è emerso che il bambino dovrebbe giocare solo dalle 3 alle 6 ore al giorno. . Conclusioni: E’ emerso che molti operatori sanitari non sono a conoscenza della play-therapy ma nonostante ciò si sono ritrovati spesso nella loro esperienza lavorativa a dover utilizzare il gioco per migliorare la compliance del bambino. La play-therapy è un valido strumento di aiuto per gli infermieri in particolar modo, in quanto, essendo le figure che hanno maggior contatto con i piccoli pazienti devono instaurare un rapporto terapeutico altrettanto forte per garantire una buona assistenza. L’infermiere oltre ad essere la figura professionale che più interagisce con il bambino è la figura di riferimento che da tutte le informazioni che il bambino richiede. La play-therapy deve essere utilizzata anche per spiegare al bambino alcune pratiche assistenziali e deve essere utilizzata per aiutare il piccolo ad esprimere le ansie e le paure che lo possono tormentare in un ambiente ospedaliero. L’utilizzo del gioco in ospedale permette di ridare al bambino un senso di normalità che gli sarà utile per non bloccare il suo normale processo di sviluppo.
Marco Tanini
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Razionale dello Studio: Lo studio svolto si propone di appurare le considerazioni e le conoscenze degli infermieri e delle famiglie circa l’importanza dell’esecuzione di progetti di Pet Therapy nell’ambito di cura e trattamento dei bambini. Materiali e Metodi: Ricerca osservazionale, sono stati raccolti 211 compilazioni al questionario per il personale infermieristico e 114 per i bambini e relative famiglie. La casistica è stata elaborata con SPSS per associazioni e inferenza, e Microsoft Excel per la statistica descrittiva. I risultati sono stati analizzati con calcolo Odds Ratio, P Value, Intervallo di Confidenza e Z Score. Sono stati realizzati 48 grafici, 8 tabelle di contingenza e una tabella di contingenza riepilogativa dei fenomeni osservati con i dati statisticamente significativi. Analisi e discussione dei Principali Risultati di Interesse Infermieristico: Nell’analisi effettuata è stato dimostrato come la Pet Therapy si sia rivelata come co-terapia riconosciuta a livello generale sia dal personale infermieristico (P.I: 96%), siadai nuclei familiari (N.F: 91%)presi in esame. È stato però riscontrato come essa non risulti ancora diffusa all’interno dei singoli ospedali. Dallo studio è emerso che solo nel 9% degli ambiti lavorativi degli intervistati vengono svolti progetti relativi la Pet Therapy.Le persone intervistate hanno confermato che questa co-terapia potrebbe recare dei benefici non solo al bambino (P.I:90%, NF: 91%) ma anche all’intero contesto famigliare (P.I: 97%, NF: 91%).È stato dimostrato un forte interesse per quanto riguarda la divulgazione negli ospedali dove tale terapia secondaria non è ancora attiva (P.I: 97%), e nei reparti specifici di pediatria o negli ospedali pediatrici dove questa non è ancora presente (P.I: 98%). Altri aspetti importati riscontrati dalle analisi dei questionari dedicati sia agli infermieri, sia ai nuclei familiari, riguardavano l’aspetto del possibile rischio di infezione e pericolo legato alla presenza e interazione da parte del bambino con un animale da Pet Therapy. È inoltre emerso, come il 60% dei genitori o caregiver intervistatinon manifesti preoccupazione circa il possibile rischio infettivo zoonotico all’interno degli ospedali, e il 68% all’interno degli istituti comprensivi. Infine, il 69% dei nuclei familiari presi in esame ritengono che non ci siano pericoli riguardo l’interazione del proprio bambino con l’animale impegnato negli I.A.A. Dall’analisi statistica inferenziale è emerso come esista una correlazione tra le persone che definiscono la Pet Therapy come co-terapia e l’apprezzamento da parte del personale infermieristico circa la diffusione di questa (OR= 4,0; P= 0,09).Gli operatori sanitari hanno dimostrato interesse circa la formazione relativa alla gestione e l’identificazione del proprio ruolo nei progetti di terapia dolce con l’animale, in quanto è stata riscontrata una correlazione tra le persone che hanno dichiarato di avere una scarsa formazione e la dimostrazione di interesse verso la possibilità di ricevere formazione (OR= 3,00; P= 0,6). Il giudizio sulla sicurezza risulta essere buono in quanto vi è una forte correlazione tra il giudizio che l’animale non costituisca fonte d’infezione e la considerazione del pet come rischio (OR= 17,68; P Value < 0,0001). Infine, estremamente significativa è stata l’associazione tra le persone che ritengono che la Pet Therapy possa ritenersi benefica per il bambino ricoverato e l’aumento della compliance terapeutica nel paziente non compliante (OR= 21,48; P < 0,0001). Conclusioni: In conclusione, premesso che nessun intervento di terapia secondaria dovrebbe ostacolare la cura della persona malata, dopo aver osservato gli effetti positivi sul paziente, riconducibili alla Pet Therapy, e aver riscontrato una percezione generalmente positiva da parte degli infermieri e caregiver, tale co-terapia è da ritenersi come un’opzione complementare per i pazienti e coadiuvante per gli infermieri, con lo scopo di migliorare la qualità della vita della persona assistita.
Marco Tanini
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Razionale dello Studio: Il trapianto di CSE rappresenta la più recente opzione terapeutica per il trattamento della sclerosi multipla, non più come terapia di “salvataggio” per pazienti molto avanzati che non rispondevano ai trattamenti standard, ma per arrestare l’attività infiammatoria e la progressione della disabilità. E’ necessaria una presa in carico multiprofessionale in cui l’infermiere di famiglia ha un ruolo fondamentale. Abbiamo deciso di indagare le conoscenze degli operatori su questo argomento. Materiali e Metodi: Ricerca di indagine conoscitiva con analisi statistica descrittiva ed inferenziale. Sono stati raccolti un totale di 203 questionari autocostruiti, somministrati attraverso la piattaforma Google Moduli. La casistica è stata elaborata con fogli di calcolo SPSS ed Excel per la statistica descrittiva. I risultati sono stati analizzati con calcolo Odds Ratio, P Value, Intervallo di confidenza e Z Score. Sono stati realizzati 21 grafici, 9 tabelle di contingenza e una tabella riassuntiva con i dati statisticamente significativi. Anali e discussione dei Principali Risultati di Interesse Infermieristico: E’ interessante notare che più della metà degli intervistati conosce qualcuno affetto da sclerosi multipla (70%) e che, sempre più della metà, ha prestato assistenza ad un paziente affetto da sclerosi multipla (67%). Le persone che hanno prestato assistenza ad un paziente affetto da sclerosi multipla non ritengono che questi pazienti abbiano una prospettiva di vita negativa (OR: 0,06; P Value: 0,2054). Abbiamo potuto osservare che, chi non conosce una persona affetta da sclerosi multipla e non ha prestato assistenza a questa non ritiene che abbia una qualità di vita positiva. Le persone che non conosco e non hanno prestato assistenza ad una persona con sclerosi multipla tendono ad associare alla malattia una prospettiva di vita negativa, creando un possibile pregiudizio (OR: 0,35; P Value: 0,0375). Inoltre, le persone che hanno fiducia nel SSN, non consiglierebbero il trapianto di CSE per una persona affetta da sclerosi multipla e, quindi, indirettamente, non mostrano particolare fiducia in cure estremamente innovative (OR: 0,07; P Value: 0.08). Dall’indagine è emerso anche che le persone che pensano che il trapianto di CSE sia efficace, sono le stesse persone che ritengono che il trapianto di CSE sia migliore rispetto alle cure tradizionali per un paziente con sclerosi multipla (OR: 73,57; P Value < 0,0001). Questo dato è confermato, inoltre, dal fatto che gli individui che ritengono migliore il trapianto di CSE rispetto alle cure tradizionali, sono gli stessi che consiglierebbero il trapianto di CSE per sclerosi multipla (OR: 436,35; P Value < 0,0001). Sempre su questa tematica, possiamo affermare che le persone che hanno sentito parlare del trapianto di CSE per la sclerosi multipla, ovvero il 63% degli intervistati, si sentirebbero di consigliare questo tipo di trattamento (OR: 3,08; P Value: 0,0002). Per quanto riguarda l’infermiere di famiglia, invece, dal questionario è emerso che il 100% degli intervistati conosce questa nuova figura professionale. Questo dato, però, può essere spiegato attraverso il fenomeno della Social Desirability. A questo proposito è interessante osservare che la stragrande maggioranza degli intervistati ha affermato che la politica deve investire sull’infermiere di famiglia (79%), rispetto all’infermiere in ospedale. Infatti, gli individui che pensano che la politica deve investire sull’infermiere di famiglia, sono gli stessi che pensano che l’infermiere di famiglia sia una figura professionale utile per il percorso assistenziale della persona affetta da sclerosi multipla, dato confermato dall’analisi statistica (OR: 5,13; P Value: 0,0003). Conclusioni Alla luce di quanto esposto, la procedura di trapianto di cellule staminali per sclerosi multipla si è dimostrata particolarmente efficace nell’arrestare l’infiammazione in quei pazienti che stavano accumulando nuove lesioni nel periodo precedente al trapianto, con una riduzione della tossicità correlata al trapianto stesso. Una buona assistenza infermieristica determina in modo significativo l’andamento del trapianto verso il successo. In particolare, la presa in carico da parte dell’infermiere di famiglia sul territorio aiuta l’assistito e la famiglia ad affrontare al meglio il trapianto, instaurando una buona relazione con l’assistito. E’ auspicabile una presa in carico del paziente in un’ottica globale e in una connessione reciproca con le varie componenti fisiche/biologiche, psicologiche e sociali, culturali e spirituali. Gli intervistati hanno mostrato una buona predisposizione generale verso questo tipo di presa in carico assistenziale.
Marco Tanini
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Riassunto. La donazione del latte umano rappresenta un importante presidio terapeutico per neonati prematuri e lattanti con patologie. Il latte materno viene considerato, dalla normativa, un tes-suto fi no alla raccolta; poi diviene un alimento. Per quanto riguarda l'attività di selezione della potenziale donatrice di latte umano non vi è una normativa specifi ca, ma a questa vengono adattate metodiche selettive tipiche del mondo trasfusionale. Parole chiave: latte umano, selezione del donatore. Human milk donation: tissue or food? Summary. Human milk donation represents an important therapeutic resource for preterm neonates and infants with pathologies. The legislation considers human milk a tissue until its collection ; afterwards it becomes a food. No specifi c legislation exists for the selection activity of the potential donor of human milk and therefore for this purpose the typical selective methods for blood transfusion are in use. Introduzione Il latte della propria madre rappresenta l'alimento di prima scelta per il neonato, sia per i neonati a ter-mine che per i pretermine (bambini nati prima della 37^ settimana di gestazione), per questi ultimi il latte umano non è solo un alimento, ma rappresenta un vero e proprio supporto terapeutico. Nel momento in cui per un neonato non è possibile essere allattato dalla propria madre o quando il latte della propria madre è insuffi ciente, esiste un metodo per far sì che la sua ali-mentazione rimanga comunque il latte umano, ovvero la nutrizione con latte umano donato, così da poter trar-re vantaggio dai benefi ci che questo apporta alla sua salute , quali: riduzione dell'incidenza di enterocolite ne-crotizzante nei neonati pretermine o con basso peso alla nascita; riduzione dell'incidenza di sepsi o altre infezio-ni; riduzione dell'incidenza di displasia broncopolmo-nare e prevenzione di malattie croniche come obesità, diabete, ipertensione arteriosa e allergie. La donazione è l'atto più generoso che l'animo uma-no può compiere, ed è un atto volontario e gratuito. Vi-sto che il latte umano è un alimento specie-specifi co, per far sì che tutti i neonati possano nutrirsene senza utilizzare dei sostituti artifi ciali del latte materno, esiste una rete di raccolta del latte donato, ovvero le banche del latte umano donato. Attualmente le Banche del latte umano donato presenti sul territorio toscano sono sei. I benefi ci del latte materno Il latte della propria madre, o in alternativa di una nutrice-donatrice, rappresenta l'alimento di prima scel-ta per il neonato, sia per i neonati a termine che per i pretermine (bambini nati prima della 37^ settimana di gestazione), infatti sono stati riscontrati diversi benefi ci apportati dalla nutrizione con latte materno, quali: • riduzione dell'incidenza di enterocolite necrotiz-zante nei neonati pretermine o con basso peso alla nascita 1,2. L'enterocolite necrotizzante è l'emergen-za gastrointestinale di più frequente riscontro nelle Unità di terapia intensiva neonatale e colpisce pre-valentemente i neonati prematuri. Questa patolo-gia, ad eziologia incerta, è caratterizzata da necrosi intestinale che inizia coinvolgendo la mucosa fi no a progredire verso gli strati sottostanti, colpendo quindi l'intero spessore della parete intestinale sino alla perforazione della stessa, con conseguente peri-tonite. Si ipotizza che un danno ischemico interessi l'intestino causando un aumento della permeabilità intestinale e lasciando l'intestino esposto alle pene-trazioni batteriche; • riduzione dell'incidenza di sepsi o altre infezioni 3,4 : nel latte materno sono contenuti un gruppo di oli-gosaccaridi, sintetizzati nella ghiandola mammaria a partire dal lattosio, che rappresentano il terzo com-ponente maggiormente riscontrabile all'interno del latte materno, dopo il lattosio e i lipidi; • riduzione dell'incidenza di displasia broncopolmo-nare, che è la complicanza più comune in un neo-nato pretermine 5. La displasia broncopolmonare è un disturbo polmonare cronico che si verifi ca nei neonati con patologia polmonare grave alla nascita (come la sindrome da distress respiratorio), soprat-tutto se hanno necessitato di supporto ventilato-rio per diverse settimane dopo la nascita, poiché i polmoni dei neonati prematuri sono più esposti ai Articoli originali
Nursing responsibility in the transplant field in light of the new Gelli Low The transplantation system is extremely complex and characterized by multiprofessional and multidisciplinary interactions. In the steps of procurement, transplant and post-transplant , the nursing responsibility does not show significant differences in comparison to the operator working in the operating theatre or in a surgical ward. It is the procurement phase that differs most, showing specific aspects. The Gelli Law has decriminalized the manslaughter and personal injury during sanitary activity, specifying that this condition occurs only in case of malpractice. The same law requires that the guidelines have to be respected. The procurement phase cannot be regulated by guidelines with a high grade of evidence. In fact the trial cannot be performed. The transplant process is a multidisciplinary pathway. It is necessary to invest and create specialized scientific societies recognised for publishing guidelines according to the Gelli Law. Introduzione Dal punto di vista giuridico si parla di responsabilità professionale quando sia stata accertata la violazione di norme di condotta che possa tradursi in un illecito civile, penale, amministrativo e/o disciplinare. RIASSUNTO Il mondo dei trapianti è un settore estremamente com-plesso caratterizzato da interazioni multiprofessionali e multidisciplinari. Nelle fasi di prelievo, trapianto e post-trapianto, la re-sponsabilità infermieristica non mostra significative diver-sità rispetto al professionista che lavora presso il blocco operatorio o in un reparto chirurgico. La fase del procurement è quella che invece si differenzia di più assumendo delle proprie specificità. La Legge Gelli ha depenalizzato i reati di omicidio colposo e lesione personale in ambito sanitario, specificando che tale discriminante è relativa solo ai casi di imperizia e al-lorquando si dimostri di aver agito sulla base di linee guida pubblicate a norma di legge. Il processo di procurement molto difficilmente può essere regolato per intero da linee guida, il livello di evidenza può essere molto basso quando si ha a che fare con situazioni non ripetibili. Il processo di trapianto è un percorso multidisciplinare: è necessario che vi siano un investimento e la creazione di so-cietà scientifiche di settore che raggruppino gli specialisti delle varie discipline e dei professionisti coinvolti. È neces-sario che tali società scientifiche abbiano i dovuti ricono-scimenti per avere dignità di emanare linee guida, confor-memente a quanto previsto dalla Legge Gelli-Del Bianco. Parole chiave: responsabilità, risk management, transplant procurement.
Marco Tanini
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Questo progetto intende dare visibilità agli elaborati di tesi degli studenti.