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Naire Sansotta
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Sono molti i medici italiani che dopo l'abi-litazione o la specializzazione decidono di recarsi oltre Manica. Nel National Health Service (NHS) britannico, la comunità ita-liana di medici è la settima più numerosa, la sesta se si escludono i medici britannici, e la terza presenza europea dopo Irlanda e Grecia (Figura 1) [1]. I camici bianchi che dal nostro Paese si sono trasferiti in Gran Bretagna (UK) sono aumentati del 143% in 10 anni [2]. La percezione di un possibi-le precariato senza soluzioni, le ridotte prospettive di lavoro, il desiderio di incre-mentare la propria formazione e il divario tra numero di laureati e contratti di specia-lizzazione disponibili negli atenei italiani spingono con forza a una scelta di questo tipo. Le attese si confrontano con la realtà del lavoro Le aspettative professionali dei giovani medici emigrati all'estero spesso si scon-trano con una realtà molto diversa da quel-la attesa. Il sistema inglese, rigido e fortemente strutturato, chiede medici in grado di prendere decisioni rapide sotto forte pressione. I neolaureati che decidono di iniziare il percorso che porta alla specia-lizzazione nel Regno Unito si trovano in concorrenza con giovani medici già abitua-ti sin dall'università a lavorare nelle strut-ture dell'NHS; gli specialisti già formati in Italia sono chiamati a operare in un con-testo che capiscono poco e i cui i campi di competenza sono a volte diversi da quelli italiani. L'inasprimento delle condizioni di accesso e di iscrizione al General Medical Council (GMC) – scaturito da alcuni fatti di cronaca nei quali medici stranieri si so-no trovati coinvolti – ha reso via via più difficile il riconoscimento dei titoli matu-rati all'estero e le condizioni per potere mantenere la licenza di pratica nel Regno Unito [3]. In un NHS in forte crisi per problemi di risorse economiche e di carenza di perso-nale, il professionista straniero si trova quindi a operare in una realtà difficile da decifrare. Se da un lato l'NHS ha bisogno anche di medici e personale sanitario for-mati all'estero, dall'altro impone i propri standard professionali e lavorativi. I medi-ci italiani in particolare, formati in un si-stema universitario che privilegia le conoscenze teoriche, devono adattarsi a la-vorare secondo protocolli e procedure ben definite e non sempre pienamente condivi-sibili. Per contro, la facilità nel trovare la-voro – favorita anche dai sistemi a gettone (i medici che lavorano come locum) alta-mente remunerativi – e le possibilità di carriera sono fonte di attrazione, specie per i medici europei. Tuttavia è proprio questo modello che ha portato a quella che è stata definita la peg-giore crisi finanziaria di questa generazio-ne, con un NHS in costante debito e a rischio di privatizzazione [4]. Debito che è parzialmente alla base delle riforme pro-mosse dal precedente governo Cameron e che vorrebbero cambiare il modo in cui la-vorano oggi gli young doctors (giovani medi-ci neolaureati o in formazione specialistica). Un vero conflitto aperto tra la BMA (Asso-ciazione Medica Britannica) e il Ministro della Sanità sfociato in diversi scioperi che hanno paralizzato gli ospedali inglesi con oltre 3000 cancellazioni di interventi e pre-stazioni già programmate. I maggiori cambiamenti in corso riguarde-rebbero l'orario di lavoro, il salario minimo e i turni di guardia, con il sabato formal-mente non incluso tra i giorni festivi nel tentativo di assicurare la copertura sanita-ria sette giorni su sette. Non solo l'offerta formativa – che interessa sia i medici italia-ni che decidono di trasferirsi all'estero, sia gli specializzandi italiani che svolgono pe-riodi di formazione nel Regno Unito – po-trebbe essere intaccata, ma anche la qualità stessa del servizio offerto, considerando il contributo rilevante dei giovani medici nel garantire proprio la qualità complessiva del sistema sanitario [5]. Formazione, affian-camento, supervisione e condizioni di la-voro sono elementi irrinunciabili nella prospettiva di un continuo miglioramento delle prestazioni. Senza contare che quan-to recentemente avviato nel Regno Unito potrebbe entrare in contrasto con le dispo-sizioni sull'orario di lavoro contenute nella Spagna: Italia: 962 Figura 1. Medici di nazionalità non britannica che operano nel NHS: i 10 gruppi più numerosi (da rif. 1).
Purpose of review: There is growing evidence encouraging the use of probiotics in many conditions in children. However, given the wide number of probiotics available and contradictory data in the literature, the health-care provider is often faced with uncertainness about whether or not to use probiotics and which one(s) to choose. We here review current hypotheses regarding the efficacy and safety of probiotics and evaluate the available data on the use of probiotics in most common diseases in children. Considering that probiotics have strain-specific effects, we will focus on individual probiotic strains rather than on probiotics in general. Recent findings: Strain-specific efficacy was clearly demonstrated with Lactobacillus rhamnosus GG and Saccharomyces boulardii I-745 in the treatment of acute infectious diarrhea, Lactobacillus reuteri DSM 17938 in infantile colics, Lactobacillus rhamnosus GG, and VSL#3 in irritable bowel syndrome. In addition, encouraging results are seen for use of probiotics in necrotizing enterocolitis, food allergy, and nonalcoholic fatty liver disease. However, the data available for constipation are to be considered somewhat equivocal. Summary: The clinical relevance of these findings indicates that healthcare providers need to take strain-specificity and disease specificity of probiotics into consideration when recommending probiotic for their patients.